MARCO MAZARINO DE PETRO
MI È STATO PADRE LETTERA AI MIEI NIPOTI Prefazione di Giancarlo Cesana Postfazione di Corrado Sanguineti
la C ol n a
Tel e m ac o
Marco Mazarino de Petro
Mi è stato padre Lettera ai miei nipoti
Prefazione di
Giancarlo Cesana Postfazione di
S.E. Mons. Corrado Sanguineti
rilegata, ha qualcosa di affascinante. e impresso, robabilmente resterà passionati. 4 Nicolò, socio in questo progetto, grado di realizzare questo mio sogno. edizioni Itaca a a lui per aver Nelle “sposato” Novella Scardovi sso
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Dalla tenda alla casa La mia vita rinata in un incontro
tutti gli intervistati Domenico Ciliberti, Adolfo Leoni, Alessandro Porto (a cura di) messo di incontrare Uno ha quello che dona colare Pietro Manganoni, Don Luigi Valentini: la rivoluzione del cuore gi Soldano, Giovanniparte Santambrogio ha fornito la maggior delle Ogni minuto è di Dio cazione. Storia di Antonio Sarcina, medico pre sostenuto soprattutto di sempre che ancora prima di aver servargli ralmente. Marco Mazarino de Petro Mi è stato padre. Lettera ai miei nipoti www.itacaedizioni.it/mi-e-stato-padre Prima edizione: maggio 2021 © 2021 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0693-9 Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC) In copertina In silenzio verso la chiesa di San Lorenzo, Varigotti 1960. Tutte le fotografie contenute nel libro sono dell’autore, tranne quelle a pagina 17 (mamex4/Shutterstock.com) e 19 (Marco Taliani de Marchio/Shutterstock.com).
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A Marco, Maria, Andrea che ringrazio per avermi spinto a iniziare e soprattutto a terminare questo scritto
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Prefazione 7
Prefazione
Marco de Petro, classe 1943, racconta la sua vita ai suoi nipoti. Il perché lo dice lui ampiamente nell’introduzione, a passi nel corso del testo, ancora ampiamente nei capitoli finali, dove conclude con consigli appassionati sul modo di affrontare la vita e la realtà. La vita di Marco è intensa, piena di fatti, sensazioni e riflessioni. È una vita positivamente accettata e affrontata, secondo l’educazione ricevuta dai genitori profondamente credenti e scomparsi troppo presto, durante l’adolescenza. Dopo varie traversie, Marco si è trasferito da Milano a Chiavari, sotto l’ombra affettuosa di una zia. Ho conosciuto Marco all’inizio degli anni Settanta, quando ormai si era ordinato in un’esistenza piena di amicizia e iniziative. Nella sua esistenza si era imposto e stabilizzato un centro, l’incontro con don Giussani e il suo movimento, espressione della compagnia fedele di Cristo in ogni circostanza. Questo è quello che Marco vuole comunicare ai nipoti e, visto che ci pubblica un libro, a tutti. La vita ha bisogno di un centro che le dia senso; ha bisogno di una paternità, oltre che biologica, spirituale, preoccupata di far comprendere il grande segreto: «la verità della realtà e della vita. La verità, cioè l’origine e il destino, il significato». In tal modo, per quanto approssimativamente e per tentativi, si giudica tutto, si è più liberi e non ci si perde.
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La passione per una simile avventura con l’età è aumentata e Marco sa che è la sua eredità più importante. Come Cyrano de Bergerac: «che in vita sua fu tutto e non fu niente», pronto al meglio come al peggio, con «stupore del presente che apre al senso del provvisorio e dell’eterno». La chiamata da Chiavari alla responsabilità e alla promozione del movimento di GS e oltre in Liguria, insieme a don Pino De Bernardis e ai nuovi amici, che Giussani invitò a frequentare, fu per Marco “un ritorno a casa”, alla dimora, al punto di partenza. Non era attivismo, in quanto «non bastava, come diceva don Giussani, una cristianità, come fatto di tradizione e di dottrina, con il rischio di dire Cristo come qualcosa di estraneo a sé. Eravamo chiamati a una fede come avvenimento di novità dentro la nostra persona». Così la rivoluzione sessantottina e i roventi anni Settanta con il loro carico di violenze furono il terreno di una guerra combattuta senz’odio, volendo costruire. Così fu anche l’impegno politico, con i suoi ruoli, responsabilità, scontri e anche grane giudiziarie. Nelle occasioni che ho avuto di stare con Marco, non l’ho mai visto irato con la vita, Dio o la Chiesa. L’ho visto come lui stesso si definisce “un viandante” per cui, come disse la santa guerriera Giovanna D’Arco, «Dieu fait ma route», è il Signore che fa la strada. Giancarlo Cesana
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Perché questa lettera
Durante le vacanze estive, io e mio nipote Marco (15 anni), spesso in compagnia anche di Maria (13 anni) e del più piccolo, Andrea (9 anni), dedichiamo volentieri il tardo pomeriggio a un giro in macchina, il più delle volte senza meta, ascoltando la sua musica, che non è la mia, ma lo sta diventando, della quale Marco ha invaso la mia auto impossessandosi di tutti i moderni meccanismi di comunicazione e riproduzione di cui essa dispone. In quel girovagare, oppure a sera tarda, prima di coricarci, succede che “parliamo” e capita che sia lui che gli altri mi rivolgano domande sulla mia vita: qual è la strada che ho fatto, cosa mi piaceva di più, in cosa mi sono particolarmente impegnato. A queste domande non posso veramente rispondere se non cercando di raccontare ciò che è stato ed è decisivo nella mia esistenza, e cioè il grande dono che ho ricevuto dell’incontro con la fede cristiana attraverso don Luigi Giussani e il movimento di Gioventù Studentesca prima, di Comunione e Liberazione poi. Tutto il resto, anche le cose importanti, è secondario, o meglio, tutto è avvenuto nell’ambito e molto spesso in conseguenza di quell’incontro al quale sento di dovere tutto. Nonostante ciò, questo libro non ha la pretesa di essere un libro su don Giussani, né sul movimento da lui fondato;
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semplicemente ho voluto raccontare ai miei nipoti il mio incontro con il cristianesimo, attraverso episodi e momenti di vita, e come è venuto maturando in me un modo nuovo di concepire tutta la realtà fino a diventare, nonostante i miei limiti e le mie contraddizioni, il mio modo di essere e di sentire, il mio io più vero. Di questa testimonianza, come nonno mi considero responsabile verso i miei nipoti, come uomo verso tutti. Ma la parola responsabilità, abituati come siamo a declinarla moralisticamente, non è pienamente adeguata, perché ciò che ultimamente muove l’umano, ciò che mi muove è una passione: la passione a comunicare quel significato, quella drammaticità, quella bellezza che mi è stata a sua volta comunicata e che non può non tentare di informare le parole e i gesti pur inadeguati della vita quotidiana. Sono consapevole di aver fatto un incontro straordinario, so tuttavia che esso è stato possibile perché Cristo non cessa mai di raggiungerci in molti modi, attraverso circostanze di vita imprevedibili, e che la Sua Presenza continua a riproporsi nel tempo e nello spazio nel mistero della comunità cristiana e della Chiesa. Per questa ragione racconto ai miei nipoti questa storia senza alcuna pretesa, senza l’intenzione di proporre un modello, ma con il profondo desiderio di rispettare e valorizzare le loro circostanze, i loro incontri e i loro rapporti, nella speranza che la mia esperienza possa aiutarli nel cogliere il valore e la verità della loro. So di farlo in un tempo in cui forse non si ascoltano più i nonni come una volta, anche se devo personalmente riconoscere che il Signore mi ha regalato dei nipoti straordinari. Forse il problema maggiore è che i nonni non parlano più come una volta. Ma come non esiste generazione senza padri, così penso che sia più povera una generazione alla
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quale i nonni non abbiano nulla da tramandare: non c’è cammino infatti, non c’è conquista, non c’è novità che non sia il compiersi paziente di una storia. E poi, ho pensato, se scrivo, domani questa “storia” sarà in egual modo a disposizione dei più grandi come dei più piccoli di oggi. nonno Marco
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Rapían gli amici una favilla al Sole
Era un assolato pomeriggio di inizio giugno del 1962 ed io accompagnavo per l’ultima volta mio padre all’ospedale. Quattro anni prima, nel ’58, era stato colpito da emorragia cerebrale. Da allora avevamo vissuto accuditi da una domestica, io giovane studente del ginnasio-liceo, lui con una emiparesi che gli aveva impedito di proseguire la professione di avvocato. Mia madre era morta l’anno ancora precedente, nel settembre del ’57, quando non avevo quattordici anni. Rapían gli amici una favilla al Sole a illuminar la sotterranea notte, perché gli occhi dell’uom cercan morendo il Sole; e tutti l’ultimo sospiro mandano i petti alla fuggente luce1. Sull’ambulanza che correva verso l’ospedale, quest’uomo che mi aveva trasmesso amore per l’ideale e senso religioso della vita, dal quale avevo ascoltato poesie di Leopardi, Foscolo e d’Annunzio e ancora ragazzino avevo imparato a memoria Davanti a San Guido di Carducci, mi citò questi versi del Foscolo come un lascito d’amore e di preghiera. Ripensai in quell’istante al senso degli ultimi anni. Rividi mia madre sdraiata sul sedile posteriore dell’automobile mentre da Porto San Giorgio ritornavamo a Milano
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per ricoverarla all’ospedale e poi condurla definitivamente a Montecchio2. Era il tardo agosto del ’57. In quella cittadina costiera ai piedi della collina marchigiana avevamo una casa lungo la salita che porta alla bella Rocca Tiepolo, dove trascorrevamo qualche settimana d’estate sulle sabbiose rive dell’Adriatico. Da lì, camminando lungo la strada sterrata che fiancheggia la Rocca, a volte mi inoltravo solo nel verde della collina dalla quale si domina il mare e la costa. Altre volte, con la macchina prendevamo la strada che sale a Fermo dove, prima della città, sulla destra, si apre il cimitero che ospita la tomba del nonno Vincenzo, della giovane zia Vincenzina e dal 1956 della nonna paterna, la nobildonna Gregoria Mazarino. «Fuori c’è il sole e la luce e noi ce ne freghiamo»: in quella mia risposta, mentre l’ambulanza ci portava all’ospedale, c’era tanto di ciò che ero e che non ho mai cessato veramente di essere. C’era una ribellione che non è negazione, ma affermazione: c’era la consapevolezza che tutto ci può essere tolto, ma che la vita è dentro di noi, e non conta ciò che hai ma ciò che sei, e ciò che sei è più forte del sole, delle pietre e del destino. C’era il senso che tutto fugge e può essere veramente, profondamente amato e vissuto solo nella coscienza insieme del suo infinito e del suo limite. C’era, in fondo, la sensazione che la vita grida, per sua natura, qualcosa più grande di sé. Sono le cose che ha lasciato a un ragazzo di quindici-diciotto anni questo siciliano cavalleresco, religioso e cristiano, monarchico, ufficiale di cavalleria che lasciò il Savoia per la Folgore e per la linea del fuoco di El Alamein; che era devoto a santa Rita e a sant’Antonio e mi accompagnava alla Messa ogni domenica; che il pomeriggio mi portava in gita sui laghi e mi insegnava ancora bambino a guidare l’automobile; che durante la sua infermità, aveva conosciu-
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to don Giussani e aveva letto i libretti Rosso e Verde di Gioventù Studentesca; che in ospedale, in punto di morte, mi ha affidato a lui, don Giussani. E mia madre, il grande amore e sacrificio di mia madre che rivedo accanto a me, bambino, nell’inverno milanese, mentre guardavo dai vetri appannati i tram che passavano sotto casa; che mi cuciva i vestiti e mi portava a comprare i biscotti nella prestigiosa pasticceria Colussi di via Mazzini, a pochi passi da piazza Duomo; che mi ha lasciato luoghi e volti in cui ritrovarmi, i luoghi e i volti della mia nascita e della mia prima giovinezza: la casa padronale dei nonni materni in un paese della pianura emiliana a ridosso delle colline dove trascorrevo gran parte delle vacanze estive; la sorella di mia madre che mi ha accudito come un figlio, in un insieme di amore e di rispetto speciale verso chi viene dalla grande città e porta un cognome più importante; gli altri zii di Montecchio e di Parma e i cugini con i quali ho giocato da bambino. E i lunghi giri in bicicletta sulle strade allora sterrate, lungo i crinali delle colline che scendono dagli Appennini e portano agli storici castelli di Canossa e di Rossena. Lì, dall’alto degli spalti, guardavo l’ampia valle dell’Enza e sentivo la grandezza e la precarietà di tutto.
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Indice
Prefazione Giancarlo Cesana 7 Perché questa lettera
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1. Rapían gli amici una favilla al Sole 13 2. Momenti e sensazioni
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3. Un inizio disastroso
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4. Silenti parole stillavan dai monti, dal piano da un volto ricolmo d’amore sì arcano che il cuore straniero credette sognare… 23 5. Tutto l’umano
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6. Due libri
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7. «Fallo per la comunità!»
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8. Non è una discesa
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9. In viaggio
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10. Ritorno a casa
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11. Prato Sopralacroce
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12. In macchina con don Giussani
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13. Il Centro culturale Charles Péguy, i tre moschettieri e la 500
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14. One Way
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15. Politica: passione per l’umano
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Gli anni ’70 e l’omologazione culturale Una presenza che nasce da una vita La libreria “La Zafra” Le elezioni amministrative del ’75 Nasce il Movimento Popolare La scuola Maria Luigia Le elezioni politiche del ’76 La “solidarietà nazionale” e il “compromesso storico” Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro Sindaco di Chiavari L’Iraq Le suore dorotee e la scuola di Amman Gli aiuti umanitari a Cuba
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16. L’urgenza di Cristo nella nostra vita
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17. Figli, non seguaci
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18. «Lasciamole andare avanti»
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19. «Ricominciare»
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20. Non un miracolo, ma un cammino
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21. L’affermazione più affascinante
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22. L’avventura continua
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Postfazione Corrado Sanguineti 117 Note 123
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Carissimo Marco, prega sempre la Madonna che abbia a conservarti il cuore che ti ha fatto dire sì la prima volta tanti anni fa, così che l’inizio di ogni nostra giornata si fissi sulla speranza che non delude. Auguri. Don Giussani
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La vita ha bisogno di un centro che le dia senso; ha bisogno di una paternità, oltre che biologica, spirituale, preoccupata di far comprendere il grande segreto: «la verità della realtà e della vita». In tal modo, per quanto approssimativamente e per tentativi, si giudica tutto, si è più liberi e non ci si perde.
Giancarlo Cesana Marco non può parlare di sé e del suo cammino umano senza parlare dell’incontro che gli è accaduto, con la paternità grande di don Giussani, un incontro che continua a offrire una strada in cui camminare e una dimora in cui abitare.
Corrado Sanguineti Ho voluto raccontare ai miei nipoti il mio incontro con il cristianesimo e come è venuto maturando in me un modo nuovo di concepire tutta la realtà fino a diventare il mio modo di essere e di sentire. Di questa testimonianza, come nonno mi considero responsabile verso i miei nipoti, come uomo verso tutti.
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