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La galera ha i confini dei vostri cervelli - Anteprima

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PIETRO BUFFA LA GALERA HA I CONFINI DEI VOSTRI CERVELLI


Pietro Buffa

La galera ha i confini dei vostri cervelli Prefazione di Paolo Bellotti


Pietro Buffa La galera ha i confini dei vostri cervelli www.itacaedizioni.it/galera-confini-cervelli Prima edizione: marzo 2019 © 2019 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0584-0 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Cura editoriale: Cristina Zoli Foto di copertina: Luigi Gariglio Stampato nel mese di marzo 2019 da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC) In copertina Area passeggi della Casa circondariale di Bergamo.


Prefazione

C’è un dipinto che più di ogni altro ben rappresenta il risvolto umano di chi a inizio secolo viveva la condizione di detenuto, e una sua riproduzione la trovavo in bella vista ogni qualvolta entravo nell’ufficio del direttore del carcere. Il dipinto era La ronda dei carcerati di Van Gogh. Nel quadro i detenuti girano in tondo in un cortile stretto e angusto sotto l’osservanza austera di tre funzionari carcerari. In quel loro girare a vuoto a testa china, senza senso e senza tempo, quei detenuti trasmettono una profonda sensazione di alienazione. Scoprii solo più tardi che Pietro Buffa lo teneva appeso alla sua parete come monito: quel dipinto rappresentava tutto ciò che per lui un carcere non dovrebbe mai diventare. Quanti progetti, idee, innovazioni, ma anche delusioni e fallimenti sono nati e cresciuti sotto a quel quadro, nella stanza del direttore! Il libro è ambientato in diverse strutture penitenziarie, ma nel leggerlo si ha la sensazione che l’ufficio del direttore sia sempre lo stesso, con la ronda di Van Gogh sempre lì, a svolgere la sua funzione di monito. Quello di Pietro Buffa è un percorso professionale 5


che si intreccia con le storie del variegato universo di umanità e personaggi che negli anni hanno popolato il carcere. Questo libro parla soprattutto di loro: l’autore, nonostante l’approccio autobiografico, resta sullo sfondo, guarda, medita e senza pretese di giudizio, attraverso le storie di un mondo recluso, ci invita a riflettere su noi stessi, su come abbiamo dato e stiamo dando risposte alla sofferenza umana. Ma fra le pieghe di queste pagine non troverete né pietismo né accondiscendenza; il tratto di scrittura partecipe e coinvolgente rimane disincantato, a volte anche ironico. Narrare di carcere non è cosa semplice. Chi ci lavora è portato a presentare il mondo penitenziario attraverso due diverse modalità: ponendo al centro della riflessione il detenuto, le sue debolezze e il suo desiderio di riscatto, oppure, quasi in contrapposizione, l’organizzazione e le contraddizioni del nostro sistema detentivo. Il limite è che questi due mondi difficilmente si incontrano. Questo libro copre questa lacuna. E lo può fare perché Pietro Buffa è sicuramente uno dei maggiori conoscitori del “sistema carcere”. Conosce i meccanismi gestionali, li governa e li dirige, ma non ha mai smesso di mettere al centro dei suoi pensieri le persone, siano esse detenuti, operatori sociali, agenti penitenziari o volontari. Queste figure le ritroverete sparse in quello o in quell’altro racconto, e tutte insieme, in maniera corale, vi condurranno in modo originale in un viaggio dentro alla realtà penitenziaria italiana. Si susseguono racconti, più o meno brevi, dove i personaggi di volta in volta cambiano e le situazioni apparentemente si modificano. Eppure, quando ar6


riverete a leggere l’ultima pagina, vi accorgerete che c’è un filo comune che lega in maniera indissolubile l’intera opera: è la ricerca spasmodica di fotografare la realtà carceraria non solo per il piacere di raccontare e di condividere un vissuto, ma anche e soprattutto per l’esigenza di contribuire a migliorarla. Qui non si condanna, non si giudica: si partecipa. Sappiamo che il mondo del carcere ci presenta inevitabilmente sopraffazione, violenza, ingiustizie, e le notizie di cronaca, anche recenti, sono lì a testimoniarlo. Al contempo questo mondo può offrirci significativi spaccati di umanità. La solidarietà fra le quattro mura di una prigione non è un valore del tutto inesistente. A volte bisogna cercarla, ma c’è. La galera ha i confini dei vostri cervelli ha proprio questa caratteristica: ci offre un paio di lenti nuove per guardare oltre le sbarre, per provare a scavare un po’ di più nell’animo di chi vive in contesti reclusi, sia esso detenuto, volontario od operatore, e il risultato è un insieme di racconti dove il tutto è molto più della semplice somma delle parti. Permettetemi a questo punto una nota personale. Molti anni fa, all’inizio della mia carriera di educatore, quando Buffa era direttore del carcere di Alessandria, istituimmo una delle prime sezioni a custodia attenuata, dove i detenuti tossicodipendenti potevano usufruire di uno spazio maggiormente libero, quasi autogestito: una sfida per i tempi di allora. Buffa volle a tutti i costi denominare quella particolare sezione “Itaca”: solo oggi ne ho compreso a fondo il significato. Ripensando alla realtà penitenziaria di oggi, alle difficoltà, alle energie spese negli anni e ai risultati non sempre incoraggianti, difficilmente ci si 7


ritrova soddisfatti. Ma c’è una “Itaca” da raggiungere in ognuno di noi. C’è un viaggio da compiere. Così col tempo ho imparato a dare meno importanza agli “epiloghi”, ai risultati, perché non è poi così importante la meta, se quello che rimane è il viaggio. Fate buona lettura… e fate buon viaggio. Paolo Bellotti

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Presentazione

Un giorno d’estate, passeggiando sulla battigia di una spiaggia ligure, un amico mi chiese se non avevo mai pensato di riportare su carta i racconti delle mie esperienze come direttore di carcere, se non avevo mai pensato di scriverci un libro. No, l’idea non mi aveva mai sfiorato, neppure lontanamente. Non ho mai apprezzato più di tanto i libri che riportano le storie di vita in contesti di difficoltà e sofferenza. Racconti di aneddotica che rischiano di sfruttare una condizione terribile per consentire al loro autore di risaltare per bontà e capacità. D’altra parte, da sempre sostengo che il parlare di carcere richieda una grande dose di pudore che non trovo certo né nelle discussioni politiche e mediatiche, né nei conciliaboli occasionali della gente comune. Da quel mattino d’estate passarono mesi e un bel giorno mi ritrovai a elencare gli episodi che affioravano alla mia mente e che, di fatto, costituiscono l’indice di questo libro. Per ognuno, nel tempo libero, iniziai a fissarne su carta la trama. Mi resi presto conto che nel farlo ne traevo delle sensazioni che mi spronavano ad andare avanti. Cristallizzare quelle storie significava non condannarle all’oblio, dislocando una parte dell’impatto emotivo che avevano 9


significato per me da qualche altra parte che non fosse solo la mia memoria. Può sembrare strano, ma ogni volta che riemergevano le emozioni, questo implicava lo sforzo di delinearne bene i confini. Più il tempo passava e più questo sforzo aumentava. Mi rendevo conto che farlo una volta per tutte per iscritto mi aiutava. In secondo luogo lo facevo in solitudine, interloquendo solo con me stesso. Nessuno si frapponeva costringendomi a distrazioni, abbreviazioni o storture. Alla fine mi ritrovai tutte queste pagine scritte che sono rimaste nel cassetto per molto tempo. Ora, finalmente e per certi versi inaspettatamente, sono un libro che consegno a chiunque dia importanza alle emozioni che la sofferenza e la costrizione penale, con tutte le sue contraddizioni, comportano per tutti coloro che vivono o lavorano in un carcere. In tutti questi anni di professione ho visto, sentito, percepito e appreso molte cose, e tutte queste mi hanno guidato nel procedere ulteriore, affinandomi nel compito intrapreso. Alcune di queste mi si sono scolpite nel cervello per la loro capacità di esprimere l’essenza delle questioni da affrontare. Tra tutte ne riporto due, che utilizzo da sempre per far capire cos’è il carcere. La prima frase, trovata incisa sul muro di una garitta del muro di cinta del carcere di Massa Carrara, recita: «il carcere è un ozio senza riposo ove il facile è reso difficile dall’inutile», efficace descrizione del vuoto disperante della quotidianità coatta, ripetitiva e castrante. La seconda – «la galera ha i confini dei vostri cervel­ li» –, contenuta nella lettera di un detenuto psico10


tico, apre alla speranza di poter modificare questo spaccato del girone dantesco carcerario rimandando, viceversa, all’intelligenza, alla costanza, alla responsabilità e all’umanità di ognuno la possibilità del cambiamento. Un cambiamento non delle grandi riforme, spesso vere chimere irraggiungibili, ma delle piccole e grandi cose quotidiane. Sono convinto che, per affrontare le contraddizioni insite nel modo di punire, si debba possedere una sensibilità emotiva di base da affinare attraverso lo studio e il confronto costante con gli altri. Questo libro vuole essere un tentativo in tal senso. Pietro Buffa

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Indice

Prefazione Paolo Bellotti

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Presentazione

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L’hai proprio vinto? La minuta, la posta e il sale Oggi è Natale La prima volta con la morte Non è possibile! Un mare di acqua fangosa Partanna Il rispetto si guadagna tutti i giorni Pace è fatta Vai in ufficio, abbiamo da fare Noi abbiamo parlato Il saluto Brutte notizie Una montagna di scarpe colorate Due baffi bianchi e una palla ovale Suo figlio ha un doppio nome Quelle suole nuove «Uomini, in sezione!» A cosa possono servire duecentomila lire?

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È stato più forte di me L’arabo che non sapeva l’arabo L’arabo cieco che chiedeva di essere ucciso Padri e figli, muretti e minuti La notte che morì Maurizio Virgilio La calca penitenziaria Un portacenere che arriva da lontano Varie ed eventuali (ma questa è un’altra storia)

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Epilogo

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Il carcere è un ozio senza riposo ove il facile è reso difficile dall’inutile. Frase incisa sul muro del carcere di Massa Carrara

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