Pubblicazione promossa dal Consiglio direttivo della Casa della Giovane “Irma Meda” composto da: Melina Falsone presidente Elia Ronchetti vicepresidente Maria Angela Colzani segretaria amministrativa Paolo Boemo, Cinzia Ferrari, Mario Luppi, Maria Teresa Martuccelli, Germana Rossi, Elena Tettamanti, suor Annunciata Fumagalli
Con il patrocinio della
Laura D’Incalci Io ti porto a casa. Irma Meda: una donna per le donne www.itacaedizioni.it/irma-meda Prima edizione: novembre 2017 © 2017 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0537-6 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Grafica di copertina: Andrea Cimatti Finito di stampare nel mese di novembre 2017 da Ge.graf, Bertinoro (FC)
Laura D’Incalci
IO TI PORTO A CASA IRMA MEDA: UNA DONNA PER LE DONNE Prefazione di Marina Corradi
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Prefazione
Anni Cinquanta, Ponte Chiasso, alla periferia di Como che finisce con la Dogana. I lavoratori frontalieri vanno e vengono fra il transito lento dei camion. Molte sono le giovani donne: a volte, al di qua della frontiera, non hanno nemmeno un tetto per dormire. Si rifugiano in sistemazioni precarie, in scantinati, sottoscala. Proprio in un sottoscala viene trovata una mattina una ragazza: morta, forse di freddo, a sedici anni, quasi ancora bambina. La tragedia suscita una gran pena in una donna di forte fede, Irma Meda. Ma da un gran male può, talvolta, scaturire il bene: Irma si mette in mente di offrire un rifugio alle frontaliere abbandonate a sé stesse. Nella ex sede di un biscottificio dispone dei letti per una decina di ospiti. Il 15 aprile 1957 la Casa della Giovane di via Catenazzi apre i battenti. Ospiterà, nel tempo, centinaia di operaie, studentesse, madri sole con i loro bambini. Oggi la Casa “Irma Meda” ha compiuto sessant’anni, tante cose sono cambiate, ma quel tetto, e quell’abbraccio, ci sono ancora. La fondatrice, Irma, di fede profonda e semplice – si racconta in queste pagine – era una donna capace di venir via di corsa dalla Messa appena finita, se in casa c’era un urgente problema a un tombino che metteva in difficol-
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tà la comunità. Allora spiegava alle compagne perplesse: «Ci sono tanti modi per amare Dio». Uno, e forse è il primo, è quello di amare il prossimo senza condizioni, e senza limiti. Quello di Irma, della sua amica Anna e poi delle altre collaboratrici e compagne in questa impresa, si realizza nell’accogliere e abbracciare chi si presenti alla porta. O, addirittura, nel portarsi a casa qualcuno incontrato per caso, e in difficoltà. Come accadde per Anna, la ragazza con problemi psichiatrici conosciuta in un istituto di cura, di cui Irma disse: «Mì la porti a cà», e così fece. Semplicemente. Certo, forse un tempo era tutto più naturale e meno burocratizzato, anche nell’assistenza ai poveri. Chi c’era, nella casa faceva di tutto, dallo spaccare le cassette di legna per la stufa al fare il letto alle nuove ospiti. Come in una grande famiglia, ti immagini, di quelle di un tempo, in cui, se qualcuno bussava, senza bisogno di parole si aggiungeva naturalmente un posto a tavola. Irma, Anna e le altre volontarie non passavano un istante inattive. C’era sempre da fare. C’è sempre da fare, nel campo di Dio. Voci da via Catenazzi. Anna Maria: «Sono arrivata nell’81, avevo quindici anni, qualche straccio addosso e in mano un sacchetto di plastica con dentro una salvietta, nient’altro» racconta, e riflette: «Mi è sembrato che mi stessero aspettando». Monica all’inizio del Duemila viene dalla Nigeria con una figlia malata. Anche lei trova un tetto nella casa di Irma, che ormai da anni non c’è più: «Non ci lasciavano mai sole. Avevamo trovato una famiglia». Zohra, invece, dal Marocco sbarca alla Stazione Centrale di Milano, sola e disperata, con una bambina. Impietosito, qualcuno le dà il numero di una suora di Como. Di nuovo il sentiero per via Catenazzi si dipana,
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di nuovo una donna accolta. Per il tempo necessario per rimettersi in piedi, e poi camminare da sola. La parrocchia è contigua, e i sacerdoti vanno e vengono come a casa loro. C’è un parroco, don Renzo Beretta, che nell’inverno del ’98 accoglie in un gelido gennaio decine di rifugiati in un locale della chiesa. Morirà un anno dopo, accoltellato da un immigrato, lasciando la sua gente attonita e senza fiato. Per il dolore, e per quella santità quotidiana intravista, così vicina. Il bene si diffonde e si allarga nella simbiosi fra la Casa e la chiesa. Don Angelo Pozzi, anziano sacerdote, ricorda che fra quelle mura si sentiva come a Bethania, con Marta e Maria. Un sovrapporsi di voci più antiche oppure contemporanee, nel libro, compone la storia della grande avventura di Irma e delle sue amiche, o piuttosto sorelle, in quelle stanze che sapevano di profumo di bucato e di torte, tante torte fatte per stare insieme e volersi bene. Ma su quale nascosta radice si innesta un’impresa lunga sessant’anni come questa, che non si esaurisce nella vita di un singolo, ma si trasmette nel tempo, e si contagia? Una volontaria rievoca il suo primo incontro con Irma Meda e ne ricorda lo sguardo. «La mia vita è cambiata guardando come questa donna guardava tutto: si immedesimava nel bisogno degli altri, si calava nelle situazioni cercando sempre di fare il bene, di alleviare il disagio. Il suo amore mi ha toccata profondamente, io stessa mi sono sentita guardata con un occhio particolare e mi sono ritrovata partecipe della sua straordinaria vicenda». Nelle ultime righe, quasi con pudore, l’autrice del libro ricorda l’ispiratrice della spiritualità di Irma: Elena da Persico, proclamata venerabile nel 2014 da papa
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Francesco. Elena, che scriveva nel suo Diario: «La mia vita deve scorrere nel mondo come se scorresse davanti al tabernacolo». Certamente, nella santità si generano figli e figlie, che continuano il cammino dei padri, e delle madri. E tuttavia la vicenda della casa di via Catenazzi a Ponte Chiasso fa venire in mente anche una paternità più grande, un’eredità molto più antica. È quando quella volontaria, Elia, parla dello sguardo che l’ha conquistata e avvinta, di quello sguardo che non lascia chi ne è oggetto uguale a prima. Quale eredità? Sant’Agostino commenta in quattro sole straordinarie parole la conversione del pubblicano Zaccheo: «Fu guardato, e vide». Non è lo stesso sguardo di Cristo che ha operato ancora, attraverso gli occhi dei suoi amici, in una casa alla periferia di Como, a Ponte Chiasso? Tra i camion che passavano goffi, rimbombando con frastuono. Marina Corradi
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Prima parte
Le origini
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A Lugano a prendere i cavoli
Una fabbrichetta di biscotti che aveva cessato l’attività. Fu la prima sede individuata da Irma Meda per la sua opera. Il ricordo di Oliana Pedrola è preciso, persino meticoloso quando parla della palazzina a due piani che da laboratorio dismesso diventò una casa per oltre dieci ospiti. «Al piano terra c’era una grande sala, le camere erano al piano superiore: due a tre letti e una più grande con cinque letti, in più c’era una cucina. Sono stata una delle prime ospiti, sono arrivata nel 1958 e la casa era stata avviata solo da un anno» racconta soffermandosi su quella fase iniziale particolarmente movimentata e creativa. Dalla sua descrizione emerge tanto entusiasmo, insieme a un’energica mobilitazione, per rendere meno anonimi gli ambienti spaziosi dell’ex laboratorio che, se fossero stati riempiti semplicemente di letti trovati da più parti, avrebbero dato l’idea di un improvvisato dormitorio. «Eravamo riuscite a procurare letti in buono stato tutti uguali, come quelli che allora si usavano negli ospedali, di ferro; li avevamo recuperati a Casasco Intelvi dove c’era la colonia De Orchi1. Tutti riverniciati di verde era1
Struttura per soggiorni climatici per bambini organizzata dal medico e filantropo comasco Alessandro De Orchi, ndr.
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no un’altra cosa; poi affiancati dai comodini dello stesso tipo, tutti di ferro e pitturati dello stesso colore, stavano benissimo». Dettagli che dicono tanto dello stile di un’accoglienza che maturava nella condivisione di idee e di iniziative affrontate insieme. «La Irma aveva pensato anche di creare dei divisori per fare come delle camerette separate e avevamo montato delle tende, così era tutto più bello e ordinato e ognuna di noi aveva letto e comodino per conto suo» ricorda Oliana che, a distanza di quasi sessant’anni, sembra far passare davanti agli occhi tante vicende proprio come se rivedesse quei locali, le finestre, gli arredi, e soprattutto tanti volti fino a quel momento estranei. «Non conoscevo nessuno» riprende, rivelando i suoi primi dialoghi un po’ impacciati per lei che a venticinque anni per la prima volta affrontava una vita diversa lontana da Ardenno, paese della bassa Valtellina. «Avevo fatto solo le elementari» dice descrivendo il suo contesto di provenienza impoverito dalla guerra, un po’ isolato, e tuttavia non privo degli ideali da lei stessa respirati in Azione Cattolica dove aveva maturato tante idee, aspirazioni e forse anche il coraggio di intraprendere quel viaggio a Como. «Cercavo un lavoro e sapevo che Irma Meda era una persona speciale, anche lei dell’Azione Cattolica. Mi ha accolto bene e mi sono fermata da lei che mi ha insegnato tutto quello che potevo fare in quella piccola “casa famiglia” appena messa in piedi da lei insieme a Anna Cavadini, altra donna speciale. Io non avevo la salute per andare a lavorare in Svizzera come le mie compagne che facevano turni molto pesanti, alcune dal mattino presto alla sera molto tardi. Venivano quasi tutte dai paesi del
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lago e si fermavano tutta la settimana tornando a casa dal venerdì sera alla domenica». Oliana, raccontando di sé stessa, del suo vissuto, apre spaccati di quotidianità che accendono l’immaginazione su quel mondo femminile segnato da fragilità ed emarginazioni che nella solidarietà concreta riscopre l’inesauribile profondità di legami veri, suscitati dall’ascolto, dal desiderio di contrastare solitudini dolorose ed emarginazioni rischiose, spesso taciute, invisibili agli sguardi superficiali. «La Irma mi ha trasmesso il suo desiderio di aiutare le ragazze» riassume la testimone della prima ora che oggi, a ottantatré anni, con i capelli bianchi e qualche acciacco dell’età, elenca ricordi lucidissimi quando rivede il suo incontro con Irma, le compagne, il desiderio di trovare un posto, un lavoro. «Sono rimasta a servizio di quella piccola comunità, a disposizione di quello che succedeva. Se si rompeva la caldaia, chiamavo l’idraulico, se qualcuno aveva bisogno di una medicina correvo in farmacia, dal mattino presto alla sera tardi, aspettando qualche ragazza che faceva il turno di lavoro fino alle 10 di sera. E poi ascoltavo, ho imparato ad ascoltare. La Irma ascoltava, lei si accorgeva di tutto e di tutti. Aveva un cuore grande e un coraggio grande. Andava a messa tutti i giorni. Una mattina c’era stato un problema, si era intasato lo scarico della fognatura. A un certo punto, la messa era appena finita, il prete era ancora sull’altare, e vedo la Irma che scappa veloce verso casa: “Mi sono ricordata che c’è un tombino sul retro della casa e si potrebbe accedere da lì per tentare di sbloccare lo scarico”». I ricordi più vivi per Oliana sono legati all’azione, all’iniziativa continua di una donna che pareva inesauribile
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nel prevedere, escogitare soluzioni, alimentare un amore che si curvava su ogni necessità, non trascurava la minima occasione propizia ad avvantaggiar gli altri, ad alleviarne bisogni, ansie, attese. «Quella volta della messa si è accorta che la guardavo un po’ stupita di come aveva lasciato la chiesa di corsa. “Ci sono tanti modi per amare il Signore” mi aveva detto. E devo dire che non si fermava mai, le idee le venivano sempre improvvise. E a starle vicino non sapevi mai come andava a finire, cosa dovevi fare. Lavorava tanto, tantissimo, era instancabile» racconta aprendo un altro capitolo della storia legata a Irma Meda, imprenditrice, titolare di un negozio di abbigliamento sia per adulti che per bambini. «A quei tempi non era tutto confezionato, quindi si lavorava anche come sartoria. L’Anna Cavadini sapeva cucire e aveva qualche lavorante, qualcuna era anche ricamatrice. Per non perdere delle commesse importanti a volte partiva presto e andava a Milano dove si riforniva di stoffe e articoli di merceria. Tutto quello che guadagnava andava a ripianare le spese della casa che erano tante: oltre l’affitto, anche la spesa per cucinare, le bollette. Le ospiti che potevano davano un contributo, ma non tutte erano in grado di pagare. E quindi succedeva di tutto per mandare avanti la casa facendo economia» riepiloga così un bilancio tracciato sommariamente nel quale, ancora una volta spiccano alcune immagini impresse nella mente. «Il fruttivendolo ci teneva via le cassette di legno così noi le rompevamo e le usavamo per la stufa. Quante volte ho visto la Irma di mattina prestissimo iniziare la giornata spaccando la legna per accendere il fuoco. Oppure partire in macchina all’improvviso, dopo aver ricevuto
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una telefonata. Mi ricordo quella volta che siamo andate fino a Lugano a prendere i cavoli». I cavoli a Lugano? «Sì, tanti sapevano della nostra casa e quando potevano ci regalavano qualcosa. Aveva telefonato la superiora di un monastero in Svizzera dicendo che avevano una produzione eccessiva di ortaggi. “Andiamo – mi dice – mi accompagni?”. Siamo partite in macchina, lei non viaggiava molto ma se la cavava sempre anche a trovare le strade. Arriviamo là e abbiamo raccolto cavoli tutto il pomeriggio. “Peccato lasciarli marcire”». «Niente le sembrava impossibile» suggerisce scandagliando un passato che non sarà mai archiviato per chi, come lei, era partita a venticinque anni con le idee confuse e un po’ di batticuore per il futuro incerto e ha trovato ben più di un lavoro e un’abitazione. «La Irma mi ha fatto imparare a voler bene, a non frenare mai il desiderio che abbiamo di aiutare gli altri. Tutti i giorni lei aveva qualche novità. A un certo punto la nostra casa, la ex fabbrichetta dei biscotti, era troppo piccola, eravamo già arrivati a quindici letti, ma non bastavano. Abbiamo ampliato nel 1964 ed è stato possibile accogliere cinque ragazze madri. Anche la mensa di mezzogiorno era diventata un’impresa, si cercava di non mandar via nessuno. Arrivavano ogni giorno più di cento persone, dovevamo fare diversi turni» racconta quasi sorprendendosi del coinvolgimento di numerosi volontari che supportavano le iniziative. «Tante amiche dell’Azione Cattolica o anche altri, tutta gente di buone intenzioni, pronta a lavorare gratis» dice ricordando che lo sguardo materno della fondatrice dell’opera si posava su ognuno suscitando a volte nuove aspirazioni, spesso anche un vero cambiamento.
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«A un certo punto nel 1961 la mia mamma, che viveva sola in Valtellina, ha avuto qualche problema di salute. Non ho fatto in tempo a pormi tante domande o vivere momenti di ansia. “Perché non la porti qui? Così ce l’abbiamo vicina, non è più sola e siamo tutti più sollevati”» prosegue Oliana ricapitolando ventitré anni di permanenza della sua mamma nella Casa della Giovane di Ponte Chiasso dove si è ripresa trovando anche un ruolo gratificante di aiuto cuoca. Scopre così un’altra tessera di una storia personale che si intreccia con una storia più grande fatta di centinaia di incontri, centinaia di donne, dei loro problemi, di lacrime e risate, di iniziative ininterrotte che confluiscono in un unico fiume di carità. «Irma non faceva mai discorsi, faceva i fatti, era una madre, provava affetto e ce lo faceva sentire. Tutto è iniziato dal dispiacere che Irma aveva provato per una ragazza sola, lontana da casa, che era morta in questo quartiere, non si sa come, in un sottoscala, forse era morta per il freddo. Non l’aveva neanche conosciuta, aveva letto la notizia sul giornale» riprende Oliana suggerendo l’idea che all’origine di una dedizione totale e lunga la vita intera c’è una commozione profonda, un’immedesimazione che spinge ad amare, ad abbracciare la difficoltà e il dolore dell’altro.