MARIA MANUELA CAVRINI
INFINITO TU

Prefazione di M onica M ondo
Storia di un amore
Postfazione di e ugenio dal Pane
ITACA
libro appartiene a ____________________________________
Maria Manuela Cavrini
INFINITO TU
Storia di un amore
Prefazione di Monica Mondo
Postfazione di Eugenio Dal Pane
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Questa è la responsabilità che abbiamo come editori.
Libri compagni di viaggio.
Nella collana De-Sidera
Benedetto XVI / Joseph Ratzinger
Fatti per l’Infinito
Giacomo Biffi
Se Cristo è risorto ed è vivo cambia tutto
Giorgio Sgubbi
Si tratta di te! Il Concilio di Nicea
La divinità di Cristo sorgente della tua umanità
Eugenio Dal Pane
Storia di Gesù
Un dono disceso dal cielo
Maria Manuela Cavrini
Infinito Tu. Storia di un amore www.itacaedizioni.it/infinito-tu
Prima edizione: febbraio 2026
© 2026 Itaca srl, Castel Bolognese
Tutti i diritti riservati
ISBN 978-88-526-0835-3
In copertina: foto di Abstract Studio da Pixabay
Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)
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Prefazione
Anni fa, quando ho conosciuto per un’intervista suor Maria Manuela Cavrini, allora abbadessa delle Clarisse di Città della Pieve, ero grata della disponibilità, così preziosa, ed ero un po’ imbarazzata, davanti alla grata del parlatorio. Trovarsi così, davanti a una santa, interrompere con domande la sua quiete. So bene di stupire usando il termine “santa”. Ma lo usava san Paolo scrivendo ai suoi fratelli neofiti, lo usavano i cristiani tra loro delle prime comunità. I santi, cioè i benedetti, voluti da Dio. Santi siamo noi battezzati, o potremmo esserlo, se coscienti della nostra vocazione.
Suor Maria Manuela questa vocazione l’ha ricevuta due volte e ha detto sì. Leggere oggi le sue pagine così sincere e spontanee e libere, introduce in un’anima salda nella fede, ma inquieta nelle scelte della vita com’è giusto che sia. Non un’inquietudine malata, un vagare senza meta storditi dal brillio di luci ingannevoli. Ma l’esitazione, prima di “trovare riposo”, si direbbe con sant’Agostino. Come rispondere alla chiamata del Signore. Con una vita attiva, a servizio delle parrocchie che amava tanto e in cui era impegnata fin da piccola. O una vita donata alla preghiera, in clausura, che ancora ci pare una parola antica e una decisione di fuga, incomprensibile e inutile al mondo.
«Siamo persone normali… siamo persone conquistate… la vocazione alla vita contemplativa è la vocazione a un amore troppo grande». Nessun tormento, nessun senso di soffoca-
mento per una decisione così ardita, per il nostro tempo. Un centuplo piuttosto, secondo la promessa evangelica, a cui abbandonarsi.
«Il Mistero non è qualcosa di inconoscibile, ma la Presenza stessa di Dio che abita la realtà». E nel Mistero di Dio c’è tutto il mondo. «La clausura è stata ed è per me la modalità con cui raggiungere tutti… sento la vertigine con cui il mio cuore di donna diventa il campo del mondo, il campo di Dio». Suor Manuela è stata presa per mano, da guide amorevoli capaci di accompagnare senza pretendere: don Agostino, il suo padre spirituale, un grande vescovo, Giacomo Biffi, le parole di tre pontefici. Tracce di incontri che hanno orientato la strada, segni di una memoria che determina il presente.
Qualcuno si prende cura di noi e dispone tutto per il bene, è così. La libertà sta nel riconoscerlo e decidere per questo abbraccio, nella forma che più ci corrisponde, tra le vocazioni della vita. Per chi si apre a una famiglia, come per chi si offre alla vita religiosa, con modalità diverse di servire. Non sempre è una via facile, è stretta e disagevole a volte e veniamo irrisi se scegliamo di percorrerla.
La storia di suor Manuela, il suo candore, tutt’altro che ingenuo e arrendevole, la sua sapienza e la disponibilità del cuore spalancato a chi chiede di essere accolto conforta, consola, sostiene. Fa percepire la bellezza di un amore che è “più, di più”, perché «è Cristo il più bello tra i figli dell’uomo». In un tempo fragile, corrotto, questa testimonianza è una pietra d’inciampo: esige un paragone, ed è un appiglio per spazzar via i dubbi di essere in un viaggio sbagliato.
Monica Mondo
Postfazione
Quid animo satis? Che cosa può saziare il cuore dell’uomo?
È la domanda che affiora potente da queste pagine attraverso le quali l’Autrice, monaca clarissa, prosegue il dialogo con il lettore avviato con la Stella di Myriam.
Fu la pubblicazione di quel libro a darmi l’occasione di conoscere suor Manuela, di diventarne amico e di essere reso partecipe dell’urgenza interiore, avvertita come vocazione, di ridonare gratuitamente ciò che a lei gratuitamente era stato dato, l’esperienza di una sovrabbondanza da condividere con chiunque, a uno a uno, «con te» che ora hai tra le mani questo libro.
Nelle prime pagine di quel romanzo del cuore fui colpito da una citazione tratta dal libro dei Proverbi: «Più di ogni cosa degna di cura custodisci il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita» (4,23).
Il dramma del nostro tempo è la perdita del gusto di vivere, dovuto a una atrofizzazione del cuore, «il centro in cui cielo e terra, infinito e finito si incontrano»1. Esso è come una sentinella posta a guardia della città. Può vigilare, assolvendo al suo compito, oppure lasciarsi distrarre da mille seduzioni che ne frantumano il desiderio – potente propulsore verso l’Infinito – in mille desideri che lo tengono con lo sguardo fisso a
1 Maria Manuela Cavrini, La stella di Myriam. Un romanzo del cuore, prefazione di Dacia Maraini, Itaca, Castel Bolognese 20192, p. 12.
terra così da soffocare e mettere a tacere l’inquietudine, che lo porterebbe a mettersi in cammino, per restare in terre sì conosciute, ma aride.
Se la sentinella non vigila, la città è facilmente espugnata; se non si custodisce il cuore, la vita diventa preda della solitudine, della tristezza, dell’indifferenza non solo agli altri e al mondo, ma innanzitutto a sé: viene meno la coscienza della unicità e preziosità della propria vita.
Di qui, dalla tenerezza e dalla passione per il proprio cuore suor Manuela ci invita a ripartire, a metterci in viaggio con la domanda: chi può compierne l’attesa? Quale amore può essere all’altezza di ciò che il cuore brama?
A ben vedere, la sua vocazione alla clausura è stata, per quanto inconsapevolmente, destata dai pellegrinaggi a Recanati e dall’appassionata lettura della poesia di Leopardi, genio e cantore della grandezza e nobiltà della natura umana, di cui è segno proprio il fatto che «tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo»2.
«Non mi basta» leggiamo per tre volte nelle prime pagine del libro.
Tale scoperta può essere vissuta come una insanabile contraddizione: siamo fatti per l’infinito, ma è impossibile raggiungerlo, disperante inganno della natura che tradisce la promessa di felicità di cui siamo costituiti così da indurre a ripiegarsi su di sé.
2 Giacomo Leopardi, Pensieri, LXVIII. «[… ] il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali».
C’è un’altra possibilità: mettersi in cammino. È la strada intrapresa da una giovane Manuela, la quale segue i segni spesso deboli e confusi che rintraccia dentro di sé e negli avvenimenti che accadono, accompagnata – occorre prenderne adeguatamente nota – sempre da qualcuno che le rischiara il cammino. Suo, ma compiuto non da sola: il suo don, monsignor Giacomo Biffi, suor Chiara Augusta… Così, passo dopo passo, scopre che quell’Infinito, per cui il cuore dell’uomo è fatto, non solo c’è, ha un volto, ma addirittura «ci viene a cercare lì dove pensiamo non arrivi: nelle nostre difficoltà, nelle nostre paure, nei nostri limiti, nel nostro buio, nella nostra morte», come mi disse nel nostro primo dialogo3. «Dio – proseguì – poteva salvare il mondo in mille modi, ma ha scelto di incarnarsi ed è nato non in una reggia, ma in una stalla, è sceso nel punto più basso, dove l’uomo non pensava potesse giungere la divinità. Prima d’allora l’uomo doveva salire per cercare Dio, lo cercava in alto. La rivoluzione dell’Incarnazione è proprio questo ribaltamento: Dio viene Lui, si abbassa, muore sulla croce, la morte più ignominiosa, ci raggiunge nel punto più basso, la morte.
Con la discesa agli inferi, Cristo è entrato nel regno dei morti afferrando Adamo ed Eva – come vediamo nell’icona della discesa agli inferi – per il polso, che è il luogo dove si misura la vita. Gesù ti tira su per la vita: quando non sappiamo come venire fuori da una situazione, se scopriamo che c’è qualcuno che ci afferra per i polsi e ci tira su, ecco lì avviene l’incontro».
3 Ho pubblicato quel dialogo sul settimanale «Il nuovo Diario Messaggero» del 12 dicembre 2019 col titolo: Vorrei comunicare a tutti la bellezza della fede (www.itacaedizioni.it/stella-myriam).
In tutti i tempi l’uomo è andato in cerca di Dio, l’ha immaginato in moltissimi modi, ma in un momento e in luogo particolari Lui stesso, di propria iniziativa, è entrato nella storia, è venuto tra noi per donarci sé stesso, rivelarci il suo volto.
È questa la differenza radicale tra la religione e la fede, il riconoscimento grato che Dio viene in cerca di me, mi chiama per nome, mi dona sé per elevarmi alla sua vita divina. Così l’uomo è redento, salvato nell’abbandonarsi, lui che è finito, all’abbraccio dell’Infinito: «e il naufragar m’è dolce in questo mare»4.
È esattamente il contrario di una diffusa percezione e comunicazione del cristianesimo come ostacolo al compimento della propria umanità, frutto di una sua riduzione a dottrina o a morale. Ma storicamente il dono di Dio ha il nome e il volto di Gesù; «la fede è un rapporto col Signore, da persona a persona, come un uomo parla con la moglie, con il figlio, con un amico. È una questione di vita. Questa è l’esperienza che mi ha condotto e mi tiene in monastero, ed era quella l’esperienza che volevo trasmettere perché questa grazia è per tutti»5.
Parole riferite a La stella di Myriam che valgono ancora di più per questo libro in cui suor Manuela ci ha donato la propria storia d’amore.
Due considerazioni finali destate dalla lettura. La prima: da quale amore si può dipendere, se non da quello di Dio? Poiché siamo fatti per il Tutto, per essere veramente liberi dobbiamo dipendere da quell’Amore e ad esso appartenere. Con un guadagno impressionante, il centuplo descritto da suor Manuela: «Le cose solite, di tutti i giorni, diventano grandi nella misura in cui sono legate al Mistero: nessun particolare è banale, se te
4 Giacomo Leopardi, Canti, L’Infinito.
5 E. Dal Pane, Vorrei comunicare a tutti la bellezza della fede, art. cit.
lo porge la mano di Chi ami»6. «Nell’esperienza di un grande amore, tutto diventa un avvenimento nel suo ambito» scrive Romano Guardini. Qui sta la sorgente inesauribile dell’amore alle persone e alla realtà che quotidianamente ci è data, somma convenienza umana della fede.
La seconda. La vocazione monastica immerge nel cuore stesso di Dio, che si commuove per gli uomini, spesso alle prese con dolori, fatiche, croci, sotto il giogo opprimente del male e della morte. Non a caso tanti si recono nei monasteri in cerca di conforto e pace, dell’abbraccio di Dio attraverso quello di un volto umano.
Chi è chiamato a consacrare tutto sé stesso a Dio lo fa per ciascuno di noi, è come la sentinella che vigila sulla città e indica al cuore di ciascuno l’amore che solo può saziarlo, quello che «move il sole e l’altre stelle»7. Dobbiamo essere loro grati.
Eugenio Dal Pane
6 Vedi qui, p. 90.
7 Dante, Paradiso, Canto XXXIII, v. 145.
La parola “tu” imparai io nel bacio.
«Non mi basta»: da questa inquieta scoperta inizia il racconto di suor Maria Manuela.
Un contributo dal mondo della clausura per attraversare le burrasche, le rapide, le sabbie mobili e i deserti di questo nostro tempo. Semplicemente e con simpatia.
«La vita è promessa, il desiderio umano ha come orizzonte l’infinito. Forse è stata la mia frequentazione di Giacomo Leopardi a rendermi particolarmente sensibile ai temi dell’infinito e dell’eterno.
Tutte le tappe del mio cammino con il Signore sono dinanzi agli occhi del mio cuore e lo colmano di gratitudine.
Il mio augurio e la mia preghiera è che tu, dall’incontro con la vita seminata dentro il testo, ti senta più attaccato alla vita».
Maria Manuela Cavrini
«La storia di suor Manuela, il suo candore, tutt’altro che ingenuo e arrendevole, la sua sapienza e la disponibilità del cuore spalancato a chi chiede di essere accolto conforta, consola, sostiene. Fa percepire la bellezza di un amore che è “più, di più”, perché “è Cristo il più bello tra i figli dell’uomo”».
Monica Mondo
€ 12,00