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Il Governo del Tempo. L'ultima luce di Roma sul Lago di Como (Pietro Bazzoni) - Intervista

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La presentazione del romanzo e il dialogo dell’editore con l’autore

Il romanzo

Il Governo del Tempo narra i venti anni in cui, sotto il comando del magister militum Francione, il lago di Como, ultima propaggine dell’Impero bizantino, resistette, dopo la presa di Milano (3 settembre 569), al pressante assedio dei Longobardi fino a una resa onorevole, come racconta Paolo Diacono nella sua Storia dei Longobardi. Un grande affresco sulla fine di un mondo che dà voce alle domande che attraversano ogni epoca e il cuore di ogni persona: cosa permette di sperare quando tutto sembra crollare?

Il Governo del Tempo è un caso singolare, forse irripetibile, nel panorama della narrativa contemporanea, in cui passato e presente si intrecciano e si richiamano l’un l’altro: il luogo, l’Antica Sala del Gubernium, ancora esistente quindici secoli dopo; la persistenza nei secoli del nome, Governo, e della funzione di taverna; l’Autore, oste come Joannes, il protagonista del romanzo.

Il protagonista: Joannes

Protagonista del romanzo è Joannes la cui esistenza attraversa un periodo drammatico della storia: guerre tra imperi, grandi migrazioni, mutamenti climatici, pestilenze, invasioni barbariche che pongono fine al sogno di Giustiniano e Teodora di restaurare l’Impero romano. Congedato dall’esercito bizantino, Joannes, attratto dalla bellezza del luogo («Una sera d’estate vidi il tramonto tingere le acque di porpora e oro. Mi fermai a guardare. Per la prima volta sentii qualcosa che somigliava alla pace»), decide di stabilirsi sulle rive del lago di Como, dove ha svolto l’ultimo periodo come comandante militare. Qui prende possesso di una taverna di soldati, da loro chiamata Il Governo. Essa è il crocevia non solo dell’azione narrativa, ma di donne e di uomini – indimenticabili le figure di Irene, Flavia, Sindual, Francione, Julia… – con le loro storie talora drammatiche, segnate da aspettative, fragilità, delusioni, tutte, però, con un inesauribile desiderio di amore, di rinascita, di felicità.

«Qualunque ricostruzione è forse più sogno che realtà. Ma il romanziere ha questo vantaggio sullo storico: può muoversi liberamente in quel piccolo spazio che separa ciò che si sa da ciò che non si saprà mai».

Marguerite Yourcenar

L’Editore in dialogo con l’Autore

A Rozzo di Lezzeno, sulle rive del lago di Como, di fronte all’Isola Comacina, sorge Il Governo, forse la più antica osteria del mondo. La sua costruzione risale al 565 quando sulle rive del lago, ultima propaggine dell’Impero romano d’Oriente, furono edificate delle rocche per difendere il territorio e Milano dagli assalti dei barbari. La taverna di governo era il luogo centrale della rocca. Il suo nome è legato a una pluralità di funzioni, non solo ristoro per i soldati, ma anche sala dalla quale si governava la vita di quel luogo. Millequattrocentocinquant’anni dopo, l’attuale oste ne fa l’epicentro della storia dei vent’anni in cui il lago di Como fu una delle ultime enclave dell’Impero, circondata da popolazioni barbariche. Proprio da questo luogo, estremamente suggestivo per chi vi entri oggi, inizia il dialogo con l’autore, memore dell’emozione provata ogni volta che vi sono entrato e anche dalla sorpresa provata quanto mi ha detto che fino a poco tempo fa era un deposito di costi vecchie inutili.

Quale importanza ha questo luogo nella ideazione del romanzo?

A fine 2018 io e mia moglie abbiamo iniziato i lavori di restauro di questo luogo. Durante i lavori è tornata alla luce una stanza alla quale non avevamo mai dato molta importanza. Una volta liberata dalle tante cose inutili e impolverate di cui era piena, ci siano accorti che risaliva all’epoca della presenza bizantina sul lago, a una rocca costruita nel 565, attestata dal ritrovamento tra le volte dell’antica sala della taverna e la camera superiore di una ceramica bizantina invetriata con decorazioni in verde ramina e il simbolo cristiano del Chi-Ro.

Per mesi avevo raccontato la storia di quel ritrovamento ai clienti dell’Osteria. Sentivo riemergere le voci di tanti uomini e donne, viandanti della vita, che qui avevano sostato e che volevano dirci qualcosa, lasciarci una traccia di luce sulla quale camminare oggi.

Come è stato possibile che quel luogo sia giunto intatto fino a noi?

Una volta che la fortezza è stata abbandonata, è rimasta una stamberga per pochi pescatori che approdavano, prendevano una ciotola di brodo, un po’ di vino acido. E questa è stata la salvezza, perché sono passati secoli e nessuno l'ha toccata.

Avere ritrovato quel luogo ha fatto riemergere dalle pietre le storie di uomini e donne che di qui sono passati e hanno atteso quindici secoli per trovare qualcuno che desse voce alle loro storie al fine di restituirle all'uomo orfano e affamato di senso dei nostri giorni. In tanti momenti avevo la percezione di essere soltanto lo scrivano e di avere qualcuno che mi stava dettando quella scena nel dettaglio. Quelli che hanno vissuto quei momenti hanno titolo per parlare a noi, perché, come sappiamo, il VI secolo è stato il momento peggiore nella storia dell’Occidente, il più difficile, il più duro. Eppure qualcosa li ha tenuti su, li ha fatti andare avanti. Le loro vicende possono veramente essere di aiuto a ciascuno di noi.

Nel romanzo la taverna non è solo un luogo dove si mangia e si beve, ma dove uno porta sé con tutta la sua storia. Chi è l’oste?

Un carissimo amico diceva: «Il mestiere più bello del mondo è fare il cameriere, perché il cameriere serve tutti, ma non è servo di nessuno». Queste parole sono quelle che mi hanno fatto decidere di fare l’oste. Arrivato a un certo punto della vita ho capito che servire è veramente il più grande godere di un essere umano. Perché sei utile a qualcun altro. Se no sei utile solo a te e questa cosa a lungo andare ti intristisce e ti fa essere arrabbiato. Servire libera, ti fa capire chi è il tuo padrone, chi è il tuo signore.

Nel romanzo ha tanta parte la presenza femminile: la pietà per il dolore delle donne che in guerra perdono i mariti, i figli, che vengono schiavizzate, violentate. E l’altra dimensione è quella di figure femminili che sono una presenza salvifica, gridano che la vita non è solo potere, violenza, ma, nella sua origine profonda, amore.

La figura di riferimento per ciascun essere umano è una: la mamma. Qualunque tipo di vita tu abbia avuto, quello è l'amore gratuito che hai ricevuto. Con tutte le contraddizioni, i limiti, le cadute, i tradimenti, lì tu sei stato voluto bene. La donna ha questa enorme valenza, anche salvifica, perché di fronte alla vita che si fa difficile, di fronte al dramma, quando non diventa tragedia, quell'amore lì c'è, c'è stato, è presente. La figura femminile incarna all'ennesima potenza la forza, la delicatezza, la fragilità, l’amore, questo tormento, questo desiderio che forse in noi uomini è più celato, più offuscato. Invece la grandezza femminile è proprio l’espressione assoluta del desiderio del proprio cuore.

Fin dalle prime pagine, è evidente la tua volontà di entrare in dialogo col lettore.

Quello che a me interessa è incontrare uno che mi faccia una domanda. Noi abbiamo bisogno di una persona che ci guardi e che ci faccia sentire rispettati, compresi. Nella vita l'unica cosa che possiamo fare è aiutarci insieme facendoci domande.

Una frase che torna più volte nel romanzo è: «Si rinasce sempre, sai?».

Per me è l'evidenza di ciò di cui l'uomo di oggi ha bisogno. L'uomo, il ragazzo, la donna, tutti noi abbiamo bisogno di questa certezza e di questa evidenza, che si rinasce sempre. C'è la possibilità continua di rinascere, ogni mattina. Certo, occorrono delle condizioni. Ma noi tutte le mattine possiamo ripartire, ri-nascere in forza di qualcosa che accade e in forza della nostra libertà.

Uno che viene in vacanza sul lago di Como si immerge dentro una bellezza inebriante. Poi sta

alla nostra libertà poter dire: «Ok, si ricomincia, si riparte, si va».

L'uomo non ha mai avuto così tanto bisogno come oggi di ri-nascere, perché la sua vita, nella maggior parte dei casi, non è una vita, ma è una lenta agonia, che si consuma in infinite, continue frustrazioni, delusioni, sconfitte.

Io sono un umile oste di lago: verso vino, metto qualcosa nella scodella e ascolto. E soprattutto guardo, perché la cosa di cui noi abbiamo più bisogno è di essere guardati. Quando la gente viene e vede che tu la guardi negli occhi, rimane spiazzata. E quindi da lì poi si apre un mondo. Quando uno viene guardato, può già rinascere, perché noi nasciamo nello sguardo che abbiamo addosso, quello che aveva la nostra mamma su di noi.

La vita ha segnato molto la storia del Governo, la storia della mia famiglia, fin da quando, amici di Napoleone, nel 1801 la compriamo. Ed è sempre lì. A far cosa? Ad accogliere, a guardare negli occhi, a versare il vino e a spezzare il pane.

Che valore ha per te il lago?

Io sono cresciuto sul lago. Ho iniziato a remare quando avevo nove anni, ci ho passato i giorni, le notti, ci ho remato all'infinito. Conosco ogni anfratto di questo lago. Per sette anni sono andato al lavoro in barca.

Il lago ce l'ho dentro e non mi stanco di guardarlo e di lasciarmi guardare. Se potesse parlare, il Lago di Como ci direbbe: «Ho visto la fine di Roma, svanire barbari, signorie, regni e repubbliche. Oggi vedo voi. Ancora venite a guardarmi».

PIETRO GIUSEPPE

vive sul Lago di Como a Lezzeno, settimo oste di una famiglia che, dai primi dell’Ottocento, custodisce l’Osteria Il Governo 1801, locanda con nome e origini che risalgono al 565, forse la più antica al mondo.

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Il Governo del Tempo. L'ultima luce di Roma sul Lago di Como (Pietro Bazzoni) - Intervista by Itaca Edizioni - Issuu