Pietro Giuseppe Bazzoni


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Questo libro appartiene a __________________________________
Pietro Giuseppe Bazzoni
L’ultima luce di Roma sul Lago di Como
Romanzo storico
Pubblicare è dare alla luce.
Desideriamo mettere in luce parole che accompagnino le persone nella vita.
Questa è la responsabilità che abbiamo come editori.
Libri compagni di viaggio.
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Pietro Giuseppe Bazzoni
Il Governo del Tempo. L’ultima luce di Roma sul Lago di Como www.itacaedizioni.it/il-governo-del-tempo
Prima edizione: giugno 2026
© 2026 Itaca srl, Castel Bolognese
Tutti i diritti riservati
ISBN 978-88-526-0843-8
Illustrazioni: Elisabetta Necchio www.elisabettanecchio.it
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«Alii quoque Langobardi in insula Cumacina Francionem magistrum militum, qui adhuc de Narsetis parte fuerat et iam se per viginti annos continuerat, obsidebant. Qui Francio post sex menses obsidionis suae Langobardis eandem insulam tradidit, ipse vero, ut optaverat, dimissus a rege, cum sua uxore et supellectili Ravennam properavit. Inventae sunt in eadem insula diviciae multae, quae ibi de singulis fuerant civitatibus commendatae».
«Anche altri Longobardi assediavano nell’isola Comacina Francione, magister militum, il quale era rimasto dalla parte di Narsete e aveva tenuto per vent’anni. Francione, dopo sei mesi di assedio, consegnò ai Longobardi la medesima isola; egli stesso poi, come aveva desiderato, congedato dal re, si affrettò verso Ravenna con la moglie e le suppellettili. Nell’isola furono trovate grandi ricchezze, che vi erano state affidate dalle singole città».
Paulus Diaconus
Historia Langobardorum, l. III, cap. 27 in Monumenta Germaniae Historica. Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI–IX, 1878
Era l’8 marzo del 2020. L’Osteria Il Governo di Lezzeno sul Lago di Como, riaperta appena nove mesi prima, dopo un lungo e amorevole restauro, chiudeva le sue porte. Come tutti i ristoranti d’Italia, come il mondo intero, si arrendeva al terrore silenzioso di una pandemia globale.
In quella sera di marzo – un freddo che scendeva nell’anima più che nelle ossa –, mentre giravo la chiave nella serratura di questa porta che da secoli accoglie viandanti della vita, mi colpì una vertigine storica.
Quelle mura erano state spalancate durante il morbo di Giustiniano nel VI secolo, durante la peste nera del Trecento, durante le guerre, le carestie, i passaggi di eserciti. Mai erano state sbarrate per paura. E ora io, circa sessantesima generazione di custodi da quindici secoli, settima di famiglia dal 1801, dovevo chiuderle per legge.
Fu allora che cominciai a vedere. Nelle pietre di fondazione di quell’ultimo frammento del Limes Narsetiano, datate agli anni che vanno dal 555 al 565 d.C., nelle volte a botte e a croce, nel tufo e nel cocciopesto, negli strati di vita accumulati in quindici secoli, si aprì una fenditura nel tempo.
Non potevo sapere chi avesse posato la prima pietra, ma potevo immaginarlo. Non conoscevo il suo nome, ma conoscevo il suo sguardo che aveva incrociato tante volte il mio: quello di chi costruisce per lasciare tracce di strada per chi verrà.
Quella notte scrissi le prime righe di questo romanzo. Non per raccontare l’origine della storia del Governo, che pure è misteriosa quanto miracolosa, ma per rispondere a una domanda che il silenzio della pandemia rendeva urgente: cosa vince il male di vivere? Cosa permette alla porta della speranza di rimanere aperta, ora come per millecinquecento anni, attraverso le peggiori catastrofi della storia umana?
La risposta cominciò a comporsi sotto i miei occhi nel fluire di parole che sembravano non appartenermi del tutto: il racconto di Joannes, Irene, Teodora, Narsete, Julia, Flavia, Francione…
Uomini e donne che vissero gli anni comunemente ritenuti i peggiori della storia d’Occidente – il VI secolo con la sua apocalisse perfetta: catastrofe ambientale, oscuramento del sole per diciotto mesi, peste che divorò forse metà della popolazione dell’impero, guerre di riconquista, il più grande fenomeno migratorio mai visto, il crollo, forse, di ogni certezza – e che pure scelsero di costruire, amare, ospitare, custodire.
Il viaggio che compirono le loro anime mi apparve il medesimo che attendeva le nostre: non siamo i soli a guardare in faccia un destino ineludibile.
Questo libro nasce da quella notte. Da quella porta chiusa d’imperio per la prima volta in millecinquecento anni, e dalla certezza che dovesse riaprirsi portando con sé memoria di luce.
Pietro Giuseppe Settimo oste della custodia Bazzoni
A Rokè, sul Larius. Anno Domini 588, alba del 21 marzo
Le gelide acque del lago mi avvolgono, in questa alba del primo giorno di primavera. Sono rimasto solo, su questa riva del tempo e dello spazio, al bordo ultimo delle cose finite. Le mura alle mie spalle ormai non hanno più nulla da proteggere e sono avvolte in una coltre di silenzio. Le torri sono prive di insegne imperiali che, ora, sono issate sulle navi lontane. Soldati, donne e bambini sono con loro.
Le porte della rocca sono spalancate. Resto solo io, il custode della taverna di Governo, ad attendere che venga qualcuno, nella prima brezza di questa aurora che rischiara su fin verso Bellasium.
Lo sento nel soffio del vento. Mi volto verso la riva e lui è lì. Lo scorgo, seduto sui candidi sassi della spiaggia. È avvolto in una corta tunica estiva di un bianco abbagliante, come il suo viso perfetto di bronzo, sfiorato dal sole nascente che non ha ancora del tutto superato la vetta della montagna. Lui, il ragazzo, brilla di luce propria; ormai non me ne stupisco più. L’ho incontrato parecchie volte nei miei oltre sessant’anni di vita. La mia pelle si è seccata, irta di cicatrici; lui invece ha sempre sedici anni, un vigore e un’esuberanza senza pari; agile e vigile come un felino dei boschi. Ultimamente non mi inquieta più e mi mette una gran pace in cuore. Voglio sentire la sua voce forte; per questo parlo per primo.
«Sei tornato, Michele?».
«Non me ne sono mai andato, oste! Lo sai che non me ne vado mai. Noi non ce ne andiamo mai!» mi risponde sornione. Alterna sempre serietà al suo giocarsi ironico di me.
«Certo, sono solo io che mi diverto a dubitare, per metterti alla prova una volta di più!».
«Tempo perso, Joannes! Io ci sono sempre, ci sarò fino alla fine, finché tutto sarà finito».
Mi metto a ridere.
«Perdonami, dimentico sempre che sarai tu a finire tutto!» rispondo sagace al giovinetto che tira sassi sopra le acque, facendoli rimbalzare per centinaia di volte fino a farli scheggiare, in scintille, contro la punta del promontorio di Balbianum, di là dal lago. Sento la sua voce scaldarmi lo spirito mentre il lago mi ghiaccia le gambe.
«Ora che tutto è finito, è tempo che tu richiami alla memoria la tua vita, ne dipani i fili che l’hanno intessuta, uno per uno, e la racconti, così che possa finalmente comprenderne il significato».
Un istante dopo svanisce, dissolto nel silenzio. La spiaggia rimane vuota come tutta la fortezza, il villaggio, il Larius intero fino su a Bellasium e Varena; vuota di suoni e di vita, come sospesa fuori dal tempo, appesa sul nulla.
Mi volto verso il lago aperto, mentre il mio viso sprofonda nel bagliore del sole nascente che finalmente ha oltrepassato la vetta. Lame di luce si stagliano verso le scogliere che scendono a picco sul lago. Morsi di ghiaccio mi sfiorano, prima di avvinghiarmi i sensi.
Mi spingo nell’acqua di nevi disciolte, traggo un lungo respiro e con un colpo di reni mi getto sotto le onde. Una bracciata dopo l’altra, nuoto verso il cerchio di luce dorata che ora si erge sopra la montagna, a oriente.
Mi lavo via il sangue, l’odio e le battaglie, le morti e gli inganni, le paure e la disperazione. L’acqua, a poco a poco, non mi sembra più così ghiacciata e mi sento nuovo, bambino, un essere semplice e ignaro di tutto.
Quest’alba inattesa sta lavando via orgoglio e presunzione. Mi sento sempre più pulito: un’assenza di conoscenza che mi libera e mi concede un godere umile e felice di quel raggio di sole che mi acceca, trovandomi ancora, inaspettatamente, in vita.
Lavo via ogni increspatura di memoria, e i ricordi rifluiscono su di me come l’acqua di un nuovo battesimo, e mi conducono fin laggiù nel deserto della Tebaide, fanciullo, parecchi anni prima. Una bracciata dopo l’altra, verso Bellasium, e riprendono forma e vigore i giorni vissuti, la vita passata, scivolata sulla mia pelle e la mia anima.
Questa è dunque la mia memoria, giunto al primo giorno di primavera del sesto anno di regno di Flavio Maurizio Tiberio, Anno Domini 588.
Questo è il racconto di ciò che mi è stato dato di vedere nella mia ormai lunga esistenza e che posso narrare a Michele, il bellissimo ragazzo sempre giovane, e a voi tutti.
Questa è la storia di tutto ciò che ho compreso vivendo e che posso affidare, anche a voi, come augurio per il vostro viaggio terreno.


Sul Mare Nostrum
Quarant’anni prima, in viaggio verso Costantinopoli. Anno Domini 548, giugno
Non sono abituato a viaggiare. Ho sempre vissuto nel deserto egizio, fin da quando mi lasciarono in fasce al monastero: uno spazio che mi è sempre sembrato ampio e confortevole.
Ho ventiquattro primavere, sono forte come un toro da circo, irruente come il ghibli del deserto; non so niente di me, di mio padre, di mia madre, ma in fondo non me ne importa. So chi è Colui che ha fatto tutte le cose e a cui appartengo, e so qual è la mia destinazione: questo mi basta. Di tutto il resto non mi sono mai curato. Forse sbaglio, non so.
La vita mi brucia forte dentro e alla mia età non ho tempo per guardarmi indietro. Sarà un difetto con cui sono stato fatto, ma tutti, da sempre, dicono che sono troppo veloce per una vita da monaco che dovrebbe cercare la compagnia di Dio.
Eppure lo sono! Monaco e innamorato di Lui che mi ha creato dalla polvere del mio deserto. Creato per amore sconsiderato e messo in terra d’Egitto, affidato in fasce al monastero di Sant’Antonio Abate nel cuore del deserto orientale.
Sono cresciuto giocando sulla tomba del santo, il luogo che teniamo segreto anche all’imperatore, per paura che ce lo porti via, là nei suoi palazzi nella capitale del mondo.
Ci correvo da piccolo, quando dovevo scappare ai monaci, da solo, perché gli altri orfani o affidati non avevano la mia scaltrezza e furbizia nell’escogitare fughe e scorribande nel deserto. Ero il loro tormento e il loro divertimento, un’anima allegra con una mamma in cielo e tanti padri a cui rovinavo la solitudine della cella.
Ho sempre sognato di volare, quando saltavo dalle rocce tra i picchi delle gole. E adesso sono qui sospeso sopra un legno traballante sulle onde e, come un bambino, mi godo questa distesa di cielo liquida sotto i miei piedi.
Avevo iniziato il viaggio buttandomi in mare, legato a una cima, in una rada.
«Si impara a nuotare o si annega, monaco!»: così mi avevano detto i greci che armavano questo guscio da niente, che a volte mi pareva una bara.
Così imparai a nuotare, che è come pregare. C’è forse differenza? Ci si lascia andare e portare; ci si muove nel palmo di mano di Dio, si parla e si scorre come si discorre con Lui. Si gioca come con un padre e l’acqua ci accarezza, come dev’essere la mano di una madre, m’immagino, io che ho sentito solo quella della mia madre celeste.
Il sole era sorto quindici volte su un’acqua limacciosa; quindici volte si era spento oltre l’orizzonte. Un precipitare fragoroso di stelle aveva accompagnato le mie notti frastornate.
Il vecchio legno odorava di sale e pece e lezzo di pesce; traballava caracollando a destra e a sinistra. Le vele molli catturavano quel poco di aria che scendeva a sera dai monti e dai deserti e quella che dal mare andava verso terra al mattino.
Il viaggio da Alessandria d’Egitto, su, fino alla capitale, era un periplo di vita. Ci si poteva ingannare nell’ozio o tradire in mille futilità, oppure si poteva vivere, indagare ogni minuto, ogni istante, ogni insignificante particolare di questo strano viaggiare tra pendagli da croce e pirati falliti.
Sulla nave ridevano di me; dicevano di non aver mai visto un monaco così.
Per forza! Nel deserto di acqua ne vedevamo poca e non ci passava per la testa di montare sopra zattere sgangherate che sfidavano la provvidenza!
Padre Zoilo passava buona parte del tempo nel suo dialogo con Dio e nelle letture, mentre la mia indole inquieta e curiosa cercava e frugava l’orizzonte, come la sentina della stiva e le facce deformi degli sgherri di ciurma.
«Joannes, prega!».
Un ordine, un monito, semplicemente il sibilo di un pilo scagliato con la precisione del sicario. Sant’uomo, padre Zoilo; non aveva mai parlato molto e non lo faceva neppure durante quei giorni. Pregava, pregava continuamente. In passato era
stato un magister militum1 sotto l’imperatore Anastasio I; quando era tornato dalle campagne contro gli slavi e i bulgari aveva scelto la pace del monastero, forse a lavarsi il corpo e l’anima dal sangue dei barbari e dei suoi legionari, forse a godersi finalmente la vita senza la feroce brama dei potenti.
«Prego sempre, abbà! Prego vivendo!» risposi lesto al mio abate che a volte pensavo non si fosse mai accorto di aver lasciato la sua legione.
«Giochi sempre, figlio mio. Sembra un eterno giocare lo scorrere dei tuoi giorni».
Mi guardò con tenerezza; quello sguardo serio, ma leggero, a metà tra il rimprovero e la comprensione, credo fosse il modo con cui guardava i suoi giovani ufficiali al tempo della sua legione.
Mi avvicinai a lui e mi lasciai prendere sottobraccio. Il sole stava calando a occidente dietro l’ennesima isola scabra e desolata che si frapponeva tra noi e l’infinito, in questo lento peregrinare sotto riva. L’ancora per la notte era stata gettata in una rada sabbiosa della costa dell’Asia minore, dopo la Licia e la Panfilia, la Cilicia e la Siria. Presto, come ad ogni imbrunire del cielo, io e lui avremmo recitato la preghiera di compieta, e il nostro giorno sarebbe stato compiuto e pieno, per la notte che avanzava da oriente.
«Figlio, domani arriveremo alla capitale. Prima della notte sbarcheremo nella Nuova Roma e ci ritroveremo nell’eterna Babele che sempre si ripropone agli uomini di tutti i tempi».
«Padre, non vedo l’ora di vedere cosa combinano gli uomini quando usano la libertà che Dio ha donato loro».
«Ne vedrai delle belle, Joannes. Se metti un milione di libertà insieme, ne esce una strana prigione».
Un misto di fascino e di autorità aleggiava attorno all’abate. In quel momento lo sentivo amico e familiare, quanto distante, distaccato da questo mondo che tanto mi affascinava e incu-
1 Letteralmente maestro dei soldati. Nel tardo Impero romano e poi in quello bizantino questo termine indicava la più alta carica militare, al di sotto solo dell’imperatore, o grado di comando su specifici territori o incarichi.
riosiva. Lui ne era come guardingo, sempre all’erta e pronto a difendersi, come cercasse ancora l’elsa di un gladio che non portava più al fianco.
«Perché stiamo andando nella grande città, abbà? Mi hai chiesto di accompagnarti, ma non mi ha mai fatto parola del motivo di questo viaggio inconsueto. Non si è mai sentito di uno di noi partito per la capitale».
Il suo viso era incendiato dagli ultimi bagliori del tramonto riverberati dall’acqua del mare dinanzi a noi. Sembrava ancora più vecchio e segnato dalle ferite della vita, come mille tagli di spada scalfiti sul volto, ma la sua faccia era sempre indicibilmente serena, al fondo ilare.
«Vedi figliolo, non sei tu ad accompagnare questo vecchio, ma io ad accompagnare te. C’è qualcuno nella grande città che ti attende e vuole vederti».
Rimasi senza fiato.
«Chi potrà mai conoscermi e addirittura volermi vedere a Costantinopoli? Sono un umile monaco delle sabbie di polvere del deserto della Tebaide, appena uscito dal noviziato; non so nulla della vita. A malapena si conosce il mio nome in monastero, se non fosse per l’irruenza che mi impedisce di far perdere le mie tracce».
«Questo lo scoprirai a suo tempo, caro mio. Chi governa il mondo non fa nulla a caso, e a noi sta di fidarci delle strane opportunità che sempre ci propone. Prega questa notte, che il giorno che viene ci trovi ben disposti a riconoscere la volontà di Dio sul nostro cammino».
Detto questo, s’inginocchiò e subito io lo seguii in preghiera mentre in cielo la prima stella della notte si sporgeva su di noi, fragrante di luce.
Libro terzo
Se potesse parlare, il Lago di Como ci direbbe: «Ho visto la fine di Roma, svanire barbari, signorie, regni e repubbliche. Oggi vedo voi. Ancora venite a guardarmi».
Pietro Giuseppe Bazzoni
«Sarà
Per vent’anni il Lago di Como resistette al pressante assedio dei longobardi sotto il comando del magister militum Francione. Tra il tramonto dell’Impero romano e le invasioni barbariche, Il Governo del Tempo racconta la fine di un mondo e gli uomini e le donne che tentarono di salvarne la luce.

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