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Il cielo e la creta. Cercare Dio per ritrovare sé stessi (Madre Geltrude del Divin Cuore)

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Nelle edizioni Itaca

Joseph Ratzinger La bellezza. La Chiesa Andrea Lonardo La bellezza originaria I racconti della creazione nella Genesi Ignacio Carbajosa Giobbe e l’enigma della sofferenza C’è qualcuno che ascolta il mio grido?

Maria Geltrude del Divin Cuore

Che cosa ha da dire il monachesimo all’uomo di oggi la cui esistenza è spesso in frantumi? In questa conversazione Madre Geltrude, alla luce di una lunga esperienza, ci guida a comprendere il senso di una vita rivolta a Dio per accogliere e donare speranza a chi desidera ritrovare sé stesso. Dio infatti si china sulle ferite degli uomini per prendersene cura e rendere la vita di ciascuno unica, irripetibile e preziosa.

padre Maurizio Botta, don Andrea Lonardo Le domande grandi dei bambini Itinerario di prima Comunione per genitori e figli 1. Il cuore della fede 2. Dal segno della croce alla Confessione 3. Da Gesù all’Eucaristia

«Siamo amati non perché amabili, ma perché Dio è amore».

Roberto Filippetti Anche i cammelli fanno ooh!

Madre Geltrude

IL CIELO E LA CRETA

CERCARE DIO PER RITROVARE SÉ STESSI

Ha trascorso gran parte della sua vita in mezzo ai giovani, insegnando nella scuola interna al monastero. Dal 1990 al 2016 si è dedicata alle sorelle come madre priora, proseguendo l’impegno educativo, anche dopo la chiusura dell’istituzione scolastica, nelle varie iniziative culturali e formative proposte dal monastero.

Roberto Filippetti L’asino che portava Gesù «La bellezza ch’io vidi …» (Paradiso XXX, 19) La Divina Commedia e i mosaici di Ravenna A cura di Manuela Mambelli

Ha pubblicato Il mondo in un raggio di luce con Myriam Fiori (La Scala); Chi desidera la vita? La proposta di san Benedetto (Itaca).

André Frossard Il Vangelo secondo Ravenna

€ 13,00 2018-Libro-Il-cielo-e-la-creta-Copertina.indd Tutte le pagine

Maria Geltrude del Divin Cuore, monaca benedettina dell’adorazione perpetua, è nata a Milano nel 1936. Vive nel monastero San Benedetto nel cuore di Milano, dove è entrata nel 1962 dopo la laurea in filosofia presso l’Università Cattolica.

IL CIELO E LA CRETA

Giovanna Falcon Ti regalo la mia molla La vita di Andrea Mandelli

Maria Geltrude del Divin Cuore

San Francesco di Sales Siate santi… nella gioia! Testi scelti per cristiani immersi nel mondo A cura di Max Huot de Longchamp

il libro su itacaedizioni.it

itacalibri.it

A cura di Eugenio Dal Pane 21/11/18 15:33


Maria Geltrude del Divin Cuore

Il cielo e la creta Cercare Dio per ritrovare sĂŠ stessi

A cura di Eugenio Dal Pane


Maria Geltrude del Divin Cuore Il cielo e la creta. Cercare Dio per ritrovare sé stessi www.itacaedizioni.it/cielo-e-creta Prima edizione: novembre 2018 © 2018 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0581-9 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Grafica di copertina: Stefano Bombelli, Isabel Tozzi In copertina: ceramica riparata attraverso la tecnica del kintsugi (photoBeard/Shutterstock.com) Stampato nel mese di novembre 2018 da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)


Presentazione 5

Presentazione

Ho conosciuto madre Geltrude alcuni anni fa quando, in occasione dei quattrocento anni dalla nascita di madre Mectilde de Bar, fondatrice delle Benedettine dell’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento, decise di allestire una mostra sull’Eucaristia1 da me realizzata alcuni anni prima. Successivamente la pubblicazione dei racconti di madre Maristella, Il canto dei girasoli, e di suor Maria Teresa, La radura della quercia, furono una preziosa occasione per proseguire un dialogo con donne di cui mi colpivano la letizia del volto, l’intensità dello sguardo e la profonda coscienza della vita. Cominciai a porre loro le domande che più sentivo urgere dentro di me: come non soccombere sotto il peso delle preoccupazioni e guardare il futuro con fiducia? È possibile guardare a sé e all’altro senza fermarsi ai limiti propri e altrui? Che cosa rende certi che la propria opera sia collaborazione all’opera del Padre e non appena il perseguimento di un proprio progetto che lascia inevitabilmente tristi e delusi? Un giorno madre Geltrude mi parlò della stabilità monastica: chi entra in monastero si lega per tutta la vita a persone 1  La mostra itinerante «Oggi devo fermarmi a casa tua. L’Eucaristia, la grazia di un incontro imprevedibile» fu ideata e prodotta da Itaca in occasione del XXV Congresso Eucaristico Nazionale, con la collaborazione di don Filippo Belli per i testi e di Sandro Chierici per la ricerca iconografica.


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che non ha scelto. Avvertii l’evidente contrasto con quanto accade nel mondo, dove i rapporti si scelgono, ma, nonostante ciò, sono sempre più labili e l’estraneità si annida frequentemente anche nelle famiglie, tra marito e moglie, genitori e figli, o nei luoghi di lavoro tra colleghi che vivono fianco a fianco tanta parte delle loro giornate. Eppure il “per sempre” e la fraternità sono quanto di più desiderabile ci sia e in quel luogo li vedevo perseguire e realizzare. Accadeva lì qualcosa che sentivo buono e vero per tutti, perciò da far conoscere. Mi rendevo conto che la loro umanità era come quella di tutti, che anche loro dovevano misurarsi con i molteplici problemi, le contraddizioni e le difficoltà di rapporto che intessono le nostre giornate, ma c’era in loro una sorprendente tenacia nel cammino: quella letizia, quella intensità di sguardo, quella profonda coscienza della vita non erano una dote naturale, ma derivavano dall’aver messo giorno e notte la propria inquietudine e il proprio desiderio di pienezza davanti a Dio, appartenendo a una comunità. «Quaerere Deum»: cercare Dio per trovare sé stessi Sapevo quanto il monachesimo benedettino avesse contribuito alla rinascita della persona e della società nei decenni e nei secoli successivi alla fine dell’Impero romano quando tutto sembrava crollare. In un contesto di frequenti guerre, carestie, invasioni barbariche, «nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere […], nel crollo di vecchi ordini e sicurezze, l’atteggiamento di fondo dei monaci era il quaerere Deum – mettersi alla ricerca di Dio» per «trovare ciò che vale e permane, trovare la Vita stessa»2.

Benedetto xvi, Incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins, Parigi, 12 settembre 2008.

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È noto il contributo del monachesimo benedettino alla cultura, all’arte, all’economia, al volto stesso dell’Europa, ma tutto questo aveva come sorgente uomini che tenevano «lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità»3. Appunto, cercavano Dio per ritrovare sé stessi, la pienezza della Vita. Non è forse questo ciò di cui abbiamo bisogno anche oggi? La vita in frantumi Mentre lo sviluppo tecnologico è impressionante e procede a ritmi vertiginosi, non altrettanto accade nella vita degli uomini che si trovano virtualmente sempre connessi, ma sovente intimamente soli, orfani, senza padri e madri, né fratelli e sorelle, senza una amicizia dove riposare e un abbraccio cui consegnarsi, come se la vita si fosse frantumata in tanti pezzi, perdendo unità, bellezza e senso, e molti avessero smarrito la strada per conseguire una pienezza di umanità. Così le ferite, i dolori, i mali – ciò che un tempo si chiamavano le croci – che prima o poi investono la vita di ogni persona inducono a una fatalistica rassegnazione, quando non alla disperazione, schiacciati sotto il peso di situazioni che sembrano togliere il respiro. Laddove viene meno la speranza crollano le ragioni per generare figli, per sposarsi, per studiare, per lavorare, e tutto diventa provvisorio, incerto, instabile fino alla percezione di essere come foglie sbattute qua e là dal vento. Così viene meno perfino l’umanissima attesa che possa accadere qualcosa di imprevisto in grado di suscitare un nuovo inizio.

3  Joseph Ratzinger, L’Europa nella crisi delle culture, conferenza tenuta il 1 aprile 2005 a Subiaco, al monastero di Santa Scolastica, in occasione della consegna all’autore del Premio San Benedetto «per la promozione della vita e della famiglia in Europa».


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Da dove può venire la novità? Avevo quindici anni quando ascoltai per la prima volta il servo di Dio don Luigi Giussani. Le sue parole si impressero nella mia mente e orientarono la mia vita. Era il 1970, tempo di grande fermento nel tentativo di costruire un mondo nuovo. «Ma come può accadere tutto questo? Come strutturare un tale uomo all’interno di noi, che ogni giorno ci sperimentiamo così fragili, carichi di sentimenti così ottusi, anche nei confronti delle persone cui vogliamo più bene? […] Da chi aspettarsi questo cambiamento? “La porta della felicità si apre verso l’interno: per aprirla bisogna ritirarsi” (Kierkegaard)» per permettere che entri nella vita una novità «che giunge dal di fuori di noi, ma penetra nell’intimo del nostro essere, fin dentro la nostra carne, a rinnovarci radicalmente»4. Se ciò che deve essere riparato è l’uomo stesso, l’uomo non può farlo da sé, con le proprie forze; occorre che un Altro venga, da fuori, che abbia a cuore l’uomo e desideri porsi al suo fianco per rimettere insieme i frammenti della sua povera umanità e prendersi cura delle sue ferite. Kintsugi Alcuni secoli fa fu ideata da ceramisti giapponesi una tecnica per riparare ceramiche preziose, saldandone i frammenti e ricoprendo le linee di rottura con polvere d’oro. In tal modo gli oggetti, invece che essere gettati come scarti, riprendevano nuova vita, e proprio le linee di frantumazione, evidenziate dalla polvere d’oro, li rendevano unici e irripetibili, ancora più preziosi di prima. A ben vedere Dio fa così con l’uomo: non ne getta via i coc4  Gli appunti di quelle lezioni rivolte a studenti delle superiori furono pubblicati sulla rivista «Undicesima Ora», anno ii, n. 5, col titolo Contestiamo + a fondo. Ora in E. Dal Pane, L’impresa possibile. L’ideale alla prova, Itaca 2010, pp. 15-16.


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ci, ma si china su di lui, si commuove per lui – «il Mio cuore si commuove dentro di Me, il Mio intimo freme di compassione» (Osea 11,8) –, fino a farsi lui stesso uomo per condividere la condizione umana e dare alla libertà dell’uomo la possibilità di essere sé stesso. Dio è come il vasaio che, chinandosi sulle ferite della sua creatura, vuole rendere – attraverso il dono di sé, l’oro puro della grazia – unica e irripetibile l’esistenza di ognuno, perché ogni vita è preziosa ai suoi occhi. Il monastero, luogo di ricostruzione dell’umano Attraverso numerosi dialoghi con le monache percepii sempre più precisamente che la loro esperienza indicava la strada a chiunque volesse comprendere la propria umanità. Il loro modo di vivere, di rapportarsi, di vivere il quotidiano, tutto nasceva dal quaerere Deum. Non era questione di perfezione morale, ma di disponibilità ad ospitare nella propria umanità la vita stessa di Dio, vivendo ogni istante della giornata, ogni attività, ogni relazione nella memoria di Cristo. Il monastero non è esemplare perché lì vivono persone perfette, «non è una cerchia scelta di uomini d’elezione, ma un’infermeria dove Dio si china con amore su dei feriti»5 (A. De Vogüé). Proprio per questo il mondo ha bisogno dei monasteri, perché attraverso alcuni chiamati a vivere una vita orientata a Cristo, tutti possano rendersi conto che solo Cristo salva, che lui è il redentore dell’uomo. Ha scritto nella sua prima enciclica san Giovanni Paolo ii: «Nel mistero della Redenzione l’uomo diviene nuovamente “espresso” e, in qualche modo, 5  Citato in «Con le nostre mani, ma con la Tua forza». Le opere nella tradizione monastica benedettina, a cura di Monaci della Cascinazza, Fondazione per la Sussidiarietà, Itaca 2006.


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Il cielo e la creta

è nuovamente creato. […] L’uomo che vuol comprendere sé stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo» (Redemptor hominis, n. 10). Se una umanità nuova, generata dal non anteporre nulla all’amore di Dio, accade in un luogo, allora è possibile e può ridestare la speranza che possa accadere in famiglia, negli ambienti di lavoro, essere inizio di una nuova socialità: davvero, come sottolinea madre Geltrude, il monastero è la tenda di Dio in mezzo agli uomini. Proprio la convinzione che l’esperienza monastica sia necessaria a chi vive nel mondo è all’origine della proposta a madre Geltrude, allora priora, di un libro-intervista attraverso il quale fare emergere come la loro vita possa essere una luce sulla vita degli uomini, quasi fossero apripista della strada dell’umano. Ringrazio madre Geltrude per avere accettato di rispondere alle mie domande e del tempo che ha generosamente dato alla realizzazione di questo libro attraverso il quale ci dona il frutto di una lunga vita monastica. A gloria di Dio e per il bene dei fratelli uomini. Eugenio Dal Pane


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La tenda di Dio in mezzo agli uomini Il monastero, luogo di incontro e di accoglienza

Diversamente da tanti monasteri benedettini, il vostro è pienamente inserito nella città. Trovarsi al centro di una città come Milano, con una vita dal ritmo frenetico, non era il disegno originario delle fondatrici, approdate qui nel 1892 dal monastero francese di Arras donde le Benedettine dell’adorazione perpetua erano state costrette a migrare altrove per le leggi dello Stato che imponevano la chiusura dei monasteri contemplativi. Gli Annali del periodo della fondazione dicono che nel 1895 fu acquistato un ampio terreno «in mezzo ai campi» per edificare il monastero. La città poi è cresciuta attorno; la storia, o meglio, il disegno della Provvidenza, ci ha voluto come «tenda dell’incontro» in mezzo ai fratelli risucchiati nel gorgo di un lavoro intenso, di un’attività senza respiro di silenzio e di contemplazione. Immagino che questo abbia particolari ripercussioni nella vostra esperienza. In un monastero situato in mezzo alla città la concezione del monastero come entità inserita nella storia, dinamica e non statica, tenda piuttosto che «monumento», è particolarmente visibile. La dimensione della contemplazione, del silenzio, del rapporto con Dio si coniuga con l’affluenza di persone


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parte prima: il cielo e la creta

che al monastero vengono portando sofferenze, domande, bisogno di consolazione e di consiglio o semplicemente chiedendo di condividere la preghiera e la ricerca di Dio. Questo genera un rapporto d’interazione che arricchisce entrambe le parti. Da un lato stimola a capire di più il linguaggio, le situazioni e i drammi delle persone che vivono fuori del monastero e dall’altro offre a chi viene da situazioni tumultuose e complesse una dimensione di semplicità, di silenzio, di raccoglimento, per cui il cercare Dio diventa per loro trovare sé stessi. Mi colpisce questa immagine del monastero come tenda. San Benedetto la desume dal salmo 15/14: «Signore, chi abiterà nella tua tenda?». Il monastero-tenda è luogo della reciproca appartenenza nell’amore, luogo della vicinanza: una casa stabile, ma non statica, una tenda, un luogo di incontro, un luogo in movimento. Una tenda viene piantata e poi disfatta e rifatta, una tenda è mobile. Questa è l’immagine vera del monastero: una tenda in cui Dio, che «si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi», come scrive san Giovanni nel prologo del suo vangelo, ci guida nel cammino e cammina con noi. E così come Mosè incontrava Dio nella tenda del convegno, come narra il libro dell’Esodo, i monaci devono incontrare Dio e cercare di capire che cosa Dio voglia dire agli uomini e portare a Dio le loro preghiere. “Movimento”, “dinamismo” sono parole che lei usa spesso in contrapposizione a staticità. Solitamente si pensa ai monaci come persone che pregano, vivono in un loro mondo e sono sostanzialmente estranee alle vicende della storia come alle comuni problematiche delle persone. È esattamente il contrario: il monaco entra di fatto in una di-


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mensione speciale del tempo, un tempo che è carico di eternità, un presente che è già eternità perché il Signore è presente, è l’eterno che entra nel tempo. Dunque non è vero che chi entra in monastero fugge dalla storia. Il monaco non è affatto estraneo alla storia. È talmente inserito nella storia umana e della Chiesa che la vive con lo stesso desiderio del Cristo: portare la storia umana alla conclusione ultima che è l’abbraccio del Padre. Su chi vive in monastero, tutte le situazioni umane hanno una ripercussione fortissima, un peso molto più grande, perché le si percepisce e le si vede nella prospettiva della redenzione. Qui sta, in fondo, il vostro carisma: adorazione perpetua in spirito di riparazione. Nella familiarità con Dio ritrovate voi stesse, ma che risvolto ha questo nelle persone che vi incontrano? Chi vive la vita monastica, più cerca Dio, più dimentica sé stesso e si scopre figlio di Dio, più ritrova la somiglianza originaria con Lui, la parentela. Eliminate tutte le incrostazioni inutili, ripulito lo specchio della nostra coscienza, possiamo riflettere dentro di noi l’immagine di Dio. Cercando Dio, troviamo noi stessi e scopriamo la nostra vera identità in Dio, il nostro vero volto, ciò per cui siamo stati creati. A questa profondità il rapporto con gli altri acquisisce una speciale immediatezza e sintonia. Chi si avvicina perché si sente alienato dal lavoro, da rapporti falsi, dal non senso della vita, dall’essere schiavo del proprio capriccio, scopre una via di liberazione, intuisce che obbedire alla volontà di Dio, il solo che voglia disinteressatamente la nostra felicità e ne conosca la via, ci rende liberi.


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parte prima: il cielo e la creta

Che relazione c’è tra ascolto di Dio e ascolto dell’altro? Una vita di silenzio intensifica la dimensione della partecipazione e dell’ascolto dell’altro. Noi dobbiamo ascoltare le voci del mondo, non solo superficialmente, ma – come un medico ausculta il paziente – per sentire le situazioni dei fratelli, percepire le sofferenze, risalire dai sintomi alle cause profonde, e poi attingere dai valori monastici vissuti, una risposta che aiuti a colmare dei vuoti. Immagino che il primo impatto con la comunità da parte delle persone che vivono nel mondo avvenga nella vostra chiesa. La preghiera comunitaria liturgica, ma anche la semplice presenza delle monache che sono in adorazione silenziosa, sono un segno che la chiesa è viva, abitata. Le persone che entrano dicono di avvertirlo con un senso di consolazione: si sentono accolte, protette e accompagnate. Lasciare la chiesa aperta tutto il giorno consente opportunità di preghiera a chi passa; a volte entrano persone semplicemente incuriosite, oppure interessate all’aspetto artistico, poi però avvertono un clima di raccoglimento che le coinvolge. Riceviamo tante testimonianze di persone che vivono una profonda inquietudine spirituale, che sentono l’urgenza di una preghiera profonda, di un silenzio pieno della presenza di Dio, di celebrazioni che facciano loro sperimentare l’amore di Dio. Anche questo dimostra quanto sia falsa l’opinione che nessuno oggi senta l’esigenza del silenzio contemplativo e della solitudine. Al contrario si ha una riprova del fatto che il saper vivere la propria solitudine con Dio nella gioia e nella pace è una bella risposta alla frenesia di oggi che porta a non avere mai


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dei momenti in cui mettersi davanti alla propria coscienza, in ascolto di Dio. Generalmente si ha paura, anzi orrore del silenzio e della solitudine: trovarsi davanti alla propria realtà interiore, senza veli, senza maschere, incute sgomento. Si scopre la propria deformità in modo impietoso e non si ha il coraggio di accettarla. Rendersi conto di camminare e affannarsi senza una meta che dia senso alla fatica del vivere provoca disperazione. Si soffre di sentirsi schiacciati dal peso delle realtà materiali, di sentirsi rubare il tempo della propria vita dal succedersi affannoso di mille occupazioni, a volte perdendo anche la capacità di ricordarne il senso e il valore. Solo una speciale grazia dall’Alto può far percepire una Presenza, uno Sguardo che avvolge di amore la verità del nostro essere e trasforma il vuoto in un’esperienza di silenzio vivo, di solitudine abitata: è una via preziosa che conduce all’incontro con Dio. Questa è l’esperienza che Benedetto ha vissuto nella sua giovinezza, prima ancora di fondare Montecassino, quando, sotto il peso della prova e del dolore, decide di «abitare solo con sé stesso sotto lo sguardo di Colui che vede tutto» (Gregorio Magno, Dialoghi, libro ii, cap. 3). Chi sono le persone che varcano il portone del monastero? Molte spesso sono persone che hanno pesi grandi sul cuore e sulla coscienza e hanno bisogno di ascolto, di umile e partecipe affetto e stima, di fraterna comprensione, di sostegno e di consolazione. A volte si percepisce la mancanza di criteri morali, l’incertezza e la confusione negli orientamenti di vita, le situazioni d’irregolarità nelle relazioni famigliari e sentimentali, la mancanza di equilibrio affettivo o di giudizio. Grande deve essere qui la delicatezza e la maturità della persona che ascolta, che non deve tranciare giudizi, ma neppure assumere atteggiamenti superficiali di approvazione che lascerebbero


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parte prima: il cielo e la creta

nell’errore. Aprire i cuori con paziente amore e comprensione non è facile, ma è indispensabile per poi condurre gradualmente e dolcemente a intuire il criterio giusto, ad assumere le decisioni migliori, a ritrovare la misericordia della Chiesa. In particolare accade spesso l’incontro con persone che soffrono situazioni difficili in famiglia, nella coppia: il voto di stabilità che lega i membri della comunità monastica diventa un aiuto prezioso per capire le dinamiche della vita famigliare e offrire indicazioni utili. Quali sofferenze vi colpiscono di più? Vediamo famiglie che si sfasciano, figli che crescono senza un punto di riferimento, persone che non conoscono la propria identità: si tende oggi a interpretare la libertà con l’essere aperti indeterminatamente a tutte le possibilità. Credere che la libertà sia assenza d’identità, puro vuoto, è terribile! Immagino che non vi fermiate alla diagnosi. Nel nostro monastero abbiamo adottato l’uso di sostituire alle acclamazioni stampate nel breviario, che precedono il Padre nostro a conclusione dei Vespri, le richieste di preghiera raccolte ogni giorno nella nostra chiesa da chi entra e scrive un’intenzione. Noi al vespro le recitiamo perché la preghiera deve essere lode a Dio, ma anche intercessione per i fratelli. Così si fondono saldamente il distacco dalla mentalità mondana e l’unione con tutti gli uomini attraverso l’intercessione. Cosa significa intercedere? Intercedere vuol dire letteralmente «camminare in mezzo»,


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cioè camminare lasciandoci tenere per mano da Dio e, a nostra volta, tenendo per mano i nostri fratelli, soffrendo anche lo strazio del percepire che a volte l’umanità procede in una direzione contraria a quella tracciata da Dio. Ma non dovrebbe essere così per ogni cristiano e per ogni comunità cristiana? Sì, questo vale per chi sceglie il Signore in una vita di consacrazione, ma in fondo vale anche per chi vive la vita cristiana con consapevolezza e impegno. Del resto essere monaci vuol dire essere cristiani in modo radicale. La scelta monastica è la scelta del semplice cristiano, che vuol vivere il battesimo fino in fondo e proprio per questo porta alle conseguenze ultime l’appartenenza esclusiva a Cristo. Il battesimo ci rende tempio della Trinità, membri della Chiesa, figli di Dio, guidati dallo Spirito Santo, conformati a Cristo. È ricchezza tale che basta per riempire la vita. Ecco perché la dimensione monastica è totalizzante. Solitamente le chiese e i conventi sono un punto di riferimento anche per tanti poveri. In effetti non mancano mai nella nostra chiesa o all’ingresso del monastero extracomunitari, persone senza fissa dimora, che chiedono cibo, ma soprattutto hanno bisogno di essere ascoltati, di sentirsi accolti come persone, di ricevere un attestato di stima e di rispetto. La parola “clausura” fa pensare a uno spazio inaccessibile, ma dalle sue parole emerge un’ampia trama di relazioni. La clausura di cui parla Benedetto non è un modo di estra-


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parte prima: il cielo e la creta

niarsi dai fratelli, è invece un aspetto del raccoglimento della famiglia monastica che vive nella stabilità, nell’ascolto di Dio. E, paradossalmente, proprio perché vive raccolta, stabilmente unita e senza dispersioni all’esterno, la comunità è in grado di esercitare l’ospitalità verso il mondo. La stabilità plasma un volto organico di famiglia in grado di accogliere coloro che nel mondo si sentono persi, privi di legami stabili, senza un appoggio, senza un senso preciso della propria vita.


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parte terza: compagne di viaggio

Indice

Presentazione Eugenio Dal Pane

p. 5

Parte prima IL CIELO E LA CRETA Conversazione con madre Maria Geltrude del Divin Cuore Mi hai chiamato per nome «Ti ha mandato un telegramma?»

» 12

La libertà dell’obbedienza La vita come cammino

» 26

Per sempre La famiglia monastica

» 36

Una vita inutile? Il monastero come officina

» 44

Nulla anteporre all’amore di Cristo Il tempo e lo spazio

» 53

Siamo sue creature Umiltà e adorazione

» 59

Perché vi preoccupate? La fiducia in Dio

» 70

La tenda di Dio in mezzo agli uomini Il monastero, luogo di incontro e di accoglienza

» 79

L’inizio di un mondo nuovo Il cielo e la creta

» 87


Indice 141

Parte seconda CERCARE DIO PER RITROVARE SÉ STESSI Una santa inquietudine Storie di vocazione monastica

p. 98

La tenda di Dio in mezzo alla città In cerca di un abbraccio

» 114

Lettere dal carcere La libertà sta nel cuore

» 125

Parte terza COMPAGNE DI VIAGGIO Madre Maristella dell’Annunciazione

» 132


144

parte terza: compagne di viaggio

Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinchĂŠ appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi. 2 Cor 4,7


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