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Guardati o perduti. Ragazzi in cerca di uno sguardo (Domenico Fabio Tallarico)

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DOMENICO FABIO TALLARICO

Guardati O PERDUTI

Ragazzi in ceRca di uno sguaRdo

prefazione di daV ide rondoni postfazione di M atteo se V erG nini

Era necessario che l’eroico diventasse normale, quotidiano, e che il normale, quotidiano diventasse eroico.

San Giovanni Paolo II

We were made to be Nothing more than this Finding magic in all the smallest things.

Ed Sheeran, Celestial

libro appartiene a ____________________________________

Questo

GUARDATI O PERDUTI

Ragazzi in cerca di uno sguardo

Diario e riflessioni di un prof

Prefazione di Davide Rondoni

Postfazione di Matteo Severgnini

Pubblicare è dare alla luce.

Desideriamo mettere in luce parole che accompagnino le persone nella vita.

Questa è la responsabilità che abbiamo come editori.

Libri compagni di viaggio.

Nella collana Il villaggio dell’educazione

Elena Mazzola

Soggetti che si incontrano. Come e perché insegnare la letteratura oggi

Un metodo

Silvio Cattarina

Silenzio, ragazzi, passa il treno. Gioia, compagna di viaggio della vita

Maurizio Botta, Andrea Lonardo

Adolescenti inafferrabili. Un itinerario per proporre la fede

Educazione e nuove tecnologie. La questione dell’umano

A cura di Elisa Buzzi, Paola Priori

Domenico Fabio Tallarico

Guardati o perduti. Ragazzi in cerca di uno sguardo

Diario e riflessioni di un prof www.itacaedizioni.it/guardati‑o‑perduti

Prima edizione: aprile 2026

© 2026 Itaca srl, Castel Bolognese

Tutti i diritti riservati

ISBN 978‑88‑526‑0841‑4

Col nostro lavoro cerchiamo di rispettare l’ambiente in tutte le fasi di realizzazione, dalla produzione alla distribuzione. Questo libro è stato stampato su carta certificata FSC® per una gestione responsabile delle foreste. Stampiamo esclusivamente in Italia con fornitori di fiducia, riducendo così le distanze di trasporto.

Stampato in Italia da Mediagraf, Noventa Padovana (PD)

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Prefazione

«Lei è l’unico…». Fa quasi male leggere una frase del genere. La dice uno dei ragazzi (e la tacciono in tanti) che sono i veri protagonisti di queste pagine. «… l’unico che mi ha guardato in faccia». Fa male pensare che un ragazzo lo possa dire a un prof della sua scuola. E anche se fosse una esagerazione, l’iperbole di un momento, non è esagerato il senso di malessere che tale frase esprime. Non è esagerato l’abisso da cui proviene. Lì, tra quelle aule, avendo in mente e nel cuore quell’abisso, si muove il professor Tallarico, Talla per gli amici di lunga data come il sottoscritto, che si onora di avventure comuni. Uno speleologo, insomma, il prof, un minatore. Un viaggiatore su mappe strane. A volte un equilibrista su fili sottilissimi e tesi ad alta quota.

A metà tra il taccuino di viaggio e il quaderno di impres sioni e idee sulla scuola, questo libro raccoglie la pluriennale esperienza di Domenico F. Tallarico. E offre non solo il diario di tanti incontri, colloqui e sorprese (e dolori e gioie). Si tratta di un libro che chiamerei di pensiero in azione. Di metodo in gioco. Insomma, per usare una parola che nel modo romagno‑ lo di dire indica il pensiero stesso, una certa sanità di mente, direi che il libro mostra un “giudizio in atto”. E il giudizio è quello di chi mette gli occhi nell’abisso, non lo censura, non lo tratta come una pozzanghera, non ritiene di sistemarlo gettan do due pugni di ghiaia fatta da discorsini e lezioni. Il giudizio o ha a che fare con l’abisso oppure non è un pensiero, è una

scatolina, un fiocchetto, una piccola cosa scontata. È vuota retorica. Tutte cose che con i ragazzi non funzionano.

Da tale tipo di giudizio, nasce il metodo abissale del prof che non ha paura di portare i suoi a far lezione al mare, di invitarli con lui in montagna, di fermarsi ad aspettarli. O di mettersi apposta a un tavolo perché sa che di lì passano.

Sa, il prof, che all’abisso di amarezza e anche di dolore di certi ragazzi che ha sotto gli occhi, alla loro abissale spesso scomposta voglia di vita, a quel desiderio d’esser vivi che a volte li porta a stare scomodi o male pur di sentirsi in qualche modo vivi, può rispondere solo un altro Abisso, la cui luce incendia dalla prima notte ogni notte le stelle.

Sa che compito supremo di un adulto che genera è indicare i segni della grande eterna generazione, e mostrarli a ogni ge nerazione successiva alla propria. Altro compito più alto non c’è. Il resto che si trasmette – nozioni, comportamenti, attitu‑ dini – senza quella esperienza di generazione rischia di finire appeso al nulla. E cadere, come vediamo che spesso cade.

Per questo rinnovare un senso creaturale nei ragazzi, ovvero il senso di venire da una benedizione e averla addosso, insom‑ ma avere alle spalle sempre qualcosa, qualcosa che ti conferma che vai bene come sei – e dunque non cercare ansiosamente a ogni passo una conferma – è il compito rivoluzionario di questi anni. Amore, amicizia e perdono: solo queste esperienze rinnovano il senso d’esser creatura voluta e amata, e non un nulla, uno schizzo di vita perso nel mondo che, per riuscire a campare, cerca ansiosamente in specchi, relazioni e prestazioni un ok, un “sei passabile”, un “dài, non sei male”.

«Lei è l’unico…». Occorre incontrare almeno uno sguardo che ti osservi come un bene a prescindere, un bene che non viene negato da nessun difetto, errore o pena.

Una creatura bella, buona.

L’ansia che invade il mondo giovanile non viene da quanto viene indicato in cause sociali o di costume, ma da quanto a volte si tace dentro a perifrasi, dentro a discorsi poco coraggiosi.

Dentro a perifrasi in cui si cela la ammissione di aver sbagliato per secoli nella lettura dei fattori più importanti della natura umana. L’ansia, infatti, dipende dal venir meno di un senso religioso, cioè creaturale, dell’esistenza.

Troppo spesso ascolto frasi fatte, analisi comode, ripetizio ni di schemi. Discorsi parareligiosi, ma ammantanti di laici‑ smo per paura di farsi ridere dietro nei salotti dei media e delle Accademie. E sociologismi ridicoli, psicologismi quasi colpevoli. E invece…

E invece… «Bisogna essere curiosi di questi ragazzi». Ecco la frase fucilata che ci sorprende nel cammino, seguendo le strane mappe del metodo abissale di Tallarico. Come diceva un saggio e simpatico santo: i ragazzi hanno solo un problema, ovvero gli adulti. Infatti, nulla è più pesante e tragico per la cartilagi ne della speranza, del desiderio, della vitalità di un ragazzo che l’animo da curatori fallimentari che hanno troppi adulti, delusi da sé stessi avendo riposto la speranza, appunto, in sé stessi.

Sotto questo aspetto, la società in cui viviamo, nonostante le paillettes o le fasce tricolori con cui si travestono gli adulti, specie nei momenti di spettacolo o in quelli ufficiali che de‑ dicano ai ragazzi, mostra un volto terreo. E nessun segno di vera curiosità.

Troppi adulti hanno trasferito l’antipatia, la scontentez‑ za che provano per la propria vita sui ragazzi che vengono dopo di loro. E non essendo più curiosi della “propria vita”, spesso consumata tra piaceri fuggevoli e dolori nebbiosi, non lo sono nemmeno di quella fiamma di vita, oscura e lucente, che brucia nei giovani. Se non sei una interessante creatura, se non ti ha generato un bene, perché dovrei esser curioso di te? Per soddisfare finezze esotiche? Per sfruttarti eroticamente o economicamente?

Solo per un sospetto di bene possibile si può viaggiare. Solo il tesoro fa cercare con curiosità. La curiosità del bene muove la curiosità verso gli altri. Chi si metterebbe in viaggio per andare in un posto senza sperare, per quanto confusamente, di trovare

un possibile bene per sé? Se gli altri sono l’inferno, come diceva un filosofo comunista molto in voga, maestro di tanti mae stri attuali, perché mai dovrei esserne curioso? L’importante è che questi ragazzi non sporchino, non facciano cosacce, non disturbino. Se si sfregiano o si accoppano, lanciamo qualche fuggevole strillo con i medesimi occhi attoniti della mucca che vedendo passare il treno si chiede: “Ma che fenomeno è?” per poi tornare tranquillamente a ruminare banalità…

Scuole brutte, brutte scritte burocratiche, libri scolastici orridi, procedure insensate, paure da regime poliziesco, pro‑ fessori ormai trattati come schiavi in cambio di un pasto caldo assicurato tutti i mesi: lo spettacolo che per molte ore, tutti i giorni, si offre ai nostri ragazzi è desolante. E come ricordava Charles Baudelaire, poeta degli abissi, le crisi di una civiltà non si devono anzitutto a rovesci economici o politici, ma «all’avvilimento dei cuori».

Questo libro racconta una allegra feroce opposizione a tale avvilimento. Una risposta, anzi una proposta fatta di incontri, dialoghi, attenzioni al dettaglio. E perciò mentre assume il valore di un documento politico, al tempo stesso commuove e trascina. Del metodo abissale di Tallarico c’è bisogno. Come del pane.

Prima parte DIARIO

Entrare in classe per la prima volta è sempre un’esperienza travolgente, nel bene e nel male.

In una prima mi sono accorto che otto ragazzi su dieci era‑ no stranieri e soprattutto non avevano idea del motivo per cui fossero a scuola.

In un’altra prima, dopo essermi presentato, una ragazza (sveglia e che non fa religione) mi ha chiesto: «Lei perché crede in Dio? Tutti quelli che credono lo fanno perché sono nati in una particolare nazione con una particolare religione».

Le chiedo cosa significhi per lei essere religiosa e le spiego cosa significa per me. Essere andato questa mattina al mare e aver visto la bellezza della luce e del temporale ha suscitato in me una domanda sulla bellezza e sul suo senso profondo, come il fatto di andare a messa tutti i giorni, se riesco.

Poi le dico anche che non sono religioso perché i miei lo erano, e che alla sua età anche io non avevo idea di chi fosse Dio. Le rispondo che si può essere cristiani solo se si incontra Gesù nella propria vita, e a me è accaduto.

Alla fine dell’ora, dopo la chiacchierata insieme, si avvicina e mi dice: «Prof, i miei genitori si sono sbagliati e hanno comprato anche il libro di religione (io le avevo detto che non l’avremmo usato molto). Posso rimanere in classe durante la sua ora?».

«Come si fa il segno della croce?»

«Come si fa il segno della croce?»

La scuola è cominciata con la solita stanchezza, aumentata anche dal caldo che in zona mare – insegno a Cesenatico – si trasforma per i ragazzi in desiderio di uscire e continuare le vacanze.

Ma qualcosa è diverso con alcuni alunni che quest’anno hanno partecipato alla vacanza di Gioventù Studentesca. Tornati a scuola, iniziano a cercarmi nei corridoi. «Prof, come stai?»; «Sai che è finita la storia col ragazzo conosciuto in vacanza?»; «Prof, che cos’è il gruppetto settimanale del raggio?»; «Il prossimo anno dove andiamo in vacanza?», ognuno con la propria libertà e con il proprio desiderio di continuare quello che è accaduto durante l’estate.

Poi cominciano i gruppetti ed è l’occasione per invitare tutti. Al primo raggio, vengono anche molti primini; mangiamo piadine e poi leggiamo Il senso religioso. Nessuno dei più piccoli capisce qualcosa, ricominciamo a leggere e cerchiamo insieme di capire cosa c’entri quel testo con la nostra vita. Pian piano vengono fuori domande e racconti, ognuno si sente libero di poter intervenire: la difficoltà di cominciare in una nuova scuola, la paura della guerra. Alla fine affidiamo tutto alla Madonna con una preghiera e ci salutiamo.

Dopo che sono andati via tutti, torna da me un mio alunno, Gianluca. È un ragazzo generoso; durante l’alluvione ogni giorno aveva dato tutto sé stesso per aiutare gli altri, va in palestra e gli piace pescare. Mi dice: «Prof, mi puoi insegnare come si fa il segno della croce?».

Seconda parte

La quotidiana sfida educativa

Riflessioni e articoli

La realtà, con le sue domande e provocazioni, non mi lascia mai tranquillo. Ogni fatto, anche piccolo, mi chiede di dare un giudizio, di andare oltre l’abitudine e di ricordare il perché delle mie scelte.

A scuola questo è ancora più evidente: non è solo un luogo di compiti e ruoli, ma lo spazio in cui una persona viva incontra volti, attese, problemi e difficoltà. Proprio lì, nella vita di tutti i giorni, la possibilità di testimoniare qualcosa di vero diventa non solo una sfida, ma anche un’occasione.

Per questo, spesso, quando rientro a casa dopo una giornata di lavoro sento il bisogno di fermarmi, mettere ordine nei pensieri e trascriverli. Poi mi accorgo che ciò che ho scritto può diventare un aiuto nel dialogo con alcuni amici e così invio questi testi a qualche giornale online, nella speranza che siano una provocazione positiva, capace di suscitare gesti di bene e di bellezza verso i più giovani.

Un virus diffuso: la solitudine

Un virus diffuso: la solitudine

Le conseguenze del Covid forse non sono state guardate fino in fondo, soprattutto per quello che ne è seguito per gli adolescenti. Dopo il virus si è diffuso un contagio ancora peggiore che sta facendo ammalare i nostri ragazzi: si chiama solitudine. Ricordo bene i giorni della pandemia, già lì vedevo i primi segnali. Quando si accendevano le telecamere anche solo per qualche secondo, all’appello vedevo volti tristi e soli; spesso mi chiedevo cosa si potesse fare per loro, per alleviare quella solitudine. Come a scuola bisognava essere creativi e ho fatto alcuni tentativi, prima la “carità virtuale” per aiutare quegli alunni che non riuscivano a collegarsi o impostare software e hardware per seguire le lezioni, poi l’idea di un appello diverso.

Mi collegavo cinque minuti prima dell’inizio della lezione, lasciavo il microfono acceso e mettevo della musica a tutto volume, come Buongiorno a te o Voglio vivere così, cantate da Pavarotti. Quando gli studenti si collegavano, erano spesso sorpresi e incuriositi, e qualcuno iniziava a sorridere. Alcuni mi chiedevano quale sarebbe stata la canzone della settimana successiva, e io rispondevo: «Sorpresa». Alla fine della lezione alcuni si fermavano a chiacchierare sui videogiochi che stavano usando durante le lezioni degli altri prof a telecamera spenta; mi raccontavano di tutto, ed era un modo per rimanere vivi. Suscitare l’attesa di una lezione era un modo per provare a far rimanere vivi questi ragazzi in un momento buio.

Il giorno di Pasqua ho proposto a tutti i miei alunni di trovar-

si a giocare insieme con un quiz; si sono collegati in cinquanta, poi il suggerimento di film e canzoni per riflettere insieme e la possibilità di rimanere in contatto su WhatsApp o Classroom.

Nei giorni successivi una mamma mi scrisse: «Caro Prof, sono Elisa, la mamma di Marco di prima, la volevo ringraziare perché con le sue lezioni online e con gli splendidi messaggi WhatsApp che manda ai ragazzi tiene vivo in loro l’entusiasmo e la voglia di comunicare; grazie prof con tutto il cuore, un abbraccio virtuale a lei e a tutta la sua famiglia da tutti noi».

Un alunno invece mi scrisse: «Ciao Prof, volevo ringraziarti perché quando anche i miei genitori hanno concluso il loro lavoro quotidiano, organizziamo qualcosa da fare tutti insieme come un gioco di società o un “film di Talla” da guardare o una torta da cucinare».

Ricordo bene a maggio 2020, alla fine del lockdown, la telefonata di una mamma di un’alunna di terza che mi raccontava come avesse salvato la figlia che stava buttandosi dal balcone di casa. Lo ricordo come l’inizio di questa nuova pandemia fatta di solitudine e dolore da cui non siamo più usciti; quando ho chiesto alla mamma perché avesse chiamato me e non la scuola lei mi ha risposto: «Di lei avevo il numero, della scuola no». Ecco, forse il primo compito di noi insegnanti è esserci, non fuggire.

Spesso come insegnanti ci lamentiamo di avere ragazzi difficili da educare, genitori invadenti, classi rovinate immaginando di poter educare soltanto in circostanze ottimali, ma se c’è una cosa che mi ha insegnato la pandemia è che si educa sempre, in ogni circostanza della vita, anche le più difficili.

L’educazione è una delle espressioni più alte della carità cristiana.

Educare è un atto di speranza, quell’opera – tanto misteriosa quanto reale –di «far fiorire l’essere, […] è prendersi cura dell’anima»

come si legge nell’Apologia di Socrate di Platone.

Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione.

XIV

Leone

Il diario e le riflessioni raccolte in queste pagine nascono dal rapporto quotidiano di un prof con i ragazzi. Meglio di tante analisi, esse fanno comprendere il disagio che essi vivono, espressione di un bisogno profondo: quello di essere guardati.

Le crisi di una civiltà non si devono anzitutto a rovesci economici o politici, ma «all'avvilimento dei cuori». Questo libro racconta una allegra feroce opposizione a tale avvilimento. Una risposta, anzi una proposta fatta di incontri, dialoghi, attenzioni al dettaglio. Mentre assume il valore di un documento politico, al tempo stesso commuove e trascina.

C'è bisogno di una comunità educante, un insieme di adulti che condividano la vita come cammino alla scoperta dell’indispensabile.

Domenico Fabio Tallarico (Svizzera, 1974) è laureato in scienze politiche e in scienze religiose. Educatore e formatore, insegna religione cattolica nelle scuole secondarie di secondo grado. Da settembre 2024 è rettore delle Scuole del Sacro Cuore di Cesena e da gennaio 2026 responsabile della pastorale scolastica per la diocesi di Cesena-Sarsina.

€ 15,00

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