IL GRANDE NARRATORE DEL «SECOLO RUSSO» ALEKSANDR ISAEVIČ SOLŽENICYN 1918-2008
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IL GRANDE NARRATORE DEL «SECOLO RUSSO» Mostra fotografica per il 100° anniversario di Aleksandr Isaevič Solženicyn Progetto originale Agenzia federale russa per la stampa e le comunicazioni Assessorato alla Cultura di Mosca Centro di ricerca sull’emigrazione russa “A.I. Solženicyn” a cura di: Galina A. Tjurina progetto grafico: Erik I. Belousov, 2018
Edizione italiana a cura di Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori Ultreya Università degli Studi di Milano Con la consulenza di Elda Garetto e Sergio Rapetti Con il contributo di Regione Lombardia Traduzioni dal russo Daria Rescaldani Editing e impaginazione Ultreya Si ringraziano Giovanni Baule Michela Bettiza Maurizia Calusio Clorinda Galasso Clara Strada Janovič e Olga Strada Fondazione Corriere della Sera Gariwo, la foresta dei Giusti
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Il grande narratore del «secolo russo» Aleksandr Isaevič Solženicyn 1918-2008 www.itacaedizioni.it/solzenicyn-1918-2008 Prima edizione: agosto 2018 © 2018 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0566-6 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Realizzazione: Ultreya, Milano Stampato nel mese di agosto 2018 da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC) Si rimane a disposizione per eventuali aventi diritto che non è stato possibile reperire
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INTRODUZIONE di Sergio Rapetti
«Questa non è più storia della letteratura – è storia della Russia» ha esclamato Sergej Averincev, grande letterato e accademico, rievocando l’assedio dei concittadini ai chioschi di giornali per procurarsi una copia del presto famoso e subito introvabile «Novyj mir» del novembre 1962 contenente Una giornata di Ivan Denisovič. E c’era tra essi un uomo, osserva Averincev, che non riuscendo a nominare correttamente la testata della rivista, insisteva tuttavia con l’edicolante: «– Quella, quella dove è scritta tutta la verità! – E lei capiva ciò che intendeva…». Il tema del racconto era «una giornata ordinaria» del detenuto Ivan Šuchov, nella cui condizione si erano rispecchiati milioni di condannati innocenti al GULag, rilasciati dopo la morte di Stalin, e le loro famiglie, e le famiglie di chi dalla prigionia non era tornato. In Russia, concetti come romanzo di idee, ruolo e importanza dello scrittore e del poeta nella società sono radicati e interiorizzati da secoli, almeno dagli inizi della letteratura moderna in quel Paese. Per le circostanze della sua vita, assai tribolata ma proprio per questo tale da consentirgli di costruire sul vissuto personale opere veridiche e significative capaci di parlare al cuore e all’intelligenza di generazioni di donne e uomini come lui, coinvolti nelle drammatiche vicende che hanno segnato l’intero XX secolo russo, Solženicyn è quanto a ruolo e importanza uno scrittore unico. Intanto, nascendo nel 1918 «manca di poco» il fatidico 1917 per essergli del tutto coetaneo. E in un’opera giovanile Ama la rivoluzione! lui e alcuni suoi compagni di studio se ne dolgono: e si daranno tutti a rincorrere gli eventi che precipitano nella guerra contro l’invasore tedesco, per esserci finalmente, di persona, stavolta sul fronte di una battaglia mortale in difesa della patria. E il giovane volontario Solženicyn sognava allora la Rivoluzione mondiale che, ricacciato l’invasore, si dedicasse a portare la
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felicità agli altri popoli. Ma nel frattempo, da coscritto qualsiasi di fanteria, incontra davvero il proprio di popolo, ne conosce la sottomissione e cinica abulia indotte dall’oppressivo regime vigente, e si vota al suo riscatto. In un secondo momento, ormai comandante di batteria pluridecorato al valore, durante la vittoriosa controffensiva che arriverà a Berlino, viene arrestato all’inizio del 1945 per critiche a Stalin in lettere private. Diventa in tal modo, sono parole sue, «uno dei testimoni e vittime dell’infinitamente crudele secolo russo». Sarà liberato e riabilitato nel 1953. Ma allora e dopo, in un nascondimento quasi ventennale, perfeziona il proprio talento letterario e lo fa per gran parte del periodo in condizioni estreme: da detenuto affidando a foglietti occasionali appunti poi mandati a memoria e via via distrutti e migliaia di versi direttamente memorizzati e ripetuti, per fissare i momenti salienti di quella storia veridica che si ripromette di presentare un giorno – chissà? – ai propri connazionali. E continuerà questo lavoro nonostante una grave malattia e ristretto nella condizione di «esiliato a vita». La fama che gli arride nel 1962, grazie alla «finestra» che si è aperta con la temporanea «destalinizzazione» e il «disgelo» in campo letterario, nonché il sostegno della moltitudine di lettori che hanno riconosciuto in lui quel fratello che «ha scritto tutta la verità», lo incoraggiano nella realizzazione di due grandi romanzi, che a lungo cercherà invano di rendere accettabili per la censura vigente nel proprio paese, e infine, dell’Arcipelago GULag, affidato da subito alla circolazione clandestina nel samizdat e pubblicato solo all’estero, come infine gli altri due romanzi, Il primo cerchio e Divisione cancro. Arrestato ed espulso dall’urss nel 1974, all’estero continuerà a dedicarsi soprattutto al lavoro su una colossale opera storico-letteraria intitolata La ruota rossa, dove la rappresentazione fattuale di eventi e protagonisti della storia russa dal 1914 fino all’aprile 1917 restituisce con efficacia anche letterariamente apprezzabile il punto di avvio di quella catastrofe nazionale che si sarebbe scatenata con l’Ottobre bolscevico. È stato un lavoro di dieci anni, nel Vermont dove si era stabilito, che ha accantonato solo per memorabili interventi riguardanti stavolta l’Occidente, dopo quelli che aveva formulato, ancora in Unione Sovietica, negli appelli ai «capi» e ai connazionali perché vivessero «non secondo menzogna». Egli vede l’Occidente in piena crisi di valori, frastornato e però massificato dall’incessante bombardamento mediatico della pubbli-
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cità e di notizie futili o false, dedito unicamente alla «ricerca e spensierata dilapidazione» di quanti più beni materiali possibile, nel deserto di ogni prospettiva di elevazione spirituale. Il Nobel russo lo esorta invece a dimostrarsi migliore di quell’avverso sistema «socialista» con il quale si è misurato per tutto il secolo, e ad abbandonare le bassure materialistiche che a quello lo rendono così somigliante, per «andare più in alto». Invoca insomma, come urgente, un progresso finalmente morale, che privilegi ed esalti le risorse interiori di ogni persona. Quanto a lui stesso, ricordiamo qui quella che è stata la sua prospettiva personale, alla quale attenersi in ogni circostanza, espressa in semplici versi composti nel 1953 durante la relegazione «a vita» in Kazakistan, quando lo curavano per un cancro dalla prognosi infausta: La morte non abisso, ma crinale, Erta per la quale arrampica il cammino, E contro il nero cielo estremo splende Il Bianco Sole di Dio. Ritornando nella nuova Russia postsovietica nel 1994 affronterà nuove battaglie, tornerà a scrivere racconti, ribadirà in ampi saggi e molte interviste la sua visione storica e le sue considerazioni e proposte «possibili» per il futuro. Tra le proposte più ribadite nel tempo: quando l’URSS si smembrava, l’invito ai russi, già egemoni, di cercare con spirito di «autolimitazione» di favorire la piena secessione desiderata da 12 delle 15 repubbliche (quelle a prevalenza non slava) e in campo politico-amministrativo «la democrazia dei piccoli spazi», ossia l’autogestione locale, diretta e assembleare, lì dov’era possibile, cioè nei numerosissimi centri minori sparsi sull’immenso territorio. «Dobbiamo costruire una Russia morale, o altrimenti nessun’altra, perché allora non avrebbe più importanza.» Un’utopia, certo, etico-religiosa e tradizionalista, però sicuramente non nostalgica dell’autocrazia dell’Ottocento, ma nemmeno rassegnata a ricalcare passivamente il modello occidentale, peraltro in crisi. Un’utopia comunque disarmata, poiché, dice Solženicyn, «abbiamo già imparato che l’abbattimento violento degli Stati, i colpi di mano rivoluzionari non aprono la via al radioso avvenire, ma a una rovina ancora più grave, un arbitrio e una violenza peggiori di prima».
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Ignat Aleksandrovič Solženicyn alla cerimonia al Giardino dei Giusti di Milano per la dedica di un albero e un cippo al padre Aleksandr, aprile 2011. “A Aleksandr Solženicyn. Scrittore russo ha denunciato il GULag e ha cercato di scuotere il mondo dall’indifferenza.” Archivio Gariwo, la foresta dei Giusti
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Per Aleksandr Solženicyn il radicamento nella terra natia è fondamentale: è muovendo da qui e dalla dedizione alla cultura russa e al popolo che l’ha espressa che si è sviluppata la sua narrazione letteraria e storica. Così, all’inizio di questa Mostra realizzata a Mosca nel centenario della nascita dello scrittore, i promotori dell’edizione italiana propongono al visitatore la sintetica immagine del paese-continente lungo i cui tormentati itinerari si è dipanata la leggendaria esistenza dell’autore di Una giornata di Ivan Denisovič e dell’Arcipelago GULag, fino al dramma della forzata espulsione e il ventennale esilio. Ai dodici pannelli della Mostra del Centro di ricerca russo che seguono sono stati aggiunti alcuni pannelli finali dedicati alla fortuna dello scrittore in Italia: anche nel nostro paese il suo magistero letterario, applicato a temi di portata universale, e l’esempio morale hanno trovato un pubblico di affezionati lettori, studiosi ed estimatori.
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TAPPE DELLA VITA 1918, 11 dicembre Aleksandr Solženicyn nasce a Kislovodsk 1936 termina gli studi superiori a Rostov-sul-Don 1941 si laurea in matematica e fisica all’Università di Rostov 1941-1945 servizio nell’Armata Rossa, da soldato semplice а capitano 1945, 9 febbraio arrestato al fronte, a Wormitt (oggi Orneta) per aver criticato Stalin in lettere private 1945, 7 luglio condanna a 8 anni di lager ai sensi dell’art. 58, c. 10, 11 («propaganda e attività controrivoluzionaria») 1953 scontata la condanna detentiva è inviato al confino «a vita» nel villaggio di Kok-Terek, regione Džambul’, Repubblica Sovietica del Kazakistan 1953-1956 insegna (matematica e fisica) nella scuola superiore di Kok-Terek, viene curato nell’ospedale oncologico di Taškent 1956, aprile annullata la sentenza di condanna per l’articolo 58 1956, giugno ritorna in Russia dal Kazakistan 1956-1957 insegna nella regione di Vladimir, abita a Mil’cevo, nella casa di Matrjona 1957-1962 insegna nella Scuola n. 2 di Rjazan’ 1959, maggio-giugno scrive Una giornata di Ivan Denisovič 1962, novembre Una giornata di Ivan Denisovič esce sulla rivista «Novyj mir» 1963, gennaio «Novyj mir» pubblica i racconti La casa di Matrjona e Alla stazione 1965-1968 scrive Arcipelago GULag 1967, maggio lettera aperta al Congresso dell’Unione degli scrittori 1968 i romanzi Divisione cancro e Il primo cerchio circolano nel samizdat e poi sono pubblicati in Occidente 1969, novembre Solženicyn è espulso dall’Unione degli scrittori 1970, ottobre è insignito del Premio Nobel per la letteratura 1970-1973 nascono i suoi tre figli 1973, agosto il KGB sequestra il manoscritto di Arcipelago GULag 1973, dicembre esce a Parigi il primo tomo di Arcipelago GULag 1974, febbraio Solženicyn è arrestato, privato della cittadinanza ed espulso dall’URSS 1975-1989 scrive e pubblica i volumi La quercia e il vitello, La ruota rossa, oltre ad articoli e saggi 1989 verso la fine della perestrojka inizia la pubblicazione delle opere di Solženicyn in patria 1990 esce il saggio Come ricostruire la nostra Russia? Solženicyn ritorna in patria 1994, maggio 1994-1998 viaggia molto per tutta la provincia russa 1998 pubblica il volume La Russia nella valanga pubblica Racconti-Dittici, Collezione letteraria, Duecento anni 1995-2008 insieme, Il chicco è finito tra due macine: saggi dall’esilio, e testi di attualità 2008, 3 agosto muore nella sua casa di Troice-Lykovo, sobborgo di Mosca 2008, 6 agosto è sepolto nel cimitero del Monastero Donskoj a Mosca
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