A Viola, Rachele, Stella, perchĂŠ spero che un giorno, leggendo queste pagine, possano capire la grandezza di quello di cui sono state testimoni quando erano piccole
Silvia Fasana
GIACOMO
il mio piccolo missionario A cura di Antonio Tombolini
Tutti i diritti d’autore del mio libro verranno devoluti al «Neonatal Comfort Care Program» del Morgan Stanley Children’s Hospital di New York, dove lavora la nostra amica dottoressa Elvira Parravicini. Il mio desiderio più grande è che tutte le famiglie che si trovano a vivere una situazione come la nostra possano essere accompagnate e sostenute come lo siamo stati noi.
Silvia Fasana Giacomo, il mio piccolo missionario www.itacaedizioni.it/giacomo-mio-piccolo-missionario Prima edizione: giugno 2017 © 2017 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0528-4 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Grafica di copertina: Andrea Cimatti Foto di copertina: Dora Di Nunno Stampato nel mese di giugno 2017 da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)
Presentazione 5
Presentazione
2014, tre ore d’auto, Bologna: prima stazione. 2016, sei ore d’aereo, Dubai: seconda stazione. Homo viator. Sono andato. Per incontrare (sempre in compagnia di altri amici) due madri – Natascia e Silvia – unite da un unico nome: Giacomo, Giacomo I il rivoluzionario1 e Giacomo II il missionario2, in terra italiana e in terra araba. 19 ore di vita il primo, 8 il secondo. Questo libro racconta le 8 ore infinite, le 8 ore d’Infinito del secondo. Dalla narrazione pacata delle prime pagine si passa quasi impercettibilmente a uno stile epistolare, più convulso: uno scambio serrato tra la mamma e il bambino in grembo, dove tutto però è come afferrato in un abbraccio, senza confini di tempo e di spazio. Dove c’è posto per la paura e per la certezza, per le lacrime e per il sorriso, ma soprattutto per la pace. Ma quale pace? E da dove viene questa pace? Caro Giacomo, come si fa a tornare a vivere dopo una cosa così? Come si fa a riprendere la vita quotidiana, fatta di mille cose, di piccole e grandi sfide, di incontri, di circostanze…? Come si fa ad affrontare il vuoto immenso che sento ogni giorno?
Cfr. Francesca Mortaro, Giacomo, il rivoluzionario, Tracce.it, 16 aprile 2014. Così suor Rachele, figura chiave di questa avventura in Dubai, amava insistentemente definire il bimbo nel grembo di Silvia: «il piccolo missionario». 1 2
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Come si fa a guardare in faccia le tue sorelle e a dir loro che sei in paradiso? Come si fa a stare con gli amici quando non faccio altro che pensare a te? Come si fa a star di fronte a tanta gente che mi parla di cose stupide e insulse, a gente che non riesce a guardare in faccia il mio dolore? 3 Nell’immediata scia di questa sequenza, che sembra quasi dar voce al Compianto su Cristo di Giotto, prorompe la risposta: Rispondo offrendo il mio dolore al Signore. Pregando e chiedendo a te, figlio mio, a te che sei in paradiso, di intercedere per me, di sostenermi. Rispondo sbagliando spesso, arrabbiandomi e poi chiedendo perdono. […] Cerco di rispondere facendo memoria di quanto accaduto e i miei occhi hanno visto. Rispondo chiamando le amiche, ringraziando per come la tua presenza ancora cambia i cuori di tante persone, ringraziando gli amici che vengono a trovarti al cimitero. Ringrazio. Ringrazio sempre il buon Dio per averci donato la tua vita, la possibilità di battezzarti. Di abbracciarti e di accompagnarti 4. Lo sguardo è cambiato dal riconoscimento di Qualcuno che supera il dolore stesso, con una lucida e profonda pacatezza degna di Emmanuel Mounier, così come viene citato da don Roberto Verga nell’omelia al funerale di Giacomo5:
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Vedi qui «Parte prima. Il diario», pp. 83-84. Ivi, pp. 84-85. Giovedì 3 marzo 2016, nella chiesa di Saint Mary a Dubai. Ivi, pp. 79-81.
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Possiamo allora dire che questi drammatici giorni sono «giorni pieni d’una grazia sconosciuta». Concludo ancora con le parole di Emmanuel Mounier scritte alla moglie, per la sua bambina gravemente malata: «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, […] e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia»6. E tutto ciò di fronte a una cultura e a un mondo, quello degli Emirati Arabi, in cui questa sfida ai “protocolli” per far nascere un bambino affetto da anencefalia è stata una reale testimonianza, assolutamente non ideologica (come peraltro era avvenuto anche in Italia per Giacomo I: «Non si tratta di fare una battaglia di valori, ma di guardare all’esperienza: che cosa corrisponde di più?»7). Testimoni grati e stupiti sono infine gli amici, nell’ultima parte del libro, che in forme diverse raccontano il modo in cui hanno percepito il segreto di questa umana avventura vissuta da Silvia, Roberto e le loro tre bambine; il filo rosso, di un rosso ardente del fuoco di quel sì, di quel monosillabo (che compare ben venticinque volte in tutto il testo) ora balbettato, ora sussurrato, ora urlato. Per dire sì a una misteriosa chiamata, davanti alla quale il no porta inevitabilmente alla disperazione. E alla solitudine. Silvia non è certo rimasta da sola; per riprendere la metafora iniziale, ha scelto e ha trovato diverse donne come compagne di viaggio, secondo una presenza fisica, epistolare o anche avvolta d’eternità: suor Rachele, Natascia, Elvira, Chiara Corbella8, per citarne solo alcune. 6 Emmanuel Mounier, Lettere sul dolore. Uno sguardo sul mistero della sofferenza, a cura di Davide Rondoni, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2011, pp. 61-62. 7 Francesca Mortaro, Giacomo, il rivoluzionario, cit. 8 Cfr. Simone Troisi, Cristiana Paccini, Siamo nati e non moriremo mai più. Storia di Chiara Corbella Petrillo, Edizioni Porziuncola, Assisi 2013.
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È stata questa, dunque, l’avventura terrena di Giacomo Avallone; una delle etimologie del suo nome di battesimo risale all’aramaico Jaakob, che significa “seguace di Dio”, di un Dio che si rende visibile, attraverso volti, persone, “momenti di persone”, un divino che passa realmente attraverso l’umano. Giacomo interpella, ricorda, richiama, insegna a riconoscere e a seguire queste tracce, queste orme di un Mistero nascosto ma presente nel mistero della vita umana. A.T.
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Prefazione
«Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15,55). Queste parole di san Paolo mi sono risuonate nel cuore e nella mente mentre leggevo le pagine del libro su Giacomo e la sua famiglia. Tutta la storia narrata è infatti una presa sul serio di questa domanda. È possibile che la morte non sia l’orizzonte ultimo che definisce la vita? Si può stare davanti al dolore senza farsene schiacciare? Questa sfida Roberto e Silvia, insieme alle loro bambine, Viola, Rachele, Stella, l’hanno presa sul serio. Insieme non hanno evitato la domanda pienamente umana: perché? Perché ci è accaduto questo? Perché un figlio così? Non hanno cercato consolazione in risposte formalmente anche vere – «È volontà di Dio… bisogna accettare…» – ma esistenzialmente incomprensibili, a meno di rinunciare al grido del proprio cuore. Hanno vissuto la realtà, la realtà della presenza di Giacomo. Lui c’era, c’è. Hanno vissuto integralmente il dono della vita di Giacomo. Accettando un figlio come una domanda aperta, tutta la vita attorno a Giacomo è fiorita e le lettere del libro lo testimoniano. Lettere che dicono come l’amicizia, la compagnia non sono fatti per consolare, ma sono dati per non distogliere lo sguardo, per continuare a guardare, tesi, quella presenza misteriosa – cioè segno del Mistero – nella vita, che era ed è Giacomo, a guardare al dono che lui, come ogni figlio, è.
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Giacomo ha vissuto e fatto vivere. Giacomo vive e fa vivere con questa tensione nel cuore. Silvia e Roberto, come genitori, hanno accompagnato ed educato Giacomo al suo destino e si sono lasciati educare da lui nel rispondere consapevolmente al proprio compito di genitori. Hanno fatto veramente i genitori, perché questo è il compito di un genitore: portare il proprio figlio davanti al Destino, a ciò per cui è fatto e poi, fermarsi, consapevoli che quel figlio, ogni figlio, è fatto per un Altro. Hanno accompagnato Giacomo a Gesù. La morte non ha vinto perché Giacomo, Silvia, Roberto, le sue sorelle non hanno dovuto censurare niente, né dolore, né contraddizioni, né crisi, né fatiche, ma hanno potuto domandare tutto. E la risposta è stato il dono di un figlio, per otto ore consapevolmente accompagnato al pieno compimento della vita: un Incontro. La risposta alla sfida della morte certa, lì presente, è stata ed è il generarsi di una vita intensa, umana, leale con la realtà e il proprio cuore. Per questo vale la pena di leggere queste pagine, perché testimoniano come la vita è un dono sempre, e che il prendere sul serio tutto il desiderio del proprio cuore non è una fregatura, anzi! Don Andrea Messaggi
grato a Gesù per aver avuto il dono di accompagnare Giacomo e la sua famiglia