Skip to main content

Figli dei figli (Marina Corradi)

Page 1

Marina Corradi

Figli dei figli


Ai miei silenziosi collaboratori


Itaca ringrazia «Avvenire» nella persona del direttore Marco Tarquinio per aver autorizzato la pubblicazione degli scritti dell’autrice per la rubrica «Figli dei figli».

Marina Corradi

Figli dei figli

www.itacaedizioni.it/figli-dei-figli Prima edizione: febbraio 2019 © 2019 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0583-3 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Cura editoriale: Cristina Zoli Grafica di copertina: Andrea Cimatti Stampato nel mese di febbraio 2019 da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)


Marina Corradi

Figli dei figli


Introduzione Fin da bambina mi affascina la libertà sovrana dei ricordi: la forza e la pressione con cui un momento del passato può tornare in mente, molti anni dopo, risvegliato da un niente. Un profumo, un sapore, musica, o il viso di un estraneo che vagamente somiglia a qualcuno di caro: in una frazione di secondo il ricordo risale dal profondo, e si impone all’attenzione. Lo puoi scacciare, ma ritornerà, ostinato. Mi piace l’anarchia assoluta dei ricordi, che seguono un filo illogico e quasi mai cronologico, come se il tempo non avesse alcun potere su di loro. Così quando il direttore di «Avvenire» Marco Tarquinio quest’estate mi ha chiesto di tornare a firmare per gli ultimi tre mesi del 2018 la nostra rubrica di prima pagina, mi è venuta voglia di dare voce ai ricordi che mi si presentano insistenti in mente, caotici, dolorosi o felici. Con lo stesso disordine con cui potrei, affondando una mano nelle scatole colme di vecchie foto che custodisco in casa, estrarne a caso una manciata: sorteggiando anni diversi, che mescolano figli appena nati, fratelli, oppure, in immagini seppiate, lontani prozii che nemmeno ho conosciuto. La struttura della rubrica poi, appena 1.300 battute, quasi un’istantanea, si adattava a tradurre il flash, il lampo che è la memoria di qualcosa di lontano, che ci traversa d’improvviso. Volevo parlare di eredità di affetti. Col passare

5


degli anni vedo qualcosa che da ragazza non vedevo: il legame che tiene insieme i padri, i figli e i nipoti, le eredità che, come fiumi carsici, riaffiorano tra le generazioni, il gioco dei cromosomi che torna in un carattere somatico che pareva scomparso. Se penso a me a vent’anni, mi ricordo che credevo che sarei stata giovane per sempre. I vecchi mi parevano appartenere a un’altra umanità. Non sapevo quanto rapidamente mi sarei trovata vicina a loro: comprendendo infine che le tappe fondamentali della vita si ripetono dai padri ai figli, e che, benché il mondo attorno sia vertiginosamente cambiato, non lo sono poi tanto le nostre domande radicali: amore, amicizia, maternità e paternità, fiducia, amicizia, domanda di speranza, ricerca di Dio. Allora in certe vecchie fotografie dei miei nonni ho imparato a “leggere”, e a immaginare, giacché sapevo ormai che non eravamo poi diversi, né tanto lontani. L’avere dei figli mi ha regalato un senso di maternità più ampia di quella biologica, e una maggiore capacità di immedesimazione nell’altro: ora che so, ora che ho capito che tutti siamo stati figli, fra le braccia di una madre. Quasi un germe acerbo, da me neanche riconosciuto, di misericordia: parola che in ebraico significa “amare con viscere materne”. Ho cercato di raccontare dunque, in poche righe, aneddoti familiari che si rievocano assieme a tavola, ma anche pensieri di cui invece si tace: l’attesa di una madre alla finestra, l’ansia e lo stupore di una donna gravida, il rimpianto di un padre per-

6


duto cui da ragazza non dedicavi tempo, e che ora vorresti ritrovare. Storie di nonni, padri e figli; attesa di nipoti che, forse, verranno. Perché “Figli dei figli”? Io chiesa madre di tutte le altre li guardo entrare e uscire dalle mie porte i figli dei figli di coloro che mi fecero visite e preghiere, padri di altri che saranno nei secoli … Sono versi di Mario Luzi. Anni fa «Avvenire» mi mandò più di una volta a intervistare il grande poe­ta fiorentino. Andai, piena di soggezione e vergogna: una giornalista, a importunare Luzi. Trovai però un uomo di una gentilezza di altri tempi, e di grande umanità. Dialogò con la sconosciuta cronista senza fare pesare la sua statura. In quel passo di Opus florentinum che egli stesso mi citò era la cattedrale di Firenze, Santa Maria del Fiore, a parlare di figli, e di figli dei figli. Stavo ad ascoltare, affascinata, il vecchio poeta dal volto elegante, scavato, i capelli candidi quasi come un’aureola. Un anziano angelo, mi sembrava, in quel suo studio sui tetti di Firenze colmo di libri e illuminato dal sole del tramonto. Immaginai la cattedrale che aveva visto entrare dalle sue porte migliaia di fiorentini appena nati, e poi li aveva visti venire all’altare, alle nozze, giovani e belli. Venivano con i figli in braccio, e poi a volte, negli anni, soli, invecchiati, a inginocchiarsi in un banco in fondo, con una domanda nel cuore. Infine tornavano ancora, l’ultimo giorno.

7


“Figli dei figli”, quell’espressione mi restò in mente, anello di una catena, filo che ci tiene insieme. Dentro il tempo che, come un torrente sotto la ruota di un mulino, scorre e ci fa compiere un intero giro. Poi, altri uomini ricominciano da capo. Ma non andiamo verso un nulla, come io invece, cresciuta selvatica e senza fede, pensavo, da ragazza. Il coraggio e la lealtà li ho visti in mio padre, la tensione verso la bellezza, pure dentro il dolore, in mia madre. Ma sono stati i figli bambini a insegnarmi ciò che dai padri non mi era venuto: il sentimento di essere creatura di un creatore, lo stupore di fronte alla realtà, la fede in un destino buono. Curioso: erano le certezze in cui era cresciuta Aldobrandina, la mia nonna paterna, contadina dell’Appennino parmense, donna semplice e di grande fede, che per tutta la vita andò a messa nella stessa chiesa, puntuale, la mattina alle sette. Eredità, impronta nell’anima che vedo tornata nei miei figli, i suoi pronipoti del terzo millennio (dentro una storia che tante volte è sembrata finire, e invece sempre rinasce). La seconda, breve parte del libro è inedita, e per le mie abitudini di cronista un po’ audace: segni, sogni, cose cui sono stata educata a non dare alcun peso. Benché, mi sono poi resa conto, quei sogni che la cultura positivista relega a ombre, a sciocchezze, e che Freud interpreta come pura espressione di noi stessi, nell’Antico e Nuovo Testamento sono messaggi.

8


Che, qualche volta, questo possa essere vero anche oggi? Nel pezzo che conclude questa raccolta, «L’ultima stanza», un sogno dei miei vent’anni si conclude con il desiderio di leggere uno spartito, e unirmi a un coro di sconosciuti che cantano canti sacri. Non trovo il segno sullo spartito, e un bambino me lo indica. Ma le note si trasformano in fili d’erba che spuntano da una terra nera, feconda. Decenni dopo questo sogno, nel Libro d’ore di Rainer Maria Rilke mi sono imbattuta in questi versi del «Libro del pellegrinaggio»: La grande solitudine è all’inizio, si fanno sordi i giorni, e il vento accoglie dai tuoi sensi come foglie disseccate il mondo. Il cielo – sei tu che lo possiedi – guarda tra i suoi rami vuoti; sii terra ora, e canto della sera, e patria, [che lui possa custodire … Terra, ciò che infine diventiamo. Ma terra nera, fertile, grembo di semi che nasceranno, quando verrà la loro ora. Così andando, non senza paura, verso la vecchiaia, vorrei immaginare me stessa. Questo vorrei restare nella memoria dei figli dei miei figli, quando si ricorderanno – e la sola espressione è un tuffo al cuore, giacché mi pare ieri che uscivo all’una, ridente, affamata, dal liceo Parini – di una lontana nonna Marina.

9


10


Indice Introduzione 5 Il codice 11 Ogni sera 12 Soltanto una parola 13 Il rosso dei Galli Boi 14 Quei passi all’alba 15 Il tornante 16 Vertigine 17 Chi ha fatto le stelle 18 Il carro armato 19 Lettere dal fronte 20 Lei, che aspettava 21 L’incrocio dei destini 22 24 marzo 1916 23 La battaglia 24 Acciaio 25 La vita, prepotente 26 Ognuno come lui 27 Un meraviglioso giardino 28 L’arancia 29 Uscita di sicurezza 30 Il baricentro del cuore 31 Interminabile notte 32 Quando si sveglieranno 33 Io grande ormai 34 Mi immagino una notte 35 La bambina alla finestra 36 Loro non sanno 37

109


Il ragazzo del bosco 38 Treni 39 Cecilia 40 Lucetta 41 Una sera, alla Rinascente 42 Il sogno 43 Questione di eredità 44 Il trasloco 45 La pietra d’inciampo 46 Regalo di Natale 47 Neve 48 Lui ha un nome 49 La medaglia in cantina 50 Quel ragazzo al Falzarego 51 L’orma 52 Una notte di marzo 53 21 giugno 1976 54 L’invisibile agli occhi 55 Yellow submarine 56 Il crocefisso 57 Oltre la porta 58 Il tempo capovolto 59 Questa è una femmina 60 Sapone di marsiglia 61 Sul passo della Cisa 62 Il film che vorrei vedere 63 La prima carezza 64 «Ora vai!» 65 In una stanza del paradiso 66 Il mendicante 67 Una corrente inesorabile 68 Il drago sotto via Solferino 69 Tacche sul muro 70

110


Agostino 71 Impossibile, eppure 72 Il signore del Titanic 73 Aut-aut 74 L’albero di Luca 75 Un viso nell’ombra 76 La ruota 77 Sala d’attesa 78 La maschera 79 Come files su un computer 80 La bussola 81 Vigilie 82 Il testimone 83 Alle mie spalle 84 Il taglio della cesoia 85 Nascerà 86 L’ultima stanza 1  Le cose, uguali 2  Il castello 3  La radio clandestina 4  Occhi gialli di rana 5  Le loro voci 6  Il cappello da alpino 7  «Alzati, guarda» 8  L’ultima stanza

88 90 92 94 96 98 100 102

La mia crepa 105

111


Quanto a Dio, dobbiamo ricordare che l’anima è solo una cavità che Egli riempie. C.S. Lewis

112


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Figli dei figli (Marina Corradi) by Itaca Edizioni - Issuu