BENEDETTO XVI JOSEPH RATZINGER
Fatti per l’Infinito
Prefazione di Matteo Zuppi
la C ol n a
De
-Sidera
Benedetto XVI / Joseph Ratzinger
Fatti per l’Infinito A cura di Eugenio Dal Pane Prefazione di Matteo Zuppi Postfazione di Roberto Damiano Battaglia
Nelle edizioni Itaca Francesco Il contagio della speranza Andrea Bellandi Il santo è un uomo Ignacio Carbajosa Testimone privilegiato Diario di un sacerdote in un ospedale Covid
Benedetto XVI / Joseph Ratzinger
Fatti per l’Infinito
www.itacaedizioni.it/fatti-per-infinito Prima edizione: agosto 2020 © Libreria Editrice Vaticana per i testi di Benedetto XVI / Joseph Ratzinger © 2020 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0646-5 Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC) nel mese di agosto 2020 Foto di copertina: © AGF/Scala, Firenze
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Fatti per l’Infinito. Continuano a farci riflettere le profonde e intelligenti parole che hanno accompagnato il cammino del Meeting e che non solo non passano, ma ci aiutano oggi. Ringrazio di cuore Eugenio Dal Pane per offrirci questa opportunità, in un momento così doloroso, importante a causa della pandemia, che richiede interiorità, visione, umiltà, serietà. Ricordarci che siamo fatti per l’infinito ci aiuta a scegliere di vivere “bene” nel finito, precario e sofferente com’è. Il contrario è pensare che siamo fatti solo per il finito, per la terra, e che qui dobbiamo trovare la risposta a quello che cerchiamo. Aspettare tutto quaggiù dalla terra, che è semplicemente luogo di passaggio o campo di prova, però è un inganno. Scriveva san Giovanni XXIII: «Una delle illusioni più comuni è quella di stabilirci quaggiù come eterni padroni del pugno di terra su cui teniamo i piedi: di vivere e considerarci come proprietari e non come semplici conservatori di beni che sono forniti all’uomo a comune sostentamento secondo gli ordinamenti di una giustizia divina e umana. La quale, per altro, anche quando venga applicata, lascerà pur sempre in piena efficienza il precetto del Signore, che impone all’uomo di amare il prossimo in spirito di
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soave ed assoluta fraternità». Riconoscere, però, che siamo fatti per l’infinito non significa affatto vivere male il presente o scappare dal reale, proiettandosi in un mondo astratto, senza concretezza, ingenuo o privo di vita vera. Tutt’altro. È l’infinito che spiega e motiva il finito e ci aiuta ad abitarlo. Chi cerca l’infinito vive con attenzione la storia, perché non è per lui un accidente indipendente da sé, ma la vita nella quale comprende quello che non finisce. Ed è quello che tutti cerchiamo! Il Venerdì Santo, la celebrazione della Liturgia della Passione prevede una preghiera detta “universale”, che esprime davanti alla sofferenza della croce l’implorazione della comunità cristiana e di tutta l’umanità. In essa si intercede anche per coloro che non credono – e sappiamo che anche i credenti hanno sempre bisogno di chiedere, come il padre del ragazzo indemoniato «Credo; aiuta la mia incredulità!» (Mc 9,24) – riconoscendo che Dio ha messo nel cuore degli uomini «una così profonda nostalgia di te, che solo quando ti trovano hanno pace». Sì, la nostalgia di Dio di cui ogni uomo ha bisogno. Spesso sono proprio i non credenti che ce lo ricordano, disperatamente alla ricerca di un Tu che rivela la nostra tiepidezza, la scontatezza del nostro rapporto con Dio, perché essi provano l’ansia di trovare la speranza che illumina quello che altrimenti è disperante e amaro. L’idolatria del benessere addormenta i cuori di tutti gli uomini, credenti e non, alimentata dal consumismo che trasforma continuamente le pietre in pane, ma che non toglie la fame vera. Resta sempre, però, il desiderio di qualcosa che non finisca, che nutra l’anima, quel pezzo di Dio che ci fa sentire i morsi della nostalgia, in tanti modi. È appunto la ricerca di infinito, che permette di superare il limite del
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proprio corpo, della debolezza, del peccato, della sofferenza, insomma il limite stesso della vita con cui ci scontriamo ma non vogliamo riconoscere o dal quale scappiamo perché convinti di trovare l’infinito nella estensione esponenziale del nostro io. L’onnipotenza dell’io, incentivata appunto dal consumismo e dal culto del benessere, assecondata (direi sedotta) dalle infinite esperienze – a ben vedere poi pornograficamente tutte uguali – del mondo digitale, si scontra con la vulnerabilità, con la fine, con le contraddizioni, con la fragilità che schianta e fa sentire perduti. Lo abbiamo vissuto tutti durante le settimane drammatiche ma così reali della pandemia, grande immersione nella storia per una generazione che viveva chiusa in un mondo talmente “fuori dal mondo” da credere di poter vivere sani quando tutto intorno era segnato dalla malattia. Un mondo talmente fuori dal mondo da credere di poterlo sfruttare all’infinito (il proprio io diventa insaziabile quando si nutre del pane del benessere), dimenticando che la casa comune non è infinita e che deve ospitare anche quelli che non ci sono ancora ma hanno diritto a starci. Non a caso più si nutre l’io meno figli si fanno e il presente cancella il futuro. Siamo talmente fuori dal mondo da credere che le risorse siano sempre a disposizione, a seconda delle nostre necessità. In realtà è proprio vero che solo quando gli uomini trovano Dio, infinito, hanno la pace. E tante insoddisfazioni, che in modi diversi agitano il cuore delle persone, sono proprio frutto di questo mancato incontro, che poi significa anche mancato incontro con il “prossimo”. Alcuni hanno la tentazione di prendersela con gli altri, con il fratello più piccolo che si era preso l’eredità e l’ave-
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va persa vivendo da dissoluto, cioè senza legami. Appunto. Nutrendo l’io. Giudicano con la stessa crudezza del fratello maggiore, quello che ricorda con durezza al padre (come se non lo sapesse!) che “quello lì!”, quel “tuo figlio” (non vuole nemmeno nominarlo e con il quale non vuole averci niente a che fare) aveva speso tutto con le prostitute. Siamo sempre noi che pensiamo di essere diversi e che è necessario giudicare, identificare i nemici dai quali ci si sente diversi e soprattutto che non vogliamo abbiano a che fare con noi, altrimenti è tutto uguale, non si capisce più chi sta dentro la casa e chi fuori. Dimentichiamo che è nostro fratello, che siamo chiamati ad amare pure quello, anzi, che c’è più gioia per uno che ritorna alla vita! E poi a ciascuno di noi è chiesto di aiutare a salvare, perché siamo discepoli di Gesù, Figlio dell’uomo che non è venuto a condannare ma ad aprire la via del cielo perché proprio i perduti la possano trovare. E in realtà ci troviamo anche noi distanti dall’amore del Padre, che capiamo proprio accogliendo il fratello e vincendo la giustizia con la misericordia. Ricordiamo che nessuno vive bene senza avere trovato la risposta alla domanda di infinito. Anzi. Non dobbiamo rivendicare un misero capretto (non abbiamo capito nemmeno noi che “tutto è nostro”!), ma avere compassione, cioè un amore infinito, gratuito, amante della vita. Siamo fatti per l’infinito. Sono fatti per l’infinito. Se viviamo un amore “infinito” ne diventiamo comunicatori, vivendolo, perché diventa fatto, cioè storia, incontro, compagnia, presenza. Riconosciamo il desiderio che abbiamo nel cuore, che viene dalle stelle del cielo (quelle che Dio conosce per nome), e che tutti sono alla ricerca di una luce che non finisce e che orienti nel buio così sconsolante e ter-
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ribile. Buio che appare quando si spengono le luci finte del benessere e del vivere per sé stessi. Quanti cercano di capire chi è «il buttafuori del sole» e soprattutto di capire «chi e perché mi ha messo al mondo dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo» (De André) e incontrare qualcuno con cui scoprirlo! Sant’Agostino ogni volta che parlava di Dio si commuoveva – non succede così quando si è innamorati? – perché aveva «la nostalgia d’un bene gustato per un momento e a cui si ha fretta di tornare per sempre». È troppo complicato? Gesù ringrazia il Padre perché ha nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le ha rivelate ai piccoli. L’infinito lo comprendono i bambini, ma non perché “non comprendono”, anzi, proprio perché sono liberi dalla presunzione o dal sentirsi in dovere di fare da soli e di dimostrare le capacità. Si fanno volere bene e scoprono tutto l’infinito nel proprio cuore, nella stanza interiore, che non sono le nostre presunte complessità, ma il cuore. E questo infinito trasforma tutto il nostro “finito”, lo rende pieno, perché sappiamo scorgere nella caducità l’ansia della nuova creazione e i germogli di questa, la gloria incorruttibile che la può rivestire fin da oggi e che ci fa contemplare quella che sarà piena domani. È proprio vero: «L’Infinito, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita», come scrive Benedetto XVI (pp. 23-24). In un tempo in cui «la fede non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune» (Francesco), solo la via della bellezza può destare attrattiva nell’uomo di oggi, che non sa più chi è perché non sa più di chi è, ma ha un cuore pronto a risvegliarsi quando si imbatte in una umanità in cui traspare il divino che solo può fare rinascere la vita perché perdona. «Senza
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questa meraviglia la realtà diventa opaca e scontata; e il nostro io si riduce alle nostre capacità. L’umano si riaccende solo se qualcosa o qualcuno lo strappa dal nulla: non un’idea intellettuale o un dovere morale, ma un avvenimento che possa prendere la vita, un ‘ideale’ incarnato, che accade nel tempo e nello spazio: una presenza storica, in carne ed ossa, che corrisponda così tanto al nostro desiderio di vita da prenderci e da renderci liberi» (Paolo De Salvo). Nell’esperienza umana – a volte così misera e deludente – la compagnia umana della Chiesa rivela l’Infinito. Ogni volta che si ritrova nel suo nome a spezzare il pane della Parola e quello dell’Eucarestia Lui è in mezzo a loro. Contempliamo nella nostra “povera voce” quello che non finisce, l’amore che ci ha posto nel cuore, che ci ha “preferito” donandoci di vivere quello che non finisce e dal quale nessuno ci può separare. Non deve finire anche qui, nella nostra precarietà. E una storia lunga di amicizia (come quella del Meeting) ce lo ricorda. Non finisca quando i problemi sono tanti, quando ci scontriamo con la solitudine e l’isolamento. Un amore “infinito” e gratuito ci aiuterà a capire quello che durerà per sempre. «La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la “nostra” Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce purissima che viene dall’alto e che è nello stesso tempo l’irruzione della pura libertà» (p. 52). «La Chiesa infatti non esiste allo scopo di tenerci occupati come una qualsiasi associazione intramondana e di
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conservarsi in vita essa stessa, ma esiste invece per divenire in noi tutti accesso alla vita eterna» (p. 60). Ecco perché superando la siepe «che da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude» possiamo vivere anche noi: «Così tra questa / Immensità s’annega il pensier mio: / E il naufragar m’è dolce in questo mare» (Leopardi). Grazie di poter meditare di nuovo queste parole di pastori santi della Chiesa, che ci aiutano a comprendere il cammino di oggi e ci invitano a scegliere, con la stessa passione, di essere cercatori dell’infinito e ad aiutare tanti a trovarlo con la nostra vita, con il nostro incontro e una storia che rende presente l’amore.
✠ Matteo Maria Zuppi Arcivescovo di Bologna
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Ci sono momenti in cui la vita mette alla prova e ci costringe a verificare se le fondamenta su cui l’abbiamo costruita sono solide, reggono l’urto delle onde, o sono fragili cosicché la casa crolla per la pressione delle circostanze. Le parole di papa Francesco nel deserto e nel silenzio di Piazza San Pietro in quell’indimenticabile 27 marzo, il suo invito a cogliere questo tempo di prova come «un tempo di scelta [di] che cosa conta e che cosa passa» chiedono a ognuno di noi, alla società e alla Chiesa stessa un profondo esame di coscienza a partire dal giudizio che egli ha dato in quella occasione: «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quella false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende». Avendo lasciato «addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità» ci siamo trovati privi «dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità»1. Con accenti analoghi, qualche anno fa, rivolgendosi all’Assemblea generale della cei, Benedetto XVI aveva af Francesco, Meditazione durante il momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020, in Id., Il contagio della speranza, Itaca, Castel Bolognese 2020, pp. 21-23. 1
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fermato che «il patrimonio spirituale e morale in cui l’Occidente affonda le sue radici e che costituisce la sua linfa vitale, oggi non è più compreso nel suo valore profondo […]. Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale» (24 maggio 2012). I tre contributi qui raccolti sono stati indirizzati ai partecipanti al Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini; hanno diversa origine e portata, ma c’è un filo rosso che li attraversa: l’amore al destino dell’uomo. Essi costituiscono, dunque, uno strumento sintetico e prezioso per tale esame di coscienza che ha come scopo ritrovare la strada per potere vivere da uomini e costruire un mondo più giusto e fraterno. Il titolo è tratto dal messaggio che Benedetto XVI inviò al Meeting nel 2012 in vista dell’Anno della fede. In esso mette in luce la crisi dell’uomo moderno che si è concepito come «un essere compiuto in sé stesso e artefice assoluto del proprio destino» rifiutando «la dipendenza originaria e ontologica da Colui che ci ha voluti e creati»2. «Ma quando l’uomo elimina Dio dal proprio orizzonte, dichiara Dio “morto”, è veramente più felice? Diventa veramente più libero? […] Il punto d’arrivo, alla fine, è che l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa»3. Tragico esito dell’ideale moderno del «divo: l’uomo riuscito che conta sulle proprie forze. […] Non importa in quale campo, ma occorre che la vita riesca»4. J. Ratzinger, Prefazione a L. Giussani, Il senso di Dio e l’uomo moderno. La “questione umana” e la novità del cristianesimo, Bur, Milano 1994, p. 3. 3 Benedetto XVI, Cappella Papale per l’apertura della XII Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 5 ottobre 2008. 4 L. Giussani, Il senso di Dio e l’uomo moderno, cit., p. 89. 2
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Come possiamo vivere all’altezza della nostra natura? «Non è forse una condanna» si chiede Benedetto XVI «questo anelito verso l’infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfarlo pienamente?» Così si arriva al cuore del cristianesimo: «L’Infinito, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita». È il venire di Dio tra gli uomini che introduce nel mondo una vera novità, una bellezza capace di abbracciarne l’esistenza anche nei suoi aspetti più tragici. In un tempo in cui «la fede non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune»5, solo la via della bellezza può destare attrattiva nell’uomo di oggi, che non sa più chi è perché non sa più di chi è, ma ha un cuore pronto a risvegliarsi quando si imbatte in una umanità in cui traspare il divino che fa rinascere la vita perché perdona. Abbraccia, non giudica. È una passività la prima e fondamentale attività dell’uomo: «Tutto il nostro creare comincia con l’essere creati, con il nostro partecipare all’attività creatrice di Dio» (p. 62). Così, giorno dopo giorno, nell’abbandonarsi alla compagnia originaria di Dio di cui tutto è segno, la vita ritrova unità e pienezza. Non più schiavi né di sé né del potere, ma figli amati di Dio che «ha a cuore la nostra felicità, la nostra piena realizzazione umana» (p. 25). Così cambia il mondo. Eugenio Dal Pane Fondatore e direttore editoriale di Itaca Francesco, Discorso alla curia romana per gli auguri di Natale, 21 dicembre 2019. 5
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Prefazione Matteo Zuppi
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Introduzione Eugenio Dal Pane
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La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI al XXXIII Meeting per l’amicizia fra i popoli Rimini, 19-25 agosto 2012
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feriti dalla bellezza Messaggio del cardinale Joseph Ratzinger al XXIII Meeting per l’amicizia fra i popoli Rimini, 18-24 agosto 2002
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Una compagnia sempre riformanda Conferenza del cardinale Joseph Ratzinger all’XI Meeting per l’amicizia fra i popoli Rimini, 25 agosto - 1 settembre 1990
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Postfazione Feriti e perdonati: la vera riforma della Chiesa Roberto Damiano Battaglia
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L’Infinito stesso, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino. Benedetto XVI
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Ogni fibra della mia carne è fatta per trovare la sua pace, la sua realizzazione in Dio. E questa tensione è incancellabile nel cuore dell’uomo. BENEDETTO XVI
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