novella scardovi dalla tenda alla casa
Nel catalogo Itaca Roberto Persico Farès pecàt a lamentàm Dario e Clementina Nembrini: una fede feconda Saverio Allevato Pio Cerocchi La P38 e la mela Una presenza cristiana a Roma negli anni di piombo
Ogni amore è voluto, abbracciato, accompagnato verso il suo scopo pieno: esprimere al mondo, e a sé, la tenerezza di Dio che è per tutti la vita.
la mia vita rinata in un incontro
Maria Novella Ravaglia Scardovi è la fondatrice della Casa d’accoglienza San Giuseppe e San ta Rita che sorge a Castel Bolognese, piccolo paese della Romagna. La storia dell’opera si intreccia con quella della sua vita, rinnovata da un incontro, avvenuto in un campeggio, che le restituisce la certezza della radicale positività del vivere. Dilatare a tutti l’avvenimento che aveva salva to lei e il suo matrimonio diventa l’urgenza di ogni giorno. Il 22 maggio 1978, festa di santa Rita, ha la prima intuizione di una casa dove accogliere bambini. Un sogno che sembra im possibile da realizzare per lei, casalinga, e per il marito Giuliano, vigile urbano. L’incontro con l’associazione Famiglie per l’Accoglienza, il so stegno della Compagnia delle Opere e il costi tuirsi attorno alla loro famiglia di una vasta rete di amici, sono la strada che porta a compimen to il suo desiderio di costruzione.
Novella
Franco Silanos L’uomo al centro Dall’unità medievale alla perdita dell’io 1. Il Medioevo e l’alba dell’Età Moderna 2. L’Età dei Lumi e il Romanticismo 3. Il Positivismo e il Novecento Sulla via di Damasco L’inizio di una vita nuova a cura di Eugenio Dal Pane coedizione Libreria Editrice Vaticana
Il 17 marzo 1996 viene inaugurata la casa. Po che settimane dopo, l’8 maggio, Novella muo re in seguito a un incidente stradale, ma l’ope ra continua a vivere e si dilata grazie agli amici che con lei l’avevano edificata. La casa genera altre case che ne proseguono il carisma: vivere l’eccezionale nel quotidiano.
André Frossard Il Vangelo secondo Ravenna Richard Veras Gesù, figlio di Davide Scoprire Cristo nell’Antico Testamento
a cura di eugenio dal pane
Novella Scardovi
Dalla tenda alla casa La mia vita rinata in un incontro a cura di Eugenio Dal Pane prefazione di Giorgio Vittadini
Nella stessa collana «Testimoni» Valerio Lessi Il destino si è fatto buono L’umana avventura di Lella Ugolini Nicola Fambri Ne vedremo delle belle Lettere agli amici Maria Grazia Colombo Una mamma all’opera Nagana Cupaiolo Tutto gli era semplice La vita straordinaria vissuta nell’ordinario di Antonio Bucciante Graziano Grazzini Sto registrando tutto per l’eternità Lettere
Foto di copertina Novella durante una gita in battello. Chioggia 1989. In quarta di copertina Disegno di Novella raffigurante la casa e gli spazi di accoglienza così come li immaginava. © 2009 Itacalibri, Castel Bolognese www.itacaedizioni.it Tutti i diritti riservati Prima edizione: agosto 2009 Grafica di copertina: Andrea Cimatti ISBN 978-88-526-0208-5 Le edizioni ITACA sono distribuite da: Itacalibri srl, via Provinciale Lughese 1880, 48014 Castel Bolognese (RA) tel. 0546 656188 fax 0546 652098 itaca@itacalibri.it www.itacalibri.it Finito di stampare nel mese di agosto 2009 da Gestioni Grafiche, Città di Castello (PG)
Dio, ella lo sapeva, aveva stretto un patto con lei, un patto d’amore col quale la legava a sé in eterno; questo amore era esistito sempre in lei, aveva agito come il sole sulla terra che dà alla fine i suoi frutti, questi frutti nessuno avrebbe potuto distruggerli. Sigrid Undset
Familiari tra loro troveranno la loro casa nell’amore vicendevole. L’amore fraterno sarà per essi casa. Kajetan Esser
Prefazione Giorgio Vittadini
La storia contenuta in questo libro, normale ed eccezionale nello stesso tempo, ci riguarda tutti. È la storia della vita di una donna, felicemente sposata, il cui desiderio di verità, giustizia, bellezza, bontà, è stato dilatato dalla fede, vissuta nella fedeltà al carisma di don Luigi Giussani e guidata da tanti “incontri”, apparentemente casuali. Come racconta lei stessa all’inizio del libro, proprio in un momento di difficoltà della vita, provata dalla morte di una parente e in preda a una forte depressione, l’incontro con Eugenio e con la comunità del movimento di Comunione e Liberazione la riapre alla vita. Non solo supera il momento difficile sul piano personale, ma approfondisce e rinnova il significato del suo matrimonio con Giuliano, scoprendo che la diversità è ricchezza, non insidia. Per questo nasce l’intuizione che non basta vivere la famiglia, anche se cristianamente, ma che l’amore sperimentato in profondità può essere capace di accogliere e far sentire in famiglia anche chi non vi appartiene. Come spesso accade, l’intuizione si concretizza non per un progetto, ma per un incontro apparentemente fortuito e casuale. L’accoglienza data a una donna in grave difficoltà con il marito apre Novella e Giuliano al bisogno di tanti, bambini e adulti, provati in diverso modo dalle vicende della vita. Nello stesso tempo si dilata intorno a loro il gruppo di coloro che sono coinvolti in questa avventura. Tuttavia è un altro incontro, l’incontro con le Famiglie per l’Accoglienza, che detta la strada per un impegno stabile di accoglienza; successivamente, con la costituzione dell’associaPresidente Fondazione Sussidiarietà.
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zione San Giuseppe e Santa Rita, l’accoglienza viene dilatata verso bambini in affido, persone depresse, ragazze madri… Ancora una volta un incontro, questa volta con le necessità di coloro che sono assistiti, fa nascere l’idea di un laboratorio di produzione che li aiuti, attraverso il lavoro, nel percorso per riprendere in mano la propria vita. Con l’aiuto della Compagnia delle Opere, di tante persone del movimento di CL, del vescovo, del sindaco di Castel Bolognese, si apre l’opportunità di dare vita a una vera e propria casa d’accoglienza, non solo come luogo dove dilatare l’ospitalità e le varie attività connesse, ma dove poter umilmente mostrare dei punti di riferimento per «ricostruire un popolo». È quello che, quasi miracolosamente, avviene: l’amore come «dono di sé commosso» per il singolo uomo che lì si vive, secondo la definizione di don Giussani, colpisce molti, qualunque sia il loro credo. Già nel giorno dell’inaugurazione è un vero popolo che si raduna intorno alla casa, persone che incontrano l’opera e coloro che la guidano. Le vicende mosse da una forza solo umana si arrestano di fronte ai limiti naturali. La morte improvvisa di Novella in un incidente stradale, invece, non ferma l’opera, perché nella “normalità” dell’Associazione San Giuseppe e Santa Rita vive una eccezionalità che non è solo opera umana. Nell’indomabile passione di coloro che vi sono coinvolti, nel rinascere di coloro che vi sono accolti, nello sguardo stupito di chi, vicino o lontano, guarda a quest’opera, si intravede il miracolo di una umanità che rifiorisce. La memoria di Novella, anziché diluirsi nel tempo, diventa sempre più forte ed è esempio e motivo di un impegno, chiaro nelle motivazioni ed efficace nei risultati, stimolo a dire sì per coloro che non dovrebbero aver più speranza. Il suo desiderio di far rinascere un popolo diventa ogni giorno di più realtà, come raccontano e descrivono le numerose testimonianze dei tanti coinvolti nell’opera, contenute nella seconda parte del libro. È una storia antica e sempre nuova, la storia di un Incontro che ne genera tanti, che porta l’eccezionale nel quotidiano, che rinnova le persone e tutta la realtà. È anche la storia, che durerà per sempre, di Novella.
Introduzione Eugenio Dal Pane
«Qui sento odore di comunità». Era il primo pomeriggio; da poco avevo ripreso il mio lavoro. Sentendo quella frase alzai lo sguardo e vidi una giovane donna sorridente davanti all’ingresso della tenda: non era un volto familiare. Il dialogo fu di circostanza, poi la signora mi salutò e io ripresi la mia occupazione. In quei giorni stavo scrivendo la tesi di laurea che dovevo assolutamente consegnare a ottobre. Già da un anno, per quanto dovessi ancora terminare l’università, insegnavo religione presso l’Istituto Tecnico Sacro Cuore di Lugo di Romagna. Le iscrizioni, particolarmente numerose, avevano reso necessaria l’apertura di una terza sezione di cui mi era stato proposta la cattedra di italiano e storia a condizione che mi laureassi entro la sessione autunnale. Preso da mille impegni la tesi non procedeva; per questo mia moglie ed io – ci eravamo sposati da poco – decidemmo di andare in un campeggio per cercare tranquillità e concentrazione. Ci dirigemmo verso l’Appennino modenese, convinti di trovare una sistemazione adeguata, ma a sera ci ritrovammo nuovamente davanti al cancello di casa. Proposi come soluzione di ripiego di partire il mattino seguente alla volta di Palazzuolo, un paese dell’Appennino tosco-romagnolo distante appena quaranta chilometri da Castel Bolognese, soprattutto per evitare una figuraccia coi vicini che ci avevano visti partire e tornare in giornata: in sé quel campeggio non ci attirava. Una volta giunti piantai la tenda di terza mano nell’angolo più isolato, in modo che nessuno potesse disturbarmi: dovevo leggere e scrivere, ma per quanto determinato a starmene in pace non potevo ignora-
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re il fatto che quella signora era venuta a cercarmi e che portava in sé una domanda. Vincendo il mio naturale riserbo due giorni dopo quel primo incontro, col pretesto di chiedere informazioni sugli orari delle messe, andai a cercarla. Questa volta il dialogo fu ancora più breve. Il lunedì seguente, verso sera, c’era minaccia di temporale. Mi recai da lei per chiederle se avesse bisogno. Mi fece sedere e cominciò a parlarmi di sé. Io l’ascoltai a lungo, poi tornai alla tenda: l’estraneità era stata vinta tanto che il mattino seguente – era il 26 luglio –, incontrandola all’ingresso del campeggio mentre acquistavamo il pane, le proposi di venire a pregare con me e mia moglie. Alle 10 arrivò puntualissima. Appena terminata la preghiera ci chiese se avevamo bisogno. Mia moglie era incinta da poco e doveva stare riguardata; così Novella cominciò a prendersi cura di noi, a preparare da mangiare fino a invitarci a dormire con lei in roulotte davanti alla quale dopo qualche giorno, con l’aiuto di alcuni campeggiatori, portammo la tenda. In quei primi tempi Novella fece propria l’espressione di Geremia che aveva trovato nel libro delle ore: «Quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io – e diceva “io” con particolare intensità – portavo il tuo nome». Mi ha sempre impressionato pensare al fatto che quell’incontro, così decisivo non solo per la sua vita, fosse stato reso possibile da una serie di circostanze apparentemente casuali, eppure ciascuna determinante: la vicina di casa, le nostre partecipazioni di nozze e la curiosità che avevano destato in lei, la messa presso le monache di clausura, il nostro arrivo a Palazzuolo dove non avevamo programmato né volevamo andare, come il dipanarsi di un sottile, ma robusto filo della Provvidenza attraverso il quale Dio attua il suo disegno. Fu proprio il permanere dello stupore per quell’incontro a portarci, nell’estate del 1992, alla decisione di scrivere la storia che da esso era nata. Per circa un mese di buon mattino mi re-
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cai a casa di Novella che mentre stirava montagne di panni mi dettava le sue memorie. Non tutto ciò che le era accaduto, ma i passi che avevano fatto maturare la sua vocazione e permesso il realizzarsi dell’opera che in quel momento cominciava a prendere una fisionomia più precisa. La modalità era semplice: Novella raccontava, io trascrivevo, riordinavo le sue frasi, poi rileggevo. Una volta provai a introdurre una parola che ritenevo potesse abbellire il racconto: «Toglila, mi disse, non è una mia parola»: da allora mi limitai ai punti e alle virgole. Novella, che aveva vissuto con dolore l’interruzione degli studi, aveva proposto, come titolo provvisorio, Da casalinga che ero, per esprimere la commozione e la gratitudine per ciò che Dio aveva fatto nella sua vita. Avevamo formulato anche un titolo alternativo: Novella e i suoi amici. Il lavoro, quasi ultimato, fu posto nel cassetto. Tre anni dopo, mentre eravamo in vacanza – stavamo passeggiando tra i Serrai di Sottoguda – chiesi a Novella: «Allora, quando pubblichiamo il libro?» «Lo pubblicherai tu quando sarò morta». «Non scherzare!» risposi. Dopo la morte di Novella altre erano le priorità. Passarono diversi anni; quando i tempi mi sembrarono maturi per la pubblicazione cercai il manoscritto senza trovarlo. Più volte frugai invano negli scatoloni dove ritenevo dovesse essere: temetti di averlo smarrito. «Se Novella vorrà salterà fuori al momento opportuno», pensai dopo l’ennesima, inutile ricerca. Il 28 dicembre 2008, la domenica in cui la Chiesa celebra la festa della famiglia, era caduta abbondante la neve. Decisi di fare una camminata e mi recai al cimitero a pregare sulla sua tomba. Tornato a casa, mentre cercavo un libro in uno scaffale basso dove sono collocati volumi di rara consultazione, con sorpresa mi trovai davanti agli occhi la busta con il manoscritto. Una casualità, certo, come il fatto che Casa Novella, una delle opere nate dalla casa d’accoglienza, sia sorta a Villa San Martino, nei pressi di Lugo, proprio nella casa dove è nata la mamma di Novella, un fatto di cui nessuno era a conoscenza.
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Il capitolo finale rimase allo stato di appunti, e come tale l’ho riproposto per non introdurre parole mie, ma è ben vivo in me il ricordo di quella mattina in cui cercando di condensare il senso della sua vita, Novella mi raccontò dell’educazione ricevuta nel suo ambiente familiare e parrocchiale, che le aveva dato una ricca testimonianza di fede. (La madre scrive nel suo diario che Nilde Guerra1, di cui è in corso la causa di beatificazione, la incontrò mentre era incinta di Novella e le disse: «Ti do la mia benedizione. Vedrai che quello che nasce, non si sa mai, può diventare grande».) Ma una volta uscita da quell’ambiente si era smarrita, attratta da cose che sembravano promettere la felicità, lasciando invece un vuoto profondo. «L’appartenenza, mi disse, ci ha liberato da false attese». Per questo era così tenacemente attaccata alla comunità, perché attraverso un segno povero, ma reale, la sua domanda aveva trovato una risposta e la sua vita era rinata. «Se stai dentro al mondo e alla sua modalità sfrenata di vivere la vita, allora cominci a perdonare la compagnia perché senti che è tutto per te. Si può dire che qui c’è dentro tutto. Questo ti permette l’abbraccio del quotidiano anche quando è incomprensibile o si allontana dalla normalità. Ciò che rende possibile questo è la scoperta che la vita è data, un rovesciamento dello sguardo alla nostra vita, il metterla a disposizione per l’opera di un Altro». Di qui il suo desiderio di ricostruire il popolo senza il quale l’io si smarrisce: a questo doveva servire la casa, «il tentativo di porre un segno, una luce, una porta aperta al bisogno di felicità di ogni uomo». Quanti hanno trovato nella sua persona e nella sua casa una porta sempre aperta alla quale bussare per essere confortati, sostenuti, accompagnati quando le difficoltà e le ferite della vita diventavano pesanti, quanti hanno sperimentato la fedeltà e l’intensità della sua amicizia, ciascuno sentendosi
1 Cleonilde (Nilde) Guerra era nata nel 1922 a San Potito di Lugo, la stessa frazione dove nacque Novella. Morì nel maggio 1949. Il 1 giugno 2007 la Chiesa ne ha riconosciuto le virtù eroiche.
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preferito! In Novella l’incontro con Cristo era inseparabile dalla compagnia, da una carne in cui fosse visibile e sperimentabile la Sua presenza. Quel che era accaduto a lei fu la costante tensione di ogni giorno: costruire una «casa di carne» dove la vita, per quanto ferita, potesse rinascere attraverso l’esperienza di un abbraccio misericordioso. Lo stesso nome del podere dove sorge la casa, la Furlona, la cui etimologia rimanda all’idea di solco o canale per l’irrigazione, le aveva suggerito l’immagine della casa come strumento per «bonificare questa terra». Era questo il suo intento, risvegliare l’amore al bene attraverso la carità per ricostruire il popolo come il terreno buono attraverso il quale l’io è ricreato e porta frutto. Era stato così per lei in quella tenda e questa era la strada che proponeva a tutti, facendo prima del proprio piccolo appartamento familiare, poi della casa un luogo di accoglienza dell’altro e del suo bisogno. La casa d’accoglienza è stata il frutto maturo del suo desiderio di costruire una dimora dove tutto, dalla bellezza naturale dell’ambiente alla bellezza della casa, all’ordine, al rispetto tra le persone, fosse segno della radicale positività della vita: «La bellezza – era una delle sue frasi ricorrenti – è la fonte per la rinascita della persona». Il 3 marzo 1996 con l’aiuto di moltissimi amici Giuliano e Novella lasciarono il loro appartamento per trasferirsi nella casa, appena ultimata. Era la prima domenica di quaresima e la liturgia proponeva la vocazione di Abramo al quale il Signore chiede di lasciare il paese, la patria, la casa per un paese che Lui indicherà. Qualche settimana prima all’assemblea regionale della Fraternità di Comunione e Liberazione Enzo Piccinini aveva parlato della nostra resistenza di fronte al Signore, a cui pure tendiamo, attraverso l’immagine di un merlo che aveva visto in un giardino: tentava di alzarsi in volo, ma era trattenuto da un filo che lo legava. «Io quel filo l’ho spezzato» mi disse la sera Novella, che quel giorno non era presente per motivi di salute, ma che aveva chiesto a qualcuno gli appunti dell’assemblea. Il 17 marzo fu inaugurata la Casa d’accoglienza San Giu-
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seppe e Santa Rita di cui esattamente due anni prima era stata posta la prima pietra. Novella era molto lieta, come chi ha assolto il compito affidatole. Ma l’opera non era ciò che dava senso alla sua vita. Qualche giorno dopo mi disse: «Vedi, forse a noi il Signore ha chiesto di costruirla e ad altri di portarla avanti. Se il Signore mi chiama io sono pronta ad andare da un’altra parte». Alcuni fatti avevano colpito la sua sensibilità. Nella stanza che aveva riservato alla preghiera aveva posto il crocifisso che le era stato donato dalla famiglia Zappellon la quale aveva dovuto abbandonare l’opera appena avviata a seguito della malattia di uno dei coniugi. Una volta, tornando da un incontro a Milano, mi aveva raccontato la storia di un sacerdote il quale aveva affermato che per fare fiorire l’opera occorreva che qualcuno andasse a intercedere presso il Padre. Qualche tempo dopo si era gravemente ammalato ed era morto. Sapeva che Dio l’aveva scelta. Pochi giorni prima dell’incidente in cui perse la vita – era l’8 maggio 1996 – aveva partecipato agli esercizi annuali della Fraternità di Comunione e Liberazione, che si svolsero dal 3 al 5 maggio. Tra i suoi appunti una citazione fatta da don Giussani: «Dio l’aveva scelta», sotto «Io ho voluto starci», dando tutta sé stessa perché ognuno potesse sperimentare la preferenza di Cristo e l’amore fraterno diventasse casa per chiunque fino a offrire la vita per i propri amici, seme che muore e che porta frutto. Negli ultimi tempi ci ripeteva continuamente che non si può diventare amici se non impariamo ad amare Gesù, se non fissiamo il Suo volto, se non riconosciamo in Lui quell’amore misericordioso che tutto abbraccia e tutto salva, anche il nostro limite e il nostro male. Questa costante tensione a Colui che aveva fatto rinascere la sua vita è la vera eredità di Novella che spiega il permanere e il fiorire dell’opera che da lei è nata, segno evidente dell’opera di Dio tra noi, «una meraviglia ai nostri occhi».
DA CASALINGA CHE ERO «SOTTO IL SEGNO DELL’AMORE»
Nella prima pagina di un’agenda, datata giugno 1990, Novella scrive a caratteri cubitali: «sotto il segno dell’amore». E aggiunge: «Sarà forse il titolo di un libro che scriveremo con Eugenio. Vuol dire che il segno non è l’acquario come avrei detto fino a poco tempo fa, ma l’amore di Dio per me».
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Avevo tutto, ma mi mancava l’indispensabile
A Palazzuolo sul Senio, un piccolo paese dell’Appennino tosco-romagnolo, c’è un campeggio dove non sarei mai andata per tutto l’oro del mondo. Solitamente trascorrevo le mie estati al mare, in luoghi più frequentati e conosciuti. Ma quell’anno – era l’estate del 1977 – divenne meta forzata in seguito ad una circostanza un po’ particolare. Da alcuni mesi stavo cercando di uscire da una forma di depressione che a ventotto anni mi aveva tolto ogni voglia di vivere. Apparentemente avevo tutto: ero sposata con Giuliano, avevo un figlio, Paolo, la casa, gli amici, ma la morte di una giovane zia aveva scombussolato la mia immagine dell’esistenza. Per un mese avevo vissuto accanto al suo letto d’ospedale a Padova, condividendone la lotta contro il male, la volontà di vivere ed anche la sua rabbia e la sua disperazione all’idea di lasciare così giovane il marito, i figli, le cose, il mondo. Tornata a casa divenni inquieta e scontenta; iniziai a chiedermi a cosa valesse darsi da fare, organizzare la vita, se poi Qualcuno ce la porta via. Questo Qualcuno, di cui da molto tempo non mi curavo, divenne per me un nemico verso il quale provavo rabbia e ostilità. Iniziò un periodo in cui mi sentivo di nessuno, orfana; ciò che avevo non mi bastava più: avevo, ma non ero, non sapevo a chi appartenevo. Mi venne meno la voglia di fare le cose, dal tenere in ordine la casa alla cura della mia persona. «La vita è tutta una fregatura» dicevo, certa che non ci fosse nessuno capace di aiutarmi. Era come se attendessi qualcosa che mi man-
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cava, convinta però che non sarebbe arrivato nessuno. E allora mi arrabbiavo con me stessa perché non ero capace di tirarmi fuori da questa situazione; forse se avessi studiato, pensavo tra me e me, avrei potuto farcela. Trascorsi così alcuni mesi fino a quando la signora Rina, che, abitando nello stesso condominio, aveva notato la mia tristezza, cominciò a propormi varie esperienze, dalla parrocchia alla vita del campeggio. Per questo io e Giuliano decidemmo prima di acquistare una tenda, poi, a prezzo di gravi sacrifici, una roulotte, la più bella e la più costosa che fosse allora sul mercato. La vita di campeggio sembrò coprire per qualche tempo le mie domande, tuttavia il rapporto con Rina aveva ridestato la mia religiosità, sia pure in modo poco consapevole, tanto che tenevo sempre la corona sotto il cuscino. Qualche tempo dopo il ritorno dalle vacanze la nonna di Giuliano, Venusta, che era ospitata nella casa di riposo del pae se, cadde e si ruppe un femore. In precedenza era stata per circa un mese a casa nostra, creandoci molti problemi perché era affetta da una grave forma di arteriosclerosi. La notte dovevamo legare una sedia alla porta per renderci conto di quando cercava di uscire. Nonostante ciò, una mattina alle cinque fu trovata in una frazione vicina. Spesso durante la notte suonava con un pianoforte-giocattolo di Paolo, impedendoci di dormire. L’unico momento in cui si acquietava e si mostrava lucida era quando pregava. Mi accorsi che aveva un rapporto positivo col Signore e che in quel rapporto sapeva trovare sicurezza e pace tanto che, quando non riuscivo a fermarla, dicevo: «Venite, nonna, che diciamo le preghiere». Anche quando fu ospitata nella casa di ricovero continuai ad andare a visitarla perché mi ero affezionata a lei. Quell’ambiente di gente sola e vecchia mi riprovocò la domanda di chi siamo. Dopo la caduta nonna Venusta aveva bisogno di un’assistenza continua e io mi resi disponibile a condividere la sua malattia. Per circa un mese mi assentai solo di notte. Il giorno della sua morte, avvertita dalle infermiere che si era aggravata, mi recai di buon mattino in ospedale. La trovai stranamente calma;
Da casalinga che ero. «Sotto il segno dell’Amore»
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i suoi occhi fissavano il crocifisso e aveva in mano la corona di granate blu: era in pace. Mi sedetti vicino al suo letto e fissai intensamente il suo volto. Ad un certo momento mi guardò e mi riconobbe; con uno sguardo lucido mi disse: «Grazie!» e mi consegnò la sua corona consumata dalle tante preghiere. Ebbi l’intuizione che quel Signore che lei pregava era vivo e poteva operare un cambiamento della realtà: era grave, arteriosclerotica, in fin di vita, eppure mi riconobbe e mi ringraziò. Sentii che il Signore attraverso di lei mi voleva bene: chi le aveva fatto sentire questa gratitudine se non il Signore? Quella corona che mi aveva regalato conteneva una consegna: «Vado, ma tu continua la mia preghiera!». La sua morte mi scombinò del tutto, ma se la morte della zia mi aveva riempito di rabbia, la sua, così in pace nonostante un’esistenza dolorosa, iniziò a riconciliarmi col Signore. La signora Rina, a cui facevo delle iniezioni, continuò con maggiore insistenza a propormi la vita della Chiesa. Parlò con l’arciprete il quale un giorno mi incontrò e mi indicò alcune famiglie della parrocchia che avrebbero potuto aiutarmi. Mi fu proposto di andare a conoscere un’esperienza significativa a cui esse si riferivano e mi lasciarono alcuni libri. Mi chiesi però se era necessario leggere o andare altrove per incontrare più da vicino il Signore e la Chiesa. Nel frattempo continuavo un rapporto con suor Pia, delle Suore della Carità, nato in seguito alle visite a nonna Venusta. In lei vedevo una persona che condivideva l’esistenza di quegli anziani, di gente non sua, con gioia. Fui affascinata da lei che si faceva carico di chi non era di nessuno e gli voleva bene come se fossero suoi. La sua umanità, la sua tenerezza mi affascinavano e mi facevano chiedere: «Dove sei, Signore?». Una sera di maggio partecipai con la signora Rina ad una messa che si celebrava ogni venerdì presso il monastero di clausura delle monache domenicane. Più tardi seppi che l’iniziativa era stata promossa dalla comunità parrocchiale, a lungo travagliata da dissidi scaturiti in seguito al referendum sul divorzio. Molti giovani, che per un
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certo tempo si erano ispirati all’esperienza di Comunione e Liberazione e il sacerdote che li guidava, erano usciti dalla parrocchia. Il piccolo nucleo rimasto aveva collaborato con l’arciprete per ricreare un’esperienza di unità tra le diverse realtà presenti in parrocchia. Rimasi colpitissima perché persone normali si rivolgevano al Signore come se lo conoscessero. Dopo il parroco anche una signora commentò le letture; nella preghiera dei fedeli sentii che si parlava col Signore dandogli del tu; per me era lontano lontano, ero abituata a dargli del voi. Davanti a me c’erano Eugenio e Nives, appena tornati dal viaggio di nozze; di loro avevo sentito parlare dalla Rina che mi aveva dato i fogli ciclostilati col rito di nozze che avevo letto e riletto1. Anche i canti mi colpivano, in particolare un ritornello che un giovane accanto a me cantava con forza e convinzione: «Se c’è una cosa che voglio, se c’è una cosa che vale è abitare la Tua casa, tutto il resto è banale»2. Mi fu chiaro quello che ormai sentivo, che la mia vita era banale. Ma dov’era la Sua casa? I giorni seguenti mi recai in San Petronio, la chiesa parrocchiale; stavo seduta sul banco per lungo tempo, ma non sentivo niente: la casa di pietra non mi parlava. Per vincere quest’angoscia della solitudine cominciai a pren-
1 La zia Caterina, sorella della madre, ricorda che il giorno del nostro matrimonio – era il lunedì di Pasqua –, Novella era a casa sua assieme ad altri parenti ai quali raccontò sia il rito sia la festa che era seguita nel cinema parrocchiale. Fu lei più probabilmente a darle i fogli ciclostilati e a suscitare una prima curiosità nei nostri confronti. Diversi anni dopo Novella ci scrisse un biglietto in cui riprendeva quasi alla lettera quanto avevamo scritto nelle partecipazioni: «“L’amicizia, l’amore tra due persone rappresentano le parole necessarie a Dio per esprimerci il Suo amore” (Van Broeckhoven). Dobbiamo crederci e prendere sul serio la responsabilità che ci è stata data nel giorno del nostro matrimonio. Costruire giorno per giorno un luogo di carità, di amore, di perdono, perciò di pace, perché sia segno visibile della Presenza di Dio, affinché il mondo Lo riconosca». 2 La canzone è Errore di prospettiva di Claudio Chieffo.
Da casalinga che ero. «Sotto il segno dell’Amore»
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dere degli ansiolitici; la mia inquietudine mi aveva portato ad uno squilibrio psicofisico: mi sentivo malata. Su consiglio medico, anche per fare degli accertamenti, decisi di ricoverarmi in ospedale. Avevo paura della malattia; così cominciai a pregare con la corona di nonna Venusta. Per tutto il tempo del ricovero in ospedale sentii la nostalgia di quella messa; e mi riecheggiavano le parole di quella canzone: «Se c’è una cosa che voglio è abitare la Tua casa…». Al momento di dimettermi, i medici mi sconsigliarono il mare e mi proposero la collina. Fu la Rina a indicarmi il campeggio di Palazzuolo dove portammo la roulotte un po’ a malincuore, perché sarei dovuta andare da sola con Paolo in quanto Giuliano non aveva le ferie; del resto in quel periodo a causa della mia situazione litigavamo sempre; Giuliano, sconfortato, diceva: «Cosa devo fare per farti contenta?». La prima impressione non fece che aumentare lo sconforto: pochi alberi e bassi, lontano dal paese, fra persone completamente estranee. Fu l’accoglienza genuina del gestore che al nostro arrivo ci offrì vino e bruschetta a convincerci a rimanere. Trascorsi i primi giorni sotto la veranda della mia roulotte lavorando all’uncinetto. Osservavo la gente del campeggio e vedevo in loro la stessa banalità che aveva caratterizzato la mia vita. Non mi interessava legare con le persone, convinta ormai che non fosse più possibile fidarsi di nessuno e che dunque non ne valesse la pena: di trovarsi per mangiare o per conversazioni futili non avevo più voglia. Alcuni giorni dopo fui incuriosita dall’arrivo di un’automobile stracarica con a bordo una giovane coppia. Ormai ero entrata nell’élite dei campeggiatori con la roulotte, i quali fanno a gara nell’esibire attrezzature, piatti e tegami, tovaglie e fiori sui tavoli, caratteristiche necessarie per offrire agli altri una buona immagine di sé. Quei due, invece, mi sembravano del tutto estranei a questa mentalità, perfino sprovveduti. La tenda, che era stata piazzata un po’ in disparte, poco distante, comunque, dalla mia roulotte, era vecchia, coperta da un telo per proteggerla dalla pioggia e con le cerniere malfunzionanti.
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Mentre attraversava il campeggio mi accorsi che quel giovane in pantaloncini corti e canottiera, col berretto in testa e senza occhiali, per quanto non riuscissi a identificarlo, mi ricordava qualcuno di familiare, che mi rimandava a quella messa e mi chiedevo: «Che siano loro?». Mi informai presso il responsabile del campeggio il quale mi confermò che erano due professori di Castel Bolognese. Da quell’istante si affollarono nella mia mente tanti pensieri: avevo un grande desiderio di avvicinarli, ma c’era in me una forte resistenza perché, come casalinga con la quinta elementare, mi sentivo inferiore. Per due o tre giorni rimasi ad osservare per ore, seduta con Paolo vicino a me sull’argine della piazzola sottostante, riservata alle tende. Mi stupiva la loro semplicità nel vivere il quotidiano, come se l’interesse fosse per altro. Il venerdì nel primo pomeriggio tutte le resistenze crollarono e decisi di varcare la soglia di quella tenda. Ebbi la conferma che quel giovane seduto davanti ad un tavolino pieno di libri e tantissimi fogli era tra coloro che avevo visto alla messa del venerdì. E dato che la Rina mi parlava sempre della comunità, mi presentai con un bel: «Qui sento odore di comunità», anche se non sapevo cosa volesse dire: di più o altro non avevo in mente. Il mio interlocutore, di cui non conoscevo ancora il nome, mi guardò stranito, con gli occhi sopra gli occhiali, cercando di rendersi ben conto di cosa stesse accadendo. Avvertii che quello sguardo era carico di interesse. La breve conversazione rivelò la nostra identità e le nostre appartenenze: io ero la moglie di Giuliano, vigile ed ex giocatore di pallone, lui, Eugenio, il figlio dell’ex sindaco di Castel Bolognese. Tornai alla roulotte certa che il primo scoglio era stato superato. Ne ebbi conferma il pomeriggio successivo quando lo vidi arrivare per chiedermi l’orario delle messe: non pensava che io ero ben lontana dall’essermene interessata. Lì si rinnovò la convinzione di una distanza, che non ci fosse possibilità di comunicazione tra i nostri due mondi. Trascorsi la domenica in modo nostalgico; la tenda si era
Da casalinga che ero. «Sotto il segno dell’Amore»
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popolata di amici e io, invece, mi resi conto di essere sola come un cane. Questa distanza tra ciò che avrei voluto essere, di cui avevo un’immagine davanti a me, e quella che ero mi faceva male. Mi sentivo ferita, vedevo una bellezza, ma non la sperimentavo, la sentivo come un sogno che non si può avverare: quello sguardo era stato solo un’illusione e io non avrei trovato il coraggio di affacciarmi una seconda volta sulla soglia di quella tenda. Fu lui a presentarsi il lunedì sera chiedendomi se avevo bisogno, visto che si stava preparando un temporale. Cominciammo a parlare. Iniziai a raccontare il mio disagio e la fatica di quel momento. Fu in quell’occasione che per la prima volta la mia inquietudine veniva accolta e compresa. Al mattino seguente, mentre compravamo il pane all’ingresso del campeggio, Eugenio mi disse che ogni giorno alle 10 recitava le lodi con la moglie e mi invitò. Questa proposta mi colpì perché non mi era mai capitato di trovare in un campeggio che un uomo ed una donna pregassero insieme. Ero stata educata a pregare da sola; avevo pudore a pregare in pubblico o assieme ad altri. Alle 10, puntuale, mi trovai a dire le lodi; fui ferita dall’intensità delle parole dei salmi, che sembravano parlare per me e della modalità. Ebbi subito la certezza che in quella modalità fisica, concreta si compiva la mia attesa: mi sentivo finalmente a casa: quello che cercavo l’avevo finalmente trovato, il mio bisogno di essere di qualcuno finalmente si compiva. Attraverso l’accoglienza e la preghiera sperimentai la tenerezza di Dio. Intuii subito che Eugenio e Nives erano il segno di Uno più grande: quella tenda diventava per me una casa; nello stare insieme feci l’esperienza dell’essere abbracciata da un luogo, di essere-con. «Il miracolo più grande è l’unità tra persone estranee»3:
3 Questa frase di don Giussani aveva particolarmente colpito Novella. In lei l’incontro era inscindibile dall’esperienza di questo miracolo, che la nostra estraneità era stata vinta ed eravamo diventati, in un istante, amici.
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nacque immediatamente una sorprendente unità e familiarità. L’unico desiderio divenne per tutti quello di condividere ogni istante della giornata. Eugenio era impegnato a scrivere la tesi di laurea mentre Nives, in attesa della prima figlia, Elisa, in quei giorni doveva stare a riposo. Fu immediato, vista la situazione, invitarli nella mia roulotte; questo favoriva lo stare insieme e ci consentiva di soddisfare meglio le esigenze quotidiane. Mentre Eugenio studiava nella tenda, io preparavo da mangiare e Nives custodiva e giocava con Paolo e alcuni altri bambini. Il momento del pranzo e del riordino era l’occasione del dialogo che continuava mentre si lavavano piatti e stoviglie ai lavandini del campeggio. Si era creata una unità tale che i campeggiatori ne furono in qualche modo contagiati. Le donne in particolare rimasero colpite dal fatto che un uomo aiutasse una donna a lavare i piatti: sedici anni fa era piuttosto insolito. Il sabato doveva arrivare Giuliano, ancora ignaro di tutto. Eugenio mi fece osservare che avrei fatto bene a riordinarmi. L’euforia di quei giorni, il tentativo di capire quello che stava succedendo e le parole di Scuola di Comunità4 mi avevano portato non solo a non prendere più alcuna medicina antidepressiva, ma anche a smettere improvvisamente di truccarmi: quel fatto mi aveva preso a tal punto che mi dimenticavo perfino di pettinarmi. Quando mi guardai allo specchio, per la prima volta dopo quasi una settimana, mi accorsi che i miei occhi erano vivi; da tristi e spenti erano divenuti vivi: non avevo più bisogno di truccarmi per nascondere la mia tristezza! Quando Giuliano arrivò gli andai incontro per avvertirlo che a pranzo non saremmo stati soli e comunque che non doveva preoccuparsi perché si trattava di persone diverse dalle solite. Il momento tragico fu quando lo informai che pregavano e che anch’io da alcuni giorni pregavo con loro e che ero contenta. Credevo di essere stata convincente, invece Giuliano mi guar-
4 La Scuola di Comunità è la catechesi del movimento di Comunione e Liberazione.
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dò come se fossi del tutto impazzita; comunque grazie a Dio si adeguò alla circostanza. Sotto la veranda festeggiammo il compleanno di Domenica, sorella di Eugenio, che, opportunamente avvertita, aveva preparato il pranzo per tutti come ulteriore gesto di accoglienza per me. Fu lì che conobbi anche Gianni, allora fidanzato di Domenica; pure con loro nacque subito una bella amicizia. La settimana seguente fu un susseguirsi di incontri con le persone della comunità che a turno venivano a trovarci perché avevano saputo di questo incontro; perfino suor Serafina, monaca di clausura nel monastero di Castel Bolognese, di passaggio a Palazzuolo, si era fermata al campeggio perché era stata informata di quanto era accaduto. Coi giovani studenti trascorrevamo le serate a cantare i canti della comunità; a noi si aggiungevano altre persone del campeggio. La roulotte diventò un punto di riferimento per tutti: al pomeriggio organizzavamo giochi per i bambini e una sera proponemmo una festa a cui partecipò tantissima gente. Fino ad allora era per me impensabile mettere a disposizione degli altri le mie cose; invece dal momento dell’incontro assaporai un inizio di libertà nel non essere più attaccata in modo ossessivo a ciò che era mio. Il sabato successivo fu organizzata una messa per tutta la comunità a Borgo Rivola. Rivissi l’emozione di quella prima messa del venerdì, ma la mia commozione ed il mio pianto furono dati dalla coscienza che ero partecipe di una storia, che ero abbracciata e perdonata dal Signore nonostante che per molto tempo lo avessi dimenticato. Ebbi la certezza che tutto quello che stava accadendo era opera Sua. Sgorgò un profondo senso di gratitudine verso il Signore e il desiderio che la mia vita fosse riconoscente e che altri potessero fare lo stesso incontro che aveva liberato me dall’angoscia. Ero certa che quell’incontro era decisivo per ogni uomo e che ogni uomo ne aveva bisogno. Sapevo bene per esperienza personale come fosse drammatica la solitudine e quanto profondo fosse il bisogno dell’uomo. La pienezza che mi trovavo dentro era accompagnata dal desiderio di raccontare quello che mi stava accadendo. Se ne
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accorse anche Paolo, che allora aveva cinque anni; per alcuni giorni andò in giro tra le tende dicendo: «La mia mamma è cambiata da così a così». E accompagnava le parole col gesto delle mani. Questa rinascita portò uno sguardo positivo anche nel rapporto con Giuliano nella certezza che la presenza del Signore poteva rinnovare anche il nostro matrimonio, caduto nella banalità del quotidiano. Cominciò una chiave di lettura nuova delle cose e della mia vita: i tanti tasselli che la componevano ora li vedevo uniti in un disegno buono come le tessere di un mosaico. La sofferenza di prima era stata l’occasione che aveva portato al cambiamento: mi accorsi che nulla è senza frutto. Era prevista una permanenza di una decina di giorni, invece era bello rimanere lì; trascorse così circa un mese fino a quando un violento temporale che rese impraticabile il campeggio ci indusse a ritornare; peraltro era forte l’esigenza di rendere fruttuoso quell’avvenimento anche una volta tornati in paese.
Indice
Prefazione Giorgio Vittadini
p. 5
Introduzione Eugenio Dal Pane
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DA CASALINGA CHE ERO. «SOTTO IL SEGNO DELL’AMORE» 1. Avevo tutto, ma mi mancava l’indispensabile 2. «La mia vita di prima, la voglia di cambiare…»
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3. La prima intuizione della casa
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4. Una paziente attesa di tappe che si susseguono
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5. Il Ce.I.S.
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6. L’incontro con l’associazione Famiglie per l’Accoglienza
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7. La costituzione dell’Associazione San Giuseppe e Santa Rita
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8. Il tempo dell’attesa
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9. Una casa per ricostruire il popolo
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158 Indice
UNA CASA DI CARNE. «OGNI PIETRA HA UN NOME» La nascita dei laboratori Eugenio Dal Pane (estate 1992)
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75
Un’esperienza di amicizia e di vita per un rilancio della società Novella (19 marzo 1994)
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82
Una casa della fede che si fa carità Francesco Tarcisio Bertozzi (19 marzo 1994)
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Per una casa nuova Davide Rondoni (febbraio 1995)
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88
L’origine della gratuità Novella (14 maggio 1995)
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Accogliere un fatto che ti cambia: la gratuità nasce per un’esperienza che ti rinnova nel cuore e nella mente Novella (giugno 1995)
» 109
Quando i mattoni prendono forma dalla vita Intervista a Claudio Battistini (marzo 1996)
» 112
La vita che nasce dalla gratuità Novella (marzo 1996)
» 115
Una casa per riguardare il positivo della vita Novella (17 marzo 1996)
» 119
Dalla fede un’opera aperta alla collaborazione di tutti Giorgio Vittadini (17 marzo 1996)
» 122
Telegramma di don Luigi Giussani per la morte di Novella (11 maggio 1996)
» 124
Canzone di maggio Parole e musica di Claudio Chieffo (maggio 1996)
» 125
Con il bene di cui siamo capaci Eugenio Dal Pane (giugno 1996)
» 127
Indice
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Grazie Tuo figlio Paolo (giugno 1996)
p. 130
Uno sguardo che abbracciava tutto di me G. (giugno 1996)
» 132
Il mio incontro con Novella Jader Dardi (agosto 1996)
» 134
La dote che ci hai lasciato T. (maggio 2009)
» 137
Il mio sì generato dal suo sì Chiara Scardovi (luglio 2009)
» 139
Una passione al cuore dell’uomo e alla realtà Adele Tellarini (luglio 2009)
» 142
Certa della Provvidenza Fabio Catani (luglio 2009)
» 147
Novella Scardovi. Breve biografia
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Fondazione Novella Scardovi
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Una casa per diventare casa
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Riferimenti
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L’ultima frase scritta da Novella nella sua agenda
novella scardovi dalla tenda alla casa
Nel catalogo Itaca Roberto Persico Farès pecàt a lamentàm Dario e Clementina Nembrini: una fede feconda Saverio Allevato Pio Cerocchi La P38 e la mela Una presenza cristiana a Roma negli anni di piombo
Ogni amore è voluto, abbracciato, accompagnato verso il suo scopo pieno: esprimere al mondo, e a sé, la tenerezza di Dio che è per tutti la vita.
la mia vita rinata in un incontro
Maria Novella Ravaglia Scardovi è la fondatrice della Casa d’accoglienza San Giuseppe e San ta Rita che sorge a Castel Bolognese, piccolo paese della Romagna. La storia dell’opera si intreccia con quella della sua vita, rinnovata da un incontro, avvenuto in un campeggio, che le restituisce la certezza della radicale positività del vivere. Dilatare a tutti l’avvenimento che aveva salva to lei e il suo matrimonio diventa l’urgenza di ogni giorno. Il 22 maggio 1978, festa di santa Rita, ha la prima intuizione di una casa dove accogliere bambini. Un sogno che sembra im possibile da realizzare per lei, casalinga, e per il marito Giuliano, vigile urbano. L’incontro con l’associazione Famiglie per l’Accoglienza, il so stegno della Compagnia delle Opere e il costi tuirsi attorno alla loro famiglia di una vasta rete di amici, sono la strada che porta a compimen to il suo desiderio di costruzione.
Novella
Franco Silanos L’uomo al centro Dall’unità medievale alla perdita dell’io 1. Il Medioevo e l’alba dell’Età Moderna 2. L’Età dei Lumi e il Romanticismo 3. Il Positivismo e il Novecento Sulla via di Damasco L’inizio di una vita nuova a cura di Eugenio Dal Pane coedizione Libreria Editrice Vaticana
Il 17 marzo 1996 viene inaugurata la casa. Po che settimane dopo, l’8 maggio, Novella muo re in seguito a un incidente stradale, ma l’ope ra continua a vivere e si dilata grazie agli amici che con lei l’avevano edificata. La casa genera altre case che ne proseguono il carisma: vivere l’eccezionale nel quotidiano.
André Frossard Il Vangelo secondo Ravenna Richard Veras Gesù, figlio di Davide Scoprire Cristo nell’Antico Testamento
a cura di eugenio dal pane