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Cento lettere. Dalle sbarre alle stelle (Attilio Frasca, Fabio Masi)

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attilio frasca fabio masi

Cento lettere dalle sbarre alle stelle

contributi di Flavio Insinna, Franco Pettinelli


Attilio Frasca, Fabio Masi

Cento lettere

Dalle sbarre alle stelle

Con i contributi di Flavio Insinna Franco Pettinelli


Attilio Frasca, Fabio Masi Cento lettere. Dalle sbarre alle stelle www.itacaedizioni.it/cento-lettere Prima edizione: novembre 2018 © 2018 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0580-2 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Cura editoriale: Martina Amoruso, Cristina Zoli Grafica di copertina: Andrea Cimatti Foto: Antonello Nusca Stampato nel mese di novembre 2018 da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)


A Giulio e Fabrizio


Capitolo II

Rebibbia, 24 giugno 2007, ore 8.30 Caro Massimo come stai? Io non bene, dopo il trasferimento da Regina Coeli dove sicuramente stavo peggio ho cominciato a riscontrare delle cose qui che gridano giustizia. Sto provando a fare e a far fare agli altri lo sciopero della fame con tanto di cartelli attaccati alle celle, vediamo se mi seguono e ho anche scritto che chi non mi segue sta bene in carcere. L’ho fatto soprattutto per la gente che qui è ammalata e io ne ho uno in cella con diabete e pressione alta che non gli danno le terapie. Ce n’è anche uno con gli attacchi epilettici a causa di una lesione al cervello che tutte le notti si sente male e non se lo fila nessuno, ogni tanto lo mandano all’ospedale e poi ritorna uguale a prima e ricomincia. La notte ulula come se fosse un lupo. È qui per tante piccole cazzate accumulate mentre quello in cella con me è stato arrestato perché aveva in giardino una pianta di marijuana che lui dice non fosse sua, ha 50 anni e gli hanno dato 3 anni e mezzo che con il patteggiamento sono diventati 10 mesi. Non gli hanno concesso neanche gli arresti domiciliari e perfino i permessi perché ritenuto pericoloso a causa di uno schiaffo dato ad uno fuori. È vero! Mi ha fatto 18


leggere il verbale. Pensa a me, io difatti non chiedo niente neanche all’educatore, non mi piace e non mi convince, poi se è pericoloso lui per uno schiaffo figurati io. Non mangio e sciopero, siamo esseri umani anche noi. Vi amo grazie di tutto Attilio Era il 1983 e avevo da poco compiuto tredici anni. Papà cambiò lavoro e mi portò via dalla borgata. Nel grande cantiere in Roma nord dove faceva il gruista avevano costruito cinque grandi palazzine contornate da grandissimi giardini e vialetti, siepi e alberi, tutto molto signorile ed elegante. Gli offrirono di fare il portiere in uno dei condomini e lui accettò. Non avrei vissuto più nella palazzina della mia borgata, tre piani con cortina gialla in vecchio stile anni ’70, dove i miei dirimpettai erano le mie zie, i miei cugini e la mia cara nonna, una donna solare e buona, dalla chioma bianca e la pelle rosea, molto religiosa al contrario di me. Quando ci trasferimmo, papà mi comprò una nuova bicicletta, questa volta da corsa, con il manubrio come le corna di un ariete ma alla rovescia. «Così non impenni più» mi diceva. Le ultime parole famose. Imparai presto a impennare su una ruota per molti e molti metri. Mi sentivo invincibile, il mio pane quotidiano era il rischio. Papà era preoccupato per quel mio carattere, anche se in casa potevano sempre contare su di me. La mia grande contraddizione era tutta lì, angelo e demone allo stesso tempo. A settembre ricominciai la scuola. Seconda media, nuovo istituto in un nuovo quartiere, non c’erano 19


più i miei vecchi amici. Dal mio arrivo avevo conosciuto qualche ragazzo del vicinato e due ragazze della mia età, ma i nuovi compagni al primo impatto non m’ispirarono molto, a parte due o tre. Le ragazze invece mi piacevano di più, eleganti, truccate, già molto precoci e più spigliate delle ragazzine con cui ero cresciuto in borgata, dove per rimediare una pomiciata avevo dovuto attendere che qualche palazzo appena costruito venisse abitato da nuovi condòmini. Una era diventata la mia fidanzatina, anche lei veniva da un quartiere di Roma centro. Forse era l’educazione familiare diversa o il differente ceto sociale a rendere queste giovani fanciulle più aperte alle nuove esperienze, qualunque esse fossero. Sicuramente mio padre, come i papà delle mie amichette di borgata, non andava la sera al Piper, il locale della movida romana anni ’60, e nemmeno frequentava i caffè della dolce vita felliniana di via Veneto. I nostri genitori e i nostri nonni pensavano a lavorare per costruire qualcosa per i loro figli. Quella ragazzina, quando me ne andai dalla borgata, cominciò a vedersi con un mio compagno di scorribande. Per me non faceva differenza: una volta alla settimana tornavo in borgata dai miei parenti e allora lei doveva frequentare me, la sentivo di mia proprietà, ero il capo. La mia Roma era così: forti emozioni, esperienze trasgressive di ogni genere e sensazioni uniche, praticamente solo guai. Si cominciava a respirare aria di politica. Nella mia scuola i ragazzi simpatizzavano per l’estrema sinistra, mentre nell’istituto vicino, a poche centinaia di metri, appoggiavano l’estrema destra. Non mi interessava il fanatismo politico, non era il mondo 20


che volevo. Inconsapevolmente, però, ci stavo finendo dentro. A scuola ebbi presto uno scontro fisico con un ragazzo di sinistra che importunava una mia compagna di classe. Ero il nuovo arrivato, altro motivo per cui quel ragazzo e i suoi amici cercarono di vendicarsi. All’uscita mi rincorsero per picchiarmi, ma io mi infilai in una ferramenta e comprai il mio primo coltello a scatto, riponendolo con cura nella tasca del giacchetto. Tornai a casa come se non fosse successo nulla, in fondo per me era una cosa normale e ritenevo che tutto fosse sotto controllo. Ero sempre riuscito a separare il mio comportamento dentro e fuori casa, nascondendo così ai miei genitori la mia lucida pazzia. Rebibbia, 12 maggio 2009 Ciao Massimo, non preoccuparti non rispondo male a chi ancora sento amico, il foglio bianco che ti ho inviato voleva dire una cosa sola, mi manchi e volevo sentirti. Malgrado io viva in un altro mondo con una realtà diversa, mi rendo conto della vostra e so quante difficoltà ci sono anche fuori e quanto a volte non si trovano 5 minuti per scrivere, capita anche a me, ma credimi se ti dico che se non conosci questo posto non potrai mai capire cosa significa il silenzio della posta che non arriva. Noto con grande piacere che i tuoi pupi crescono e stanno bene non vedo l’ora di poterli conoscere per abbracciarli. A volte penso a quanto mi manca giocare e fare coccole a un bambino, lo dicevo proprio qualche giorno fa a questa ragazza con cui ho un rapporto 21


epistolare, è di Bergamo e ci scriviamo da un anno, credo che la conoscerai presto. Spero tu sia in grande forma, la palestra e l’attività fisica in generale è una delle scelte di vita più giuste, anch’io mi sto allenando senza sosta, ma non credo che riuscirò a smettere di fumare, una sigaretta ogni tanto è limite consentito, poi lo sai lo sport tende a disciplinarti già soltanto con l’alimentazione e nel fare e condurre una vita sana. Sto acquisendo un’autostima che non avevo mai avuto, sarà il cervello più ossigenato ma devo dire che ho anche molto più autocontrollo. Forse aveva ragione mio padre, non è mai troppo tardi. Ho cambiato il mio stile di vita qui dentro, ora sono un carcerato vero a tutti gli effetti e porto avanti i miei principi e le mie battaglie, tipo quella per le docce fredde e per i tanti disagi che quotidianamente calpestano i nostri diritti e la nostra dignità di essere umani. Vabbè, saluta la tua famiglia saluta gli amici che meritano, ti voglio bene un bacione, Attilio Il giorno dopo tornai a scuola armato del mio coltello, deciso a condurre io il gioco. Non concessi a quei ragazzi nemmeno il tempo di prepararsi, di capire. Tentai subito l’aggressione, e quella volta furono loro a fuggire. Nei giorni successivi riuscii a chiarirmi con alcuni di loro, anche perché eravamo nella stessa classe e la situazione era già pesante, non c’era bisogno di aggravarla. Più avanti, una mattina entrai in un bar frequentato dai ragazzi dell’altra scuola e notai un gruppetto in particolare. Avevano vestiti eleganti, i capelli corti ben ordinati, e mi piacevano più dei miei compagni, 22


sia per lo stile sia per i modi apparentemente tanto educati. Erano i ragazzi di destra. Anche in loro però qualcosa non mi convinse, la loro aria di superiorità e alcuni sguardi freddi e sprezzanti nei miei confronti. Uscii dal bar senza creare problemi, chiedendo poi informazioni ad alcuni miei compagni. Scoprii che cinque di quei ragazzi abitavano in una via non molto distante da casa mia e nella mia mente si aprì una nuova guerra. Cominciai a provocarli disegnando sui loro palazzi, con bombolette di vernice, simboli che inneggiavano al comunismo e insulti contro i fascisti. Inoltre un mio amico li conosceva e sapeva che nel campo sportivo interno al loro condominio spesso si giocava a calcio, quindi pensai bene di fargli organizzare una partita. Nella mia squadra c’era mio fratello, due amici del vicinato e qualche compagno di classe. Dissi loro di fare gioco duro e provocatorio, così, appena gli avversari avrebbero reagito, avrei trovato la scusa perfetta per menare le mani. Ci furono quattro partite di calcio, finite sempre in rissa. La situazione stava un po’ degenerando e mio padre intervenne. Una sera lo notai vicino a un’automobile fuori dal cancello del condominio, dentro c’erano due persone, un signore e un ragazzo dalla testa rasata. Il signore era un suo amico, proprietario di un’officina meccanica vicina alle due scuole. Era insieme al figlio, che mi chiamò e mi domandò perché facevo quei casini durante le partite di calcio, quelli erano suoi amici ed erano dei bravi ragazzi. «Vuoi scommettere che ora sono io il cattivo ragazzo?» pensai. Un pomeriggio mi invitò a bere qualcosa con lui 23


e stringemmo una bella amicizia che dura ancora oggi. Parlammo molto e, pur essendo più piccolo, sembrava decisamente più maturo di me, nei pensieri oltre che nel fisico. Rimasi affascinato dai suoi racconti – le sezioni politiche, la partecipazione e la condivisione tra militanti… – e cominciai a essere figlio di quella realtà. Poco dopo mi invitò ad andare con lui allo stadio, in curva sud. La squadra della Roma non era la mia preferita, io ero dell’Inter, come mio padre. Andai più volte anche a seguire le partite della Lazio, ma il mio cuore iniziò a battere forte per quella grande e violenta tifoseria giallorossa e mi innamorai presto anche della squadra. L’ho sostenuta per molti anni, in tutte le città d’Italia; mi importava solo creare disordine, lo stesso disordine che cresceva ogni giorno sempre più forte dentro di me. Curva sud, la mia vita, un facile rifugio dal vero grande mondo dove la vita era vissuta con tanti sacrifici e dove scorreva una logica, un verso, un senso. Mi convinsi che il grande mondo fosse troppo faticoso e poco gratificante. Cominciai a spacciare hascisc ed ecstasy e a usare la cocaina, lasciai la scuola e la mia vita cambiò radicalmente. Mio padre mi trovò lavoro in un bar gelateria nel centro storico di Roma tramite un amico professore che viveva nel nostro palazzo, solo per pochi mesi, prima dell’arrivo dell’estate. Era primavera e Roma profumava di gelsomini e asfalto bagnato, l’odore inconfondibile degli ultimi acquazzoni di inizio aprile. Comprai un motorino e mi avventurai nel mondo vero, quello di una vita più regolare, che regolare 24


per me in realtà non era. Mentre lavoravo, spacciavo ai clienti del bar, tra un caffè e un gelato. Facendo i turni una settimana di mattina e una di pomeriggio, la domenica riuscivo a seguire la mia squadra del cuore e trovavo il tempo per tutto, anche per una ragazza che iniziai a frequentare, ma non come avrei dovuto. Non era un rapporto normale perché non faceva ancora parte dei miei progetti, se di progetti si può parlare. In realtà non mi interessava avere responsabilità verso di lei. Certo, i casini stavano aumentando, e pure il mio uso di droghe, ma il rapporto con la mia famiglia ancora era buono, oserei direi meraviglioso. Io li rispettavo i miei genitori, e li aiutavo sempre. Oggi capisco che le soddisfazioni da dare a un genitore sono altre, non basta dire un semplice “sì” a mamma e papà, non basta lavare un piatto o sistemare la camera da letto, ma non me ne rendevo conto perché l’unico rapporto a cui pensavo era quello con me stesso. Ero scisso, da un lato un ragazzino premuroso, ubbidiente, e dall’altro un giovane combattente che non temeva niente e nessuno. La vita è bella Arrivai alla scoperta della grande città e me chiedevo mo’ ’ndovado a litigà. Non ero né de destra e né de sinistra. L’importante però era fa ’na rissa. Me ’nventavo partite, scrivevo sui muri pe’ dà carci a quei bulli mascherati da duri. 25


Non ero gladiatore né centurione… ero un guerriero de ’nantra legione. Allo stadio ero più grande… in mezzo a quer monno me sentivo importante. La mia vita non permetteva di avere una dama, come compagna fissa c’avevo la lama. Non te preoccupà… un giorno la vita te porta er conto. Dicevano mamma e papà: «A regazzì, la vita è bella, nun fa lo stronzo!».

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