LUCIANO SABOLLA
All’origine della cura

Assistenza e cura
nella prima Età moderna
LUCIANO SABOLLA
All’origine della cura
Primum vivere
Assistenza e cura nella prima Età moderna
Prefazione di Danilo Zardin
segno concreto progenie.
Nelle edizioni Itaca
Luciano Sabolla
All’origine della cura
immortale al ricordo. Sicuramente. stampa di un libro. rilegata, ha qualcosa di affascinante. impresso, probabilmente resterà appassionati.
Pauper Christi. Assistenza e sanità tra Medioevo ed Età moderna
All’origine della cura 2
Homo viator. Dall’accoglienza dei primi pellegrini agli Ospedali Maggiori
All’origine della cura 3
Primum vivere. Assistenza e cura nella prima Età moderna
Nicolò, socio in questo progetto, grado di realizzare questo mio sogno. lui per aver “sposato” gli intervistati permesso di incontrare
Volumi promossi dal Banco Farmaceutico
Immagine di copertina
Pietro Manganoni, Soldano, fornito la maggior parte delle pubblicazione. sostenuto soprattutto sempre che ancora prima di aver riservargli naturalmente.
Pierre Le Gros il Giovane, Il trionfo della Religione sull’Eresia (1698-1699).
Cappella di Sant’Ignazio, Chiesa del Gesù, Roma.
Luciano Sabolla
All’origine della cura 3
Primum vivere. Assistenza e cura nella prima Età moderna www.itacaedizioni.it/origine-della-cura-3
Prima edizione: marzo 2026
© 2026 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati
ISBN 978-88-526-0836-0
Impaginazione grafica: Mariya Fomochkina
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Data di ultima consultazione dei link presenti nelle note bibliografiche: 31 gennaio 2026.
Sommario
Prefazione
Il sistema assistenziale europeo ha conosciuto profonde trasformazioni a partire dagli inizi dei tempi moderni. Vi hanno contribuito in modo significativo anche i cambiamenti nei suoi supporti medico-sanitari, in primo luogo quelli che hanno interessato la rete dei servizi ospedalieri e, in senso più ampio, l’insieme delle strutture di ricovero per le varie forme di disagio e di marginalità.
Se si tenta di abbracciare in uno sguardo di sintesi la parabola di sviluppo attraversata, si è subito indotti a identificarla con una traiettoria di crescita ed espansione. Non si disegna certamente un progresso continuo, uniforme e ubiquamente capillare, spinto fino a invadere le periferie più sfavorite e povere di mezzi. Si può parlare con ogni probabilità solo di una linea di tendenza prevalente, con le immancabili oscillazioni, i rallentamenti, i passi indietro e le nuove riprese che ogni grande fenomeno collettivo presenta a una attenta osservazione. Resta il fatto che il marchio riassuntivo sembra essere proprio quello di un riuscito consolidamento: dalla fioritura dell’ultimo Medioevo e dalla fase effervescente del Rinascimento, man mano si procede verso la stagione delle riforme religiose del Cinquecento, l’assestamento dell’età barocca e la temperie riformatrice del Settecento illuminista, giurisdizionalista e infine rivoluzionaria, si entra in un cantiere di laboriosa, ininterrotta costruzione, che ha consentito di ampliare in forme sempre più differenziate e inclusive le impalcature di sostegno create per arginare la fragilità umana e rafforzare le risposte con cui si cercava, fin dove possibile, di porvi rimedio. Ѐ ragionevole anche pensare che, sullo sfondo di un trend più generale di potenziamento dei quadri organizzativi delle comunità politiche, grazie all’aumento delle risorse destinate al soccorso delle fasce di popolazione in situazioni di bisogno, si sia potuto ottenere un incremento sensibile di efficacia per le strategie finalizzate a promuovere la tutela degli individui. Non si dispone, però, di misurazioni e di dati statistici così ricchi, omogeneamente distribuiti sul filo del tempo e fondati su criteri univoci, tali da giustificare un ottimismo trionfalista. Mantenendosi prudenti, è meglio astenersi dal paragonare il decollo del primo abbozzo di un welfare moderno all’avvio di una macchina già risolutamente in grado di offrirsi come uno scudo di robusta protezione contro ogni genere di infortuni che aggredivano le pretese di sicurezza di una larga massa di cittadini.
Comunque sia, una dilatazione delle capacità di intervento a presidio della salute e del benessere materiale delle persone, in vista di quello che i pensatori del secolo dei Lumi definivano nei termini della “pubblica felicità”, è l’esito registrabile da diversi punti di vista, sulla lunga durata, e in molteplici contesti diversi. Il volume che presentiamo lo documenta con una abbondanza del tutto convincente di dati infor-
mativi, distribuiti sul filo dei tre secoli che scandiscono l’arco cronologico preso in esame e, all’interno di ognuna delle partizioni evidenziate, consentono di passare in rassegna i più importanti ambiti territoriali entrati a comporre il frastagliato mosaico del continente: area inglese, monarchia francese, mondo germanico-asburgico, i due Stati della penisola iberica, la galassia italiana.
La prospettiva che ne emerge è tutt’altro che di segno apologetico. Si sottolineano i punti di forza e le conquiste innovative, cariche di effetti benefici, guadagnati calandosi negli snodi di una evoluzione di vaste ambizioni. Nello stesso tempo, non ci si lascia bloccare da alcuna reticenza nel mettere in luce che le istanze solidaristiche, diffusamente permeate dal linguaggio della dedizione filantropica e dall’impulso caritativo, sono venute a intrecciarsi con l’urgenza di stabilizzare l’ordine sociale puntellando le sue gerarchie, il suo ethos condiviso e il complesso delle sue regole di condotta, che andavano salvaguardate dai rischi di sovvertimento, dai veleni di un malcontento strisciante pronto a esplodere in ogni congiuntura di crisi. La pesantezza di smentite e contestazioni in grado di intaccare il senso del conformismo e lo spirito di obbedienza alle convenzioni più radicate era avvertita come una minaccia incombente, contro la quale bisognava vigilare con severa attenzione. Per questa ragione la tenerezza della misericordia ospitale e accogliente spesso doveva cedere il passo alla logica dell’imposizione coercitiva, fino a coltivare l’impraticabile utopia della reclusione forzata della totalità degli irregolari. La disciplina poteva assumere anche il profilo dello staffile che castiga. E quando il rigore della giustizia prevaleva sulla dolcezza del perdono i sistemi punitivi fondati sulla sanzione fisica prendevano il posto delle elargizioni elemosiniere, dei sussidi per uscire dalle condizioni di precarietà, delle vie di recupero chiamate a consentire il rientro nel posto che si doveva occupare nel concerto dell’esistenza collettiva. “Sorvegliare” e “punire” restarono la faccia nascosta, più cupa e decisamente meno elastica, di una subventio pauperum – come la etichettò l’umanista del Cinquecento Juan Luis Vives, autore di un pamphlet che riscosse uno strepitoso successo internazionale – che aveva i suoi costi rimasti irrinunciabili per tutto l’Antico Regime (e anche ben oltre): aumento dei controlli sull’autonomia dei singoli, costrizione al lavoro per tutti coloro che non si trovavano nelle condizioni di poter rivendicare il privilegio di essere esonerati dalla sua necessità, divieto della mendicità arbitraria e del vagabondaggio, subordinazione pressante agli obblighi della convivenza sociale. Il soccorso a chi era malato, relegato ai margini o povero di difese, si appoggiava al vigore dell’autorità e non amava il ricorso alle mezze misure dell’indulgenza remissiva. Non ci si accontentava di “lasciar fare”, rinunciando a incidere a fondo sulle cause del disagio quando si manifestava una palese distonia rispetto ai codici della normalità da cui discendeva l’assicurazione della salute dell’organismo collettivo.
Ripercorrendo il viaggio a ritroso nel tempo intrapreso da Luciano Sabolla si comprende che la storia dell’assistenza di tipo medico e sanitaria non può essere concepita come un recinto isolato. Ѐ stata una delle dimensioni in cui si è espressa una ben più articolata vicenda che ha visto gli uomini, le loro istituzioni, le realtà associative da loro generate, le reti di potere che imbrigliavano la vita delle città e degli Stati misurarsi con le facce straordinariamente differenziate e in continua metamorfosi dei bisogni di aiuto scaturiti dal concatenarsi delle circostanze avverse, o comunque meno felici e positive, dell’esistenza nel mondo. In questo senso, lo sviluppo moderno della rete ospedaliera e la sua lenta, contrastata, solo parziale tendenza alla medicalizzazione in forme sempre più professionalmente specializzate, uniti alla ramificazione di opere di solidarietà comunitaria per la tutela infermieristica e il soccorso offerto agli indigenti che scivolavano in condizioni di malessere per le patologie sperimentate – a causa degli incidenti subiti o sotto l’urto degli attacchi epidemici –, sono dei frutti intimamente connessi a tutta una serie di dinamiche maturate sugli altri fronti della gestione delle emergenze e del supporto che ci si sentiva in dovere di fornire a chiunque si trovasse nel rischio di decadere dal ruolo che occupava nel teatro della vita comunitaria, precipitando verso l’estromissione dai ranghi dell’assetto comunitario e nella vergogna di un’anomalia non di rado senza sbocchi preventivabili. Ospedalizzare i malati, curare i sofferenti, era solo una delle direzioni in cui rifluiva il bisogno strutturale, irrinunciabile e permanente, di tutelare con ogni mezzo a disposizione la trama dell’ordine sociale, ricostituendo, all’interno di esso, lo spazio offerto al destino di un individuo quando questo veniva alterato dalle prove, a volte persino spietate, che gravavano sulla realtà del passato. Non si poteva distogliere lo sguardo rivolto, simultaneamente, alla cura dell’infanzia, a cominciare da quella più fragile e abbandonata, così come non appariva sensato tralasciare l’impegno per la diffusione dell’istruzione e l’avviamento alle professioni, oppure eludere il dovere di farsi carico del peso ingombrante di coloro che risultavano incapaci di autosostenersi, delle vittime di disabilità invalidanti, delle donne sole e senza protezione, degli anziani, dei malati psichici e dei folli, del recupero delle prostitute, della lotta contro le sacche insidiose della furfanteria e della criminalità organizzata.
Restava ancora fuori dall’orizzonte il miraggio di un universalismo delle coperture assistenziali, che solo i successivi passaggi verso la costruzione di un welfare statalizzato, largamente sostenuto dal prelievo del fisco pubblico dilatato, almeno in termini teorici, alla totalità della compagine sociale, avrebbe consentito di prefigurare. Del resto, anche nel modello universalista più avanzato – gravitante intorno al trasferimento del desiderio di soccorso dell’individuo dalla sfera della carità benefica a quella per tutti obbligante del diritto alla felicità, giuridicamente fondato sul rapporto con il dovere del potere sovrano di darvi ri-
sposta – sappiamo bene che sopravvivono crepe lungo le quali restano aperti spazi vuoti, ritardi che si accumulano, domande e attese destinate a rimanere inevase. Nei primi secoli dell’Età moderna, il welfare era molto più esile e precario, legato a forme ancora primitive di incrocio “sussidiario” tra le iniziative dei soggetti privati che si originavano dal basso della scala sociale, le autonome espressioni della società civile e le integrazioni garantite, dall’alto, tramite l’assunzione di responsabilità da parte dei poteri pubblici superiori. In questa cornice, restava decisamente prevalente l’orientamento verso il primato della logica del dono volontario, ben prima e al di là delle prestazioni regolate dal vincolo giuridico. La carità e l’assistenza mantenevano il loro antico spirito selettivo: non si traducevano in un mantello esteso potenzialmente all’intera collettività. Nutrivano, piuttosto, l’interscambio tra un “io” che promuoveva l’aiuto altruistico e un “tu” che lo accoglieva non come atto dovuto, gestito dalla burocrazia di un congegno di architettura sociale che riassorbiva in sé gli individui, ma come l’espressione della circolarità dei legami alla base di un solidale organismo vivente. Il soccorso al bisognoso era ancora concepito idealmente come il riverbero del senso di una fraternità di fondo, cardine del convivere tra diversi. Lo scambio cementava l’unitarietà del corpo sociale. Si ripercuoteva positivamente sulla coscienza e sull’identità personale del benefattore che donava. Moltiplicava i suoi meriti: gli apriva una strada che, passando attraverso il soccorso recato al bisognoso, nel contesto della visione etica nutrita dalla tradizione di matrice cristiana, mantenutasi particolarmente viva nel cattolicesimo dell’Europa mediterranea e centro-europea, autorizzava la speranza di poter aspirare a una salvezza immaginata come un ponte gettato tra il mondo dell’aldiquà e i regni dell’aldilà abitati dai defunti e dai beati.
Procurare il bene al prossimo, cominciando da quello più vicino e familiare, annodava una comunanza di destino che riduceva l’estraneità e saldava il rapporto di simbiosi con il supremo paradigma, inseguito come meta regolatrice a cui puntare.
Danilo Zardin
Professore ordinario di Storia moderna Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Capitolo I
Assistenza
e cura nel XVI secolo
Frontespizio del trattato di Lluis Vives “De subventione pauperum”.
Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

La problematica sociale più importante dell’Età moderna in tempo di pace è stata l’estrema povertà estesa a larghi strati della popolazione, a causa di un complesso di fattori di varia natura: epidemie, guerre, carestie, calamità naturali, crisi economiche e conseguente disoccupazione1. Pertanto, il problema di come affrontare il dilagante pauperismo divenne assillante per i pubblici poteri, gli appartenenti ai ceti sociali privilegiati e gli uomini di cultura di tutta Europa. In alcune città italiane, già nell’Alto Medioevo era stato introdotto un elenco nominativo dei poveri meritevoli di essere mantenuti dalla Chiesa locale, chiamato “matricola”2, e la stessa Regula Benedicti aveva operato la distinzione tra i questuanti inabili al lavoro e i parassiti, questi ultimi da allontanare dal monastero alla scadenza del secondo giorno di ospitalità. Tra gli studiosi, alle soglie dell’Età moderna, si erano espressi sul pauperismo principalmente Tommaso Moro nell’opera Utopia ed Erasmo da Rotterdam negli scritti pubblicati con il titolo di Colloquia. L’approccio su come organizzare il soccorso dei poveri che esercitò maggiore influenza fu quello teorizzato in un trattato redatto nelle Fiandre all’inizio del Cinquecento dall’umanista spagnolo Juan Luis Vives (1492-1540).
Vives sul soccorso ai poveri
Completati gli studi di filosofia alla Sorbona ed espletato un periodo di docenza a Lovanio e a Oxford, l’umanista
Juan Luis Vives si stabilì definitivamente a Bruges (oggi in Belgio), ove nel 1525 compose il trattato De subventione pauperum, “Sul soccorso ai poveri”3. L’opera s’impose sia per la completezza dell’indagine sostanziata da fitte citazioni bibliche e classiche, sia per l’esaltazione del valore etico del lavoro, inteso come principale strumento di riscatto per la moltitudine di soggetti marginali. I principi enunciati nell’opera erano l’allontanamento degli stranieri, il divieto di mendicare nei luoghi pubblici, il trasferi-
1 B. Geremek, Il pauperismo nell’età preindustriale (secoli XIV-XVIII), in Storia d’Italia, vol. V, Einaudi, Torino 1973, pp. 667-698.
2 G. Albini, Poveri e povertà nel Medioevo, Carocci, Roma 2016.
3 L. Vives, De subventione pauperum, trad. it. A. Saitta (a cura di), La Nuova Italia, Firenze 1973.
mento delle competenze dell’intera questione assistenziale alla municipalità, il censimento e la classificazione dei vagabondi in varie categorie ciascuna destinataria di uno specifico intervento pubblico. I malati senza risorse andavano accolti negli ospedali; i mendicanti abili erano da internare in strutture pubbliche di lavoro obbligatorio e, se renitenti, dovevano essere espulsi dalla comunità cittadina; i poveri “vergognosi” meritavano di essere beneficiati da un contributo istituzionale discreto; attraverso una particolare procedura, alcuni indigenti potevano essere ammessi alle periodiche distribuzioni elemosiniere municipali.
Il trattato di Vives, molto letto e tradotto sia nel mondo cattolico che in quello protestante, ispirò i governanti europei nel promuovere la politica assistenziale successiva4.
Regno Unito
Una rilevante conseguenza della rivoluzione politico-confessionale che investì l’Inghilterra nel ventennio 1534-1553 fu la scomparsa di tutte le foresterie, le infermerie e le spezierie monastiche5. In Scozia assieme alle cattedrali vennero distrutte anche le canoniche, tradizionali punti di accoglienza dei pellegrini e dei bisognosi6. In tutto il regno britannico rimasero attivi nel XVI secolo solo pochi grandi ospedali a Londra.
Gli ospedali di Londra
Il primo ospedale pubblico inglese del periodo, il Savoy Hospital, venne fondato nel 1505. Per progettare il nosocomio reale Enrico VII (14851509), capostipite della dinastia Tudor, ispirandosi allo Spedale di Santa Maria Nova in Firenze, finanziò l’avvio dei lavori edilizi lungo il Tamigi sul terreno dove la rivolta dei contadini nel 1381 aveva distrutto il Savoy Palace, antica residenza del conte di Lancaster.
Inaugurato nel 1517 durante il regno di Enrico VIII (1509-1547) il Savoy Hospital, che agiva con lo stesso spirito cristiano e le medesime modalità della tradizione medievale, divenne in breve tempo il più imponente ospedale inglese, il primo a servirsi di personale medico permanente7. Il povero che si presentava al portone principale dell’ospedale un’ora prima del tramonto veniva avviato in cappella a pregare per il sovrano e i benefattori, poi a farsi il bagno mentre le inservienti gli ripulivano
4 B. Monsegu, Filosofia del humanismo de Juan Luis Vives, Instituto Luis Vives, Madrid 1961.
5 G.M. Trevelyan, Storia d’Inghilterra, Treves, Milano 1938.
6 T.C. Smout, A History of Scottish People 1560-1830, Fontana Press, London 1987.
7 Hospitals: Hospital of the Savoy, in «A History of the County of London», vol. I, London Within the Bars, Westminster and Southwark, ed. William Page, London 1909, British History Online (https://www.british-history.ac.uk/vch/london/vol1/pp546-549).
gli abiti. Nel letto assegnatogli, singolo e pulito, l’ospite passava la notte in una sala a navata unica, assieme a un centinaio di altri sventurati. Il mattino successivo tutti gli utenti venivano dimessi eccetto chi stava male, trattenuto per essere visitato da un medico e curato con i preparati galenici composti, su prescrizione medica, dallo speziale ospedaliero. Essendo male amministrato dai nobili incaricati dal re, l’Ospedale Maggiore di Londra ebbe vita breve e fu spogliato dei suoi possedimenti nel 1553, quando dovette chiudere i battenti.
Nel settore orientale della città rimaneva invece attivo il St. Bartholomew’s Hospital8. Lo aveva fondato nel 1123 l’inglese Rahere al ritorno da un pellegrinaggio a Roma, per ringraziare il Signore di essere stato guarito dalla malaria contratta nell’Urbe grazie alle cure ricevute all’ospedale per i poveri dell’Isola tiberina. Rahere riuscì ad aprire il nuovo nosocomio londinese dedicato a san Bartolomeo, di cui sarebbe stato Maestro fino alla morte (1143), grazie al supporto di Enrico I re d’Inghilterra (1110-1135) e dell’arcivescovo William de Corbeil (1121-1136) già canonico agostiniano. Le due autorità lo aiutarono a costruire anche l’adiacente chiesetta della Santa Croce e a formare una congregazione di laici religiosi, uomini e donne, disponibili a servire incondizionatamente i ricoverati per spirito cristiano.

Luciano Sabolla
Nato a Voghera (PV), si è laureato a pieni voti in medicina e chirurgia all’Università degli Studi di Milano nel 1975. Ha lavorato a tempo pieno per 35 anni all’Istituto Villa Marelli (Ospedale di Niguarda) dapprima in qualità di medico tisio-pneumologo poi, dopo la seconda specializzazione in radiologia, impegnandosi specificatamente nel campo diagnostico rinnovando l’imaging della struttura.
Volontario dal 2002 dell’associazione no-profit Banco Farmaceutico, scopre con una propria indagine la storia della Confraternita Santa Corona, che dalla fine del XV secolo soccorreva gli infermi poveri di Milano con il supporto medico e la dispensazione gratuita di rimedi medicamentosi preparati nella spezieria del sodalizio. Considerando l’esperienza della compagnia Santa Corona precorritrice di quella intrapresa dal Banco Farmaceutico ai giorni nostri, l’autore la inserisce come capitolo centrale nel primo libro da lui redatto nell’ambito del progetto culturale All’origine della cura. Il volume, dal sottotitolo Pauper Christi. Assistenza e sanità tra Medioevo ed Età moderna, viene pubblicato per i tipi dell’editore Itaca nel 2020 in occasione del XX anniversario della fondazione a Milano dell’Associazione Banco Farmaceutico. Sviluppa quindi il tema delle radici e dell’evoluzione storica del sistema assistenziale e sanitario nel mondo occidentale in un secondo testo, presentato a Rimini nell’agosto 2023 (sottotitolo Homo viator. Dall’accoglienza dei primi pellegrini agli Ospedali Maggiori), e lo approfondisce ulteriormente nella ricerca qui proposta.
Ripercorrendo il viaggio a ritroso nel tempo intrapreso da Luciano Sabolla si comprende che la storia dell’assistenza di tipo medico e sanitaria non può essere concepita come un recinto isolato.
È stata una delle dimensioni in cui si è espressa una ben più articolata vicenda che ha visto gli uomini, le loro istituzioni e le realtà associative misurarsi con le facce straordinariamente differenziate e in continua metamorfosi dei bisogni di aiuto.
Ospedalizzare i malati, curare i sofferenti, era solo una delle direzioni in cui rifluiva il bisogno permanente di tutelare con ogni mezzo la trama dell’ordine sociale.
Danilo Zardin