MATTEO FANELLI
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LA LOTTA PARTIGIANA E IL MARTIRIO DI ROLANDO RIVI
Prefazione di Andrea Caspani Postfazione di Emilio Bonicelli
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a mia moglie ai miei figli
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Matteo Fanelli
13 APRILE 1945 La lotta partigiana e il martirio di Rolando Rivi
Prefazione di
Andrea Caspani Postfazione di
Emilio Bonicelli
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Nelle edizioni Itaca Bisagno. La Resistenza di Aldo Gastaldi · con dvd a cura di Marco Gandolfo Ezio Meroni Il prete partigiano. Don Battista Testa Emilio Bonicelli, Massimo Camisasca Dio sceglie i piccoli. Rolando Rivi · con dvd Testimoni della verità nell’Italia in guerra La Resistenza cancellata a cura di E. Bonicelli, A. Caspani, U. Finetti, M. Busani, L. Aldorisio Maïti Girtanner con Guillaume Tabard Maïti. Resistenza e perdono
Matteo Fanelli 13 aprile 1945. La lotta partigiana e il martirio di Rolando Rivi www.itacaedizioni.it/13-aprile-1945 Prima edizione: marzo 2022 © 2022 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0719-6 Stampato in Italia da Mediagraf, Noventa Padovana (PD)
Col nostro lavoro cerchiamo di rispettare l’ambiente in tutte le fasi di realizzazione, dalla produzione alla distribuzione. Questo libro è stato stampato su carta certificata FSC‰ per una gestione responsabile delle foreste. Stampiamo esclusivamente in Italia con fornitori di fiducia, riducendo così le distanze di trasporto.
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Prefazione
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Prefazione
Quando ho avuto tra le mani questo bel libro di Matteo Fanelli, ho provato lo stesso stupore che provai sul finire del 2006, quando mi trovai a collaborare come storico al progetto di una mostra per il Meeting 2007 sulla figura di Rolando Rivi, impresa che coinvolgeva un piccolo gruppo di giovani studiose del reggiano. È lo stupore di trovarsi di fronte a un “frammento” della storia italiana, che, a mano a mano che lo si accosta e lo si esamina nello spessore della sua trama di rapporti, mostra come una esperienza umana singolare e per molti versi “incredibile” (il martirio di un giovane quattordicenne, colpevole solo di indossare sempre la veste talare in quel periodo di violenza) sul finire della Seconda guerra mondiale, riveli, come in uno specchio, anzi meglio come in un prisma, quel “tutto” di cui è costituita la storia, la storia italiana di quel periodo, ma in generale tutta la storia. L’oggetto della storia infatti non è il passato in quanto tale, ma la realtà del passato in quanto vissuta e risignificata dagli uomini, che ivi compiono le loro scelte di vita. Al centro della storia stanno gli eventi, cioè quei momenti di “svolta” della realtà, frutto dell’intreccio di fattori materiali, economici e istituzionali, dei fini umani (non solo i progetti politici, ma anche le passioni e gli ideali) e degli elementi casuali e imprevedibili connessi. Lo storico mira quindi ad andare oltre la memoria dei
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protagonisti stessi degli eventi accaduti (memoria che è soggettiva e spesso lacunosa, giustificativa o mitizzante) per accertare cosa è realmente accaduto relativamente a un evento o a un periodo, per quanto questo è raggiungibile attraverso le testimonianze e la documentazione, e a ricostruire criticamente i nessi tra i diversi fattori implicati, inserendoli in una prospettiva interpretativa del periodo storico esaminato. Nella ricostruzione e interpretazione dei fatti bisogna però guardarsi soprattutto dal pericolo della lettura ideologica della storia, che è la pretesa di possedere in generale un criterio di interpretazione della dinamica storica “garantito” da una visione della vita, e che non può essere messo in questione neanche dagli episodi che mostrano che le vere cause di un evento sono diverse dal previsto. Il senso profondo della dimensione storica è poi il nesso tra la memoria del passato, la ricerca storica e l’esigenza di felicità e di significato della vita tipica di ogni uomo: la memoria storica introduce quindi “strutturalmente” alla tradizione (che è la capacità di cogliere il legame che unisce il passato, il presente e il futuro) in quanto connette il passato alle nostre aspettative attuali, rendendolo quindi pegno di speranza per la ricerca di un significato positivo per il presente e il futuro. Anche il libro che vi invito a leggere è un testo con una prospettiva di speranza per il futuro, perché illustra il nesso tra la memoria e lo studio critico del passato e l’esigenza della felicità inscritta in ogni uomo, mostrando come un piccolo (e tragico) evento della fase finale della Resistenza, che sembrava destinato ad essere uno dei tanti “scarti” della memoria storica, racchiuda invece in sé il seme di un mistero buono, capace di svilupparsi nella storia, facendo fiorire esperienze di umanità rinnovata e di riconciliazione fino ai nostri giorni, e diventando così una luce per il nostro tempo, corroso da un dilagante nichilismo, ma altrettanto desideroso di umanità e pace autentica.
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Dobbiamo ringraziare Matteo Fanelli che, affascinato dalla figura di Rolando e dalla percezione del valore della sua esperienza, si è impegnato in un’attenta ricerca del nesso tra la storia e la memoria di Rolando e la storia e la memoria di quel grande fenomeno che è all’origine della storia della nostra Repubblica, la Resistenza. Quando l’8 settembre 1943 il Regno d’Italia rese esplicito il suo definitivo ripudio del fascismo e uscì dall’alleanza con la Germania hitleriana per avviarsi a ricostruire la sua identità, lasciò di fatto ogni italiano a dover decidere di fronte alla propria coscienza il senso e il valore delle proprie scelte eticopolitiche e di orientamento ideale. Le istituzioni politiche e militari del paese mostrarono, infatti, in quel momento tutta la loro debolezza; l’unica eccezione fu la Chiesa che rimase sempre accanto al popolo. E una scelta di coscienza ha fatto Rolando, riaffermando in modo esplicito, nel momento in cui l’occupante nazista faceva chiudere il seminario di Marola in cui aveva cominciato nel 1942 il suo cammino vocazionale, la sua scelta per l’ideale di una vita consacrata a Cristo come fondamento di una vita buona e bella per tutti, esemplificata dal suo voler continuare a indossare la tonaca da seminarista. La sua è stata una scelta di Resistenza, come ci ricorda uno dei più autorevoli partigiani cattolici, don Giovanni Barbareschi, che afferma in Chiamati a libertà: «La Resistenza è stata anzitutto una ribellione morale, la scelta consapevole dell’umano contro il disumano». Credere nell’umano conduce inesorabilmente alla riscoperta della fondamentale struttura relazionale dell’uomo, al riconoscimento che l’uomo non è un semplice ingranaggio di uno Stato, ma nasce e fiorisce in un contesto di rapporti di natura affettiva, sociale e politica orientati alla libertà, e quindi conduce alla scoperta che la libertà è anche impegno attivo a promuovere la crescita e la fioritura della libertà al-
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trui per la quale si può soffrire, lottare e battersi per difenderla quando viene calpestata: una bella sfida all’individualismo dominante oggi con la connessa insensibilità e indifferenza verso il bene comune. Questa è la radice ideale di tutti coloro che scelsero la Resistenza e in questo senso, al di là dell’apporto militare che essa diede alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, è importante riconoscere quanto ha scritto Gian Enrico Rusconi: «Ci poteva essere un’Italia liberata senza la Resistenza? La risposta è no perché senza la Resistenza, per quanto contraddittoria sia stata, non riesco a capire come sarebbe potuta nascere questa democrazia». Infatti la (ri)costruzione del tessuto democratico italiano inizia proprio coll’esperienza del “dialogo” tra le diverse anime della Resistenza, un “dialogo” caratterizzato da molte luci (ma anche da gravi ombre già durante il periodo del conflitto e che ha avuto drammatici strascichi nell’immediato dopoguerra) e che ha costituito quella forma embrionale e non strutturata di democrazia, da cui scaturirà quel «compromesso storico ideale» (è un giudizio di Norberto Bobbio) che è la Costituzione repubblicana, felice esito di un rapporto costruttivo tra forze politiche molto diverse, che anteposero ad ogni altra istanza l’esigenza di trovare una forma di convivenza rispettosa delle diverse identità politico-culturali per far ripartire il paese devastato dalla guerra. Una delle ombre del periodo della Resistenza è proprio la violenza fratricida che spesso, a causa del prevalere dell’ideologia sull’istanza umanistica di liberazione, si scatenò anche all’interno del movimento partigiano e di cui ha fatto le spese proprio Rolando Rivi, ucciso «in odio alla fede» come riconosceranno i tribunali italiani nel dopoguerra. L’opera di Fanelli prende le mosse da una sintetica presentazione della vita e del martirio del giovane per allargarsi al quadro del movimento partigiano nella zona appenninica
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reggiana, dove si era sviluppato un tenace movimento partigiano, che aveva dato vita a una Resistenza contrassegnata da una pluralità di soggetti politici. Già dal primo capitolo si comprende la serietà della ricerca storica del nostro studioso, che mostra con onestà le caratteristiche del mondo contadino ed ecclesiale in cui è cresciuto Rolando e presenta in modo equanime le ragioni di contrapposizione ideale e di strategia di azione tra i diversi soggetti partigiani della zona, giungendo anche a comprendere le ragioni sociali che hanno condotto una buona parte del partigianato reggiano a sposare quell’ideologia antireligiosa che porterà l’assassino di Rolando a pronunciare queste terribili parole al momento della sua esecuzione (quasi in forma di autogiustificazione per l’enormità dell’atto): «Domani un prete di meno». Con la stessa onestà e attenzione alle ragioni dei vari soggetti culturali implicati nell’elaborazione della memoria della Resistenza, nei capitoli seguenti, Fanelli ripercorre, con taglio divulgativo, la storia della memoria di Rolando in connessione con lo sviluppo della memoria del grande fenomeno della Resistenza. Fanelli non ha voluto fare un testo agiografico né di Rolando, né della Resistenza, ma, appassionato della verità a tutto tondo e affascinato dal mistero del senso del sacrificio di Rolando, un resistente inerme e innocente, ucciso da altri resistenti, ha voluto esplorare le contraddizioni del fenomeno della Resistenza ripercorrendo la storia della sua memoria. Egli ha colto che la storia e la sua ricostruzione è il frutto dello svolgimento di tante libertà che, nella ricerca del significato della realtà, corrono l’avventura della vita con il desiderio e la baldanza di chi sa di non poter restare passivo di fronte alla prospettiva di cercare il senso del destino personale e del proprio popolo e possono fare gesti eroici e opere
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mirabili, così come cadere e mitizzare o strumentalizzare gli stessi. Fanelli ha saputo mostrare così, nei diversi capitoli, come dal martirio di Rolando sia fiorito nel tempo, un bene sempre più grande, in cerchi concentrici sempre più ampi, fino alla beatificazione, celebrata nel 2013 a Modena, che ha portato alla diffusione del suo culto in tante parti del mondo. Allo stesso modo ha saputo ripercorrere, decennio per decennio, le tappe essenziali del dibattito sulla memoria della Resistenza, che ha saputo superare le diverse forme di mitizzazione e/o di lettura ideologica della stessa, per giungere a operare una vera e propria rivoluzione storiografica, foriera di quella riconciliazione della memoria culturale della Resistenza per la quale tanto si è adoperato il presidente Ciampi. Ma la storia è soprattutto vita, scelta di vita e non solo studio e riflessione e, da questo punto di vista, le parti finali del libro (l’intervista agli ultimi parenti in vita di Rolando e la postfazione) ci riservano il frutto più bello di questo percorso nella memoria, mostrando che il “buio della storia” non impedisce la possibilità che anche i discendenti delle vittime e dei carnefici possano riprendere a camminare insieme, nell’accettazione consapevole del passato e nel perdono. È di luci e ombre che è fatta la storia. La Resistenza oggi brilla di un immenso impeto umano per la libertà; ma la storia e il martirio di Rolando ci ricordano che è compito degli studiosi e degli uomini liberi spogliare la memoria di questo sforzo da ogni retorica e conservarla, senza risentimenti o pretese di rivincita, per guardarvi dentro e cogliere le luci che aiutano a illuminare il senso del nostro attuale cammino. Guardare dentro il passato, il proprio o quello del proprio paese, con animo libero da pregiudizi e da condizionamenti ideologici non è facile. Perché pensare e agire da uomini liberi è difficile. La libertà è difficile ma, come ci insegna il beato Rolando,
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è sempre possibile, in chi desidera andare al fondo della propria umanità e soprattutto accetta la luce della misericordia del Signore, dare inizio a una nuova storia, come ha mostrato il gesto di riconciliazione avvenuto il 15 aprile 2018 presso il santuario del beato Rolando Rivi martire. Andrea Caspani
Andrea Caspani, storico dell’età contemporanea, già docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dirigente scolastico, dirige la rivista culturale online «Lineatempo» (www.lineatempo.eu).
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L’uccisione di Rolando Rivi: il contesto storico
Rolando Rivi: cenni biografici Rolando Maria Rivi vide la luce il 7 gennaio 1931 a San Valentino, una frazione di Castellarano di circa mille anime, situata nella provincia e nella diocesi di Reggio Emilia, anche se molto vicina al territorio modenese. All’epoca in cui visse Rolando, tale frazione era centro di organizzazioni cattoliche attive sia nell’ambito più strettamente religioso che in quello sociale, e anche le funzioni religiose erano molto frequentate nonostante per alcuni fedeli non fosse agevole raggiungere la Pieve. La famiglia in cui crebbe Rolando era profondamente permeata di valori cristiani. I Rivi erano mezzadri del beneficio parrocchiale di San Valentino e vivevano insieme agli zii paterni e alla nonna, una persona profondamente religiosa che ebbe grande influenza sulla fede del ragazzo. Così Emilio Bonicelli, biografo del Beato, descrive la famiglia Rivi: «Era una grande famiglia, “unita e serena”, dove la nonna, donna umile e tenace, scandiva il tempo con la preghiera. Ogni giorno si recitava il Rosario. […] Durante la Seconda guerra mondiale la famiglia Rivi fu colpita da gravi lutti»1. E. Bonicelli, Beato Rolando Rivi seminarista martire, Shalom, Camerata Picena 2013, pp. 33-34. 1
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Nel 1934 venne nominato parroco di San Valentino una figura molto incisiva per la crescita spirituale di Rolando Rivi, don Olinto Marzocchini. Egli rinvigorì l’Azione Cattolica locale e più in generale rese molto attiva la vita religiosa nel piccolo paese. Con don Marzocchini il giovane Rolando imparerà a servire la messa. Nel 1937 egli cominciò a frequentare la scuola elementare, sotto la guida della maestra Clotilde Selmi. Ella diede un contributo importante per la formazione umana e cristiana del ragazzo. Viene descritta, infatti, come una donna di grande fede, oltre che una maestra competente e appassionata. In generale Rolando Rivi viene presentato come un ragazzo vivace e allo stesso tempo disciplinato. Così lo descrive suo papà Roberto: Era molto buono. Come era vivacissimo, era altrettanto remissivo; non altercava con nessuno, sempre pronto a cedere. Quando cominciava a fare qualche capriccio, bastava ricordargli: «Gesù non è più contento di te», perché il ragazzo cambiasse subito atteggiamento. Sentiva per Gesù un’attrattiva sempre più intensa2.
Nell’ottobre del 1942, a soli undici anni, Rolando Rivi entrò in seminario, e precisamente in quello di Marola (Reggio Emilia). Anche in seminario, come in famiglia, viene descritto come un ragazzo vivace e allegro ma allo stesso tempo serio e dedito alla vita cristiana, che aveva cominciato a imparare in famiglia e alla quale aveva deciso di consacrarsi. I cugini più piccoli vedevano in lui una guida, che insegnava loro a giocare e a pregare.
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p. 30.
P. Risso, Rolando Rivi: un ragazzo per Gesù, edn, Camposampiero 2004,
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Sia in famiglia, durante le vacanze, sia in seminario, il giovane seminarista si dimostrava fedele alla messa quotidiana e alla preghiera. Introdotto dal padre, amava la musica e aveva cominciato a imparare a suonare l’harmonium. Di Rolando non possediamo testi scritti, ma solo il ricordo di alcune sue frasi, tra queste una in particolare: «Io sono di Gesù», che è stata incisa, insieme al suo nome, alla data della sua nascita e del suo martirio, sulla cassetta in legno che contiene le sue spoglie mortali. Una frase che trovò poi conferma, dopo l’ingresso in seminario, nella sua volontà di indossare sempre la veste talare, che egli amava proprio come segno visibile di questa sua appartenenza al Signore3.
Nel seminario di Marola gli echi della guerra arrivarono attutiti, almeno fino all’estate del ’44. Nel frattempo in questa zona appenninica si era sviluppato un tenace movimento partigiano, che aveva dato vita a una Resistenza contrassegnata da una pluralità di soggetti politici. Fin dal settembre 1943, infatti, esponenti del movimento cattolico, comunista e azionista si ritrovarono uniti nel combattere il nemico nazifascista, anche se, come vedremo più avanti, spesso con visioni molto diverse riguardo alle modalità con cui portare avanti la guerra partigiana. Nel giugno del 1944, quando Rolando Rivi e gli altri seminaristi erano già rientrati a casa per le vacanze estive, il Seminario di Marola venne perquisito dai soldati tedeschi in cerca di armi e partigiani, che non furono trovate. Questi stessi tedeschi, pochi giorni dopo la perquisizione del Seminario, si resero protagonisti della tristemente famosa rappresaglia al Ponte della Bettola, la strage più grave di tutta la 3
E. Bonicelli, Beato Rolando Rivi seminarista martire, cit., p. 45.
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guerra nella provincia di Reggio Emilia, che venne attuata dai nazifascisti il 24 giugno 19444. Nel settembre dello stesso anno, infine, il seminario di Marola venne occupato da circa un centinaio di militi tedeschi. La guerra, crudele, spietata ed eversiva – ricorda quel periodo don Raimondo Zanelli – si abbatté sul nostro Appennino: fascisti, nazisti, partigiani, bombardamenti, stragi, distruzioni, violenze, sangue. Anche il seminario dovette chiudere i battenti. I giovani tornarono ai propri paesi e alle famiglie, mentre l’odio veniva seminato a piene mani. Era l’ora delle tenebre5.
Dopo l’occupazione del Seminario, Rolando Rivi dovette ritornare a casa senza sapere quando avrebbe potuto riprendere la sua vita da seminarista. In questi pochi mesi, che vanno dall’estate del 1944 alla sua morte (aprile 1945), egli continuò a vivere la sua vocazione costellata da alcuni episodi importanti. Così il fratello Guido: Quando il Seminario di Marola fu chiuso, Rolando ritornò in famiglia dove riprese a vivere con noi, indossando sempre l’abito talare. Era un ragazzo esuberante, stava volentieri in compagnia ed era ben accolto dagli amici. La sua testimonianza alla vocazione sacerdotale era costante: ogni giorno andava a Messa6.
Dunque il ragazzo continuava a portare la sua talare da seminarista, anche se, soprattutto da parte dei familiari, gli ve4 Si veda R. Maseroli Bertolotti, La Chiesa reggiana tra fascismo e comunismo, Il Girasole d’oro, Pavia 2001. 5 E. Bonicelli, Beato Rolando Rivi seminarista martire, cit., p. 68. 6 AA.VV., Positio Super Martyrio. Beatificationis seu declarationis martyrii Servi Dei Rolandi Rivi, Romae 2010, p. 84.
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niva fatto notare che il clima era diventato teso e che sarebbe stato più al sicuro senza. Infatti, dall’estate del 1944 anche la vita del piccolo paese di San Valentino, fino ad allora sostanzialmente tranquilla, aveva conosciuto momenti crescenti di tensione e violenza. Anche Rolando Rivi sperimentò questo clima: «Ricorda oggi un suo amico, allora seminarista come lui: “I partigiani comunisti, quando ci incontravano per strada, lanciavano nei nostri confronti frasi oscene con minacce per il futuro non certo rassicuranti”»7. Il clima di violenza sopra descritto, infatti, non era polarizzato solo sulla contrapposizione tra nazifascisti e “resistenti” (sia quelli in armi che quelli della resistenza morale), ma era caratterizzato anche dalla componente ideologica presente tra gli stessi “resistenti”, soprattutto di parte comunista, che portava all’odio verso i sacerdoti e i “padroni”. In particolare, venne preso di mira il parroco di San Valentino, don Olinto Marzocchini, probabilmente perché, oltre ad essere responsabile della parrocchia, era anche l’amministratore di un vasto beneficio parrocchiale. Una notte dell’estate del 1944 alcuni partigiani locali lo aggredirono e umiliarono. Durante la messa, celebrata dopo l’aggressione, il parroco si sentì male. Dovette, dunque, probabilmente a causa di una grave crisi nervosa, riparare in un luogo più sicuro. Certamente Rolando Rivi visse questa situazione con grande sofferenza poiché, come detto, era molto affezionato al parroco. Al posto di don Marzocchini, venne nominato parroco don Alberto Camellini, altra figura di grande importanza per le vicende che riguardano Rolando Rivi. A proposito dell’anticlericalismo citato, proprio don Camellini riporta un episodio accaduto poco dopo il suo arrivo a San Valentino (da notare, siamo sempre nell’estate del 1944): 7
P. Risso, Rolando Rivi: un ragazzo per Gesù, cit., p. 60.
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Indice
Prefazione Andrea Caspani 1. L’uccisione di Rolando Rivi: il contesto storico Rolando Rivi: cenni biografici La Resistenza nel reggiano-modenese L’uccisione di Rolando Rivi
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2. Guerra civile e violenza: nodi critici della Resistenza
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Una Resistenza, tre guerre Sacerdoti uccisi dai partigiani
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3. La violenza nel dopoguerra in Emilia
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Il triangolo rosso Il caso di don Pessina Togliatti e il ruolo del Pci in Emilia
46 49 51
4. Verità storica e verità giudiziaria sul caso di Rolando Rivi I processi sul “caso Rivi” Il tempo dell’oblio
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Riferimenti utili
5. La Resistenza come evento fondativo dell’Italia repubblicana La guerra della memoria Il paradigma antifascista unitario Il paradigma resistenziale e le nuove generazioni La “Resistenza tradita” e le Brigate Rosse Il valore democratico della Resistenza
6. «Chi sa parli» Nuove strade per la memoria della Resistenza Nuove strade per la memoria di Rolando Rivi
7. Revisionismo storico e uso pubblico della storia
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72 72 75 77 79 80
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Il problema del revisionismo storico L’uso pubblico della storia e il caso Pansa I Presidenti della Repubblica e la memoria storica
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8. Il percorso per la beatificazione di Rolando Rivi
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Il miracolo e la fama di santità La beatificazione di Rolando Rivi
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9. Il tempo della riconciliazione
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Beatificazione e memoria storica La memoria di Rolando Rivi oggi L’intervista ai cugini di Rolando Rivi
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Postfazione Emilio Bonicelli
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Bibliografia
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Riferimenti utili
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Il luogo del martirio
L’imprevisto del martirio del giovane Rolando Rivi non elimina l’importanza dello studio dei diversi aspetti della Resistenza, ma individua l’imprevedibilità del bene che è fattore propulsivo della storia.
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Il 13 aprile 1945, mentre la guerra volgeva al termine, Rolando Rivi fu sequestrato, torturato e ucciso in odio alla fede. Settantatré anni dopo, alle celebrazioni in ricordo del martirio, era presente la figlia del partigiano che aveva ucciso il giovane seminarista. Come segno di pace e di redenzione dell'odio, portava con sé una corona di alloro e gigli bianchi.
«Dal martirio di Rolando abbiamo visto fiorire, nel tempo, un bene sempre più grande. Nei nostri cuori rimaneva però una segreta speranza, che cioè anche la violenza usata contro Rolando fosse in qualche modo redenta, perché la vittoria del bene sul male potesse giungere alla sua pienezza. Per questo accogliamo con gioia la presenza di Meris tra di noi, come fosse una sorella.»
Alfonso Rivi Matteo Fanelli (Roma, 1986) insegna Storia e Filosofia al liceo. Durante i suoi studi si è occupato principalmente di storia contemporanea della Chiesa.
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