Rivista a cura della Federazione Speleologica Toscana
Redazione
CHIARA VANNUCCI
DAVIDE MARTELLINI
DANILO MAGNANI
LEONARDO PICCINI
DANIELE SIGISMONDI
NADIA RICCI
Coordinamento Grafico a cura della Redazione
CRONACHE
Periodico - Aut. Trib. n° 6 del 20/11/14 Dir. resp.: Barbara L. - Stampa: Nuovastampa - Ponsacco
Di questo numero sono state stampate 750 copie. Il contenuto degli articoli impegna solamente gli autori. La riproduzione anche parziale di articoli, notizie e disegni è consentita citandone la fonte.
In copertina:
Le Condotte del boomerang nei pressi della sala Furia buia.
Presidente Comitato Federale MARCO INNOCENZI
Consiglieri Comitato Federale SANDRA BASILISCHI NADIA RICCI ROLAND DOJA
ASSOCIAZIONE SPELEOLOGICA SENESE c/o Franco Rossi, Via di Nottola, 19 Fraz. Stazione - 53045 Montepulciano (SI) ass@speleotoscana.it
COMMISSIONE SPELEOLOGICA I CAVERNICOLI c/o C.A.I. di Siena Piazza Calabria 25/A - 53100 SIENA cavernicoli@gmail.com
GRUPPO SPELEOLOGICO ALPINISTICO VALFREDDANA Via Provinciale - Loc. Matteino 55060 San Martino in Freddana (LU) gsavalfreddana@speleotoscana.it
GRUPPO SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO APUANO Via della Posta 8 - 54100 Canevara (MS) http://gsaapuano.blogspot.it gsaa@speleotoscana.it
GRUPPO SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO LIVORNESE c/o Museo di Storia Naturale via Roma 234 - 57127 LIVORNO www.speleolivorno.it gsalivornese@yahoo.it
GRUPPO SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO VERSILIESE c/o Andrea Balloni Via Vitale, 191/i - 55047 Seravezza (LU) www.gsav.org info@gsav.org
GRUPPO SPELEOLOGICO CAI FORTE DEI MARMI Via Michelangelo, 47 p.1 - 55042 Forte dei Marmi (LU) speleo@caifortedeimarmi.it
GRUPPO SPELEOLOGICO CAI PISA Via Fiorentina, 167 - 56121 PISA www.speleopisa.it info@speleopisa.it
GRUPPO SPELEOLOGICO FIORENTINO CAI Via del Mezzetta, 2 M - 50136 FIRENZE www.gsfcai.it info@gsfcai.it
GRUPPO SPELEOLOGICO L’ORSO: Via G. Marconi, 75 - 58034 Castell’Azzara (GR) gsorso@speleotoscana.it
GRUPPO SPELEOLOGICO LUCCHESE CAI Cortile Carrara, 18 - 55100 LUCCA info@gslucchese.it news@gslucchese.it
GRUPPO SPELEOLOGICO MAREMMANO CAI c/o Club Alpino Italiano Via Papa Giovanni xxIII n. 13/b 58100 Grosseto gsm.altervista.org gsmaremmanocai@gmail.com
GRUPPO SPELEOLOGICO MASSA MARITTIMA Via Norma Parenti, 80 - 58024 Massa Marittima (GR) www.gsmmspeleo.it info@gsmmspeleo.it
GRUPPO SPELEOLOGICO MONTAGNA PISTOIESE Via Villaggio Orlando, 100 51028 Campo Tizzoro (PT) www.caimaresca.it gsmp_cai@yahoo.it
GRUPPO SPELEOLOGICO PISTOIESE CAI Via Antonini, 7 - C.P. 1 - 51100 PISTOIA www.gruppospeleologicopistoiese.it gspistoiese@speleotoscana.it
GRUPPO SPELEOLOGICO TORRENTISTICO SPEOLO Via Lucchese Romana, 82 - 50054 FUCECCHIO (FI) www.speolonet.wordpress.com gstspeolo@gmail.com
SEZIONE SPELEOSUBACQUEA TOSCANA c/o Carletti Carlo Via V. Bellini, 40 - 50144 FIRENZE sst@yahoo.com
SPELEO CLUB FIRENZE c/o Stefano Merilli Via Guardavia, 8 - 50039 VICCHIO (FI) speleoclubfirenze@speleotoscana.it
SPELEO CLUB GARFAGNANA CAI Via Vittorio Emanuele 55032 Castelnuovo Garfagnana (LU) www.speleogarfagnana.blogspot.com speleo.garfagnana@alice.it
UNIONE SPELEOLOGICA CALENZANO Piazza Stazione, 1 - 50041 speleocalenzano@gmail.com
UNIONE SPELEOLOGICA PRATESE c/o CAI Prato Via Banchelli, 11 - 59100 PRATO www.spelelogiapratese.it info@speleologiapratese.it
GRUPPO SPELEOLOGICO CAI VALTIBERINO Piazza Garibaldi 1 52037 Sansepolcro (AR) stefanialunghini@gmail.com lucapoderini24@gmail.com
FEDERAZIONE SPELEOLOGICA TOSCANA
Via Roma 230, c/o Museo di Storia naturale del Mediterraneo - 57127 Livorno www.speleotoscana.it info@speleotoscana.it federazione.speleologica.toscana@pec.it facebook.com/talponline/ facebook.com/FSToscana/
Liste di lavoro: lista-editoriale@speleotoscana.it - per iscriversi inviare una e-mail a: lista-editoriale+subscribe@speleotoscana.it lista-scientifica@speleotoscana.it - per iscriversi inviare una e-mail a: lista-scientifica+subscribe@speleotoscana.it lista-ambiente@speleotoscana.it - per iscriversi inviare una e-mail a: lista-ambiente+subscribe@speleotoscana.it lista-informatica@speleotoscana.it - per iscriversi inviare una e-mail a: lista-informatica+subscribe@speleotoscana.it
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SOMMARIO
ScIentIfIcA e AMbIente
04 Il contributo della speleologia toscana alla conservazione dei pipistrelli di Paolo Agnelli, Laura Ducci e Cosimo Guaita
10 Studi preliminari: biologia, rilievo e considerazioni geologiche della “2204 LU Buca della cima del Matanna” di Daniele Pagli, Duccio Pieri e Giulia Caputo
16 Il sistema idrogeologico della Polla di Forno di Leonardo Piccini
23 Caratterizzazione della comunità di macroinvertebrati terrestri presenti in una grotta ricca in guano di Luisa Dainelli
29 Venticinque anni di studio sugli speleotemi Apuani di Ilaria Isola, Giovanni Zanchetta, Eleonora Regattieri, Russell N. Drysdale
37 Progetto Equi Terme di Leonardo Canale
40 Identificazione e caratterizzazione morfologiche e genetiche di microrganismi da aree ipogee toscane di S. Cei, L. Canale e A. Noferi, G. Di Giuseppe
50 Il modello 3D delle grotte nelle Alpi Apuane di Danilo Magnani
56 Quando le grotte “pronto uso” scarseggiano, si torna dove l’aria si muove e si disostruisce! di Franco Rossi, Marco Mari, Ivan Martini e Carlo Carletti
67 Il rilievo della Rocca della Verruca, Calci (PI) di Romina Barbensi
70 Le grotte-miniera etrusco-romane dei Monti di Campiglia Marittima (LI) di Luca Tinagli, Giovanna Cascone e Alessandra Casini
72 Acque Tinte di Danilo Magnani
76 Galleria di scarico delle acque della turbina della Filanda di Forno (MS) di Rolando Alberti
81 Nuove buche e buchette delle Alpi Apuane di Luca Dadà
102 Rifugio antiaereo della Martana - Memoria in rilievo di Massimo Baruzzo
106 Dentro la montagna: alla scoperta del mondo ipogeo apuano di Sira Cella
108 Sottosopra: escursioni naturalistiche tra grotte e montagne di Sabrina Tamburini
111 Progetto Grotta Giusti di Franco Utili e Stefano Merilli
116 Beppo, lo scienziato speleologo di Roberto Tronconi
120 Bracco di Roberto Giuntoli
125 Comunicare la speleologia: come, dove, perché
132 Indice generale articoli per argomento
Dal 29 aprile al 1 maggio si è tenuto il IX Congresso regionale di speleologia “Toscana Ipogea Vicopisano 2023”, organizzato dalla nostra Federazione. Il Congresso ha avuto l’onore del patrocinio del Comune di Vicopisano, oltre che della Regione Toscana e della Società Speleologica
All’apertura dei lavori sono intervenuti il Sindaco di Vicopisano Matteo Ferrucci, il Presidente
, provenienti non solo dalla Toscana ma anche da altre regioni, tra speleologi e suddivisi in 3 sessioni tematiche scientifico-ambientale, catasto-informatica, comu-
messi a disposizione dell’Amministrazione comunale di Vicopisano, il Teatro di via Verdi per le presentazioni dei lavori e le tavole rotonde, il Palazzo Pretorio per l’esposizione della mostra fotografica, il Palazzo del Mercatino dell’antiquariato per l’esposizione delle foto del in media forniti dal Circolo ARCI l’Ortaccio durante i pranzi e le cene nei tre giorni del
Come emerge leggendo i titoli dei lavori presentati e i nomi dei relatori, la Federazione è riuscita a creare e a mantenere nel tempo un’importante rete di contatti con le Università, con i Musei, con l’Istituto di Geoscienze e Georisorse – CNR, con l’Ordine dei Geologi, con i Parchi della nostra
Il IX Congresso della FST ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra le istituzioni, le
Ma è stato anche e soprattutto un momento conviviale per gli speleologi che vi hanno partecipato, per lo scambio di esperienze, idee e progetti realizzati e da realizzare, a riprova che il nostro mondo
L’incontro di Vicopisano è stato infine il primo palcoscenico del nuovo Comitato Federale eletto
Per pura coincidenza gli Atti del Congresso di Vicopisano vengono raccolti nel numero 60 di Talp, un importante traguardo per la rivista federale, che rappresenta la nostra migliore vetrina. È infatti tramite questo organo che ci facciamo conoscere all’esterno e tentiamo di far apprezzare al grande
Voglio quindi ringraziare il comitato organizzatore del IX Congresso, che ha visti impegnati soprattutto i Gruppi grotte limitrofi a Vicopisano, GST Speolo e GSPi. Voglio ringraziare i rappresentanti dell’Amministrazione comunale di Vicopisano per la loro disponibilità, nonché il presidente di SSI Orsini e il rappresentante dell’Ordine dei Geologi della Toscana per essere intervenuti. Voglio ringraziare il Circolo ARCI l’Ortaccio, per l’accoglienza riservataci. Ma un ringraziamento speciale
La Presidente Nadia Ricci
Il contributo della speleologia toscana alla conservazione dei pipistrelli
a cura di Paolo Agnelli, Laura Ducci, Cosimo Guaita Museo di Storia Naturale, Università di Firenze
Quanto conosciamo veramente della vita dei nostri amati pipistrelli? Di queste creature che sembrano dotate di incredibili superpoteri, tanto da poter disinvoltamente volare nelle grotte in cui noi spesso arranchiamo con fatica, di questi eccezionali animali, che spesso raffiguriamo nei loghi dei nostri gruppi speleo e in molti dei disegni che accompagnano la nostra vita “social”,
Alcune specie di pipistrelli presenti in Toscana (Paolo Agnelli)
non conosciamo molto in realtà, anche perché è solo da pochi decenni che la comunità scientifica italiana si dedica al loro studio con l’impegno e le risorse necessarie.
Sappiamo però che le grotte e le cavità sotterranee in generale sono una parte importante della loro esistenza. Parlando delle 29 specie di Chirot-
prevalenti dei pipistrelli in estate e in inverno
teri presenti in Toscana (ma il discorso varrebbe con poche variazioni per tutte 35 le specie italiane), sappiamo che esistono fondamentalmente tre tipologie di rifugio che i pipistrelli possono occupare durante l’anno: gli alberi, le costruzioni edificate dall’uomo e le cavità sotterranee.
Durante la buona stagione, quando i pipistrelli sono attivi, le diverse preferenze delle specie si dividono piuttosto equamente fra le tre tipologie di rifugio (il 44% delle specie predilige gli edifici, il 36% gli alberi e il 20% le grotte), mentre in inverno le preferenze per i rifugi di letargo sono nettamente a favore delle cavità sotterranee (12% in edifici, 12% in alberi e ben il 76% nelle grotte). Insomma anche i pipistrelli come gli speleologi amano moltissimo le grotte e questo amore dura da almeno 52 milioni di anni! Cioè da tanto tempo prima che gli uomini cavernicoli cominciassero a usare le caverne come riparo dalle intemperie e dai predatori, circa 500 mila anni fa.
Poi con lo sviluppo della civiltà umana e l’inizio della costruzione di “case” (dalle capanne ai grandi edifici storico-monumentali) a partire da circa 10 mila anni fa, offrimmo ai pipistrelli la possibilità di usare anche i nostri edifici come
rifugio, permettendogli così di espandere la loro distribuzione geografica e di rendersi meno dipendenti dalle grotte. Non sappiamo come fosse agli inizi la convivenza tra uomini e pipistrelli, ma nell’ultimo secolo è andata sicuramente peggiorando. La sopravvivenza dei pipistrelli (e di tante altre specie animali) è infatti oggi a rischio proprio a causa delle attività umane, sempre più diffuse e sempre più invadenti, tanto che ormai sono pochi i territori che possiamo definire veramente “naturali”. Per fare degli esempi concreti, le principali minacce per i pipistrelli sono i cambiamenti climatici (siccità), l’alterazione degli habitat (banalizzazione degli ecosistemi), l’inquinamento, la perdita di rifugi negli alberi (per abbattimento o incendio), la perdita di rifugi in edifici (ristrutturazioni, “disinfestazioni”) e il disturbo in cavità sotterranee (per comportamenti sbagliati in presenza degli animali).
Quale deve essere allora il corretto approccio per fermare questa tendenza negativa? La Speleologia deve essere intesa come la fusione di aspetti tecnico-sportivi e storico-scientifici. Nel senso che il mondo ipogeo non deve essere vissuto solo come palcoscenico per imprese esplorative ed exploit sportivi, ma come un ambiente meraviglioso da scoprire e studiare con
Rifugi
passione. Come speleologi e maggiori fruitori di questi ambienti dobbiamo essere consapevoli della profonda responsabilità che abbiamo nei confronti di un mondo che non è mai stato tanto utilizzato e la cui salvaguardia dipende spesso dalla nostra preparazione culturale nell’affrontarlo.
La sola preparazione però non basta, serve anche un aggiornamento costante! Perché come per tutte le cose che riguardano l’interfaccia tra uomo e natura, non ci sono ricette speciali buone per tutte le occasioni, ma soluzioni complesse, non di rado con grandi margini di incertezza. Che fare allora? Serve un’integrazione fra la Ricerca zoologica e la Speleologia. Occorre fare rete e collaborare! Studiare, condividere, informare, sensibilizzare e trovare insieme la miglior soluzione per mantenere vive le nostre grotte!
Collaborando, possiamo fermare il preoccupante declino delle popolazioni dei chirotteri caverni-
coli e studiare la fauna anche nelle grotte più tecniche. Possiamo difendere le grotte da interventi non ecosostenibili come l’apertura di cave, dalla chiusura impropria degli ingressi, da visite turistiche in grotte faunisticamente sensibili, da ricerche scientifiche distruttive, ecc.
Ma perché tutelare i pipistrelli? Perché sono bioindicatori di qualità ambientale ipogea e «specie ombrello». La loro presenza assicura nutrimento ad una schiera di animali guanofagi, che sono alla base delle reti alimentari ipogee. E come tutelare la fauna delle grotte? Il concetto base deve essere “conoscere” per avere gli strumenti per agire. Sono solo alcune le grotte che ospitano colonie importanti e davvero sensibili e solo in alcuni periodi dell’anno dobbiamo evitare il disturbo per evitare di perdere la colonia. Occorre allora lavorare ad una ragionevole selezione di quelle grotte che rappresentano un’emergenza naturalistica! E focalizzare su quelle i nostri sforzi di conservazione.
Esempi di errata gestione delle cavità ipogee e minacce alla vita sotterranea
Home-page di ToscoBAT
Un brillante esempio di questa collaborazione è quella fra il Museo di storia naturale dell’Università di Firenze e la Federazione Speleologica Toscana, iniziata nei primi anni 2000 con alcuni progetti di ricerca sui pipistrelli cavernicoli e poi sviluppatasi, nel 2014, con un progetto strutturato a livello regionale, denominato ToscoBAT. Informazioni più precise sul progetto sono state pubblicate su TALP (n. 48, 49, 50 e 53), ma in sintesi si tratta di un database on-line, riservato agli speleologi, dove inserire e organizzare le osservazioni di presenza dei pipistrelli raccolte semplicemente durante le numerose uscite dei gruppi speleologici nelle grotte toscane, segnalazioni che altrimenti an-
drebbero inutilmente perdute. Le osservazioni vengono ogni volta validate dagli zoologi e nel caso di informazioni particolarmente interessanti per tipo di specie, numero di individui, o per area geografica, si procede ad un sopralluogo per confermare e dettagliare la segnalazione.
I dati di ToscoBAT ci hanno permesso di capire quali sono le grotte importanti per i pipistrelli, in quali stagioni vengono frequentate, quali sono le caratteristiche fisiche che attraggono questi animali, quali sono le tendenze delle popolazioni. Ma soprattutto ToscoBAT è un esempio di come si possa condividere e scambiare reciprocamente le proprie conoscenze tra persone che frequentano le grotte per motivi diversi e in questo modo crescere tutti culturalmente.
Quali sono stati i risultati di questa collaborazione e qual è stato sinora il contributo degli speleologi toscani alla conservazione dei pipistrelli? Nel grafico si può vedere come l’inizio della collaborazione nei primi anni 2000 abbia significativamente incrementato il numero delle conoscenze sulla distribuzione dei pipistrelli negli ipogei toscani e ancor più evidente è l’incremento registrato con il lancio del progetto ToscoBAT nel 2014, in oc-
Gra co dell’incremento delle conoscenze sulla distribuzione dei pipistrelli negli ipogei toscani
casione del Congresso Regionale FST “Toscana Ipogea” a Campiglia Marittima. Se consideriamo gli ultimi 20 anni di ricerche, il numero di grotte e miniere monitorate è passato da 72 a 257 e le relative segnalazioni (per alcune grotte si hanno utili segnalazioni in stagioni diverse) sono aumentate da 229 a 887 (con un incremento del 387%!). Il progetto ToscoBAT ha persino vinto nel 2016 il primo premio del concorso SSI “Italia Speleologica” per l’area tematica “Salvaguardia”!
Un bellissimo risultato, che altre regioni ci invidiano. Un esempio che altri iniziano a seguire. Ma non possiamo ancora ritenerci soddisfatti e dobbiamo continuare a sfruttare ogni osservazione raccolta durante le nostre esplorazioni, sia perché è importante conoscere la stagionalità dei popolamenti, sia perché le grotte di cui non conosciamo nulla dei chirotteri eventualmente presenti
sono ancora molte. In pratica, abbiamo dati per il 10% di tutte le cavità accatastate, anche se sappiamo che le grotte con le caratteristiche fisiche per essere un buon rifugio per colonie importanti sono certamente una percentuale molto piccola di quelle ancora sconosciute.
Al Raduno Nazionale di Casola, nel novembre 2018, è stato ufficializzato un accordo fra la SSI e il GIRC (il Gruppo Italiano Ricerca Chirotteri, che dal 1998 raccoglie i maggiori esperti di Chirotteri). Tale accordo sancisce la collaborazione tra i due Enti sulle tematiche inerenti la chirotterofauna ipogea. In pratica il GIRC è il referente ufficiale della SSI per le azioni e gli interventi comuni di tutela dei chirotteri. Con questo accordo il GIRC si impegna a segnalare alla SSI la cavità sotterranee di maggior valore conservazionistico per la presenza di importanti colonie di chirotteri, al fine di concordare le più opportune azioni di informazione e sensibilizzazione ai Gruppi speleologici e le più concrete azioni di tutela, mettendo a disposizione ognuno le proprie competenze, con lo scopo di proteggere e valorizzare l’ambiente sotterraneo in uno spirito di collaborazione, condivisione, fiducia e rispetto reciproco, consapevoli che solo l’intento comune possa, ben più della semplice applicazione della Legge, raggiungere compiutamente tale scopo.
In Toscana, le cavità ipogee di maggior valore conservazionistico sono al momento 12 grotte e 8 miniere. Di queste 20 cavità, 8 ospitano importanti colonie invernali di letargo, 5 primaverili-estive di riproduzione e 7 sono frequentate in entrambe le stagioni. Se escludiamo le miniere, che non hanno particolare interesse speleologico, stiamo parlando di circa lo 0,5% delle grotte accatastate. Grotte nelle quali occorre fare particolare attenzione a non disturbare gli animali o dove è meglio rimandare la visita ad un altro momento. Tutte queste info sono sempre disponibili su ToscoBAT per tutti i gruppi che si iscrivono.
Non elenchiamo qui i nomi delle grotte e miniere con i periodi in cui evitare le visite, perché si tratta di informazioni sensibili, di cui gli speleo devono essere gelosi e che non devono essere diffuse per evitare sconsiderate “visite ai pipistrelli”
Premio SSI a ToscoBAT. Un riconoscimento importante per la biospeleologia toscana
Collaborare e fare rete per crescere
per motivi fotografici, turistici o altro da parte di persone senza la dovuta preparazione scientifica e culturale. Ormai sappiamo per esperienza che i migliori rifugi per pipistrelli sono quelli dove non c’è presenza umana nei periodi critici!
Continuiamo allora a verificare su ToscoBAT la eventuale presenza di colonie sensibili nella grotta che programmiamo di visitare e nel caso rimandiamo l’esplorazione ad un altro momento. Continuiamo a raccogliere le segnalazioni di pipistrelli osservati durante le uscite del nostro gruppo e condividiamole su ToscoBAT. In ogni caso, seguiamo sempre le semplici regole di buon comportamento quando in grotta ci troviamo di fronte ad una colonia di pipistrelli:
•Esoprattutto,comeSpeleologi,facciamosempre rispettare anche ad altri visitatori occasionali queste semplici regole.
La Speleologia gioca un ruolo fondamentale nello studio e nella conservazione della fauna cavernicola e dei pipistrelli in particolare.
C’è ancora molto da fare per diffondere informazione e consapevolezza, ma la condivisione, la collaborazione e il rispetto per la vita nelle grotte sono le basi per ottenere risultati concreti e una crescita culturale comune.
A questo proposito, ricordiamo che il gruppo di lavoro sui Chirotteri del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze è disponibile a organizzare incontri di divulgazione sui Chirotteri presso i gruppi speleo toscani, sia in occasione di corsi, che di incontri pubblici per promuovere la speleologia. Basta contattare gli autori di questo articolo. Buone grotte a tutti!
Studi preliminari: biologia, rilievo e considerazioni geologiche della “2204 LU Buca della cima del Matanna”
a cura di Daniele Pagli, Duccio Pieri e Giulia Caputo - Gruppo SPEOLO Fucecchio
Inquadramento geografico e geologico
La “Buca della cima del Matanna” ha l’ingresso a quota 1302 m slm, poco sotto la cima dell’omonimo monte. È sita nel comune di Stazzema, in provincia di Lucca, codice catasto 2204 T/LU.
Fa parte di un sistema carsico poco conosciuto del ramo meridionale delle Apuane.
Nella stessa zona sono presenti altre grotte con caratteristiche analoghe come profondità, che non sono state oggetto di studi approfonditi in tempo recente.
Inquadramento geologico - sezione e carta geologica
Da qui è partita l’idea di uno studio che fosse il più possibile dettagliato, compatibilmente con il nostro percorso nella didattica.
Dal punto di vista geologico, si ha una stratificazione che vede la successione di strati di rosso ammonitico (RSA) con calcare massiccio (MAS) e calcari e marne a Rhaethavicula contorta (RET): nella figura qui sotto si riportano gli estratti delle sezioni geologiche (Zaccagna, 1881) e della cartografia geologica della Regione Toscana (Progetto CARG).
Sezione geologica da Lotti e Zaccagna 1881Cartogra a geologica della Regione Toscana CARG
Si sono pertanto predisposte opportune campagne di esplorazione, rilievo e campionamenti biologici che sono convogliate nel presente studio.
Il rilievo è stato ampliato da 102 a 160 metri di sviluppo complessivo e sono stati raccolti e fotografati esemplari di carabidi, anfibi, gasteropodi e copepodi di interesse bio-speleologico che saranno oggetto di futuri approfondimenti ed articoli di dettaglio.
Le esplorazioni e il rilievo
Verso fine 2022 il Gruppo Speolo si è riaffacciato alle esplorazioni scegliendo una grotta dimenticata dai più, visitata e rilevata pochi anni prima da Leonardo Piccini.
Già dai primi ingressi è risultato palese quanto ancora la 2204 avesse da offrire, sia in termini di sfide personali che di opportunità di apprendimento.
Fu così che durante la campagna di campionamento bio-speleologico, pulendo uno dei primi saltini, se ne venne giù un grosso masso che aprì una finestra per l’ambiente nuovo (quello più scuro nel rilievo).
Le esplorazioni partirono con foga attraverso questa stretta faglia a più livelli.
Superata una frana si aprirono due pozzi che ci condussero fino al fondo.
Al Gruppo non abbiamo un telemetro quindi se un rilievo esiste dobbiamo solo ringraziare la pazienza e la gentilezza degli amici di Livorno che il 10.04.2023, oltre che concederci l’utilizzo del loro DistoX, hanno colto l’occasione per insegnarci ad usarlo restituendo graficamente un nuovo ramo ed incrementando la lunghezza della poligonale di circa 60 metri.
Nelle uscite successive a quel giorno siamo, con un faticoso lavoro di disostruzione, riusciti a forzare una piccola finestra che ci ha fatto trovare un’altra decina di metri pressoché interamente verticali, ancora da rilevare.
Rilevamenti ambientali e campionamenti biospeleologici
All’interno della grotta si sono previste stazioni di misura e di campionamento in cui siamo tornati più volte all’interno di un anno solare, ciascuna contraddistinta da un codice numerico, come illustrato in figura, in cui è riportata la posizione dei punti ed il periodo dell’anno di prelievo.
In tabella seguente si è riportata la lista delle specie più interessanti osservate, divise per stazione, classificate secondo la letteratura disponibile, con una stima dell’abbondanza, oltre alle specie presen-
ti nella tabella faunistica del Piano Strutturale per un confronto.
Dai campionamenti è emersa una buona variabilità biologica, come si vede dalla tabella.
Esemplari fotografati all’interno della grotta 1) Oxychylus sp (circa 10 mm) 2) Duvalius apuanum, illustrazione originale (Muller, 1930) 3) Duvalius apuanum ritrovato nella grotta (7 mm) 4) Moraria sp. (0.2 mm) 5) Rhinolophus fotografato a distanza, non misurato 6) Speleomantes (50 mm circa)
Le specie di maggiore interesse, riportate in figura sono:
•ungasteropodedelgenereOxychylusdelqualeè stato effettuato il barcoding genetico,
•uncoleotterodelgenereDuvalius,
•ilcrostaceocopepodeHarpaticoidedelgenere Moraria in studio,
•deipipistrellidelgenereRhinolophus,segnalati alla rete ToscoBat,
•unanotevolequantitàdiSpeleomantes.
Misurazioni ambientali
In corrispondenza dei punti significativi si sono misurati i parametri ambientali illustrati di seguito in figura.
Come si vede andando in profondità i parametri tendono a divenire costanti, l’illuminazione nei primi metri tende a non essere più rilevabile, l’umidità tende a valori attorno al 90%, mentre la temperatura tende a 6° (valore prevedibile da letteratura per quelle altitudini).
Temp. delle grotte vs quota a latitudini in Europa (35,°, 40°, 43°, 46°) Formule di Choppy ed Eraso
Profondità (m)Profondità
Risultati delle misurazioni ambientali
Conclusioni
I campionamenti biospeleologici hanno evidenziato una buona biodiversità ed alcune specie sono state inviate per approfondimenti tassonomici.
Il rilievo è stato esteso grazie all’aggiunta di un ramo nuovo, ma dalle carte geologiche si vede che lo strato carsificabile è ancora grande. Per il futuro
(Lux)
Profondità(m)
BIBLIOGRAFIA
CHOPPY J. (1982) “Dinamique De L’Air” Fen. Karstiques, Processus Climatiques
DODERO A. (1917) “Materiali per lo studio dei Coleotteri italiani con descrizione di nuove specie” Annali del Museo Civico di Storia Naturale “Giacomo Doria”
DUSSART B. (1969) “Les Copépodes des eaux continentales” Edizioni N. Boubée et Cie, Parigi
ERASO A.(1969) “La Corrosion Climatica En Las Cavernas” Bol. Geol. y Min., Madrid
ERASO A.(1978) “Vision Termodinamica De Los Fenomenos Carsicos” Espeleologie, 3°
ISPRA SERVIZIO GEOLOGICO D’ITALIA “Carta geologica d’Italia, Foglio 260-Viareggio”
i piani si dipanano sia oltre il fondo di questo ramo, attraverso uno stretto cunicolo ripulito dal fango, onnipresente all’interno della grotta, da un importantepassaggiod’acqua;siaattraversolafranasita al fondo della parte “storica”, dalla quale traspira un debole refolo di aria che fa sperare in altri metri di buio.
LOTTI B. & ZACCAGNA D. (1881) “Sezioni geologiche nella regione centrale delle Alpi Apuane” Bollettino del Regio Comitato Geologico d’Italia, 12 121-142.
MULLER G. (1930) “I coleotteri cavernicoli italiani” Estratto dal fascicolo di Aprile-Giugno 1930 delle grotte d’Italia” rivista dell’istituto italiano di speleologia e organo ufficiale delle regie grotte demaniali di Postumia.
OOSTERBROEK, P., (2006) “The European Families of the Diptera: Identification, Diagnosis, Biology” KNNV Publishing, Utrecht
PARCO REGIONALE ALPI APUANE (2022) “Piano di gestione della Zona Speciale di Conservazione Monte Croce – Monte Matanna”
WELTER-SHULTES F. (2012) “European nonmarine mollusks, a guide for species identification/ Bestimmungsbuch fur Europaiche Land und Susswassermollusken” Planet poster editions.
Illuminazione
Il sistema idrogeologico
della Polla di Forno ( ume Frigido, Massa, Alpi Apuane): evoluzione delle conoscenze
a cura di Leonardo Piccini
Dipartimento di Scienze della Terra – Università degli Studi di Firenze Commissione Scientifica – Federazione Speleologica Toscana
Riassunto
La Polla di Forno rappresenta la principale emergenza del bacino del fiume Frigido, tant’è che è conosciuta, specie in ambito speleologico con lo stesso nome (sorgente del Frigido). La sorgente ha una portata media stimata in circa 1,6 mc/s e un comportamento idrodinamico tipicamente “carsico”. Il suo sistema sotterraneo di alimentazione si estende ben al di là degli spartiacque superficiali che delimitano il bacino idrografico. Questa particolarità è nota da tempo e da almeno un secolo
si sono succeduti molti studi di carattere idrogeologico per delimitare con precisione la sua area di alimentazione.
I primi dati significativi si sono avuti con le prove di tracciamento eseguite da speleologi a partire dagli anni Settanta del secolo passato appartenenti a gruppi toscani ed emiliani. Nel corso degli ultimi anni, le più recenti colorazioni, portate avanti nell’ambito della Commissione Scientifica della Federazione Speleologica Toscana, hanno portato a dover rivedere più volte le
La Polla di Forno con ancora l’idrometrografo meccanico installato nel 1992 e operante sino al 1996, anno in cui fu portato via da una piena eccezionale (Leonardo Piccini)
prime ipotesi sui limiti del bacino idrogeologico di questa sorgente, purtroppo condizionate da alcuni esiti risultati poi non attendibili. Allo stato attuale il quadro pare essere ormai abbastanza ben delineato, pur con ancora qualche punto interrogativo.
Questo articolo vuole essere una rassegna delle ricerche compiute negli anni su questo interessante “caso” idrogeologico, con particolare enfasi al contributo dato dalle ricerche speleologiche, anche di carattere esplorativo.
Introduzione
Schema idrogeologico del bacino del Frigido: 1) rete idrogra ca super ciale, 2) sorgenti carsiche principali, 3) grotte a sviluppo orizzontale, 4) grotte a sviluppo verticale, 5) stazione idrometrica di Canevara, 6) rocce carbonatiche (dolomie, marmi e metacalcari selciferi), 7) rocce impermeabili meso-cenozoiche della Unità apuana 8) rocce impermeabili del basamento paleozoico, 9) spartiacque super ciale del bacino del Frigido, 10) limiti del bacino idrogeologico, 11) ipotetiche linee di usso sotterraneo, 11) traccia delle super ci assiali delle anticlinali maggiori, 13) traccia delle super ci assiali delle sinclinali maggiori, 14) traccia del pro lo idrogeologico (da Piccini, 1989)
La Polla di Forno, nota anche come sorgente del Frigido, è la più importante sorgente carsica delle Alpi Apuane nonché maggiore sorgente di tutto l’Appennino settentrionale. La sua elevata portata, che in media è di circa 1,6 metri cubi al secondo, ha da sempre suscitato stupore e interesse a fronte di un bacino idrografico a monte di essa di estensione tutto sommato limitata.
Il primo studioso ad interessarsi alla idrogeologia di questa sorgente è stato il celebre Domenico Zaccagna (1925), autore della prima serie completa di carte geologiche delle Alpi Apuane, che per il periodo spiccavano per accuratezza e innovazione. Zaccagna dedicò un suo scritto a questa sorgente ipotizzando che gran parte dell’acqua che emerge dalla Polla di Forno provenisse dall’attiguo bacino del canale di Resceto, che è privo di scorrimento per gran parte dell’anno. Profondo conoscitore della geologia apuana, Zaccagna aveva ben chiaro che i terreni calcarei e dolomitici (Marmi e Grezzoni) erano dotati di elevata permeabilità grazie ai fenomeni carsici, permettendo il flusso sotterraneo delle acque d’infiltrazione indipendentemente dagli spartiacque superficiali.
Qualche decennio dopo è la volta di Romeo Masini, che si
LEGENDA
Depositi alluvionali attuali e recenti.
Permeabilità per porosità, diversa sia arealmente che in senso verticale.
Principali coperture detritiche e depositi alluvionali antichi.
Permeabilità per porosità da media ad alta in funzione della litologia.
Rocce a litologia non carbonatica.
Permeabilità per fratturazione da bassa a medio-bassa.
Rocce a litologia carbonatica.
Permeabilità per fratturazione e carsismo da media ad alta.
Limiti dei principali sistemi idrogeologici carsici:.
- in corrispondenza di limiti di permeabilità; in tratteggio limiti sepolti
- in corrispondenza di spartiacque super ciali
- in corrispondenza di spartiacque sotterranei
Principali direttrici di de usso sotterraneo in acquiferi carbonatici.
Punti di in ltrazione nel sistema idrogeologico di acque che ruscellano su rocce non carbonatiche.
Principali sorgenti (portata media > 10 l/s).
Isoiete, mm: valori medi annui del periodo 1951 - 1995.
Stazioni pluviometriche
Spartiacque principale della catena apuana.
Spartiacque secondari.
Limiti di Comune.
Stralcio della Carta delle risorse idriche del comprensorio apuo-versiliese (Piccini et al., 1999) relativa al sistema idrogeologico della sorgente del Frigido (area verde, n. 4) ricostruita sulla base delle conoscenze acquisite alla ne degli anni Novanta. Il sistema comprende l’area del M. Grondilice e si estende verso nord sino al M. Pisanino.
dedica ad uno studio approfondito di tutte le principali sorgenti dell’area apuana (Masini, 1956, 1960). La sua ricerca, basata su una capillare raccolta di dati idrologici originali o ricavati da studi precedenti, fornisce per la prima volta un quadro esauriente sulla idrogeologia degli acquiferi carsici apuani. Anche lui dedica un lavoro allo strano “caso” del Frigido (Masini, 1958), imputando l’anomalo coefficiente di deflusso del bacino idrografico chiuso a Canevara, da cui esce in pratica il doppio dell’acqua che vi entra in forma di precipitazioni, più che altro ad una sottostima delle piogge. Gli afflussi erano infatti calcolati su poche stazioni pluviometriche localizzate soprattutto a quote basse e dunque non rappresentative delle precipitazioni delle zone montane, a suo parere molto più elevate di quanto stimato.
Nel 1987, la particolarità idrogeologica del bacino del Frigido è oggetto di una tesi di laurea in Scienze Geologiche presso l’Università degli Studi di Firenze. Il lavoro, da cui poi deriveranno successivamentealcunepubblicazioni(Piccini,1989;Piccini e Pranzini, 1989), rielabora come prima cosa in modo accurato i dati pluviometrici e quelli idro-
metrici relativi alle quattro maggiori sorgenti carsiche presenti nel bacino: Forno, Cartaro, Renara e Altagnana, in modo da definire con maggiore precisione il coefficiente di deflusso sulla base delle portate misurate alla stazione idrometrica di Canevara. Contestualmente viene fatta un prima ipotesi sulla effettiva estensione dell’area di alimentazione del bacino idrogeologico basata sulla dettagliata cartografia geologica da poco prodotta dall’Università di Pisa (Carmignani, 1984, Carmignani et al., 2000) e sui risultati di alcune colorazioni condotte negli anni precedenti da speleologi toscani ed emiliano-romagnoli, principalmente sotto l’egida della Federazione Speleologica Toscana (Bianucci,1980,1989;BecattiniePiccini,1989;Roncioni, 2002). Il quadro che ne viene fuori è un’area di alimentazione che si estende ben al di fuori dei limiti idrografici, andando a comprendere la parte alta del bacino di Colonnata, i versanti settentrionali del M. Grondilice, parte del M. Pisanino, tutto il versante settentrionale del M. Tambura e la Valle d’Arnetola. L’area di alimentazione è dimensionata tenendo conto del bilancio idrico della sorgente e delle ipotetiche aree di alimentazione delle altre
importanti sorgenti carsiche apuane, che però in quel momento non erano ancora state oggetto di prove di tracciamento sistematiche. Il lavoro lasciava comunque aperta la possibilità che il deflusso in uscita dal bacino del Frigido misurato a Canevara fosse sovrastimato.
I risultati di questi lavori, pur con qualche modifica, furono sostanzialmente riproposti anche in lavorisuccessivi(Piccini,1994,2002;Picciniet al., 1999). In particolare, nella carta di Piccini et al. del 1999, dedicata alle risorse idriche dei bacini idrogeologici del comprensorio apuo-versiliese, sono tracciati i bacini idrogeologici di tutti i principali sistemi idro-carsici apuani con drenaggio diretto verso la costa, dei quali viene anche calcolato il bilancio idrogeologico per una stima delle risorse idriche potenziali. Purtroppo, tale ricostruzione risente degli esiti di alcune colorazioni, poi risultate non attendibili, che facevano ritenere come parte del bacino del Frigido i versanti settentrionali del M. Pisanino ed escludevano invece il M. Sumbra (Forti, 1984).
A partire dal 2008, la Commissione Scientifica della FST ha dato avvio ad una nuova serie di tracciamenti delle grotte apuane eseguiti con tecniche analitiche più rigorose e, successivamente, anche con l’ausilio di un fluorimetro portatile. Queste colorazioni hanno permesso nel tempo di avere un quadro più chiaro della complessa rete di circolazione sotterranea delle Alpi Apuane, grazie anche alle tantissime esplorazioni speleologiche che in questi ultimi decenni hanno aumentato a dismisura le conoscenze dei sistemi carsici sotterranei delle Alpi Apuane (Guidotti e Malcapi, 2001).
Tracciamenti recenti
Per quanto riguarda le sorgenti del Cartaro e di Renara si può dire che poco o nulla sia cambiato rispetto alle conoscenze acquisite alla fine degli anni Ottanta. L’area di alimentazione della Polla di Forno è stata invece completamente ridisegnata proprio grazie ai risultati delle prove di tracciamento degli ultimi 20 anni.
La prima serie di colorazioni che ha rimesso in discussione i limiti definiti nei precedenti studi è stata realizzata nei profondi abissi scoperti nella seconda metà degli anni Novanta nell’alta valle dell’Acqua Bianca, più nota agli speleologi come Carcaraia.
Queste prove di tracciamento hanno dimostrato l’appartenenza al bacino idrogeologico di Equi dell’Abisso Perestroika (1049/T-LU), dell’Abisso Mani Pulite (1159/T-LU) e delle diramazioni più settentrionali e profonde del Complesso Saragato-Aria Ghiaccia (350/T-LU, 1027/T-LU), oggi collegato con l’Abisso Mani Pulite e la Buca del Selcifero-Chimera (1775/T-LU). La zona più meridionale dello stesso complesso è risultata invece connessa con la sorgente di Forno, dimostrando l’esistenza di uno spartiacque sotterraneo che taglia più o meno a metà, da un punto di vista idrogeologico, laCarcaraia(Malcapi,2011;DelTestaetal.,2011). A queste colorazioni si è aggiunta successivamente quella all’Abisso Over 50 (2027/T-LU), che si apre sulle pendici orientali del M. Roccandagia.
Altre due colorazioni che hanno decisamente sconvolto il quadro idrogeologico delle Apuane centrali sono quelle che hanno accertato il collegamento tra la Buca Go Fredo (685/T-LU) (Belloni e Neviani, 2011) e l’Abisso dei Draghi Volanti (680/T-LU) con la sorgente del Frigido, togliendo quindi gran parte della zona del M. Sumbra dalla ipotizzata area di alimentazione della sorgente della Pollaccia. Queste colorazioni hanno dimostrato che le acque sotterranee dei versanti settentrionali del M. Sumbra e M. Fiocca preferiscono un lungo percorso verso ovest di circa 8 km, ad uno di soli 3 km verso la Pollaccia.
Ultimo in ordine di tempo e per certi versi ancora più inaspettato è il risultato della colorazione eseguita nel 2022 all’Abisso Olivifer (1000/T-LU) o, meglio, nel suo collettore che scorre nella diramazione più meridionale, alimentato anche da scorrimento superficiale della parte più alta del canal Fondone. Benché appartenente al bacino idrografico del Frigido, questo profondo abisso è risultato collegato con le sorgenti di Equi che si trovano circa 7,5 km più a NNW, anziché con la Polla di Forno, situata solo 2,5 km a sud (dati Commissione Scientifica FST).
I risultati di queste prove di tracciamento permettono oggi di delineare in modo abbastanza preciso l’area di alimentazione della Polla di Forno, per quanto rimangano ancora alcune zone d’incerta attribuzione, dimostrando, allo stesso tempo, quanto difficile sia fare ipotesi sui flussi sotterranei delle acque carsiche sulla base della geometria delle strutture e dei gradienti idraulici.
Schema idrogeologico della Polla di Forno con i limiti presunti dell’area di alimentazione sulla base dei risultati delle più recenti prove di tracciamento. I punti interrogativi indicano le zone per le quali esistono ancora dubbi sulla loro appartenenza o meno al sistema idrogeologico della Polla di Forno.
Assetto idro-strutturale
La Polla di Forno sgorga dal settore centro-meridionale della sinclinale di Orto di Donna-M. Altissimo, la principale struttura plicativaditutteleApuane;nonstupiscequindiche si tratti della sorgente maggiore di tutta l’area carsica apuana. La sorgente è localizzata nella formazione dei Grezzoni, non lontano dal contatto con i marmi, lungo quello che è il fianco
occidentale di questa grande piega di primo ordine, la cui giacitura è sempre molto inclinata e a tratti addirittura rovesciata.
Il contatto tra Grezzoni e basamento paleozoico rappresenta dunque il limite di permeabilità occidentale di questa importante idrostruttura e la sorgente si trova in corrispondenza del punto altimetricamente più basso della linea di contatto, rendendo questa emergenza il punto di scarico
teoricamente più favorevole, da un punto di vista idraulico, di tutta la struttura.
Dalla zona della sorgente, questo fianco si estende verso nord sino al Pizzo d’Uccello e oltre, arrivando in pratica al Lucido di Equi, dove la struttura è tagliata dalla grande faglia bordiera che limita a nord il nucleo metamorfico delle Alpi Apuane. Sulla base delle colorazioni sappiamo oggi che questo fianco drena quindi principalmente verso nord, cioè verso Equi, e solo in minima parte verso sud, cioè verso il Frigido.
Il nucleo di questa importante piega è costituito invece dalle formazioni superiori dell’unità metamorfica apuana sino al suo termine più giovane, lo Pseudomacigno. Tra queste formazioni ci sono anche i Metacalcari Selciferi a Entrochi, interessati da notevoli fenomeni carsici di superficie e che ospitano diverse grotte, tra cui quelle appartenenti al Complesso di Val Serenaia (di cui l’Abisso Pannè è l’ingresso principale). Il settore più meridionale di questo stretto nucleo isoclinale di calcari selciferi comprende M. Contrario e M. Cavallo ed è in collegamento idraulico con i sottostanti marmi che alimentano verso nord le sorgenti di Equi, probabilmente in corrispondenza di una laminazione o di una dislocazione tettonica che permette di attraversare lo spessore di diaspri e scisti diasprini che s’interpongono tra Metacalcari Selciferi a Entrochi e i Metacalcari Selciferi a loro volta in continuità con i marmi. La parte più settentrionale della stessa formazione potrebbe invece alimentare le sorgenti poste lungo il Serchio di Gramolazzo ai piedi occidentali e settentrionali del M. Pisanino.
Il fianco orientale della sinclinale di Orto di Donna-M. Altissimo si estende anch’esso con continuità da nord a sud, in una stretta fascia di Marmi, Marmi Dolomitici e Grezzoni che ha inizio a nord sui versanti settentrionali del M. Pisanino per finire al M. Cervaiole a sud. La parte più settentrionale drena probabilmente interamente verso Equi, quella centrale rappresenta probabilmente la principale fonte di alimentazione della Polla di Forno, mentre il settore più meridionale è diviso tra l’area di alimentazione della sorgente di Renara e la Polla dell’Altissimo.
I limiti orientali di questo fianco, che ha giacitura normale sebbene con stratificazione sempre molto
inclinata, sono determinati dal nucleo di basamento paleozoico della anticlinale del M. Tambura, il cui spessore si rastrema da sud a nord scomparendo di fatto poco a nord dello spartiacque tra M. Tambura e M. Roccandagia. Questa circostanza rende probabilmente possibile il travaso per vie sotterranee delle acque infiltrate nelle complesse strutture situate più a oriente, che nell’insieme costituiscono una fitta alternanza di anticlinali isoclinali con al nucleo i marmi e sinclinali con al nucleo Pseudomacigno e Scisti Sericitici. Evidentemente i livelli impermeabili non costituiscono un ostacolo in profondità alla circolazione sotterranea che aggira probabilmente tali ostacoli in corrispondenza di zone di laminazione o lungo dislocazioni tettoniche.
A favorire questo deflusso da est a ovest, difficilmente ipotizzabile sulla base della geometria delle strutture, gioca probabilmente la differenza di quota tra la sorgente di Forno, situata a 235 m s.l.m., e i possibili punti di trabocco sul lato del bacino del Serchio, definiti da limiti di permeabilità che non si spingono mai sotto i 540 m s.l.m.
Considerazioni conclusive
Il quadro che risulta dalle più recenti colorazioni che hanno interessato la sorgente del Frigido e i sistemi idrogeologici contigui appare dunque essere piuttosto complesso e ancora non del tutto definito.
Alcuni risultati fanno ritenere che la circolazione attuale risenta ancora di un’impostazione che probabilmente si è sviluppata in un contesto idrogeologico diverso da quello odierno.
La particolare geometria della sinclinale di Orto di Donna-M. Altissimo, cioè della principale idrostruttura drenata dalla Polla di Forno, il cui fianco occidentale è caratterizzato da un contatto tra formazioni carbonatiche e basamento molto inclinato e spesso rovesciato, infatti, fa sì che la soglia di permeabilità su cui è impostata questa sorgente abbia probabilmente subito un abbassamento piuttosto recente anche a seguito di una incisione modesta della rete idrografica (Piccini, 1994).
Si può pertanto ipotizzare che sia tuttora in atto una riorganizzazione della rete di circolazione profonda attraverso fenomeni di catture sotterranee a scapito di un flusso verso nord, cioè verso le sorgenti di Equi, la cui impostazione potrebbe essere precedente a quella di Forno poiché gover-
nato dalla dinamica delle importanti faglie che tagliano a nord il complesso apuano (Piccini, 2001).
Una maggiore maturità del sistema di alimentazione delle sorgenti di Equi sembra in accordo con la rapidità con cui questa sorgente risponde agliimpulsiinfiltrativi(Poggettietal.,2015;Piccini et al., 2022)
Le esperienze di questi ultimi anni di prove di tracciamento, che hanno dato spesso risultati del tutto inaspettati, dimostrano che occorre molta
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cautela nell’ipotizzare le aree di alimentazione delle sorgenti carsiche basandosi solo su considerazioni di carattere strutturale e idrogeologico.
Le reti di flusso delle acque sotterranee in zona satura in aree dall’evoluzione morfo-tettonica complessa, sono infatti il risultato di più fattori che evidentemente dipendono da condizioni che non è sempre possibile ipotizzare dai soli dati di superficie.
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Caratterizzazione della comunità di macroinvertebrati terrestri presenti in una grotta ricca in guano
Presentazione della metodologia di monitoraggio
a cura di Luisa Dainelli - Università di Pisa, Gruppo Speleologico Archeologico Livornese
Lo studio in questione si è svolto nella grotta “Buca dei Ladri”, situata ad Agnano (San Giuliano Terme, Pisa), ai piedi dei monti pisani. L’ingresso di questa cavità è costituito da un breve tratto orizzontale, seguito da un pozzo di circa 30 metri che dà accesso alla sala principale, circondata da un laghetto le cui acque si trovano al livello della falda freatica della pianura pisana. Questa grotta ospita, nei mesi primaverili ed estivi, una colonia di chirotteri che depositano dentro la grotta guano, cioè escrementi. Il guano è ricco di materia organica e può costituire la base trofica per molte comunità di invertebrati (Ferreira, 2019).
Il lavoro ha due principali obiettivi:
- Fare una checklist più completa possibile delle specie di macroinvertebrati terrestri che si ritrovano all’interno della grotta, sul substrato o sulle pareti. Tale check comprende sia un’identificazione a livello morfologico che una caratterizzazione molecolare.
- Mediante monitoraggi mensili, indagare un’eventuale associazione tra la variazione nell’abbondanza di guano fresco depositato durante l’anno e la diversità specifica della comunità osservata all’interno dei quadrati di campionamento.
Caratterizzazione molecolare
L’identificazione di una specie attraverso un piccolo segmento del genoma rappresenta un approccio estremamente promettente, che consente di aggirare alcuni dei limiti che si vengono a presentare con l’approccio morfologico, quali, ad esempio, l’impossibilità di discernere specie criptiche e la necessità, per molti gruppi, di doversi rivolgere ad esperti con un alto livello di esperienzaperognisingologruppo(Hebertetal.,2003). Questo processo è noto come Barcoding ed il segmento di DNA ufficialmente scelto come barcode per ogni specie è un frammento da circa 650 paia di basi (frammento di Folmer: Folmer et al. 1994) del gene che codifica per la subunità 1 della citocromocossidasi(COI)(Hebertetal.,2003). Nel mio lavoro l’approccio del Barcoding è stato esteso anche al gene che codifica per l’rRNA 18S, considerato un marcatore importante per studi filogenetici e di metabarcoding, per cui è disponibile un’ampia libreria di riferimento.
Dopo aver campionato un organismo, in laboratorio si estrae e processa il DNA (con i passaggi di estrazione, amplificazione, purificazione e sequenziamento), fino a visualizzarlo come una sequenza
Buca dei Ladri, sezioni e pianta (catasto online Federazione Speleologica Toscana)
dilettere;questelettererappresentanolasuccessione delle basi azotate di cui è composto il DNA e in particolare la sequenza del frammento della COI e del 18S. La sequenza in cui le basi sono disposte è unica per ogni specie ed è quindi univocamente identificativa di quella specie. Sono presenti dei database online che raccolgono sequenza di una specie + nome della specie, quindi si può inserire la propria sequenza (di cui non si conosce il nome della specie) per vedere se corrisponde con qualche altra già presente, in caso affermativo si avrà la determinazione della specie della propria sequenza.
Monitoraggio
È stato svolto un intero anno di monitoraggio (Febbraio 2022 - Gennaio 2023), con osservazioni a cadenza mensile. Sono stati posizionati in tutta la grotta un totale di 30 quadrati di campionamento con superficie di 1 m² ciascuno. Questa quantità è stata scelta così da raggiungere un numero statisticamente utile di repliche. Il posizionamento è stato effettuato in maniera casuale, cercando però di coprire il più omogeneamente possibile la superficie della cavità,
compatibilmente con le difficoltà pratiche che si riscontrano nel lavorare e muoversi all’interno di un ambiente di grotta, dove la presenza di massi, balze e substrati scivolosi ed instabili complica la possibilità di un monitoraggio standardizzato (Mammola et al., 2021). Ogni quadrato è stato delimitato da quattro paletti, uno per ogni angolo. Sono stati posizionati in tutta la grotta anche 6 datalogger Onset HOBO Bluetooth Pendant Temperature, programmati per registrare un record di temperatura ogni 30 minuti durante tutto il periodo in cui si è svolto lo studio.
Durante le sessioni di monitoraggio, ho osservato la superficie all’interno di ogni quadrato di campionamento per 4 minuti, dicendo a voce alta il nome e la quantità degli animali visti, in maniera che la persona di supporto potesse prenderne nota sull’apposita scheda di monitoraggio. Sono state prese in considerazione solo le specie di macroinvertebrati terrestri visibili ad occhio nudo e l’osservazione è stata fatta solamente di ciò che era visibile in superficie, senza smuovere il substrato all’interno del quadrato. La tempistica di 4
Buca dei Ladri, laghetto nale (Andrea Massagli)
Buca dei Ladri, pianta della grotta con datalogger e quadrati posizionati. I cerchi indicano i 6 datalogger (disegnati non in scala), i quadrati i 30 quadrati di campionamento. L’area colorata in grigio rappresenta una zona inaccessibile a causa della instabilità e scivolosità dei massi. I quadrati sono disegnati del solito colore del datalogger cui sono stati associati, questa associazione è stata utilizzata per misurare la variabile RANGE TEMPERATURA.
minuti è stata giudicata consona ad avere il tempo di guardare in maniera accurata l’intera superficie del quadrato. Per cercare di evitare un eventuale disturbo degli animali dato dalla luce, ogni quadrato non è mai stato illuminato prima di essere osservato. Condizione imprescindibile nell’uso di questo metodo e anche assunzione di partenza, è quella che l’osservatore sia in grado di distinguere morfologicamente le diverse specie.
Per ogni quadrato sono state misurate anche un set di variabili abiotiche:
1) valore di temperatura, attraverso il termoigrometro TROTEC BC06 (variabile TEMPERATURA);
2) valore di umidità, attraverso il termoigrometro TROTECBC06(variabileUMIDITÀ);
3) percentuale di copertura della superficie del quadrato in guano, piuttosto che in roccia,
fango, terreno o acqua. Questa misura è stata fatta usando un quadrato autocostruito, di 1 m di lato suddiviso in 100 sub-quadrati di 10 x 10 cm ciascuno, andando a contare quanti sub-quadrati erano ricoperti da ogni substrato, considerando che ogni sub-quadrato rappresenta l’1% di copertura(variabili GUANO, FANGO, TERRENO, ROCCIA, ACQUA);
4) presenza o assenza di guano fresco (variabile GUANOFRESCO);
5) lunghezza delle diagonali, misurate appoggiando a terra, lungo le diagonali del quadrato, un metro da sarta, cioè un metro morbido che segue le curve del substrato. Questa misura è stata usata come indicazione della complessità del substrato (Mammola et al., 2016) (variabili DIAGONALE MAGGIORE e DIAGONALE MINORE);
Buca dei Ladri, esempio di un momento di osservazione (Andrea Massagli)
6) profondità del guano, come indicazione descrittiva del guano già presente, ottenuta infilando un’asta graduata all’interno del cumulo di guano, in particolare la misura è stata presa nel punto centrale dell’accumulo considerato (variabilePROFONDITÀ);
7) range di escursione della temperatura di quel giorno, ottenuto a posteriori dalle misurazioni dei datalogger (variabile RANGE TEMPERATURA);
8) temperatura media, ottenuta a posteriori dalle misurazionideidatalogger;calcolatafacendo la media matematica di tutte le temperature registrate dal datalogger associato a quel plot nella giornata del campionamento (variabile TEMPERATURA MEDIA).
Per le misure 7) ed 8) è stata fatta un’associazione fra quadrati e datalogger in base al posizionamento dei quadrati stessi all’interno dello spazio della grotta ed è stato anche poi verificato che ci fosse correlazione fra le misure puntuali prese da me attraverso il termoigrometro e quelle del datalogger.
Alla scala della grotta, anziché del singolo quadrato, sono state inoltre registrate:
9) presenza o assenza di pipistrelli (variabile PRESENZAPIPISTRELLI); 10)stagione(variabileSTAGIONE);
Tutti i dati così raccolti saranno analizzati statisticamente usando il programma R versione 4.2.2 (R Development Core Team, 2015).
Questo lavoro si sta svolgendo in collaborazione con: dott.FabrizioSerena,CNR-IRBIM,GSAL; prof. Giulio Petroni, dott. Leandro Gammuto, dott.ssaValentinaSerra,UniversitàdiPisa; dott.JoachimLangenck,CoNISMa; dott Alejandro Martinez Garcia, dott. Stefano Mammola CNR.
La raccolta dei dati avvenuta in grotta sarebbe stata praticamente impossibile senza l’aiuto di tutte le persone del mio Gruppo speleo che, a turno, sono venute con me durante le uscite e che hanno reso i momenti di studio esperienze importanti di condivisione. (Adriano Civitillo, Andrea Massagli, Claudia Ferro, Davide Viola, Dulia Melluso, Elena Casolaro, Enrico Lauretti, Giulia Bolognini, Giulio Della Croce, Marco Della Mea, Michele Brondi, Roberta Mazzullo).
dei Ladri, diverse super ci: a) fango: terra a granulometria ne, umida o bagnata; b) fango e acqua; c) guano; d) terreno: piccoli sassi, substrato smosso e non compatto; e) roccia: rocce compatte e ben distinte dal substrato (Andrea Massagli)
BIBLIOGRAFIA
Quadrato autocostruito usato per quanti care i vari substrati all’interno di ogni quadrato di campionamento (Andrea Massagli)
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Buca
Venticinque anni di studio sugli speleotemi Apuani
immagini e testo cura di Ilaria Isola1, Giovanni Zanchetta2, Eleonora Regattieri3, Russell N. Drysdale4
1) Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sez. Pisa
2) Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Pisa
3) Istituto di Geoscienze e Georisorse IGG-CNR, Pisa
4) School of Geography, Earth and Atmospheric Sciences of the University of Melbourne, Australia
1. Gli speleotemi, un importante archivio paleoclimatico
Gli speleotemi, essenzialmente stalagmiti e colate stalagmitiche (flowstone), sono uno strumento importante per la ricostruzione delle variazioni climatiche ed ambientali del passato. Le concrezioni infatti rappresentano un archivio in cui vengono conservate quelle informazioni geochimiche, che le acque di pioggia trasportano all’interno della grotta. Le caratteristiche chimico-fisiche degli speleotemi utilizzate per le ricostruzioni paleoclimatiche sono numerose, fra queste, i più utilizzati sono i rapporti isotopici dell’Ossigeno (O16/O18) e del Carbonio (C13/C12) contenuti nella calcite, che forniscono indicazioni sulle variazioni climatiche in senso arido-umido, freddo-caldo.
La calcite è inoltre un materiale facilmente databile con metodi radiometrici come U/Th con un limite intorno ai 600.000 anni ed in alcuni casi U/ Pb con cui è possibile andare molto più indietro nel tempo. Questo permette di costringere in un determinato intervallo di tempo i dati paleoclimatici ottenuti dalle analisi dei vari indicatori ed ottenere così la loro variazione nel tempo (serie paleoclimatiche).
L’attività del nostro gruppo di ricerca su queste tematiche inizia nel 1997 con il campionamento di una piccola stalagmite alla Grotta dell’Orso, per poi approdare all’Antro del Corchia in concomitanza con i lavori di turisticizzazione della grotta. Questo ha consentito di
raccogliere decine di campioni, sia rotti naturalmente sia a causa della messa in opera delle passerelle, che sono stati e sono tutt’ora oggetto di studi. Grazie alla collaborazione con il Gruppo Speleologico Lucchese, in particolare con Adriano Roncioni e all’iniziale finanziamento della FST, furono ottenute le prime serie temporali derivate da stalagmiti del Corchia, presentate in anteprima al VII congresso dell’FST diGavorrano(Drysdaleetal.,2001)epoipubblicate su riviste scientifiche del settore a partiredal2004(Drysdaleetal).Incontemporanea cominciano gli studi alla Tana che Urla e alla piccola Buca della Renella, quest’ultimo ancora in atto. I lavori scientifici pubblicati in questi anni sono numerosi, qui si riportano solo due esempi a carattere generale.
1.1 Antro del Corchia
La Galleria delle Stalattiti (Antro del Corchia) presenta alcune caratteristiche fondamentali per lo studio degli speleotemi. Anni di monitoraggio geochimico e ambientale hanno infatti evidenziato come quest’area della grotta abbia parametri microclimatici molto stabili (Piccini e al.,2008;Baneschietal.,2011).Sitrovainprofondità (circa 400 m al di sotto della superficie) e, grazie alla sua posizione stratigrafica all’interno della sinclinale del Corchia, gli speleotemi provenienti da questa galleria hanno elevato contenuto in Uranio e bassa contaminazione detritica, il che rende le datazioni radiometriche particolarmente precise ed affidabili. Inoltre, a causa della posizione geografica delle Alpi
Proprietà chimico siche degli speleotemi ed indicatori paleoclimatici corrispondenti. A sinistra una sezione longitudinale della stalagmite CC116 (Galleria delle Stalattiti, Antro del Corchia, LU). Lungo l’asse di crescita della stalagmite si notano le tracce del campionamento per le analisi isotopiche.
Apuane, il segnale climatico registrato negli speleotemi è fortemente influenzato dalle masse umide di provenienza atlantica. Tutte queste caratteristiche permettono la ricostruzione delle variazioni paleoclimatiche basate su cronologie radiometriche indipendenti, non solo a scala locale ma anche regionale, e permettono di indagare meccanismi climatici significativi a livelloemisfericoeglobale(Drysdaleetal.,2009; Tzedakisetal.,2018;Bajoetal.,2020).
L’ultimo interglaciale MIS5 (Marine Isotope Stage 5e, compreso fra 129-116 ka), caratterizzato da temperature medie superiori di circa 1/ 2°C rispetto alle temperature pre-industriali, è considerato un periodo caldo analogo a quello cui stiamo andando incontro a causa del riscaldamento climatico. Lo studio approfondito della variabilità climatica a scala plurisecolare di questo periodo è quindi di fondamentale importanza per capire le risposte dei diversi elementi del sistema climati-
co all’aumento delle temperature. Sia in Corchia che alla Tana che Urla gli speleotemi registrano, in questo intervallo, numerosi eventi di riduzione delle precipitazioni, registrati anche da altri archivi climatici dell’Appennino Centrale (Regattieri et al., 2017.
Il modello di età della serie paleoclimatica derivata dalle stalagmiti del Corchia è stato utilizzato per costringere la cronologia di una serie pollinica derivata dai sedimenti di fondale oceanico carotati al largo del margine iberico, che per loro natura sono difficilmente databili (Tzedakis et al., 2018). Il razionale alla base di questa operazione è che variazioni nella quantità di precipitazioni, legate a cambiamenti nella circolazione dei venti occidentali Nord-Atlantici, influenzano in modo simile sia la vegetazione della penisola iberica sia la composizione isotopica delle precipitazioni nell’area del Cor-
Con onto a le serie paleoclimatiche del Corchia e Tana che Urla con il Paleolago di Sulmona (Appennino Centrale) durante il MIS5. I rettangoli gialli evidenziano gli eventi di diminuzione delle precipitazioni (modi cata da Regattieri et al., 2017).
chia. Questo ha permesso di identificare numerosi eventi di riduzione delle precipitazioni nel Mediterraneo, che appaiono sincroni ad eventi di espansione di acque fredde nella regione sub-polare e con diminuzioni della temperatura superficiale e ventilazione profonda delle acque oceaniche sia alle alte che alle medie latitudini. Questi eventi sono indicativi di momenti di riorganizzazione della circolazione termoalina del Nord Atlantico, probabilmente dovuti a momenti di rapido scioglimento della calotta glaciale Groenlandese causati dall’aumento delle temperature. Da questo si deduce che l’aumento della temperatura alle alte latitudini, legato durante l’ultimo interglaciale ad una maggiore insolazione, ma analogo a quello osservato oggigiorno a causa del riscaldamento globale antropico, inducendo lo scioglimento delle calotte glaciali può portare a periodi di marcata aridità nel Mediterraneo.
1.2 Buca della Renella
I dati paleoclimatici del periodo più recente possono essere integrati dalla documentazione storica ed archeologica, per aiutarci a comprendere la portata dell’impatto del cambiamento climatico sulle società del passato.
Un esempio viene dalle analisi ad alta risoluzione effettuate su una stalagmite della Buca dellaRenella(FornoMS;Zanchettaetal.,2021).Il record isotopico della stalagmite RL12, cresciuta durante il periodo 0-900 Anno Domini, ha una risoluzione decennale ed un errore associato molto basso. Questo ha permesso la ricostruzione di dettaglio di periodi caratterizzati da condizioni molto umide, come quello intorno al VI secolo AD (evidenziato nel rettangolo blu nella fugura qui sopra). Queste variazioni sono presenti non solo a scala locale ma anche regionale ed extra regionale, come mostrato dalla frequenza delle alluvioni nell’Italia centro settentrionale e dalla
A sinistra la sezione longitudinale della stalagmite RL12; a destra il confronto fra i valori isotopici δ18O di RL12 con altre serie temporali: A) Ricostruzione delle temperature estive da dati dendrocronologici dell’Europa Centrale (Büntgen et al. 2016). B) Alluvioni in Nord e Centro Italia (Brenta, Piave and Tagliamento) (Rossato et al. 2015; Fontana et al. 2020; Cremaschi and Gasperi 1989); Alluvioni storiche. C) Record isotopico δ18O di RL12. D) Indice NAO index (Olsen et al. 2012). E)Frequenza delle alluvioni nelle Alpi centrali (Wirth et al. 2013). Il rettangolo blu rappresenta l’intervallo in cui il δ18O di RL12 ha i valori minori.
diminuzione delle temperature estive nell’Europa centrale derivate dagli anelli di accrescimento degli alberi. Tutto questo conferma un generalizzato cambiamento climatico che si traduce nell’Italia centro-settentrionale nell’afflusso di importanti masse di aria umida provenienti dall’oceano Atlantico che provocano massicce precipitazioni e inondazioni.
Per questo secolo, esiste anche un numero significativo di registrazioni storiche di eventi idroclimatici estremi, generalmente annoverati come aneddoti. Nei resoconti agiografici italiani e nei racconti popolari si nota infatti un aumento della presenza di “miracoli d’acqua”, compiuti generalmente da esponenti della chiesa. È questo il caso del “Miracolo di San Fre-
diano”, vescovo di Lucca. Nei “Dialoghi sui miracoli dei Padri italiani” di San Gregorio Magno si legge: “Il fiume Serchio, che scorreva presso le mura di quella città, spesso straripava e inondava la campagna, rovinando le messi e le piantagioni. Questo fatto si ripeteva di frequente e gli abitanti, trovandosi in gravi difficoltà, avevano tentato con dei lavori di deviare il corso del fiume. Ma sebbene vi avessero faticato a lungo, il fiume non poté essere deviato dal suo letto. Allora Frediano, uomo di Dio, si fece un piccolo rastrello, si avvicinò al letto del fiumeesimiseapregare;poiordinòalfiume di seguirlo e trascinò il rastrello per i luoghi che ritenne opportuni. Il fiume con tutte le sue acque abbandonò il corso consueto e lo seguì, formandosi un nuovo alveo dove l’uomo di Dio,
293 datazioni U/ da 19 speleotemi negli ultimi 160 ka. I campioni sono suddivisi per quota sul livello del mare. CC = Antro del Corchia; BCO = Buca cava dell’Onice; TCU = Tana che Urla; GDV = Grotta del Vento; RL = Buca della Renella (da Isola et al., 2019)
trascinando il rastrello, aveva tracciato il segno, né mai più ha danneggiato messi o piantagioni utili all’alimentazione del popolo”. In realtà in quel periodo il Serchio aveva diversi rami e con le sue piene rappresentava un pericolo continuo. Il Vescovo Frediano fece aprire un nuovo sbocco del fiume a Migliarino alleggerendo la pressione sulla città e le immediate campagne. La Chiesa con i “miracoli” seppe sfruttare a suo vantaggio quello che inizialmente era un fattore destabilizzante, rafforzando la già crescente autorità di santi, vescovi e monaci nella società italiana durante i secoli cruciali che seguirono la caduta dell’Impero Romano. La combinazione di dati naturali e storici ci permette di indagare l’entità dell’impatto della variabilità climatica sulle società e, come in questo caso,
capire che non è determinato solo dal fenomeno climatico in sé, ma dalla cultura e dalla struttura della società che lo ha vissuto e dalla sua capacità di reazione.
2. Non solo serie paleoclimatiche
Gli speleotemi possono fornire anche importanti informazioni non strettamente legate alle serie paleoclimatiche, ma che interessano altri ambiti della geologia.
2.1 Vincolo cronologico dei ghiacciai Apuani Sulle Alpi Apuane sono numerose le forme di erosione (circhi glaciali, rocce montonate, rocce striate ecc..) e di deposito (archi morenici, depositi glaciali, massi erratici..ecc.) legate al glacialismo. Purtroppo ad oggi non è stato possibile ottenere datazioni radiometriche dirette in grado di svelare la
Curva di crescita cumulativa per gli speleotemi dell’Antro del Corchia (curva rossa) e di Tana che Urla, Grotta del Vento e Buca della Renella (curva blu). Sulla curva nera (Lisiecki and Raymo, 2005), basata sui foraminiferi bentonici, sono indicati gli stage isotopici marini dall’1 a 6c. Il rettangolo azzurro evidenzia il periodo di probabile presenza dei ghiacciai apuani.
storia di questi ghiacciai. La grande quantità di datazioni effettuate su speleotemi delle grotte apuane ha permesso di porre un vincolo cronologico allo sviluppo dei ghiacciai apuani (Isola et al., 2019). Durante i periodi glaciali le basse temperature alle alte latitudini e/o altitudini possono causare il congelamento delle acque circolanti in superficie limitando fortemente l’infiltrazione (Berstad et al.,2002;Gentyetal.,2003,2005;Ayalonetal., 2013), ma possono anche inibire completamente l’attività dei suoli (McDermott, 2004). Questo implica una forte riduzione del trasferimento di CO2 alle acque di infiltrazione, prerequisito necessario per la dissoluzione della roccia e conseguente deposizione delle concrezioni. Quindi la presenza di ghiacciai nella zona di infiltrazione porta alla diminuzione o addirittura alla cessazione della crescita di uno speleotema. Di conseguenza sono state riviste 293 datazioni U/Th effettuate su 19 speleotemi raccolti in cinque grotte apuane a diverse altitudini: Antro del Corchia, Grotta del vento, Tana che Urla, Buca della Renella, Buca dell’Onice. È stato poi calcolato il tasso di crescita cumulato per le concrezioni dell’Antro del Corchia e per le altre grotte studiate.
Dopo un periodo con un basso tasso di crescita compreso tra 160 e 132 ka, gli speleotemi analizzati si sono sviluppati quasi continuamente fino a ~ 75 ka. Segue poi un lungo intervallo, fino a ~12,5/12 ka, di crescita intermittente con tasso di deposizione molto basso e presenza di vere e proprie stasi nella crescita. Questo è coerente con una copertura glaciale persistente sulle Alpi Apuane, che inibisce o interrompe la crescita degli speleotemi attraverso la limitata disponibilità di acque sotterranee e la scarsità/assenza di suoli.
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Lo studio suggerisce che la presenza di ghiacciai nelle Alpi Apuane non sia limitata solo all’Ultimo Massimo Glaciale (LGM-MIS2, ~ 25 ka), come presupposto precedentemente, ma possa estendersi fino al MIS4 (~ 60 ka).
2.2 Ricostruzione dell’evoluzione del sistema carsico del Monte Corchia e della storia recente del sollevamento delle Alpi Apuane
Una sequenza sedimentaria di depositi fluviali conservata nella Galleria delle Stalattiti (Antro del Corchia LU), ha fornito nuovi vincoli cronologici per l’evoluzione del sistema carsico e la tempistica e la velocità di sollevamento di questo settore delle Alpi Apuane fin dal Pliocene superiore (Isola et al., 2021). Le analisi magnetostratigrafiche sui campioni prelevati nei livelli più fini dei depositi fluviali hanno evidenziato la presenza di tre inversioni del campo magnetico. Queste, combinate con la datazione U/Pb di uno speleotema che sormonta tali depositi ed ha un’età basale di circa 970.000 anni, suggeriscono che la deposizione di sedimenti fluviali sia avvenuta tra ~ 1,6 e 1,2 milioni di anni fa. Questo implica che in quel momento la galleria era già formata e quindi il volume di roccia che la ospitava si trovava al di sopra del livello di base locale.
Quelli illustrati sono solo una parte dei numerosi risultati scientifici ottenuti in questi anni di studio degli speleotemi apuani. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’aiuto e la collaborazione degli speleologi, la loro conoscenza delle grotte, il loro supporto logistico ed il supporto finanziario dell’FST che ci ha permesso di iniziare queste ricerche.
Drysdale, R.N., G Bruschi, A.E. Fallic, H. Heinjnis, I. Isola, A. Roncioni, G. Zanchetta, 2001. Primi dati cronologici ed isotopici di una stalagmite dell’Antro del Corchia sviluppata durante lo stage isotopico 7 (Alpi Apuane, Italia). Congresso F.S.T., Gavorrano, 2001, TALP 23
Drysdale, R.N., G. Zanchetta, J. C. Hellstrom, A. Fallick, J. Zao, I. Isola, G. Bruschi. 2004. Palaeoclimatic implications of the growth history and stable isotope (18O and 13C) geochemistry of a Middle to Late Pleistocene stalagmite from Central-Western Italy. Earth and Planetary Science Letter, 227 3-4 pg 215-229
Campionamento per analisi paleomagnetiche nei depositi uviali della Galleria delle Stalattiti (Antro del Corchia LU).
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Progetto Equi Terme
a cura di Leonardo Canale (PSAI)
Premessa
Le sorgenti di Equi sono quelle che in caso di piene raggiungono la maggiore portata, oltre 20 metri cubi al secondo.
Durante le piene maggiori si attivano una serie di bocche di troppo pieno superiori.
Le sorgenti fredde presentano vari punti di emergenza situate nei pressi della Buca d’Equi. Tra queste la maggiore è la sorgente Barrila, all’uscita del solco di Falli.
Le sorgenti di Equi sono alimentate da: Pizzo d’Uccello, Grondilice, Pisanino, monte Cavallo e versante N della Tambura.
Sei le colorazioni eseguite che hanno dato esito positivo alle sorgenti di Equi.
Tre quelle nel sistema carsico della Carcaraia: Abisso Saragato (settore W), Abisso Mani Pulite, Abisso Perestroika.
Tre quelle eseguite in Val Serenaia: Abisso Pannè, Buca Nuova, Buca del Muschio (Satanachia).
Considerato
A seguito delle precedenti indagini di tracciamento con fluoresceina che hanno individuato un notevole bacino acquifero di alimentazione e
quindi in considerazione dell’importante quantità di acqua che alimentano le sorgenti presenti nel comprensorio della grotta di Equi Terme, è stata valutata la necessità di realizzare una campagna di indagini atte a determinare e approfondire le caratteristiche peculiari della zona in oggetto.
L’attività che ci proponiamo di realizzare è pertanto concentrata nella parte sommersa della grotta, non solo per le caratteristiche sopra menzionate ma anche perché ad oggi poco conosciuta.
Fasi del progetto
•Immersionineisifonipresentiall’internodella grotta con particolare attenzione ai sifoni 1 e 7 riportatinelrilievoallegato;
•Rilievotopograficodellecondotteallagate, contestualizzazione e inserimento nel relativo complessocarsico;
•analisipreliminaredeidatitopografici,geomorfologici e biologici attraverso foto e video per poter individuare le aree di interesse per il campionamento per le ricerche effettuate in collaborazioneconl’universitàdiPisa; Campionamenti nelle aree individuate e consegna dei campioni al dipartimento di Biologia, ricerca su microrganismi protisti e non, con ricerca dieventualinuovespecie;
•Pubblicazionedeidati.
L’attività subacquea svolta verrà realizzata da personale adeguatamente addestrato e secondo i criteri e prescrizioni indicati tipicamente dal soccorso speleosubacqueo relativo alle modalità di progressione in grotte allagate.
Saranno necessarie più immersioni, in numero proporzionato alla lunghezza e caratteristiche delle condotte esplorate per la relativa messa in sicurezza e raccolta dati.
Le caratteristiche delle condotte determineranno di volta in volta la logistica necessaria, intesa come il quantitativo di attrezzatura utilizzata e il
Logo Professional Scuba Association International, PSAI Italia
personale di supporto sia in acqua che in esterno per il trasporto dei materiali.
La durata del progetto sarà inoltre fortemente influenzata dalle condizioni meteo che, se avverse, possono impedire l’ingresso in acqua a causa delle forti correnti o più semplicemente ridurre drasticamente la visibilità a causa del sedimento in sospensione.
Sulla base dell’esperienza come speleosubacquei e sull’esperienza dei subacquei speleo di PSAI italiani ed internazionali e viste anche le direttive della Commissione Speleo-Subacquea (Com Sub), un organismo specialistico ed operativo con il compito principale della prevenzione e del soccorso in ambiente confinato ed allagato, grotte subacquee ed altri ambienti sommersi, sono state elaborate e sintetizzate 20 regole per affrontare le immersioni in grotta in piena sicurezza. Queste regole di sicurezza sono state recepite e pienamente accettate dalla comunità speleosubac-
quea internazionale, sono state messe alla prova nel corso di innumerevoli esercitazioni ed interventi.
Queste regole pratiche sono volte ad eliminare tutte quelle situazioni di potenziale pericolo che purtroppo hanno generato e generano incidenti. Anche se al momento non è stata ancora pienamente chiarita la dinamica del recente incidente costato la vita a 4 subacquei nella Grotta degli Occhi di Palinuro, dall’analisi di precedenti eventi analoghi emerge chiaramente che la causa risiede sempre nella mancata osservazione di uno o più dei principi indicati dalle regole di sicurezza.
La mancata applicazione di corrette metodologie, l’ utilizzo di materiali inadeguati, la mancanza di preparazione e di esperienza costituiscono una situazione potenziale di grave pericolo.
Nonostante il progresso tecnico e l’evoluzione dei materiali in tutti questi anni, le regole e i metodi per utilizzare quelle tecniche e quei materiali
Mappa con esito prove di tracciamento grotte apuane
restano ancor oggi valide perché quelle raccomandazioni sono basilari per la sicurezza di chi, per diletto o per lavoro, opera in ambiente speleo subacqueo.
Linee guida per la sicurezza nelle immersioni in grotta
•Svolgerelapropriaattivitàincontattoconclub o persone che praticano da tempo la speleologia subacquea.
•Conoscereiproprilimiti,essendoconsapevoli della propria reale esperienza nelle immersioni speleo subacquee.
•EssereconsapevolicheNONESISTONO”sifoni (grotte) piccoli” o “sifoni (grotte) facili” che si possono affrontare con minore concentrazione o con attrezzature ridotte.
•Conoscereperfettamentel’attrezzaturautilizzata, il suo funzionamento, la sua dislocazione sul corpo.
•ProgrammareSEMPREl’immersione.
•UtilizzareSEMPRELASAGOLAGUIDAsegnata almeno ogni dieci metri con la distanza progressiva e la direzione di uscita. NON FIDARSIMAIDISAGOLEVECCHIE:POSSONO ESSERE MOLTO PERICOLOSE. La sagola è il solo mezzo che riconduce all’esterno. NON PERCORRERE NEPPURE UN METRO SENZA L’AUSILIO DELLA SAGOLA GUIDA!
•Perallontanarsidallasagolaguidaprincipale, utilizzare SEMPRE la sagola ausiliaria di sicurezza. NON LASCIARE MAI LA SAGOLA PRINCIPALE SE NON CON LA SAGOLA AUSILIARIA.
•Lospeleosubchesvolgelasagoladevefissarla bene affinché non si ingarbugli, non si impigli o peggio si tagli. UNA SAGOLA MAL POSIZIONATA PUÒ PROVOCARE INCIDENTI.
•UtilizzareSEMPREalmenoDUEbomboleindipendenti, con protezioni per la rubinetteria. NON UTILIZZARE MONO BOMBOLA O BIBOMBOLACONRUBINETTERIACHE RACCORDA LE DUE BOMBOLE.
•UtilizzareSEMPREerogatoriaffidabilicon raccordi DIN. Ciascun erogatore DEVE essere munito di manometro.
•UtilizzareNONPIÙDIUNTERZOdell’aria a disposizione per il percorso di andata. Respi-
rare alternativamente da tutte le bombole cambiando erogatore ogni 10- 20 bar di consumo d’aria. UN TERZO dovrà essere utilizzato per il ritorno e UN TERZO costituirà una riserva, da usarsi in caso di emergenza.
•UtilizzareSEMPREalmenoTREfontiluminose indipendenti, di cui DUE che abbiano una durata superiore all’immersione programmata.
•Sistemarelefontiluminosesulcascoperavere le mani libere.
•Sostituireilcoltellodasubconuntronchesino, che permetta di tagliare corde di un certo diametro o cavetti di acciaio. Il tronchesino va portato sul braccio. NULLA DEVE ESSERE FISSATO ALLE GAMBE. La sagola guida potrebbe impigliarsi e sarebbe difficile liberarsene.
•Utilizzaredinormailsalvapinne.
•NONRESPIRAREMAIl’ariadelleeventuali bolle lungo i sifoni. Essere estremamente cauti nel respirare l’aria delle cavità oltre i sifoni.
•Primadiogniimmersioneaccertarsidelperfetto funzionamento di tutta l’attrezzatura. Erogatori e manometri devono essere raccolti sul corpo, visibili e a portata di mano.
•LospeleosubNONèunsubacqueodiacque libere. L’attività speleosubacquea ESCLUDE il sistema di coppia. LO SPELEOSUB DEVE ESSERE INDIPENDENTE, cioè in grado di immergersi da solo, contando su se stesso e sulla propria preparazione per immergersi con assoluta sicurezza.
Identi cazione e caratterizzazione
morfologiche e genetiche di microrganismi (protisti ciliati) da aree ipogee toscane
a cura di S. Cei, Dipartimento di Biologia, Università di Pisa; F.P. Frontini, Dipartimento di Biologia, Università di Pisa; L. Canale e A. Noferi, Professional Scuba Association International PSAI Italia; G. Di Giuseppe, Dipartimento di Biologia, Università di Pisa; Federazione Speleologica Toscana
I protisti sono microrganismi eucarioti, generalmente unicellulari, che costituiscono un insieme eterogeneo di circa 50.000 specie diverse. Presentano caratteristiche ecologiche, morfologiche e nutrizionali estremamente diversificate e vengono generalmente classificati in tre sottogruppi: alghe unicellulari, funghi unicellulari e protozoi.
L’habitat naturale dei protisti è l’acqua allo stato liquido, pertanto si possono trovare in ambienti di acqua dolce, salata o salmastra, nel sottosuolo o nei terreni umidi, ma anche nei fluidi corporei di altri organismi. Essi si possono ritrovare a vita libera o come simbionti e, a seconda delle caratteristiche metaboliche, si distinguono in organismi autotrofi, eterotrofi o mixotrofi (sia autotrofi che eterotrofi, a seconda delle condizioni ambientali). Generalmente si riproducono per via asessuale mediante diversi meccanismi, quali la scissione binaria o multipla, la gemmazione o la produzio-
Esempi di protisti
ne di spore. In particolari condizioni di stress o di modificazioni ambientali, alcuni protisti sfruttano la riproduzione sessuale per dar luogo a nuova variabilità genetica che possa aumentare la probabilità di sopravvivenza delle specie.
Grazie alla loro grande capacità di adattamento hanno colonizzato qualsiasi ambiente terrestre, dalle fredde acque polari alle zone della fascia equatoriale.
La biodiversità caratteristica dei protisti risulta ampiamente sottostimata (Foissner, 2006) per molteplici ragioni, tra cui il poco diffuso interesse verso tali microrganismi e la risoluzione tassonomica delle specie, resa difficile in mancanza di caratteri morfologici univoci. Per questo motivo, è spesso necessario affiancare, alle tradizionali analisi morfologiche, anche quelle di tipo molecolare (Hausmannetal.,2003).
I protisti ciliati, in particolare, sono organismi eterotrofi dotati di estroflessioni membranose, le
Esempio di protista ciliato (Euplotes)
ciglia. Tali organuli vengono adoperati per la locomozione e la nutrizione e la loro disposizione è generalmente caratteristica per ogni specie. Ulteriore caratteristica distintiva dei ciliati è il dimorfismo nucleare, ovvero la presenza di due diversi tipi di nucleo: un macronucleo e un micronucleo. Il primo, ha funzioni vegetative e dimensioni maggiori rispetto al micronucleo, il quale ha invece funzioni riproduttive.
Risultano descritte circa 4.500 specie di protisti ciliati a vita libera, ma si stima un numero di circa 30.000 specie non ancora descritte (Foissner &Hawksworth,2009).Lespeciediprotisticiliati sono largamente diffuse sul nostro pianeta grazie alla loro notevole capacità di adattarsi a ecosistemi differenti, inclusi gli ambienti estremi e gli ambienti modificati da attività antropiche.
Alcuni protisti ciliati presentano un importante ruolo ecologico come bioindicatori, come marker di cambiamenti climatici passati e, una parte di essi, come patogeni (Pawlowski et al., 2012).
Le grotte sono ambienti sotterranei che sono rimasti relativamente stabili per migliaia di anni e sono spesso caratterizzate dall’assenza di luce, da valori di temperatura dell’aria e dell’acqua costanti, da alti livelli di umidità e limitata disponibilità di nutrienti (Bharti et al., 2022). La composizione dell’aria all’interno delle grotte potrebbe risultare modificata rispetto a quella atmosfe-
rica, con alti livelli di gas tossici — quali acido solfidrico(H2S),anidridecarbonica(CO2)emetano(CH4)—ebassilivellidiossigeno(O2).
All’interno delle grotte sono stati trovati organismi adattati a queste condizioni estreme e particolari, caratteristica che probabilmente rende tali organismi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Le grotte rappresentano così un ambiente estremo per la sopravvivenza di specie di microrganismi unicellulari. Pertanto, queste specie potrebbero risultare nuove rispetto alle conoscenze scientifiche del settore, oltre che produrre composti che potrebbero costituire un punto di partenza per la scoperta di nuovi prodotti di origine naturale utilizzabili in vari settori biotecnologici, quali quello farmaceutico o cosmetico.
Lo scopo di questo studio consiste nell’identificazione e caratterizzazione morfologiche e genetiche di protisti ciliati di acqua dolce provenienti da aree ipogee della regione Toscana.
A nostra conoscenza, è il primo studio finalizzato all’identificazione di specie di protisti in grotte della Toscana.
Materiali e metodi
Siti di campionamento e campioni
Sono stati selezionati cinque siti di campionamenti, distribuiti in diverse aree della Toscana e con caratteristiche geomorfologiche diverse.
Il primo sito di campionamento è rappresentato dalla “Grotta dei Laghi”, situata sui Monti Pisani, nel comune di Agnano (Pisa). La raccolta
Campionamenti della Grotta dei Laghi eseguiti dai subacquei (Leonardo Canale e Alessandro Noferi) della PSAI Italia (DX)
Siti di campionamento; in alto a sinistra il sito Buca della cima del Monte Matanna; in alto a destra i siti Grotta dei Laghi e Grotta dei Ladri; in basso a sinistra il sito Grotta n.1 di Poggio Pinzo; in basso a destra il sito Buca del Pierpi
dei campioni è avvenuta il 4 marzo 2023 con il supporto dell’Associazione Professional Scuba Association International (PSAI) Italia, nelle persone di Leonardo Canale e Alessandro Noferi: in questo sito sono stati prelevati, in punti diversi, 3 campioni denominati con la sigla “Agn”, dalle lettere iniziali del nome del comune in cui è situata la grotta (Agnano).
Il secondo sito di campionamento è rappresentato dalla “Grotta dei Ladri”, situata poco distante dal primo sito e con esso comunicante attraverso
piccoli condotti. I campionamenti sono stati effettuati dalla Dott.ssa Luisa Dainelli del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa il 22 maggio 2023. In questo sito sono stati prelevati, in punti diversi, due campioni, denominati con la sigla “Lad”, dalle lettere del nome della grotta (“dei Ladri”).
Il terzo sito di campionamento è rappresentato dalla “Buca della cima del Monte Matanna”, situata sul Monte Matanna, nel comune di Stazzema (Lucca). In questo sito è stato raccolto un cam-
pione il 5 maggio 2023, denominato con la sigla “Mat”, dalle lettere iniziali del Monte (Matanna). Il quarto sito di campionamento è rappresentato dalla “Grotta n.1 di Poggio Pinzo”, situata sul Monte Argentario, nel comune di Monte Argentario (Grosseto). In questo sito è stato prelevato un campione il 23 aprile 2023, denominato con la sigla “Pin”, dalle lettere iniziali della grotta (Pinzo).
Il quinto ed ultimo sito di campionamento è rappresentato dalla “Buca del Pierpi”, nel comune di Murlo (Siena). All’interno della grotta non c’era acqua, ma una specie di fanghiglia bianca densa. Con opportuni strumenti è stato misurato, all’interno della grotta, un valore del 71% di acido solfidrico, concentrazione estremamente pericolosa per la salute dell’uomo, un valore del 20% di anidride carbonica e un valore dello 0.6% di ossigeno. In questo sito è stato raccolto un campione il 18 giugno 2023, denominato con la sigla “Pie”, dalle lettere iniziali della grotta (Pierpi).
Gli ultimi tre campioni sono stati forniti dal Gruppo Speleologico Torrentistico Speolo (GSTS) in collaborazione con il Gruppo Speleologico Archeologico Apuano e prelevati dagli speleologi Daniele Pagli, Duccio Pieri, Pierpaolo Fiorito, Alessia Fiordaliso, Carlo Ciacci e Giovanni Caponi.
I campioni sono stati prelevati adoperando barattoli di plastica sterili del volume di 100 mL e dotati di tappo.
La metodologia adoperata è quella del “campionamento in sedimenti”: si raccoglie il campione
sul fondale del sito, effettuando uno “striscio”, in modo tale che il barattolo risulti riempito per ¼ di volume da substrato, ½ di volume da acqua e ¼ di volume da aria.
Per ciascun sito di campionamento sono stati misurati e annotati parametri fondamentali, quali la temperatura dell’acqua (misurata in situ) e la salinità (misurata in laboratorio).
Tab. 1: Parametri misurati nei siti di campionamento:
SitoTemperatura(°C)Salinità(‰)
Isolamento e mantenimento in coltura di protisti
Una volta giunti in laboratorio, i campioni sono stati lasciati decantare in modo tale che il substrato si sedimentasse sul fondo del barattolo. Con una pipetta Pauster è stata prelevata un’aliquota di acqua da porre in piastra Petri per eseguire una prima osservazione del campione allo stereo-microscopio;unavoltaindividuatelecellulediprotisti, si è proceduti all’isolamento delle stesse.
Con l’utilizzo di una micropipetta sono state isolate le singole cellule osservate, che sono poi state trasferite in vetrini a tre depressioni, contenenti una goccia di terreno di coltura, in modo tale
A. Vetrino a tre depressioni. B. camera umida
che in ciascuna depressione vi fosse una sola cellula. In questa prima fase è stato adoperato un volume ridotto di terreno di coltura (circa 500 µL), in maniera tale da avere, all’osservazione allo stereo-microscopio, un migliore controllo visivo della singola cellula isolata.
I vetrini a tre depressioni così preparati sono stati conservati in una camera umida, in maniera tale da evitare l’evaporazione dei liquidi in essi contenuti.
Il terreno di coltura utilizzato era costituito da acquamineralenaturale;sitrattadiunterreno estremamente versatile, che non richiede preparazione o sterilizzazione e viene comunemente commercializzato in bottiglie.
A distanza di qualche ora dall’isolamento si procedeva con l’alimentazione dei microrganismi, che per i protisti eterotrofi di acqua dolce consiste in inoculi diluiti di una specie di alga verde appartenente al genere Chlorogonium. Si tratta di una specie di protista autotrofo che viene comunemente adoperata per cibare gli eterotrofi di acqua dolce. Gli inoculi di cibo sono stati ripetuti nei giorni successivi per indurre la divisione cellulare ed ottenere così un ceppo (insieme di cellule geneticamente identiche, derivanti tutte da divisioni cellularidiunastessacellulainiziale);lafrequenza con cui è stato fornito il cibo e la diluizione di ciascun inoculo dipendevano dalla “salute” (buona motilità e consumo regolare di cibo) delle cellule stesse.
Al raggiungimento di un adeguato numero di cellule per ciascun ceppo isolato, le colture sono state trasferite in provetta, contenitore adoperato per il mantenimento nel tempo delle colture stesse. Ciascuna provetta, corrispondente ad un singolo ceppo, è stata contrassegnata da una sigla formata da 3 lettere che indicavano il sito di campionamento (Agn, Lad, Mat, Pin, Pie), precedute da un numero, corrispondente al campione prelevato e seguite da un altro numero progressivo, corrispondente al ceppo isolato.
Nella fase di mantenimento in coltura, le provette sono state conservate in celle termostatate a 19 +/- 1 °C.
Analisi morfologica
Le caratteristiche morfologiche dei protisti sono state studiate su cellule vive in modo da os-
servare la loro forma e struttura. Lo studio è stato condotto mediante l’utilizzo di un microscopio biologico, strumento che consente un’osservazione in vivo delle cellule e, mediante software di acquisizione di immagine, è possibile ottenere immagini e video.
Per osservare adeguatamente i protisti è consigliato rallentare il loro movimento e, a tal scopo, esistono diversi metodi, di tipo meccanico o chimico. In questo studio è stato adoperato un metodo meccanico in cui è stata applicata una delicata pressione sul vetrino copri-oggetto in modo da rallentare il movimento delle cellule fino ad immobilizzarle tra due vetrini (copri-oggetto e porta-oggetto).
Il microscopio utilizzato per le analisi morfologiche è un Optika modello B-383PL con telecamera Optika modello C-B5, equipaggiato con un sistema di acquisizione di immagini digitali.
I successivi step di analisi (identificazione genetica) sono stati condotti solo sui campioni provenienti dal sito della Grotta dei laghi, in particolar modo sono stati selezionati 4 ceppi, le cui cellule erano presenti in maggior quantità e si muovevano in modo attivo. I 4 ceppi selezionati per le successive analisi genetiche sono stati conservati senza inoculo di cibo per una settimana, allo scopo di ridurre il più possibile contaminazioni di DNA provenienti dalle microalghe utilizzate come cibo.
Analisi molecolari e identificazione genetica
Per l’estrazione del DNA è stato adoperato il kit commerciale “QIAmp DNA Micro Kit” (Qiagen, Milano, Italia), che è particolarmente indicato per l’estrazione di DNA genomico nel caso di campioni con quantità esigue di materiale, come nella biologia forense per l’analisi di piccoli volumi di sangue o tracce di fluidi corporei.
Come marcatore genetico specie-specifico è stato selezionato uno dei marker genetici più utilizzati in Protistologia per studi di filogenesi molecolare e di caratterizzazione genetica delle specie, cioè il gene nucleare dell’RNA ribosomiale (rRNA) 18S. Il marcatore genetico selezionato è stato amplificato mediante la tecnica dellaPCR(PolymeraseChainReaction),utilizzando il primer forward 18S F9 (5 -CTGGTTGATCCTGCCAG-3 ) (Medlin et al., 1988) e il
primerreverse18SR1513Hypo(5′-TGATCCTTCYGCAGGTTC-3 ) (Petroni et al., 2002). Le reazioni di amplificazione sono state eseguite aggiungendo aliquote di DNA (100 ng) a una miscela di reazione da 50 µL contenente 2 mM MgCl2, 250 mM dNTP, un’unità di Taq DNA polimerasi (Merk Life Science, Milano, Italia) e 0,2 mM di ciascun primer. Le reazioni di PCR sono state eseguite nello strumento GenAmp SystemPCR2400(AppliedBiosystems,Monza, Italia), impostato con i seguenti parametri: una fase di denaturazione iniziale a 94 °C per 1 minuto, seguita da 35 cicli a 94 °C per 30 secondi, a 50 °C per 30 secondi e a 72 °C per 1 minuto, con una fase di estensione finale a 72 °C per 10 minuti. I prodotti di PCR sono stati visualizzati in un gel di agarosio all’1% e le reazioni positive sono state sequenziate con tre primer interni alla sequenza genica amplificata.
Tab. 2: Denominazione e sequenza dei primer interni usati per sequenziare il gene 18S:
PrimerSequenza5’3’
R536CTGGAATTAACGCCGGCT
R1052AACCTTAAGGAACCCCCGGCCATGGCA
F783GACGAATCAAGAAATACCGTC
Gli elettroferogrammi ottenuti e corrispondenti alle sequenze geniche sono stati verificati con il programmaBioEdit(versione7.0.0)(Hall,1999) per rilevare eventuali errori di lettura che poi sono stati opportunamente corretti. Le sequenze geni-
che ottenute sono state confrontate mediante il software BLAST con le sequenze disponibili nel database molecolare GenBank, considerando solo quelle che presentavano le maggiori percentuali di identità di sequenza. Inoltre, le sequenze nucleotidiche ottenute sono state allineate tra loro e con le rispettive sequenze omologhe, derivanti dall’analisi comparativa con il database molecolare, utilizzando il programma Clustal X versione 1.81 (Thompson et al., 1997). Per ciascuna sequenza nucleotidica ottenuta è stata determinata la percentuale in contenuto di GC, ovvero il quantitativo di coppie di basi azotate di guanina e citosina. Tale parametro è correlato alle proprietà fisiche delle molecole di DNA e permette l’identificazione dei corredi genomici delle diverse specie, in quanto ognuna ha un suo contenuto in GC caratteristico.
Risultati
Isolamento dei ceppi
Le condizioni di laboratorio, a volte, possono risultare ostili per alcuni microrganismi. Per questo motivo, in questo studio non è stato possibile mantenere in collezione tutte le colture monoclonali ottenute dagli isolamenti iniziali.
Inizialmente, da 2 dei 3 campioni prelevati nel sito della Grotta dei Laghi (sigla Agn), 1Agn e 2Agn, sono state isolate un elevato numero di cellule (che hanno dato origine ad altrettanti ceppi) in quanto, a una prima analisi allo stereo-microscopio, erano stati osservati due forme diverse
Esempio di elettroferogramma corrispondente ad una sequenza genica
di protisti, una di dimensioni maggiori rispetto all’altra. Durante il mantenimento in coltura, nella maggior parte dei ceppi, si è osservata la comparsa di una forma in un isolato dove questa non era presente inizialmente, finendo per avere nella solita provetta entrambe le forme. La comparsa e scomparsa della forma grande si è osservata essere particolarmente evidente a seguito dell’aggiunta o meno di nutrimento.
Per l’allestimento di colture monoclonali da mantenere in collezione sono stati selezionati 12 ceppi. Su 4 di questi ceppi (1Agn3, 1Agn18, 2Agn7 e 2Agn15), selezionati in base al numero e motilità delle cellule e alla presenza della forma grande e piccola, sono state condotte le analisi morfologiche e genetiche: nei ceppi 1Agn18 e 2Agn15 fin dall’isolamento è stata osservata solamentelapresenzadellaformapiccola;neiceppi 1Agn3 e 2Agn7 è stata osservata la comparsa della forma grande a partire da un isolato della forma piccola.
I ceppi inizialmente isolati dal terzo campione (3Agn) non sono stati in grado di adattarsi alle condizioni di laboratorio.
Dai campioni prelevati nei siti della Buca della cima del Monte Matanna (sigla Mat), dalla Grotta n.1 di Poggio Pinzo (sigla Pin) e dalla Grotta dei Ladri (sigla Lad) non sono state ottenute colture stabili in quanto i ceppi inizialmente isolati hanno richiesto tempi maggiori per adattarsi alle condizioni di laboratorio e sono attualmente in fase di stabilizzazione.
Sui ceppi 1Mat3, 1Mat6, 1Pin4 e 1Pin5 dei primi due siti di campionamento sono state svolte le analisi morfologiche.
Dal sito della Buca del Pierpi (sigla Pie) non sono stati isolati ceppi.
Analisi morfologiche
Le analisi morfologiche, per determinare almeno il genere a cui ciascun ceppo appartiene, sono state condotte attraverso un’indagine eseguita con l’applicazione di immagini fotografiche. Alcune specie di protisti mostrano caratteristiche distintive ed evidenti, mentre altre specie hanno forma e strutture simili a specie appartenenti allo stesso genere o anche a generi filogeneticamente correlati: in questi casi è necessaria un’analisi molecolare aggiuntiva per ottenere risposte univoche sull’identificazione tassonomica a livello di specie.
Grotta dei Laghi (ceppi 1Agn e 2Agn)
Le cellule isolate hanno una forma ovale, più allungata, e la presenza di cilia lungo tutto il contorno cellulare. All’interno delle cellule si osserva la presenza di formazioni vacuolari e, nella forma grande, il citoplasma assume un colore verde scuro. Le dimensioni della forma piccola sono comprese tra i 30 e i 40 µm, mentre la forma grande presenta dimensioni comprese tra i 50 e i 60 µm. Non è stato possibile determinare il genere di appartenenza a causa di caratteri morfologici particolarmente diffusi in vari raggruppamenti tassonomici.
Buca della cima del Monte Matanna (ceppi 1Mat)
Le cellule isolate presentano una forma ovale con cilia lungo tutto il contorno cellulare. All’interno delle cellule, si osservano formazioni vacuolari. La dimensione più lunga delle cellule è di circa 30 µm. Non è stato possibile determinare il genere di appartenenza a causa di caratteri morfologici particolarmente diffusi in vari raggruppamenti tassonomici.
Cellule isolate nella Grotta dei Laghi; ingrandimenti 10x, 40x
Cellule isolate nella Buca della cima del Monte Matanna; ingrandimenti 10x, 40x
Cellule isolate nella Grotta n.1 di Poggio Pinzo; ingrandimenti 10x, 40x
Grotta n.1 di Poggio Pinzo (ceppi 1Pin)
Le cellule isolate presentano una forma ovale con cilia lungo tutto il contorno cellulare. All’interno delle cellule, si osserva un citoplasma di colore verde. Le dimensioni delle cellule sono comprese tra i 40 e i 50 µm. Non è stato possibile determinare il genere di appartenenza a causa di caratteri morfologici particolarmente diffusi in vari raggruppamenti tassonomici.
Identificazione genetica
L’amplificazione genetica del gene 18S dei campioni mediante la tecnica della PCR ha permesso di ottenere, nei 4 ceppi selezionati per le analisi genetiche (1Agn3, 1Agn18, 2Agn7 e 2Agn15), un prodotto della dimensione attesa di circa 1.800 pb per tutti i ceppi analizzati.
In tabella 3 sono riportati le dimensioni e il contenuto percentuale in GC delle sequenze ottenute: come si può osservare tutte le sequenze presentano una stessa dimensione ed uno stesso contenuto in GC.
Tab. 3: Dimensioni e contenuto in GC delle sequenze ottenute:
Una prima analisi comparativa delle sequenze ottenute mediante allineamento delle stesse ha mostrato che alcune sequenze sono risultate identichetraloro;pertanto,le4sequenzeottenutesono state suddivise in 2 gruppi di identità di sequenza che differiscono tra loro per 2 mutazioni nucleotidiche: un gruppo di sequenza costituito da quelle ottenute dai ceppi 1Agn3, 1Agn7 e 2Agn15 ed un altro gruppo costituito dalla sola sequenza ottenuta dal ceppo 1Agn18. Successivamente, ciascuno dei 2 diversi gruppi di sequenze così ottenute è stato comparato con sequenze omologhe disponibili nel database molecolare, prendendo in considerazione, per ciascuna sequenza nucleotidica ottenuta, quelle che presentavano la maggiore percentuale di identità di sequenza con le specie da noi isolate. I valori di queste analisi sono riportati nella tabella 4. Il ceppo 1Agn18 differisce per lo stesso numero di muta-
Tab. 4 Risultati delle analisi comparative delle sequenze ottenute con quelle disponibili nel database molecolare.
zioni nucleotidiche del primo gruppo di identità di sequenza con le specie citate in tabella 4, eccezion fattaperTetrahymenafarleyidacuidifferisceper 5 mutazioni. L’analisi comparativa delle sequenze ottenute dai ceppi di entrambi i gruppi di sequenze con sequenze omologhe presenti nel database molecolare ha mostrato il più alto valore di identità con sequenze appartenenti a specie del genere Tetrahymena,inparticolareT.mobiliseT.tropicalis. Entrambe queste specie rientrano all’interno del clado “borealis”, uno dei gruppi in cui sono suddiviselespecieappartenentialgenereTetrahymena (Struder-Kypkeetal.,2001).
Conclusioni
Le analisi di questo studio si basano sull’identificazione e caratterizzazione morfologiche e genetiche di protisti ciliati isolati da aree ipogee della regione Toscana.
Per tale scopo sono state prese in considerazione 5 aree di studio: Buca della cima del Monte Matanna,nelcomunediStazzema(Lucca);Grotta dei Laghi e Grotta dei Ladri, nel comune di Agnano(Pisa);BucadelPierpi,nelcomunediMurlo (Siena);Grottan.1diPoggioPinzo,nelcomunedi Monte Argentario (Grosseto).
Nel caso dei campioni provenienti dai siti Buca della cima del Monte Matanna, Grotta dei Ladri e Grotta n.1 di Poggio Pinzo, non sono state ottenute colture monoclonali stabili nel tempo, in quanto i ceppi isolati hanno richiesto tempi maggiori per adattarsi alle condizioni di laboratorio.
Nel caso del campione proveniente dal sito Buca del Pierpi, non sono stati isolati protisti.
Nel caso dei campioni provenienti dal sito Grotta
dei Laghi, sono state ottenute colture monoclonali stabili nel tempo da solo 2 dei 3 campioni raccolti, per un totale di 12 ceppi. Su 4 di questi sono state svolte le analisi genetiche utilizzando un marcatore genetico specie-specifico (gene nucleare per l’RNA ribosomiale 18S), che ha consentito l’identificazione di 2 specie diverse, entrambe appartenenti al genereTetrahymena.Talispecie,inoltre,differiscono tra loro, nella sequenza del marcatore genetico selezionato (18S), per 2 mutazioni nucleotidiche.
L’analisi comparativa di entrambe le sequenze ottenute dalle 2 specie con quelle omologhe disponibili nel database molecolare ha mostrato un’identità di sequenza pari al 99,9% (con una sola mutazione nucleotidica nella porzione genetica considerata) conspecieappartenentialgenereTetrahymena,in particolare T. mobilis e T. tropicalis. Entrambe queste specie rientrano all’interno del clado “borealis”, uno dei gruppi in cui sono suddivise le specie appartenentialgenereTetrahymena(Struder-Kypke et al., 2001). Da ricerche bibliografiche, sono state individuate altre specie, appartenenti al sister group di T. mobilis e T. tropicalis, che presentano caratteristiche comuni alle specie da noi isolate. In particolar modo, T. acquasubterranea, isolata da acque sotterranee di Città del Capo (Sudafrica) e caratterizzata da un ciclo vitale bifasico (con la presenza di due forme diverse: una più grande e una più piccola)comequellodanoiosservato;eT.farleyi, isolata per la prima volta da un campione di urina di cane e successivamente ritrovata a vita libera in acque sotterranee presso la Stazione di Ricerca Zoologica dell’Università di Cologne (Germania) (Lynnetal.,2000;Quintela-Alonsoetal.,2013). Sulla base di questi risultati, è stato ipotizzato che
i microrganismi appartenenti alle specie isolate fossero dei parassiti facoltativi, in quanto il sito di campionamento è situato in un’area dove sono presenti animali selvatici e, nelle vicinanze, è presente la Grotta dei Ladri dove al momento vive una colonia di pipistrelli.
In bibliografia, è stato riscontrato uno studio simile finalizzato alla caratterizzazione della comunità protistica delle Grotte di Frasassi (Marche), in cuièstatatrovatalaspeciecripticaT.pyriformis, appartenete al clado “borealis”, ma non rientrante nel sister group delle specie precedentemente citate, concuiperòcondivideun“pyriformis-likelifestyle” (Bharti et al., 2022).
I ceppi provenienti dal sito Grotta dei Laghi sono stati assegnati tassonomicamente al genere Tetrahymenainquantolesequenzeottenutedifferiscono per una sola differenza nucleotidica con le corrispondenti sequenze omologhe di riferimento
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
Bharti D., Kumar S., Buonanno F., Ortenzi C., Montanari A., Quintela-Alonso P. & La Terza A. (2022). Free living ciliated protists from the chemoautotrophic cave ecosystem of Frasassi (Italy). Subterranean Biology, 44: 167-198.
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presenti nel database molecolare. Inoltre, si ritiene che le specie isolate siano nuove specie appartenenti algenereTetrahymena:questogenerepresentaun valore di divergenza intraspecifica minore del 1% (Kheretal.,2011);adesempioT.mobiliseT.tropicalis, due specie strettamente correlate da un punto di vista filogenetico, differiscono tra loro per una sola mutazione nucleotidica.
Il ritrovamento di 2 nuove specie diverse appartenentialgenereTetrahymenapermettediconsiderare il sito in questione come un promettente laboratorio naturale per la ricerca di specie di protisti produttrici di prodotti naturali, in quanto il genere di protisti identificato è considerato un modello di ricerca per vari tipi di studi, tra cui ricerche sui metaboliti secondari, utilizzabili in diversi settori biotecnologici.
Petroni G., Dini F., Verni F. & Rosati G. (2002). A molecular approach to the tangled intrageneric relationships underlying phylogeny in Euplotes (Ciliophora, Spirotrichea). Mol. Phylogenet. Evo., 22(1): 118-130.
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Thompson J.D., Gibson T.J., Plewniak F., Jeanmougin F. & Higgins D.G. (1997). The ClustalX windows interface: flexible strategies for multiple sequence alignment aided by quality analysis tools. Nucl. Acids Res., 4: 4876-4882.
Database molecolare GenBank: www.ncbi.nlm.nih.gov
Associazione Professional Scuba Association International (PSAI) Italia: www.psai.it
Gruppo Speleologico Torrentistico Speolo (GSTS): www. speolonet.wordpress.com
Un’introduzione all’uso ed una proposta di metodo costruttivo
a cura di Danilo Magnani
...codici di geometrie esistenziali. Franco Battiato
Un volo. Sull’alto Tirreno in prossimità di Massa, Toscana, Italia.
Da una parte il mare, dall’altra parte un profilo di montagne che non sono più Appennino, inconfodibili, aspre, ferite ma non ancora dome.
Eppure, mi dico, manca qualcosa: non si vede l’invisibile. E così, una decina di anni fa nasce l’idea di mostrare di cosa sono piene (o meglio, vuote) le Alpi Apuane: le grotte.
Sul sito della Federazione Speleologica Toscana (http://www.speleotoscana.it/3d/) trovate il modello in 3D che attualmente contiene circa 1100 ingressi di grotte per uno sviluppo di più di 267 chilometri. Con i prossimi aggiornamenti, che prevedono l’inserimento del modello del Complesso del Corchia e delle cavità delle Apuane meridionali, la previsione è di raggiungere i 340 km di grotte.
Le Alpi Apuane
Le Alpi Apuane e le grotte
trovato ed implementato Cave View ma soprattutto ha reso comprensibile la mia balbuzie informatica.
Operando sulla tendina in alto a sinistra della finestra (Fig. 1/2), si può scegliere tra le varie possibilità di visualizzare la cartografia che “veste” il modello del terreno: dalla CTR (Carta Tecnica Regionale) della Regione Toscana, sia a colori che in bianco e nero alle OFC (Orto Foto Carte) Agea20cm C.Tea. Per gli addetti ai lavori, è possibile anche visualizzare la carta geologica delle Alpi Apuane.
Selezionando le icone del menu, (Fig. 3) si attivano tutta una serie di possibilità per la personalizzazione del modello stesso.
Il menu principale (icona “ingranaggio”) consente di scegliere la carta tra quelle disponibili e costruire la vista del modello in maniera puntuale.
Il menu superficie (icona “montagne”) permette di operare sul terreno per avere una vistaconmapoverlay(lacarta scelta nel menu precedente), oppure con dtm ombreggiato per altezza oppure la visualizzazione a curve di livello.
Il modello viene visualizzato direttamente con CAVE VIEW (“...a3Dcavesurveyviewerforthe web) direttamente nel browser tra quelli supportati: Google Chrome, Firefox, Microsoft Edge, Safari, inoltre c’è la possibilità di scaricare vari files in formato *.LOX leggibili con LOCH: un programma di visualizzazione 3D presente nella suitedelprogrammadirilievoTHERION(https:// therion.speleo.sk/). Ritengo doveroso ringraziare ancora una volta Marco Menchise, responsabile della Commissione Informatica della FST che ha
Il menu “bussola” elenca tutte le cavità presenti nel modello che sono ovviamente selezionabili: con un clic viene fatto uno zoom sulla cavità scelta che resta “accesa” (colorata) mentre tutte le altresianneriscono;un’utilefunzionepervedere soltanto la grotta che ci interessa. Per non scorrere tutto l’elenco delle numerose grotte presenti, con la combinazione di tasti CTRL+F si attiva la funzione di ricerca del browser, quindi digitando il nome della cavità, questa viene evidenziata ed è possibile selezionarla.
Fig. 1 - CTR a colori
Fig. 2 - Carta geologica
Csurvey: il foglio dati ed il foglio disegno
Per arrivare a costruire questo modello sono stati utilizzati diversi software, tutti rigorosamente open source e liberamente scaricabili:
Topodroid: per l’acquisizione dei dati in grotta
Libre Office: per l’eventuale gestione tabellare dei dati ed operazioni di trasformazione degli stessi, Qgis: per la visualizzazione dei dati geografici
e verifica dei posizionamenti degli ingressi delle grotte
Therion: per accedere al visualizzatore 3D LOCHecomemotoredicalcoloperCsurvey
Inkscape: non direttamente necessario per il modello ma fondamentale per il ritocco delle stampe dei rilievi.
Fig. 3 - I menu di Cave View
Resurvey: screenshot dell’area di lavoro
Csurvey: per l’elaborazione delle poligonali e deldisegnodellecavità;èilprogrammaprincipale di tutto questo lavoro. Colgo l’occasione per ringraziare Federico Cendron per averlo concepito e realizzato, ma anche e soprattutto per la continua opera di supporto ed aiuto nei miei confronti.
Prima di introdurre brevemente come nascono i modelli tridimensionali delle grotte si ritiene opportuno sottolineare che tali modelli sono rappresentazioni della grotta, non sono IL rilievo della cavità ma una sua semplificazione grafica, ancorché (ovviamente) numericamente aderente all’originale.
L’ingrediente fondamentale di tutto il lavoro sono ovviamente i DATI della poligonale del rilievo. Per omogeneità e continuità del lavoro, ogni battuta di rilievo è nella forma: DA, A, L(unghezza), DIR(ezione), PEN(denza), L(eft), R(ight), U(p), D(own).
Ovviamente tutto è molto più facile e rapido se chi ha fatto il rilievo in grotta è disposto a condividere (fornendoli) i dati originali delle campagne di rilievo. A quel punto è sufficiente importarli in Csurveyedorganizzarlineldatasetcheabbiamo scelto di utilizzare.
Se per qualsiasi motivo i dati originali non sono disponibili allora diventa necessario ricavarli direttamente dal rilievo delle grotte. Un metodo efficace per farlo è utilizzare il programma Resurveychesitrovaall’internodiCsurveystesso. Dopo aver definito scala, nord e dislivelli, una volta trovati i punti coincidenti di pianta e sezione il programma riesce a calcolare la poligonale della grottachenoipossiamopoiimportareinCsurvey col quale, ripassando “a mano” il disegno possiamo fargli calcolare gli ingombri (LRUD). Attenzione, nonostante ci si possa avvalere di diversi automatismi e sempre necessario un controllo ed una revisione dei dati ottenuti.
Ovviamente è possibile calcolare la poligonale di una grotta utilizzando i rilievi mediante operazioni di calcolo trigonometrico o comunque “manuale”.
Ottenute le poligonali, per avere un modello tridimensionale più armonioso, gradevole alla vista è necessariao addolcire i cambi repentini di direzione o pendenza attraverso un’operazione di suddivisione delle tratte sempre mantenendo il vincolo tra i punti comuni di pianta e sezione.
Nella figura nella pagina successiva (4) in nero la poligonale originale (traslata per esigenze grafiche) ed in verde la poligonale smussata.
Fig. 4 - Poligonale originale vs poligonale suddivisa
Fig. 5 - Verosimiglianza
Spezzando le tratte rendiamo il modello 3D più verosimile possibile: se ci fermassimo ad avere gli ingombri soltanto dei capisaldi di inizio e fine tratta, otterremmo una sorta di forma tubolare che non rappresenta certo la morfologia di una grotta.
Dopo aver ridotto la lughezza delle singole tratteènecessariofarricalcolareaCsurveyi vari LRUD sulla base dei bordi della grotta disegnata, come si può vedere dalla figura in basso a destra della figura qui sopra (5), riusciamo ad ottenere una rappresentazione decisamente più aderente alla realtà.
In figura “Tana dell’Uomo Selvatico 54 T/LU” (6) a sinistra un modello 3D derivante dai dati grezzidirilievo;adestra,lastessagrottadopo l’operazione di spezzamento delle tratte.
L’aggregazione di un così grande numero di grotte (circa 1100 ingressi) è stata possibile utilizzando la funzionedei“rilievicollegati”presenteinCsurvey. Tale funzione consente, appunto, di collegare vari rilievi tra di loro senza dover creare un unico, enorme, file che sarebbe difficoltoso gestire sia per la mole di dati (sono circa 74,000 battute) sia per la lunghezza dei tempi di calcolo necessari ad ogni modifica.
Per il gran numero di grotte rappresentate (Fig. 7), il modello adesso presente sul sito della Federazione non è semplice da gestire ed utilizzare. Uno dei progetti che contiamo di attuare nel prossimo futuro è avere la possibilità di selezionare delle aree meno estese, eventualmente comporle a mosaico al fine di ottenere dei modelli più piccoli, ad hoc per ogni utente.
Vorrei qui ringraziare personalmente le persone
che hanno messo immediatamente a disposizione i loro dati di rilievo ma sono davvero tente e rischierei di dimenticare qualcuno. In senso più ampio ringrazio tutti coloro che hanno esplorato, misurato e accatastato le grotte consentendo a tutti quanti di poter utilizzare i loro rilievi. Lo spirito di condivisione che da sempre caratterizza la Commissione Catasto della Federazione Speleologica Toscana, che ringrazio, ha permesso la realizzazione di questo lavoro.
Fig. 6 - Tana dell’Uomo Selvatico 54 T/LU
Fig. 7 - Mosaico di mappe
Quando le grotte “pronto uso” scarseggiano, si torna dove l’aria si muove e si disostruisce!
a cura di Associazione Speleologica Senese - Commissione Speleologica CAI Siena
Seguire l’aria per inseguire l’acqua. Infatti a Siena la speleologia moderna nasce nei primi anni ’60, sulla scia degli studi e delle speranze del Rag. Betti che cerca l’acqua per bere e per l’irrigazione agricola. Ne fa fede il suo studio pubblicato nel 1962 “Le sorgenti del Luco”. Il Betti, nel suo lavoro, ipotizza l’esistenza di un grande lago sotto il Monte Maggio da cui tracimavano le acque che
Giovanni Betti (1913 - 1976)
davano origine alle sorgenti del Luco in prossimità di Rosia, comune di Sovicille (Siena). Le sorgenti erano permanenti fino ai primi anni del ‘700 poi erano divenute intermittenti con intervalli sempre più lunghi perché la falda si era abbassata in conseguenza dello scavo del canale del granduca che aveva prosciugato la polje di Pian del Lago.
Il Betti incaricò gli speleologi del gruppo URRI di Sarteano (allora unico esistente in provincia di Siena, poi confluito nella A.S.S.) di esplorare alcune cavità del Monte Maggio per trovare il passaggio che portava al grande bacino sotterraneo. I giovanissimi speleo con Franco Fabrizi in testa, verificarono fin da subito che le due più probabili vie di accesso al lago erano ostruite, leggiamo dai suoi scritti:”… 22 Aprile 1961 … a causa del progressivo interramento (degli altri inghiottitoi naturali), era rimasto visibile soltanto l’inghiottitoio del Mulinaccio, così chiamato perché, nel passato, l’abbondante deflusso delle acque, prima di penetrare sotto terra, metteva in funzione gli ingranaggi di un mulino … mi sembrò praticabile;vipenetraistrisciando…dopopochimetriera ostruito da sassi e detriti vari che permettevano solo il deflusso delle acque … Buca delle Fate di Lecceta … pozzo verticale (altro inghiottitoio attivo)… profondo poco più di venti metri, che terminava ostruito da pietre di svariate dimensioni
Ingresso Canale del Granduca (Vieri Mascioli)
La Guglia di Pian del Lago (Vieri Mascioli)
(vi circolava aria ma lo spostamento delle pietre si prospettava di grande difficoltà perché non c’era spazio per ricollocarle e portarle all’esterno era oltremodo pericoloso)”.
Fin da allora fu chiaro che per trovare l’acqua seguendo l’aria… c’era da disostruire. Ma allora sul territorio c’erano centinaia di grotte da esplorare e se il lavoro di disostruzione si rivelava troppo impegnativo, si andava ad esplorare altrove, per questo solo 40 o 50 anni dopo (quando le grotte “pronto uso” scarseggiano!) si è tornati ad interessarsi di quelle grotte. Questa attività ha finito per coadiuvare il lavoro dei vecchi e nuovi speleo… anche se l’acqua ancora non è stata trovata!
In quegli anni e sempre grazie all’interessamento del Betti e di altri appassionati nacque l’Ass. Speleologica Senese che, verificato che altre grotte esistenti non davano accesso all’acqua, iniziò a disostruire. Dal diario tenuto da Carlo Bindocci e Vieri Macioli leggiamo:”… 1964 … incominciamo ad interessarci, sulla scorta della citata opera del Rag. Betti, al bacino del Luco … fu costituita in seno all’associazione una Sezione Idrologica che, grazie ad un contributo del Comune di Siena, tentò la disostruzione dell’inghiottitoio del Mulinaccio senza però conseguire buoni risultati. Anche i tentativi per riaprire la grotta delle Fate di Lecceto, alla ricerca di un’altra via per penetrare nel bacino sotterraneo suddetto, non approdarono a nulla per difficoltà tecniche pressoché insormontabili… “.
Il nuovo gruppo nato a Siena in seno al CAI negli anni novanta, migliorando gli studi sulla idrogeologia della Montagnola e soprattutto grazie ad una moderna progettazione e realizzazione di tecnologie di scavo, dopo oltre trent’anni riprese i lavori al Mulinaccio. Fabrizi Franco (ASS), venuto a conoscenza di questa iniziativa di lavoro, scrisse ai Cavernicoli chiedendo di poter collaborare.
La disostruzione all’inghiottitoio del Mulinaccio in Pian del Lago. Tecniche, obbiettivi, colorazione
relatore Marco Mari
(CSCS - Commissione Speleologica CAI Siena “I Cavernicoli”)
Il gruppo dei Cavernicoli si costituì ufficialmente come commissione Speleologica all’interno del CAI Siena nel 1998 ed era formato da alcuni giovani che in quegli anni si erano dedicati ad esplorare le numerose grotte della Montagnola Senese già accatastate dalla ASS. Nel 1999 il gruppo riuscì a ritrovare in una biblioteca cittadina il già citato studio di G. Betti “Le sorgenti del Luco”. Questo “libretto” contribuì fortemente ad indirizzare le ricerche speleologiche nella Montagnola Senese ed apparve subito chiaro che uno degli obiettivi più importanti era l’inghiottitoio del Mulinaccio. Dopo alcuni
sopralluoghi fu deciso di tentarne la disostruzione per cercare di raggiungere quel “grande lago” ipotizzato da Giovanni Betti. Nell’estate del 2001 furono effettuati i primi tentativi con mezzi di fortuna, però fu presto evidente che il lavoro richiedeva organizzazione e tecniche più efficaci. Facendo tesoro dei sistemi di disostruzione/scavo sviluppati dal Gruppo di Calenzano (presentati durante il Congresso FST nel 2001), i Cavernicoli nell’estate 2002 iniziarono una campagna di lavori all’inghiottitoio del Mulinaccio che portò alla disostruzione di alcuni metri di cunicolo.
Inghiottitoio del Mulinaccio (Riccardo Bruttini)Binario allestito al Mulinaccio (Marco Mari)
Purtroppo il misterioso lago sotterraneo si faceva ancora desiderare, però l’entusiasmo e la voglia di riprendere l’estate successiva erano ancora forti. Al termine della campagna 2002 fu pubblicato nel notiziario CAI di Siena un articolo riepilogativo sull’intervento appena eseguito e fu proprio questo articolo che catturò l’attenzione di Franco Fabrizi, colonna portante della ASS, che immediatamente scrisse una lettera al gruppo Cavernicoli chiedendo di poter contribuire ai lavori al Mulinaccio. Da quel momento Cavernicoli e ASS hanno stretto una collaborazione (ed un’amicizia) ininterrotta che ha permesso di dare continuità a tutta una serie di importan-
ti ricerche nella zona della Montagnola senese. La disostruzione all’inghiottitoio del Mulinaccio riprese nell’estate 2003, ma i risultati sperati non arrivarono e fu deciso di interrompere l’intervento, non prima però di aver effettuato un’indagine idrologica tramite tracciante ottico per cercare di capire se il collegamento con le sorgenti del Luco fosse almeno dimostrabile. Cavernicoli ed ASS, supportati dalla FST organizzarono la suddetta colorazione coordinandosi con l’ente gestore dell’acquedotto cittadino (che attinge le acque proprio dalla sorgente del Luco) ed in tutto il periodo di indagine non fu mai ottenuto un campione positivo sui captori posizionati. Il mistero del Lago sotterraneo resta ancora da svelare.
Lo scavo al Mulinaccio (Giacomo Aurigi)Tracciamento al Mulinaccio (Giacomo Aurigi)
Tracciamento al Mulinaccio (Marco Mari)
Fasi dello scavo al Mulinaccio (CSCS 2003)
Buca del Ferratore
relatori Franco Rossi (ASS), Marco Mari (CSCS)
Il primo tentativo di disostruzione lo fecero i soci dell’URRI di Sarteano durante una delle prime visite fatte con il Betti. La circolazione di aria e la posizione, fecero ipotizzare che si trattasse di una risorgenza alta delle sorgenti del Luco. Purtroppo era stata quasi completamente distrutta da una cava e così la descrivono Bindocci e Vieri nelle loro memorie, “… è tutto ciò che rimane della famosa e forse vasta Grotta del Ferratore, letteralmente distrutta ed ostruita, nella parte superstite, dall’escavazione della cava”.
L’esperienza e le metodologie messe a punto coi lavori all’inghiottitoio del Mulinaccio permisero di riprendere il progetto del Ferratore e, dopo diverse giornate di lavoro, alla base del cunico-
lo naturale ripulito dai detriti si aprì un pozzetto facilmente accessibile che permise di penetrare all’interno della grotta vera e propria. Il caso volle che durante quella memorabile giornata (primavera del 2006) fossero presenti a scavare al Ferratore tutti i membri dei “Cavernicoli” (CSCS), Franco Rossi e Franco Fabrizi (ASS) ed un nutrito gruppo di giovani senesi che presto si sarebbero uniti stabilmente al gruppo CSCS. La scoperta della Grotta del Ferratore, nonostante le sue modeste dimensioni, rappresentò un ulteriore momento chiave per la speleologia senese proprio perché contribuì a fortificare il legame tra i due gruppi della provincia. La grotta del Ferratore è stata poi rilevata e accatastata nel 2023 da Salvatore Iannelli (GSAV).
Lo scavo alla Grotta del Ferratore (Giacomo Aurigi)
Buca del Vento di Montauto
relatore Franco Rossi (ASS)
Un’ulteriore occasione di collaborazione la tentammo con la grotta Buca del Vento di Montauto di cui eravamo riusciti a superare la prima selettiva strettoia negli anni ’70 ma in cui il primo tentativo risaliva al :”È il 16 settembre 1962 … ci avviamo a Montauto per vedere di riaprire una certa Buca del Vento … situata a poche decine di metri dalle rovine dell’omonimo castello trasformato in podere … Lavoriamo di mazza e di piccone per
qualche ora senza alcun risultato, poi tentiamo anche con mezzi più potenti, ma invano…”. Foto 13
Nella seconda metà degli anni settanta con due giornate di duro lavoro riuscimmo a superare la prima strettoia, purtroppo nel piccolo vano sottostante ci fu subito chiaro che dovevamo ancora disostruire. La circolazione di aria era così forte che, nonostante lo spazio angusto su cui lavorare e la difficoltà di portare all’esterno il materiale rimosso vi lavorammo ancora per alcune domeniche, finalmente il “fessuromane” del gruppo (Fosco Paolucci detto Poppi) riuscì a superare una strettoia e la sua espressione quando tornò indietro ci dissuase dal proseguire.
La Buca del Vento di Montauto fu accatastata nel 2004 dal CSCS in collaborazione con la ASS ed è stata oggetto di studio all’interno del progetto di monitoraggio meteorologico seguito dal Dr. Riccardo Bruttini (CSCS) e pubblicato sulla rivista Talp (Talp n°38 giugno 2009 pagina 54 e seguenti). Ad oggi il lavoro di scavo non è stato ripreso nonostante l’ingente flusso d’aria presente.
Poggio del Fumo, Buca del Fumino del Gallinaio
relatori Franco Rossi (ASS), Marco Mari (CSCS)
Il primo contatto dell’ASS con Poggio del Fumo avvienenel1961;dallememoriediBindocci:
“… In cima alla suddetta collina (Poggio del Fumo) a circa 500 metri dalla Buca delle Volpi, troviamo un grande avvallamento con cumuli di detriti,vicinoadunospuntoneroccioso;quando l’aria è molto umida, si vede alzarsi una fitta nebbia, la cui temperatura si aggira intorno ai 25° C…”. Ad agosto del 1962 i primi lavori:”La leg-
gera nebbiolina che nelle giornate fredde ed umide si levava da un ammasso di pietre sulla cima del Poggio faceva pensare che si trattasse di una grotta riempita forse di proporzioni notevoli. Così decidemmo di togliere i pietroni per vederci chiaro. Incominciammo uno sbancamento lavorando i giorni 5 e 12 agosto. Trovammo anche una piccola entrata inaccessibile e molto pericolosa per certi pietroni sovrastanti assai instabili…”.
Buca del Vento di Montauto (Giacomo Aurigi)
La sommità del Poggio del Fumo ha sempre rappresentato un punto “caldo” per la speleologia senese ed anche il CSCS ha più volte “ammirato” questo luogo senza però dedicarsi ad uno scavo organico, almeno fino all’autunno 2020, quando, in seguito alle prescrizioni post pandemia, insieme alla ASS si decise di affrontare finalmente il Poggio del Fumo con tecniche e impegno adegua-
ti. Attraverso la posa di una teleferica in acciaio ed un sistema di carrucole in grado di sollevare e traslare il carico dei detriti rimossi, furono organizzate diverse giornate di scavo e messa in sicurezza della dolina in cui si concentra il flusso d’aria calda uscente. Preziosa si è rilevata anche la disponibilità dimostrata dai proprietari del terreno che hanno accolto con interesse e collaborazione la richiesta degli speleologi di poter effettuare le attività di scavo.Attualmente i lavori sono fermi alla base di un enorme masso dove si apre uno stretto cunicolo attraversato da notevole flusso d’aria calda (circa 27-28 gradi). Contemporaneamente allo scavo del Poggio del Fumo, ASS e CSCS sono impegnati in una piccola fessura non lontana (battezzata temporaneamente Buca Fumina o Buca del Fumino), interessata pure questa dalla fuoriuscita del “solito” flusso d’aria calda. La scelta di concentrare gli sforzi anche in questo luogo è stata dettata dai risultati delle indagini idrogeologiche commissionate dai proprietari del vicinissimo Podere Gallinaio (gli stessi del Poggio del Fumo) i quali, avendo avviato un progetto di regolare sfruttamento termale della falda sotterranea, hanno gentilmente messo a disposizione i dati raccolti dai loro professionisti: tali dati rivelano la presenza di numerose caverne, di origine quasi sicuramente ipogenetica, situate a diverse profondità nei dintorni dell’abitato e quindi molto probabilmente collegate con la fessura “Buca Fumina”. Attualmente lo scavo è fermo a circa 6 metri di profondità dove è stata intercettata un’angusta saletta in cui appaiono evidentissimi segni di erosione ipogenetica.
Dolina di Poggio del Fumo (Marco Mari)
Buca del Fumino - Fasi iniziali dello scavo (Marco Mari)
Buca del Fumino - Ingresso (Marco Mari)
Buca della Tartaruga del Chiostrino
relatori Franco Rossi (ASS), Ivan Martini (CSCS)
“… sempre il 16 dicembre 1962, non contenti di lavorare a Montauto … dopo esserci riposati scendemmo alla Grotta del Chiostraccio, vicino alla quale, a pochi metri dal pozzo di entrata si trova uninghiottitoioriempito;credevamochemettesse in un’altra grotta simile a quella scoperta prima e ci lavorammo per molto tempo tirando fuori sassi e terra, ma poi pensammo che andasse a sfociare dentro la grotta del Chiostraccio … durante questo scavo vennero alla luce delle ossa di ovini e alcuni frammenti di guscio di tartaruga … (per questo fu chiamata Buca della Tartaruga, ma date le ridotte dimensioni non fu accatastata)”.
I lavori di disostruzione della cavità sono ripresi nell’estate 2020 dall’ASS e CSCS. Ben presto la rimozione di sedimento e di alcuni massi ha portato all’apertura di un angusto passaggio che ha permesso di accedere ad una piccola ma suggestiva saletta concrezionata. Allo stato attuale non
sono state scoperte prosecuzioni che congiungono questa cavità alla vicina Grotta del Chiostraccio, ma l’ingente flusso d’aria uscente dalla cavità lascia supporre un suo collegamento con un sistema carsico di ben più ampie dimensioni.
Durante i lavori di esplorazione sono stati rinvenuti alcuni resti ossei incassati nel sedimento che hanno suscitato la curiosità degli esploratori. Successive analisi hanno dimostrato che questi frammenti ossei sono umani e risalenti ad epoca protostorica. Attualmente la cavità è interessata da un’indagine e da uno scavo archeologico guidato dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo, in cooperazione con il Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena ed in collaborazione con i gruppi speleo CSCS e ASS. Attualmente la grotta non è visitabile e le esplorazioni riprenderanno al termine delle indagini archeologiche e geologiche.
Buca della Tartaruga del Chiostrino - Ingresso (Marco Mari)
Buca della Tartaruga del Chiostrino - Interno (Salvatore Iannelli)
Buca della Tartaruga del Chiostrino - Scavo archeologico (Marco Mari)
La Buca di Pianiza dell’Alpe di S. Antonio
relatore Carlo Carletti (G.S. Sezione Speleosubacquea Toscana)
Questo inghiottitoio era stato trovato durante una ricerca di dieci anni fa. Stavamo cercando un ingresso a pozzetto con aria in uscita siglato GSGC, non accatastato, che avevo visto addirittura trenta anni fa, ingresso che non abbiamo più trovato. L’inghiottitoio si trova sul bordo Nord-Est di una vasta polie (Pianiza) all’interno di una proprietà privata. La Pianiza, anche per la presenza di una piccola sorgente, è molto utilizzata per brevi campeggi e scampagnate domenicali con tanto di grigliate e l’inghiottitoio dove si apre la grotta era utilizzato come comoda discarica. L’inghiottitoio allora era completamente chiuso e senza circolazione di aria, quindi avendo visto anche i rifiuti che lo ricoprivano abbiamo desistito ed è finito nel dimenticatoio. Nel 2022 il padre di un nostro
socio ci segnalava una fenditura con aria fredda in uscita nella stessa zona, e sorpresa, si trattava dello stesso inghiottitoio di dieci anni prima. Fin dalla prima visita ci era apparso chiaro che per raggiungere la cavità sarebbe occorso un lavoro di disostruzione che non si presentava né breve né facile. Visto i rapporti che nel frattempo si erano sviluppati abbiamo coinvolto gli amici senesi dell’ASS e dei Cavernicoli del CAI. Con piacevole sorpresa sono bastate due uscite per disostruire l’ingresso e penetrare nella frattura che dopo una strettoia abbastanza selettiva e alcuni metri di discesa con contorcimenti si affaccia e si apre su un pozzetto di pochi metri. Alla base del pozzo si apre una stanza di discrete dimensioni e si prospettano due possibili prosecuzioni: una in alto con la risalita di un camino e una in basso. In alto si risale e poi si ridiscende in ambienti abbastanza ampi ma che chiudono in frana con lieve circolazione di aria che dà prospettiva di prosecuzione. Anche verso l’alto ci sono alcuni punti da verificare. Quello che pareva più interessante era disostruire alla base del pozzo dove da alcuni spazi si riusciva a far cadere dei sassi che davano la sensazione di una buona prosecuzione in profondità. Riaperto il pozzo ci siamo resi conto che la frattura prosegue verso il basso ma solo per una ventina di metri e poi chiude inesorabilmente, solo un camino laterale potrebbe dare qualche sorpresa. La grotta ha un grosso problema di inquinamento umano, anche se fino ad oggi non vi era penetrato nessuno;irifiutiaccumulatinelladolinasonostati trasportati dall’acqua all’interno della grotta e se ne trovano in quantità un po’ ovunque. In contrapposizione all’ingresso della grotta abbiamo notato una nutrita colonia di geotritoni. Sia per evitare ulteriori inquinamenti interni ed esterni (l’acqua probabilmente è quella che arriva all’Alpe di S. Antonio) che per salvaguardare questa particolarità biologica, riteniamo utile un lavoro di ripulitura della grotta che stiamo progettando con gli amici senesi e a cui speriamo che altri si vogliano unire perché il lavoro è sicuramente molto.
Buca di Pianiza dell’Alpe (Carlo Carletti)
Il rilievo dei locali sotterranei della rocca della Verruca a Calci (Pi)
a cura di Daniele Pagli1-2 Romina Barbensi1-2, Raffaele La Barbera1, Andrea Scatolini3
La Rocca della Verruca non è solo un sito di interesse storico archeologico, per molti è un punto di riferimento, la prima cosa che si riesce a vedere tornando a casa da un viaggio, la meta di gite ed escursioni di ragazzi e famiglie e per qualcuno anche dei primi passi al buio. Infatti chi frequenta più o meno abitualmente la Verruca conosce benissimo gli ipogei presenti e le fantasiose leggende legate alla loro storia e dove non pochi hanno provato ad entrare per curiosità o per sfida. Dopo una rapida verifica presso il catasto delle cavità artificiali FST è emerso che non esisteva un rilievo di quegli ambienti, occasione ideale quindi per testare la nuova tecnologia Lidar a disposizione di Andrea Scatolini dell’associazione Scintilena.
Inquadramento geografico e geologico
Se il primo accenno alla Verruca risale ad un documento del 21 luglio 996 e la storia documentata degli insediamenti nella zona parte già dal 780, questa Rocca, come già detto, è nel cuore di molti di noi da una vita.
Le sue vicissitudini, sono note in molti studi, oggetto di contesa nelle guerre tra pisani e fiorentini passa di mano in mano ad iniziare dal 1404, poi nel 1431 e infine nel 1503 con una definitiva conquista fiorentina, che la userà come roccaforte militare, cercando di migliorarne la logistica e adeguandola per quanto possibile alle esigenze belliche dovute all’arrivo delle nuove armi, “la polvere da sparo”, che condizionerà molto sia la forma che i materiali
delle nuove fortificazioni.
Proprio in questo contesto ricade la struttura da noi rilevata, si tratta di locali tecnici riservati al passaggio, alla difesa e allo stoccaggio delle polveri da sparo che, ancora ben conservati rispetto al resto della struttura, possono raccontarci molto di questa che per tanti di noi, compresi personaggi illustri, è stata e lo è ancora, la Fortezza della Verruca.
La rocca della Verruca deve il suo nome alla formazione del verrucano su cui sorge.
Fu il naturalista pisano Paolo Savi che nel 1838 introdusse il termine “Verrucano” per indicare una formazione metamorfica costituita da rocce silicoclastiche. Il verrucano comprende conglomerati quarzosi anageniti, quarziti filladi e scisti pelitici di colore che può variare dal rosso violaceo al grigio-verde, risalenti a circa 250 milioni di anni fa.
Vista storica della rocca della Verruca
Le esplorazioni e il rilievo
Il rilievo è stato realizzato in data 12 marzo 2023 attraverso scansione Lidar con iPhone delle parti interne. La nuvola di punti ottenuta è stata georiferita partendo da dei marker a comune le cui coordinate sono state stimate attraverso una rete di appoggio esterna di punti significativi realizzata con disto e bussola.
Ubicazione dei locali all’interno della fortezza - 1,2,3 in rosso i locali di deposito delle polveri e cannoniere - 4,5 in azzurro le cisterne di deposito dell’acqua, in giallo le linee dei camminamenti di ronda
Immagini all’interno dei locali esplorati (dall’alto): Locali di deposito delle polveri (L. Rossi), Cisterna di deposito dell’acqua (L. Rossi),
Vista in sezione ricavata dal LIDAR dei vari ambienti
Di seguito si riportano le sezioni ricavate dal modello 3D del rilievo per i locali più significativi:
Conclusioni
•Lastrutturacomesipresentaoggièconseguenza delle modifiche successive al 1503.
•Ilocaliinterratisonocisterneelocaliperl’utilizzo all’interno delle mura di armi con polvere da sparo
•Ilrilievodegliinternièstatorealizzatoconappoggio alle mura esterne.
Rete di appoggio su base ortofotocarta della Regione Toscana (Google Maps)
Sezione LIDAR della cisterna n.4
Sezione LIDAR della cannoniera n.1
BIBLIOGRAFIA
Ginori Lisci L. (1978) “Cabrei In Toscana. Raccolte Di Mappe Prospetti E Vedute Sec. Xvi - Sec. Xix” Edizioni Cassa di risparmio di Firenze
Benvenuti G. (2004) “La Rocca della Verruca e il sistema difensivo del Monte Pisano, Agnano Pisano” Stamperia Editoriale Pisana
Pancani G. & Bigongiari M. (2020). “Digital survey for the structural analysis of the Verruca fortress”. Procedia Structural Integrity. 29. 10.1016/j.prostr.2020.11.151.
Francovich, R. & Gelichi, S. (2003) “Monasteri e castelli fra X e XII secolo. Il caso di San Michele alla Verruca e le altre ricerche storico-archeologiche nella Tuscia occidentale”. Firenze, Firenze all’insegna del Giglio.
Pedretti, C. (1972) La Verruca. Renaissance Quarterly, 25 (4)
Francovich, R. & Gelichi, S. (2003) Monasteri e castelli fra X e XII secolo. Il caso di San Michele alla Verruca e le altre ricerche storico-archeologiche nella Tuscia occidentale. Firenze, Firenze all’insegna del Giglio.
Le grotte-miniera
etrusco-romane
dei Monti di Campiglia Marittima (LI): contributo alla comprensione del sistema minerario antico nel territorio di Populonia
a cura di Luca Tinagli1*, Giovanna Cascone1 e Alessandra Casini2
1) Gruppo Speleologico Archeologico Livornese – Museo di Storia Naturale del Mediterraneo della Provincia di Livorno – 2) Parco Nazionale delle Colline Metallifere Grossetane * autore di riferimento: Luca Tinagli
I Monti di Campiglia rappresentano un’area carsica della Toscana centro-occidentale con una grande varietà di forme ipogee ancora poco studiate. Tra queste le grotte-miniera (GM) rappresentano, insieme alle grotte carsiche, le più diffuse cavità che si sviluppano all’interno dei calcari giurassici. Le GM sono presenti su tutto il massiccio carbonatico dei Monti di Campiglia, tuttavia, nella parte settentrionale (Monte Coronato, Valle delle Rozze e Valle in Lungo) sono presenti le cavità più conservate alla fase di estrazione etrusca e romana repubblicana, preservate dalle successive fasi di coltivazione: medievale, rinascimentale, ottocentesca e novecentesca. In questa area si sono concentrate le nuove ricerche, che dal 2018 vedono la collaborazione tra Gruppo Speleologico Archeologico Livornese, Museo di Storia Naturale del Mediterraneo della Provincia di Livorno e Università di Siena-Dipartimento di Scienze Storiche e Beni Culturali e la competente Soprintendenza di zona. Le nuove ricerche di superficie hanno condotto alla scoperta e all’esplorazione di
ulteriori GM dal notevole ed articolato sviluppo, cavità tutt’ora in fase di esplorazione e studio.
Le GM sono delle cavità a sviluppo prettamente verticale di origine mista (carsica e mineraria), la cui profondità supera i 100 m e con uno sviluppo spaziale elevato. Altro elemento morfologico, che le distingue dalle cavità carsiche dell’area, è la presenzadidueopiùingressi;ingenereunogrande (>2,00x1,00 m ca.) e uno più piccolo a pozzo. Ad oggi i dati geologici suggeriscono uno sfruttamento delle mineralizzazioni idrotermali a Pb(Ag)-Fe legati agli skarn, mentre l’analisi archeometrica sulle ceramiche trovate all’interno, o in discarica, indicano che le fasi di attività sono da ricondursi all’età etrusco e romana. Anche le analisi radiometriche (C14) sui carboni trovati all’interno confermano l’arco cronologico di sfruttamento: ~400 - 50 a.C.
L’assenza delle fasi successive di coltivazione, che caratterizzano le altre GM dei Monti di Campiglia, è solo ipotizzabile. Sicuramente i giacimenti sfruttati non hanno un volume tale da
Pozzo interno che si sviluppa tra i calcari giurassici a sinistra e lo skarn mineralizzato a destra (Grotta-Miniera della Lucerna T/LI 2200).
BIBLIOGRAFIA ESSEnZIALE
Borzatti A., Bronzino C., Cambi F., Camilli A., Cascone G., Casini A., Tinagli, L., & Zifferero, A. “Le Miniere dimenticate”; Archeo; Roma: Timeline Publishing srl (2021), 434(Aprile): 84109. www.archeo.it/2021/04/08/archeo-n-434-aprile-2021/
Cascone G, 1993, La zona speleologica del massiccio del Monte Calvi. Primo contributo alla sua conoscenza. In R. Mazzanti (Ed.), La scienza della terra nell’area della Provincia di Livorno a
giustificare una coltivazione in epocacontemporanea;questa ipotesi può estendersi anche per le fasi precedenti.
L’abbandono in un momento riconducibile al più tardi nel I secolo a.C. e l’ambiente poco antropizzato sono stati fattori determinanti nel conservare fino ad oggi questi preziosi siti estrattivi antichi e il suo ambiente circostante. Tuttavia, tale integrità è stata compromessa nell’ultimo secolo dall’attività estrattiva del calcare, tutt’oggi presente. La “Grotta-Miniera della Lucerna T/LI 2200” è uno tra gli esempi più lampanti trovandosi in prossimità della cava dicalcareSolvay(SanCarlo). Con l’obiettivo di studiare il patrimonio archeo-minerario e di limitarne una sua ulteriore perdita sono in corso studi ed esplorazione in queste cavità.
L’attività di ricerca è finalizzata non solo alla comprensione dell’organizzazione del lavoro all’interno delle GM in età antica, ma si pone l’obiettivo di individuare gli insediamenti nel territorio strettamente connessi con lo sfruttamento minerario, le viabilità legate al trasporto delle materie prime e dei metalli e in ultimo di individuare i rapporti ed i collegamenti con la città di Populonia.
sud del fiume Cecina. Quaderni del Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Livorno, vol. 13(2), pp. 183-212.
Casini A. 1993, Archeologia di un territorio minerario: i Monti di Campiglia. In R. Mazzanti (Ed.), La scienza della terra nell’area della Provincia di Livorno a sud del fiume Cecina. Quaderni del Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Livorno, vol. 13(2), pp. 303–314.
Acque Tinte
Una mappa interattiva dei umi sotterranei
a cura di Danilo Magnani
(Acqua...eri...) a scavar pietre, a nutrire arcobaleni. Wisława Szymborska
Da oltre di cinquant’anni la Federazione Speleologica Toscana (FST) assieme a vari Gruppi Speleologici rilascia traccianti atossici nelle grotte delle AlpiApuaneenonsolo;sulsitodellaFST(www. speleotoscana.it) il primo tracciamento documentato risale all’aprile del 1972, quando venne rilasciato del colorante nelle acque dell’Antro del Corchia.
Lo scopo di queste “colorazioni” è cercare di capire come si muovono le acque sotterranee, ovvero: rialsciando un tracciante in un corso d’acqua che percorre una grotta, si cerca di individuare la sorgente (o le sorgenti) dalla quale quest’acqua “tinta” fuoriesce all’esterno.
Il metodo è semplice: individuata la grotta, vengono scelte le sorgenti che verranno monitorate, ovvero i luoghi dove saranno posti i rilevatori (fluocaptori e/o sonde multiparametriche) che forniranno il segnale dell’eventuale passaggio del tracciante.
La procedura sul campo di tutto il tracciamento invece è assai complicata perché per ottenere dei risultati validi sui quali far affidamento, occorre un’attenta pianificazione delle operazioni ed un rigido protocollo operativo.
Cerco di spiegarmi raccontando dell’ultimo tracciamento effettuato nel novembre 2022 nell’Abisso Tripitaka, registrato nel Catasto Grotte della Toscana al N.1024. La grotta è stata scelta in quanto assai interessante per la conformazione geologica della zona;lasuaposizioneègrossomodoalcentrodiun triangolo formato da tre sorgenti: 109 T/LU Grotta della Pollaccia, 228 T/MS Buca di Renara, 1053 T/ LU Risorgente della Polla dell’Altissimo che saranno i punti di risorgenza monitorati. Il Tripitaka è un abisso che è stato già tracciato nel novembre del 1988 ma i cui risultati non hanno dato esiti attendibili. Quindi è stato deciso di ripetere l’esperimento.
Tracciamento Abisso Tripitaka, le sorgenti monitorate
Le grotte offrono sempre spunti sorprendenti, quindi per non essere colti impreparati, sulla base del principio “perché non si sa mai” è stata monitorata anche la sorgente 93 T/LU, la Grotta del Fontanaccio.
Il colorante (fluoresceina sodica) è stato rilasciato nel torrentello che scorre a circa 200 m di profondità. I traccianti più utilizzati sono la fluoresceina sodica che conferisce alle acque un brillante color verde fluo, ed il Tinopal® che una volta disciolto è praticamente invisibile ad occhio nudo.
Per curiosità e dettagli: http://www.speleotoscana.it/2022/11/30/colorazione-tripitaka-2022-to-be-continued/
Allerta spoiler: i risultati ottenuti da questo tracciamento non hanno dato esito positivo, nel senso che né i captori né la sonda hanno rilevato il transito del tracciante. La Commissione Scientifica della FST considera attendibili soltanto i tracciamenti che danno esito positivo ovverosia quando c’è la certezza del passaggio del colorante dal punto monitorato.
Nei punti monitorati vengono posizionati dei captori che verranno prelevati e sostituiti con cadenza ben definita. I captori (autocostruiti) hanno la forma di una grossa caramella: l’involucro è una retina di plastica, dentro il quale vengono messi dei carboni attivi che hanno la caratteristica di riuscire ad adsorbire le molecole di fluoresceina o tinopal che transitano.
I captori raccolti vengono successivamente analizzati e dalle analisi risulterà o meno la presenza del tracciante utilizzato. Le colorazioni con captori a carbone attivo restituiscono un risultato di tipo si/no, quindi ci dicono soltantoseiltraccianteèpassatooppureno;questo metodo ha seri limiti di possibilità di analisi quantitativa e relative considerazioni di ordine idrogeologico.
Manuale del buon tracciatore https://drive.google.com/drive/folders/1-2MTdnE_M7WPyrHeBeLfSmNkc_SZvUAI
Rilascio della uoresceina sodica (Daniele Paoli)
Captori autocostruiti (Rolando Alberti)
Olte ai captori a carbone attivo, che vengono sempre utilizzati, attualmente è possibile monitorare le sorgenti di recapito mediante strumentazioni in grado di acquisire i dati in continuo. La FST dispone di una sola sonda multiparametrica in grado di rilevare il transito dei traccianti, quindi la strumentazione viene posizionata nel punto monitorato dove si pensa sia più probabile passi il colorante. Nel caso del nostro esempio, la sonda è stata installata alla Grotta della Pollaccia.
Ad intervalli regolari la sonda “legge” se nelle acque della sorgente c’è traccia di fluoresceina (o Tinopal®) e quanta ne sta passando generando un grafico che oltre a darci la certezza del transito, quindi del collegamento grotta/sorgente, ci restituisce i dati quantitativi in modo da poter costruire una curva che correttamente interpretata può fornire utilissime indicazioni agli idrogeologi.
In verde la curva di rilascio del tracciamento effettuato nell’Abisso Over 50.
Le colorazioni quindi ci dicono con certezza se una grotta è idrologicamente collegata con una determinata sorgente (o più di una). L’insieme dei tracciamenti effettuati in cinquant’anni di opera-
zioni ci restituisce un quadro generale della complessità degli acquiferi carsici in generale e delle Alpi Apuane in particolare.
I dati dei tracciamenti effettuati in Toscana sono disponibilie sul sito della FST nella sezione “colorazioni”. Quello che mancava riteniamo fosse una visione d’insieme quindi, in attesa di essere strutturati in un database organico e ben organizzato, i dati sono stati raccolti ed inseriti in un foglio di calcolo dal quale abbiamo prodotto un modello grafico immediatamente comprensibile attraverso uno strumento di conoscenza ormai diffuso: Google Earth ®.
Non solo Alpi Apuane, diverse colorazioni sono state effettuate anche sui Monti della Calvana, in provincia di Prato.
Nel modello vengono mostrati soltanto i tracciamenti che hanno dato un riscontro sicuro e certo. I tracciamenti sono suddivisi per bacino/sorgente (es. Equi, Frigido, Calvana,) e per ogni bacino è possibile selezionare ed organizzare i dati (accendi/spegni) per mezzo dei seguenti pulsanti:
•cavitàtracciate:vienemostratounsegnaposto che indica l’ingresso della grotta
•puntidiprobabiledeflusso:oltrequelpuntonon è più possibile seguire fisicamente il percorso
Gra co del transito dei traccianti, temperatura e torbidità dell’acqua
delle acque, vuoi perché si infilano in pertugi non praticabili, vuoi perché la grotta “finisce” in corrispondenza di un sifone
Opzioni del modello “Acque Tinte”
•collegamenticavità-bacino:sitrattadiunsegmento lineare che congiunge il punto di probabile deflusso delle acque con la sorgente di recapito. Ovviamente ha soltanto funzione grafica, non rappresenta certo il reale percorso sotterraneo delle acque
•puntimonitorati positivi: le sorgenti che hanno dato esito positivo al tracciamento
possono anche essere più di una soltanto
•altriingressidellegrottetracciate:vengonomostrati i segnaposto degli ingressi collegati alla grotta tracciata
•pianta/poligonaledellegrottetracciate Il file di Google Earth® è liberamente scaricabile dal sito della Federazione nel quale utilizzando l’apposita finestra di ricerca e digitando “acque tinte” si approda in questa pagina http://www. speleotoscana.it/2023/04/21/acque-tinte-una-rappresentazione-grafica-di-50-anni-di-tracciamenti/ dove si trova il link al file.
Non resta che ringraziare tutte le persone che dal 1972 ad oggi hanno partecipato alle operazioni di tracciamento andando nelle grotte a rilasciare il colorante, a quelli che hanno fatto la spola alle sorgenti per il cambio dei captori, agli analisti, a colori i quali abbiano contribuito in qualsiasi forma. Ultimo ma non ultimo, sottolineo ancora una volta che tutte queste informazioni sono disponibili e fruibili per chiunque grazie al lavoro della Commissione Scientifica della Federazione Speleologica Toscana che da sempre si adopera per la libera condivisione delle informazioni e dei dati.
Il modello “Acque Tinte” in Google Earth ®
Esplorazione e rilievo della Galleria di Scarico del Cotoni cio di Forno
di Rolando Alberti
La Galleria di scarico delle acque che alimentano le turbine della storica ex-Filanda di Forno (MS) costituisce una testimonianza affascinante della ricca storia industriale di questo luogo. Costruita nel tardo XIX secolo, insieme all’edificio stesso, questa galleria fa parte di un impianto idroelettricogestitodaHydroWattS.p.A.suconcessionedel Comune di Massa (MS).
L’impianto utilizza le acque provenienti dalla sorgente carsica del Frigido, con una notevole por-
tata media annua di 1550 litri al secondo ed è incorniciato dalle maestose vette delle Alpi Apuane, tra cui spiccano il monte Cavallo, il Contrario e il Grondilice, quest’ultimo noto per ospitare l’Abisso “Olivifer,” una delle grotte più profonde d’Italia.
L’ex-cotonificio, situato lungo via Bassa Tambura, rappresenta un simbolo di questa area. Costruito tra gli anni 1880 e 1890, iniziò la sua attività nel 1891, ma fu distrutto durante la seconda guerra mondiale. Questo luogo aveva già una storia industriale plurise-
Filanda di Forno ex-cotoni cio Ligure ieri e oggi (Web)
La cornice delle Alpi Apuane (Rolando Alberti)
colare, poiché quattrocento anni prima, nello stesso sito sorgeva una fabbrica del ferro. Fin dai suoi primi giorni, l’edificio sfruttò la forza motrice dell’acqua per alimentare i suoi macchinari.
Dopo anni di abbandono, l’impianto idroelettrico fu ripristinato e ammodernato negli anni ‘50 e ‘70 e tornò in funzione. La galleria di scarico, parte essenziale di questo complesso industriale, presenta due accessi: uno dalla valle, che si apre direttamente nell’alveo del fiume e uno dall’interno della sala turbine, entrambi chiusi al pubblico e protetti da cancelli.
La sala di controllo dell’impianto, situata all’interno dell’ex-cotonificio, conserva ancora la struttura originale risalente alla fine del XIX secolo.
Per raggiungere la galleria di scarico, è necessario scendere un pozzo di circa quaranta metri dalla sala di controllo delle turbine. La scala in legno e ferro, che permette la discesa, poggia sopra l’antico albero motore collegato alla turbina di marca “Pelton,” installata negli anni ‘20 del XX secolo e utilizzata per la produzione di energia meccanica ed elettrica durante il periodo di attività del cotonificio.
All’interno della galleria, la condotta ha un’altezza di circa 2,5 metri e una larghezza di circa 2 metri. Durante l’attività dell’impianto, la galleria è parzialmente allagata, mentre in stato di inattività, il canale diventa percorribile e presenta tratti con ristagni d’acqua. Il percorso rimane uniforme fino alla sua
Sbocco della Galleria nell’alveo del ume (Simone Lenci)
Reparti del cotoni cio della Filanda di Forno agli inizi del 1900 (Web)
Interno della Galleria con muretti laterali e volta rivestita (Simone Lenci)
Operazioni di rilievo topogra co della Galleria (Simone Lenci)
uscita, dove le acque scaricate si ricongiungono con il corso naturale del fiume, poco distante dal “Palazzo Operaio,” un edificio civile costruito dai proprietari della Filanda per ospitare i lavoratori.
La galleria è scavata nelle rocce metamorfiche, tra cui Filladi, Porfiroidi, Scisti porfirici e Grezzoni. Inizia al di sotto del letto del fiume e si estende all’interno della montagna, concludendosi in un tratto completamente artificiale del canale, delimitato da pareti in muratura. Le pareti interne della galleria sono rivestite con mattoni intonacati in alcune sezioni, mentre in altre sono state lasciate grezze. Il soffitto è a volta nelle sezioni rivestite.
Il manufatto si presenta in buono stato di conservazione, ad eccezione di una piccola infiltrazione
d’acqua proveniente dal fiume in un punto. Nella parte finale del canale, sotto il “Palazzo Operaio,” si incontrano purtroppo scarichi di acque reflue non ancora collegati alla rete fognaria.
La galleria è stata catastata nel catasto SSI delle cavità artificiali, assegnandole la tipologia A3, opere idrauliche di trasporto, col numero CA 164 T/MS.
Con uno sviluppo spaziale di 499 metri, uno sviluppo planimetrico di 481 metri, un dislivello di -3 metri e quote di uscita a 173 metri slm e ingresso a 176 metri slm, questa galleria di scarico rappresenta non solo un tesoro di storia industriale, ma anche un affascinante esempio di ingegneria e geologia. Le immagini dettagliate catturate durante l’esplorazione della galleria offrono una visione straordinaria di questo luogo unico e ricco di storia.
Albero delle tipologie delle cavità arti ciali della SSI
PIANTA
SEZIONE
Rilievo della Galleria di Scarico Acque Turbina Filanda di Forno
Galleria in sala turbine: Est 594727 Nord 4882158 Quota 173 m slm
EXPLO: Gruppo Speleologico Archeologico Apuano Gruppo Speleologico Lucchese RIL. 16/07/2022 R. Alberti, S. Lenci, D. Magnani, N. Ricci, A. Roncioni DIS. D. Magnani Coordinate WGS 84 UTM zona 32 T (EPSG: 32632) Cancello deflusso acque: Est 594367 Nord 4881856 Quota 168 m slm
CA 164 T/MSGALLERIA DI SCARICO ACQUE TURBINA FILANDA
Nuove buche e buchette delle Alpi Apuane
a cura di Luca Dadà e Daniele Sigismondi (Gruppo Speleologico Lunense)
La memoria storica e la registrazione dei dati sono fondamentali in qualsiasi ricerca; servono a fissare un punto fermo che consenta, a chi la riprende, di non dover ricominciare tutto da capo.
Nella ricerca speleologica, con i suoi tempi lunghi e la grande frammentazione, la necessità di un punto fermo è fondamentale, questo vale sia per i singoli sistemi sotterranei come, in Apuane, Corchia o Carcaraia, che per aree carsiche afferenti, o meno, a sistemi già conosciuti.
Gli atti dei congressi (come quelli della FST) sono un ottimo punto di riferimento. Nella preparazione del documento ti agevola avere la scadenza della presentazione. Nella sua lettura ti consente di trovare molto materiale tutto aggregato insieme.
Quello che spesso manca in tali documentazioni è la descrizione delle motivazioni che ti hanno spinto verso una determinata zona invece di un’altra. Più facile trovarle sui bollettini dei gruppi che, purtroppo, sono ormai molto pochi. Soprattutto per chi lavora sulle Alpi Apuane.
Talp rappresenta certamente un ottimo strumento in tal senso e quindi ne approfittiamo.
Cogliendo l’occasione del IX Congresso della FST abbiamo fatto il punto della situazione e ordinato il materiale raccolto in modo sparso, negli ultimi 3 o 4 anni, nelle parecchie uscite sulle Alpi Apuane.
Dada (Luca Dadà), dopo un grosso lavoro di riordino, ci ha stimolato a tornare sul campo per raccogliere quei pezzi che mancavano: foto, rilievi e descrizioni. Abbiamo dedicato diverse uscite a riguardare posizioni, circolazione d’aria degli ingressi e ad aggiungere qualche rilievo mancante. Non è mancato di trovare ulteriori cavità, o di ricordarci man mano di buchi dimenticati che meritavanoalmenounamenzione.Hapresocosì
forma un poster presentato appunto al Congresso e infine l’articolo che leggerete, che lo compendia e arricchisce.
Le aree che andremo a presentare in questo lavoro sono di seguito elencate.
1.MonteCorchia,zonadelRetrocorchia; 2.MonteCorchia,zonadellaBoccadelPredano; 3.MonteCorchia,zonadiPrunoeCardoso; 4.MonteFreddoneeCanaledelFreddone; 5.MontedeiRonchieColGallone; 6. Rocca Di Tenerano e Campocecina.
Monte Corchia
Il Corchia “La Montagna Vuota”. Che il Gruppo Speleologico Lunense lavora dentro e fuori dal Corchia sono più di quarant’anni, quasi sempre in collaborazione con altri gruppi toscani. Dal 1980 anno delle esplorazioni al Farolfi (754 T/LU) con la giunzione al Fighiera (53 T/ LU) (vedi articolo su Talp 45/31) e poi il Black & White (799 T/LU) nel 1983, passando per la Buca PardesseAlMoloNovo (1807 T/LU), (vedi articolo su Talp 35/4) raggiunta dall’interno insieme agli amici livornesi. Con i ragazzi di Calenzano e Carrara si è invece lavorato alla Grotta Vittorio Prelovsek (1728 T/LU) (vedi articolo su Talp 38/4). Successivamente il gruppo ha poi aggiunto anche gli ingressi Lorenzo Brizzi (1976 T/ LU) (il 17°) e La Piera non fa Tabacchino (2159 T/LU) (il 19°) (rispettivamente su Talp 50/106 e Talp 51/4) che tanto ha agevolato il cammino per molti rami del Fighiera. Infine, la Buca dei Ferruzzini (2300 T/LU) nel 2019 che conduce ai rami alti Anna Maria Pagnoni (ancora su Talp 56/10). Insomma, un legame lungo e proficuo che continua ovviamente ancora oggi, e questa relazione ne riassume gli ultimi anni. Alla zona classica di Retrocorchia, dove lavoriamo più spesso anche grazie al nostro campo presso il
17° che agevola la logistica in estate, ci siamo spinti negli ultimi anni anche sul versante delle risorgenze e non solo.
Zona torrioni del Corchia
Siamo stati stimolati a dare un’occhiata da queste parti immaginando di poter intercettare alcune gallerie nelle zone remote dei rami dei fiorentini, pur essendo esse, abbastanza lontane, da non lasciare molte speranze (in realtà abbiamo anche fatto qualche giro lungo e intorno la Lizza dei Tavolini giungendo fino alla base delle pareti sud, ma con scarni risultati non presentati in questo articolo). Nel frattempo, i versiliesi avevano riarmato l’Abisso Sole dell’Ovest (854/LU), quindi poteva risultare comunque interessante. Consultando la Guida CAI TCI delle Alpi Apuane per capire meglio come muoversi tra canaloni e pilastri, leggiamo di una grotticella presente lungo uno dei canaloni. Qualche cosa allora si potrebbe anche trovare! Per evitare lo zoccolo di base, saliamo lungo la marmifera per Cava Tavolini, dall’ultimo tornante della strada su questo versante ci
spostiamo lateralmente lungo la base della parete, ben oltre il Canale del Pirosetto. Risalendo ogni tanto qualche canalone.
1.BUCADELL’OMBRELLO
•Aria:CA(CircolazioneAssente)
Alla sommità di una paretina verticale che necessita di una cordina, troviamo la Buca dell’Ombrello. O meglio, la trova Gianlu (Gianluca Montanari) durante un giro in solitaria. Si tratta di una spaccatura stretta e profonda una trentina di metri che termina con un tappo di sabbia senza ricircolo d’aria. La presenza di spit certifica che altri l’avevano già scesa ma non troviamo ulteriori indizi che possano rilevare da chi. Il nome è dovuto alla presenza di un ombrello a lato dell’ingresso.
2.BUCAAIPSILON
•Aria:CE+(CircolazioneinEntrata)
La Buca a Ipsilon si trova in quello che viene definito Versante Ovest nella guida Alpi Apuane del CAI TCI. Proprio alla base di due canaloni che si congiungono ad ipsilon. Per arrivarci occorre risalire la traccia che sale alla base della parete. Raggiunto l’attacco della via di arrampicata “Erik” si percorre la cengia basale per un centina-
Pianta Retrocorchia
io di metri in direzione Fociomboli fino ad entrate nel canale che ben presto si divide con una Y in due rami: la buca si trova alla sommità del ramo di destra alla base di una parete verticale. Percorso un cunicolo iniziale si entra in una piccola sala. Scendendo di poco si accede ad una diaclasi con detriti su più livelli. All’altezza della frana è presente circolazione d’aria, che abbiamo provato a seguire. La parte alta della frana è stata disostruita in parte, guadagnando per ora solo qualche metro in più.
Zona di Retrocorchia 1
Per comodità di trattazione abbiamo suddiviso la zona di due parti lungo la marmifera che conduce alla cava del Becco. La prima narra di tutto quello che si trova prima di incontrare l’ingresso Lorenzo Brizzi (17° Ingresso), la seconda tratta di tutto quello che si trova dopo. In entrambe vengono descritte le cavità sia sopra che sotto la stessa marmifera.
3.BUCASULLASTRADA DIRETROCORCHIA
•Aria:CU+(CA)(CircolazioneinUscita)
La Buca sulla Strada di Retrocorchia è una stretta spaccatura diagonale che probabilmente molti avranno notato lungo il sentiero CAI 129 che conduce al Rifugio Mosceta, poco prima di lasciare la strada marmifera per scendere nel bosco. Più volte passandoci davanti abbiamo lanciato sassi che si sentivano chiaramente rotolare verso il basso senza mai provare ad entrarci. Poi abbiamo notato un piccolo passaggio che ne permetteva l’ingresso. La buca scende con uno scivolo angusto per 5 o 6 metri tra due scenografiche pareti solcate in marmo bianco in cui si riesce a scendere solo sul lato sinistro. Dall’interno il rimbombo dei sassi che cadono fa presagire un ambiente di maggiori dimensioni. Purtroppo, il lavoro di apertura non risulta semplice e abbiamo desistito.
4.BUCADELRAT
•N°catasto:2414T/LU
•Aria:CE+
•Profondità:21m
•Sviluppo:46m
Proseguendo lungo la marmifera, superato il Canale delle Fredde, alla cui base si apre l’Abisso Farolfi, e risalendone il versante destro,
seguendo una labile traccia, incontriamo subito diverse buchette più o meno allineate. La Buca del Rat che, al momento del rinvenimento, si presentava come una bella condotta discendente inclinata a 45°, di circa 5 m di sviluppo che terminava con un sifoncino di sabbia. Diverse uscite di scavo ci hanno consentito di superarlo giungendo alla sommità di un pozzetto ostruito
Strettoia nella Saletta dei Totani (Buca del Rat) (Daniele Sigismondi)
Scavi del sifone di sabbia (Buca del Rat) (Massimo Fiamberti)
da blocchi in cui si infilava l’aria. Un bel lavoro di scavo da parte di Dada ed il Maresciallo (Ivan Ghiselli) ci ha poi permesso di scendere una verticale di circa dieci metri. Il fondo stringe ed è occluso da detriti, ma lateralmente si apre la Saletta dei Totani con un piccolo arrivo d’acqua da cui proviene aria fredda e che stringe senza una possibile continuazione. L’aria che ne proviene così come quella che entra dall’esterno, viene aspirata a metà del pozzo da una stretta spaccatura. Allarghiamo anche questa riuscendo ad entrare in una sala di piccole dimensioni. Su un lato di questa, uno stretto pozzetto non transitabile, sembrerebbe l’unica via per una futura continuazione.
5.BUCADELL’ALGORITMO
•Aria:CE+
•Profondità:4m
•Sviluppo:5m
Nelle vicinanze della Buca del Rat rinveniamo un pozzetto di cinque metri che, con molta probabilità, si ricollega alla stessa Buca del Rat dove è presente uno stretto arrivo dall’alto che punta proprio in quella direzione.
6.BUCADELFERRAMENTA
•Aria:CU+
•Profondità:8m
•Sviluppo:13m
La Buca del Ferramenta si presentava, al momento della scoperta, come un bel pozzetto di qualche metro ostruito da sabbia. Rimuovendo il detrito del fondo siamo riusciti a scendere ancora cinque metri ma la spaccatura si fa più stretta e non si vede per ora ulteriore continuazione.
7.BUCADELLAROCCIATOMBALE
•Aria:CE+
•Profondità:7m
•Sviluppo:7m
Risalendo ancora un centinaio di metri fino alla base di una breve parete di roccia proprio a destra del Canale delle Fredde abbiamo trovato altre buche interessanti. La Buca della Roccia Tombale si apre alla base di un alberello. Il nome è dovuto alla grossa lastra che faceva da tappo e nascondeva un pozzetto di discrete dimensioni. Solo l’occhio esperto di Gianlu poteva notare il movimento delle foglie mosse dall’aria. Il fondo, 7 metri più in basso, è stretto e occluso da detrito.
8.BUCADIJACK
•Aria:CE+++
•Profondità:18m
•Sviluppo:23m
Nelle immediate vicinanze della Buca della Roccia Tombale si trova la Buca di Jack. Si tratta di una frattura verticale aperta direttamente alla base di una parete. Una lunga e impegnativa disostruzione verticale non ci ha ancora portato ad ambienti più larghi se non per occasionali “bolle” tra una parte stretta e l’altra. La forte aria in entrata ed un buon posizionamento sopra i nuovi rami ormai conosciuti come i “Rami di Marchino” ci hanno impedito dal desistere nella prosecuzione dei lavori.
9.BUCADELLOSTRUZZO
•N°catasto:2392T/LU
•Aria:CU+++
•Profondità:24m
•Sviluppo:33m
La Buca dello Struzzo è situata su una cengia tra la strada di Retrocorchia e il sentiero CAI 129. La buca è stata trovata da Gianluca mentre gironzolava come sempre nelle zone più inaccessibili (ge-
neralmente succede che si cammina insieme a lui e poi, all’improvviso, sparisce alla vista e dopo un po’ senti urlare, da lontano, “Buco!”). La cavità si apre in una diaclasi orizzontale che scende con un pozzo di 25 m a campana in una sala con fondo occluso da detrito. Alla base si trova una strettoia che si affaccia con un salto di pochi metri ancora in una grossa sala. Alla sua base una fessura con forte aria fredda consente di scendere ancora solo di qualche metro prima di stringere inesorabilmente. Risalendo nella sala per una quindicina di metri siamo giunti, dopo un primo terrazzo, ad un restringimento con presenza di foglie evidentemente prossimo all’esterno. Su indicazioni di Marina Abisso, socia del gruppo, ma anche del G. , che ha trovato un vecchio articolo, Buca dello Struzzo possa essere la trovata ed esplorata per la prima volta dal nel 1992.
Zona di Retrocorchia 2
Nel 2017 avevamo riarmato la Buca dell’Aihcroc (729 T/LU) per pura curiosità. Giunti alla sommità del pozzone finale da 50 metri avevamo notato delle risalite iniziate parecchi anni prima dal GSAV. Sembravano interessanti e le abbiamo rifatte, considerato lo stato di armi e corde. Qualche ambiente nuovo lo abbiamo anchetrovato.HannopoicontinuatoillavoroGiulio Della Croce e altri soci del GSA Livornese senza che riuscissimo mai a concordare un’uscita insieme. Anche loro hanno trovato altri ambienti ma poi il tutto è stato disarmato. Però, visto che eravamo in zona, abbiamo poi dato un’occhiata tutta intorno e qualche cosa è venuta fuori, non solo quanto di seguito riportato.
10.BUCADEGLIOMINIFOCACCINA
•Aria:CU++
•Profondità:4m
•Sviluppo:7m
La Buca degli Omini Focaccina è ubicata su una cengia sulle pareti davanti alla Buca dell’Aihcroc, si sviluppa su una spaccatura che già qualcuno ha provato a forzare per scendere, senza per ora successo.
11.BUCADIADRIA-NO
•Aria:CU+++
Gironzolando su e giù lungo piccoli canali che tagliano le pareti sopra l’Aihcroc ritroviamo anche
quella che il Rat (Stefano Ratti) ha subito riconosciuto come la Buca di Adriano. Si tratta di una bella condotta che porta ad una sala di discrete dimensioni. Due stretti cunicoli paralleli sono chiusi da blocchi di frana. Numerose le tracce di tentativi di allargamento. Dopo che il Rat ha rivisitato la cavità le cose però non tornano e, sentito Adriano Roncioni, trattasi sicuramente di altra buca visto che l’originale si apre in tutt’altra zona. Da qui il nome.
12.BUCAALANFORD
•N°catasto:2413T/LU
•Aria:CE+++
•Profondità:6m
•Sviluppo:21m
Spostandoci ad est invece troviamo la Buca Alan Ford. La cavità si sviluppa con un pozzetto di ingresso che scampana in un’ampia sala. Oltre una strettoia di marmo proviene una forte corrente d’aria.
13.ABISSODELLAVENERE
•Aria:CE+++
•Profondità:82m
•Sviluppo:210m
L’Abisso della Venere è situato nel versante nord-est del Corchia circa 100 m sotto la cima, più o meno alla solita quota della Buca Alan Ford Il nome deriva dalla posizione che si doveva assumere percorrendo lo stretto ingresso, ora migliorato;inuscitadallacavitàsierainfatticostretti a portare le mani in alto, sopra la testa, proprio come “una Venere che nasce dalle acque”. La buca si apre con bel pozzo iniziale di 20 m in marmo bianco, con una serie di altri pozzi intervallati da meandri non troppo comodi raggiunge la profondità di circa 82 m. I due fondi raggiunti chiudono molto stretti. L’aria sembra essere aspirata dal fondo occluso del pozzo di ingresso, se ne ritrova traccia più in basso, ma solo una piccola parte. Nella cavità sono presenti numerosi spit, quindi in un lontano passato era già stata visitata, ma non se ne trova nessuna traccia documentale.
14.BUCADELBULBILLO
•Aria:CE++
•Profondità:13m
•Sviluppo:20m
Si trova una trentina di metri sotto la Buca di Retrocorchia (855 T/LU). È stata trovata abbastanza recentemente e abbiamo fatto solo una visita veloce ed il rilievo anche perché era comunque già stata visitata, data la presenza di 2 fix a livello del terrazzo interno. Dada si è calato per circa sei metri in una spaccatura nel marmo fino ad un terrazzo di detrito dal quale è possibile scendere ancora per una decina di metri. Non avendo altre corde è poi uscito e dobbiamo ancora ritornare a controllare come chiude.
Strettoia - Abisso della Venere (Luca Dadà)
Ingresso - Abisso della Venere (Massimo Fiamberti )
ABISSO
Monte Corchia
Monte Corchia, zona della Bocca del Predano
Percorrendo il vecchio sentiero 129 che conduce a Mosceta, superata la piana in cui si apre l’ingresso dell’Aihcroc, si sale ripidamente al Colle del Predano. A sinistra di questo si erge una punta senza nome (Quota 1.408 sulla mappa). Si tratta di una punta rocciosa, verticale sul lato est e più degradante su quello ovest. Su quest’ultimo fianco si possono notare importanti fenomeni di carsismo esterno nei marmi autoctoni (campi solcati con dimensioni anche di qualche metro).
1.BUCADEGLI OCCHIALI
•Aria:CE++
Sui bordi di questi affioramenti rocciosi abbiamo trovato l’ingresso denominato la Buca degli Occhiali. La grotta inizia con un piccolo pozzo di circa cinque o sei metri, alla cui base, a sinistra, è presente una strettoia con aria in direzione contraria rispetto all’ingresso, mentre a destra la grotta prosegue con una serie di stretti saltini. L’ ultimo salto di tre o quattro metri per-
Pianta Bocca del Predano
Buca degli Occhiali (Luca Dadà)
mette la discesa in un salone finale di crollo, occluso da una frana e dove l’aria si perde. Durante la prima esplorazione, condotta da Dada e Ivan, ci siamo fatti strada a colpi di mazzetta in questi stretti passaggi iniziali. Sul fondo, un tentativo è stato quello di spostare diversi massi per cercare l’aria in più punti, ma fino ad ora non vi è stato modo di ritrovarla. In una successiva uscita con Gianlu e Max (Massimo Fiamberti) abbiamo invece disostruito la strettoia di sinistra, presente sulla base del pozzetto d’ingresso. Lì abbiamo trovato una piccola sala, con uno stretto arrivo dall’alto, che punta in direzione di una dolina situata proprio pochi metri prima della grotta. Ci siamo così concentrati nell’allargare i saltini scesi nell’uscita precedente, in modo da consentire anche agli altri membri del gruppo di vedere il resto della grotta e di dare una valutazione su altre possibili strade da seguire. Tuttora resta da rivedere e da fare il rilievo. Il nome della buca è nato a seguito della caduta degli occhiali di Dada nel
pozzetto di ingresso, dove hanno abitato illesi per più di un anno.
2.BUCADEIPICCIONCINI
•N°catasto:2375T/LU
•Aria:CE+
•Profondità:17m
•Sviluppo:22m
La Buca dei Piccioncini si apre nella solita zona della grotta precedente, ma in pieno bosco (proprio alla base di un faggio) sulla verticale del colle. Dopo un saltino iniziale, si apre un pozzetto che si affaccia in un’ampia sala con presenza di detriti sul fondo. Alla base della sala si trova un cunicolo discendente, che conduce ad un ambiente di modeste dimensioni. Qua un po’ d’aria viene aspirata alla base di una colata. È presente un ulteriore arrivo in alto, lateralmente alla sala, stretto e occluso da lame di roccia. La grotta l’ha rilevata Dada assieme alla compagna Martina (Martina Di Lisi), che ancora non sapeva dell’esistenza della piccola Agata, che era già nella pancia della mamma.
Buca dei Piccioncini (Luca Dadà )
Monte Corchia, zona di Pruno e Cardoso
Andiamo verso il fondo. Come noto, l’acqua del Corchia oltre il suo fondo, sembrerebbe scorrere a pelo libero e quindi in ambienti non inondati, come dimostrato dalle colorazioni fatte negli ultimi anni, in particolare dai brevi tempi di uscita del colorante. Presumibilmente percorrendo nel sottosuolo il versante tra Volegno, Pruno, Cardoso e Pontestazzemese.
Anche la colorazione del Ramo del Pendolo, che ha dato esito positivo alla Risorgenza del Muglione (2140 T/LU), che si trova tra Volegno e le pendici del Mont’Alto sembra indicare scorrimenti a pelo libero.
Con queste motivazioni abbiamo tentato di capire se fosse possibile raggiungere questi percorsi dell’acqua entrando dall’esterno.
Cardoso
Sul catasto regionale individuiamo una prima buca che desta il nostro interesse. Si trova proprio sul Canal del Deglio, che scende dalla
Foce di Mosceta, poco sopra il cimitero di Cardoso. La cosa che più ci ha colpito è il fatto che è stata visitata nel 1967 da Giancarlo Zuffa del G.S. Bolognese che 7 anni prima avevano raggiunto per la prima volta il fondo del Corchia. Non si sa con quale interesse ci si è recato, ma la cosa ci incuriosì. La buca è conosciuta però da molto prima al 1913 essendo stata pubblicata sul Boll. R. Soc. Geog. a cura di A. Brian e C. Mancini. Raggiungere l’ingresso dall’alveo del canale è un poco impegnativo, infatti tutto il percorso è stato armato con una corda che facilita la progressione, non sappiamo però chi ha effettuato l’armo.
1.GROTTADELBUGGINE
•N°catasto:166T/LU
•Aria:CU+++
•Quota:315m
L’ingresso si raggiunge seguendo una lieve traccia che parte dalla Cava di Pietra del Cardoso. La cava è raggiungibile in pochi minuti a piedi su sterrato partendo dal retro del Cimitero di Cardoso. La traccia termina poi nell’alveo del
Pianta Pruno Cardoso
canale. La grotta si apre con una breve condotta quasi circolare con parecchia aria che si innesta su una forra di alcuni metri di altezza. Questa continua per qualche decina di metri e chiude in strettoia. Poco dopo l’innesto della condotta si apre una piccola diramazione che torna verso l’esterno. Anche questa chiusa su restringimento. Nel corso delle nostre visite siamo riusciti ad aprire un breve tratto pieno di detriti sul lato destro del fondo, entrando in un ulteriore ambiente poco più in alto che chiude con una piccola spaccatura colma di detrito e segni di vicinanza all’esterno. Abbiamo anche provato a risalire nella forra il cui soffitto è chiuso da frana. In qualche maniera, facendo precipitare qualche blocco, siamo riusciti ad entrare in una nicchia superiore sempre sotto grossi sassi in bilico, ad una altezza di circa 15 m dalla base, che ci hanno fatto desistere da ulteriori tentativi. Seguendo con maggiore attenzione il flusso uscente di corrente d’aria che, molto forte all’ingresso, si disperdeva un po’ una volta entrati nella forra, ci siamo accorti che una buona parte di questo proveniva dalla diramazione laterale. Solo risalendo la spaccatura siamo riusciti ad individuare una stretta fenditura non facile da allargare.
Nella crepata
Salendo sopra il paese di Pruno, ci spostiamo nella zona denominata Nella Crepata. L’area è alquantopeculiare;daunapartestupiscel’immensa quantità di rifiuti dispersi in vaste aree e diverse buche. Dall’altra ha la particolarità, come in qualche modo suggerisce il nome stesso, di essere completamente devastata da enormi scollamenti della massa rocciosa. In tutta la zona, infatti, sono presenti grossi affioramenti rocciosi con spaccature, tecchie e buche.
Quasi alla sommità dell’area vi sono vecchie cave abbandonate. In un primo momento avevamo pensato che la presenza di grossi massi e ravaneti fossero diretta conseguenza delle lavorazioni. Ma in alcuni tratti sono presenti blocchi enormi (parliamo di altezze superiori ai 20 metri) che addirittura si trovano sopra (e le hanno distrutte) ad alcune vie di lizza. Fenomeni di crollo quindi relativamente recenti. Abbiamo dedicato diverse uscite a questa zona nonostante la consapevolezza che molto probabilmente le acque del Corchia
scorrono sotto ad uno strato di rocce impermeabili, proprio perché il quadro geologico della zona è alquanto particolare.
Da Pruno seguiamo il sentiero SAV T08, e prendendo un sentiero laterale non segnato, troviamo subito varie cose.
2.BUCADELLACASA
•Aria:CU++
•Profondità:4m
•Sviluppo:12m
La Buca della Casa si trova a lato di una casa qualche decina di metri sotto il sentiero. Vi siamo giunti seguendo delle strane spaccature muschiose ma prive di aria lungo un piccolo canale. Scendendolo si arriva appunto nei pressi di una casa e curiosando lì intorno troviamo la buca con forte corrente d’aria. Sicuramente altri ci hanno già lavorato. Abbiamo infatti trovato due pianta-spit conficcati nella roccia e una scritta peculiare che riportiamo: “Lavori in corso squadra sterminatori di Strettoie 17/7/10”. Al momento chiude con una strettoia che non siamo riusciti a superare. Da segnalare la presenza di una decina di geotritoni.
3.BUCAFRIGOINCANTINA
•Aria:CU++
La Buca Frigo in Cantina è veramente peculiare. Nei pressi della Buca della Casa, curiosando intorno all’edificio, abbiamo aperto la porta di una cantinetta dalla quale si percepiva un lieve soffio d’aria. Un buco nel pavimento abitato da diversi geotritoni ne era il responsabile. La buca scende 4 o 5 metri su diversi piani, a tratti con presenza di frana, infine una parte più stretta in fondo non permette il passaggio. Probabilmente le due buche sono collegate vista la stretta vicinanza.
4.BUCAEXRISORGENZADIPRUNO
•Aria:CU++
La BucaExRisorgenzadiPruno , si trova sul lato sinistro del sentiero proprio in corrispondenza del piccolo canale detto sopra. La cavità, nascosta in alto oltre il piano del sentiero, la si nota per la forte corrente d’aria fredda che ne esce passando sotto ad un cespuglio di rovi. La breve condotta semicircolare d’ingresso prosegue, dopo uno restringimento, in una larga ma bassa spaccatura. In alto frana e detrito più fine bloccano la prosecuzione, comunque molto stretta. Sul lato sinistro si nota però una stretta condotta, aperta
in alto dalla spaccatura, che prosegue per qualche metro prima di stringere. Come dice il nome stesso, la conformazione suggerisce che sia stata una risorgenza, ormai non più percorsa dall’acqua da tempi lontani.
5.POZZETTOSOPRALARISORGENZA
•Aria:CU+
•Sviluppo:16m
•Profondità:8m
Poco più a sud troviamo un pozzetto di una decina di metri che si divide in due rami distinti. In entrambi sul fondo è presente del detrito e una grande quantità di rifiuti.
6.BUCADEGRADO
•N°catasto:2415T/LU
•Aria:CU+
•Sviluppo:18m
•Profondità:+3m,-3m
Lasciando il sentiero poco dopo l’Ex risorgenza, si prosegue in diagonale a sinistra, fino a raggiungere i pochi resti di una vecchia via di lizza. In breve, si è giunti ai piedi di un ravaneto, sotto ai blocchi enormi di cui accennavamo nell’introduzione a questo capitolo. Percorrendo una lunga forra ripiena di ogni sorta di rifiuti, entriamo nella Buca Degrado. All’interno sono presenti due salette, di cui l’ultima termina in alto con una strettoia in frana da cui proviene aria.
7.BUCADEIPITALI
•N°catasto:2416T/LU
•Aria:CU+
•Sviluppo:23m
•Profondità:11m
La Buca dei Pitali è una grossa cavità discendente a cielo aperto che termina su frana in cui è presente circolazione d’aria. Sono presenti all’interno dei tronchi d’albero e un vasto assortimento di pitali.
8.BUCADELLEBOMBOLE
•N°catasto:2418T/LU
•Aria:CU+
•Sviluppo:15m
•Profondità:4m
La Buca delle Bombole è un’ampia spaccatura chiusa alla base da detrito, che si sviluppa per una decina di metri e stringe nella parte finale con sabbia. Sono presenti due bombole di gas abbandonate all’interno della cavità. Un rametto si stacca lateralmente all’ingresso della cavità, un buco da
cui proviene aria scende sul fondo del pavimento tra i detriti rocciosi.
Monte Freddone e Canale del Freddone
“Avrà mai un suo complesso il Monte Freddone?” domanda che probabilmente in tanti si sono chiesti e argomento di cui abbiamo cominciato a discutere anche nel gruppo. Sul Monte Freddone sono presenti infatti diverse grotte, la più significativa è la Buca delle Rave Lunghe (1467 T/LU) con i suoi 600 m di sviluppo e 250 m di dislivello. Son quasi tutte cavità che hanno in comune l’essere per lo più strette e con presenza di grossi detriti o strettoie al termine. Nelle varie battute esterne degli ultimi anni se ne sono individuate cinque, tutte accomunate dal solito risultato finale.
Versante Nord
1.BUCABETABLOCCANTI
•Aria:CU+
Nel versante nord del Monte Freddone, sono state rinvenute due cavità. La prima è la Buca Betabloccanti, posizionata nella parte bassa del Canale delle Rave Lunghe. Si tratta di una spaccatura inclinata tra i blocchi di una frana che scende una decina di metri prima di stringere nel detrito.
2.BUCAVICINOALLERAVELUNGHE
•Aria:CE++
Nei pressi della Buca delle Rave Lunghe (1467 T/LU) abbiamo trovato un ingresso che si apre su di un terrazzo di modeste dimensioni che a sua volta affaccia su di un piccolo pozzo. Non avendo materiale non lo abbiamo sceso. La vicinanza con la Buca delle Rave Lunghe e l’aria in circolo ci ha fatto pensare ad un probabile secondo ingresso, non sembra però che possa giungere nella parte più larga della grotta.
Canale del Freddone
Nel canale del Freddone sono presenti innumerevoli buche a catasto. Ciò nonostante, qualche cosa era sfuggita a chi ci ha preceduti.
3.BUCADELRATONSOTOLARUTA
•Profondità:19m
•Sviluppo:42m
Scendendo nel canale dal lato di Tre Fiumi in corrispondenza di una cengia rocciosa proprio
BUCA DEL SOTO LA
Canale del
ingresso
Pianta Monte Freddone
sotto la strada provinciale troviamo la Buca del Raton soto la Ruta. Lo stretto ingresso conduce inaspettatamente dentro una bella forra nel marmo ed al seguente bel pozzo da 15 metri. Sul fondo ci troviamo una sala senza sbocchi. Altri ambienti paralleli riconducono al solito fondo.
4.BUCAJUNTOALBIENVENIDA
•N°catasto:2411T/LU
•Profondità:8m
•Sviluppo:22m
La Buca Junto al Bienvenida si trova a pochi metri dalla Buca del Raton soto la Ruta. Si tratta di una spaccatura discente a tratti molto stretta. Al momento chiude su strettoia.
Versante Ovest
5.BUCADELCORNIOLO
•N°catasto:2391T/LU
•Aria:CU+
•Profondità:3m
•Sviluppo:11m
La Buca del Corniolo è posta una ventina di metri sopra la Buca della Curva (1446 T/LU), in prossimità della Cava di Campanice. È composta
da una spaccatura orizzontale entrante che termina in una saletta di frana, nella quale è presente una minima circolazione d’aria soffiante estiva.
Monte dei Ronchi e Col Gallone
Il Monte dei Ronchi ospita una delle grotte più belle della Toscana e probabilmente d’Italia, l’Abisso Franco Milazzo (1001 T/LU) (1331 T/LU), con i suoi due ingressi e oltre 8 km di sviluppo. Oltre ai due ingressi solo la Buca del Falco (386 T7LU) era presente a Catasto le prime volte che abbiamo battuto le pendici del monte proprio cercandone l’ingresso. Ci sembrava interessante per raggiungere quei grossi camini che si incontrano all’inizio del Ramo La Storia Infinita di cui avevamo iniziato la risalita tempo addietro e che ancora dobbiamo provare a concludere.
Col Gallone
Iniziamo la trattazione dallo spallone nord ovest che abbiamo risalito avendo scorto alcune grosse spaccature, facendo un giro a Cave Baldini, sul Monte Sumbra poco sopra Campagrina. Sulla map-
Pianta Monte dei Ronchi
pa della nostraApp comparivano in effetti due cavità a catasto ma le posizioni non ci sembrano coincidere con quello che vedevamo. Si tratta della Buca di Col Gallone (318 T/LU) e della Buca DD1 (1718 T/LU). Seguendo la traccia che da sotto il ponte sulla Turrite Secca raggiunge un traliccio ci alziamo verso il Col Gallone e, in effetti, troviamo due belle buche.
1.BUCADELLAGALLINA
•N°catasto:2410T/LU
•Aria:Assente
•Profondità:13m
•Sviluppo:16m
Poco sotto il Col Gallone scendiamo sul ripido versante nord e troviamo la Buca della Gallina. Si tratta di un bel pozzetto di 10 metri che si apre a cielo aperto. Il fondo è chiuso da detriti e sono presenti diverse ossa.
2.BUCADELLAGALLONA
•Aria:CU+
•Profondità:16m
•Sviluppo:25m
Qualche decina di metri più in basso individuiamo La Buca della Gallona. Proprio quella vista dal versante opposto col binocolo. Un bell’ingresso
apre subito su una verticale divisa in due salti per un totale di 15 metri. Alla base una strettoia occlusa da sassi. La grotta continua in un buco verticale molto stretto che, dopo qualche martellata ci ha consentito di raggiungere una sala di modeste dimensioni di circa 5 metri di altezza. Sul pavimento una piccola condotta molto stretta con un poco di circolazione d’aria non è stata ancora superata.
Monte dei Ronchi
3.BUCAPANTAGRUEL
•Aria:CU+
•Profondità:17m
•Sviluppo:50m
La Buca Pantagruel si sviluppa sul versante nord del Monte dei Ronchi, nel contatto tra scisti e marmi. La si raggiunge prendendo alcune vecchie mulattiere ormai non più segnalate. Dapprima risalendo sulla sinistra orografica del Canale dell’Acquerolo, poi traversato questo, la mulattiera proseguendo a mezza costa e continua tutto intorno al Monte dei Ronchi. Avendo già utilizzato il nome Gargantua per l’abisso sull’altro versante, con altre motivazioni, abbiamo chiamato questa
Pantagruel, riferendoci al romanzo di François Rabelais “Gargantua e Pantagruel”. L’ingresso era solo occluso da fogliame ed è bastato rimuoverlo per scendere. Percorso uno scivolo di foglie, un salto di qualche metro scende in una sala di diversi metri d’altezza. Un passaggio verticale tra i blocchi del pavimento consente di raggiungere, quattro o cinque metri più in basso, una sala di medie dimensioni. Un bel pozzo sul contatto tra scisti e marmo rimane ancora da scendere a causa del notevole lavoro di disgaggio che occorre compiere.
4.ABISSOGARGANTUA
•Aria:CE++
•Profondità:82m
•Sviluppo:91m
Su versante nord-est, opposta alla Buca Pantagruel si apre l’Abisso Gargantua. Trovato, come si è detto, cercando la Buca del Falco (386 T/ LU). Il nome fa riferimento al buco nero del film di fantascienza Interstellar uscito al cinema poco prima della scoperta della stessa. Superato il poco invitante cunicolo di ingresso colmo di terra nera,
si raggiunge un bel pozzo di 25 metri. La grotta si sviluppa per lo più in una roccia molto scura che potrebbero essere cipollini, ma non mancano alcune belle pareti di marmo bianco come, per esempio, alla base del Pozzosottol’Elefante . Una serie di pozzetti, alternati a meandri stretti, spesso fangosi e bagnati, conducono al fondo attuale ossia una strettoia con molta aria.
Monte delle Tavole
5.BUCASIGI
•Aria:CU++
La Buca Sigi è una buca ritrovata ultimamente da Daniele Sigismondi risalente agli anni 80’. Per la precisione la buca si trova nelle vicinanze dell’Abisso Tripitaka (1024 T/LU), nel Canale dell’Acquerolo, sul versante nord-est del Monte delle Tavole. La buca scende per una decina di metri tra due pareti, in mezzo ad una grossa frana. Abbiamo provato a disostruirla in due uscite, ma alla fine dell’ultima uscita un grosso masso in bilico all’ingresso della cavità destava qualche preoccupazione. Provato allora a muoverlo, il masso
in fase di accatastamento
ABISSO GARGANTUA
Monte dei Ronchi
01 5 1020m
Rilievo: Gioan Luca, Scaffardi Elena Crespo L. Susana
Disegno: Crespo L. Susana (Gruppo Speleologico Lunense)
è franato rovinosamente tappando completamente la cavità. Da una parte un bene che ce ne siamo accorti, l’occhio vigile di Gianlu che osservava lo svolgere dei lavori di disostruzione, ha vegliato su di noi.
Rocca di Tenerano e Campocecina
Altre zone molto frequentate dal gruppo sono quelle della Rocca di Tenerano e di Campocecina. Il Rattone (Stefano Ratti) ha condotto molte esplorazioni in quest’area. La ricerca di buchi nella zona si deve alla vicinanza del Complesso Cobardine – Fate al quale si accede da 3 ingressi Risorgenza di Cobardine (1029 T/MS) – Grotta delle Fate di Tenerano (1031 T/MS) – Buca DO-IT (1716 T/MS). Il Complesso di Tenerano, che vanta uno sviluppo di oltre 5 km, è una grotta particolarmente affascinante, unica nel suo genere in tutte le Apuane. Al suo interno scorre un corso d’acqua di notevole portata che percorre ambienti di incredibile bellezza. Diversi articoli apparsi su Talp illustrano le bellezze della grotta ed anche la sua tribolata esplorazioni effettuate da vari
gruppi (compreso il Lunense) talvolta con forti contrasti tra gli stessi. Negli ultimi anni, oltre al classico appuntamento per effettuare la traversata Fate-Cobardine abbiamo vagato varie volte in zona alla ricerca di nuovi ingressi. In particolare, la leggenda del “Fiume Nascosto di Cobardine” ha stimolato il nostro interesse. Sembrerebbe infatti che in periodi particolari di piena le acque che fuoriescono dalla Risorgenza di Cobardine siamo in quantità maggiore di quanta ne scorra nella stessa grotta. Come se un secondo fiume scorra in qualche galleria più bassa e sconosciuta per risalire ai livelli superiori in caso di piena. Per questo motivo abbiamo ripreso la disostruzione iniziata dal G. S. ligure A. Issel negli anni 90’ della Tecchia di Tenerano (124 T/MS), che si trova alla base del complesso. Al suo interno si apre infatti un cunicolo laterale che termina in strettoia oltre la quale, in alcune occasioni, sembra di sentire un forte scroscio d’acqua, quasi come il rumore di una cascata. Oltre a questo, abbiamo dedicato parecchie uscite all’esterno partendo dalla zona di Campocecina considerando che un tributario
Pozzo sotto l'elefante
ABISSO GARGANTUA
Monte dei Ronchi
01 5 1020m
sezione in fase di accatastamento
Rilievo: Gioan Luca, Scaffardi Elena Crespo L. Susana
Disegno: Crespo L. Susana (Gruppo Speleologico Lunense)
Pianta Rocca di Tenerano
del torrente sotterraneo parrebbe essere anche la Buca degli Orridi (285 T/MS).
Per raggiungere la zona a monte del sistema decidiamo di percorrere tra le diverse possibilità, il sentiero CAI 40 che incrocia la provinciale per Campocecina all’altezza della Cava della Formica. E troviamo subito cose interessanti.
1.BUCADELLOSCRIGNO
•Aria:CA
La Buca dello Scrigno è una piccola cavità che si sviluppa per lo più in orizzontale poco sotto il sentiero. Tolte alcune foglie lungo il basso scivolo di ingresso siamo entrati, dopo pochi metri, in una saletta ricchissima di concrezioni. Veramente una piccola perla, da qui il nome “scrigno”, con un’importante presenza di geotritoni. All’estremità della sala una condottina non transitabile riconduce all’esterno.
2.BUCATHREEFROGSINTHEFOG
•Aria:CU++
•Profondità:27m
•Sviluppo:129m
La Buca Three Frogs in the Fog è stata trovata nel corso di una giornata nebbiosa. Deve il suo
Buca dello Scrigno (Susana L. Crespo)
Buca ree Frogs in the fog (Luca Dadà)
Ingresso (Buca Singin’in the Rain) - (Luca Dadà)
nome al dubbio di uno dei partecipanti su come si dicesse nebbia in inglese. Tra Fog e Frog inizia un divertente gioco di parole con gli altri due componenti dell’uscita che alla fine decidono di chiamare la cavità “Three Frogs in the Fog”. La grotta è situata poco sotto il sentiero CAI 40. Un primo salto a cielo aperto di 5 metri si affaccia su un ampio pozzo di 20 metri. Sul suo fondo si trova uno scivolo che conduce ad una piccola condotta concrezionata dove è stato necessario allargare prima di poter procedere oltre. È toccato a Dada durante una delle sue primissime esplorazioni, superare la strettoia ed entrare in un grosso pozzo di 18 m di altezza che lo ha letteralmente lasciato a bocca aperta. Oltre una cortina di concrezione sollevata da terra alla base della sala troviamo anche una saletta parallela con molte concrezioni e una bella colata che sembra scendere da una condotta più alta, condotta che risulta però chiusa. La risalita della sala effettuata da Marco Corvi e Carlos Crespo ha condotto solo ad un terrazzino. Una ulteriore disostruzione sempre nella base della sala ha portato Dada e Marina Abisso, dopo non poche imprecazioni e molti colpi di martello a superare
una spaccatura oltre la quale sono giunti alla base di un grosso camino da risalire e che aspira tutta l’aria della grotta. Ma dobbiamo ancora svolgere quest’ultimo lavoro.
3.CAVITA’-C9-
Proseguendo in altre occasioni il sentiero CAI 171 ci siamo imbattuti in tutta una serie di buche G. S. CAI Carrara negli anni 80-90’. Diverse sono a catasto con la lettera C seguita da un numero. La C9 non è accatastata e dalla successione di buche che abbiamo ritrovato sembrerebbero mancare a catasto anche Cavità -C5- , Cavità -C6- , Cavità -C8-. Non abbiamo però trovato nessuna documentazione a riguardo che ne possa confermare l’esistenza. La buca in questione ha un ingresso principale ed un altro stretto ingresso più in alto, dove abbiamo trovato inciso a lato la scritta “C9”.
4.BUCADELLADOLINADEILUPI
•N°catasto:2409T/MS
•Profondità:8m
•Sviluppo:48m
La Buca della Dolina dei Lupi si apre in una grossa dolina ai cui lati sono presenti diverse tecchie e buchi. La giornata nebbiosa in cui è stata
ritrovata ci ha suggestionato parecchio e le varie tecchie sembravano altrettante tane di animali. Da uno dei buchi si entra su due piani di frana. Nel livello inferiore è presente una piccola condotta con circolazione d’aria, che conduce ad un ulteriore livello sottostante. Solo Dada è riuscito ad entrare nelle zone più strette che devono ancora essere esplorate meglio.
5.RISORGENZADELL’ARPA
•N°catasto:2393T/MS
•Aria:CU++
•Profondità:+3m
•Sviluppo:35m
Percorrendo l’ultimo sentiero che ci rimane su questo versante, il CAI 184 incontriamo una vecchia costruzione dalla quale uscivano vari tubi collegati ad una vecchia pompa. Incuriositi seguiamo in salita i tubi per una decina di metri di dislivello ed incontriamo la Risorgenza dell’Arpa che prende il nome dal canale nella
quale si apre. Non presente nel catasto sorgenti della Federazione è stata subito segnalata. Dalla bocca tonda esce un bel ruscello che è possibile seguire per diverse decine di metri fino ad un laghetto che sifona una decina di metri più avanti. Durante varie uscite abbiamo provato ad abbassare il livello del torrente nel vano tentativo di abbassare il livello del lago. In una prospezione con la muta, Dada ha notato che il tratto non sembrerebbe molto ampio ma solo un lieve abbassamento della volta composta però di fango. Occorrerà riprovare con mezzi migliori. Durante gli scavi Gianlu e il Rat (Stefano Ratti) hanno notato e disostruito una strettoia laterale con presenza d’aria. Oltrepassata la strettoia sono giunti alla base di un condotto verticale di piccole dimensioni avente un restringimento all’apice, oltre il quale non siamo ancora riusciti a proseguire. La risorgenza è più facilmente raggiungibile percorrendo il sentiero CAI 40, e
RISORGENZA DELL'ARPA
Rocca di Tenerano 2393T/MS
Luglio 2022
Rilievo: Dadà Luca , Montanari Gianluca
Disegno: Dadà Luca (Gruppo Speleologico Lunense)
percorrere una vecchia traccia che si trova in basso poco dopo i ruderi della Dogana della Tecchia. Nei pressi di questa segnaliamo anche una miniera abbandonata di manganese dal cui ingresso fuoriesce una notevole corrente di aria fredda. Abbiamo provato ad inoltrarci dentro di qualche metro ma lo stato delle travi di sostegno ci ha sconsigliato di proseguire più di tanto. Una piccola nota di archeologia industriale. Come detto, uno dei tubi che escono dalla pompa raccoglieva l’acqua della sorgente. Il secondo invece prosegue e risale tutto il crinale, lo si ritrova anche sul sentiero CAI 171, scende sull’altro versante, attraversa il sentiero CAI 185 e raggiunge le cave più basse sotto Case Walton che si trovano sotto la Foce di Pianza scendendo verso il Bastione.
6.BUCASINGIN’INTHERAIN
•N°catasto:2417T/MS
•Aria:CE+
•Profondità:19m
•Sviluppo:24m
DELL'ARPA
Montanari Gianluca
La Buca Singin’ in the Rain è stata individuata da Gianlu e dal Rat durante le ricerche di una grotta già accatastata, la Cavità - RT1 - (834 T/ MS), che si apre a nord della Rocca di Tenerano in una posizione interessante rispetto al sottostante omonimo complesso e che non siamo riusciti a ritrovare. Saliamo da Tenerano seguendo il sentiero CAI 171. Arrivati a quota 880 m, seguiamo una traccia poco battuta e dopo circa 100 metri, arriviamo in corrispondenza di un affioramento roccioso, in prossimità del quale si apre la buca. Il meteo, però, non è affatto clemente e appena giunti all’ingresso inizia a piovere. Fortunatamente Gianlu non è mai sprovveduto di niente e nel giro di pochi minuti tira fuori dal suo immenso zaino “che contiene ogni cosa che ti può servire ma ancora non sapevi che ti poteva servire”, un grosso telo impermeabile e lo posiziona sopra al buco. Dopo uno scivolo di detriti, si apre una sala abbastanza grande, con un ulteriore arrivo dall’alto e fondo occluso. In basso scende un piccolo ramo con una leggera aria entrante estiva, in cui troviamo anche alcune piccole ossa di animali. Riusciamo a proseguire nella condotta scendendo altri tre o quattro metri. Purtroppo, la presenza di molti blocchi di frana occludono sia il passaggio che la visuale.
CONCLUSIONI
Abbiamo cercato, come detto in premessa, di mettere un punto fermo alle nostre ricerche in varie zone della Alpi Apuane. Non abbiamo raccontato tutto ad onore del vero. Siamo stati parecchie volte anche nella zona di Vinca ed intorno al Monte Sagro. I risultati sono stati forse meno interessanti e, magari, proprio per questo avremmo dovuto comunque parlarne. Intorno al Corchia abbiamo anche girato molto tra Volegno e il Mont’Alto. Diverse grotte sono già presenti nel catasto ma di nuovo abbiamo trovato ben poco. La citiamo solo perché riteniamo (almeno lo pensa il Sigi) che sia una zona molto interessante. Inoltre ci sono delle testimonianze delle vecchie cave di pietra del Cardoso veramente belle. Sarà per un prossimo articolo.
Come avete visto sono molte le tracce di passaggio di altri speleologici di cui non abbiamo trovato documentazione. Se questo articolo ha smosso qualche ricordo contattate il gruppo. Magari potremmo riprendere insieme cose lasciate perdere perché cadute nell’oblio.
Rifugio antiaereo della Martana: memoria in rilievo
a cura di Massimo Baruzzo
Il Rifugio Antiaereo della Martana è una cavità artificiale di proprietà del Comune di Massa, costruito nel 1943 su iniziativa del Ministero dell’Interno, che ne affidò la realizzazione ad una società specializzata di minatori bellunesi. La realizzazione si rese necessaria per il contesto storico geografico di allora: la seconda guerra mondiale e la particolarevicinanzadiMassaallaLineaGotica; posizione che faceva di Massa una zona fortemente interessata da attività belliche sia da parte delle forze alleate di liberazione che dalle milizie di occupazione nazifasciste. I primi attraverso l’utilizzo di bombardieri ed i secondi con la contraerea posizionata principalmente sulle vicine montagne liguri.
I lavori di costruzione vennero svolti in pochi mesi con l’utilizzo di mezzi meccanici, una grande quantità di esplosivi e con il contributo decisivo dell’esperta manodopera locale. Le caratteristiche della roccia, per lo più roccia calcarea compatta, permisero di ridurre al minimo gli interventi di sostegno della volta. Il posizionamento della gal-
leria principale alla base della collina, su cui sorge il Castello Malaspina di Massa, garantiva un pieno roccioso compatto superiore ai 10 metri tra la volta e la superficie e quindi garanzia di resistenza. Al termine dei lavori, circa 8 mesi, la galleria avrà una sezione di circa 5 metri in larghezza e 4 di altezza per uno sviluppo di circa 450 metri.
Con questi volumi e con la realizzazione di servizi interni, quali bagni, cucina e prima accoglienza e assistenza, il rifugio poteva contenere circa 3000 persone. L’accesso al rifugio era possibile dai tre ingressi posti al centro, piazza della Martana, ed alle due estremità della galleria, via Bigini e via Prado. Oltre alle tre uscite sono stati scavati 6 camini di aerazione più o meno omogeneamente distribuiti lungo la galleria principale.
Dopo la fine del conflitto mondiale e della liberazione di Massa avvenuta il 10 aprile del 1945 il rifugio rimase inutilizzato e abbandonato per lunghissimo tempo. Nei primi anni 2000 sulla spinta
Piazza Aranci - Massa Aprile 1945
delle istituzioni sostenuta dalla rinnovata sensibilità dell’opinione pubblica sui temi legati alla memoria storica della seconda guerra mondiale vennero avviati importanti lavori di bonifica fino, nel 2006, alla riapertura al pubblico.
È giusto cercare di capire il perché le attività di bonifica e la riapertura al pubblico siano avvenute solo di recente. Dalle svariate testimonianze raccolte in occasione dei lavori rilasciate da testimoni oculari dei fatti, dopo la liberazione di Massa e dell’Italia tutta c’era la necessità di guardare avanti per lasciarsi alle spalle anni e fatti che hanno umiliato e straziato donne e uomini nel corpo enegliaffetti;perritrovarelospiritoelavoglia
di ricominciare era in parte necessario distogliere l’attenzione da quelli che erano stati i simboli, luoghi e persone, di quegli anni bui.
Quando però c’è stata la percezione che stava svanendo la memoria delle cause, soprattutto, e dei fatti che costituivano la tragedia vissuta in quegli anni e far si che ciò non possa più ripetersi, simboli come il Rifugio Antiaereo della Martana e non solo, sono stati rivalorizzati dandogli nuova luce. Questi luoghi sono stati resi accessibili e fruibili al privato cittadino, a comitive o gite scolastiche, utilizzati come sede di mostre permanenti o installazionitemporanee;tuttopermantenerevivoilpassato in funzione, si auspica, di un futuro migliore.
Ortofoto Rione della Martana (Danilo Magnani)
Galleria Principale (Nadia Ricci)
In questo contesto di riutilizzo e rinnovamento si inserisce il lavoro fatto dal Gruppo Speleologico Archeologico Apuano che nell’arco di alcune serate ha svolto l’attività di esplorazione e rilievo della cavità ipogea artificiale che di fatto dà forma al RAM.
Oltre all’interesse puramente cartografico/scientifico nell’effettuare l’esplorazione ed il rilievo della cavità si è palesata la volontà di partecipare, pur in maniera modesta se raffrontata allo sforzo complessivo, al consolidamento e di conseguenza alla tutela di un patrimonio comune che ha le sue radici nella nostra sofferta storia passata.
La parte esplorativa si è focalizzata principalmente nelle risalite dei camini di aerazione che fino
ad allora, tranne che in fase di escavazione, non erano mai stati percorsi e tanto meno rilevati. Le risalite sono state fatte con tecnica speleologica e ove era possibile con una scala a pioli facilmente trasportabile dall’esterno.
L’attività di rilievo sul campo è stata effettuata con l’ausilio di DistoX utilizzando il metodo della triangolazione per la galleria principale, efficace vista la linearità della cavità, e con metodo speleologico per gli ingressi ed i camini. La raccolta dei dati è avvenuta nel primo caso manualmente e nel secondo tramite acquisizione su smartphone e software Topodroid. La cavità così esplorata e rilevata è stata censita nel catasto cavità artificiale della regione Toscana con il codice CA 165 T MS e classificata come D7 (opera bellica - rifugi per civili).
In conclusione ritengo l’esperienza fatta con i soci del GSAA formativa e segnante sotto diversi aspetti;iltempospesoamisurareedesplorarequel poco di nuovo all’interno di un ambiente che è già stato profondamente e drammaticamente vissuto ha sicuramente lasciato spazio a numerose riflessionipersonali;ilquasichilometronecessarioper percorrere nei due sensi la galleria principale, è auspicabile, dia il tempo sufficiente a ciascuno di noi di farne di proprie.
Invito caldamente chi legge a visitare il Rifugio Antiaereo della Martana, consultando il sito del Comune di Massa si puo’trovare la pagina dedicata al RAM ed il calendario e orario visite.
Ingresso Via Bigini - Totem Rilievo (Nadia Ricci)
Camino giardino Eufemia - Cavità naturale (Nadia Ricci)
SEZIONE
PIANTA
Dentro la montagna: alla scoperta del mondo ipogeo apuano
Progetto Realtà locale, storica, ambientale e produttiva
a cura di Sira Cella, Gruppo Speleologico Archeologico Apuano
Nel 2014 il G.S.A.A. approfitta di un bando del Comune di Massa per le scuole primarie e secondarie, che prevedeva la presentazione di un progetto ben strutturato e finalizzato a una comprensione più approfondita della realtà territoriale da diversi punti di vista, tra cui quello storico, ambientale e produttivo. Grazie a due dei nostri soci, Rossana Tognoni e Danilo Pizzelli, viene realizzato un percorso didattico con il quale i bambini della scuola primaria e secondaria di I° si sarebbero potuti avvicinare a un argomento quasi sconosciuto sperimentando anche alcuni rudimenti di speleologia.
Partiamo con una raccolta di materiale già in nostro possesso: diapositive didattiche SSI e proiettore, un bellissimo testo “Plin e Tin, il viaggio di due gocce d’acqua“1 per affrontare l’argomento con i più piccoli e infine il diorama di una grotta realizzato da Duilio Gasparotti.
Il progetto in quell’anno scolastico ebbe un considerevole successo, molte scuole del territorio scelsero di affrontare questo percorso e nel giro di pochi giorni ci ritrovammo impegnati in una serie di incontri con le insegnanti per programmare gli interventi nelle scuole.
Bene! Sulla carta eravamo tutti molto preparati, chi meglio di un gruppo di speleologi poteva affrontare l’argomento e colmare finalmente le lacune del vetusto e obsoleto programma scolastico italiano?
Il primo ostacolo è stato proprio la nostra padronanza della materia, come potevamo trovare le parole giuste per spiegare un argomento complesso a dei bambini senza utilizzare un linguaggio troppospecifico;perchécatturarel’attenzione e l’interesse di uno studente non è cosa da poco né tanto meno riuscire a mantenere quell’attenzione sull’argomento. Decidiamo quindi di evitare lezioni frontali e optiamo per sviluppare una conversazione partecipata, in modo da rendere i bambini protagonisti.
Nel primo incontro, indipendentemente dal grado scolastico frequentato, è stato chiesto ai bambini di scrivere in maniera anonima su un foglietto
1. Plin e Tin (Testo di Gianni Niccolai. A cura della Scuola di Speleologia di Livorno della Società Speleologica Italiana e del Gruppo Speleologico Archeologico Livornese)
Diorama (Duilio Gasparotti)
almeno due aggettivi che descrivessero la grotta: la maggior parte di loro ha scelto “buia e spaventosa”. Perfetto! Avevamo trovato il mezzo per affascinarli, parlare di emozioni, perché partire sviscerando una delle paure ataviche dell’umanità “il buio” ha permesso il coinvolgimento di tutti i presenti, bambini e insegnanti.
Al termine del primo incontro l’entusiasmo e la curiosità erano alle stelle, al secondo incontro siamo stati inondati di domande sui racconti di antiche esplorazioni, abitanti delle grotte, minerali, ed infine nel terzo ci hanno regalato decine di storie inventate da loro con improbabili protagonisti im-
pegnati in esplorazioni di grotte del metaverso tra Avengers e Pokémon alla ricerca di antichi tesori, di principi e principesse in pericolo e di soluzioni per la pace nel mondo.
Il progetto di quell’anno si concludeva con un’uscita collettiva per la scuola primaria in un parco cittadino con l’allestimento di diverse attività ricreative dallo speleo-sfinge alla Duilionda, dal “trova l’intruso” alla creazione di pipistrelli colorati.
La differenza più significativa tra il progetto per la primaria e la secondaria è stata l’uscita finale, se per la primaria ci siamo concentrati su attività ricreative per la secondaria abbiamo organizzato l’uscita nella Grotta di Renara situata appena fuori città.
La burocrazia scolastica è forse diventata uno degli ostacoli più grandi per organizzare un’uscita, tra moduli di scarico di responsabilità, manleva, assicurazioni e rassicurazioni siamo riusciti ad accompagnare un piccolo gruppo di adolescenti galvanizzati e terrorizzati allo stesso tempo, sì perché quando è stato il momento di addentrarci nella grotta anche il più sbruffone del gruppo è rimasto in silenzio.
Anche in questa occasione c’è stata la possibilità di conversare con gli studenti e affrontare dal vivo molti dei temi accennati in classe. Soprattutto trasmettere e infondere in loro la consapevolezza del prezioso lascito che ci ha fatto la natura nel nostro territorio e che preservarlo è un dovere assoluto della comunità.
Duilionda (Nicola Vivoli)
Uscita coi bambini Grotta di Renara (Nicola Vivoli)
Sottosopra
Escursioni naturalistiche tra grotte e montagne
a cura di Sabrina Tamburini (USC)
Il progetto presentato dall’Unione Speleologica di Calenzano al IX Congresso Regionale a Vico Pisano nasce nel 2021 dalla collaborazione tra il gruppo grotte ed un ente del Terzo Settore, la Cooperativa C.A.T. di Firenze, che opera nei settori di promozione della salute e prevenzione per il disagio giovanile.
Partendo da quella esperienza abbiamo proposto alle Amministrazioni Locali di Calenzano e Sesto Fiorentino di finanziare un progetto più organico che tenesse insieme la scoperta del territorio e alcune attività più legate al mondo della speleologia.
Sempre più le attività outdoor come escursioni naturalistiche e pratica di alcune discipline sportive sono utilizzate con finalità “terapeutiche” in grado di rafforzare l’autostima e stimolare il controllo delle proprie emozioni.
Attraverso l’esperienza di gruppo abbiamo provato a predisporre delle attività che tenessero conto da una parte del confronto e superamento dei limiti personali dall’altro la capacità di fare attività a “rischio controllato”.
Volantino escursione Monte Morello
La sfida per noi è stata quella di programmare delle attività con una grande variabile: l’imprevedibilità del gruppo di adolescenti con i quali avremmo dovuto misurarci.
Logo del progetto Flash-USC
Il lavoro degli operatori di strada non si svolge in contesti formali come scuole o centri giovani, ma i contatti con i ragazzi avvengono nei parchi giochi, bar o altri luoghi di ritrovo e spesso le proposte fatte sono state veicolate sia sui canali social che attraverso volantini.
Il progetto ha volutamente mantenuto quelle peculiarità che sono alla base educativa di strada dove le relazioni sono informali e le attività basate sulla libera partecipazione non richiedendo alcun tipo di iscrizione preventiva.
Abbiamo per questo pensato le attività come un percorso di crescita progressivo dove ciascuno poteva partecipare mettendosi in gioco per quanto interessato, partendo dalle escursioni giornaliere sul promontori dei Monti della Calvana e Monte Morello, passando poi a esercitazioni su corda nella falesia di Figline di Prato fino ad arrivare all’ultimo step ovvero visita ad una grotta, uscite fatte sia in Corchia che alla classica Fonte Buia in Calvana.
Volantino palestra-escursione in grotta
Lezione di progressione tecnica (archivio USC)
L’obiettivo “alto” che ci eravamo dati era: la promozione dell’ambiente e del territorio attraverso l’attività collettiva dove il “gruppo” diviene l’elemento di fiducia utile per superare le difficoltà e le paure.
Ovvero senza dirselo, quello che la comunità speleologica mette in campo ogni volta che vive l’esperienza della grotta.
Durante le uscite abbiamo sperimentato che le escursioni in contesti naturali e l’esplorazione di spazi sotterranei in gruppo costituiscono dei momenti pedagogici importanti, che possono “suggerire” o insegnare alcune pratiche e valori importanti: il rispetto dei tempi di ognuno, la collaborazione e fiducia tra le persone, l’ascolto dei compagni, l’apprendimento di competenze e tec-
Il gruppo degli operatori e dei ragazzi (archivio USC)
niche, l’esplorazione del territorio naturale dove si vive e l’approfondimento di aspetti culturali del contesto rurale.
Il progetto è stato possibile grazie sia alla disponibilità delle Amministrazioni Locali e la Società della Salute nord-ovest della Piana Fiorentina che soprattutto alla partecipazione di tutti i soci del gruppo, che con generosità hanno dato il loro tempo e sapere accogliendo sia i ragazzi che gli operatori del progetto come gli speleologi sanno fare.
Alle varie attività hanno partecipato circa 50 ragazzi del territorio della piana fiorentina, alcuni dei quali hanno poi deciso di iscriversi al gruppo iniziando una nuova attività per loro del tutto inaspettata.
Progetto Grotta Giusti
a cura di Franco Utili e Stefano Merilli
Dopo la pubblicazione del volume “La Grotta Giusti e il Colle di Monsummano” di F. Utili e E. Aiello e il Convegno del 15 ottobre 2022 “Alla riscoperta di Grotta Giusti”, organizzato dal Grotta Giusti Diving Center (GGDC), dove il volume è stato presentato da Paolo Forti (Istituto Italiano Speleologia) e si è parlato anche delle nuove acquisizioni scientifiche (geologia, microbiologia, neuroscienze e fisiologia subacquea), lo Speleo Club Firenze ha convenuto che ci sarebbe ancora molto da fare e conseguentemente ha lanciato due idee: la prima per la costituzione di un Comitato per Grotta Giusti
Fig. 1, Schema concrezioni Schema dei principali meccanismi che hanno portato in successione alla formazione dei vari tipi di concrezionamento all’interno della gotta di Monsummano, da Speleo n. 12 - dicembre 1984, P. Forti e F. Utili
Fig.2, Schema stalagmite conica, da Speleo n. 12 - dicembre 1984, P. Forti e F. Utili
Fig.3, Stalagmite conica Apice di una stalagmite gravitazionale che nella sua crescita è venuta in contatto con una foglia, prima della sua cementazione totale della sua sommità, da Speleo n. 12 - dicembre 1984 , P. Forti e F. Utili
Fig. 1
Fig. 2
Fig. 3
Sotto il Lago del Limbo (Enrico Marzico)
patrimonio dell’umanità (Nota 1) e la seconda per un Progetto di approfondimento e di studio incentrato su monitoraggio, biologia, microbiologia, idrogeologia, tradizioni popolari, esplorazione subacquea, fisiologia, neuroscienze, sperimentazione BPCO, video/documentario. L’idea è partita congiuntamente dalla SCF e dallo GGDC e prevede la collaborazione di vari specialisti, tutti interpellati e disponibili, a cominciare col monitoraggio con Francesco Mantelli, ben noto per le sue ricerche sull’antro del Corchia con Alessandro Montigiani e altri, ma che si è occupato anche di Grotta Giusti con interessanti pubblicazioni sull’idrologia, la chimica, il trattamento delle acque.
La microbiologia verrebbe approfondita da
1) “Grotta Giusti Patrimonio dell’Umanità”.
Maurizio Tredici e Matteo Calcagnile (Università del Salento), gli studiosi che hanno individuato nel film delle concrezioni subacquee il Bacillus licheniformis, che sintetizza il carbonato di calcio e quindi parte attiva nel concrezionamento. A loro si affianca Michele Betti (Università di Urbino) per ulteriori ricerche.
L’idrologia sarebbe appannaggio di Eros Aiello (Università di Siena), mentre per la genesi delle concrezioni si attiverebbe Paolo Forti (Istituto Italiano di Speleologia), che già le aveva illustrate in precedenza, spiegando la formazione delle stalagmiti coniche.
Per la biologia contiamo su due studiosi ben conosciuti nell’ambito speleologico per la loro attività sugli Speleomantes, Claudia Corti (Museo
Costituzione di un Comitato (Società Speleologica Italiana, Union Internationale de Spéléologie, Federazione Speleologica Toscana, Gruppi Grotte Italiani) per chiedere alla Regione Toscana di attivarsi presso il Ministero preposto per richiedere l’iscrizione alla Tentative List per attivare il processo di valutazione che porterebbe all’iscrizione nella WL dell’UNESCO
di Storia Naturale “La Specola” Università di Firenze) ed Enrico Lunghi (Università dell’Aquila).
Per le tradizioni popolari abbiamo come consulente Paolo de Simonis (Università di Firenze) e contiamo sulla collaborazione attiva del Museo della città e del territorio di Monsummano Terme con la Direttrice Sig.ra Silvia Di Paolo e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Monsummano Terme, sia con un articolo sul rapporto della grotta col territorio che con un intervento nel video/documentario per illustrarne la storia.
L’esplorazione subacquea verrebbe coordinata da Luciano Tanini (GGDC), con la collaborazione del gruppo sub che da anni lavora in Grotta Giusti. A questa sono strettamente legate le ricerche sulla fisiologia, soprattutto subacquea, e sulle neuroscienze con l’influenza combinata dell’acqua e del microclima.
Buona ultima, una sperimentazione sulla broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), che
speriamo in collaborazione con l’Università di Firenze, che giustifichi e motivi l’approfondimento del microclima della grotta che non solo cura le malattie dismetaboliche ma anche alcune broncopolmonari. Infatti a oggi sappiamo la composizione del microclima ma non ancora tutti gli effetti dei vari componenti, soprattutto del loro agire in sinergia.
Si finisce con un filmato, curato da Roberto Tronconi, che ci ha già regalato un film su l’Antro del Corchia, uno sulla Tomba e uno sul fisico “Beppo” Occhialini. Il filmato dovrebbe ricalcare, con le indispensabili differenze, il filo conduttore della Tomba. Questa impostazione ha già ottenuto l’apprezzamento del Museo del Territorio, dell’assessorato alla Cultura del Comune e della Direzione Sanitaria della grotta.
Ci rendiamo conto che si tratta di un Progetto complesso e ambizioso ma siamo sicuri che non esistono sogni troppo grandi, soprattutto se sostenuti da un forte ideale.
Rilievo Grotta Giusti (Stefano Merilli - 2019)
Progetto video- documentario
La
Grotta Giusti
L’importanza del geosito di origine ipogenica per la speleoterapia
L’importanza storica della Grotta Giusti di Monsummano nel panorama del termalismo europeo è ormai acclarata. Il sito ipogeo assume un posto di primissimo livello dal punto di vista dei benefici accertati scientificamente per la salute umana derivanti dalla permanenza più o meno prolungata all’interno di questa grotta, dove un microclima particolare, risultato di un connubio eccezionale tra aria e acque termali profonde, ne hanno fatto un importante centro antroterapico riconosciuto fin dalla prima metà dell’ottocento.
Ma l’importanza del sito non è solamente legata alla speleoterapia, infatti, come le ultime ricerche ed osservazioni geologiche hanno dimostrato, il concrezionamento presente all’interno della grotta, risultato essere di natura essenzialmente freatica, rende il geosito di Monsummano unico a livello mondiale.
A fianco di questi indiscussi pregi e le acclarate peculiarità del sito ipogeo purtroppo si riscontrano delle forti e contraddittorie criticità accentuatesi soprattutto negli ultimi decenni e dovute ad un abbassamento eccessivo del livello dell’acqua termale.
Come dimostrato, con l’abbassamento dei livelli delle acque termali profonde si sono evidenziati purtroppo segni di alterazioni microclimatiche riscontrabili nei dati dei parametri ambientali rilevati. Infatti è il microclima all’interno della grotta che ha azioni curative e non l’acqua che invece risulta essere indispensabile per il mantenimento delle caratteristiche e degli equilibri microclimatici della grotta.
Questi campanelli di allarme dovrebbero perciò indurre ad una più stretta ed oculata gestione, non solo del sito, ma anche del territorio in cui questo gioiello naturale viene a trovarsi.
Pertanto lo scopo di un documentario che ne evidenzi gli aspetti naturalistici e morfologici, piuttosto che le peculiarità scientifiche e le ricadute dal punto di vista medico sulla salute umana, è quello di far conoscere e prendere coscienza alla collettività dell’inestimabile valore che questo importante geosito, invidiatoci da tutto il mondo, assume per le comunità
ed il territorio soprattutto per quanto concerne i benefici e le potenzialità curative per la salute umana.
In pratica si tratta di evidenziare alle comunità gli aspetti salienti del sito:
bellezza, storia, esplorazione, ricerca e risultati scientifici, ricadute medicali, importanza del territorio, aspetti naturalistici, morfologici e didattici.
È attraverso una ricostruzione storica nella piazzetta antistante l’ingresso dell’impianto termale che si vuole iniziare il documentario: una carrozza che arriva, si ferma e dei figuranti in costume d’epoca scendendo si incamminano verso l’ingresso principale delle terme. Il tutto sfuma nelle nebbie dei vapori termali mentre una voce fuori campo declama i versi dell’Inferno di Dante.
I vapori si diradano e la scena riprende, con i figuranti in costumi d’epoca, in relax sulle sdraio in prossimità dei laghetti termali come si usava fare nell’ottocento.
Il documentario sarà di seguito strutturato con interviste-racconti accompagnate da immagini e riprese video esplicative del narrato.
Uno storico con un racconto-intervista ci parlerà della storia, dalla scoperta della Grotta Giusti ad oggi ed il racconto sarà supportato da immagini, filmati e documenti storici disponibili.
Il Prof. Paolo Forti, geologo, ne descriverà il territorio e la speleogenesi, definendo il quadro strutturale e geomorfologico del sito e nel particolare le strutture dei depositi carbonatici presenti in situ, come le concrezioni cuneiformi e quelle subacquee realizzate dal Bacillus licheniformis. Ci parlerà dell’idrografia superficiale e profonda.
Il racconto-intervista è intervallato da immagini esplicative delle morfologie descritte.
La Dott.ssa Claudia Corti, e il Dott Enrico Lunghi Università di Firenze, biologi renderanno un quadro della microbiologia del sito e dei risultati ottenuti dalle indagini sinora svolte all’interno della grotta sia a livello aereo che delle acque superficiali e profonde.
Un medico ci parlerà delle caratteristiche terapeutiche e dei benefici per la salute ottenuti dalla per-
manenza nella Grotta Giusti, sia nelle uricemie che nella cura delle affezioni respiratorie come l’asma bronchiale che le bronchiti croniche.
Il Prof. Michele Betti, biochimico Università degli studi di Urbino “Carlo Bo” Facoltà di Scienze Biologiche, le caratteristiche fisico-chimiche del microclima adatto per la speleoterapia, l’analisi molecolare e le ricadute delle varie sostanze chimiche presenti nell’aria e nelle acque dei vari laghetti della Grotta Giusti sulla salute umana.
Il Prof. Franco Utili, speleologo, racconterà le esplorazioni della grotta e ne illustrerà il rilievo il cui racconto sarà accompagnato da immagini e riprese della grotta.
Lo speleosubacqueo Luciano Tanini parlerà delle immersioni nei laghi termali presenti nella grotta, il tutto accompagnato da riprese subacquee.
Il documentario si concluderà con il mostrare e descrivere con voce fuori campo alcune eccellenze del territorio: partendo da una vista aerea dell’abitato di Monsummano Terme si mostrerà, senza scendere troppo nel particolare (visti i tempi), il Museo Nazionale di Casa Giusti, la Villa Renatico
Martini, Il sentiero geologico del Colle di Monsummano e a seguire scorci sulla Val di Nievole con i suoi uliveti.
Regista: Roberto Tronconi, nato a Roccastrada (GR) il 7 aprile 1958, residente a Grosseto in Via F. Massimo 28. Speleologo documentarista già esploratore di importanti sistemi ipogei italiani e non.
Biofilmografia: Corchia – La Montagna Vuota2019, documentario - La storia dell’esplorazione di uno dei più grandi complessi carsici italiani.
Vincitore della Campana d’Argento 2020 ad Alpi Giulie cinema di Trieste.
Nomination: Sestriere Film Festival 2020, Proprad (Slovacchia) Film Festival Cinema di Montagna 2020, 6a Nit de la Itmage Subterranea 2023 a Barcellona (Spagna).
La Tomba – 2022, documentario – Importante sito ipogeo della Val di Farma (Sito Natura 2000) in provincia di Grosseto in un contesto paesaggistico e naturalistico ad alto valore scientifico. Patrocinato dall’alto Comando dell’Arma dei Carabinieri.
Locandine dei lm di R. Tronconi, Corchia la montagna vuota e La Tomba
“BEPPO”.
Lo scienziato speleologo
Presentazione del documentario sulla vita di
Giuseppe Paolo Stanislao Occhialini, detto “Beppo”
uno degli Uomini della Pierre Saint Martin
a cura di Roberto Tronconi
Ricordare gli uomini che hanno fatto grande l’Italia, e a maggior ragione se in qualche modo hanno dato un contributo importante alla speleologia, è un nostro dovere!
Avere perciò una visione condivisa di quello che sono state le cose ritengo sia di estrema importanza, perché è così che noi costruiamo la nostra identità.
Sappiamo che la memoria è fondamentale per immaginarci il futuro.
A differenza del ricordo non rappresenta solo un’immagine di qualcosa che è stato, ma ne fissa nell’umanità l’idea, generando cultura, conoscenza e alimentando riflessione.
Il nemico principale della cultura è la facilità con
Manifesto IX Congresso FSTGiuseppe Occhialini da giovane
cui si può perdere, con la quale può essere messa da parte e l’assenza di cultura genera impoverimento di idee, imbarbarimento, violenza.
Non dimenticare è il dovere di tutti noi.
Una risorsa preziosa, che però si consuma lentamente, come una fiaccola che passa di mano in mano.
Per questo dobbiamo essere ben consapevoli che la memoria vive solo perché si riproduce, si rielaboraattraversoildialogotragenerazioni;ancheattraverso forme inedite e nuove tecnologie.
Abbiamo bisogno di sentirci raccontare delle storie.
Quelle che i testimoni, ormai sempre meno numerosi, ci hanno raccontato con saggezza e talvolta con dolore.
Nato a Fossombrone il 5 dicembre 1907, figlio di Augusto Raffaele, professore ordinario di Fisica all’Università di Genova, Giuseppe Occhialini è stato uno dei più importanti fisici italiani della seconda metà del Novecento. Nel 1917 si trasferisce a Firenze dove studia, laureandosi in fisica nel 1929. Negli anni che seguono (dal 1930 al 1937) entra a far parte del gruppo di ricercatori divenuti famosi come “i giovanidiArcetri” , nell’Istituto di Fisica dell’Università di Firenze. Conduce studi sui raggi cosmici, uno dei padri della fisica moderna, scopritore del positrone e del pione , vincitore di numerosi premi e riconoscimenti internazionali a cui per ben due volte fu negato il Premio Nobel. Erano gli anni del Maccartismo e lui non nascondeva le sue simpatie per il Partito Comunista. Creò il “GruppoSpazio” , così detto perché conduceva le osservazioni con palloni stratosferici e successivamente con razzi ed infine con satelliti artificiali. È anche attraverso queste attività che l’Italia e Milano acquisiscono posizioni di eccellenza nel campo dell’Astrofisica delle Alte Energie e più in particolare dell’Astronomia a Raggi X e Gamma. Fu inoltre protagonista nello sviluppo dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), e dell’ESRO (European Space Research Organization). È da considerarsi un dei padri fondatori dell’European SpaceAgency(ESA),l’AgenziaSpazialeEuropea. Sviluppò per essa il progetto COS-B, che fornì una mappa del cielo nella zona della radiazione gamma. Alla fine degli anni ’60 il Gruppo Spazio diventò l’Istituto di Fisica Cosmica e Tecnologie Relative del CNR e Occhialini ne fu il Direttore. Nel 2002 con
la riforma del CNR l’Istituto diventerà IASF-Milano e successivamente, nel 2005 sarà incorporato nell’INAF. Grande appassionato di montagna, ma soprattutto di speleologia, figura di primo piano nella speleologia mondiale del ‘900. Con il Gruppo Speleologico Fiorentino del CAI nel 1931, discende l’Abisso Revel nella Vetricia in Apuane. Allora la più profonda voragine al mondo, una verticale unica di 316 metri. È però nel 1934 che assieme ad altri amici speleologi ed esimi accademici raggiunge il Lago Terminale nell’Antro del Corchia ad una profondità di 534 metri, stabilendo il record come grotta più profonda al mondo.
Nel dopoguerra e nei primissimi anni ‘50 sempre assieme ad altri amici e colleghi scienziati conducono le esplorazioni di ricerca nei Pirenei Atlantici ed in particolare sul Col de La Pierre Saint Martin dove nel 1951, assieme a Georges Lepineux, quando tutti gli altri hanno lasciato il campo estivo, scoprono l’ingresso di quella che diventerà la famosa Pierre Saint Martin.
Nel 1952 la tragedia della morte dell’amico Marcel Lubens segnerà profondamente lo scienziato che si allontanerà dall’attività speleologica, ma oramai divenuto famoso come uno degli “Uomini della Pierre Saint Martin”.
Muore a Parigi il 30 dicembre del 1993.
Estratto da un giornale d’epoca
Descrizione documentario:
Concetto
In pratica si tratta di ricordare la figura di “Beppo” Occhialini a 30 anni dalla sua scomparsa come scienziato e come speleologo.
Attraverso le testimonianze ed i racconti di chi l’ha conosciuto in prima persona si vuole ricostruire la figura di grande scienziato e lo spessore umano dalle indubbie doti di grande esploratore, troppo spesso dimenticato, se non addirittura ignorato dalle giovani generazioni di fisici e speleologi.
Struttura
Il documentario sarà strutturato con interviste-racconti, accompagnati da immagini e riprese video esplicative del narrato.
È attraverso il ricordo e la testimonianza soprattutto di chi l’ha conosciuto che si vuole ricostruire la figura del personaggio ricordando la sua carriera sia di illustre professore e ricercatore nel campo della fisica che di grande esploratore del mondo ipogeo.
Si prevedono interviste ad amici speleologi che ne tracceranno un profilo sia umano che di grande scienziato.
Prof. Arrigo Cigna - Fisico Nucleare – già Presidente della SSI e della UIS
Uno speleologo di fama internazionale, già ai vertici istituzionali mondiali della speleologia, riconosciuto universalmente per impegno, dedizione, capacità, cultura, conoscenza, lungimiranza ed energia, traccerà un ricordo personale dell’amico “Beppo” soprattutto come speleologo, raccontando aneddoti anche sconosciuti delle vita privata dello scienziato.
BIOFILMOGRAFIA
Corchia – La Montagna Vuota - 2019, Documentario - La storia dell’esplorazioni di uno dei più grandi complessi carsici italiani. Vincitore della Campana d’Argento 2020 ad Alpi Giulie cinema di Trieste.
Nomination: Sestriere Film Festival 2020, Proprad (Slovacchia)
Film Festival Cinema di Montagna 2020, 6a Nit de la Itmage
Subterranea 2023 a Barcellona (Spagna)
Prof. Giorgio Sironi - Università “Bicocca” Milanoallievodi“BEPPO”
Traccerà il ricordo ed il profilo umano dello scienziato, raccontando aneddoti conosciuti o vissuti in prima persona e l’importanza delle scoperte di Occhialini per la fisica moderna.
Prof. Leonardo Gariboldi – Storico della Fisica - Università degli Studi di Milano “La Statale”Dipartimento di Fisica Aldo Pontremoli
Curatore dell’archivio di famiglia Occhialini-Dilworth, ci parlerà del prezioso contributo alla scienza rappresentato dall’enorme archivio di famiglia.
Prof. Filippo Martelli - Fondazione Occhialini – Università degli Studi di Urbino già membro del gruppo di ricerca VIRGO
Traccerà un ricordo dello scienziato, delle sue scoperte e ricerche nell’ambito della fisica ed il perché di una Fondazione a lui intitolata.
Il tutto si completerà con vecchi filmati ed interviste di archivio ad amici, allievi e collaboratori dello scienziato, che forniranno così un quadro il più ampio possibile sulla personalità e lo spessore di grande uomo di scienza quale è stato “Beppo”. A tale proposito è prezioso il contributo di variegate testimonianze già fornito da Media INAF di Bologna (Istituto Nazionale di Astrofisica).
Regista
Roberto Tronconi
nato a Roccastrada (GR) il 7 aprile 1958, residente a Grosseto in Via F. Massimo 28.
Speleologo documentarista già esploratore di importanti sistemi ipogei italiani e non.
La Tomba – 2022, Documentario – Importante sito ipogeo della Val di Farma (Sito Natura 2000) in provincia di Grosseto in un contesto paesaggistico e naturalistico ad alto valore scientifico. Patrocinato dall’Alto Comando dell’Arma dei Carabinieri.
Estratto da QN Il Resto del Carlino - La Nazione del 5 Dicembre 2007 - sito Fondazione Occhialini
“Beppo” con i Premi Nobel: da sx Powell al centro Blackett
Monte Corchia: Tom Morgan, Beppo Occhialini, un cavatore, A. Cigna, G. Cappa
Bracco
a cura di Roberto Giuntoli - foto di Paolo Mannucci
Purtroppo, inevitabilmente, nella vita arriva sempre il momento in cui si deve affrontare la scomparsa di un amico e il doverne parlare è un impegno non facile da affrontare. Oggi per me è un giorno in cui si rinnova il dolore della scomparsa di Roberto “Bracco” Marchi ed anche se sono trascorsi ormai 15 anni è ancora vivo in me il suo ricordo.
Quando una persona cara, come lo era Roberto, ci lascia, le vite delle persone che aveva intorno e che gli volevano bene rimangono sconvolte ed il dolore e la sofferenza sono difficili da superare. Ma anche se sono cosciente che Roberto non
Roberto Marchi (a destra) insieme al cugino Stefano durante il corso di speleologia
c’è più e che non lo rivedrò più, devono rimanere dentro ciascuno di noi i ricordi più belli di Roberto: le giornate trascorse con lui, in grotta o in montagna, le discussioni, qualche contrasto e tutti gli aneddoti piacevoli e divertenti che abbiamo vissuto assieme.
HoconosciutoRobertoquandohapartecipato, insieme al cugino Stefano, ad un corso di speleologia;miricordocheinquelperiodo,ilGruppo Speleologico, dopo i parecchi anni epici delle esplorazioni del complesso carsico del Monte Corchia, stava attraversando un periodo di attività ridotta: le uscite in grotta erano poche, non c’erano obiettivi di gruppo ben definiti, i corsi di speleologia vedevano la partecipazione di pochi allievi che quasi mai rimanevano nel Gruppo.
Il corso di Roberto, invece, vide la partecipazione di molti allievi, lavoratori o studenti, tutti giovani e che dopo il corso sarebbero rimasti nel Gruppo per molti anni, dando una nuova spinta alle attività e soprattutto alle esplorazioni dell’abisso Astrea, che sarebbe stato scoperto da lì a poco. Tra gli allievi del corso spiccava la coppia Roberto e Stefano, che inizialmente non venivano distinti tra loro ma venivano chiamati genericamente “i cugini” oppure “ cugino 1 e cugino 2” oppure ancora “ Chichito & Pachito” come i personaggi di una telenovela che veniva trasmessa all’epoca.
Roberto lavorava come tecnico nei laboratori del Dipartimento di Fisica dell’Università ed il suo ambiente di lavoro era per lui stimolante, perché gli dava la possibilità di approfondire le numerose passioni che coltivava: ad esempio grazie all’aiuto di Virgilio (suo collega di lavoro esperto di elettronica ed anche lui allievo del corso di speleologia) Roberto si costruiva da solo, con pezzi di recupero, i flash macro e gli illuminatori per la fotografia naturalistica di cui era appassionato.
Era anche appassionato di astronomia ed aveva messo a frutto questa sua passione quando in Dipartimento era stato chiamato a partecipare alla riparazione ed al restauro prima del telescopio dell’Università e poi a tutta un’altra serie di strumenti d’epoca. Roberto era competente e preciso, ricordo che sapeva lavorare con una lentezza, a volte esasperante, senza farsi prendere dalla smania di finire pur di curare la precisione. Seppe utilizzare anche questa sua caratteristica collaborando con un architetto nel costruire il modello in compensato e polistirolo di una serie di palazzine. Lo ricordo che studiava i fogli delle tavole progettuali (era un’epoca dove ancora il CAD quasi non esisteva), tagliando meticolosamente pezzetti di polistirolo con una tagliatrice a caldo, anche quella autocostruita. Successivamente mi raccontò che grazie al modello che aveva realizzato era stato possibile individuare alcuni disallineamenti e asimmetrie della struttura che non erano evidenti nelle tavole progettuali cartacee.
La passione principale di Roberto era la montagna: tutti gli anni faceva dei trekking con la famiglia sulle dolomiti e sempre sulle dolomiti aveva fatto anche qualche scalata. La passione per la montagna lo aveva portato, fin da piccolo, ad esplorare i sentieri dei Monti Pisani e ad interessarsi di tutta una serie di altri aspetti naturalistici in generale e dei Monti Pisani in particolare. Uno di questi interessi erano le fioriture di orchidee spontanee. Collaborava attivamente con il G.I.R.O.S. (Gruppo Italiano Ricerca Orchidee Spontanee), grazie al quale aveva iniziato a fare macro fotografie di fioriture, censimento delle specie e partecipazione, con le sue fotografie a mostre e pubblicazioni.
Nel ’95 il Gruppo Speleologico Pisano, avvalendosi di finanziamenti regionali per la speleologia, iniziò il censimento e rilievo del patrimonio carsico dei Monti Pisani. Roberto si gettò con entusiasmo in questa nuova attività, che lo avrebbe portato a lavorare sui monti che conosceva tanto bene e che amava. Iniziò con la solita meticolo-
Roberto Marchi alla buca delle Fate di S. Giuliano T.
sità, recuperando, con un’accurata ricerca bibliografica, l’imponente lavoro svolto sulle grotte dei Monti Pisani da Rodolfo Giannotti.
È necessario aprire una breve parentesi sulla figura di Rodolfo Giannotti: fu il fondatore nel 1926 del Gruppo Speleologico Pisano (il più antico della Toscana), fu autore di numerose pubblicazioni, partecipò al primo congresso italiano di Speleologia nel 1933, fu tra gli autori del “primo elenco catastale delle Grotte della toscana” (1954) e insieme a Franco Utili e Claudio De Giuli fu tra i fondatori della Federazione Speleologica Toscana. Nonostante la figura di Rodolfo Giannotti rappresenti un vanto per la nostra città, a causa della scarsa possibilità di divulgazione dell’epoca, il grande lavoro bibliografico di Rodolfo Giannotti è rimasto circoscritto ad un numero relativamente ristretto di “addetti ai lavori” e la sua figura di esploratore, presidente della Federazione, grande studioso di speleologia a Pisa è praticamen-
te sconosciuta. Con il passare degli anni anche all’interno del Gruppo Speleologico Pisano si era progressivamente sbiadita sia la memoria del grandissimo lavoro svolto dal Giannotti sia del grande patrimonio di grotte presenti sui Monti Pisani di cui Giannotti è stato tra i principali esploratori.
Il recupero del lavoro di Giannotti rappresentò sia per Roberto che per il Gruppo Speleologico una sorpresa, ci accorgemmo infatti di avere nelle grotte dei Monti Pisani ambienti di rara bellezza. Pur essendo passati relativamente pochi anni, ripensando a quel lavoro mi sembra preistoria. Con Roberto sfogliavamo cartelle di fogli ingialliti scritti a mano da Giannotti, gestivamo il posizionamento delle grotte su carte topografiche cartacee, i rilievi erano acquisiti con bussola, clinometro, bindella metrica ed erano disegnati a mano su carta millimetrata. Solo le schede tecniche di rilievo venivano gestite da Roberto con un computer che oggi sembra antidiluviano.
Roberto Marchi alla Buca della cava di Uliveto a Vicopisano
L’impegno richiesto per il lavoro di censimento era piuttosto gravoso e l’entusiasmo del Gruppo Speleologico andò via via scemando, la maggior parte di noi vedeva l’attività sui Monti Pisani quasi come una perdita di tempo rispetto alla speleologia in Alpi Apuane più divertente ed appagante.
Roberto spesso si è trovato a portare avanti il lavoro sui Monti Pisani aiutato soltanto dal cugino Stefano e da pochi altri, ma nonostante la discontinua collaborazione da parte del Gruppo ha continuato a censire e rilevare le grotte e ad accumulare una notevole documentazione fotografica. Proprio la necessità della documentazione fotografica ha permesso a Roberto di affinare la sua tecnica di fotografia speleologica. Naturalmente le tecniche fotografiche delle quali Roberto poteva disporre erano ben lontane dalle tecniche odierne, che sono basate su foto digitali, illuminatori potentissimi e
correzione delle immagini al computer. Ricordo i flash a fotocellula auto-costruiti, i lenti posizionamenti del cavalletto e spesso la necessità di tornare a fare foto in grotte già viste, perché una volta stampata la pellicola i risultati non erano soddisfacenti. Nonostante questo molte fotografie fatte da Roberto presentano una buona tecnica ed una notevole fattura.
Parallelamente al lavoro sui Monti Pisani Roberto partecipava, in parte curando personalmente, a una attività di divulgazione sia presso alcune associazioni sia con scuole del comprensorio, organizzando proiezioni di immagini ed escursioni.
Proprio in questo periodo Roberto fu colpito da una gravissima malattia che lo costrinse a sottoporsi a complessi interventi chirurgici e pesanti cure farmacologiche. Nonostante questo Roberto
Roberto Marchi alla Buca dei Ladri
ha sempre trovato la possibilità di partecipare o organizzare escursioni o incontri nelle scuole e successivamente a riprendere l’attività speleologica con attività di rilevamento o di fotografia per arricchire il suo già vasto archivio di immagini. Considerando la quantità e la qualità delle immagini di cui poteva disporre, piano piano prese forma in lui l’idea di realizzare un libro fotografico sulle grotte dei Monti Pisani, soprattutto allo scopo di rendere noto un patrimonio naturalistico sconosciuto alla maggior parte della popolazione della nostra città.
Come sempre Roberto perseguì questo nuovo obiettivo con impegno e tenacia, scrivendo i testi ed attingendo al suo archivio fotografico. Nonostante i sempre maggiori problemi di salute, riuscì ad effettuare numerose uscite fotografiche in grotta per acquisire ulteriori immagini. Ricordo quando mi raccontò della “strigliata” che aveva ricevuto dal medico dopo una visita di controllo quando si era accorto di alcune complicazioni ai punti di sutura causate dall’uso dell’imbraco.
Il libro ebbe una gestazione piuttosto difficile a causa delle scarse risorse a disposizione e degli elevati costi di stampa. Roberto era cosciente che non aveva più tanto tempo a disposizione e desiderava fortemente vedere realizzato il suo libro. La sua meticolosità lo portava a correggere continuamente i testi e la disposizione delle immagini per adattarlo al suo progetto. Ricordo numerosi incontri con la casa editrice, durante i quali Roberto discuteva dei più accurati dettagli come il tipo di patinatura, la grammatura della carta, la rigidezza della copertina cartonata. Tutti questi aspetti facevano ovviamente lievitare i costi di realizzazione del libro, ma nel Gruppo Speleologico Pisano eravamo coscienti del desiderio di “Bracco” di realizzare qualcosa per cui venire ricordato. Seppur tra varie difficoltà e qualche contrasto siamo sempre riusciti ad appoggiare il suo proposito. Grazie agli importanti contributi della Provincia di Pisa, i Comuni di S. Giuliano Terme, Calci, Vicopisano, lo Studio Associato G.E.A., la Banca di Pisa e Fornacette, il libro di Roberto Marchi “ Le Grotte del Monte Pisano” uscì nel 2006. Secondo il desiderio di Roberto e gli accordi presi con la Provincia, le amministrazioni comunali e
gli sponsor privati il libro non fu messo in vendita, ma divulgato gratuitamente. “Le Grotte del Monte Pisano” riscosse un discreto successo. Furono effettuate diverse presentazioni presso i Comuni del comprensorio dei Monti Pisani e le copie andarono presto esaurite. Nel 2008 fu effettuata una ristampa anche questa subito esaurita. Attualmente copie del libro di Roberto si trovano presso le biblioteche comunali del Comune di Pisa, nelle biblioteche dei Comuni del comprensorio, nella biblioteca del Dipartimento di Geologia, nella biblioteca della Regione Toscana, in quella della Federazione Speleologica Toscana e nella biblioteca del Centro Italiano di Documentazione Speleologica F. Anelli di Bologna.
Le energie di “Bracco” sembravano inesauribili, ma alla fine la terribile malattia che lo affliggeva prese il sopravvento e nel Giugno 2008 Roberto è venuto a mancare, lasciando la moglie Miriam ed il figlio Filippo ai quali va tutto il mio affetto. Non mi dimenticherò mai di lui, del suo sorriso e nonostante i terribili problemi di salute che lo hanno afflitto nei suoi ultimi anni, la sua trascinante voglia di vivere. Voglio ricordarlo per l’esempio che ci ha dato e per quello che volontariamente o involontariamente ci ha insegnato.
Comunicare la speleologia: come, dove, perché
a cura di Lucia Montomoli, Franco Rossi, Luca Rossi, Chris Scaife e Carolina Smith
Il nono congresso regionale toscano di speleologia, organizzato lo scorso maggio dalla Federazione Speleologica Toscana a Vicopisano, è stato un’occasione preziosa per esplorare e discutere l’importante ruolo della comunicazione all’interno del mondo della speleologia. Durante il dibattito conclusivo, sono emerse considerazioni fondamentali sull’arte di comunicare in modo efficace in diverse situazioni: comunicare e condividere esperienze con il pubblico speleo, spiegare la speleologia al pubblico non speleo, stabilire relazioni con enti ed istituzioni e gestire la comunicazione attraverso pubblicazioni ufficiali e so-
cialnetwork.Questodibattitohaancheaffrontato l’uso crescente dell’intelligenza artificiale nella creazione di contenuti, svelando pro e contro. […] In conclusione, durante il dibattito è emersa evidente l’importanza della comunicazione nel mondo speleologico e le sfide legate a vari contesti comunicativi. Mentre abbracciamo le nuove tecnologie, dobbiamo continuare a coltivare l’arte di comunicare in modo efficace, bilanciando l’innovazione con la preservazione dell’essenza autentica della speleologia. Solo così potremo condividere appieno la bellezza e la rilevanza di questa straordinaria attività con il mondo esterno.
Domenica 1 Ottobre 2023, 5 mesi dopo
Il paragrafo che introduce questa relazione è stato generato da un comune programma di intelligenza artificiale opportunamente interrogato in merito al tema specifico.Abbiamo scelto di iniziare affrontando subito l’argomento che aveva concluso il dibattito quel 1° maggio a Vicopisano, per porre l’attenzione sulla velocità esponenziale con cui è aumentata l’influenza di queste nuove tecnologie soprattutto negli ultimi mesi dopo il congresso e non solo in ambito speleologico, dai testi alle immagini ai video, e spesso senza neanche rendercene conto, per questo la data, come riferimento temporale, rispetto al congresso. Mentre fino a un anno, o solo pochi mesi fa, si iniziava più o meno sporadicamente a sentir parlare di IA, adesso siamo costantemente raggiunti da contenuti di origine, anche solo in parte, artificiale. Precisiamo che lo scopo di questa introduzione non vuole essere uno stigma verso l’utilizzo delle nuove tecnologie quanto piuttosto uno stimolo ad una osservazione più critica in generale sulla qualità delle informazioni che ci vengono proposte, non
il congresso
finalizzato al cercare soltanto di capire quali siano i contenuti di origine artificiale e quali no, cosa che probabilmente risulterà essere sempre più difficoltosa visto i progressi che fanno gli algoritmi che regolano questi software. Risulta quindi essenziale focalizzare l’attenzione su quali siano le informazioni realmente utili e fondate su dati e fonti certe, che siano ben contestualizzate, e che non mirino solo a solleticare la voglia di spettacolarizzare il contenuto. Che l’elaborato finale sia di origine umana oppure artificiale in fin dei conti poco cambia, è purtroppo facile trovare centinaia se non migliaia di esempi in cui notizie ed informazioni ricreate o modificate anche solo parzialmente ad arte da persone in carne ed ossa hanno generato ondate alterne di indignazione/ esaltazione in tutti gli ambiti.
E la speleologia non fa certo eccezione, anzi. Attenzione, è bene ricordare che non è detto che una ipotetica manipolazione delle informazioni debba essere per forza voluta, anche involontariamente può succedere che un contenuto venga
travisato o esposto/recepito in maniera fraintendibile, specialmente in un contesto social, dove la rapidità e l’immediatezza delle informazioni diventano la priorità a discapito dell’accuratezza.
Per questo diventa fondamentale, per chi si approccia al mondo della comunicazione, capire e scegliere i registri più opportuni per veicolare un messaggio, l’articolo per una rivista di divulgazione ufficiale dovrà avere determinate caratteristiche che non sono richieste magari al resoconto da pubblicare sul blog o sulla pagina social. Questo non vuol dire che uno sia migliore dell’altro ma che per loro natura necessitano di due linguaggi differenti pur parlando del medesimo argomento.
Lo stesso dicasi per le immagini, anche la comunicazione visiva è fortemente condizionata sia dal contesto che dal soggetto, una foto copertina, un’immagine da una esposizione, l’immagine che accompagna un post su un social network, dovranno avere ognuna le proprie peculiarità per quanto riguarda soggetto, tecnica, ma soprattutto immediatezza nel riuscire a trasmettere il messaggio, requisito questo assolutamente indispensabile sui social per catturare immediatamente l’attenzione dell’osservatore, che però rischia di diventare superfluo se non addirittura controproducente nel caso di una osservazione più “lunga” e quindi più attenta ai dettagli.
Ovviamente anche in questo la tecnologia,
se usata correttamente, può aiutare e lo farà sempre di più in futuro, tutto sta ad “imparare” ad usarla riuscendo a sfruttarne i punti di forza evitando però di correre il rischio di cadere nelle trappole speculative che NOI ci creiamo utilizzandole, perché è bene ricordare che le tecnologie da sole fanno ben poco e che spesso siamo noi stessi gli artefici degli effetti negativi derivanti dal loro utilizzo più o meno volutamente improprio.
In conclusione vale la pena provare a fare un parallelo tra la necessità che la speleologia (gli speleologi) impari a comunicare sempre di più e sempre più correttamente e con cognizione di causa e l’utilizzo di tecnologie come l’IA, che diventeranno sempre più presenti in futuro. Esattamente come l’atteggiamento di campanilistica chiusura che spesso in passato ha caratterizzato il mondo speleo già da tempo ha iniziato a mostrare i propri limiti, così la chiusura aprioristica verso le nuove tecnologie non farà altro che aumentare il distacco con il resto del mondo, con il quale dobbiamo giocoforza avere a che fare e che alla fine porterà esclusivo vantaggio a chi invece avrà colto la possibilità di rimanere al passo con i tempi, permettendogli di assurgere ad elemento rappresentante anche senza averne le competenze specifiche.
Ieri, oggi, domani
Fra le varie tavole rotonde che sono state presentate, si è portato all’attenzione dei partecipanti anche lo stato attuale e di “salute” della comunicazione speleologica odierna, puntando l’attenzione su l’editoria, la stampa, i social network, il mondo delle istituzioni amministrative, la scuola e la società tutta.
Per un dibattito aperto, svoltosi a termine della giornata conclusiva del congresso stesso, l’obiettivo posto era certamente troppo ambizioso. Lo si sapeva e infatti non voleva assolutamente essere un confronto esaustivo ma uno spunto, uno stimolo, una suggestione, una “finestra occhieggiante all’apice di un pozzo” indicata dai relatori ai presenti al dibattito da portare in seguito all’interno dei consigli dei propri Gruppi Grotte e approfon-
dire tra i propri soci. Scopo: riflettere su come migliorare la comunicazione dell’operato speleologico verso tutto il resto del mondo OGGI. Come coniugare il verbo interno della categoria speleo e decodificarlo, renderlo fruibile, appetibile, accattivante, magnetico e soprattutto semplificarlo, senza però sminuire la complessità stessa e l’importanza dell’attività di ricerca scientifica svolta dagli speleologi.
È interessante notare come nei mesi successivi al congresso la questione “comunicare la speleologia” sia stata più volte ripresa nella comunità speleo, sia attraverso post sui social network che attraverso topic sulle mailing list nazionali, segno evidente che l’argomento è sentito e necessita di ulteriore studio ed approfondimento.
Ma tornando al congresso, durante il dibattito i focus principali sono stati: non abbiamo problemi a comunicare fra di noi, sono stati integrati bene i nuovi modelli di comunicazione social, le nuove tecnologie sono entrate a far parte a pieno titolo nelle esplorazioni, ricerche, restituzione di dati ecc, corsi specifici fatti a vari livelli interni o nazionali hanno aiutato a pareggiare i divari creatisi tra vecchie e nuove generazioni speleo là dove ce ne fosse stato bisogno ma contemporaneamente si pongono anche alcuni quesiti
- Ci piace si o no come i mass media si sono appropriati della “divulgazione” della speleologia al mondo esterno senza consultare la nostra categoria, riferimento non casuale alla sempre maggiore presenza di narrazioni di siti ipogei nel mondo fatta tralasciando molto spesso completamente la parte storica/tecnico/scientifica delle grotte prese in esame e sminuendo il tutto a meri luoghi di mete turistiche estreme?
- Come portare nuova linfa alla nostra mensa divulgando in maniera sempre più ampia e con vari canali di comunicazione verso l’esterno il nostro operato coinvolgendo le istituzioni, le amministrazioni e scuole di tutti i gradi, fino alle università, e seguire noi in prima persona l’educazione e la divulgazione alla buona speleologia aprendoci in modo massivo al mondo esterno?
- Come coinvolgere le amministrazioni pubbliche locali e nazionali alla stretta collaborazione, come già spesso succede, nelle delicate questioni di salvaguardia del sottosuolo ipogeo e come divulgare l’infinita quantità di dati importantissimi raccolti (indicatori peculiari dello stato di salute di parte della nostra terra) e diffonderli in modo leggibile e utile presso le comunità locali?
- Come può l’editoria classica coniugare al meglio la propria esistenza con l’editoria multimediale?
- Siamo in grado, da soli al nostro interno, di studiare a fondo i vari sistemi di comunicazione e le sue inevitabili diverse coniugazioni, renderci così divulgatori efficienti ed avvalersi delle conoscenze esterne del settore per farci aiutare a prendere il giusto spazio nella società moderna per raccontare la speleologia noi in prima persona che ne abbiamo una esperienza approfondita e specializzata?
Durante il dibattito i relatori hanno anche presentato una piccola testimonianza lasciata da Chris Scaife e Carolina Smith, rispettivamente editore e capo della redazione di Descent Magazine, per confrontarsi anche con realtà internazionali e capire quali domande loro si siano posti e quali risposte hanno cercato di darsi ai temi sopra esposti. In chiusura la traduzione del loro intervento.
Nonostante i tempi stretti nella quale il dibattito si era aperto al pubblico presente, la platea si è dimostrata molto reattiva agli stimoli lanciati dai relatori. Tutti consapevoli della necessità di adeguarsi ai cambiamenti velocissimi che la società moderna ci pone. Molte le soluzioni esposte già adottate, alcune sperimentali, altre in via di avanzamento. Da parte dei più si è sentita forte la voglia e la necessità di aprirsi a competenze esterne per riuscire a superare lo scoglio di trovare una giusta, adeguata ed efficiente comunicazione con il mondo esterno, in special modo verso le istituzioni pubbliche.
Difficile tirare delle conclusioni, troppo veloci corrono i tempi moderni e questo cozza in maniera impari con la natura stessa dell’attività speleologica, che ha bisogno invece di tempi lunghi e lenti per portare a casa risultati che siano ponderati, studiati, ragionati, elaborati e che restituiscano all’esterno dati esaustivi, utili, leggibili e applicabili.
Ma siamo fiduciosi che l’innata voglia dello speleologo di divulgare al massimo ciò che è riuscito a scoprire nel buio profondo di grotte e abissi, che con tanta passione esplora e studia, lo muova a trovare delle pratiche soluzioni ai cambiamenti che il mondo della comunicazione gli pone innanzi.
Trascrizione del videomessaggio inviato da Chris Scaife e Carolina Smith della Redazione di Descent Magazine (GB)
trad. Rita de Filippo
Salve, sono Chris Scaife
EdiosonoCarolinaSmith
Smith – Siamo i proprietari e il team editoriale di Descent: la rivista di esplorazione sotterranea. Descent è la pubblicazione cartacea indipendente del Regno Unito per il mondo della speleologia. Innanzitutto, vorremmo ringraziare la Federazione Speleologica Toscana per averci invitato a partecipare a questo dibattito.
Scaife – Come potete immaginare, il tema della comunicazione speleologica è per noi molto importante. Riteniamo che la prima domanda che dobbiamo porci è che cosa vogliamo ottenere con questa comunicazione. Vogliamo informare i nostri colleghi? Attirare nuovi speleologi? Cambiare l’opinione che il pubblico in generale può avere dellegrotteedellaspeleologia?Evogliamo davvero raggiungere le masse? Perché la comunicazione sarà diversa in ogni caso. Nel nostro caso, la maggior parte dei nostri lettori sono speleologi, quindi forse la caratteristica più rilevante per noi è la pubblicizzazione delle scoperte di grotte. Direi che il Regno Unito in generale è un luogo in cui le scoperte di grotte vengono registrate e rese disponibili a chiunque sia interessato. La maggior parte dei nostri articoli su Descent riguarda le scoperte di grotte e ci sono guide pubblicate per tutte le principali aree speleologiche del Regno Unito.Questeguidefornisconoinformazioni accurate sulla posizione delle grotte.
Smith – A volte le scoperte delle grotte sono un po’ più segrete. Ciò può essere dovuto
a problemi con il proprietario del terreno, il che significa che l’accesso non sarà necessariamente concesso. Inoltre, le grotte con formazioni impressionanti o importanti resti archeologici di facile accesso hanno maggiori probabilità di essere vandalizzate o visitate da persone inesperte, che potrebbero trovarsi in difficoltà. In generale, però, non abbiamo notato una trasformazione nel nostro modo di comunicare, che è rimasto più o meno lo stesso dall’inizio della rivista nel 1969; si tratta naturalmente di speleologia scritta da speleologi per speleologi, ma cercando di trovare un equilibrio tra l’eccitazione delle nuove scoperte e le gioie della speleologia stessa, e di creare qualcosa di divertente da leggere piuttosto che una semplice raccolta di risultati, crediamo che le storie della speleologia possano raggiungere meglio i non speleologi.
Scaife – Sì, e credo che la maggior parte degli speleologi vorrebbe che la speleologia crescesse come attività, e uno dei modi migliori per farlo è che il grande pubblico veda storie e immagini positive della speleologia. Ricordo che al primo anno di università stavo per partire per un weekend speleologico quando uno dei miei coinquilini mi chiese perché non mi fossi infilato sotto il letto e non fossi rimasto lì per il fine settimana. Ai suoi occhi, erano essenzialmente la stessa cosa. In risposta, gli ho mostrato una fotografia di Gaping Gill, una grotta dello Yorkshire dove la luce del sole brilla attraverso una cascata di 100 metri che si getta in un’enorme camera. Si rese subito conto di aver giudicato male la speleologia.
Smith – Le foto, gli articoli e i libri sulla speleologia hanno il potenziale per essere di vera ispirazione. Senza dubbio molti speleologi direbbero di aver iniziato a praticare la speleologia grazie a qualcosa che hanno visto o letto.
Scaife – Credo che sia importante far conoscere al pubblico il lato migliore della speleologia: i posti fantastici in cui andiamo e l’emozione di scoprire parti del mondo che nessuno ha mai visto. Nella rivista cerchiamo di non concentrarci troppo sui salvataggi, che, almeno in questo Paese, sono probabilmente le principali storie di speleologia che fanno notizia. Naturalmente, le storie di salvataggio possono essere fonte di ispirazione tanto quanto le storie di scoperta. Il salvataggio in Thailandia, ad esempio. Purtroppo le cose migliori non si vendono altrettanto bene e quindi non vengono riprese dai media tradizionali, quindi spetta a noi, come collettivo, trovare il modo dicomunicareainonaddettiailavori.Equesto può assumere diverse forme, come tenere un discorso in una scuola o trovare il modo di coinvolgere le autorità locali. Ma crediamo chesiaqualcosachedevepartiredanoi.Epoi ci sono altre piattaforme, come i social media.
Smith – Con i nostri social media, che - ammettiamolo - possono essere il modo in cui la maggior parte delle persone viene introdotta alla speleologia al giorno d’oggi, ci proponiamo di promuovere la speleologia come qualcosa di meraviglioso. Oltre a condividere immagini e storie del nostro numero attuale, cerchiamo di pubblicare foto di grotte nel Regno Unito e all’estero, foto di spedizioni e anche di natura nelle grotte. Ci auguriamo che queste foto raggiungano anche persone che normalmente non leggerebbero di speleologia.
Scaife – I nuovi media possono presentare dei problemi, ma possiamo anche usarli a nostro vantaggio. Per quanto riguarda le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, riteniamo che sia ancora troppo presto per sapere come si evolverà. Non possiamo ignorarla e dobbiamo tenerla d’occhio. È un argomento
molto complesso, ma non dobbiamo dimenticare che la comunicazione senza il fattore umano non dovrebbe essere affidabile.
ps: è consigliabile comunicare preventivamente l’intenzione di inviare articoli in modo che la redazione sia al corrente del materiale in arrivo… Il materiale deve essere inviato entro aprile per il numero di giugno, ed entro settembre per il numero di dicembre. Tuttavia è possibile che comunque la pubblicazione dell’articolo slitti al numero successivo se il numero precedente è già completo.
ALCUNE NORME E REGOLE DI SCRITTURA:
• unità di misura: sono simboli, non sono abbreviazioni, quindi non necessitano del punto. Sono definite da norme internazionali e quindi: metro si scrive m e non mt o peggio mt.;
• la punteggiatura è sempre seguita da uno (uno solo, ma almeno uno) spazio, mai preceduta da uno spazio;
• gli spazi fra le parole sono necessari ma sono sempre uno solo. Non possono essere usati per aggiustare la lunghezza della frase;
• le iniziali maiuscole accentate (ma anche le minuscole) si fanno con l’apposito carattere, mai con la lettera normale e l’apostrofo, eventualmente basta inserire la corrispondente minuscola dopo il punto e il correttore farà il resto (esempio: E’, e’ errato, È, è corretto);
• la punteggiatura esclamativa o interrogativa va inserita una volta sola, anche se siete emozionati, per cui mai !!!! né ??? o !?!?;
• i puntini di sospensione sono tre per regola, evitate di metterne di più.
RILIEVI E CARTE
I rilievi devono essere salvati come file .pdf (in particolare quelli stampati grandi come allegato alla rivista stessa) , nel formato (A1, A4, mezza pagina, ecc…) concordato per la stampa. Devono essere file vettoriali sia in fase di disegno che di asportazione. Se il livello di dettaglio diminuisce si può optare anche per il file .jpg (mezza pagina o inferiore). Anche il livello di dettaglio e i tratti delle linee devono essere proporzionati alle dimensioni di stampa. Per capirsi, il rilievo completo dell’Antro del Corchia, non può essere pubblicato su una pagina di Talp perchè sarebbe una macchia nera illeggibile. Quindi rilievi di aree vaste dovranno essere molto poco dettagliati per poter essere pubblicati in rivista. Per dettagliare gli stessi, eventualmente, si può optare per la stampa in A0 o A1, come allegato a Talp. Questa opzione va convenuta con la redazione ed ovviamente il rilievo deve essere ben dettagliato e completo.
I rilievi di piccole cavità o di aree circoscritte sono ottimi da allegare agli articoli, magari inseriti a pagina intera. Cartografie ed immagini esplicative dell’area di interesse (es: geolocalizzazioni su google maps o simili) possono essere inserite come file .jpg previa l’indicazione della fonte nella didascalia. Anche in questo caso attenzione alle dimensioni di eventuali segni grafici nelle immagini.
Nel rilievo deve essere riportato: il dislivello dall’ingresso al fondo, numero di catasto, sigla della provincia e nome della grotta, data, autori dei rilievi, gruppi speleologici.
In una tabella a parte possono essere inseriti gli altri dati: comune, località, area carsica, quota d’ingresso, coordinate chilometriche Gauss Est – Nord, dati metrici di sviluppo della grotta, ecc.
Sia i rilievi che le cartine (geografiche, geologiche, ecc...) devono avere riportata la scala grafica.
Di seguito le dimensioni dei file per l’adattamento alle pagine di Talp:
- rilievo/cartografia a doppia pagina: misure cm 30 x 19;
- rilievo/cartografia a una pagina: misure cm 14 x 19;
- rilievo/cartografia a mezza pagina: misure cm 14 x 12;
- rilievo/cartografia a ¼ di pagina: misure cm 7 x 9.
È possibile fare un versamento unico per più abbonamenti. In ogni caso si prega di inviare a talp@speleotoscana.it copia del versamento effettuato e il nominativo/i e l’indirizzo/i a cui devono essere spediti i numeri di TALP.