

SOMMARIO

TALP ESPLORAZIONI 6 Metamorfosi
Di Susana Crespo, Marc Faverjon e Gianni Guidotti
TALP AMBIENTE
56 Pozzo livello 3… To be continued
Di Nadia Ricci
RICERCA E TERRITORIO
59 “Buca dei Ladri”
Di Luisa Dainelli
66 Candido, un incontro unico
Di Unione Speleologica Calenzano
72 La prima esperienza di speleologia in cavità artificiali: Poggio alla Guardia
Di Nadia Ricci
80 Speleoterapia e Antroterapia in Europa
Di Franco Utili
TALP MEMORIE
90 Buca di Tito
Di Rolando Alberti e Maria Del Giudice
IL B52 ENTRA NEL COMPLESSO DI MONTE PELATO
Fino ai primi giorni del nuovo anno il Complesso di Monte Pelato era costituito da Abisso Gerardo Bagnulo 465T/LU, Abisso Generatore 1279 T/LU, Abisso Astrea 1191 T/LU e Buca di V 1444 T/LU per un totale di 10 Km di sviluppo. Grazie alle recenti esplorazioni condotte dal GSB-USB, con l’aiuto del GSAApuano e del GSPistoiese CAI, il Complesso si arricchisce di un nuovo Abisso, il B52 2088 T/LU e di circa 1 Km di sviluppo.
La giunzione è avvenuta a 421 m di profondità, lungo le gallerie freatiche dell’Abisso Bagnulo, in una saletta tra il 3° lago e il sifone terminale e rende più rapido raggiungere zone esplorative molto promettenti.

MONITORAGGIO DELLA SORGENTE DEL MUGLIONE
A seguito degli accordi presi con la ditta EAB srl, concessionaria della cava Borra Larga – Monte Corchia, la Commissione ambiente e la Commissione scientifica hanno programmato un intervento di monitoraggio della torbidità della sorgente del Muglione 2140 T/LU.
Tale intervento dovrà verificare se con la ripresa dell’attività di coltivazione della cava, prevista durante il mese di marzo, le acque della sorgente avranno valori della torbidità più elevati rispetto a quelli ordinari.
Per il monitoraggio il 12 febbraio scorso è stato installato il fluorimetro, che rileverà i valori della torbidità, la sonda CTD, che rileverà i valori della conducibilità e la sonda barometrica.
Grazie alla realizzazione del programma di monitoraggio, la Federazione otterrà la fornitura di nuove sonde utili all’attività delle Commissioni.

PROVA DI TRACCIAMENTO ACQUE ALL’ABISSO TRIPITAKA
Lo scorso 26 novembre la Commissione scientifica ha eseguito un test di tracciamento delle acque, rilasciando 2 kg di fluoresceina alla base del P 52 dell’Abisso Tripitaka (1024 T/LU).
Le sorgenti monitorate erano la Pollaccia, presso la quale era stato posizionato il fluorimetro, la Polla dell’Altissimo, il Fontanaccio e Renara.
L’esito del test non ha confermato le ipotesi avanzate dalla Commissione: il fluorimetro non ha infatti rilevato il transito del tracciante alla Pollaccia e i fluocaptori presso le altre sorgenti sono risultati negativi alle analisi di laboratorio, fatta eccezione per la lieve positività di un fluocaptore di Renara, che però non può essere considerata prova di passaggio del tracciante dati i bassi valori.
Con buona probabilità il test di tracciamento verrà ripetuto, ampliando il numero delle sorgenti monitorate.
Da notare il fatto che alla base del P 52 è stata rinvenuta una cospicua quantità di marmettola, che la Commissione ambiente ha immediatamente segnalato al Parco delle Apuane, ai
Carabinieri Forestale, alla Regione e all’Arpat. Si attendono gli sviluppi della vicenda.

CORSO DI “FONDAMENTI E TECNICHE DEL RILIEVO IN GROTTA”
Il 7, 8 e 9 ottobre scorsi si è svolto presso i locali messi a disposizione dal Ristorante La Pollaccia, in località Retignano-Stazzema (LU) il corso Fondamenti e Tecniche del Rilievo in Grotta, organizzato dalla Commissione scientifica federale.
Scopo del corso era quello di fornire agli speleologi le tecniche necessarie per rappresentare una cavità carsica, focalizzando l’attenzione su cosa bisogna misurare e come farlo. Durante l’uscita pratica, che è avvenuta nell’Antro del Corchia sono stati rilevati alcuni tratti delle Gallerie degli Inglesi da tre squadre di lavoro. Inoltre sono state affrontate le tecniche di rappresentazione delle misure acquisite durante il rilievo in grotta e ciascuna squadra di rilievo ha presentato il proprio lavoro.
I relatori coinvolti: Leonardo Piccini, Marc Faverjon e Danilo Magnani.
Hanno partecipato al corso 20 speleologi di vari Gruppi regionali, ma anche di fuori regione. Durante il 2023 la Commissione scientifica prevede di organizzare la seconda parte di questo corso, che focalizzerà l’attenzione sui programmi software disponibili per l’elaborazione dei dati e la loro rappresentazione.

IX CONGRESSO REGIONALE FST VICOPISANO 2023
Si è concluso il IX Congresso regionale di speleologia “Toscana Ipogea Vicopisano 2023”, organizzato dalla Federazione Speleologica Toscana aps. Il Congresso ha avuto il patrocinio del Comune di Vicopisano, della Regione Toscana e della Società Speleologica Italiana ets. I numeri registrati dall’evento sono stati molto positivi, con 97 iscrizioni, provenienti non solo dalla Toscana ma anche da altre regioni, tra speleologi e addetti ai lavori.
Il programma del Congresso prevedeva la presentazione di 23 lavori, articolati su tre sessioni tematiche in base alle Commissioni di riferimento: scientifica e ambiente, catasto e informatica, editoria e comunicazione. Ogni sessione ha visto anche una tavola rotonda dedicata, per affrontare e approfondire i vari temi, dove i presenti hanno potuto esprimere opinioni e punti di vista e si è potuto analizzare anche le varie criticità da affrontare in futuro. Prima dell’apertura ufficiale del Congresso, si è tenuta l’annuale Assemblea ordinaria, durante la quale i Gruppi federati hanno votato per il rinnovo del Comitato Federale, le cui cariche saranno ufficializzate nei prossimi giorni.
Un ringraziamento particolare va al Comune di Vicopisano per aver messo a disposizione della Federazione un luogo così suggestivo come Palazzo Pretorio e all’Associazione Capitolium per l’assistenza e l’utilizzo del Teatro Verdi. Grazie anche al Circolo Arci L’Ortaccio per il servizio ristoro garantito durante i lavori, nonché per aver permesso l’organizzazione di una serata musicale, che ha contribuito a creare un clima conviviale tra i partecipanti al Congresso e i cittadini. In generale vogliamo sottolineare l’importanza della collaborazione tra le istituzioni, le associazioni e le attività commerciali del territorio.
Nadia Ricci





IX° CONGRESSO REGIONALE

DI SPELEOLOGIA
VicopisanoPI29-30Aprile,1Maggio2023
www.speleotoscana.it

congresso@speleotoscana.it

Si è appena concluso il IX congresso regionale di Speleologia “Toscana Ipogea” a Vicopisano, tre giorni intensi, tra presentazioni di progetti speleologici da parte dei gruppi o singoli speleo e tavole rotonde, a confrontarsi sui temi attuali e futuri delle commissioni della federazione. Pregevoli nei contenuti e nelle novità gli interventi del sabato pomeriggio riguardanti la biospeleologia, non da meno anche gli interventi dei giorni successivi che hanno parlato di esplorazioni e di progetti scientifici. Troverete tutti gli atti del congresso nel prossimo numero di Talp.

In questo numero, nelle cento pagine che seguono, invece, sarete trasportati in un’esplorazione che ha trasformato gli abissi di 1000 metri di profondità in un complesso di oltre 70 km di sviluppo nella Carcaraia. Arriverete alla buca dei Ladri ad occuparvi di biospeleologia e, voltando pagina incontrerete un pipistrello albino, passerete dentro una cava trasformata in miniera per poi conoscere la speleoterapia ed infine, ricordando qualcuno che non è più qui con noi, vivrete una piccola avventura.
In pratica si parlerà di scienza, come tutti noi la intendiamo, ma anche le esplorazioni sono scienza, scienza esplorativa e conoscitiva, tutta la speleologia lo è, non può definirsi diversamente, non è turismo, non è agonismo, è scienza. Non esistono vacanze o viaggi organizzati nelle grotte come non esistono campionati di speleologia. Esistono progetti, e congressi per presentare i risultati degli stessi. In questi momenti la speleologia si confronta, insegna ed impara il tutto per poi divulgare. Lo stesso Martin, Edouard Alfred, speleologo francese considerato il padre della speleologia moderna, circa un secolo fa considerava già la speleologia come ramo della geografia fisica.
Per concludere voglio citare l’assemblea ordinaria della federazione svoltasi la mattina di sabato 29 aprile prima del congresso, in quella sede sono state rinnovate le cariche del comitato federale per i prossimi tre anni e come presidente uscente voglio fare i migliori auguri al nuovo gruppo e raccomandarmi di fare meglio e di più di chi li ha preceduti. Buona fortuna ragazzi! Marco Innocenzi (Presidente uscente della FST)

METAMORFOSI: quando un abisso diventa complesso
A cura di Susana Crespo, Marc Faverjon e Gianni Guidotti Foto di Stefano Del Testa, Marc Faverjon e Daniele Moretti
Il Complesso dell’alta valle dell’Acqua Bianca o Complesso della Carcaraia si sviluppa sotto il versante nord del monte Tambura sulle Alpi Apuane (Toscana). È nato in seguito alla giunzione negli anni 1990/2000 dell’Abisso Saragato (350 T/ LU) con la Buca dell’Aria Ghiaccia (1027 T/LU) e l’Abisso Gigi Squisio (1628 T/LU).
Le esplorazioni, prevalentemente in risalita, condotte in questi ultimi quindici anni hanno permesso la scoperta di numerose gallerie e pozzi e di congiun-
gere al sistema l’Abisso Mani Pulite (1159 T/LU) e l’Abisso Chimera (1775 T/LU). Un nuovo ingresso, la Buca sopra la cava bassa di Carcaraia (357 T/LU), sta agevolando le esplorazioni ancora in corso. Il sistema dell’alta valle dell’Acqua Bianca ha oggi uno sviluppo di 76,9 km e un dislivello di 1215 m.
È stata avviata una campagna di rilevamento delle temperature, che sta permettendo di capire le dinamiche dell’aria e di elaborare un primo modello dell’aerologia del complesso.
“... Nessuna possibilità esplorativa”
Di M. Sivelli
Così, nel 1982, liquidavo l’Abisso Saragato in un’opera giovanile sugli abissi apuani.
Allo sconclusionato giudizio lascio immaginare quale facile ironia mi riserva oggi chi mi commissiona il presente cammèo (emoji!).
Tuttavia, ad esile difesa di quella sentenza si ammenda lo spiegone introduttivo alla famosa guida, e cioè che “le conclusioni e le prospettive” sugli abissi lì citati, erano da “considerarsi quantomai approssimative e basate sulle conoscenze attuali”.
Ipse dixit. Giusto un paio di anni dopo il Giovanni nazionale pronosticava invece le ben altre prospettive per chi avesse esplorato davvero il Pozzo Firenze.
Eppure, fin dai tempi di Martel, ogni manuale di speleologia che si rispettasse, non mancava di ricordarci l’importanza delle correnti a tubo di vento, di ingressi alti e bassi, dei camini da risalire con ragni, pali meccanici e ammennicoli vari.
Nonostante ciò, in quegli anni, le dottrine di cui sopra venivano applicate con metodo solo sul monte Corchia nella corsa alla giunzione fra l’Antro (120 T/LU) e il Cacciatore, chiamato Fighiera (53 T/LU). Un “duello” che diede peraltro una significativa spinta anche allo sviluppo di nuovi criteri esplorativi un po’ in tutta Italia. Non è un caso infatti che i grandi complessi sotterranei del nostro Paese cominciano a proliferare solo dopo quella irripetibile epopea esplorativa. A riprova di ciò, basterà passare in rassegna lo stato delle topografie pubblicate, allora, sui nostri bollettini. Per inquadrare il contesto globale in cui già si viveva, è utile tuttavia un ulteriore confronto, e cioè andare a osservare lo stato delle conoscenze con la contigua speleologia svizzera, che negli stessi anni inseguiva correnti d’aria congetturando su planimetrie a tre cifre…
Ma torniamo alla nostra amata Carcaraia, tanto invitante quanto mai avara di ingressi agibili.
Una nuova porta d’ingresso fu un’anonima frattura individuata da Enrico Muzzi, che la cattiva sorte ci costrinse a chiamare Roversi (705 T/LU).
Si trattò del primo vero grande abisso esplorato su sola corda dal GSB, con tempi per la verità piuttosto flemmatici, impegnandoci cioè tre anni per avere ragione di una serie di facili verticali.
Nonostante lo straordinario risultato ottenuto, la Carcaraia rimaneva un territorio verticale.
Un limite che cominciò a cedere alle planimetrie solo cinque anni più tardi, grazie ai “soliti” polacchi che a quei tempi imperversavano un po’ in tutta Italia. A - 300 una via in risalita al Roversi li portò a un nuovo limite che solo molti anni dopo gli attuali esploratori scoprirono essere quello originario posto alla base del Black
Hole, dedicato alla memoria di Sandro Mandini, il migliore di noi bolognesi.
Da lì in poi è storia contemporanea. E, ancor prima che efficace, estetica: punte lunghe prive “manzi” per il minor numero di uomini/donne per il maggior numero di chilometri esplorati. Fortuna? No.
Senza timore di smentite, l’avvisaglia di ciò che si andava preparando personalmente l’ebbi già sul fondo dell’Olivifer (1000, 1309 T/MS), dove una cascata poco sopra il sifone terminale, m’interrogava sulla sua irraggiungibile provenienza. Filippo allo stesso modo la scrutava, senonché lui esordì: “con du spittini si passa, ovvia”. Una nuova generazione di speleologi era nata.
Dal P. Firenze al Gambirillone attraverso lo specchio di Mani Pulite
Di G. Guidotti (GSF, GSLunense, SPG)
Ad intervalli lunghi ma con regolarità, torniamo a raccontare di uno dei grandi sistemi carsici italiani: il Complesso dell’alta valle dell’Acqua Bianca. Siamo nel cuore delle Alpi Apuane, nel settore altimetricamente più elevato e sul lato interno della catena montuosa.
La valle è delimitata dai monti Roccandagia, Tambura e Pisanino e da circa trent’anni è noto che al suo interno esiste un sistema carsico che oggi ha raggiunto dimensioni notevolissime.
Le esplorazioni continuano ad essere in svolgimento ma rispetto all’ultima pubblicazione consuntiva, le novità sono tali e tante che è opportuno fare un esteso resoconto.
Per comprendere a pieno ciò che segue è necessario leggere i numeri 44 e 63 di Speleologia; tuttavia, di seguito saranno richiamate alcune informazioni salienti per inquadrare il contesto che ha portato alle novità dell’ultimo decennio.
Nei primi anni ‘90, Valentina Malcapi, Filippo
Dobrilla e Gianni Guidotti, soci del G.S.Fiorentino, cominciarono a frequentare la Carcaraia spronati da Michele Sivelli, speleologo bolognese che con il gruppo felsineo si era occupato assiduamente della zona tra la metà degli anni ‘70 e ‘80.
Nel periodo compreso tra il 1966 e il 1990, erano stati esplorati alcuni abissi grandi e profondi, contraddistinti da modesti spostamenti planimetrici e dal fatto che i fondi di tali grotte si trovassero molto più in alto rispetto alla quota dell’ipotizzata sorgente.
Le insistite ricerche esterne avevano evidenziato una notevole difficoltà di accesso al reticolo profondo, imputabile alla presenza di grandi quantità di detriti, in uno scenario di carsismo epigeo ben sviluppato.
Idrogeologicamente la Carcaraia, come la confinante valle Arnetola, era ritenuta tributaria della sorgente del fiume Frigido presso l’abitato di Forno (MS), ma mentre per l’Arnetola il dato era stato verificato in più occasioni, per la Carcaraia l’attri-


Saragato: Un salto nella parte iniziale della grotta, esplorata nel 1966 dal GSF.
buzione si basava esclusivamente sulla positività dell’Abisso Roversi, ottenuta nel 1979.
In estrema sintesi era questo lo scenario esplorativo dell’alta valle dell’Acqua Bianca all’inizio degli anni ‘90.
Nel 1991 Michele Sivelli ci incoraggiò a rivedere il Ramo dei Polacchi all’Abisso Roversi. Era la nostra prima volta in Tambura e arrampicammo per oltre 200 metri di dislivello un grande ramo che continuava a salire.
Nel 1992 fu il turno dell’Abisso Saragato, la prima grotta importante scoperta nel 1966 dal G.S.Fiorentino.
La curiosità verso questo abisso dall’ingresso maestoso e dalla circolazione d’aria rimarchevole scaturì anche dalla lettura del libro “Abissi italiani” di Giovanni Badino e Roberto Bonelli, edito nel 1984.
Parlando del Saragato i due autori esordivano con queste parole: “Abisso significativo per la gran verticale che contiene, per lungo tempo la seconda maggiore italiana, ma soprattutto per l’aria che inghiotte in estate: è cioè un accesso alto del Complesso del Tambura” e chiudevano con: “Ben altro probabilmente aspetta chi decida di esplorare davvero le pareti del P210.”
In quelle parole c’era tutta la modernità del pensiero tridimensionale e la lungimiranza di vedere le
La Carcaraia in veste invernale.
grotte come “singole parole della pagina di un libro: parlare di queste è dunque importante ma assai più significativo è riuscire a vederle nell’insieme della pagina”.
Per completezza va detto che con grande realismo, considerato ciò che era noto in quel momento, affermavano anche: “… parlare di un unico sistema sotterraneo per la zona del monte Tambura è effettivamente un po’ accademico”.
Nove anni dopo l’uscita di quello splendido libro, la meticolosa esplorazione delle pareti del P210, (Pozzo Firenze) fruttò un’ampia finestra sospesa sul vuoto. Ci era toccata in sorte la prima porta di accesso al complesso. Oggi la somma dello sviluppo delle grotte collegate, che in ordine cronologico di giunzione sono: l’Abisso Saragato, la Buca dell’Aria Ghiaccia, l’Abisso Gigi Squisio, l’Abisso Mani Pulite, l’Abisso Chimera e la Buca sopra la Cava bassa di Carcaraia, supera i 75 chilometri e il totale di ciò che si conosce nella valle assomma ad oltre 90 km.
Finalmente la pagina del libro comincia ad essere comprensibile.
Almeno i due terzi delle scoperte fatte in questi trent’anni sono scaturiti da grotte già conosciute e solo la Buca dell’Aria Ghiaccia e l’Abisso Gigi Squisio hanno richiesto lavori di scavo pesante.
Un’altra singolarità del complesso è la scarsità di ingressi. Le ricerche esterne non sono mai cessate ma gli accessi al complesso sono solo 9, con l’aggravante che quelli effettivamente utili si riducono a 6.
Fin dal principio, la strategia esplorativa adottata, una volta scesi in profondità, è stata quella di seguire a ritroso gli arrivi d’acqua e parallelamente di porre la massima attenzione alle correnti d’aria.
Più di recente abbiamo imparato che misurando la temperatura dell’aria si possono avere utili indicazioni per reperire nuove prosecuzioni, che talvolta sfuggono anche allo sguardo più attento.
Ma i due fattori direttamente correlati che hanno consentito l’esplorazione di un complesso di questa vastità in un tempo relativamente breve sono: la costanza nell’azione e la continua tensione volta a migliorare le molteplici competenze necessarie.
Da quel lontano agosto del 1993, quando sospesi sul vuoto traversammo sul Pozzo Firenze, in Carcaraia sono cresciute almeno tre generazioni di esploratori che continuano a disegnarne con scrupolo maniacale la forma interna della valle.
Ciò che segue è una parte consistente di quello che senza tanto clamore, ma con lucidità e totale dedizione è stato fatto negli ultimi dieci anni.
Note sull’idrogra a e geomorfologia
Di M. Faverjon e G. Guidotti (GSF, GSLunense, SPG)
Visto sulla carta geografica, il perimetro dell’alta Valle dell’Acqua Bianca appare come una ampia “U” deformata e segue la linea che collega il tratto più settentrionale della cresta della Mirandola al monte Tombaccia.
Lungo questo articolato crinale si trovano anche il monte Pisanino, gli Zucchi di Cardeto, il martoriato Passo della Focolaccia e i monti Cavallo, Tambura e Roccandagia.
L’alta valle dell’Acqua Bianca ricopre un’area di circa 4,5 km2 e al centro di essa si sviluppa il complesso carsico che insiste su una superficie di circa 2,5 km2
Le rocce affioranti nell’area appartengono all’Unità delle Alpi Apuane e sono per lo più carsificabili. Vi si trovano grezzoni, marmi, marmi dolomitici, calcari selciferi e diaspri. Dal punto di vista strutturale la situazione è molto complessa. Sintetizzando e semplificando possiamo considerare una vasta anticlinale orientato secondo un asse nord – sud e complessivamente inclinato a 45° verso ovest. L’inclinazione degli strati rimane comunque molto variabile. In profondità, nella porzione centrale e occidentale della conca, si notano delle pieghe con stratificazione verticale o addirittura con pendenza orientata verso est.
La sottozona denominata Carcaraia, nome che impropriamente viene utilizzato per indicare la valle nella sua interezza, è contraddistinta da un carsismo superficiale molto sviluppato e da cospicui accumuli di detriti rocciosi sia di origine naturale che artificiale.
L’asse della valle punta nettamente verso nord e questo esalta le caratteristiche del clima apuano, che è di tipo temperato umido, tant’è che l’area è flagellata da precipitazioni che mediamente sfiorano i 3000 millimetri annui (dati della stazione pluviometrica di Orto di Donna rilevati nel periodo 19511995).
Tanta parte della pioggia prende la via del sottosuolo infiltrandosi in maniera diffusa e, solo occasionalmente, si registra scorrimento superficiale,
che è circoscritto ai solchi torrentizi denominati rio Rondegno e rio Ventagio, i quali, unendosi, danno origine al Fosso dell’Acqua Bianca.
La storia dell’individuazione delle sorgenti di recapito meriterebbe, per quanto lunga e rocambolesca, un intero articolo ed è emblematica di due cose: l’estrema complessità idrogeologica che contraddistingue le Alpi Apuane e di come poche informazioni pregiudizievoli possono condizionare pesantemente le ricerche speleologiche ma soprattutto gli studi geologici.
La prima prova di tracciamento risale al 1979 e fu coordinata dal gruppo di Bologna che, insieme ad altri, era impegnato nell’esplorazione dell’Abisso Roversi.
Con la complicità di forti precipitazioni, in poche
Schema dei macro ussi idrici.

decine di ore il colorante fu rinvenuto alla Polla di Forno o sorgente del fiume Frigido (MS) e l’esito fu proprio quello che i più si attendevano.
Da quel momento la totalità del versante settentrionale del monte Tambura diventò la più importante tra le zone di assorbimento che recapitano acqua alla più copiosa sorgente apuana.
A partire dal 1993, dando per scontato che il punto di recapito fosse la Polla di Forno, si susseguirono numerose prove, sia dal Saragato che dall’Aria Ghiaccia, ma il risultato fu sempre negativo.
Fu solo nella primavera del 2000 che per la prima volta vennero monitorate anche due sorgenti presso Equi Terme - Barrila e Buca di Equi- ed è da qui che uscì l’acqua del Ramo N del Saragato.
Conseguentemente, visto l’andamento planimetrico, anche la Buca dell’Aria Ghiaccia fu assegnata al bacino idrogeologico che fa capo a Equi Terme.
Le esplorazioni successive al 2000, condotte negli abissi Mani Pulite, Perestroika (ad oggi non collegato al complesso), Chimera e presso il Ramo S-E del Saragato, sono state puntualmente seguite da prove che hanno dato i seguenti risultati: Mani Pulite e Perestroika sono collegate alle sorgenti di Equi Terme, mentre l’acqua di Chimera e quella che arriva al sifone di -985 del Ramo S-E alimentano il Frigido.
I ruscelli che scorrono all’interno di Gigi Squisio non sono mai stati colorati, perché la totalità della grotta insiste sul settore N del Saragato.
Tutto il lavoro, coordinato negli anni dalla FST, ci dice che l’alta valle dell’Acqua Bianca è divisa in due parti quasi uguali. L’acqua che si infiltra nella parte più alta della valle si dirige al Frigido, mentre la maggior parte della superficie posta a quote inferiori, invia l’acqua a Equi Terme.
Per essere ancora più chiari prendiamo a riferimento l’ingresso del Saragato, che per l’appunto è diviso in maniera asimmetrica dallo spartiacque interno.
Tutto quello che si trova a N, NO e O del grande ingresso fa capo a Equi, mentre il semicerchio E, S e O è collegato con la sorgente di Forno. L’unico interrogativo ancora aperto riguarda lo spicchio compreso tra N ed E, dove la linea di confine tra i due bacini non è ancora ben posizionata.
Entrando nel dettaglio del sistema carsico, la prima cosa da dire è che la rete idrografica è piuttosto frammentata ma solo una parte minoritaria degli
oltre 76 chilometri del complesso sono interessati da scorrimento idrico. Nelle parti altimetricamente più elevate del sistema, l’assorbimento diffuso dà luogo a una fitta rete di ruscelli che scendono verticalmente lungo fasci di fratture, spesso grandi già poco sotto la superficie.
Un po’ ovunque, ad esclusione della regione S-E del Saragato, si ha una moderata gerarchizzazione alla profondità di 300/400 metri.
Gli assi idrici di maggior portata sono tre: uno si trova a Chimera ed è la traiettoria che va dal Pozzo Osanna fino al sifone del fondo; gli altri due solcano il Saragato e sono la direttrice ingresso/fondo di -945 del Ramo N (lago sifone) e Regioni vicinissime/fondo di -950 (sifone). Il primo e il terzo asse si sviluppano secondo la direttrice est-ovest, favoriti da strati localmente più impermeabili (calcescisti) e dalla stratificazione stessa. Il secondo asse idrico, quello che inizia poco sotto l’ingresso del Saragato, ha una parte iniziale estremamente verticale; poi l’acqua segue la direttrice sud-nord dell’Infinita

Immissione del colorante nelle acque dell’Abisso Over 50, situato a Sud-Est del complesso.
Galleria prossima al campo base di Mani Pulite. Mani Pulite comprende un importante livello di gallerie eatiche sviluppate attorno a quota 700 m s.l.m..

Forra del Vento. Quest’ultima è impostata sull’asse principale dell’anticlinale e per tanta parte del suo percorso sono ben riconoscibili i segni del regime freatico che l’ha generata.
La regione S-E del Saragato e tutta la parte di complesso scoperta recentemente entrando dalla Buca sopra la cava bassa di Carcaraia sono contraddistinte da una parcellizzazione idrica esasperata; tuttavia, qui più che altrove, si conosce il percorso di quasi tutti i ruscelli. I sifoni che si trovano prossimi alla falda, soprattutto quelli che alimentano le sorgenti presso Equi Terme, hanno oscillazioni di livello marcatissime (oltre 80 metri) registrate sia visivamente che strumentalmente.
La situazione idrografica nella parte N-O della valle, cioè quella dove si sviluppa Mani Pulite, è più complessa e meno chiara.
Questo in parte è dovuto al minor impegno esplorativo dedicato a questa grotta, ma esistono anche cause oggettive che limitano la percorribilità delle traiettorie dell’acqua.
Il tratto di grotta che va dall’ingresso fino a -650 è percorso, in condizioni normali, da un ruscello di portata modesta (0,80-1 l/s).
A -650 s’innesta un’affluente di uguale portata e circa 70 metri più in basso si trova un sifone posto a quota 720 m s.l.m., quindi 300 metri sopra il livello della falda. Per questo motivo nel 2000 si provò senza successo a superare il sifone con un’immersione subacquea.
Poco sopra il sifone inizia un lungo tratto fossile e dopo mezzo chilometro di sviluppo s’incontra un bivio (Per di qua-per di là) seguito da un pozzo, alla base del quale c’è nuovamente un sifone.
In occasione della colorazione, presso quest’ultimo sifone fu posizionato un captore per verificare il collegamento con il primo sifone, ma il risultato fu negativo.
Dal bivio si continua ancora per un lungo tratto di condotte fossili prima di trovare nuovamente scorrimento idrico che arriva dal Ramo dello squalo, diramazione risalita per circa 300 metri di dislivello. Verso valle il ruscello si perde in una fessura impercorribile che talvolta non è sufficiente a ricevere tutta l’acqua che arriva.
Dopo il bivio con il Ramo dello squalo, si continua per una galleria rettilinea dalla tipica forma di “buco di serratura” - che è occasionalmente percorsa da una parte dell’acqua del Ramo dello squalo - sino ad incrociare ortogonalmente un’altra galleria ancora più grande, impostata sull’asse NO-SE; in lontananza si sente il rumore dello scorrimento.
La galleria, pavimentata con grossi ciottoli arrotondati e nella quale, in condizioni normali, non scorre acqua, ha una lunghezza di circa 50-60 metri ed è un’asse importante di Mani Pulite.
Alle estremità si trovano due arrivi d’acqua di portata analoga (6-7 l/s).
Quello sul lato S-E sgorga da una frana, scorre per pochi metri nella galleria e si infila in un buco sul pavimento. In situazioni eccezionali, che abbiamo avuto la fortuna di osservare direttamente, il suddetto buco non è sufficiente a smaltire tutto il flusso e la galleria viene inondata da un vero fiume, al quale si aggiunge anche parte dell’acqua del Ramo dello squalo.
L’arrivo d’acqua sul lato di N-O proviene da un sifone che per due volte è stato oggetto d’immersione, ma che non è stato ancora superato.
Le sue acque precipitano in uno sfondamento non
lontano dal tratto di galleria dove è stato montato il bivacco fisso.
Questo è l’unico attivo di tutta Mani Pulite che è possibile seguire oltre la profondità di -700 metri e che raggiunge il sifone terminale di -1050 metri.
Ritornando all’arrivo sul lato S-E, nel tempo si è riusciti a superare la frana e a individuarne una triplice origine: una parte arriva da un sifone che è alimentato da ciò che scorre nei saloni Marcella, una parte dal Ramo Senza Imbrago e una dai Saloni sopra il campo.
Questi scorrimenti che partono dalla zona centrale del complesso (zona di congiunzione Spluto/Mani Pulite) e si dirigono verso ovest, costituiscono il quarto asse idrico importante del sistema. Questi tre attivi si approfondiscono per salti successivi, seguendo, grossomodo, la giacitura stratigrafica locale.
Infine, una nota qualitativa delle acque nel sistema.
Negli ultimi tempi non si è più registrata la presenza di marmettola ed idrocarburi, riscontrati invece in passato (in maniera copiosa per i primi e in maniera saltuaria per i secondi).
Ciò indica, dal momento che l’attività estrattiva non è mai cessata, che vi è una maggiore attenzione e controllo nei processi di coltivazione del marmo.
La geologia e geomorfologia dei sistemi carsici del versante settentrionale del Monte Tambura sono state ampiamente descritte da Leonardo Piccini in Speleologia n°44. Ci limiteremo pertanto a fare una descrizione di alcuni elementi geomorfologici nuovi ed a interpretarli con la fantasia propria degli esploratori non specialisti della materia geologica, ma che tuttavia osservano da tempo con molta attenzione ciò che esplorano.
I precedenti studi geomorfologici sottolineavano la prevalenza di morfologie vadose a quote superiori agli 800 m s.l.m., mentre la maggior parte delle condotte di origine freatica s’incontrano a quote inferiori anche se occasionalmente se ne riscontra la presenza a quote maggiori.
Le esplorazioni successive al 2001, soprattutto quelle del Gigi Squisio-Spluto e quelle recentissime del Ramo E.T. e dei suoi prolungamenti (Condotte del Boomerang, Ramo dei Fiorentini) hanno dimostrato la presenza di estesi livelli freatici fra le quote 1000 e 1250 m s.l.m.. Si è inoltre confermata l’esistenza di importanti volumi vuoti a quote medio alte (Pentola d’oro, Sala Gambirillone e Sala Furia Buia).


Le Condotte del Boomerang hanno un’origine eatica. Si aprono a quota 1000/1100 m s.l.m..
Mani Pulite. Arrivo d’acqua sul lato N-O della galleria del campo base.
Analizzando in dettaglio il rilievo notiamo che tutti i grandi volumi del sistema, ad esclusione dei saloni di Mani Pulite, sono posizionati lungo la dorsale principale del complesso di asse nord-sud.
È anche lungo quest’asse che ritroviamo tutte le grandi verticali del complesso ed i livelli freatici posti alle quote maggiori.
Lo studio del sistema citato in precedenza [Piccini, Speleologia n°44], individuava due livelli freatici posizionati intorno alle quote 800 m s.l.m. e 650 m s.l.m., che corrisponderebbero a due momenti di una stessa importante fase di carsificazione profonda, dovuti a un rapido abbassamento del livello di base. Questi due livelli mostrano inequivocabilmente un paleo deflusso orientato verso settentrione.
Le esplorazioni successive al 2001 hanno evidenziato l’esistenza di un terzo livello di gallerie freatiche piuttosto sviluppato, posto intorno alla quota di 1000 metri e che si spinge verso l’alto fino a 1250 metri.
Ritenendo tutt’ora valide le ipotesi di Piccini, questo livello potrebbe essersi generato in occasione del primo repentino abbassamento del livello di base.
Il Complesso della Carcaraia si contraddistingue anche per la significativa presenza di grandi vertica-
li (>150 m). Probabilmente è qui che si ha la maggiore concentrazione di grandi verticali al mondo.
Una di queste, il Pozzo Firenze, si apre nella zona alta del complesso (quote 1370 - 1160 m s.l.m.); tutte le altre sono nelle parti profonde del complesso.
Guardando più nel dettaglio si nota che sei verticali (Spada di Damocle, Bonatti, W la Grigna, Wanda Marchi, Isteria e Senza Ritegno) si aprono attorno a quota 1100 m s.l.m. e arrivano attorno a quota 800 m s.l.m., mentre altre cinque (Touching the void, Disgusto, Plexiglass, Dubbio Amletico e Aki) si aprono attorno a quota 800 m s.l.m. e arrivano attorno a quota 600 m s.l.m..
Numerose di queste verticali si sono formate lungo delle pieghe locali con stratificazione pseudo verticale o addirittura rovesciata, al contatto tra litotipi differenti.
I livelli della base e di partenza di queste grandi verticali corrispondono comunque abbastanza fedelmente all’altitudine dei tre livelli freatici definiti in precedenza.
Uno studio morfologico di dettaglio del livello freatico alto e delle parti verticali che collegano i vari piani permetterà, probabilmente, di capire meglio la genesi di questo grande sistema. È ad oggi ancora da realizzare. La parte superiore del Ramo dei Fiorentini presenta delle belle morfologie eatiche. Si sviluppa a quota 1150/1200 m s.l.m..


Saragato: Ramo S-E e altro
In ordine cronologico il Ramo Sud-Est (di seguito riportato come Ramo S-E) è stata la seconda diramazione scoperta.
Il traverso sul Pozzo Firenze aveva sbloccato le esplorazioni e con le prime tre uscite seguendo la via attiva (Ramo Nord, di seguito ‘Ramo N’), fu raggiunto un lago sifone a -945.
Era la prima volta che una grotta del versante settentrionale del monte Tambura si spingeva così in profondità, fino a quella che pensammo fosse la falda freatica.
Il ramo fu lasciato attrezzato per tornare quanto prima a versare del colorante nel lago terminale, sebbene ci fosse la convinzione che l’acqua andasse alla sorgente di Forno, la stessa dell’Abisso Roversi.
In quel momento ci era sembrata una formalità, ma più avanti vedremo quanto diversa sia la realtà dei fatti.
Un altro valido motivo per un sollecito ritorno presso il sifone terminale era la fortissima circolazione d’aria che attesta il collegamento con accessi meteo bassi.
Fino a -520 m il Saragato è un susseguirsi di pozzi interrotti da brevi e puntuali meandri; oltre questa quota l’abisso ci stupì con una spettacolare forra percorsa da una violenta corrente d’aria, che gli valse il nome di Infinita Forra del Vento.
Andammo a cercare l’origine del flusso a monte dell’Infinita Forra del Vento e a -520 oltre ad andare incontro all’aria, con grande sorpresa, incontrammo le prime condotte di origine freatica. Si tratta di una regione assai complicata dove in estate arriva aria da ogni parte.
In quella prima fase esplorativa, insieme ai bresciani del GGB e dell’ASB e ai veronesi dell’USV, seguimmo l’unica via discendente percorsa dalla corrente d’aria e per la seconda volta in pochi mesi raggiungemmo un sifone a -985 (fondo Ramo S-E).
Diversamente dal Ramo N, la corrente d’aria indicava il collegamento con ingressi meteo alti
e così disarmammo fino a -650 m, dove c’erano diramazioni da vedere.
Conseguenza naturale di quell’annata frenetica che aveva rivoluzionato le conoscenze all’interno della Carcaraia, fu volgere nuovamente lo sguardo verso l’Abisso Roversi, il cui fondo si trovava molto più alto rispetto ai due sifoni del Saragato.
Per completezza e per meglio comprendere il momento storico va ricordato che in quegli anni l’intera valle era investita da un attivismo esplorativo mai visto prima, alimentato da un gran numero di attori delle più svariate provenienze.
Tra i più assidui c’erano i gruppi di Reggio Emilia e di Lucca. Gli emiliani dopo una lunga disostruzione stavano avanzando alla Buca dell’Aria Ghiaccia, mentre i lucchesi avevano da poco finito di esplorare l’Abisso Mani Pulite, fermandosi su due distinti fondi a 300 metri di profondità.
Per parte nostra nell’estate 1994 superammo il vecchio limite del Roversi raggiungendo un sifone a -1250 m.
Fu un altro bel lavoro di fiorentini, bresciani, veronesi. Oggi in molti la chiamano speleologia trasversale e sembra che si tratti di una novità, ma in realtà non era una cosa inedita neppure nel 1994.
Torniamo al fondo del Ramo S-E e più precisamente all’acqua che vi scorre.
Nel 2010 con il complesso già ben strutturato e composto dalle grotte Saragato, Buca dell’Aria Ghiaccia e Gigi Squisio, il ruscello che percorre il Ramo S-E era rimasto l’unico ad avere una destinazione sconosciuta.
Una lunga serie di colorazioni fatte con il fondamentale sostegno della FST, ci aveva consegnato il seguente quadro idrografico: l’acqua del complesso, più quella degli abissi Mani Pulite e Perestroika riemerge alla sorgente di Equi Terme, mentre gli abissi Roversi e Chimera sono collegati alla sorgente del Frigido.
In un fazzoletto di calcare con una densità di carsificazione molto elevata e dove non ci sono apparenti ostacoli litologici, l’acqua inaspettatamente preferisce dividersi in due vie quasi contrapposte. Colorare l’acqua del Ramo S-E era indispensabile per tracciare con più precisione la linea spartiacque all’interno della valle. La prova fu effettuata nella primavera 2010 e dette positivo alla sorgente del Frigido.
Saragato: Ramo S-E 2010-2014
Nel periodo compreso tra 2000 ed il 2010, il Saragato era rimasto ai margini delle esplorazioni. Il baricentro dell’attività si era spostato prima all’Abisso Mani Pulite (2000), poi nel Gigi Squisio (2003) e all’Abisso Perestroika (2003) e per ultimo all’Abisso Chimera (2008).
La colorazione del collettore del Ramo S-E del Saragato ebbe il merito di riportarci in zone viste frettolosamente, quando il complesso era appena abbozzato.
Nell’agosto 2010 la situazione era questa: Chimera e Ramo S-E condividevano la stessa sorgente e distavano non più di 500 metri, ragion per cui rivedere il Ramo S-E diventava una priorità. Raccontata così può sembrare che la giunzione fosse l’obiettivo, invece c’era altro: capire perché all’interno della Tambura l’acqua prenda due strade diverse e individuare la linea spartiacque interna.
Fu allestito un bivacco nella galleria sovrastante il sifone terminale, proprio dove l’intensità della corrente d’aria è al suo massimo (campo -900).
Diciassette anni prima era stata proprio la direzione dell’aria che indicava lontanissimi ingressi alti a farci desistere, ma era ancora nitido il ricordo di un grande camino lungo la galleria di -900. Settanta metri di arrampicata su solide pareti marmoree scurite dalla corrente d’aria, ci portarono su un complicato livello di piccole condotte fossili.
Superata questa zona, che è ancora da vedere con cura, incontrammo una serie di pozzi completamente fossili collegati da brevi meandri, fino ad intercettare una via discendente attiva (I svalico).
Quest’ultima è il bypass al fondo del ’93 e seguendo l’acqua raggiungemmo un sifone leggermente più basso (quota -985 m). Fu una piacevole ed inaspettata sorpresa, ma le grandi gallerie che in altri settori del complesso si incontrano poco sopra la falda, qui non furono trovate.
Spinti dall’energia di Laura Paolieri che in pochi mesi era riuscita ad unire le forze di nuovi e giovani elementi con quelle di alcuni reduci delle prime esplorazioni fiorentine, riprendemmo a salire.
Nello stesso periodo fu anche rivista la zona compresa tra il Pozzo Plexiglass e il campo di -900 (Ramo dei Lord).
Il rilievo spiega più di tante parole, mostrando quanto sia intensa la carsificazione in questo settore di montagna, e per l’ennesima volta conferma la validità del metodo: concentrare le energie nell’azione all’interno, anche a molte ore di distanza, anziché imbarcarsi in lunghe disostruzioni esterne dall’esito imprevedibile.
All’inizio dell’estate 2013, sul fronte principale eravamo saliti quasi 400 metri di dislivello e finalmente era ricomparsa la corrente d’aria ad aiutarci nella scelta della via.

Ramo S-E: la grotta in piena sopra il sifone terminale.

A settembre dello stesso anno si verificò un evento che cambierà l’andamento delle esplorazioni per un lungo periodo.
Due giovani compagni di esplorazione, senza proferire parola, continuarono proprio dove poco tempo prima eravamo arrivati insieme e scesero i primi 150 metri di un grande pozzo, senza però raggiungerne il fondo.
La settimana seguente toccò a Laura Paolieri, Stefano Del Testa e Gianni Guidotti scendere i restanti duecento metri.
Al fondo, il ramo è ostruito da una frana pochi metri più in alto della falda, ma lungo la via occhieggiavano alcune grandi e lontanissime aperture.
Tutto molto promettente, ma la vicenda umana ci aveva così tanto disgustato da farci perdere interesse per quella esplorazione.
Il Saragato d’un colpo tornò quieto e i garfagnini, insieme all’onnipresente Marc Faverjon, ripresero ad andare a Chimera dove trovarono imponenti prosecuzioni (Ramo Rainbow), mentre i fiorentini con gli amici di sempre, Valentina Seghezzi, Daniele Moretti, Paolo Carrara e Marco Bertoli, si concentreranno prevalentemente su Mani Pulite.
Tutto sommato non fu un cattivo affare: Chimera crebbe di oltre 3 km, mentre a Mani Pulite prese il via quel puntiglioso lavoro di revisione esplorativa, che nel settembre 2018 portò al collegamento con l’Abisso Gigi Squisio.
Settore Nord-Ovest della valle 2018: Mani Pulite si unisce al complesso
Facciamo un passo indietro. Nel 2000, con Buca dell’Aria Ghiaccia e Saragato ormai uniti e con l’acquisita consapevolezza di muoversi in un complesso dai confini indefinibili, avevamo mirato al settore Nord-Ovest della valle.
L’idea era quella di oltrepassare i confini dell’alta valle dell’Acqua Bianca per puntare verso la confinante val Serenaia.
Proprio in val Serenaia a metà degli anni Novanta, emiliani e compagni avevano trovato l’Abisso Pannè. Un colpo magistrale impreziosito dal fatto che due degli ingressi della grotta sono grandi e, nonostante ciò, erano sfuggiti a tutti per decenni. In breve tempo ne era scaturito un piccolo complesso (circa 5 chilometri di sviluppo spaziale per un dislivello totale di 585 m) che ha la singolarità di svilupparsi prevalentemente nella formazione geologica del calcare selcifero.
Nel 1997 la colorazione dell’acqua accrebbe ulteriormente l’interesse per la Serenaia, in quanto inaspettatamente il tracciante uscì alla sorgente di Equi Terme. Per contro, nello stesso periodo, dell’acqua della Carcaraia, fatta eccezione che per quella che scorre nel Roversi, non si conosceva la destinazione finale.
Fu quindi ripetuta la prova di tracciamento sul Ramo N del Saragato e per la prima volta venne con-
La Galleria dei cocci, al culmine delle risalite del 2014 del Ramo S-E .
Il Ramo Senza Imbrago inizia a poca distanza del campo di Mani Pulite. Si snoda per più di 300 m sub orizzontali in direzione est, seguiti da circa 400 m di arrampicate. È stato esplorato negli anni 2000 e poi rivisto nel 2018. È in cima a queste risalite che fu realizzata la giunzione con il Gigi Squisio.


nel
Pozzo
Ramo Senza Imbrago di Mani Pulite. 400 m di pozzi sono stati saliti in Mani Pulite prima di raggiungere la zona di giunzione con il Gigi Squisio.


siderata anche la sorgente di Equi Terme, che risultò positiva.
La naturale conseguenza fu andare a rivedere l’Abisso Mani Pulite, che si trovava proprio a metà strada tra il Complesso Saragato-Aria Ghiaccia e l’Abisso Pannè, lungo quella ideale traiettoria che collega il cuore della Carcaraia alla sorgente di Equi Terme.
All’inizio del 2000 il gruppo di Firenze trovò una prosecuzione a Mani Pulite e 9 mesi dopo la grotta era diventata il terzo -1000 dell’alta valle dell’Acqua Bianca. Alla profondità di -700, c’è un importante livello di gallerie ed è a questa quota che fino al 2003 si sono concentrate le esplorazioni, portando lo sviluppo della grotta a circa 10 chilometri.
Ma l’Abisso Mani Pulite continuava ad essere distante sia dal Pannè che dal sistema Saragato-Aria Ghiaccia.
Il 2003 è un altro anno fondamentale per la Carcaraia.
I fiorentini, continuando nella ricerca di una via per la val Serenaia, trovarono la prosecuzione dell’Abisso Perestroika, mentre i pratesi, dopo una lunga disostruzione, penetrarono in profondità in una grotta che battezzarono Gigi Squisio.
Con poche uscite Gigi Squisio fu collegato al complesso e per i successivi cinque anni, cioè fino alla scoperta dell’Abisso Chimera, lo Squisio sarà il fronte esplorativo più promettente e frequentato della Carcaraia.
Con metodo e pazienza, i pratesi scoprirono un dedalo di gallerie che si dipana per svariati chilometri e una parte consistente di questo groviglio sovrasta le regioni settentrionali del Saragato, tant’è che furono realizzati altri due collegamenti.
Le gallerie di Gigi Squisio puntavano anche verso ovest, cioè in direzione dell’Abisso Mani Pulite e i pratesi insisteranno a lungo nella ricerca del collegamento, ma senza successo.
Diversamente da fiorentini, garfagnini e c., che scientemente da sempre evitavano le disostruzioni preferendo lavorare all’interno, nel 2016 i pratesi aprirono un nuovo ingresso dello Squisio (lo Spluto) che li avvicinò sensibilmente alle zone più prossime di Mani Pulite, ma il collegamento continuava a negarsi.
Risulterà invece fondamentale la conoscenza di Mani Pulite e delle correnti d’aria che la percorrono. Nel 2018 tornammo a rivedere il Ramo Senza Imbrago, il Ramo di Mani Pulite più vicino al Gigi
Squisio. Si tratta di una lunghissima diramazione che dalle gallerie di -700 fu risalita per oltre 350 metri di dislivello, fino ad un banale restringimento sferzato dal vento.
Quando ci arrivammo la prima volta, Gigi Squisio non era ancora conosciuto e per raggiungere quel luogo servivano oltre dieci ore, così le esplorazioni si spostarono su altri fronti.
Ad inizio estate 2018, le due grotte erano distanti solo duecento metri e nel Gigi Squisio le esplorazioni pratesi si erano arenate in ambienti grandi e complicati, dove non era facile seguire la corrente d’aria.
Il vecchio limite del Ramo Senza Imbrago, invece, si lasciò superare facilmente e una prova di tracciamento dell’aria eseguita i primi giorni di agosto, attestò inequivocabilmente l’esistenza del collegamento con Gigi Squisio. Un mese dopo fu realizzato il collegamento e lo sviluppo totale del complesso raggiunse i 50 chilometri.
Ramo S-E 2018-2020
Ci vollero quasi cinque anni di decantazione e l’arrivo di una nuova e motivata compagna di esplorazioni (Susana Crespo) per tornare nei luoghi del misfatto.
Sul finire del 2018 sistemammo il campo e trovammo una nuova diramazione proprio al culmine delle risalite. Da quel momento, con cadenza mensile, facemmo uscite di più giorni e nella primavera 2019 diventarono due i rami che proseguivano: gli Acrobati e l’Olivo impollinatore.
Entrambe le vie erano percorse da flussi di aria importanti, continuavano verso l’alto e autorizzavano ad immaginare sviluppi interessanti ma imprevedibili. Ricominciammo a fare ciò che più ci piace e che meglio ci riesce: avanzare nella pancia della montagna per il puro piacere di farlo senza porsi obiettivi precisi.
Inizio estate 2019: per non disperdere energie e materiali, decidemmo di puntare solo su uno dei due rami.
Pupi (il marchigiano Daniele Moretti) lo aveva battezzato Olivo impollinatore in ossequio ai giovani olivi che in quel periodo si dilettava a piantare nel campo di casa e con un nome così nobile il ramo non poteva deluderci.
Amici vecchi e nuovi si alternarono, andando incontro a un fiume d’aria che aumenta via via che si sale.
Ramo della luna, che riporta al sifone terminale del Ramo S-E, è stato trovato nel 2019; nel primo periodo di esplorazioni sul onte remoto delle risalite dell’Olivo impollinatore continuammo anche la rivisitazione delle zone intorno al campo base dei Lord di –900 dal momento che non era stato ancora installato il campo base avanzato.

Il ramo, a dispetto della quota, si permette anche il lusso di spostarsi in pianta. Sembra la replica dell’estate precedente, cioè quando a Mani Pulite trovammo il passaggio verso Gigi Squisio, ma ora la distanza è maggiore e siamo costretti ad allestire un campo avanzato.
Agosto 2019: continuammo a salire lungo un meandro fossile completamente rivestito di concrezioni nere, con la corrente d’aria che dopo l’innesto di un ramo che arriva dal basso (Pozzo Wanda Marchi) diventa violentissima. Poi, svicolando fortunosamente attraverso una frana, raggiungemmo la base di un enorme pozzo. È la Sala di Gambirillone, uno dei luoghi più imponenti del complesso e il nome non è altro che l’affettuoso appellativo che molti anni prima usavamo per Filippo Dobrilla. Nel grande vuoto della sala, la corrente d’aria era ancora nettissima e i due fori sul soffitto a ottanta metri di altezza, lasciavano pochi dubbi su cosa avremmo fatto l’estate seguente e comunque non prima di aver nuovamente spostato il bivacco. Nel giro di un mese lo scenario era radicalmente cambiato.
In totale, dal fondo del Ramo S-E avevamo risalito 750 metri, la qualcosa lasciava supporre la possibilità di raggiungere qualche ingresso alto da dentro, mentre la distanza in pianta da Chimera autorizzava a sperare in una possibile congiunzione, anche se la
direzione della corrente d’aria non era in accordo con quella dell’ingresso di Chimera.
Il resto della storia transita per il Messico e ricomincia nella primavera del 2020 da Chimera. All’inizio del 2020 Marc riuscì a portare tutti gli amici della Carcaraia in Messico, per una spedizione con svizzeri e francesi. Il volpone sosteneva che fosse una spedizione adatta anche a esploratori provinciali dalla bassa esportabilità e, per farci superare la nostalgia, nei momenti di pausa ci torturava con il riordino del rilievo del complesso della Carcaraia.
Ne scaturì l’idea di andare a Chimera prima di ritornare al Saragato e Stefano Del Testa, in arte Herba, il miglior conoscitore della grotta, ci portò a circa -550 sulla vecchia via verso il fondo, dove un grande camino attivo attendeva d’essere risalito. Con sorpresa scoprimmo che la direzione della corrente d’aria era in accordo con quella che transita nella Sala di Gambirillone e in poche uscite frenetiche ed efficaci, animate da Stefano, Laura Paolieri e Silvio Pierini, furono risaliti oltre 450 metri di pozzi. Il nome che attribuimmo al ramo, L’hanno presa di punta, è un doveroso tributo alle capacità e alla determinazione soprattutto di loro tre.
A inizio estate 2020 il rilievo diceva che eravamo ormai vicini al Saragato e il 9 luglio, scendendo da uno dei due fori nel soffitto della Sala
Il

di Gambirillone, chiudemmo la pratica. Il rilievo era pressoché in ordine ed il complesso raggiunse i 63 chilometri.
Il Ramo E.T.: le premesse
Nel 2001 sul numero 44 di Speleologia, descrivendo il Saragato scrivemmo: “a -520 c’è il primo vero nodo, cruciale, della grotta. Due sono le cose importanti da notare: la comparsa di strutture freatiche e l’aumento rilevantissimo della corrente d’aria, combinato ad un brusco abbassamento della temperatura”.
E poi ancora: “È intorno ad esso (nodo di -520) che in futuro dovranno concentrarsi le esplorazioni poiché, ad oggi, non è stata ancora chiarita la questione dell’aria, anche se quasi certamente questa è da mettere in relazione ai rami ascendenti che, probabilmente, risalgono all’esterno a quote più elevate dell’ingresso.”
C’è un altro dato che riguarda il nodo di -520 e che all’epoca avevamo omesso perché ci sembrava troppo strano e non sufficientemente verificato: la direzione della corrente d’aria nella condotta di collegamento tra Ramo S-E e Ramo N cambia di intensità ma mai di direzione. Centinaia di successivi passaggi in ogni condizione climatica avevano, poi, confermato l’informazione.
In tutto questo tempo non ci siamo mai dimen-
ticati di quelle osservazioni e d’altra parte non avremmo potuto, visto che quello è un passaggio obbligato per andare sul Ramo S-E. Semplicemente avevamo fatto cose che sembravano più importanti e più facili.
A metà della primavera 2020, dopo un periodo di forzata inattività causato dal covid, che Marc e Susi avevano utilizzato al meglio per lavorare al rilievo, andammo a -520 per alcune verifiche topografiche e per prendere delle misure di temperatura. Uscimmo con la convinzione di dover tornare sul Ramo E.T., l’unico di quel settore di grotta, mai più rivisto dopo la rapida esplorazione avvenuta nel 1996.
Il resto della primavera e parte dell’estate 2020, come abbiamo già scritto, la trascorremmo a Chimera, impegnati nella giunzione con il Saragato.
Tornammo sul Ramo E.T. solo a fine estate e con facilità superammo il vecchio limite, fermandoci alla base di un pozzo impostato al contatto tra calcare selcifero e marmo bianco. Ormai il termometro era diventato compagno fisso e constatammo che l’abbassamento della temperatura che si riscontra a -520, è da imputare alla temperatura dell’aria che transita su questa traiettoria.
Fu un bel colpo esplorativo!
Il resto ve lo racconterà qualcun altro che è stato protagonista.
Meandro del cavolo nero, così denominato per la presenza di usa di ‘cavoletti’ anneriti, che dalla testa del Pozzo Wanda Marchi porta alla Sala del Gambirillone.
Abisso Mani Pulite, una frontiera da abbattere per estendere il Complesso verso N-O
Di D. Moretti
Parlare delle cose già accadute in grotta è meno emozionante che guardare innanzi e prospettare ciò che resta ancora da esplorare. Ma bisogna pur farlo, per introdurre un filo storico delle attività esplorative e poi passare oltre, mirando al buio che ancora non conosciamo.
L’Abisso Mani Pulite venne trovato e esplorato nel 1993 dal G.S.Lucchese fino a -300: fin qui una grotta prettamente verticale, con due fondi distinti posti alla stessa quota. Sceso, rilevato, esplorato, disarmato.

Mani Pulite, galleria di accesso al campo.
Passano sette anni e nel 2000 il GSF, reduce dalla campagna delle esplorazioni delle Regioni Vicinissime e dei rami Scosciagalletto al fondo dell’Abisso Saragato, inizia una campagna di rivisitazione dell’Abisso Roversi in cerca di nuovi obiettivi verso ovest. Qui, le esplorazioni del 1994 avevano portato rapidamente al fondo di -1250 e altrettanto rapidamente era stato disarmato.
Cosa c’entra il Roversi con Mani Pulite? Apparentemente niente, ancor più allora di oggi, se non che, dopo le esplorazioni al remoto (e quasi sempre sommerso dalle acque) Ramo Scosciagalletto, che spinse la conoscenza dell’Abisso Saragato all’apice estremo nord-occidentale, venne l’idea di trovare una via di mezzo percorribile tra la alta valle dell’Acqua Bianca e la val Serenaia. Entrambe, infatti, drenano le proprie acque verso Equi Terme.
Già solo sognare di trovare la via era al tempo folle (un po’ meno oggi), farlo entrando dal Saragato da masochisti sia nel 2000 che 23 anni dopo!
Quindi, fra una punta e l’altra all’Abisso Roversi, venne riarmato anche l’Abisso Mani Pulite.
Quest’ultimo, posto in posizione più prossima al fondo del Saragato, avrebbe permesso di sognare di raggiungere in meno tempo l’apice nord-occidentale del sistema.
Venne trovata una prosecuzione a Mani Pulite, raggiungendo un nuovo fondo su sifone a -750: tracciato con la fluoresceina colorò la risorgenza di Equi Terme.
A seguito venne risalito un modesto camino a -700 che, tramite dei condotti freatici spesso concrezionati, ci permise di raggiungere un ampio sistema di gallerie: da una porta di servizio entrammo in qualcosa di più grande, immensamente più interessante e che ancora oggi non abbiamo ben decifrato.

Ci fu un prezzo da pagare prima di raggiungere la bella e ospitale galleria di -750, dove piazzeremo il più comodo e confortevole campo base del sistema: attraversare delle condotte allagate che formavano ben tre laghi! Giannetti passò per primo poiché usava i trombini. Gianni seguì con la muta stagna e fece la spola con i sacchi. Noi lo seguimmo, nudi, per non bagnare vestiti e scarponi.
Unico lusso: delle pattine per i piedi fatte con dei pezzi di dormibene. Vennero battezzati con il nome di Laghi delle passere a guazzo.
La zona del campo base di -750 è tutt’oggi un nodo cruciale, ma allora non avevamo gli elementi per capire a pieno quanto lo fosse.
Scendemmo un ringiovanimento attivo che dal campo porta in breve ad un P100. Proseguimmo lungo pozzi e meandri attivi fino al fondo -1060. Disarmammo risalendo. Da allora non ci tornammo più. Oggi è giunto il tempo di ritornare da quelle parti a rivedere finestre o camini che permettano di galleggiare in alto sopra i ringiovanimenti per spingersi ancora più a nord?
Negli anni a venire, vennero esplorate varie diramazioni che partono dal nodo del campo base.
A monte della galleria del campo base venne for-
Uno dei tre laghetti da passare a guazzo che si incontrano lungo la strada verso il campo base di

Entrando dallo Spluto, il ramo che torna indietro del Gigi Squisio permette di raggiungere il Grande Lino. Qui i traccianti aerei ci hanno indicato il passaggio verso Mani Pulite.
Mani Pulite.

Una lunga attura percorsa da una fortissima corrente d’aria congiunge lo Spluto/Gigi squisio con il Ramo Senza Imbrago di Mani Pulite.
zata una frana oltre un passaggio sempre battuto da intenso stillicidio. Poco oltre la frana, si trovano un sifone e una duplice diramazione.
La prima, dopo una serie di risalite, conduce ai Saloni sopra il campo, tutt’oggi oggetto di esplorazioni che lasciano presagire interessanti sviluppi.
La seconda prosegue in meandro, prima attivo poi fossile, con alcuni passaggi franosi: è il Ramo Senza Imbrago.
Sarà proprio attraverso questa via che, nel 2018, nel corso della campagna di rivisitazione di Mani Pulite, sarà intrapresa un’irreversibile ‘metamorfosi’ verso un complesso unico ed esteso.
Durante il campo estivo dello stesso anno, 400 m di dislivello più alti dal campo, dopo più di un 1 km di sviluppo con un’aria furibonda, ci era ormai chiaro che la via verso il Saragato, passando per il Gigi Squisito, fosse ormai tracciata. Mancava solo la prova.
Così, in collaborazione con il Gruppo Speleologico Pratese si concordò un’operazione di tracciamento dell’aria tramite odorizzante, con squadre distribuite su entrambi le grotte: a Mani Pulite, sul fronte esplorativo più remoto del ramo; al Gigi Squisio, laddove da rilievo sembrava essere più plausibile la giunzione, sul Pozzo del grande Lino.

Ometto della giunzione Mani pulite – Gigi Squisio. È stato raggiunto dalla squadra entrata dallo Spluto (Gigi Squisio) nella notte tra il 22 e il 23 settembre 2018, appena poco più di mezz’ora dopo che era stato costruito dalla squadra di Mani Pulite prima di ritornare sui suoi passi verso il campo base.

L’operazione diede esito positivo, ma in quell’occasione non fu possibile circoscrivere in maniera precisa da quale Ramo del Gigi Squisio arrivasse l’aria del Ramo Senza Imbrago poiché per questioni d’armo il punto prefissato della plausibile giunzione non fu raggiunto e il tracciante fu avvertito in una zona interessata da più arie che non permise perciò di escludere alcune diramazioni del labirintico Gigi.
Il tracciante dimostrò che le grotte erano collegate; restava da fare la giunzione… pedonabile.
Fu un’ottima occasione per condividere con più gruppi e persone un evento esplorativo importante per la costruzione del complesso.
A settembre, dopo aver risolto preventivamente e congiuntamente la questione dell’armo ed aver effettuato un sopralluogo nel miglior posto candidato alla giunzione, una squadra composta da pratesi, garfagnini, fiorentini e francesi entrò da Gigi Squisio, mentre un’altra composta da un fiorentino, una bergamasca, una spezzina e uno jesino entrò un giorno prima da Mani Pulite.
E giunzione fu.
Fu una giunzione rocambolesca: la squadra di Mani Pulite, dopo aver rischiato di perdere un componente sotto una frana e aver continuato a risalire seguendo il tracciante nuovamente immesso nell’aria, dopo l’ultimo tentativo di contatto via radio e ultimato il materiale, alle 3.00 del mattino, con il morale sotto i piedi, ritornò sui suoi passi verso il campo base.
Solo mezz’ora dopo la squadra del Gigi Squisio raggiunse il fronte, ma una brutta scivolata, che si scoprì poi essere una spalla fratturata, li fece desistere dal raggiungere gli altri per condividere la notizia.
Nacque il complesso? In parte già c’era, vero. Ora più grande.
Nacque sicuramente la consapevolezza che si poteva osare: sognare in grande senza essere più presi per folli (ed eravamo fermi solo a 50 km).
La chiave era collaborare ed esplorare.
Per esplorare, banalmente, bisogna andare in grotta, assiduamente e con una prospettiva di cosa cercare senza disperdere preziose energie.
Sulla collaborazione gli esploratori della Carcaraia ne avevano preso atto da tempo, tanto da darla ormai per scontata.
Dal 2018 ad oggi seguirono altre giunzioni ed esplorazioni che hanno portato alla dimensione attuale del complesso di 76,8 km.
Un ampio salone si estende nei pressi del campo di Mani Pulite. Qui le esplorazioni sono tuttora in corso.

A Mani Pulite ci siamo poi tornati in maniera saltuaria, con obiettivi circoscritti: è stata esplorata una diramazione parallela del Ramo Senza Imbrago e è stata rivista la zona nord-occidentale del campo.
Nel gennaio 2023, con una punta di tre giorni in 9 persone, è stato riaperto il libro di Mani Pulite e, come al solito, non chiude nulla.
Con queste righe si è mescolato passato, presente e prospettive avveniristiche.
Si è provato a descrivere alcuni fronti su cui operare per aspirare ad abbattere la frontiera nord-occidentale del complesso.
Resta da oltrepassare l’ipotetico “Vallo di Adriano”, la fortificazione di pietra tra il Pizzo Altare e Pizzo Maggiore ed entrare in val Serenaia, senza sparger sangue…
Se poi saranno ‘Pitti’ cavalcando da nord-ovest ad attraversare la Foce di Cardeto ad invadere l’accogliente campo base di Mani Pulite, stapperemo generose bottiglie di vino. Chi è passato per lì, sa che siamo di parola. Meglio il bianco, vista la temperatura ambiente.
Aggiornamenti dalla Chimera
Di S. Del Testa (SPG)
Nell’estate del 2008 lo SpeleoClub Garfagnana
rivisita la Buca del Selcifero ed individua un passaggio sfuggito ai precedenti esploratori proprio dove la grotta sembrava chiudere in stretti pertugi.
In tre mesi la Buca del Selcifero, chiamata poi Abisso Chimera, diventa il quinto meno mille della valle.
La grotta è caratterizzata da un copioso flusso d’aria, grandi ambienti di crollo in buona parte sul contatto tra i marmi ed il calcare selcifero.
La colorazione dà esito positivo al Frigido (la Polla di Forno), come il vicino Abisso Paolo Roversi.
Inizialmente viene esplorato il ramo attivo principale che, con un bel piano freatico posto sopra il livello di falda, conduce al sifone terminale a -1027 m.
Successivamente, con un traverso sul P130, denominato Mirage, viene intercettato un imponente ramo fossile spazzato dal vento che si ricollega al precedente nella parte terminale, sul grande Pozzo Touch in the void (P160).
Nel novembre 2008, proprio sul terrazzo del P130, Pozzo Mirage, da dove parte l’imponente
ramo fossile che conduce al fondo, in occasione della prova degli aspiranti del CNSAS, vengono mossi i primi passi in artificiale verso il ramo che poi chiameremo Rainbow.
Viste le molte zone da esplorare dopo la scoperta della Galleria di Sognando il Laos, queste risalite restano assopite fino all’estate 2012, quando, grazie anche all’entusiasmo delle nuove leve, vengono ripresi i lavori.
Risaliamo velocemente su roccia compatta il tubo di 140 m che ha il fondo in comune con il pozzo P130 Mirage e che in totale, sommando la parte sottostante, è il P275, il più profondo della grotta, che dedichiamo al grande alpinista Walter Bonatti.
La grotta continua a salire decisa seguendo la stessa stratificazione che incontriamo in discesa, sul ramo principale; attraversiamo i caratteristici calcari selciferi dove le dimensioni sono più contenute ed il passaggio meno scontato. I marmi lasciano il posto ai grezzoni, i pozzi si fanno meno ampi e si comincia a percepire la vicinanza dell’esterno.
Alla vigilia di Natale del 2012 arriviamo a -99 m,


Il Pozzo Touch in the void a Chimera; è uno dei più imponenti tra i 13 pozzi del sistema che superano i 150 m.


Passati i selciferi ritroviamo i marmi in un bellissimo P30. La strada verso la nostra Pentola d’oro è aperta.

Bivacco del Ramo Rainbow. L’esplorazione del complesso ha richiesto l’allestimento di 15 bivacchi di cui 7 sono ancora attivi.
L’esplorazione del Ramo Raimbow a Chimera è stata impegnativa sia per le distanze che per le temperature siberiane.


450 m sopra l’inizio delle arrampicate: un piccolo passaggio lungo un pozzo da 30 metri immette in una saletta dove si apre un meandrino polveroso che aspira avidamente l’aria che con tanta dedizione abbiamo inseguito.
La grotta scende per circa 150 m in ambienti modesti, nei grezzoni, tra fratture che si intersecano e condotte, dove non è chiaro capire la direzione da seguire.
Allestiamo un piccolo bivacco, freddo e ventoso ma che consente di vedere con calma le zone circostanti.
Seguendo l’aria come segugi, risaliamo un pozzo di una trentina di metri che, dopo uno stretto passaggio, si affaccia su un’ampia sala sgocciolante che chiameremo Sala del Cocorito.
Qui abbiamo la netta sensazione di essere entrati dalla porta di servizio in qualcosa di nuovo.
La Sala del Cocorito è la base di un pozzo circolare che risale per oltre 50m, tutt’oggi non esplorato, alla base ci approfondiamo tra passaggi in frana e pozzetti, fino ad intercettare un modesto collettore che dopo una scomoda forra si getta in un pozzo di circa 30 m.
Nella punta successiva, ormai ad inverno inoltrato, con due ore di avvicinamento e grandi zaini colmi di materiali, completiamo l’allestimento del bivacco per ben cinque persone, dotato di comodi
La Pentola d’oro, Ramo Rainbow nell’Abisso Chimera.
“letti a castello” e trasportiamo oltre 300 m di corde, spinti dall’onda dell’entusiasmo.
Ben presto capiamo che l’idea di stendere 300 m di corde in un’uscita resterà un sogno: l’aria e l’acqua si perdono in stretti passaggi impraticabili.
Ancora una volta l’entusiasmo e la caparbietà delle nuove leve fa la differenza: alla fine della giornata, individuiamo uno stretto passaggio per i più impraticabile; pare oltre ci sia un pozzetto, ma non ci sembra interessante o forse l’idea che da quelle strettoie pochi di noi sarebbero passati (io in particolare) non ci fa indagare oltre e ripieghiamo per tornare al bivacco e consumare una cena ristoratrice.
Dopo quel campo ci sono voluti due anni per decidere di tornarci, questa volta senza aspettative e con i ricordi assopiti.
Le strettoie sono ancora lì, come potevamo immaginare, il “pozzetto” sul quale si erano affacciati due anni prima, si rivela essere un P115, uno dei più impressionanti della valle. Il pozzo si apre con dimensioni modeste nei grezzoni, per lasciare il passo dopo 15 m ai marmi dove le moderne lampade a led faticano ad illuminare le pareti.
L’entusiasmo riaccende gli animi e con cadenza costante ricominciano le esplorazioni sistematiche.
Alla base del P115, un vero e proprio ravaneto scende su un successivo P80; alcuni saltini franosi conducono sul P170 che interseca perpendicolarmente una enorme forra, per poi chiudere su un invalicabile tappo di frana. Il rilievo ci dirà che siamo in asse con un ramo esplorato dalla Galleria di Sognando il Laos.
Da qui in poi le esplorazioni sono tuttora in corso, orientate sia nella ricerca di un passaggio che permetta di evitare i 450 m di risalita, sia di nuove prosecuzioni.
Nel frattempo, visto che il Ramo Rainbow richiedeva un impegno di almeno tre giorni, non sempre disponibili, iniziammo a risalire il grosso arrivo che piomba nella Sala dell’Aquila a -180 m.
Il ramo, chiamato Ramo del Draghino è caratterizzato da una modesta circolazione d’aria e si sviluppa lungo gli strati al contatto con il calcare selcifero. Quasi al culmine esplorammo un’ampia sala di modesta altezza, che chiamammo Sala del Posto Fisso. Questo ramo risale per circa 250 m, superando per 74 m la quota dell’ingresso principale, portando Chimera ad un dislivello totale di 1102 m. Il culmine chiude in passaggi impraticabili con poca circolazione d’aria ed, al momento, non vi restano particolari fronti esplorativi.

La Sala del Posto Fisso è il punto più alto di Chimera e del Complesso della Carcaraia.
Oltre il Gambirillone… il nuovo mondo di E.T.
Di S. Crespo (GSLunense)
Difficile raccontare l’esplorazione del Ramo E.T. senza cadere nella noiosa narrazione della successione delle uscite, poiché come in molte altre esplorazioni anche questo ramo non è altro che il risultato del succedersi di uscite, risalite, tentativi che uno dopo l’altro hanno portato a disegnare la grotta che conosciamo e che vi riportiamo.
Tuttavia, poiché questo ramo ci sembra quanto mai emblematico di quanto spesso si dice, ovverosia che le grotte assomigliano ai propri esploratori (o gli esploratori assomigliano alle grotte?), scriveremo dei punti e dei momenti significativi dell’esplorazione, di alcuni passaggi chiave nei quali la scelta è stata determinante.

Scelte dettate talvolta dal tentativo di interpretare i flussi d’aria, talvolta dall’immaginazione, ma sempre supportate da una dedizione tale da garantire il libero arbitrio: se oggi è qui, domani sarà là.
Convinzione fondata (35 punte per circa 50 giorni all’anno), ma che talvolta si scontra con la realtà, con un meandro che chiude, con una risalita sotto l’acqua, con una frana invalicabile, con una finestra che avremmo potuto non vedere se solo avessimo risalito un po’ più in là.
Scelte che hanno disegnato la grotta che oggi conosciamo e che nel metterle nero su bianco ci fanno immaginare l’altra grotta, quella che ancora non conosciamo.
Il Ramo E.T.
Nell’autunno 2020, dopo un paio di uscite preliminari per riprendere confidenza con quel tratto di grotta esplorato ‘frettolosamente’ nel 1996, come ripiego, in un fine settimana di intense piogge che impedivano l’accesso alle zone basse della grotta, riuscimmo a superare il limite esplorativo del Ramo E.T.
Da lì, risalendo lungo il contatto tra il marmo e il calcare selcifero, non senza difficoltà, alternando tratti fossili ad attivi, aggirando tappi di frana e indovinando la prosecuzione laddove era più difficile da immaginare, inseguendo la forte corrente d’aria, il 9 ottobre giungemmo al Terrazzo delle cacche pelose, così denominato per la presenza di fatta di media dimensione ricoperte da peluria.
Qui incontrammo le condizioni per poter installare un piccolo campo, necessario sia per la distanza dall’ingresso (-500+200) che per il ricco scenario che si apriva davanti a noi: da una parte un arrivo

Risalite nel Ramo E.T., Abisso Saragato.
d’acqua e d’aria, El viento (che deve il nome alla recente spedizione in Messico tra febbraio e marzo del 2020), e dall’ altra, il Meandro delle Api (in continuità esclusivamente toponomastica con l’Olivo impollinatore del Ramo S-E) delimitato a monte dal Pozzo delle api, un bagnato pozzo nel calcare selcifero e a valle da un salto nel nero.
Dopo tanto risalire, cominciammo dalla cosa apparentemente più semplice, la discesa del salto del nero nel Meandro delle api.
Scrivo ‘apparentemente’ perché la fatica di portare le corde sino al fronte esplorativo in una grotta che mangia tutto il materiale che vi entra resta la solita.
‘Lasciate ogni speranza, o voi che entrate’ sussurriamo alle corde ad ogni nuovo loro ingresso, perché anche quando si disarma un ramo che chiude, è per trasferirle in un altro che apre.
Ci sono corde che sono entrate da un ingresso e che, solo a fine vita, sono uscite da un altro ingresso.
Ritornando alla narrazione principale della discesa, sul tratto a valle del Meandro delle Api, dopo un P33, alla base del successivo P120, il Pozzo Usato Garantito, trovammo delle corde:

Campo base di breve installazione nei pressi del Terrazzo delle cacche pelose durante l’esplorazione del Ramo E.T.

P120. Usato Garantito.
L’esplorazione della prima parte del Ramo E.T. è stata realizzata, come tante altre in Carcaraia, dal basso ed ha richiesto numerose punte di arrampicata.

erano la sommità di una risalita di un centinaio di metri che partivano dalla sala a -650 m nel Ramo
S-E (Sala di Filippo l’eccentrico scultore), iniziate tanti anni prima da Gianni e Marco Taverniti, anche questa volta come ripiego per l’intensa pioggia.
Questo ramo, che non è altro che un gigantesco e verticalissimo meandro nel marmo, in regime estivo porta giù copiosa aria. Chiudemmo un anello che ci permise di affinare l’attendibilità del rilievo, ma, soprattutto, aggiungemmo un tassello al complicato rompicapo della circolazione d’aria.
Il passo successivo fu dunque cercare di capire da dove provenisse l’aria.
Dinnanzi a noi avevamo due possibilità: il Pozzo
El viento o il Pozzo delle Api.
Optammo per il primo perché in quella stagione meno bagnato diffusamente.
Vi anticipo che ad oggi, il Pozzo delle Api non è stato risalito perché la scelta che effettuammo ci portò ad un nuovo mondo che ci rapì e che, ancora oggi, ci tiene occupati.
Fu la scelta giusta? Ogni volta che passiamo da
quelle parti ci domandiamo cosa si celi in cima a quella risalita e che grotta avremmo potuto ‘disegnare’.
Come scriverò di seguito con maggior dettaglio, il Ramo di El viento ci portò molto vicino al Pozzo delle Api, ma per ora questi rimangono due entità differenti e la sensazione che abbiamo è che non valga la proprietà commutativa, che risalire le Api non ci avrebbe portato al El Viento e al nuovo mondo di cui ora scrivo.
La risalita del El viento parte da quota -400 (rispetto all’ingresso dell’a. Saragato) e si sviluppa nel contatto tra marmo e calcare selcifero lungo un arrivo d’acqua.
A -300 non fu più possibile seguire la via dell’acqua, ma attraverso un passaggio in frana sulla sommità raggiungemmo un ambiente fossile con due fusoidi paralleli. Risalimmo quello più orientale e promettente, mantenendo la solita direzione del percorso sottostante.
Arrivati a quota -275 m, in zone strette, l’aria (discendente in un regime estivo e perciò proveniente da un ingresso meteo alto) non era più chiaramente percettibile e non fu più possibile individuare nem-

meno un’angusta prosecuzione.
Eravamo prossimi all’esterno poiché sebbene a -275 m dall’Abisso Saragato, qui il volume della montagna sopra la testa è più basso di almeno 100 m.
Rilievo alla mano, individuammo le possibili grotte e chiedemmo aiuto a Bruno Steinberg che a forza di accatastare buchi e vagare per questa valle ne conosce ogni pietra.
La grotta più vicina alla zona risalita è la Buca sopra la Cava bassa di Carcaraia (357 T/LU) e a fine maggio 2021 vi andammo per fare un sopralluogo, rifare il rilievo e misurare le temperature dell’aria.
Quest’ultime erano allineate alla curva del Ramo E.T. ma la direzione dell’aria contrapposta (la Buca sopra la Cava Bassa di Carcaraia si comporta come ingresso meteo basso) e la consapevolezza che già in molti avessero tentato inutilmente di trovare la prosecuzione, ci fece desistere nell’immediato a continuare per questa via (sebbene avessimo individuato una fessura ancora inviolata con un vento furibondo).
Guardammo insieme a Bruno qualche buco soprastante, ma poi tornammo in grotta.
Lo Stargate
A Ferragosto, tra una traversata indimenticabile (ma che mai rifarei! vedi Talp n.57), una punta a Perestoika e un campetto interno a Mani Pulite, tornammo con ben poche speranze sul Ramo E.T. e, ormai prossimi a disarmare El viento, decidemmo di risalire anche il fusoide occidentale, parallelo a quello precedentemente risalito.
Da sotto, questi due fusoidi sembravano portare alla stessa cosa e così fu, ci fermammo su zone strette, ma, lungo le pareti, a pochi metri dalla sommità, individuammo una finestra dietro una quinta di roccia.
In generale, risalire è più faticoso che scendere. Vale in qualsiasi ambito in cui bisogna vincere la gravità.
Anche in grotta, esplorare in salita piuttosto che in discesa è più faticoso, ma differisce da questo anche per un altro fattore ancora più caratterizzante: educa alla perseveranza. A parità di dislivello illuminato, esplorare in salita richiede un maggiore tempo, un maggiore numero di uscite. O stanca o crea dipendenza e ‘obbedienza’ alla grotta: tanta è l’energia spesa, tanto il tempo trascorso sulla sosta a scrutare ogni centimetro che ti circonda, che oramai ne fai parte.

La Sala Furia Buia è stata raggiunta dal Saragato attraverso le risalite del Ramo E.T. Ora è raggiungibile in minor tempo anche dalla Buca sopra la cava bassa di Carcaraia.
Base del Pozzo che chiude, che non chiude per niente in quanto dà accesso alle Condotte del Boomerang.

Ritornando a noi, questa finestra fu frutto di questa perseveranza.
Ci permise di accedere in una zona molto disturbata tettonicamente e, al contempo, con segni di morfologia freatica: un percorso accidentato orientato est-ovest che ci condusse ad un trivio, lo Stargate, così denominato poiché il barometro iniziò ad impazzire.
Nella nostra fantasia fu come se fossimo dinanzi ad un portale di accesso a una nuova dimensione. Abbiamo registrato questo fenomeno più volte ma non ne abbiamo dato spiegazione scientifica provata. Ipotizziamo possa essere dovuto all’incontrarsi di grossi flussi d’aria, ma ciò lo deduciamo sulla base di alcune temperature rilevate e dalla percezione empirica.
Attraverso lo Stargate ci affacciammo su un meandro nel marmo ben lavorato, non più tettonicamente disturbato con un suo a monte, da cui arriva aria, e un suo a valle, in cui l’aria se ne va.
Seguendo l’a monte in salita incontrammo un
breve tratto orizzontale e poi un pozzo in discesa: arrivammo alla base del Pozzo delle Api attraverso un pertugio che difficilmente avremmo individuato risalendo quest’ultimo.
Lungo la discesa notammo un largo meandro in salita, il Meandro dei pipistrelli, con una forte aria discendente, che diventò ben presto nostro obiettivo.
Alla base del Pozzo delle Api confluiscono ben tre flussi di aria che arrivano da ingressi meteo alti.
Ritornando a quel discorso di fantaspeleologia con cui ho iniziato questo resoconto, ora che vi abbiamo fornito maggiori informazioni, forse è più facile comprendere quanto volessimo dire: se avessimo risalito dapprima il Pozzo delle api, neanche la direzione dell’aria ci avrebbe fatto intuire che ci fosse qualcos’altro.
Forse le temperature in cima al Pozzo delle Api (che ancora non conosciamo) ci avrebbero indicato un salto di temperatura e ci avrebbero parlato di altra grotta da cercare.
La rilevazione delle temperature è un ottimo strumento per capire e guidare l’esplorazione, ma il fattore umano resta determinante.
Il Salone Furia Buia
Seguendo la valle in discesa dallo Stargate, dopo un P16 dalla cui sommità scende un arrivo d’acqua, attraverso un P50, Pozzo Furia Buia, entrammo in un vasto salone, l’omonimo Salone Furia Buia.
Ci stupirono le sue dimensioni (30 m x 45 m, h 80 m), ma soprattutto la quantità di scenari possibili di prosecuzione.
Il primo ad essere scelto, fu un P60, il Pozzo che chiude.
In fondo, diversamente da quanto annunciato dal nome, la via non chiudeva e trovammo oltre 500 m di gallerie freatiche (le Condotte del Boomerang tra quota 1000/1100 m s.l.m.), aprendo in maniera esponenziale i fronti esplorativi.
Valentina Seghezzi e Marco Bertoli, esploratori di vecchia data della Carcaraia e per questo avvezzi a grandi spostamenti su corda, correvano estasiati; Gianni Guidotti e Susana Crespo seguivano rilevando: rilevammo circa 600 m in quell’unica uscita.
Fu poi la volta della finestra nel Salone Furia Buia che porterà al Ramo di Gionata, dell’inizio delle risalite del Meandro dei pipistrelli, dell’inizio della risalita del Ramo della Vale lungo le Condotte del
Boomerang e della discesa del Pozzo W la Grigna, all’estremità di queste: molte cose da portare avanti e molte altre da iniziare.
Il nono ingresso
Questo era lo stato delle esplorazioni della zona del Ramo E.T., quando, il 9 ottobre 2021 tornammo a vedere la Buca sopra la Cava Bassa di Carcaraia con il Gruppo Speleologico Lunense e Adriano Roncioni, che nel frattempo si era incuriosito dalla questione dell’aria.
Andammo con l’intenzione di disostruire la fessura individuata nel primo sopralluogo a maggio, ma mentre se ne discuteva Adriano notò un macigno che sembrava incastrato in un buco. Ci avvicinammo e oltre si vide un volume vuoto. Spostammo un masso che ostruiva parzialmente il passaggio ed eravamo dentro.
Le poche corde a disposizione ci permisero di affacciarci nella grotta dentro la grotta, ma fu con la punta successiva che raggiungemmo il bivio a -100 m dall’ingresso che riaccese in noi la speranza di poter entrare nell’a. Saragato.
In regime estivo, a -100 m l’aria arriva furiosa da un ingresso alto (dal Ramo dei Lunensi) e si divide: una parte va verso la Buca sopra la Cava Bassa di Carcaraia (noto anche come il Bucone) e una parte
va verso il basso, ipoteticamente verso il Saragato. Ecco, dunque, che la contrapposizione delle arie di cui precedentemente scritto non rappresentasse più un ostacolo, dal momento che, come nelle nostre più rosee fantasie, il Bucone stesse funzionando come troppo pieno dell’aria.
La giunzione sul Meandro dei pipistrelli non tardò ad arrivare e dopo due punte dal Bucone eravamo a bivaccare nel campo del Salone Furia Buia.
Spostammo il campo nel salone.
Il nuovo ingresso, il nono del sistema, permise un più rapido accesso alle zone esplorative e, ben presto, quelli che erano abbozzi di ramo si svilupparono.
Li riportiamo sinteticamente qui di seguito.
Il Ramo di Gionata
Il Ramo di Gionata ci riportò dal Salone Furia Buia nel cuore del sistema, tra il P33 e il P120 (Pozzo Usato Garantito) del Ramo E.T.; si spinse poi ad EST, planimetricamente oltre la Buca della Cava Bassa di Carcaraia ma si arrestò, oramai epidermico, contro una frana; ci permise poi, attraverso un bypass di ritornare al salone Furia Buia.
Il Pozzo W la Grigna
Il Pozzo W la Grigna, all’estremità delle Condotte del Boomerang, crebbe sino a raggiungere la pro-

Le Condotte del Boomerang.
fondità di 200 m; dal suo fondo parte un meandro fangoso che permise la congiunzione tra il II e III svalico delle risalite del Ramo S-E.
Poco prima del fondo, attraverso una diaclasi e un meandro, riuscimmo a spostarci notevolmente in pianta verso sud-ovest (di ca 200 m), raggiungendo dapprima la Sala del fauno (vicinissimo a Chimera, ma con la quale, al momento, non c’è collegamento) e, 50 metri più in alto, la Sala dei Tre fiumi.
Da questa si allontana sempre in direzione sud-ovest un ramo ascendente con una discreta circolazione d’aria che, ironicamente e sperando sia di buon auspicio, nominammo ramo verso il Roversi.
Il Pozzo W la Grigna continua anche verso l’alto ed è questo uno dei fronti esplorativi attuali.
Il Ramo della Vale
Lungo le Condotte del Boomerang, il Ramo della Vale portò ad affacciarsi su un pozzo, Pozzo dell’Isteria, dal dislivello totale di 365 m. Il fondo chiude in frana, ma a 40 m da questo, una finestra ci permise di ricongiungere le risalite del Ramo S-E in zone prossime al campo di -900.
La sommità del pozzo è tuttora in esplorazione
ed è di particolare interesse poiché sembra spingersi oltre il perimetro del conosciuto.
Mamma Furia e il Ramo Pochi ma buoni
La questione dell’aria iniziava a definirsi e iniziammo a trovare una logica.
Le giunzioni sulle risalite del Ramo S-E giustificarono in parte le anomalie.
La spiegazione più puntuale e globale dell’aria sarà oggetto di un altro resoconto, ma è doveroso qui citare un’aria particolare poiché la sua ricerca è stata la molla per un gesto folle: l’aria del Salone Furia Buia.
In regime estivo, tutti i contributi d’aria a noi noti arrivano nel salone. Ci chiedemmo dunque da dove poi andasse via tutta quell’aria e volgemmo gli occhi verso l’alto.
Iniziammo a risalire le pareti del salone. Dapprima tentammo la via dell’acqua senza successo.
Continuammo, poi, a risalire traversando lungo la volta, sino a raggiungere un varco a 105 m da terra. Questo si chiama Mamma Furia e ci permise di raggiungere nuovamente l’acqua, un’acqua che però riteniamo possa essere diversa dalla precedente (e che pensiamo possa essere quella che si incontra sul

Il passaggio chiave nel salone d’ingresso, scoperto spostando solo un sasso da Adriano Roncioni e il Gruppo Speleologico Lunense, ha permesso di congiungere sicamente la Buca sopra la cava bassa al complesso il 23 ottobre 2021.
P16 sopra il Pozzo Furia Buia). L’acqua arriva da un camino ancora da risalire ma andando oltre questa, all’estremo opposto, la grotta continua nel Ramo Pochi ma buoni, per fermarsi in frana, sempre molto epidermici come testimoniato dalla presenza di una fatta di dimensione notevoli, a 30 m in pianta dal fondo dell’a. Bailame.
Il nono ingresso e il nuovo mondo
Il nuovo ingresso non ebbe il solo merito di avvicinare i fronti esplorativi intorno al Salone Furia Buia, ma permise anche di conoscere un mondo nuovo.
Già a -100 m dall’ingresso incontriamo il Ramo dei Lunensi, di cui abbiamo scritto brevemente sopra. Questo è attraversato da un flusso d’aria notevole che in regime estivo arriva da un ingresso meteo alto.
Al trivio di -100 m l’aria si divide e in parte esce dalla Buca sopra la Cava Bassa di Carcaraia e in parte scorre via verso l’a. Saragato.
In regime invernale la circolazione inverte, ma

Base del P60 (che in realtà è un P50!) della Buca sopra la cava bassa di Carcaraia.

Il P60 della Buca sopra la cava bassa di Carcaraia.


nella scorsa stagione sono state poche le volte in cui le condizioni meteorologiche abbiano permesso di riscontrare il fenomeno: per lo più solo l’aria del Ramo dei Lunensi e della Buca sopra la Cava Bassa di Carcaraia cambia direzione.
Il Ramo dei Lunensi è un meandro discendente nel marmo, a tratti stretto, che con un salto dà accesso ad un ambiente allungato e dal soffitto difficile da illuminare e interpretare.
Dal lato opposto della via di arrivo, una serie di risalite ci portarono in zone strette ad una quota superiore del nono ingresso stesso, dove resta ancora qualcosa da vedere. La misurazione delle temperature e la diminuzione della portata dell’aria ci dicono, però, che qualcosa ci sta sfuggendo in questa zona, probabilmente nel suddetto ambiente allungato.
Le misurazioni di temperatura oltre ad essere funzionali a capire i flussi d’aria, sono un ottimo strumento esplorativo.
Lungo il Meandro dei pipistrelli lo sono state più che mai: la rilevazione di un salto di temperatura lungo il meandro ci portò a cercare laddove l’analisi visiva non avrebbe dato motivo, laddove non si intuiva discontinuità morfologica della grotta.
Fu così che individuammo, a -160 m circa dal

Pausa post punta nella Sala Furia Buia. Le recenti esplorazioni nel Complesso della Carcaraia hanno coinvolto una quarantina di speleologi, una decina dei quali molto assidui.
Il Meandro dei pipistrelli, che collega la Buca sopra la cava bassa di Carcaraia al Saragato, è senz’altro uno dei più belli del complesso.
Il Meandro dei pipistrelli, Buca sopra la cava bassa di Carcaraia.

nono ingresso, sulla sommità del meandro, il Ramo dei Fiorentini.
Anche qui, una serie discendente di saltini porta su un pozzo, un P110, il Pozzo Tausio Hai Paura.
Anche qui incontrammo un’aria furibonda.
In fondo al P110 l’aria si divide nelle quattro vie a noi note, ma la densità dell’esplorato e di carsificazione ci fa pensare che ancora altro è da disvelare.
La zona sembra un ‘labirinto verticale’e guardando il rilievo, sia in pianta che in sezione, non se ne può che convenire.
Cercheremo di descrivervela ma è un compito arduo, perciò lo faremo sommariamente.
Tra aprile e settembre 2022 aprimmo ben quattro fronti diversi intorno alla base del P110.
Sono riportati qui di seguito, in elenco solo al fine espositivo poiché la loro esplorazione si intreccia sia nei tempi che nei luoghi.
1. Ramo dei cartoni
2. Ramo Topolina e Ramo di Gianni
3. Ramo della giunzione
4. Ramo della speranza nera
Il Ramo dei cartoni
Il Ramo dei cartoni prende il nome da un fragile pozzo nel calcare selcifero, ma, poco dopo la partenza, si sviluppa principalmente nel marmo.
Una successione di verticali ci permise di arrivare velocemente al campo di -900 del Ramo S-E del Saragato.
Lungo il ramo, l’acqua si gerarchizza e, nel tratto finale, il passaggio, per un’angusta forra, è obbligatoriamente prossimo all’acqua.
Il regime idrico è molto mutevole. Si giunge, infatti, al campo di -900 dalla sommità della volta della galleria, poco distanti dalla tenda, attraverso un pertugio: in condizioni normali l’acqua scende come stillicidio, ma è capitato anche di vedervi una fragorosa cascata.
Il Ramo Topolina e il Ramo di Gianni
Il Ramo Topolina parte a meno di 10 m di distanza in pianta dal Ramo dei cartoni ed i primi 100 m di dislivello furono poi bypassati da un ramo fossile, il Ramo di Gianni, la cui partenza è proprio sopra il

La prima parte del Ramo dei Fiorentini è un bellissimo meandro scavato nel marmo e percorso da una fortissima corrente d’aria. Il ramo è stato scoperto grazie alle misure di temperature fatte nel Meandro dei pipistrelli che ne hanno rivelato la presenza.

Ramo dei cartoni, tant’è che inizialmente si pensava fossero la stessa cosa.
Il ramo prende il nome dal Pozzo Topolina, una verticale di 215 m che ci portò, di nuovo, al campo di -900 del Ramo S-E del Saragato.
Questa volta arrivammo sulla sommità delle Risalite sopra l’acqua del campo, risalite iniziate e portate avanti come ripiego durante l’esplorazione delle zone alte del Ramo S-E quando si bivaccava ancora a quota -900.
Lungo la discesa, incontrammo una promettente finestra, ma attraverso questa arrivammo sul Ramo dei cartoni.
I nostri occhi si soffermarono anche su altre finestre lontane ma disarmammo velocemente poiché altri fronti, apparentemente più interessanti, attendevano corde e poiché troppo interni al groviglio della grotta, in contrasto con la continua ricerca di qualcosa che esca dai confini del conosciuto, di una porta d’accesso per nuove aree della montagna sotterranea.
Il Ramo della giunzione
Il nome Ramo della giunzione fu dato come

Pozzo Tausio Hai Paura. Ben 5 rami partono alla sua base!
Ramo dei Fiorentini, Buca sopra la cava bassa di Carcaraia.


auspicio per un collegamento con le zone alte del Ramo S-E.
Anch’esso parte poco distante dai primi due: ad una decina di metri dal fondo del P110 si apre una condotta freatica che dopo un breve percorso intercetta un’altra struttura di natura vadosa percorso dall’acqua.
Quest’ultima, nelle sue prime parti, si sviluppa principalmente con giacitura est-ovest, diversamente dalle due vie precedentemente narrate, e questo ci portò a sperare in una rapida giunzione con il sottostante Ramo dell’Olivo impollinatore, per poter tornare su alcuni fronti rimasti in sospeso perché lontani dal campo avanzato stesso.
Ad oggi la desiderata giunzione non c’è, poiché la via principale della grotta muta direzione e riporta nuovamente sul Ramo Topolina.
Il Ramo della speranza nera
Anche il Ramo della speranza nera deve il suo

Pozzetto nel marmo alla base del Topolina, Ramo dei Fiorentini.

nome all’auspicio del solito collegamento; ‘nera’ non vuole rimandare solo alla disperazione della ricerca, ma anche al Meandro del cavolo nero (meandro della zona alte del Ramo S-E con cui accedemmo alla sala di Gambirillone), per la presenza di cavolini anneriti dall’aria.
Il ramo si apre dietro un sipario di roccia a 25 m da terra e continua, sempre in salita per altri 25 m.
Da qui un meandro, a tratti angusto, permise di affacciarsi su un pozzo.
La discesa ci riportò sul conosciuto, sul Ramo Topolina, ma contestualmente iniziammo a risalire il camino soprastante, animati dalla solita speranza.
Al termine della lettura di questo resoconto, soprattutto se svolta con rilievo alla mano, non potrete che convenire con la definizione di ‘labirinto verticale’.
Il vuoto a noi noto è tantissimo e tanto ancora pensiamo ci stia sfuggendo.
Questa è la sensazione che abbiamo dalla percezione dell’aria, sebbene essa sia di difficile analisi.
Riposo dopo il disarmo del Ramo dei cartoni della Buca sopra la cava bassa di Carcaraia.
Appare sempre più chiara, invece, la questione dell’aria nel nodo delle gallerie di -900 del Ramo S-E; così come si è palesata la lungimiranza e la validità dell’intuizione di iniziare a risalire da queste nel 2010.
Il metodo della Carcaraia di seguire a ritroso gli arrivi d’acqua e di porre massima attenzione all’aria, anche quando questo implicasse una volta scesi in profondità di dover risalire per centinaia di metri pur di raggiungere dall’interno porzioni di montagna ancora inesplorata, insieme alla dedizione e alla perseveranza, che sono in parte figlie del metodo stesso, hanno nel tempo premiato.
Va detto, per onestà e riprendendo quel gioco di fantaspeleologia con cui questa narrazione è iniziata, che difficilmente avremmo raggiunto gli stessi risultati nello stesso tempo proseguendo esclusivamente dal basso.

Disarmo del Pozzo Topolina nel Ramo dei Fiorentini della Buca sopra la cava bassa di Carcaraia. Le esplorazioni ci hanno condotto ad armare e disarmare tre -500 partendo dalla base del P110 Tausio hai paura in meno di 6 mesi!

Il 20 marzo 2022 congiungiamo la base del Pozzo Isteria con l’inizio delle arrampicate del Ramo S-E; il 12 giugno 2022 niamo l’esplorazione del Ramo dei cartoni sbucando dalla volta della galleria del Ramo dei Lord al Saragato; il 30 luglio 2022 arriviamo per la terza volta in poco più di quattro mesi al bivacco del Ramo dei Lord, stavolta passando dal Pozzo Topolina!

Ramo E.T., un po’ di toponomia
Di Marc Faverjon
Iniziamo l’esplorazione del Ramo E.T. durante gli ultimi giorni del 1996. Avevamo programmato una punta verso i fondi del Ramo Nord ma il meteo non era assolutamente con noi. Decidiamo pertanto di andare a vedere un piccolo ramo ascendente che inizia nella zona di -525 m. Siamo in quattro: due amici francesi, Pierre Senon e Sakti Cano, Gianni e il sottoscritto. Sakti aveva appena compiuto con successo il corso per diventare guida speleologica professionale in Francia. Nel Pozzo Firenze inizia a brontolare su questi armi di m… che non sono del tutto conformi agli standard insegnati nei manuali e nei corsi. Il pozzo era stato infatti appena riarmato con una corda che si era ritirata creando praticamente delle teleferiche anche nei tratti verticali! Arrivato alla vera teleferica Sakti entra in modalità Saragato “ho capito, siamo in un altro mondo” e si va avanti. Si arriva a -525 m, imbocchiamo il ramo SudEst e iniziamo a risalire ciò che diventerà il Ramo E.T. Arriviamo dopo qualche acrobazia in cima al P100 che ributterà poi verso la sala di Filippo. La partenza del pozzo è una lunga spaccatura che si allarga su un bel vuoto. Pierre e Sakti armano mentre Gianni viaggia una decina di metri avanti in spaccata sul P100 alla ricerca dei miglior posti per piantare gli spit, un’altra tecnica che non troviamo abitualmente nei manuali. Come spesso “Chiude tutto!”: manca la corda e ci fermiamo a metà pozzo. Siamo comunque molto soddisfatti della bella esplorazione realizzata in buona compagnia. Prima di sortire, per festeggiare il Capodanno, Pierre immortalò il nostro passaggio lasciando la scritta a nerofumo “P.S., S.C., M.F., E.T.” sulla parete. Gianni, leggendo la scritta, mi disse con il suo tipico accento fiorentino “Sono molto simpatici i tuoi amici ma potevano mettere anche le mie iniziali”. Nota alla quale rispose immediatamente Pierre “Ci sei, la E. e la T. sono per te!”, precisando che si sentiva di fatto come se fosse in un altro mondo facendo esplorazione con un simpatico extra terreste!”. 25 anni dopo abbiamo fatto fatica a ritrovare
la partenza del ramo di cui ci ricordavamo ben poco. Rimaneva nelle memorie soltanto la storia del simpatico extra terreste.
Topogra a del Complesso della Carcaraia
Di M. Faverjon
Il Complesso della Carcaraia nasce dalla congiunzione di tre -1000 (Abisso Piero Saragato, Abisso Mani Pulite e Abisso Chimera) e due -800 (Buca dell’Aria Ghiaccia, Abisso Gigi Squisio).
Attualmente sono nove gli ingressi: i cinque sopra citati più lo Spluto ed il Vip che sono altri accessi dello Squisio, mentre il W2 è l’ingresso alto di Chimera. L’ultimo è la Buca sopra la Cava bassa di Carcaraia che è il più grande. Ci sarebbe, alla luce delle ultime esplorazioni condotte nel Ramo dei Fiorentini, un altro -800. Il complesso si può pertanto definire come la congiunzione di tre -1000 con tre -800 m.
Il complesso si estende su una superficie di circa 2,15 km2 posta al centro dell’alta valle dell’Acqua

Bianca. La distanza fra i punti estremi del sistema, ingresso del W2 e fondo dell’Aria Ghiaccia, è di circa 2,1 km. Lo sviluppo del complesso raggiunge ora 76,9 km.
Il dislivello totale del sistema è di 1215 m.
Il punto più alto è il culmine delle risalite realizzate nella galleria della Prima Repubblica a Chimera a quota +86 m rispetto all’ingresso di Chimera (1586 m s.l.m.).
Il punto più basso è il sifone a valle del Saragato situato a -1094 m rispetto all’ingresso del Saragato (371 m s.l.m.).
Rilievo nel Ramo dei Lord. La sintesi on time del rilievo è stata fondamentale per la gestione dell’esplorazione.
All’interno del complesso si conoscono ben tredici pozzi con profondità superiore a 150 m e molti hanno dimensioni notevoli: P275 Bonatti, P185 Touching the Void, P165 Spada di Damocle, P230 Wanda Marchi, P240 del Disgusto, P340 Plexiglass, P210 Pozzo Firenze, P190 del Dubbio Amletico, P245 Pozzo Aki, P180 Senza Ritegno, P200 W la Grigna, P215 Topolina e P365 Pozzo Isteria. Quest’ultimo è uno dei più lunghi pozzi interni conosciuti al mondo.
È interessante notare che tutte queste grandi verticali si aprono nei marmi e marmi dolomitici lungo l’asse della piega sinclinale, spesso in corrispondenza di una stratificazione sub verticale.
Benché contenga numerosissimi pozzi il Complesso della Carcaraia rimane un sistema tridimensionale con un notevole spostamento planimetrico.
L’indice di verticalità è di circa 0,35 ed è più o meno uniforme in tutti i settori del sistema.
L’indice di carsificazione è piuttosto elevato: si ha infatti una media di circa 31 km di vuoto di varia formazione per km2 o 25,8 km per km3
Il volume del sistema è conosciuto con precisione soltanto per lo Squisio – Spluto (34 m2/m) e Chimera (56 m2/m). Il volume complessivo totale è stimato, per estrapolazione, a circa 3 300 000 m3 (circa 50 m2/m); vuol dire più o meno il volume della Haitting Hong Kong chamber, la quarta sala
conosciuta più grande al mondo! Rimaniamo piccoli nel nostro grande.
Per quanto concerne la topografia, il quadro è abbastanza completo.
Alcune parti, come Chimera e Gigi Squisio – Spluto, sono state rilevate totalmente e con cura. Queste sono le parti del complesso di più recente esplorazione delle quali disponiamo oltre che dei dati della poligonale anche dei dati che descrivono le sezioni trasversali (LRUD), elaborati con Vtopo, mentre il disegno in pianta e sezione è stato sviluppato su Autocad.
Per lo Squisio – Spluto è doveroso sottolineare il grande lavoro di sintesi realizzato da Mario Cecchi.
Il rilievo del Saragato è stato fatto per buona parte con il vecchio metodo, ovvero con bussola, clinometro, fettuccia metrica e stesura finale a mano con penne a china su carta lucida. Ciò non toglie nulla alla precisione del rilievo. Buona parte dei dati sono stati poi ricavati dai fogli di campagna per essere integrati sulla poligonale informatica. Purtroppo non sono riportate le misure laterali (LRUD) e questo rende i dati incompleti al fine di un’elaborazione 3D. Del resto, che consta di circa 4 km di sviluppo, disponiamo solo del disegno ma non dei dati numerici.
Il rilievo di Mani Pulite ha uno status molto simile a quello del Saragato con alcune parti di recente esplorazione rilevate con il DistoX e altre rilevate con il vecchio metodo. Le porzioni senza dati numerici rappresentano comunque meno di 0,6 km di sviluppo.
L’Aria Ghiaccia, sotto il profilo topografico, rimane il parente povero. Grazie al lavoro di Matteo Rivadossi (Pota) disponiamo, in generale, di ottime elaborazioni grafiche in sezione e pianta; tuttavia, mancano i dati numerici e anche il disegno della zona di giunzione con il Saragato. Bisogna comunque ricordare che questo rilievo è stato elaborato a pezzi prima dal GSPGC e poi dal GGB.
Le giunzioni topografiche sono state realizzate
CavitàSviluppo
con buona precisione in quota, spesso con differenze inferiori a 10 m, nonostante i saliscendi quasi infiniti. L’utilizzo quasi sistematico dell’altimetro, come strumento di controllo del rilievo, ha senz’altro contribuito a questo risultato. Il risultato è invece meno glorioso in pianta dove riscontriamo errori, mai spaventosi o sinonimo di problemi rilevanti di topografia, ma comunque significativi con valori che vanno fino a 60 m.
Per aumentare l’affidabilità del rilievo, abbiamo rifatto completamente in stile moderno le poligonali fra l’ingresso del Saragato e il bivio di -500 e fra l’ingresso dello Squisio e la cima del Pozzo Aki. Non abbiamo neppure esitato a rifare alcuni tratti di rilievo sui quali avevamo dubbi. Gli errori di chiusura in pianta sono stati ridotti, grazie a questo lavoro, a valori di circa 20 m.
Lo sviluppo indicato è la somma di quello estratto dalle poligonali topografiche e, per le parti di cui non abbiamo i dati numerici, dello sviluppo calcolato tramite Autocad sui disegni in sezione:
è pertanto piuttosto preciso.
Per quanto riguarda il dislivello del complesso, il dato di 1215 m è da intendere per difetto, poiché dovrebbe essere compreso fra 1215 e 1245 m: questi 30 m corrispondono alla differenza fra il dato topografico e il valore altimetrico rilevato in più occasioni al sifone a valle del Saragato.
Il lavoro di topografia delle varie parti del complesso è stato realizzato da numerosi speleologi su un arco temporale di 28 anni. Avere oggi un rilievo piuttosto completo di tutto il complesso è un bel risultato di cui siamo orgogliosi. La buona collaborazione fra i vari protagonisti è una delle chiavi del successo. L’altra chiave è proprio l’esplorazione: i rilievi ne sono il risultato e le esplorazioni non sarebbero state possibili senza il rilievo.
Un ciclo virtuoso da coltivare per chi aspira ad una speleologia efficace!
AnniesplorazioneAnnigiunzione
AbissoSaragato27970m1966-1993/2000-2010/2023 -
Bucadell’AriaGhiaccia 9960m 1993/19981998
AbissoGigiSquisio 11490m 2003/20202003
AbissoManiPulite8740m1993-2000/2023 2018
AbissoChimera15100m 2008/20212020
BucasopralacavabassadiCarcaraia3670m1965-2022/2023 2021
ComplessodellaCarcaraia 76930m
Seguendo l’aria
Di M. Faverjon e S. Pierini (GSF, SPG)
L’aria e l’acqua sono i due elementi che hanno maggiormente guidato le esplorazioni nel Complesso della Carcaraia. Ciononostante, all’acqua e all’aria ci relazioniamo in modo fondamentalmente diverso: si evita la prima per seguire la seconda.
Nonostante tutti i nostri sforzi per evitare l’acqua, siamo talvolta piombati sul livello di base. In realtà ciò non è stato invano, dato che ci ha permesso di delineare posizione e fluttuazioni del livello piezometrico. L’analisi dei flussi d’acqua e le tre colorazioni realizzate ci hanno poi permesso di capire che il sistema era a cavallo di due bacini idrologici distinti. Inoltre, ci ha fatto intuire che Chimera
avrebbe potuto essere connessa al sistema. L’acqua è stata per noi la prima chiave di comprensione del sistema, o in altri termini il primo elemento che abbiamo capito.
L’aria risulta invece più “furba” dell’acqua. È onnipresente, ma non si svela facilmente. L’abbiamo seguita, ma senza veramente capirla. È stata lei, oltre a qualche indiscrezione, che ha guidato i bresciani verso la giunzione tra l’Aria Ghiaccia e il Saragato. È anche lei che ci ha mostrato la strada che da Chimera ci ha portato al ramo Sud-Est del Saragato. È sempre lei che ha portato l’odorante da Mani Pulite allo Spluto confermando che il passaggio esisteva e

Sono stati posizionati dei data logger nei punti chiave del sistema per capire le dinamiche *delle temperature. L’ingresso di aria edda dalla Buca sopra la cava bassa di Carcaraia nel periodo invernale produce temperature negative

che, se non l’avevamo ancora trovato, era semplicemente perché non eravamo stati capaci di trovarlo.
È ancora una volta l’aria che, come racconta Gianni in queste pagine, ha permesso di trovare la strada verso il Plexiglass, il Ramo dei Lord e più recentemente di andare in su in direzione di Chimera.
Le correnti d’aria all’interno del complesso sono spesso notevoli, in particolare nelle zone prossimali degli ingressi del Saragato, della Buca dell’Aria Ghiaccia e di Chimera, o in alcuni tratti specifici del complesso come l’Infinita forra del Vento. Associamo facilmente la presenza di forti correnti d’aria al fatto che la grotta sia fredda. È almeno l’impressione che ci rimane dopo che si trascorre una notte gelida al bivacco del Rainbow o nel mezzo della perenne bufera del bivacco del Ramo dei Lord. L’uscita da Chimera, in particolare d’estate quando l’aria umidifica le pareti delle strettoie d’ingresso, conferma quest’impressione. Si sta invece piutto-
Prime analisi dell’aerologia del Saragato [Badino 1995].
sto bene al bivacco di Mani Pulite, dove la corrente d’aria rimane più contenuta. Con l’abitudine ci siamo costruiti una cartografia mentale delle temperature del complesso, o meglio, della nostra casa: il frigorifero, in ottemperanza alle ultime specifiche HACCP, è al Rainbow, mentre il salotto, caldo e confortevole, è a Mani Pulite. Le recenti misure di temperatura hanno confermato che c’è infatti una differenza di più di 5,5° C fra le zone calde e le zone fredde del complesso. Hanno anche mostrato che le zone veramente calde o fredde non sono quelle che intuivamo.
Le prime misure precise di temperature nel complesso sono state realizzate da Giovanni Badino nel 1995. Erano misure sporadiche, ma gli hanno comunque permesso di presagire alcune dinamiche termiche. Giovanni fece un’interessantissima descrizione del funzionamento aerologico del complesso: “Il Saragato è tutta la montagna e quindi il suo comportamento è la somma di tante colonne

d’aria simili a quelle della Malga (N.d.R. Abisso di Malga Fossetta) ma che si intersecano”. Notò l’arrivo di una grossa colonna fredda in zona del Bivio -525 (ramo Sud-Est) e avanzò, con riserva, l’ipotesi che potesse essere legato ad un arrivo proveniente da un ingresso a quota 1600/1650 m. Precisò che erano necessarie ulteriori misurazioni, scendendo lungo le varie colonne. Così concluse “come vedi, è un grosso casino” [Badino, 1995].
Prime campagne di misurazioni
In seguito, l’analisi delle correnti termiche è stata messa in secondo piano dalle esplorazioni in corso. Solo nel 2020 ci siamo riavvicinati all’argomento, grazie all’iniziativa di Gianni che ha acquistato un termometro di precisione.
In particolare, il termometro utilizzato è un Delta OHM HD2107.1, associato ad una sonda da aria Pt100, con una precisione del centesimo di grado. Dopo poche uscite abbiamo preso dimestichezza con lo strumento e definito un protocollo di misu-
ra: la sonda deve essere posizionata al centro della galleria, a favore di vento rispetto a noi (così da non influenzarlo), e bisogna aspettare che la sonda arrivi all’equilibrio (aspettando circa 10 minuti).
In seguito, con poche uscite riusciamo ad acquisire abbastanza dati puntuali da poter trarre delle prime considerazioni sui rami investigati.
Il Bivio di -525 in Saragato si conferma un nodo cruciale del sistema, caratterizzato da un notevole apporto di aria fredda. Rileviamo infatti una differenza di temperatura di 1,1° C lungo un percorso lineare sub-orizzontale di una sessantina di metri che va dal Bivio -525 verso la sala di Filippo. Questi stretti passaggi, investiti da una forte corrente d’aria, collegano una zona calda alimentata dall’aria che arriva dal Saragato e che si incanala lungo l’Infinita Forra del Vento, ad una zona fredda che corrisponde alla parte storica del ramo Sud-Est.
Queste misure ci hanno mostrato altri due aspetti molto interessanti per capire la dinamica termo aerologica del complesso: la grande costanza delle tempera-
Chimera
Chimera - Armi volanti
Chimera - Sognando il Laos
Saragato - risalite ramo SE
Saragato - ramo SE
Saragato - Forra del vento
Saragato - ramo Nord
Saragato - Ramo ET
Saragato - fino -525
Saragato - ramo dei Ghiri
Mani Pulite
Mani Pulite - ramo senza imbrago
Aria Ghiacciata
Squisio
Squisio - Bongi Jumping
Squisio - Spluto
Pozzo Isteria
Temperature rilevate nel Complesso della Carcaraia in °C in funzione della quota altimetrica in metri: principali rami.

Chimera
Saragato
Mani Pulite
Squisio
Aria Ghiacciata
ture durante l’anno nelle zone profonde del complesso e un andamento adiabatico molto regolare delle temperature, con valori attorno a 0,45° C/100 m, quando si sale o si scende in gallerie e pozzi in equilibrio. Abbiamo confermato il valore di questo gradiente in più rami del complesso, che risulta essere uguale al gradiente adiabatico dell’aria umida satura, e indica che la circolazione d’aria nel Complesso della Carcaraia è importante e gioca un ruolo preponderante nei trasferimenti termici [Luetscher 2004].
Come aveva già notato Giovani Badino, il complesso presenta una serie di colonne adiabatiche collegate fra loro da condotti di equilibrio. Il ramo SudEst, fra l’uscita della condotta di -525 e il campo del Ramo dei Lord a -900, è una di queste colonne. È tra l’altro la più “fredda” di tutto il complesso, non come valore assoluto, in quanto si sviluppa a quota altimetrica bassa, ma integrando la correzione legata al gradiente adiabatico descritta prima. Ha una temperatura inferiore di circa 0,6° C a Chimera le cui parti alte sono le più fredde in assoluto. Questa colonna fredda è circondata da due colonne calde, quella dell’Infinita Forra del Vento a nord e quella dell’Olivo impollinatore a sud. Quest’ultima è una stranezza di cui parleremo dopo, la prima, invece, è probabilmente dovuta ad arrivi di aria calda provenienti dalla zona del Pozzo Firenze del Saragato. Invece, la colonna fredda del ramo Sud-Est è pro-
babilmente generata da diversi contributi freddi; è logico che queste alimentazioni giungano in corrispondenza delle “pieghe termiche”, ovvero i punti in cui si passa da un gradiente termico adiabatico ad un gradiente termico di equilibrio fra due colonne. Durante l’estate del 2020, nell’ambito della caccia a questi ipotetici arrivi di aria fredda, decidemmo di rivedere un ramo furtivamente esplorato nel ‘96 e situato all’inizio del ramo Sud-Est: il Ramo E.T. In poche punte, dopo aver realizzato una breve arrampicata, esploriamo più di 1 km di gallerie e pozzi. Pensavamo allora ingenuamente, come ipotizzato da Giovanni, di seguire un flusso d’aria che proveniva dalle zone alte della montagna, dove la temperatura media annuale è più bassa, ma il ramo si dirigeva, invece, decisamente verso Sud-Est in direzione della Cava Bassa di Carcaraia. Questa Esplorazione ci confermò l’importanza delle correnti d’aria nel trovare rami e prosecuzioni nuove ma anche, e soprattutto, che in Carcaraia non vale la regola che stabilisce che l’aria fredda proviene dagli ingressi alti e quella calda da quelli bassi.
Poco tempo prima avevamo realizzato un’altra serie di misurazioni lungo il percorso della giunzione Chimera–Saragato. Ne risulta una zona fredda dall’ingresso di Chimera fino a -550 m, caratterizzata da un gradiente adiabatico; un arrivo di aria ancora più fredda verso -550 m, probabilmente

I ‘cavoletti’ presenti nelle Condotte del Boomerang sono orientati secondo la corrente d’aria principale che percorre ancora oggi la galleria.
proveniente dal Rainbow; una zona adiabatica calda dalla Sala del Gambirillone ed una zona di collegamento termico fra queste due colonne lungo le risalite del Ramo degli Armi volanti. Ci troviamo pertanto, ancora una volta, con una colonna calda circondata da due colonne più fredde. Questa colonna calda si trova a quote simili a quelle di Chimera e del ramo Sud-Est del Saragato, in quanto culmina poco sotto la quota degli ingressi di questi abissi. Queste osservazioni ci fecero pensare che le differenze di temperatura non erano dovute soltanto alla quota degli ingressi, che alimentano in aria questa parte della grotta. A confutare la logica altimetrica ha contribuito anche la giunzione Chimera–Saragato, in cui un ingresso meteo-basso (Chimera, 1500 s.l.m.) è stato collegato ad un ingresso meteo-alto a quota nettamente inferiore (Saragato, 1465 s.l.m.).
Ovviamente, sulla base della sola analisi delle quote e della meteorologia degli ingressi, questa giunzione non sarebbe dovuta esistere!
Un nuovo modello termico per il Complesso della Carcaraia
Durante il 2021 proseguiamo la mappatura termica del complesso, mettendo quasi sempre nel sacco il termometro, insieme al trapano e al pacco da rilievo. Queste acquisizioni ci hanno permesso di definire le principali interazioni esterno / interno. Il complesso comprende sei ingressi principali. Di questi, quattro sono ingressi meteorologici bassi, fra cui Chimera, che è l’ingresso più alto conosciuto. Il Saragato e Mani Pulite sono invece degli ingressi meteo alti. Le temperature durante la stagione estiva in questi due abissi non sono allineate lungo una curva adiabatica. Le temperature aumentano all’avvicinarsi della superficie e variano notevolmente in funzione delle condizioni meteorologiche esterne. L’influenza dell’esterno, generalmente limitata al primo centinaio di metri, si propaga nel sistema della Carcaraia fino a profondità superiori a 500 m: -525 m al Saragato e -700 m a Mani Pulite. La
Temperature rilevate nel Complesso della Carcaraia in °C in funzione della quota altimetrica in metri. 3 curve tipiche: ingressi (1) aspiranti e (2) so anti entrambi in regime estivo e (3) colonne adiabatiche.
Saragato - fino -525
Saragato - ramo dei Ghiri
Mani Pulite
Pozzo Isteria
(1)
Saragato
Mani Pulite
Chimera
Saragato ManiPulite
Chimera
Squisio
Squisio - Bongi Jumping
Squisio - Spluto
Chimera Chimera-Armivolanti
Chimera-Sognando ilLaos
Saragato-risalite ramoSE
Saragato-ramoSE
Saragato-Forra delvento
Saragato-ramoNord
Saragato-RamoET
ManiPulite-ramo senzaimbrago
Squisio
Squisio-Bongi Jumping
Aria Ghiacciata
Aria Ghiacciata
RamodeiFiorentini
RamodeiLunensi
Saragato
Forravento
Bucacava
Bucacava1
SaloneFuria
Bomerang ET-2
Sudest
Isteria
Cartoni
22,53,54,55,53456
Temperature rilevate nel Complesso della Carcaraia in °C in funzione della quota altimetrica in metri: Ramo SE Saragato, Ramo E.T. e Buca sopra la Cava bassa.
quota di equilibrio corrisponde alle zone in cui la serie dei pozzi d’ingresso dei due abissi va ad intercettare i flussi d’aria profondi che attraversano tutto il complesso.
Anche gli ingressi meteo bassi presentano delle curve di temperatura singolari, caratterizzate da un repentino abbassamento delle temperature all’avvicinarsi dell’uscita. Il fenomeno è particolarmente visibile lungo i pozzi di accesso della Buca dell’Aria Ghiaccia. Da osservazioni sistematiche possiamo affermare che questo comportamento non è associato a variazioni significative delle temperature esterne, e che interessa solo la porzione di grotta più prossimale agli ingressi.
Confermiamo nel contempo che le temperature nelle zone profonde sono piuttosto stabili. Queste variazioni hanno infatti ordine di grandezza di qualche decimo di gradi mentre quelle dovute al passaggio da una colonna all’altra possono
raggiungere qualche grado. La realizzazione delle curve durante una sola punta permette in ogni caso di limitare l’influenza di queste variazioni stagionali e della meteorologia esterna.
Applichiamo “il modello” in modo esteso durante l’esplorazione del Ramo E.T.
Già dalle prime misurazioni notiamo che stiamo seguendo un ramo che conduce verso un ingresso meteo basso soffiante in regime estivo. Ciò è provato anche dalla curva delle temperature fra la partenza del Ramo E.T. e il Muro a secco (Curva ET-2), culmine delle prime risalite effettuate, nella ventosa zona chiamata Ramo El Viento. Non troviamo il passaggio e l’estrapolazione della curva ci fa immaginare un ingresso situato attorno a una quota 1200 m s.l.m., cioè molto più in basso della Buca sopra la Cava bassa alla quale puntavamo. Scopriremo solo dopo che la via verso il nuovo ingresso passa per la testa del Pozzo
Saragato
Buca Cava
Giunzione WlaGrigna-Ramosudest
GiunzioneIsteria-Ramosudest
delle Api, dove si intercetta una corrente di aria calda, circa 0,3°C più della zona alla base del pozzo (curva Salone Furia). La scoperta del passaggio nell’androne della Buca Sopra la Cava bassa ci ha fatto realizzare la giunzione sognata, e ci ha permesso di chiudere la curva delle temperature che congiunge l’ingresso e la base del Pozzo delle Api (curva Buca cava 1). Questo ingresso sarebbe caratterizzato da un andamento delle temperature analogo agli altri ingressi meteo bassi, se non per un notevolissimo salto di colonna di circa 0,4°C al livello del P60. Abbiamo intuito dalle osservazioni condotte nel complesso che ciascuna colonna ha un “a monte” e un “a valle”. L’ “a monte”
della colonna “calda” è l’ingresso Buca sopra la Cava bassa, l’“a valle” è il Ramo dei Lunensi che è percorso da una delle correnti d’aria più forte di tutto il complesso. Invece, la colonna “fredda” ha il meandro dei Pipistrelli che porta al Pozzo delle Api come “a valle”, mentre ancora non avevamo trovato il suo “a monte”. L’arrivo d’aria fredda viene scoperto all’inizio del 2022 in cima a una piccola arrampicata di neanche 10 m realizzata da Silvio, esattamente a monte del punto di piega della curva delle temperature. È il Ramo dei Fiorentini, lungo ormai più di 2 km e in relazione con il Ramo dei Lord del Saragato. È interessante sottolineare che l’arrampicata che ha condotto a

Irraggiamento annuale calcolato al suolo [Pierini 2021].
questa importante scoperta è stata realizzata “alla cieca”, in quanto le morfologie di quella porzione di grotta non lasciavano intuire alcuna possibile diramazione dalla via principale. La guida esplorativa in questo frangente è stata esclusivamente l’osservazione dell’andamento termico dell’aria. Il proseguimento e l’approfondimento delle esplorazioni, con la scoperta di alcuni grandi pozzi (Isteria, W la Grigna e Topolina) di questo settore di complesso che collegano con il sottostante ramo Sud-Est, ci ha permesso di comprendere le cause degli importanti salti termici osservati in questa porzione di sistema.
Riassumendo, il complesso sta crescendo molto velocemente lungo le vie dell’aria, che ci stiamo sforzando di percorrere. Le grandi differenze di temperatura, che in diverse zone del complesso superano i 5°C, non sono spiegabili con le sole differenze di quota altimetrica. Le variazioni stagionali delle temperature esterne influenzano alcune porzioni, anche profonde, del complesso, come ad esempio il nodo di -525 del Saragato, mentre altre zone sono caratterizzate da una notevole stabilità termica nel corso dell’anno. Le temperature sono poi distribuite in più colonne calde e fredde parzialmente collegate fra di loro dal punto di vista termico. In buona sostanza siamo di fronte al “grosso casino” descritto da Giovanni, di cui stiamo iniziando a comprendere qualche dettaglio.
Conclusioni e prospettive
Abbiamo anche avviato un ambizioso programma di misurazione dei flussi d’aria e delle temperature con dei data logger. L’analisi delle misure dei data logger, forse associate a misure di flusso, ci potrebbe permettere di avere in futuro una visione quantitativa degli spostamenti delle masse d’aria.
Possiamo comunque affermare con certezza, grazie alle scoperte di questi pochi anni, la pertinenza delle misure termiche puntuali per capire le dinamiche aerologiche di grandi complessi come quello della Carcaraia. Questo metodo ci ha infatti permesso di comprendere meglio la circolazione dell’aria all’interno del sistema.
Il complesso appare dal punto di vista meteorologico completamente interconnesso, ma anche
molto compartimentato. Presenta infatti svariate colonne adiabatiche indipendenti caratterizzate da temperature di equilibrio differenti, nonostante la presenza dei condotti che le connettono. Una domanda che rimane invece completamente aperta è il perché di questa configurazione particolare, già intuita da Giovanni Badino.
Ipotizziamo che ciò possa essere dovuto alla preponderanza dei fenomeni di trasferimento termico verticale attuati dai flussi idrici rispetto a quelli dell’aria attraverso i condotti di equilibrio. Le osservazioni effettuate suggeriscono inoltre una forte correlazione fra la temperatura delle colonne adiabatiche ed i valori di irraggiamento solare al suolo delle zone superficiali sovrastanti.
Ciò risulterebbe dalla singolare configurazione geografica della Carcaraia, caratterizzata da un rilievo molto accidentato tipico di tutte le Alpi Apuane e da un’esposizione perfettamente centrata verso nord.
Si tratta, ovviamente, di ipotesi ancora da confermare.
BIBLIOGRAFIA
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SITOGRAFIA
HTTPS://WWW.SENTIEROMENOMILLE.IT/IT/ SCENDERE-IN-PROFONDITA-GEOLOGIA/
Cava Piastraio: Pozzo livello 3 … to be continued
Di Nadia Ricci
Nel numero 58 della rivista avevamo già riportato notizie circa una cavità carsica intercettata al 3° livello della Cava Piastraio Piastriccioni, Monte Corchia – Levigliani.
Domenica 11 settembre (2022 ndr) alcuni volontari della Federazione si sono recati presso il livello 3 della cava, per terminare alcune attività iniziate durante il febbraio precedente.
In particolare è stata risalita la sommità del pozzo intercettato per circa 30 m: come si nota dal rilievo, quel ramo della cavità chiude in strettoia impraticabile, vista la presenza di radici, assai vicino alla superficie esterna.

È stato inoltre perlustrato attentamente il fondo del pozzo, che presenta due percorsi: quello che parte dalla base della verticale e prosegue in meandro, stringe inesorabilmente; quello che parte da metà verticale e prosegue in discesa, si immette a sua volta in un meandro, ma stavolta percorribile e termina sul soffitto del livello 1 della cava, là dove in passato era stato intercettato e tagliato un pozzo ascendente.
La cavità carsica quindi collega i due livelli della cava o, se vogliamo, la cava ha intercettato la cavità al livello 1 e 3.
Viste le dimensioni della cavità, è alquanto im-

Ingresso del Pozzo livello 3 celato da blocchi squadrati poi spostati per consentire l’esplorazione (Danilo Magnani).
Operazioni di risalita del Pozzo livello 3 (Danilo Magnani).
probabile che questa termini a soffitto del livello sottostante: potrebbe infatti proseguire dietro alla tamponatura che si trova sulla parete adiacente al pozzo intercettato.
La FST ha chiesto al Parco delle Alpi Apuane e ai Carabinieri della Forestale che vengano rimossi gli ostacoli (tamponatura) al completamento dell’attività esplorativa, la quale potrebbe provare il collegamento della cavità finora descritta con rami conosciuti dell’Antro del Corchia. Dalla sovrapposizione della planimetria della cava con la pianta dell’Antro del Corchia e la pianta del Pozzo livello 3, si nota infatti una certa vicinanza tra le cavità.
Nel dettaglio la quota del pozzo tagliato al livello 1 è di 1307 m s.l.m., la quota dei sottostanti rami dell’Antro del Corchia è di 1210 m s.l.m.. Quindi la differenza di quota tra le due cavità è stimata in circa 100 m.
La FST ha chiesto inoltre che il pozzo, che è stato censito al n. 2386 T/LU del Catasto Grotte, venga opportunamente protetto dall’attività di escavazione.

Pozzo tagliato al livello 1 della cava. Dietro la tamponatura potrebbecelarsilaprosecuzionedellagrotta(DaniloMagnani).

Sovrapposizione della planimetria della cava, la pianta dei rami conosciuti dell’Antro del Corchia e la pianta del Pozzo livello 3. È ipotizzabile un collegamento tra il pozzo e i rami G. del P. Follia.
2386 T/LU POZZO LIVELLO 3 DI CAVA PIASTRAIO PIASTRICCIONI GRUPPO SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO APUANO GRUPPO SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO LIVORNESE
Ril.: Ago-Set 2022: R. Doja, D. Magnani, N. Ricci, M. Rossi
Dis.: D. Magnani
Originale in scala 1:1000 025
INGRESSO CAVA PIASTRICCIONI PIASTRAIO
PIANTA
SUPERIORE NON RILEVATA
INGRESSO CAVA PIASTRICCIONI PIASTRAIO
SEZIONE


LIVELLO 3
CAVA PIASTRAIO PIASTRICCIONI
SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO APUANO
SPELEOLOGICO ARCHEOLOGICO LIVORNESE
R. Doja, D. Magnani, N. Ricci, M. Rossi
“Buca dei Ladri” Studio preliminare di un ecosistema ipogeo ricco di guano
Di Luisa Dainelli, Università di Pisa, GSAL; Fabrizio Serena, GSAL; Giulio Petroni, Università di Pisa Tesi vincitrice del Bando Rodolfo Giannotti anno 2020. Testo e immagini a cura di Luisa Dainelli.
Scopo della ricerca
Il presente lavoro è uno studio preliminare teso a riconoscere e definire la rete trofica di una grotta ricca in guano, valutando al tempo stesso la biodiversità presente. In ogni caso l’obiettivo primario è quello di riuscire, se possibile, a quantizzare i flussi energetici coinvolti nelle relazioni trofiche.



Campionamento acqua.

Esemplare di Cryptops sp.
Introduzione
La grotta, al pari degli altri ambienti naturali, costituisce un habitat che risponde alle leggi che regolano l’equilibrio dell’ecosistema. È un ambiente limite, che si sviluppa nello spazio sia in verticale sia in orizzontale, occupando volumi ridotti al minimo oppure gigantesche sale, meandri, pozzi.
Alcuni organismi viventi si sono adattati a vivere in questi ambienti e hanno finito per caratterizzare certi ambienti di grotta in maniera originale e unica.
Le specie vegetali (fotosintetiche) sono chiaramente presenti solo in prossimità della zona dell’ingresso della grotta e ovviamente assenti nella zona interna dove la luce solare non arriva; perciò, nella rete trofica ipogea vengono a mancare i classici produttori primari e i rapporti tra gli organismi si risolvono in appena tre passaggi (anelli). Viceversa, in una catena alimentare epigea l’input primario di energia è dato dalla radiazione solare e l’energia (sotto forma di nutrienti) è trasferita dagli erbivori ai carnivori e poi ai predatori apicali; ciò richiede

un numero maggiore di anelli superiore alle quattro unità.
In ambiente ipogeo si riduce il numero di specie che interagiscono, cosicché la perdita di energia è ridotta al minimo (Serena, 2003). Infatti, tanto più è corta la catena alimentare, tanto più sono semplificate le interazioni trofiche e meno energia viene persa nel processo.
Nella catena trofica ipogea, l’input iniziale di energia può essere costituito o dall’energia chimica proveniente dai processi di ossidoriduzione dei minerali delle argille ad opera di eventuali batteri autotrofi o dal materiale organico giunto dall’esterno e utilizzato da batteri eterotrofi.
Un caso sicuramente degno di nota è quello in cui il materiale esterno sia rappresentato dagli escrementi di pipistrello: il guano. Esso è ricco di nutrienti quali C, N, P e, grazie alla presenza dei Chirotteri, viene continuamente depositato sul pavimento della grotta, dove si accumula creando ampie riserve di materia organica ideale per la crescita di batteri e di invertebrati, detritivori e carnivori.

Esemplare di Chaetophiloscia cellaria
Esemplare di Oxychilus sp.

Fig.1 - Buca dei Ladri, stazioni di campionamento.
Materiali e metodi
La grotta in questione è ubicata in località Agnano, nel comune di San Giuliano Terme (PI), Lat. N. 43°44’15”- Long. W. 1°58’38”, ad una quota di 40
m s.l.m. Si apre sulle pendici di uno dei rilievi costituenti il Monte Pisano interessato, in questa zona, dalla Cava della Croce.
Sono stati valutati vari parametri ambientali
RegnoPhylumClasseSottoclasseOrdineFamigliaSpecie Alimentazione Associazione
AnimaliaArthropodaArachnidaAcarinaPredatori, detritivori Guanobia
AraneaeNemesidae Nemesia sp. InsettiParietale
Nesticidae Kryptonesticus eremita InsettiGuanobia
Pholcidae Pholcus sp. InsettiParietale
ChilopodaScolopendromorphaCryptopidae Cryptops sp. SaprofagoGuanobia
ScutigeromorphaScutigeridae Scutigera coleoptrata Insetti, aracnidiParietale
CollembolaEntomobryomorphaEntomobryidae Heteromurus nitidus Saprofagi, necrofagi Guanobia
PoduromorphaSaprofagi, necrofagi Guanobia
DiplopodaPolydesmidaParadoxosomatidae Oxydus gracilis SaprofagoGuanobia
InsectaDipteraCulicidae Culex cf. pipiens EmatofagoParietale
Limoniidae Limonia nubecolosa EmatofagoParietale
MalacostracaIsopodaPhilosciidae Chaetophiloscila cellaria OnnivoroGuanobia
Porcellionidae Porcellio dilatatus OnnivoroGuanobia, parietale
Trichonoscidae Androniscus dentiger OnnivoroGuanobia
ChordataMammaliaChiropteraRhinolophidae
Rhinolophus euryale Insetti
Rhinolophus ferrumequinum Insetti
Vespertilionidae Myotis myotis vel blythii Insetti
MolluscaGastropodaStylommatophoraOxychilidae Oxychilus sp. OnnivoroGuanobia
NematodaChromadoreaRhabditidaPredatori
RotiferaMonogontaPloimaNotommatidae Cephalodella sp. Onnivori
ChromistaCercozoaImbricateaEugliphidaEugliphidae Trinema sp. Batterivori
CiliophoraOligohymenophoreaHymenostomatiaTetrahymenidaTetrahymenidae
ScuticociliatiaPleuronamatidaCyclidiidae
ProstomateaProrodontidaColepidae
Tetrahymena pyriformis Batterivori (filtratori)
Tetrahymena cf. paravorax Batterivori (filtratori)
Unknown Batterivori (filtratori)
Cyclidium sp. Batterivori (filtratori)
Coleps sp. Batterivori (filtratori)
SpirotricheaStichotrichiaStichotrichidaAmphisiellidae Parmphisiella caudata like Batterivori (filtratori)
ProtozoaAmoebozoaTubulineaArcellinidaCryptodifflugiidae Cryptodifflugia sp. Batterivori
Tab.1 – Buca dei Ladri, classi cazione riassuntiva di tutti gli organismi osservati.
quali la luminosità e la temperatura, aspetti abiotici di fondamentale importanza per lo sviluppo della vita.
La luminosità è stata misurata in vari punti della grotta (fig. 1), usando il quantum-foto-radiometro HD 9021
dell’azienda Delta OHM. Stessa procedura è stata seguita per registrare la temperatura, usando un termometro Extech Tm20.
Le principali piante superiori presenti nell’area di ingresso della grotta sono state determinate a livello di specie o di genere.
Lo studio si è successivamente concentrato nella sala interna della grotta il cui soffitto è sede di varie specie di pipistrelli che producono guano in grande quantità, il quale si deposita sul pavimento e sulle rocce (foto campionamento guano e campionamento acqua).
Le 9 diverse stazioni di campionamento (fig. 1) sono state scelte nell’ottica di riuscire ad inquadrare al massimo la diversità biologica della grotta, riscontrabile nell’abbondante guano presente.
In ogni stazione di campionamento sono stati raccolti circa 20 ml di materiale (acqua o guano) in una provetta Falcon da 50 ml, a cui sono stati subito aggiunti 20 ml di acqua minerale e un chicco di riso, per incentivare lo sviluppo batterico e favorire l’excistamento di eventuali specie presenti sotto forma di strutture di resistenza (cisti). In laboratorio, parte di ogni campione originale è stata trasferita in una capsula Petri per le successive osservazioni e poi è stata conservata in una camera umida all’interno di un cellone termostatato, alla temperatura costante di 19°C e con illuminazione artificiale per 12 ore al giorno.
Le osservazioni, effettuate tramite un microscopio binoculare Leica Wild M3C, sono state ripetute più volte nel corso di circa due settimane.
Gli invertebrati presenti sia sulla copertura di guano, sia sulle pareti della grotta sono stati osservati mediante una ricerca attiva; l’identificazione è avvenuta successivamente grazie alle fotografie scattate che, in alcuni casi, sono state inviate agli specialisti dei vari taxa.
RAPACI NOTTURNI
Aranei Ditteri
Scutigera
Isopodi
Diplopodi
Nematodi
Acari Insetti
Chirotteri
Chilopodi
N,P,K,Ca,Na
GUANO
Batteri
Gasteropodi Collemboli
Acari
Ciliati
Fig.2 - “Box” caratterizzanti il modello tro co dell’associazione guanobia della grotta Buca dei Ladri.
Risultati
I Chirotteri osservati in situ sono risultati essere Rhinolophus ferrumequinum, Rhinolophus euryale e Myotis myotis vel blythii.
Gli invertebrati presenti nel guano o sulle pareti della grotta appartengono a 7 diverse classi, 8 ordini, 13 famiglie e un totale di 13 specie.
Nei campioni di guano e acqua erano presenti organismi appartenenti a 9 diverse classi, per un totale di almeno 12 diverse specie (tab.1).
Discussione e conclusioni
Il guano è un’importante fonte di nutrienti, è una materia organica in decomposizione e ricca di batteri; può sostenere le esigenze alimentari di un’ampia varietà di organismi (Newman et al. 2018).
Viene qui di seguito proposta una possibile rete trofica adattata al caso-studio della Buca dei Ladri (fig.2).
Gli organismi indicati nei rettangoli azzurri traggono nutrimento direttamente dal guano, sfruttando, a seconda dei casi, i nutrienti o la materia organica in decomposizione, in cui rientrano anche i cadaveri della stessa comunità ipogea, compresi i pipistrelli, o la componente batterica.
Lo studio della rete trofica dell’associazione guanobia della Buca dei Ladri, pur di carattere preliminare, trova riscontro negli studi effettuati da McClure et al. (1967), Ferreira et. al. (1999), Moulds (2005).
Tuttavia, questi ultimi lavori sono, per la quasi totalità, relativi a grotte extraeuropee, i livelli trofici risultano confrontabili, così come i Phyla degli organismi, ma non le specie.
Il presente studio rappresenta comunque una delle prime esperienze in ambito europeo che prende in considerazione la componente degli Eucarioti unicellulari, in particolare il Phylum Ciliophora.
Ulteriori osservazioni ripetute periodicamente con cadenza mensile e condotte nell’arco di un anno, permetteranno di quantificare le interazioni esistenti tra gli organismi che caratterizzano questo modello trofico. L’obiettivo principale è quello di valutare l’entità dei flussi energetici che si trasferiscono da un “box” all’altro.
Ringraziamenti
Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza la collaborazione di tutti i membri del Gruppo Speleologico Archeologico Livornese. Ringrazio in particolare Andrea Massagli per le fotografie scattate in grotta durante lo studio.
Un sentito ringraziamento va anche agli esperti che hanno gentilmente risposto alle mie richieste di identificazione delle varie specie raccolte durante il lavoro di campionamento: Paolo Agnelli, Università di Firenze; Marzio Zapparoli, Università degli Studi della Tuscia; Stefano Taiti, Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri, CNR-IRET; Frans Janssens, Università di Antwerp, Belgium; Pietro Paolo Fanciulli, Università di Siena; Maria Agnese Sabatini, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia; Valentina Serra, Università di Pisa.
Ringrazio inoltre la Federazione Speleologica Toscana per l’interesse dimostrato per il mio lavoro, cui è stato assegnato il Premio di Laurea Rodolfo Giannotti, anno 2020.
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Candido, un incontro unico
“Pronto, siete voi gli esperti di pipistrelli?...”
Di Enzo Barlacchi*, Eleonora Bettini*, Sabrina Tamburini* - Immagini a cura di Fabrizio Darmanin.

È iniziata così una curiosa telefonata arrivata al gruppo Unione Speleologica Calenzano che ci ha permesso di conoscere dal vivo una creatura meravigliosa: Candido, un pipistrello albino.
Ma partiamo dall’inizio. Da tempo è attivo un programma, denominato Tosco-Bat, che prevede la collaborazione tra il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze e la Federazione Speleologica Toscana, con il supporto della comunità speleologica che rileva la presenza di pipistrelli nei siti ipogei e non solo, il cui obiettivo è la protezione dei chirotteri. L’Unione Speleologica Calenzano ha da sempre a cuore la protezione dell’ambiente carsico e del suo ecosistema, partecipa attivamente al lavoro di ricerca ed è attiva nell’opera di divulgazione, grazie ai propri soci e alla collaborazione con Paolo Agnelli, zoologo del Museo.
Nel 2020 siamo stati contattati da una signora della provincia di Firenze, che ci ha avvisati della presenza di colonie di pipistrelli negli edifici attigui alla sua abitazione, purtroppo prossimi alla ristrutturazione. In questi ambienti aveva individuato da tempo un soggetto molto particolare e ne ha condiviso la fotografia con noi. L’immagine arrivata è stata una sorpresa tale da

Primo sopralluogo: Uscita dalla cantina-rifugio dopo la prima fugace ripresa fotogra ca
Candido: Sorprendentemente bianco e piccolo quanto un pollice!
renderci increduli: un chirottero completamente bianco, quasi madreperlaceo e le ali trasparenti al punto da lasciar trasparire tutto il tessuto circolatorio di un bel rosso brillante. Una rapida ricerca in internet ci ha lasciati però perplessi, fino quasi a dubitare della veridicità dell’informazione. Pochissime infatti sono le informazioni sui soggetti albini in Italia e ancor meno le fotografie disponibili.
Costretti a stringere i tempi a causa delle ristrutturazioni degli edifici interessati, ed elettrizzati dalla scoperta ci siamo subito messi in contatto con Paolo Agnelli del Museo della Specola e con Fabrizio Darmanin, fotografo naturalista, per documentare al meglio la colonia e Candido.
Nel sito abbiamo trovato stanze, anfratti e canti-
ne con evidenti tracce di chirotteri; ci ha sorpreso vedere quanto rispetto questa famiglia abbia mostrato nei confronti delle centinaia di pipistrelli ospitati nella proprietà, frutto questo certamente anche del capillare lavoro nell’area metropolitana di sensibilizzazione rivolto al grande pubblico promosso dalla nostra associazione e dal Museo di Storia Naturale di Firenze.
Davanti a una creatura così piccola e indifesa, ma allo stesso tempo unica, ci siamo emozionati, è stata una visione in grado di farci capire quanto la diversità sia la nostra ricchezza più grande, da rispettare e proteggere. Il tempo è passato, non sappiamo dove adesso sia Candido, speriamo abbia trovato un altro rifugio sicuro nella splendida campagna fiorentina.
“Candido da un punto di vista scienti co”
Di Paolo Agnelli**
Nel mio lavoro di chirotterologo ho potuto osservare da vicino decine di migliaia di pipistrelli, ma “Candido” è solo il secondo pipistrello totalmente bianco che riesco a vedere. Grazie, ancora una volta, alla preziosa collaborazione con gli speleologi toscani! D’altra parte, razionalità, curiosità, amore per l’esplorazione, sono caratteristiche che accomunano speleologi e zoologi. Altrimenti sarebbe difficile decidere di infilarsi in una grotta, calarsi in profonde voragini ed esplorare ogni piccolo oscuro passaggio, così come entusiasmarsi per la complessità del mondo naturale o per la scoperta di un essere così bello e raro come “Candido”.
Ma torniamo al nostro pipistrello albino. Si tratta di un Rinolofo minore (Rhinolophus hipposideros) una specie che trascorre la sua esistenza in grotte, miniere e scantinati nel periodo di letargo invernale. Durante la buona stagione invece si rifugia e alleva i suoi piccoli in ruderi ed edifici di vario genere purché si trovino nei pressi di una bella area boscata. È un pipistrello di piccole dimensioni, con un’apertura alare di circa 20 cm e un peso di soli 6-7 grammi. Normalmente il suo colore è bruno scuro, ma in questo individuo l’assenza di melanina rende la sua pelle e la sua pelliccia di un meraviglioso bianco
RICERCA E TERRITORIO

Ispezione delle cantine: Il primo sopralluogo nel rifugio invernale di Candido
candido. Una condizione davvero speciale! Pensate che i casi noti e scientificamente documentati di pipistrelli albini sono appena 160 in tutto il mondo, e se consideriamo solo la specie Rhinolophus hipposideros, i casi conosciuti di individui completamente bianchi si riducono a undici!!
In realtà il termine “albino” non sempre è appropriato, perché un Mammifero può presentare diverse forme di ipocromia:
- Si parla di “albinismo” quando gli individui appaiono con la pelle pallida, il pelo bianco e gli occhi rossi. La colorazione rossastra degli occhi è dovuta al fatto che sono visibili i capillari sanguigni nella parte posteriore dell’occhio. Si tratta di una mutazione genetica ereditaria di tipo recessivo, caratterizzata da una completa incapacità di produrre melanina. Si può manifestare soltanto nel caso in cui entrambi i genitori sono portatori di questo gene mutato, pur non essendo necessariamente bianchi.
- Il “leucismo” è anch’esso caratterizzato dalla mancanza di pigmentazione su tutto il corpo, ma in questo caso la melanina prodotta non si deposita nelle cellule della pelle e nei follicoli piliferi a causa di un difetto ereditario nel processo di trasferimento del pigmento. Pertanto, i Mammiferi leucistici appaiono tutti bianchi o biancastri ma hanno occhi normalmente colorati.
- Il termine “piebaldismo” si usa invece quando l’assenza del pigmento è localizzata e non interessa tutto il corpo. Come nel leucismo, è la melanina che non si deposita nei melanociti, ma ciò accade solo in alcune zone del corpo. Gli animali risultano così “pezzati” con macchie bianche di varia estensione e hanno occhi normalmente colorati.
- Si parla infine di “ipomelanismo” nel caso di una disfunzione ereditaria che determina una scarsa
pigmentazione della pelle e dei peli e che fa apparire gli individui di colore beige, dorati, biondi o rossastri.
L’immobile posizione di letargo di Candido non ci ha permesso di osservare i suoi occhi aperti e di capire se fosse un albino o un leucistico. Se avremo la fortuna di incontrarlo di nuovo e se magari Fabrizio avrà la possibilità di fotografarlo in volo, potremo toglierci questa curiosità, ma anche in questo caso il nostro desiderio di sapere non può venire prima del rispetto dell’animale e della sua incolumità.
Non è chiaro quale sia l’effetto della colorazione bianca sulla sopravvivenza di un pipistrello. Alcuni pensano possa essere dannosa, perché causa maggior visibilità e quindi maggiore rischio di predazione o di conflitti intra-specifici. Altri invece ritengono che non abbia alcun impatto, dato che i pipistrelli generalmente selezionano rifugi scuri e sono attivi di notte quando un colore chiaro non può avere particolari effetti negativi. Di fatto, sappiamo che nelle specie che si rifugiano in luoghi riparati e bui come grotte, miniere e scantinati (come nel caso di Candido) gli individui più chiari possono avere tassi di sopravvivenza confrontabili con quelli degli individui “normali”. Invece nelle specie che si appigliano all’aperto (ad es. sulla vegetazione) gli individui più chiari sembrano essere più vulnerabili alla predazione. Ciò è in accordo con l’osservazione che la tendenza generale dei pipistrelli albini/leucistici è proprio quella di scegliere gli appigli più bui, probabilmente anche perché hanno maggiore necessità di proteggersi dalla radiazione solare. Insomma cercare di comprendere i complessi meccanismi della natura è sempre una sfida complessa ma entusiasmante!
“La fotogra a… a tutti i costi”
Di
Fabrizio Darmanin*
A scuola ci insegnavano che prima di fare un tema era buona cosa dedicare tempo alla comprensione del titolo, tempo alla stesura di una scaletta, tempo per scrivere e ancora tempo per leggere, correggere e rileggere ancora… un buon compito richiedeva una giusta pianificazione. Non credo di avere imparato a scrivere bei temi, ma forse ho imparato
***
la regola per farlo. Un lavoro, un viaggio o anche una semplice uscita in grotta richiedono tempo per la preparazione per poi non trovarsi in difficoltà. Questa progettualità vale anche per un certo tipo di fotografia, a maggior ragione quando i soggetti sono gli animali ripresi in natura. In questo caso il loro rispetto va al di sopra di ogni bella immagine.

Era appena l’inizio della primavera quando ci arrivò la notizia di un esemplare di pipistrello molto particolare svernante in un rifugio invernale: un pipistrello completamente bianco!
Dopo anni di appostamenti e riprese ai pipistrelli non stavo nella pelle e già “immaginavo immagini” strabilianti… ma tutto doveva essere ben calcolato… come per il tema, ricordate? Quando i pipistrelli sono in letargo o quando sono prossimi al risveglio è estremamente rischioso per loro anticipare i tempi. Se vengono spaventati e indotti a scappare, le poche riserve energetiche da loro accumulate rischiano di non essere sufficienti a farli arrivare “in forze” fino alla stagione calda e ricca di insetti. La fotografia dei pipistrelli in volo richiede, almeno per me, l’installazione di sofisticati sistemi elettronici utili a intercettare il loro passaggio che permettono di azionare flash e fotocamere. Per tutelare l’incolumità del nostro pipistrello albino avevo deciso quindi di pianificare almeno una settimana di pura e semplice osservazione. Dovevo capire se Candido si muovesse
spontaneamente, andando a caccia dei primi insetti notturni primaverili. Le basse temperature notturne di quei giorni non avevano certo invitato Candido a riprendere a pieno ritmo le sue scorribande notturne: era quindi buona cosa attendere. Nel frattempo continuavo a immaginare come installare la macchina fotografica, dove posizionare i flash ad emissione rapida e dove ancora gli altri “aggeggi” elettronici. Piano piano la tanto auspicata fotografia mi si “sviluppava” nella mente e pensare Candido nel suo tranquillo rifugio invernale mi rendeva tranquillo e felice. Passavano così i dieci giorni di osservazione; faceva ancora fresco ma ormai eravamo vicini al momento fatidico: da lì a breve avrei potuto cominciare ad installare i primi apparati elettronici anche perché tutto ciò che è estraneo all’ambiente deve essere lentamente “accettato” dagli animali selvatici, quindi ancora una volta… tempo, tempo, tempo!
Ma arrivati a questo punto la mia tanto fantasticata fotografia “prendeva luce” e svaniva nel nulla.
Candido in letargo.
Un impegno familiare improrogabile si interponeva fra me e Candido costringendomi ad abbandonare quel sogno. Nessun rimpianto, nessuna amarezza. L’approccio cauto e rispettoso è valso più di quella fotografia che non è stata mai scattata. Foto-
grafare il volo di Candido senza avere avuto alcuna cautela avrebbe avuto un costo troppo alto. In natura fotografare a tutti i costi, talvolta ha troppi costi imperdonabili.
Il sel e del pipistrello
Cogliere l’attimo è l’essenza della fotografia. Esasperare questo principio è stata da sempre la mia sfida, accorciando la velocità di scatto: ridurre il tempo all’inverosimile per congelare il movimento. Ma quando i soggetti fotografati sono gli animali, le cose si complicano! È necessaria quasi una giornata di lavoro per preparare la scena, le luci, l’attrezzatura elettronica che rileverà il
passaggio del pipistrello e quando va bene è utile avere un amico compiacente (il prezioso Francesco Sberna!) che, dalla parte opposta dell’obiettivo, interrompe i fasci infrarossi e simula il passaggio del pipistrello. Se avremo fortuna, sarà di notte che i pipistrelli lasceranno i loro selfie passando esattamente dove avevamo previsto. Purtroppo non è andata così con Candido…

Dopo il lungo posizionamento dell’attrezzatura fotogra ca, ecco la prova di scatto.

BIBLIOGRAFIA
- GAISLER J., KOVARIK M., ŠTEFKA L., 2011. TWO UNUSUAL RECORDS OF THE LESSER HORSESHOE BAT (RHINOLOPHUS HIPPOSIDEROS) IN THE MORAVIAN KARST (CZECH REPUBLIC). HYSTRIX IT. J. MAMM. (N.S.) 22(1) 2011: 73-79.
- LANZA B., 2012. MAMMALIA V: CHIROPTERA. FAUNA D’ITALIA, VOL. 46. EDIZIONI CALDERINI, MILANO, ITALIA.
- LUCATI F., LOPEZ-BAUCELLS A., 2016. CHROMATIC DISORDERS IN BATS: A REVIEW OF PIGMENTATION ANOMALIES AND THE MISUSE OF TERMS TO DESCRIBE THEM. MAMMAL REVIEW 47 (2017) 112–123. - UIEDA W., 2000. A REVIEW OF COMPLETE ALBINISM
IN BATS WITH FIVE NEW CASES FROM BRAZIL. ACTA CHIROPTEROL. 2(1):97-105.
AUTORI: ENZO BARLACCHI*, SABRINA TAMBURINI*, ELEONORA BETTINI*, PAOLO AGNELLI**, FABRIZIO DARMANIN***, *SOCIO UNIONE SPELEOLOGICA CALENZANO ** GIÀ CURATORE DEL MUSEO DI STORIA NATURALE DI FIRENZE
*** FOTOGRAFO NATURALISTA E SOCIO USC FOTOGRAFIE DI FABRIZIO DARMANIN

Se avremo fortuna, sarà di notte che i pipistrelli lasceranno i loro sel e passando esattamente dove avevamo previsto. Purtroppo non è andata così con Candido.
La prima esperienza di speleologia in cavità arti ciali: Poggio alla Guardia
Foto e testo a cura di Nadia Ricci
Poggio alla Guardia si trova nel Comune di Pieve a Nievole (Pistoia) e rappresenta uno degli ultimi rilievi prima della pianura alluvionale formata dai sedimenti del fiume Nievole, che si getta nella depressione del Padule di Fucecchio.
Il toponimo è di origine longobarda, infatti “guardia” deriva dal germanico “vard”, che significa sen-

tinella e Poggio alla Guardia è stato nel medioevo un insediamento longobardo.
Dal punto di vista geologico fa parte della Formazione di Monte Morello, costituita prevalentemente da calcari e calcari marnosi bianchi (Alberese) e da calcareniti con argilliti fissili grigio scure, risalenti al periodo tra il Cretaceo superiore e l’Eocene inferiore (70-60 milioni di anni fa).
Lo sfruttamento minerario dell’area risale alla fine degli anni venti. Infatti nella Relazione sul Servizio Minerario del 1928, relativamente alla produzione di marna da cemento, si legge:
“Con la nuova Legge Mineraria sono entrati a far parte della categoria delle miniere numerosi giacimenti di marna per la produzione di cemento.
Per tutti i detti giacimenti sono state presentate domande di concessione, le quali sono tuttora in corso di istruttoria. Tali giacimenti sono costituiti in questo Distretto (di Firenze n.d.r.) da stratificazioni più o meno potenti di marne eoceniche comprese fra alternanze di scisti, arenarie e calcari alberesi e che hanno una composizione chimica abbastanza costante.
Alcuni di tali banchi forniscono il materiale occorrente per la fabbricazione della calce idraulica.
I suddetti giacimenti possono elencarsi come appresso: … omissis …
Nella provincia di Pistoia: giacimento di Poggio alla Guardia, nel territorio di Montecatini Val di Nievole. È coltivato dalla Società Anonima Testi Industrie Riunite, Cementi, Laterizi e Materiali da costruzione, con lavori a cielo aperto e in galleria (perforazione meccanica) ed alimenta il vicino stabilimento della stessa Società. Lo stabilimento è

ubicato presso la stazione ferroviaria di Pieve a Nievole ed utilizza 4 forni Dietzsch, 2 frantoi, 1 molino compound Smidth.
La marna è trasportata al cementificio mediante una teleferica lunga 1400 metri”.
Si riporta di seguito la Tavola della Produzione, mano d’opera e forza motrice delle miniere e delle ricerche (riassunto per minerali e per province), nella quale sono riportati i numeri del Distretto di Firenze ed in particolare della Provincia di Pistoia.
Negli anni successivi al 1928 la Soc. An. Testi venne sostituita dalla Soc. An. Centrale Cementerie Italiane nella gestione della miniera di Poggio alla Guardia.
La nuova gestione durò fino al 1938, anno in cui la Soc. An. Centrale Cementerie Italiane rinunciò alla concessione della miniera, come riportato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 246, al foglio 322 del registro delle Corporazioni.
Nel dopoguerra, in pieno boom economico, le cave furono rilevate dalle Officine Minnetti, che abbandonato il settore meccanico intrapresero quello del cemento e derivati. La gestione Minnetti puntò molto sull’escavazione in galleria, riducendo al minimo l’impatto ambientale di superficie della cava
ubicato presso la stazione ferroviaria di Pieve a Nievole ed utilizza 4 forni Dietzsch, 2 frantoi, 1 molino compound Smidth.
La marna è trasportata al cementificio mediante una teleferica lunga 1400 metri”.
Si riporta di seguito la Tavola della Produzione, mano d’opera e forza motrice delle miniere e delle ricerche (riassunto per minerali e per province), nella quale sono riportati i numeri del Distretto di Firenze ed in particolare della Provincia di Pistoia.
Negli anni successivi al 1928 la Soc. An. Testi venne sostituita dalla Soc. An. Centrale Cementerie Italiane nella gestione della miniera di Poggio alla Guardia.
La nuova gestione durò fino al 1938, anno in cui la Soc. An. Centrale Cementerie Italiane rinunciò alla concessione della miniera, come riportato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 246, al foglio 322 del registro delle Corporazioni.
Nel dopoguerra, in pieno boom economico, le cave furono rilevate dalle Officine Minnetti, che abbandonato il settore meccanico intrapresero quello del cemento e derivati. La gestione Minnetti puntò molto sull’escavazione in galleria, riducendo al minimo l’impatto ambientale di superficie della cava

di sostegno
Pilastri

Tavola Produzione, mano d’opera e forza motrice delle miniere e delle ricerche .
CA 161 T/PT CAVA DI POGGIO ALLA GUARDIA N.1
Gruppo Speleologico Archeologico Apuano
Gruppo Speleologico Pistoiese
Ril.: Feb-Mag 2021 S. Balloni, D. Magnani, M. Marovelli, N. Ricci
Dis.: D. Magnani
Pianta e sezione di rilievo della grotta.
PIANTA
Gruppo Speleologico Pistoiese
Ril. 15-05-2021 D. Magnani, N. Ricci
Dis. D. Magnani
PIANTA

e garantì occupazione alle famiglie locali. Le cave sono rimaste attive fino agli anni sessanta e, una volta cessate, sono state completamente svuotate e inoltre è stata ripristinata la morfologia dell’area esterna. È stata smantellata anche la teleferica che trasportava la marna al cementificio in pianura.
In tempi più recenti le gallerie della Cava n. 1 sono state per un breve periodo utilizzate per la coltivazione di funghi e ancora oggi sul pavimento è presente uno strato di terriccio utilizzato per tale attività.
Come si evince dal rilievo topografico (realizzato anche in 3D), si tratta di gallerie le cui dimensioni medie sono di 8 m di larghezza per 8 m di altezza, sostenute da imponenti pilastri
Nella Cava n.1 le gallerie si dispongono su tre piani, collegati da due scale in pietra e sono presenti ben 7 ingressi (di cui uno franato e quindi impraticabile). Ha uno sviluppo spaziale di 1444 m, uno sviluppo planimetrico di 1373 m ed un dislivello

positivo di 39 m. Lo stato di conservazione è buono e non sono presenti pericoli dovuti all’instabilità della struttura. Assente la circolazione di acqua, se non consideriamo lo stillicidio presente in alcune zone della cavità, che ha determinato il formarsi di concrezioni quali cortine e crostoni, nonché pseudo pisoliti.
Nella Cava n.2 le gallerie si dispongono su uno stesso piano inclinato e sono presenti ben 8 ingressi.


Vele dentellate.
Pseudopisoliti.
Crostoni.


Ha uno sviluppo spaziale di 877 m, uno sviluppo planimetrico di 834 m, un dislivello positivo di 20 m e negativo di 23 m. Anche in questo caso lo stato di conservazione è buono. Nella parte più bassa della cavità è presente un laghetto perenne
L’importanza delle due cavità artificiali è dovuta oggi alla presenza di numerose colonie di chirotteri, che utilizzano le gallerie più alte della Cava n.1 prevalentemente quale sito di svernamento, mentre utilizzano i livelli superiori della Cava n.2 prevalentemente quale sito di riproduzione.
Nella relazione finale del 2016 al Progetto di Monitoraggio dei Chirotteri, dell’avifauna nidificante e svernante e del lupo nel territorio della Provincia di Pistoia a cura di G. Dondini S. Vergari A. Bartolini
F. Ciuti, vengono elencate e descritte le cinque specie di chirotteri che sono state individuate all’interno delle gallerie di Poggio alla Guardia:
1. Rhinolophus euryale (Rinolofo mediterraneo)
2. Rhinolophus hipposideros (Rinolofo minore)
3. Rhinolophus ferrumequinum (Rinolofo maggiore)
4. Miniopterus schreibersii (Miniottero)
5. Plecotus austriacus (Orecchione meridionale)
Ingresso 1 Cava n.1 di Poggio alla Guardia.
Ingresso 3 Cava n.1 di Poggio alla Guardia.

Da sottolineare il fatto che le prime quattro specie sono presenti nell’allegato II della Direttiva Habitat, ossia specie meritevoli di conservazione attraverso gli strumenti della Rete Natura 2000.
Oltre alla presenza di pipistrelli, è da segnalare quella di numerosi esemplari di Dolichopoda e di Istrice, i cui aculei sono disseminati lungo le gallerie anche in zone profonde.
Da quanto detto emerge la necessità di tutelare questo sito e i suoi abitanti da parte sia degli attuali proprietari dei terreni sia dell’Amministrazione Pubblica locale, come è stato in più occasioni indicato da chirottologi e speleologi.
BIBLIOGRAFIA
Ringraziamenti:
Un ringraziamento al Maro (al secolo Marco Marovelli) del Gruppo Speleologico Pistoiese CAI, per avermi, un po’ per caso, introdotto alla speleologia in cavità artificiali. È infatti grazie all’esperienza fatta a Poggio alla Guardia che ho deciso di partecipare al Corso di speleologia in CA organizzato dalla SSI e diretto da Giovanni Belvederi nel 2020/21.
Un ringraziamento a Paolo Agnelli, Gianna Dondini e Simone Vergari, per avermi fatto comprendere, con la loro passione, la “bio-ricchezza” che racchiudono le cave di Poggio alla Guardia e l’importanza di proteggerla.
PROGETTO DI MONITORAGGIO DEI CHIROTTERI DELL’AVIFAUNA NIDIFICANTE E SVERNANTE E DEL LUPO
NEL TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI PISTOIA-RELAZIONE FINALE APRILE 2016 A CURA DI G. DONDINI
S. VERGARI A. BARTOLINI F. CIUTI


Colonia di chirotteri di Poggio alla Guardia.Dolichopoda di Poggio alla Guardia.
Speleoterapia e Antroterapia in Europa
A cura di Franco Utili
Nel 1951 il Prof. F. De Felice , istituto di Fisiologia Umana dell’Università di Bari, pubblica un lavoro sulla “Frequenza respiratoria e durata di apnea volontaria in ambiente di cavità sotterranea naturale”, tra i primi al mondo.
Le ricerche vengono condotte nella Grotta di Castellana, 331 m s.l.m., 16°C di temperatura, in due punti: a una profondità di 61 m e distanza dall’ingresso di 400 m; e a -78 m e distante dall’ingresso 300 m. La conclusione fu: La frequenza respiratoria, per effetto della cavità sotterranea naturale, aumenta nella maggior parte dei casi trattati.
Con la stessa modalità misura la spirometria e conclude: I valori spirometrici subiscono, per effetto dell’ambiente di cavità sotterranea , variazioni talora positive, più spesso negative. In conclusione: Pertanto ritengo che le modificazioni di cui sopra siano da attribuire all’influenza dell’ambiente di cavità sotterranea sull’organismo. Anche per queste prove non sono in grado, allo stato attuale delle ricerche, di indicare a quale dei fattori dell’ambiente del sottosuolo siano da ascrivere le variazioni registrate.
Nel 1961 il Gruppo Speleologico Piemontese CAI-UGET di Torino, conclude l’esperimento “600 ore sottoterra” , vi rimasero per un mese, in cui soprattutto si indagava il rapporto del ritmo sonno-veglia (ritmo circadiano).
Nel 1962 (16 luglio – 17 settembre) Michel Siffre soggiorna nel Gouffre de Scarasson con lo stesso scopo. Tra le altre arriva a interessanti considerazioni come “ … le vieillissement est-il d’abord physiologique comme l’on pense le docteur Alexis Carrel et Leconte du Nouj? Ou bien est-ce la durée percue qui conditionne le vieillissement?”
(… l’invecchiamento è principalmente fisiologico, come pensano il dottor Alexis Carrel e Leconte du Nouj? O è la durata percepita che condiziona l’invecchiamento?).
Le Gouffre de Scarasson, Conca delle Carsene (CN) Marguareis, è una grotta scomoda con un ghiacciaio sul fondo, una temperatura di 0°C e un’umidità del 100% anche se Siffre ha una comoda tenda, attrezzata adeguatamente con molti strumenti. Era entrato con un’ameba contratta in Asia e all’uscita non risultava più infetto. Lo studio della sua frequenza cardiaca mostra un abbassamento in 3 gg da 82 pulsazioni al minuto a 55; poi una stabilizzazione a 55; infine dal 30° giorno un innalzamento seguito da una certa irregolarità, che si spiega col deteriorarsi delle sue condizioni fisiche in quell’ambiente inospitale.
E noi? Con noi si intende chi scrive e il suo gruppo di appartenenza, il Gruppo Speleologico Fiorentino del CAI.
Noi avevamo notato, tra il 1964 e il 1969, durante le spedizioni all’Antro del Corchia, con permanenze che variavano da 24-36 ore fino ai 15 giorni del 1969, seguiti dal Prof. Ettore De Toni dell’Istituto Gaslini di Genova, che la pressione si abbassava di circa 10 punti e la frequenza cardiaca pure con un effetto bradicardico.
Queste le premesse che mi avevano incuriosito e che mi hanno portato ad occuparmi di Speleoterapia. Oltre a questo già dal 1968 conoscevo la Grotta Giusti e anche quell’ambiente si rivelava oltremodo interessante. Ma senza l’incontro, nel 1974 a San Pellegrino Terme, col Dott. Alfonso Piciocchi, responsabile della Commissione Speleoterapica della Società Speleologica Italiana, che mi propose di affiancarlo nella ricerca, non avrei mai seguito quello che succedeva in Europa.
Le ricerche speleoterapiche in Europa si sono sviluppate quasi in maniera analoga. Nel 1940-44, durante la seconda guerra mondiale, a Ennepetal in Westfalia la popolazione si rifugiava nella Grotta Klutert e numerose persone affette da asma bronchiale notarono un miglioramento del loro stato

Antroterapia a Grotta Giusti (Darmanin).

morboso. Nel 1952 Shultz effettuò una ricerca su 130 ammalati, contattati per 3-6 mesi dopo la fine della cura, ove l’80% risentiva ancora favorevolmente del trattamento speleoterapico.
Analogo risultato nella Grotta della Pace in Ungheria. E ancora nel 1954-56 Wagner, sempre nella Grotta Klutert, ottenne un miglioramento nel 73% degli ammalati trattati.
Ricerche epidemiologiche esperite su tutti i minatori che lavoravano nelle miniere di sale di Wielicza, in Polonia e a Praid, in Romania, non hanno evidenziato alcun caso di asma bronchiale.
Il Dott. Horwat, a Tapolca in Ungheria, ha ottenuto risultati di notevole interesse.
Risultati molto positivi anche nella Grotta Gombasek, in Slovacchia, secondo Rajman e Roda.
Da queste esperienze e dalle ricerche chimico-fisiche correlate ne è scaturito un protocollo per determinare le possibilità che una grotta possa essere adibita per la speleoterapia.
LE CARATTERISTICHE DI UNA GROTTA DA UTILIZZARE PER LA SPELEOTERAPIA
Precondizione è che la grotta si trovi in una zona non inquinata, come montagna e/o collina con copertura arborea, perché gli inquinanti/allergeni sono in minore quantità che in una città o peggio in una zona industriale.
Acqua
La presenza di acqua, sotto forma di un lago, fiume, stillicidio, è determinante.
Aria
Ci deve essere circolazione d’aria e ricambio, ma lento.
Temperatura
La temperatura in grotta è costante. Ottimale sarebbe tra +9°C e +12°C, ma variazioni sono accet-
tate se confermate da altri parametri e se empiricamente funziona.
Umidità
Umidità relativa (UR) deve essere contenuta tra il 90% e il 100%, ma anche in questo caso vale il discorso fatto con la temperatura.
Umidità Assoluta di 9,3 gr/m3
Flusso d’aria
Deve essere contenuto a una velocità da 8 a 14 cm/sec, mai superiore a 15 cm/sec.
Il ricambio dell’aria deve avvenire entro 8-16 ore, massimo 24 ore.
Germi
Grazie alle capacità auto purificanti dell’aria devono essere assenti. Normalmente sono presenti 1/100 delle piccole e 1/1000 delle grandi particelle rispetto alle città. Con particelle si intende non ioni, bensì pulviscolo, fibre, capelli, pollini e batteri.
Elettricità
La grotta con le sue pareti rocciose forma una gabbia di Faraday e quindi non ci sono correnti elettriche.
Radioattività
Può essere presente o meno. Se è presente entro certi limiti è positiva ed esplica un’azione antinfiammatoria. In genere è solamente il 10% in più di quella esterna. Il Radon agisce sull’epitelio e sulle cellule basali del tratto respiratorio, ma non solo.
Sostanze gassose
La presenza di anidride carbonica (CO2) in una certa misura è componente importante della cura in grotta, così come la ionizzazione negativa dell’aria.
Ozono
È assente, a significare la capacità di depurazione dell’ambiente ipogeo.
Sostanze riducenti
Devono essere assenti.
Aerosol
In generale l’aerosol è un sistema colloidale di gocce fluide: goccioline finissime 10-7 10-5, piccole medie e grosse, di Ca++,Mg++,K+,NH4++,SO4--,Cl-,NO2- (Cauer, 1954), che con lo stillicidio, effetto splash, rimangono sospese nell’aria satura di vapore acqueo e vengono inalate dai pa-

Grotta Giusti.
zienti. La caduta dell’acqua produce ioni elettronegativi. Il calcio è il catione largamente predominante (entra nei polmoni per osmosi), il magnesio, con un valore medio come all’esterno, favorisce il Ca nella sua azione.
Con un Ph inferiore a 4,2 uccide i germi patogeni. L’anidride Carbonica ha un ruolo importantissimo. All’esterno è 0,03% Vol, in aria fresca. All’interno, in concentrazione fino al 0,10%, agisce positivamente. Infatti fa aumentare da 1 a 1,5 l al minuto il volume respiratorio. Inoltre, associata alla continua inalazione di finissime goccioline contenenti calcio e magnesio, favorisce la risoluzione di crampi e l’espettorazione. In conclusione si assiste all’azione sinergizzante di tanti piccoli fattori (F. Della Valle , 1981).
Miglioramento dell’umore
In grotta manca qualsiasi tipo di stress. Può quindi avere un ruolo importante nei disturbi psicosomatici, influenzando il corso della malattia.
Altro
Recentemente si è appurato che la grotta agisce come risuonatore naturale di ultrasuoni, aprendo un altro filone di indagine.
LA SPELEOTERAPIA
La Speleoterapia, interessante branca della Speleologia, ha come fine la cura di alcune malattie in grotta. Meccanismo d’azione terapeutica è il microclima di molte cavità sotterranee, principalmente di natura carsica. L’area di diffusione di questo particolare tipo di cura si trova nell’Europa Orientale e, in una piccola estensione, nella Germania Occidentale e in Austria.
Fattore determinante per la terapia a microclima è l’aerosol speleologico con l’ambiente di dispersione che si forma in un’atmosfera quasi sterile. Nelle grosse cavità l’acqua, ricca di calcio e di magnesio, scende dalla roccia fessurata, cadendo da diverse altezze sul fondo della grotta, e, ad eccezione di una piccola parte che si trasforma in concrezioni, si polverizza e si trasforma in aerosol. Con tale caduta d’acqua, identica all’effetto della cascata, è assicurata anche la ionizzazione, con ioni a carica negativa. Per meglio mettere a fuoco il meccanismo d’azione del microclima speleologico, bisogna considerare nelle cavità: la temperatura sempre bassa e più o meno costante,
la ionizzazione dell’atmosfera, il pH acido dell’aerosol, l’oscurità continua ed il grande contenuto in CO2 , delle particelle in dispersione. Tali essenziali fattori, considerando il biotipo speleologico secondo la valenza ecologica in acqua, aerosol e suolo, determinano una biocenosi non comune. Considerando, su prove in laboratorio, le acque verticali ed il suolo delle grotte quasi sterili, queste costituiscono l’ambiente ideale per un valido metodo di cura. Se ne avvantaggiano principalmente le malattie dell’albero respiratorio. Per la struttura a più eziologie di questo gruppo di malattie e per il grosso margine di sicurezza creato dall’ambiente asettico, privo di polveri e di allergeni, si devono ritenere le caratteristiche ambientali come il primo passo verso il successo terapeutico.
L’aerosol speleologico possiede un effetto da batteriostatico a battericida a causa della sua reazione acida. L’umidità dell’aria ed il pulviscolo aerosolico hanno un effetto secretolitico sul muco dell’espettorato.
L’effetto antiflogistico del calcio si completa con quello parasimpaticolitico e con l’aumento della fagocitosi. Oltre ai suddetti effetti farmacodinamici bisogna considerare anche la grande influenza spasmolitica del magnesio. Il contenuto elevato di CO2 , e l’acidità dell’ambiente fanno aumentare l’ampiezza respiratoria con notevole aumento della gittata cardiaca. Le dimensioni dell’aerosol speleologico sono ideali per penetrare nei bronchioli terminali, dove è legato lo spasmo, e negli alveoli. La superficie tissutale delle vie respiratorie, alterata dal materiale purulento contenuto nel muco, viene migliorata dalla negatività elettrica degli aeroioni ed idroioni. Più importante di questo effetto locale è l’influenza dei suddetti sul sistema nervoso vegetativo. Notevole è anche la stimolazione degli aeroioni negativi sulle cellule della zona glomerulare e fascicolare del surrene con aumento della produzione di glucocorticoidi.
Le malattie che si avvantaggiano del microclima speleologico sono: la bronchite cronica, il raffreddore da fieno, l’asma infettivo- allergica e la vasta famiglia delle malattie professionali che vanno sotto la denominazione di «pneumoconiosi» e più specificamente: l’antracosi, calicosi, silicosi, siderosi, asbestosi, con le loro fatali complicanze enfisematose e bronchiectasiche.
(A. Piciocchi - F. Utili, 1975)
GROTTE SPELEOTERAPICHE IN EUROPA
T. °C UR% Radon Bq/mc Durata Malattie curate AUSTRIA
Oberzeiring9-12°C95-100%-28 gg1-2-3
Grotta di Argento BULGARIA
Magura28-90 gg6-7-8-9 CECHIA
ZlateHory7,8-8,4°C95%50015 gg1-4-5
Sanatorium Hedel
Mladec7°C90%380019 gg1 FRANCIA
Luchon----1
Thermes de Bourbon----1
GERMANIA
Grotta Klutert8,4-10,2°C95%10%>che esterno28 gg10-11-13
Nebullach7-9°C100%-21-28 gg1
Miniera rame-bismuto-argento
ISRAELE
Monte Sedom (Sale)21-23°C20-30%
ITALIA
Antro del Corchia6-8,5°C90-100%80-133
Buca di Equi
Grotta del Vento10,7°C98-100%123-48828 gg1 POLONIA
Wieliczka (Sale)23-24°C70%-21-28 gg1-3-20-21
Sanatorio Kinga
ROMANIA
Praid (Sale)15,5°C59-70%-21 gg14-15-16
Unirea (Sale)11-12°C61-75%-18-25 gg1-6
RUSSIA
Beresniki14-16°C30-80%-18-23 gg17
Ex miniera di potassio SLOVACCHIA
Bystra8°C95-100%-21 gg1-6
Grotta Gombasek9°C100%7 mr/R28 gg1-6-10-11-13
SLOVENIA
Sezane13-19°C90-95%
4 grotte selezionate per la speleoterapia. Non si sa di più.
TURCHIA
Damlatas----1
Grotta di Insuyu (grotta con 5 laghetti)19 UCRAINA
Solotvino (Sale)21-22°C40-60%-30-35 gg1
Cun Tuz (Sale)9,2-10,2°C42-78%--1 UNGHERIA
Abaliget Barlang10,1-12,9°C95-97%-28 gg1-13
Beke Barlang10-10,5°C98-100%-21 gg1-13
Grotta della Pace-Josfavo
Tapolca10-12°C95-99%-21 gg1-13
Korhazbarlang = grotta ospedale
GROTTE ANTROTERAPICHE IN EUROPA
Vengono riportate solamente le due più signifi-
cative sia per le caratteristiche fisico-chimiche che per quelle
T. °C UR%RadonDurata Malattie curate AUSTRIA
Bockstein-Badgastein37,5-41,5°C75-90%4,1.10-8 curie/l21-28 gg23 ITALIA
Grotta Giusti24,6-33,7°C90-97%270-41012 gg24
1. Asma bronchiale, 2. Bronchiti, 3. Enfisema polmonare, 4. Riniti allergiche, 5. Rinofaringiti AC recidivanti, 6. BPCO, 7. Malattie cardiache, 8. M. neuropsichiatriche, 9. M. dermatologiche, 10. Asma allergica, 11. Asma infettiva, 12. Malattie da sforzo psicogeno, 13. Bronchiti croniche, 14. Asma intrinseca, 15. Asma estrinseca, 16. Asma complessa, 17. Allergie respiratorie, 18. Raffreddore da fieno, 19. Cure idroterapiche per il diabete e i disturbi dello stomaco, 20. Cuore polmonare cronico, 21. Insufficienza respiratoria e circolatoria compensate, 23. Poliartrite cronica primaria, malattie reumatiche degenerative, morbo di Becterew, reumatismo delle parti molli, malattie del collageno, artrite urica, disturbi emorragici periferici, postumi di infortuni,
malattie del sistema nervoso centrale e periferico, asma bronchiale, raffreddore da fieno, disturbi ormonali e vegetativi. 24. Gotta, uricemia, osteartrosi e altre forme degenerative, reumatismi extra articolari, postumi di flebopatia di tipo cronico, vasculopatie periferiche, rinopatie vasomotorie, faringolaringiti croniche, sinusiti croniche, sindromi rinosinusitiche bronchiali croniche, bronchiti croniche.
La Cura
Un ciclo di cura dura in media dai 21 ai 28 giorni. Ogni giorno i pazienti vanno in grotta per un periodo di tempo che varia a seconda del piano terapeutico stabilito: si inizia con 1 ora al mattino e 1 ora al pomeriggio, per arrivare fino a 4 ore al gior-

Grotta Giusti.
no, protetti dalla bassa temperatura grazie ad adeguati abiti e/o coperte e mantelli, seduti su poltrone o lettini.
Durante la cura sono sospesi i medicamenti. Per i ragazzi un animatore è consigliato. Il ciclo terapeutico può essere ripetuto nel corso dell’anno.
Talvolta al 13° giorno sopravviene un leggero stato di malessere. Può essere inquadrato nella ben nota reazione alle cure termali.
La Grotta Gombasek
Rajman, Roda e Klinko (1971) la scelgono per la temperatura costante, la mancanza di correnti elettriche, l’assoluta mancanza di polvere nell’atmosfera e la mancanza di batteri, per cui non c’è possibilità di infiltrazione di allergeni nelle vie respiratorie.
L’umidità dell’atmosfera e le particelle dell’aerosol assicurano un’azione secretolitica e facilitano contemporaneamente l’espettorazione. L’azione antiflogistica del calcio si completa per il suo effetto parasimpaticolitico e favorisce anche la fagocitosi. L’influenza spasmolitica del magnesio fa parte anche delle azioni farmacodinamiche.
L’elevato contenuto di anidride carbonica rende più profondo e frequente il respiro. Anche senza aumento della frequenza respiratoria aumenta il volume minimo, si verifica una dilatazione locale dei vasi sanguigni e con essa un aumento della gittata cardiaca.
La grossezza delle particelle di aerosol è ottimale per una infiltrazione nei bronchioli terminali, che sono maggiormente colpiti dallo spasmo, e negli alveoli.
La elettronegatività degli aero e idroioni regola le condizioni della superficie delle vie respiratorie, condizioni che sono perturbate dalla mescolanza prevalente del muco. Accanto alla loro azione, gli Autori valutano ancora migliore l’influsso favorevole degli aero e idroioni sul sistema nervoso vegetativo. Inoltre con ciò si stimola la monoaminossidasi, che metabolizza la serotonina ed in tal modo agiscono da sedativi. In definitiva, si ha la prova dell’azione stimolante degli aeroioni negativi sulle cellule della zona glomerulare e fascicolare delle glandole surrenali, perché ne risulta una elevata produzione di glicocorticoidi.
“Non si conosce molto sugli effetti degli altri ioni dell’aerosol della grotta, ma probabilmente favori-
scono l’espettorazione e l’autopurificazione delle vie aeree.
Riepilogando si può dire che l’aerosol della grotta ha un effetto disinfettante, mucolitico, spasmolitico e antinfiammatorio, accelera l’autopurificazione dei bronchi incrementando l’attività mucociliare” (G. Agostini e Coll., 2000).
“Lo speleoaerosol non attiva soltanto una ben precisa azione termergica, ma anche una contemporanea terapia inalatoria che risulta diversa da grotta a grotta in relazione alla natura chimico fisica delle sorgenti di acqua minerale” (G. Agostini e Coll., 2000).
Sperimentazione in pazienti asmatici alla Grotta del Vento
Nel 1987 e 1988 il nostro Gruppo di lavoro (v.di nota 1 in fondo all’articolo) portò avanti una sperimentazione alla Grotta del Vento di Fornovolasco dopo avere verificato i parametri speleoterapici.
In grotta risultava: assenza di inquinamento, facilità di alloggio, molte gallerie orizzontali, sicurezza e facilità di movimento, sviluppo nel calcare, temperatura media annua 10,7°C, Umidità Relativa del 98%, velocità del vento 2-3 m/sec, presenza di Radon (123-488 Bq/m3), assenza di contaminazione batterica anche in presenza di molti visitatori, aerosol con contenuto di calcio (11,89 mg/m3), magnesio (0,632 mg/m3), sodio (1,08 mg/m3), potassio (1,22 mg/m3).
Per cui aveva tutti i requisiti per un risultato positivo.
Fu deciso di accettare una ventina di pazienti tra 7 e 20 anni, con asma di grado lieve-medio.
Tutti furono studiati sotto il profilo pneumologico, allergologico, cardiologico, attraverso analisi bioumorali e strumentali. Prima e dopo il ciclo di cura furono esaminati i seguenti parametri: immunoglobuline, elettroliti, ECG, prove allergometriche (prick test), prove di funzionalità respiratoria, test di broncostimolazione eseguito con metacolina.
Quotidianamente esame spirometrico, pressione arteriosa, visita medica al mattino e alla sera. Riguardo alla pressione si è verificato un decremento della pressione massima e della minima. Riguardo al PFR-FVC, FEV1, PEFR si è constatato un aumento di tutti e tre i parametri.
In conclusione si è constatato una tendenza al miglioramento sia per quanto riguarda la diminuzione della sintomatologia, sia per quanto riguarda
il consumo di farmaci. I genitori erano entusiasti e disponibili a proseguire il trattamento. (G. Agostini e Coll.,1992).
Purtroppo alla sperimentazione non è seguita alcuna azione concreta. In teoria il trattamento avrebbe dovuto essere preso in carico dal SSN e conseguentemente la direzione della grotta avrebbe dovuto attrezzarsi adeguatamente e nel paese di Fornovolasco avrebbe dovuto sorgere una attività ricettiva adeguata alla permanenza dei pazienti. Ma la speranza è l’ultima a morire.
Antroterapia (v.di nota 2)
Sono numerose le grotte in Europa che effettuano l’Antroterapia. In questo lavoro ci limitiamo a due delle più significative: La Grotta Giusti di Monsummano Terme e la miniera di Bockstein-Badgastein.
La Grotta Giusti
La Grotta Giusti viene scoperta per caso nel 1849. Alcuni operai che vi penetrarono ebbero quasi immediatamente beneficio ai loro dolori per cui il medico condotto Tersizio Vivarelli si rese subito conto delle potenzialità curative della Grotta e consigliò al Cav. Domenico Giusti, padre del poeta satirico Giuseppe, di adibirla a stabilimento termale. Detto fatto negli anni si passò da semplici camerini ove spogliarsi a un albergo con annessi adatti alla bisogna con un crescendo migliorativo fino ai giorni nostri. L’unico lato negativo recente riguarda la costruzione di una grande e bella piscina termale la cui alimentazione ha fatto calare il livello del laghetto interno che conferisce la termalità alla grotta. Se si aggiunge anche il cambiamento climatico in atto il problema si aggrava.
La grotta fu studiata nei suoi parametri chimico fisici da Targioni Tozzetti (1854), Grandeau (1864), Porlezza (1937), Montigiani (1979-1980), Agostini e Coll. (2000).
La parte medica fu appannaggio di nomi più o meno illustri come Francesco Orlandini, Paolo Casciani, Fedele Fedeli, Giuseppe Mya, Scardigli, Martinetti, Piciocchi e Utili, Dellavalle-Agostini e Collaboratori. Naturalmente anche altri se ne occuparono.
L’esplorazione è stata effettuata dal Gruppo Speleologico Fiorentino del C.A.I. fin dal 1929 con un primo rilievo, dal 1974 al 1988 con un secondo rilievo cui parteciparono anche lo Speleo Club Firenze e il Gruppo Speleologico Marchigiano, dal 1989 fino a oggi con sporadiche presenze dallo Speleo Club Firenze che ha però prodotto il rilievo rivisto e aggiornato al 2019 curato da Stefano Merilli.
L’esplorazione subacquea del Lago del Limbo è stata iniziata dal Gruppo Speleologico Fiorentino nel 1974, ripresa intorno al 1980 dall’Associazione Sub Pistoia cui è subentrato dal 2000 c.a. il gruppo di Grotta Giusti Diving.
Infine le ricerche più recenti hanno evidenziato nelle acque del Lago la presenza del batterio Bacillus Licheniformis capace di sintetizzare carbonato di calcio che va ad affiancare lo studio delle concrezioni e che apre interessanti prospettive anche in campo farmacologico.
L’azione del clima della grotta provoca:
- Modificazioni della temperatura cutanea
- Oscillazioni ponderali
- Rapporto tra sudorazione e modificazione degli elettroliti ematici e sudorali
- K, Na e Cl: i livelli ematici di questi elettroliti non subiscono significative variazioni in rapporto alla terapia (fango, grotta,…)
- Modificazioni della pressione arteriosa: in G. Giusti il 20% in meno dei valori di partenza
- Influenze metaboliche: in G. Giusti
l’eliminazione dell’acido urico attraverso il sudore si mantiene abbastanza alta per tutto il periodo della cura
- Variazioni bio-umorali
- Quadro elettroforetico delle proteine
- Diminuzione del colesterolo
- Scarsa modificazione di glicemia, trigliceridi, colesterolo HDL, lipidemia totale e colesterolo totale (anche se per queste variazioni la questione è molto controversa)
Pure la geologia ha visto molti interessarsi della grotta, soprattutto per quanto riguarda l’origine del campo idrotermale. Si può citare Savi e Fedeli (1870), Domenico Zaccagna (1883), Canevari (1923), Lotti (1927), Azzaroli (1948), Trevisan (1961, 1951 e 1954), Carobbi e Cipriani (1954), Brandi e Coll. (1967), Martini (1968), Andreani (1973), De Giuli e Coll. (1975), Fancelli e Coll. (1976), Duchi e Coll. (1998). Le concrezioni sono state studiate da Forti e Utili (1984).
- Modificazioni della ventilazione polmonare: in G. Giusti netto aumento del volume respiratorio
indotto dall’alta percentuale di CO2
- Considerazioni conclusive
- Immagine confusa e a volte contraddittoria della sperimentazione antroterapica in Italia
- Ogni grotta andrà valutata singolarmente, classificata e terapeuticamente indirizzata a seconda delle caratteristiche microclimatiche espresse (G. Agostini, M. Mian, F. Dellavalle, 1986).
La cura è indicata:
- Nelle patologie dismetaboliche, in primis nella diatesi uricemica, nella gotta e in tutte le forme di artrosi sia deformanti che monoarticolari, oltre che in tutte quelle forme che spaziano dal reumatismo articolare acuto alla poliartrite cronica primaria, localizzata a una articolazione o generalizzata.
- Nelle affezioni dolorose successive a nevriti, nonché fibrositi e miositi.
- Anche l’ obesità trova indicazione per il netto miglioramento dei quadri dismetabolici così spesso associati all’obesità stessa.
- In talune forme di ipertensione.
- Appare utile la notevole perdita di sodio che l’antroterapia sembra comportare con la sua azione diaforetica.
- La migliorata ventilazione polmonare appare influenzare positivamente bronchiti croniche e asma.
- Azione diaforetica che influenza la sindrome premestruale.
(G. Agostini, M. Mian, F. Dellavalle, (1986 )
La cura dura 12 giorni per 1 ora al giorno.
La miniera di sale di Bockstein – Badgastein
Situata nella rinomata valle termale di Badgastein, nel 1939-1940 riprendono gli scavi della vecchia miniera aurifera dei monti Tauri, dove fin dalla preistoria si estraevano oro e argento.
Nel 1940-1941 si prosegue l’avanzamento delle gallerie ma ci si interrompe dopo 2500 metri, non ritenendo che valga la pena cercare oltre. Nell’avanzamento degli scavi si notano improvvisi aumenti e diminuzioni della temperatura, un’elevata Umidità Relativa, la presenza di Radon e l’assenza di patologie di tipo reumatico tra i minatori.
Nel 1946 l’Istituto di Ricerche di Gastein, sotto la direzione del Prof. Sheminsky, direttore dell’Istituto di Fisiologia dell’Università di Insbruck, viene incaricato di elaborare i dati scientifici, dai cui risultati si evidenziava che il valore curativo della miniera superava tutti i trattamenti terapeutici fino ad allora usati. Nel 1951 il Dott. Otto Henn assume la direzione delle grotte, quando ancora non esisteva la Casa di Cura, aperta nel 1954.
Dal 1949 al 1970 vengono curati 33.347 pazienti i cui risultati si possono così riassumere. “Nella lotta alle malattie croniche, accanto alla via dei medicinali, ne dobbiamo adoperare una seconda terapeuticamente altrettanto importante, e in particolare una che miri all’attivazione delle forze proprie del corpo e che ponga l’organismo in grado di risolvere esso stesso la malattia.
Nel trattamento combinato radon-inalazione e ipertermia nelle grotte termali si è scoperto una seconda via, molto interessante e terapeuticamente assai importante”. (B. SANDRI, 1973).
Il Radon, come gas nobile volatile, ha, al contrario di sostanze radioattive solide a carattere metallico, un’elevata azione terapeutica e biologica, senza nessun effetto collaterale nocivo.
Il Radon col calore aumenta la concentrazione nel sangue dando un potente stimolo biologico e terapeutico. Il Radon unito al calore e all’alta umidità hanno effetti complessi non separabili in effetti semplici. La loro efficacia combinata è notevolmente potenziata (v.di nota 3).
La cura dura dai 20 ai 30 giorni, con un ingresso ogni due giorni, per una durata di 100’, compreso il tempo del trenino 20’+20’, per raggiungere la stazione di cura. All’uscita sono previsti 60’ di riposo nella Casa di Cura eventualmente seguiti da massaggi ed esercizi respiratori.
La cura è indicata per poliartrite cronica primaria, malattie reumatiche degenerative, morbo di Becterew (spondilartrite anchilosante), reumatismo delle parti molli, malattie del collageno, disturbi emorragici periferici, postumi da infortuni, artrite urica, malattie del sistema nervoso centrale e periferico, disturbi ormonali e vegetativi.
CONCLUSIONI
Da quanto sopra esposto, pur in presenza di dati talvolta contraddittori, si può concludere che la speleoterapia ha ampi margini di positività e che l’an-
troterapia è quasi una panacea per le malattie per cui è indicata, pur senza rinunziare alla farmacopea corrente che deve sempre affiancare la cura in grotta.
NOTE:
1 Dott. Alfonso Piciocchi (G.S.Napoli), Prof. Franco Utili (SCF), Dott. Alessandro Montigiani (GSF), Dott. Franco DellaValle (GSA Livornese), Dott. Fabrizio Serena (GSA Livornese), Vittorio Verole Bozzello (Grotta del Vento - Fornovolasco), Luciano Tanini (Associazione Sub Pistoia), Prof. Giovanni Agostini (Cattedra Idrologia Medica UNIPI), Prof. P.L.Lapucci e E. Lapucci (Istituto d’igiene PI Dipartimento di sanità pubblica UNIPI), Prof. G. Baldini (Clinica Pediatrica UNIPI), Prof. E. Mian (Clinica Dermatologica UNIPI), Prof. N. Ricci (Dipartimento di scienze dell’ambiente e del territorio UNIPI).
2 Per Antroterapia si intende l’utilizzo terapeutico del microclima di particolari cavità, naturali o artificiali, caratterizzate dal possedere una temperatura sufficiente a indurre nei pazienti una risposta diaforetica.
3 La grotta ha un alto contenuto in Radon: 4,1.108 Curie per litro. Dosi irradiative in ciascun organo umano con un bagno terapeutico o con singolo ingresso in galleria, in Badgastein (secondo E. Pohl e Pohl-Ruling).
Bagno termale
Radon 20nCi/I
H2O Durata 20’
Ingresso in grotta Radon 3nCi/I aria
Stazionamento 2 ore
Polmoni377400
Sangue 9 700
Fegato 8 430
Reni 9 1700
Surreni23340
Midollo10230
Muscoli7,4150
Una radioscopia diagnostica = 0,1 rad = 12 ingressi in grotta. EBR-fattore (fattore d’efficacia biologica relativa) per irradiazione = 10, quindi 1 rad = circa 10 rem. Carico ai polmoni per balneoterapia (20 bagni) = 7,4 rem. Carico ai polmoni terapia in grotta (12 ingressi) = 0,9 rem = 900 mrem. Irradiazione consentita = 15 rem, dell’irradiazione.
BIBLIOGRAFIA
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Buca di Tito
Testo e immagini a cura di Rolando Alberti e Maria Del Giudice
LA MEMORIA STORICA
di Maria Del Giudice
Marcello Garosi, nome di battaglia Tito, fu uno dei primi organizzatori della guerriglia partigiana in Versilia. Comunista, in contatto con il Comitato di Liberazione Nazionale di Viareggio, ai primi di maggio del 1944 organizzò una formazione partigiana sul monte Prana. Questa formazione, intitolata a “Luigi Mulargia”( un patriota sardo caduto in combattimento sul monte Gabberi), iniziò lo spostamento verso la Lunigiana ed al Campaccio entrò in contatto con il CLN di Massa, che vi fece confluire un gruppo di partigiani della zona.
Successivamente fissò la sua base agli Alberghi, sopra il paese di Forno. Ad essa si unì anche il distaccamento “Silvio Ceragioli”.

Il 9 gugno del 1944 i partigiani di Tito occuparono Forno, nell’aspettativa erronea di un imminente sbarco alleato fra Viareggio e Marina di Carrara.
Il paese sarebbe stato utilizzato come avamposto per azioni nella città di Massa.
Il CLN apuano, resosi conto dell’azzardo commesso, ordinò a più riprese che i partigiani abbandonassero Forno; in quei giorni Marcello Garosi “Tito” fu confermato comandante unico delle varie formazioni del massese e della Versilia.
Il 13 giugno era la festa di S. Antonio, patrono di Forno, e forse questo può aver ritardato la ritirata dal paese, che era stata ormai decisa.
All’alba di quel giorno truppe italiane della X Mas e tedesche di stanza a La Spezia attaccarono Forno, cogliendo di sorpresa i partigiani, e conquistandolo dopo alcuni combattimenti, nel corso dei quali trovò la morte anche “Tito”.
“Tito” morì sulla roccia del Pizzo Acuto, di fronte all’edificio dello Stabilimento di Filatura del Cotonificio Ligure.
È stato insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
BUCA DI TITO: LA RISCOPERTA di Rolando Alberti
Questo racconto non è scientifico né parla di avventure alla scoperta di nuovi record di profondità o tribolate esplorazioni alla ricerca di congiunzioni. È un racconto di luoghi, persone e memoria.
3 Agosto 2022, 78 estati più tardi.
L’appuntamento per arrivare alla Buca è alle 18.00, Luca ha preparato la targhetta dell’FST da affiggere all’ingresso della Buca di Tito numero 337 T/MS del catasto grotte, Nadia ha portato tutto l’occorrente per calarsi e rilevare la posizione esatta dell’ingresso. Io faccio da aiutante “palina” per il DistoX e adesso da narratore.
Il luogo dell’incontro è vicino all’alimentari “Orlando” all’imbocco di vicolo scalette, che si rag-
Ingresso Buca di Tito.
giunge da piazza Martiri della Libertà a Forno di Massa.
Luca è solo, seduto sulle scale, abita poco più avanti (e più in alto) e chissà quanto tempo è che aspetta. Sono riuscito a liberarmi da un impegno e arrivo praticamente quando arriva Nadia. È ancora piuttosto caldo, molto insolito a Forno e già i passi per raggiungere i miei compagni di viaggio costano parecchie gocce di sudore.
Per raggiungere Luca passo davanti all’alimentari dove, come da sempre usa da queste parti, sono sedute all’ombra delle case tre signore che mi salutano sorridenti: «vado da Tito» dico io, annuiscono e ricambio il saluto.
Cominciamo quindi a percorrere la scalinata, faticosa (n.d.r. sentiero CAI 169). Altri incontri e altri saluti ai compaesani, finché non arriviamo alla fine delle scale in cemento e da dove parte la salita della mulattiera che porta al cippo in memoria di Tito.
Il caldo si fa sentire anche all’ombra degli alberi che costeggiano il sentiero, il caldo di questa estate è veramente eccezionale e dopo 15 minuti totali di cammino arriviamo alla casa in cima alla salita il cui cancello ci è stato cortesemente lasciato aperto. A questo punto dobbiamo scendere verso le piane in basso attorno al casolare, verso un piccolo spiazzo con la lapide che campeggia all’ombra della punta del Pizzo Acuto.
La lapide è intitolata a Marcello Garosi ed ogni anno dopo la commemorazione dell’eccidio di Forno del 13 Giugno 1944, una delegazione di cittadini si reca in quel luogo con una corona di fiori per rendergli omaggio, per ricordare un
ragazzo (a 25 anni si è in fin dei conti ancora ragazzi) che combatté fino alla morte contro i nazifascisti per fermarne l’avanzata verso il centro di Forno.
La leggenda dice che la Buca sia stato il punto in cui Marcello si tolse la vita con l’ultimo proiettile rimasto nella sua pistola per non finire in mani nemiche e senza retorica è un onore riscoprire quel luogo e ricordarlo.
Dico “riscoprire” perché non sappiamo esattamente dove si trovi la Buca, sappiamo che è sotto lo spiazzo, ma fra alberi caduti e marci, rovi e pungitopo il canale sottostante precipita pericolosamente verso la strada per almeno una 30ina di metri. Davanti a noi, oltre la strada e il letto del fiume Secco, arriva il fragore dello scarico della vasca di raccolta dell’acqua della turbina che rilascia con una mae-
Rilievo topogra co storico della Buca di Tito


stosa cascata le acque della vicina sorgente del Frigido. La Buca è là sotto, ma dove? E soprattutto, è possibile arrivarci?
Va avanti Luca e cerca un punto di ancoraggio fra gli alberi per calarsi nel canale, fatto. Poi Nadia
comincia a calarsi e trova un primo pertugio, troppo piccolo, dall’interno arriva luce e si vede una stanza più larga, dalla parte opposta c’è una fessura che Luca individua scendendo pericolosamente sul lato destro del canale, ma anche questo è troppo piccolo. L’ingresso dovrebbe essere più in basso. Effettivamente a dieci/quindici metri si apre davanti agli occhi di Nadia la volta della Buca, piuttosto ampia. Facendoci largo tra i rovi a zig-zag io e Luca riusciamo a raggiungerla per un sentiero scosceso sul lato sinistro. La grotta si presenta modesta, qualche metro verso l’alto e si chiude lì, sembra più un riparo. Un pipistrello ci sente e vola fuori. Questo luogo fu teatro di un duro scontro a suon di mitragliatori, data la sua posizione di dominio sulla strada sottostante. Vedo Luca che tocca le pareti, forse in cerca di qualche segno del conflitto a fuoco. Arriva quindi l’ora di apporre la targhetta della FST e di risalire.
Nadia è paonazza per il caldo soffocante e mentre rimane in prossimità della grotta Io e Luca saliamo verso la casa per fare da “palina” per la misurazione delle tratte. L’idea è quella di tracciare la poligonale fino allo spigolo del casolare che è identificabile sulla CTR della zona e quindi da lì individuare la posizione esatta della cavità. L’impresa risulta piuttosto elaborata e faticosa vista la vegetazione che copre la visuale, ma alla fine riusciamo ad ottenere un buon risultato che verrà poi riportato su carta e catasto.
Purtroppo niente bevuta finale, al ritorno ci dividiamo e ci diamo appuntamento per la prossima avventura.

OFC con poligonale.
Oh partigiano portami via.


Scheda catasto originale.