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Il Romanista del 27 settembre 2026

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Auguri Capitano Oggi Francesco Totti fa 50 anni. Metà della sua vita l’ha passata a segnare per la Roma: ogni giorno (dal lunedì a domenica), ogni mese (anche a luglio e ad agosto), ogni giornata (dalla 1a alla 38esima). Francesco Totti è stata una giornata della nostra vita, quella che non passerà mai Cagnucci-Latini-Lo Monaco P ag da 2 a 5

TOTTI E SEMPRE

www.ilromanista.eu Anno X N° 266 Domenica 27 settembre 2026 GETTY IMAGES

Pag 6-7 DOPO LA SOSTA OTTOBRE DI FUOCO: 7 GARE IN 20 GIORNI Mirabella


Domenica 27 settembre 2026 Il Romanista

I CINQUANT’ANNI DI FRANCESCO

2 Totti e sempre

IL SOGNO DI TOTTI IL NOSTRO COMPLEANNO

Quello di tutti Francesco ne ha realizzati due in uno Quello di giocare per la Roma e di segnare più di tutti

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Tonino Cagnucci tonino.cagnucci@ilromanista.eu on è vero che i giocatori passano e la Roma resta. Di Bartolomei resterà sempre la voce seria, il cipiglio sicuro nella notte, un nostro padre, o un fratello maggiore, e il ricordo più geloso e prezioso in fondo al cuore. Rocca te lo immaginerai sempre correre a sinistra. Rocca è stata la corsa tra la Rometta e la Roma campione, quasi si fosse sacrificato per questo scatto. E poi c’è Totti. Totti è una giornata della nostra vita. Ha segnato da mezzogiorno, come quando a Firenze segnò il 200esimo gol, a mezzanotte circa (il rigore con l’Arsenal). Ha segnato al primo in una finale di Coppa (nel 6-2 contro l’Inter) o all’ultimo minuto di recupero di una partita durata tre ore (il 3-2 su rigore alla Samp nel 2016). Da Palermo a Udine. Da Silkeborg, che sta dalle parti del castello di Amleto, ai Giochi del Mediterraneo. Dall’Europeo dei Piccoli, al Mondiale dei grandi. Ha segnato tutti i mesi dell’anno, anche a giugno - persino un gol scudetto - a luglio - in Europa League - ad agosto - in Supercoppa. La sua stagione dell’amore è l’unica che non viene e va. Ha segnato tutti i giorni della settimana. Ma c’è qualcosa di ingiusto nel celebrare Totti solo per i gol, e non solo perché ha giocato da prima punta solo un terzo della carriera. I gol sono come i premi per i grandi ricercatori, conta quello che si fa ogni giorno, ciò che ti porta al titolo. La quotidianità passata da Porta Metronia al Torrino: l’intero sistema solare. Totti è Tottigo per i gol fatti contro la saracinesca più che a San Siro o al Bernabeu. Se ha vinto il Mondiale in Germania è per come giocava alla tedesca fra San Giovanni e Trastevere. Totti è sempre stato uno di quartiere, uno che da ragazzino prima o poi doveva andare dal barbiere. Totti è il telefono coi fili, la pizza rossa o la pizza bianca, la villeggiatura più che la vacanza, più che il gettone – che vale sempre 200 lire – è la cabina telefonica. Il mangianastri arancione che aveva la zia più «moderna», la prima moquette nelle case di Roma. Totti è certe zone di Roma, San Giovanni dov’è nato è tutta sua. San Giovanni è uno dei posti di Roma meno cambiati dal ’76 a oggi. C’è lì una specie di medietà romana dove respiri il centro e annusi la periferia. Totti ha la faccia di un film di Pasolini, non quella di un libro di Moccia. Non sta tre metri sopra il cielo, ma in mezzo ai binari dove passa il tram di Fellini per Roma. È la tombolata

non lo shopping. Pianerottolo e odore di fettina ben cotta. Totti è timido e per questo può diventare sfrontato non cinico, sveglio non opportunista. Tutto questo vuol dire appartenere a una certa tradizione tipicamente romanista. Totti ha rappresentato anche, se non soprattutto, il tifoso medio della Roma. Francesco non è di nicchia, non è un’esclusiva ultras, perché è del popolo. Totti è Tottigo dei ragazzini piccoli piccoli. Totti è il disegnetto sul banco che una volta era UR. Un 10, un IO, un D10. L’ID di noi stessi. Totti è la Roma più che l’Aesse Roma. Francesco Totti è il chiacchiericcio di Roma, quello che gira per l’aria, prima di essere un nome già impresso nella sua storia. È nei discorsi sul pianerottolo fra Anna e Maria, sui ballatoi di San Lorenzo. Totti è quella Roma che resiste. Lui l’ha fatto: non se n’è mai andato. Anche in questo ha risparmiato tempo a Dio: niente parabole da figliol prodigo, semmai pallonetti, palombelle giallorosse, cucchiai. «Forza che il pranzo è pronto, ma speriamo che Totti domani segni». Anzi: «che domani segna». È meglio. Il congiuntivo a volte è un errore, non dà il senso. Totti resta Totti perché dov’è nato è rimasto: indicativo – col pollice – sempre presente. Non l’aveva mai fatto nessuno prima. Strano a dirsi ma nessunol’ha mai chiaramente detto, è il segreto più scoperto del mondo: la Roma nella sua storia uno romano, romanista così per sempre non ce l’aveva mai avuto. A consegnarlo al cuore delle mamme romane, cioè all’eternità, sarebbe bastata già quella

HA SEGNATO OGNI GIORNO, OGNI SETTIMANA, OGNI ANNO, DELLA NOSTRA VITA

NON TUTTI I GIOCATORI PASSANO C’È CHI È RIMASTO: UN 10, UN IO, UN D10. L’ID DI NOI STESSI

maglietta, «v’ho purgato ancora» alla Lazio. Il suo romano, lampo di una battuta («Aho») che fa a cazzotti e vince con la noiosa prosa mentale dell’italiano, giustamente archiviabile in un «è normale che». È normale per tutti ma non per Totti. Un no-look guardandoti negli occhi, di una faccia romana e rinascimentale, un po’ Lorenzo il Magnifico un altro po’ er Più de San Giovanni, Porta Metronia. Poesie e pallonate. Il nostro piede sinistro infortunato contro il carrarmato, la mazzafionda del borgo contro l’establishment, Pasquino che, col dito in bocca, è arrivato a fare il suo sberleffo in mondovisione. Un


Il Romanista Domenica 27 settembre 2026

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Nella foto grande: stagione 2010-11, nell’abbraccio fra Totti e De Rossi un concentrato di romanismo; sotto, in senso orario: la gioia di Francesco per il gol Scudetto; l’iconica esultanza del Dieci nel 2013-14; con la Supercoppa italiana appena vinta; il saluto al pubblico dell’Olimpico alla fine di una delle gare della stagione 2015-16, quella della seconda giovinezza; il cucchiaio capolavoro nel derby stravinto 5-1, con il tricolore sul petto, il 10 marzo 2002 MANCINI, GETTY IMAGES

TOTTI È ANAGRAMMA DI SE STESSO NON SI È MAI TRADITO: COSÌ NON SE NE È ANDATO

televisore analogico a due pollici versi, altro che maxischermi al plasma in digitale. Il ragazzino che cantava «Lazio schifo fa ce potemo giurà i rigori so tre...» e che ha segnato più rigori di tutti in serie A. Totti rappresenta l’eccezione che salvaguarda l’antica regola dell’appartenenza. Non è un caso che Totti sia l’anagramma di sé stesso. È rimasto qui. È rimasto così. E così è rinato tante volte senza mai essere finito. Un creatore di gioco, quindi di mondi. L’azione poetica di chi ha scelto una maglia nel mondo del finto pluralismo a buon mercato, la lana pesante della nonna e non quelle insegne luminose che - il filosofo Giovanni Lindo Ferretti insegna - attirano sempre e solo gli allocchi. La cosa più bella è che s’è tenuto i sogni così. E parlando di gol, il record più bello non è stato tanto riprendere Baggio (in anticipo sul suo stupore), raggiungere Piola (11 gol fatti alla Lazio come il grande Silvio) ma è stato quello di superare Nordahl che ha segnato 210 gol con una stessa maglia, il Milan. Solo che Nordahl poi ha indossato anche un’altra divisa (proprio quella della Roma). Totti è il calciatore che in Italia ha segnato più volte con la stessa maglia. È una poesia di pane questa. Pensateci. Quando si è ragazzini e quasi subito ci si innamora del pallone, si hanno due sogni: quello di giocare per la Roma (o per un’altra squadra, per chi crede all’esistenza di altre squadre) e di segnare. Di fare gol. E correre sotto la Curva Sud. E tutti sono pe’ te. E tu piangi, e ti immagini tutte le rivincite, i trionfi, i titoli, gli abbracci... t’immagini mogli, amanti, figli, stirpi, dinastie, o un fumetto, la tua faccia su Topolino. Ecco Francesco Totti è come quel “gabbiano ipotetico” di cui cantava Giorgio Gaber: due sogni in un corpo solo. Soltanto che il suo non s’è mai rattrappito. ■


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MALEDETTO TEMPO IL GIORNO DELL’ADDIO

28 maggio 2017 Totti ha unito generazioni diverse di tifosi, che in quel Roma-Genoa si sono fuse E per un padre e un figlio è stata l’ultima partita insieme allo stadio, la chiusura di un cerchio

Istantanee dal 28 maggio 2017: Francesco Totti saluta i tifoi nel giorno del suo addio al calcio e, in basso, il Dieci festeggiato dai compagni MANCINI

«M Lorenzo Latini lorenzo.latini@ilromanista.eu

aledetto t e mp o ! », s o sp i rava Francesco quel giorno, ma – pur essendo perfettamente cosciente del significato di quelle due parole, pronunciate dal più grande calciatore della storia romanista – io le ho capite definitivamente sei anni più tardi. Roma-Genoa, quel Roma-Genoa – quello del suo addio al calcio – è stata l’ultima partita che io abbia visto allo stadio con mio padre. Contravvengo alla più ferrea delle leggi giornalistiche e scrivo in prima persona. È che non saprei raccontare la storia di Francesco Totti senza metterci di mezzo in qualche modo la famiglia, perciò spero che per una volta mi verrà passato lo sgarro. Quel giorno, in Monte Mario con mio padre, avevamo passato – come tutti i romanisti – l’intero caleidoscopio emotivo: rabbia verso Juric e i suoi, paura di venire beffati nel giorno dell’addio della più grande bandiera, speranza, poi di nuovo delusione, infine una gioia che c’aveva lasciato sudati, elettrici, tachicardici. L’abbraccio al gol di Perotti – quello del 3-2, che valeva la Champions – era stato forsennato, più che altro uno scossone reciproco per sincerarsi di essere

svegli, mentre urlavamo vocali a caso. Travolti da uno tsunami emotivo che c’aveva lasciato con le coronarie debilitate. Quando Francesco rientrò in campo, pronunciò il suo discorso e fece il giro di campo, vidi mio padre piangere a singhiozzi: era la prima volta che assistevo a qualcosa del genere, e mi sarebbe capitato in una sola altra circostanza. Non che io fossi da meno: in quella situazione il più distaccato del mondo aveva quanto meno i lucciconi. Mio padre era nato romani-

sta. S’era fatto anni di stadio e di Curva, prima che la Sud si unisse nel CUCS: mi raccontava di Ago e di Rocca, giovanissimi, ma soprattutto di Scaratti, Salvori, Bet, Losi, Zigoni, De Sisti. Conservava in una sorta di scrigno i biglietti e gli abbonamenti dell’epoca: una volta mi mostrò il tagliando di Roma-Santos, quella del ’72 in cui Ginulfi parò il rigore a Pelé. Negli anni, complici le circostanze della vita, si era poi allontanato un po’ dal calcio e dalla Roma; paradossalmente, proprio negli anni migliori della nostra storia.

Ma intorno alla metà degli Anni 90 s’era ritrovato – non si sa bene come – un figlio romanista: dopo Roma-Slavia, gli chiesi di andare allo stadio, perché sentivo il bisogno di abbracciare la squadra dopo quella partita. Era un Roma-Udinese: Totti – all’epoca diciannovenne – giocò titolare in coppia con Delvecchio; vincemmo 2-1. Dissi a mio padre: «Domenica prossima torniamo?». Lui scoppiò a ridere. Mio padre è stato romanista due volte in una vita sola, e nella seconda la colpa è in eguale misura mia e di Francesco Totti. Credo che fosse questa la ragione per cui fece di tutto per trovare i biglietti per il 28 maggio 2017. Alla fine ci riuscì, e quando me lo disse era felice come un bambino. «Maledetto tempo!», dicevaFrancesco. Quella è stata l’ultima partita che io e mio padre abbiamo visto insieme allo stadio, ma forse va bene così, perché non avrei potuto sceglierne una migliore: quella in cui amore e dolore, tristezza e gioia hanno spazzato via i rispettivi confini, fondendosi in un coacervo di romanismo difficilmente replicabile. Dalla stagione seguente, cominciando a lavorare per Il Romanista, quando sono andato allo stadio, l’ho fatto sempre in tribuna stampa. Lui qualche volta veniva in Monte Mario, ma non era la stessa cosa: non avevamo il seggiolino l’uno accanto all’altro; la mia spalla non toccava la sua.

Molte partite ce le siamo viste a casa, soprattutto nel periodo del Covid, ma quel Roma-Genoa è stata l’ultima occasione insieme allo stadio. Mio padre è morto il 17 gennaio 2023, due giorni dopo un Roma-Fiorentina deciso da una doppietta di Dybala. In tempo per godersi Tirana, in tempo per risparmiarsi lo scempio di Budapest. Ora che non c’è più, vivo la Roma in modo diverso: non meno, non di più. Semplicemente, non c’è più la prima persona che abbracciavo dopo una vittoria, quella con la quale mi sfogavo dopo un risultato deludente, quella che capiva e condivideva le mie “sbroccate”, il mio umore nero dopo un pareggio incassato al 93’ e la mia euforia che durava una settimana dopo una vittoria contro il Brescia. La prima volta che mio padre mi ha portato allo stadio, Francesco Totti aveva 19 anni e cominciava a brillare. L’ultima volta che io e lui siamo tornati in quel luogo insieme, l’uno accanto all’altro, la Sud ha scritto che «Totti è la Roma». Quel Roma-Genoa ci ha insegnato che tutto, prima o poi, finisce. Perché il tempo è davvero maledetto, un tiranno senza pietà che ticchetta inesorabile. C’è soltanto una cosa che ferma quel ticchettio: la memoria dei giorni felici. Quelli in cui Francesco danzava in campo e sugli spalti la mia spalla sfiorava quella di mio padre, seduto al mio fianco. ■


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FRANCESCO OLTRE TOTTI LA RECENSIONE

Il re a nudo Una lunga confessione a cuore aperto: nel libro condiviso con Alessandro Alciato, il numero 10 racconta la sua vita del dopo calcio. Alla soglia dei cinquant’anni, che compie oggi

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Daniele Lo Monaco daniele.lomonaco@ilromanista.eu

della giornata trascorsa per controlli al Campus Bio-Medico, sono stato a letto quasi un mese. Ancora oggi, non riesco a respirare bene come una volta”.

opo l’addio al calcio Francesco Totti ha rischiato di morire, è stato insultato dai figli, è caduto in depressione, ha sconsigliato Pastore alla Roma quando ha fatto il dirigente e se n’è andato quando ha capito che i suoi pareri non venivano presi in considerazione, poi ha capito che non sarebbe mai tornato alla Roma neanche sotto la gestione Friedkin, eppure ha rischiato di tornarci per volere di Gasperini, ha sperato che a gestire l’emergenza per il Covid-19 fosse Antonio e non Giuseppe Conte, ha sofferto le pene dell’inferno per la morte del padre, ha pensato di lavorare con Malagò al Coni e di tornare in Serie A a 48 anni per giocare agli ordini di Gilardino al Genoa o di Fabregas al Como, ha smesso di fare il procuratore per non raccontare bugie ai genitori dei ragazzi che seguiva e ha spiegato perché con Spalletti il rapporto non è ancora tornato quello di una volta, anche se non dispera di recuperarlo, esattamente come spera di tornare per i figli il papà amato di un tempo, dopo i tormenti di una terribile notte in cui dovette confessare loro di amare una donna diversa dalla loro mamma. La depressione C’è tutto questo in un sorprendente libro appena uscito per Cairo Editore, Oltre, scritto da Francesco Totti con Alessandro Alciato, un collega ormai specializzato nelle “autobiografie a quattro mani” con i campioni dello sport. Sorprendente perché diretto e ben scritto, per la sostanziale diversità dall’altro libro “ufficiale” dedicato al 10, Un capitano, la biografia scritta da Paolo Condò che ha raccontato tutta la carriera calcistica di Francesco, e per la spietatezza dei contenuti, soprattutto nei confronti di se stesso. Il libro racconta infatti tutto quello che è accaduto dal giorno in cui Totti ha lasciato il calcio fino a oggi. Senza tralasciare alcun aspetto. Partendo dalle sue 4 certezze, che per Francesco hanno 4 nomi: Cristian, Chanel, Isabel e Noemi, i suoi tre figli e l’attuale compagna. La prima fase dopo l’addio al calcio è stata la più dura da sopportare per lui, per la depressione che lo stava attanagliando: “Andavo di televisione. Guardavo i match di Roger Federer e di Rafa Nadal, e speravo sempre che andassero al quinto set, così avrei prolungato la mia agonia, non avrei dovuto concentrarmi su altro. Seguivo la NBA – adoro la NBA –, tifavo per LeBron James.

IO DI SOLITO SONO UN CAZZARO, IN QUEL PERIODO ERO SPENTO. I SINTOMI SOMIGLIAVANO MOLTO A QUELLI DELLA DEPRESSIONE

La maglia numero 10 e Dybala Si è favoleggiato in questi giorni, nelle sbocconcellate anticipazioni del libro, di una sua presunta ostilità a Dybala sull’assegnazione della maglia numero 10 all’argentino quando fu acquistato dalla Roma. Totti non ha ovviamente avuto mai nulla contro Paulo, ma non condivideva l’idea di dargli la maglia numero dieci e soprattutto che a consegnargliela ufficialmente dovesse essere proprio lui: “Voglio essere molto chiaro: la maglia numero 10 della Roma, io, non la ritirerei mai in via definitiva, sarebbe come negare un meraviglioso sogno ai bambini. Ogni giorno spero si manifesti un altro Totti. Uno nato a Roma, cresciuto a Roma, che scelga la Roma per la vita, per l’eternità. Discorso diverso sarebbe assegnare quella divisa a qualcuno che arriva dall’altra parte del mondo, che resta per un periodo limitato e poi va via. È un simbolo troppo importante e significativo, che va affidato solo a chi nella Roma, almeno potenzialmente, può giocare per quindici o vent’anni”.

Francesco Totti con la sua compagna Noemi Bocchi scherza con i fotografi durante una partita vista allo stadio Olimpico GETTY IMAGES

Davo una sbirciatina alle partite della Roma. Cinque dita e un telecomando, anatomia di una mano. Ma tutto ciò che vedevo, entrava da una parte e usciva dall’altra, dentro restava poco, ero solo un contenitore di passaggio. Un colabrodo. Avvertivo il vuoto. Un vuoto pericoloso. Un disagio mai provato prima. Non stavo bene, non mi andava neppure di uscire, di vedere gente. Ero spento, irriconoscibile, io di solito sono un cazzaro, come dicono a Roma, uno divertente. I sintomi assomigliavano molto a quelli della depressione, un malessere evidente”. “Ma sei sempre contro la Roma?” Per via dell’accordo contrattuale sottoscritto ai tempi di Sensi, Francesco ebbe accesso alla sua prima esperienza da dirigente, nel corso del quale però non riuscì mai a trovare la necessaria stabilità professionale. Per sintetizzare il suo disagio racconta l’episodio dell’acquisto di Javier Pastore, deciso dai dirigenti a dispetto del suo parere negativo, legato evidentemente non al valore assoluto del giocatore ma alla sua collocazione tattica nel 433 di Di Francesco: “Non ho nulla contro Pastore. Ma con il sistema di gioco di Di Francesco non c’entra niente. In questo momento dove lo metti nel 4-3-3? Con le gambe che si ritrova non può fare l’esterno, non ha abbastanza forza. Se serve l’uomo per l’ultimo passaggio, okay, ci siamo, ma si deve cambiare il sistema. Servono il 4-23-1 o il 4-3-1-2». Baldissoni è sbottato: «Vedi sempre problemi, Fran-

La copertina del libro scritto da Francesco Totti con Alessandro Alciato, uscito in questi giorni per Cairo Editore. Costa 17,50 euro

cesco, sei sempre contro». «Contro la Roma? Io?». Non sapevo se ridere o piangere”. La sua schiettezza, insomma, non venne apprezzata. Un po’ quello che accadde nel suo ruolo da procuratore, avventura che cominciò dopo aver lasciato la Roma. I genitori dei ragazzi di cui assumeva la procura volevano sentirsi dire che i propri figli erano fenomeni, ma non lo erano, e Francesco faticava a rapportarsi. E così tornò sul divano... I no a Fabregas e a Gilardino Rimuginando sul suo ultimo anno da calciatore, e giocando a calciotto in una Lega ufficiale, a Francesco venne l’idea di tornare a gio-

care tra i professionisti, quando aveva ormai varcato la soglia dei 48 anni. Lo disse, per scherzo, a qualche giornalista, ma lo chiamarono seriamente il Genoa e, per conto del Como, un intermediario. Per quanto potesse sembrare folle, l’idea solleticò Francesco che prese ad allenarsi come ai tempi della Roma. Ma come ai tempi della Roma, quando Sensi lo dissuase dall’accettare la corte del Real Madrid con l’ormai famoso “Ma ndo cazzo vai?”, Francesco lo disse a se stesso: “Prima di Roma, solo Roma. Dopo Roma, sempre e solo Roma. D’altronde, mica la chiamano Città Eterna per caso. Ho ringraziato, ho detto no”. Nel libro Totti racconta anche il suo rapporto con la morte, raccontando della scomparsa del suo amico Sinisa Mihajlovic, che lo avrebbe voluto al Torino subito dopo l’addio alla Roma, e della dolorossima dipartita di papà Enzo, lo Sceriffo, portato via dal Covid. E per un assurdo transfer, è stato poi Francesco ad ammalarsi dello stesso virus, tanto gravemente da essere ricoverato d’urgenza al Campus Biomedico, con la saturazione a 88. A salvarlo, dopo il rientro a casa, il medico di Berlusconi, Zangrillo, intanto con un consiglio preziosissimo: di dormire col petto sulle lenzuola e le braccia larghe: “Mi sono sentito rinascere, la febbre è diminuita e poi sparita, la saturazione è risalita fino a 99, cioè tornando a livelli normali. Zangrillo, coadiuvato da un’équipe medica romana che mi teneva sotto osservazione a casa, mi ha salvato. In totale, al netto

La chat “La Banda del Nano” Al rapporto non ancora pienamente recuperato con Spalletti dedica diverse pagine del libro, raccontando anche l’iniziativa assunta dall’allenatore di formare una chat: “Si chiamava La Banda del Nano, dove il nano era David Pizarro, presente nella chat, e gli altri partecipanti Daniele De Rossi, Damiano Tommasi, che adesso è il sindaco di Verona, Marco Cassetti, Diego Perotti, Simone Perrotta, Max Tonetto, cioè tutta la vecchia guardia della Roma, oltre a Marco Domenichini, detto Scortichino”. E nella chat ovviamente sono abbondati i commenti dopo la realizzazione dello spot insieme, che li ha fatti sicuramente ravvicinare di più dell’abbraccio un po’ forzato quel giorno al Bambin Gesù. E a proposito di allenatori racconta ovviamente della cena con Gasperini, organizzata da Candela, nel corso della quale il tecnico avrebbe espresso l’auspicio di vederlo con lui alla Roma. C’è infine tutta la parte finale dedicata alla famiglia, ma nella quale riteniamo giusto non entrare su un giornale come questo, perché tocca corde molto private che Il Romanista non ha mai voluto neanche sfiorare scrivendo dei propri campioni. Chi vuole può leggersele nel libro. Auguri di buon compleanno capitano, e sempre grazie di tutto. ■

IO NON RITIREREI MAI LA MAGLIA NUMERO 10, NON VOGLIO TOGLIERE IL SOGNO AI BAMBINI. MA VA DATA A CHI SCEGLIE ROMA PER LA VITA


Domenica 27 settembre 2026 Il Romanista

6 FutuRoma

UN OTTOBRE DI FUOCO PER GASP DOPO LA SOSTA

Il calendario 7 sfide in 20 giorni tra Champions e Serie A Con gli impegni ravvicinati il tecnico ha bisogno di tutti

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Iacopo Mirabella iacopo.mirabella@ilromanista.eu a pausa per le nazionali terminerà il 6 ottobre, ma tra le mura di Trigoria non esiste riposo. La Roma è già al lavoro sui campi di allenamento per iniziare a preparare i numerosi impegni che arriveranno tra pochi giorni. Sette partite (tra Serie A e Champions League) in soli venti giorni, un “tour de force” che metterà a dura prova i giallorossi e la loro condizione fisica e mentale. Tour de force Si inizierà domenica 11 ottobre contro il Como, appuntamento al Sinigaglia alle 12.30. Subito una sfida da vertice della classifica a sole tre settimane dal big match contro l’Inter (terminato con il risultato di 2-2). La squadra di

DOPO LA GARA DI COMO, LA ROMA GIOCHERÀ TRE PARTITE DI FILA IN CASA

Fabregas ha bisogno di rialzare la testa dopo la sconfitta contro il Frosinone nella scorsa giornata, un’occasione persa per arrivare a pari punti al vertice della classifica proprio con i giallorossi, che dopo la gara contro il Como disputeranno tre partite consecutive nella Capitale. Gasperini punterà sul miglior undici a disposizione così come proprio dopo appena tre giorni contro il Real Madrid, con un Olimpico che è pronto a vestirsi a festa per una di quelle notti magiche anche per il ritorno nella Capitale di José Mourinho, che avrà finalmente l’occasione di salutare il popolo romanista. Dopo la sfida contro i Blancos, si tornerà nuovamente all’Olimpico e anche in questa occasione sarà una serata speciale. La Roma sfiderà il Genoa di Daniele De Rossi, questi due appuntamenti a distanza di tre giorni sembra veramente un

A METÀ DEL MESE MOURIHNO TORNERÀ NELLA CAPITALE, POI SARÀ IL TURNO DI DE ROSSI

segno del destino. A chiudere il terzetto delle sfide in casa ci sarà la terza partita della League Phase di Champions contro lo Slovan Bratislava, sfida insieme a quella contro il Genoa, in cui qualche comprimario potrebbe trovare minuti importanti. A chiudere questo ottobre di fuoco, tra il 24 ottobre e il 31, ci sarà la partita del Maradona contro il Napoli di Allegri, poi sarà il turno del Cagliari e infine la Roma volerà a Udine.

Tutti in prima linea In questo “tour de force” sarà fondamentale l’utilizzo di tutti gli uomini e per questo Gasp è al lavoro soprattutto con i “nuovi arrivati” per oliare i meccanismi in vista dei numerosi impegni. Chi è rimasto a Trigoria, come Malen, Cristante e Dybala, sta recuperando al meglio la loro condizione fisica. Rodrigo Mora sarà fondamentale per far rifiatare Dybala e Soulé. Fino a questo momento il gioiellino portoghese ha

PODCAST

Original

A RIVEDER LE

STELLE RIVIVI LE NOTTI MAGICHE DELLA ROMA IN CHAMPIONS testi a cura di Fabrizio Pastore


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Qui a fianco, dall’alto: Santiago Castro durante un allenamento a Trigoria e Rodrigo Mora con la maglia della Roma; nell’altra pagina, Gasperini all’Olimpico prima della sfida con l’Inter GETTY IMAGES

SERIE A FEMMINILE

La difesa del Tricolore parte oggi a Sassuolo Alle 15 Giallorosse in campo al Ricci Stanchezza e assenze: sarà turnover

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Leonardo Frenquelli leonardo.frenquelli@ilromanista.eu

raccolto solamente 202’ in campo tra Serie A e Champions League. Gasperini stravede per Mora, ma il fantasista ha bisogno di tempo per entrare alla perfezione nei tatticismi del tecnico. Oltre al portoghese sarà importantissimo anche l’apporto e la presenza di Santiago Castro, attualmente impegnato con l’Argentina insieme a Soulé e Balerdi. Il centravanti ha raccolto quasi la metà dei minuti di Mora: sono solo 105’. Con Malen davanti

FINO A QUESTO MOMENTO MORA HA RACCOLTO SOLAMENTE 202 MINUTI IN CINQUE PARTITE

è difficile trovare spazio, ma l’olandese avrà bisogno di rifiatare anche nell’arco dei singoli 90’. Castro freme per trovare il suo primo gol in giallorosso e muore dalla voglia di giocare in campo insieme ai suoi nuovi compagni. A centrocampo de Roon troverà minuti importanti, così come Molina e Lulli faranno la staffetta a destra. Anche a novembre il ritmo non accenna a rallentare, ma ora serve dare il massimo. ■

ROMANISTI IN NAZIONALE

Koné e l’elogio di Zidane: «È molto bravo» Buona la prima gara per Ndicka e Mora Martina Stella martina.stella@ilromanista.eu La sosta per le nazionali è appena iniziata, ma sono già diverse le note giallorosse arrivate dai ritiri delle rispettive selezioni. Sono dodici i giocatori della Roma impegnati in questa finestra internazionale, con appuntamenti distribuiti tra Nazionali maggiori e Under. A prendersi subito la scena è stato Manu Koné. Il centrocampista francese è partito titolare nella prima Francia di Zinédine Zidane, schierato da regista davanti alla difesa nel 4-3-3. Una posizione non abituale per il romanista, chiamato soprattutto a garantire copertura ed equilibrio nella sfida vinta 1-0 contro la Turchia. Proprio Zidane, nel post-partita, ha sottolineato la prova del giallorosso: «Manu non è abituato a giocare in quella posizione, volevo vedere questo suo lato ed è stato molto bravo in termini di equilibrio». Un attestato di stima importante per Koné, che ha risposto alla fiducia del nuovo commissario tecnico con una prestazio-

Manu Koné in azione nella Francia GETTY IMAGES

ne ordinata e concreta. Tra gli altri romanisti già protagonisti c’è Evan Ndicka, titolare con la Costa d’Avorio nel successo per 2-0 contro il Ghana. Per il difensore si è trattato anche del ritorno in nazionale dopo il Mondiale, vissuto dalla panchina a causa dell’infor-

IL FRANCESE SCHIERATO DAVANTI ALLA DIFESA. SERATA COMPLICATA PER MANCINI, GHILARDI IN PANCHINA PER 90’

tunio. Un rientro importante, celebrato dallo stesso centrale con soddisfazione. Esordio con assist, invece, per Rodrigo Mora con il Portogallo Under 21. Il giovane talento giallorosso ha giocato tutti i 90 minuti contro la Bulgaria, servendo l’assist per il momentaneo vantaggio portoghese prima della rimonta bulgara nel finale. Serata più complicata per l’Italia di Gianluca Mancini. Il difensore romanista ha giocato l’intera partita contro il Belgio, in una gara terminata con la sconfitta degli Azzurri. Daniele Ghilardi è invece rimasto in panchina. La sosta è comunque ancora lunga e sono diversi gli altri romanisti attesi in campo. Da Soulé, Balerdi e Castro con l’Argentina a Koulierakis con la Grecia, passando per Pisilli e Lulli con l’Italia Under 21 e De Marzi con gli USA Under 19. La Roma resta in attesa di riavere tutti i nazionali a Trigoria. Al rientro l’obiettivo sarà trasformare le esperienze vissute con le rispettive selezioni in nuova energia conda parte della stagione. ■

ol calendario fittissimo, diverse assenze e qualche rimpianto in più dopo la Champions. La Roma Femminile oggi dà il via al suo campionato da campionessa in carica in una situazione non idilliaca, ma con la consapevolezza di poter ottenere comunque i primi tre punti. La squadra di Piovani scende in campo alle 15 all’Enzo Ricci (gara in diretta su Dazn), casa di un Sassuolo che ha già affrontato due volte in Serie A Women’s Cup: la prima è stata un ko per 0-1 al Tre Fontane che ha portato al suo sfogo (seguito poi dalle scuse), ma anche a un risveglio valso il cammino fino alla finale; la seconda è stata nello stadio di oggi, con un eclatante 7-1 romanista in semifinale che ha aperto le porte per Viareggio e dato una consapevolezza importante e nuove prospettive dal punto di vista tecnico-tattico. Da quel momento il ko ai rigori con la Juventus e poi lo 0-0 a Leuven nel debutto europeo: due gare che hanno comportato un importantissimo dispendio energetico, come si è notato durante il secondo tempo in Belgio, e una delusione per i risultati soltanto sfiorati (con la Juve un ko ai rigori dopo essere state avanti per 2-0 e in Champions il tiro dal dischetto sbagliato da Pandini al 95’ a far sfumare i tre punti). Oggi servirà un turnover anche per questo, oltre che per le diverse assenze da mettere in conto: sono out Lukasova, Pilgrim, Jahnukainen e Pellegrino Cimò. Piovani ne ha fatto cenno anche subito dopo la sfida col Leuven, quindi non sorprenderà vedere interpreti quali Corelli, Babajide o la stessa Pandini in campo dall’inizio nel mobile 4-3-3 che ha iniziato a prendere forma proprio nella gara stravinta con le neroverdi, o nella precedente gara con la FiorenDIRETTORE RESPONSABILE

DANIELE LO MONACO

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tina, questa vinta con un solido 3-0 con la doppietta di Greggi e il gol di van Dooren. Il tecnico farà le sue valutazioni, anche considerando che il periodo di tanti impegni ravvicinati è appena iniziato, il 30 settembre arriva il Barcellona al Tre Fontane e il 3 ottobre è in programma il primo derby stagionale sempre nell’impianto dell’Eur. «Gestione necessaria» «Tutti questi impegni saranno difficili da gestire». Non si nasconde Piovani, che ieri ha parlato ai canali ufficiali del club: «Alcune calciatrici non sono al meglio e dovremo valutare le singole situazioni. Dovremo replicare la vittoria già fatta a Sassuolo. È un campo difficile, conosciamo le loro qualità migliori, in particolare la combattività. Servirà reagire lottare su ogni pallone». ■

OUT LUKASOVA, PILGRIM, JAHNUKAINEN (INFLUENZA) E PELLEGRINO CIMÒ. TERZA SFIDA STAGIONALE CON LE NEROVERDI. IN TV SU DAZN

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