MAGAZINE Alessia Priori
MAGAZINE Alessia Priori
Questa generazione di politici ha un problema con i giovani Laurie Penny, New Statesman, Regno Unito 15 Novembre 2017
La tipica accusa rivolta a chi ha da poco compiuto trent’anni è che passiamo il nostro tempo chiudi nello scantinato dei nostri genitori per sfuggire alle finanziarie che prestano i soldi agli studenti, o a preparare pappe per i nostri gatti. La risposta, prevedibile, è che è facile parlare così se hai potuto studiare all’università gratuitamente, ottenere un lavoro stabile, contare su un sistema previdenziale efficace a cui appoggiarti e la casa che hai comprato a pochi spiccioli nel 1972 oggi vale un milione di sterline. La maturità non è qualcosa che puoi comprare o contrattare. Molte persone di una certa età presumono che avere un coniuge, una casa e una station wagon significhi automaticamente essere adulti meritevoli di rispetto. Ma la maggior parte dei giovani di oggi non può permettersi niente di tutto questo, dunque dobbiamo accontentarci di lavorare sulle nostre inclinazioni e cercare du costruire un futuro che non sia troppo infernale.
Una stretta finestra di tempo
Quando ho cominciato a scrivere i miei articoli da ragazzina arrabbiata per questa rivista avevo 23 anni. In qualche modo era prevedibile che avessi quell’atteggiamento. Tutti mi dicevano che dopo qualche anno avrei messo la testa a posto e avrei imparato ad amare il tardocapitalismo e a fare lunghe tirate sui giovani
che non si rendono conto di essere nati in un ambiente privilegiato. Non è successo. Mentivano, ancora una volta. Per una scrittrice, naturalmente, c’è una finestra di tempo molto breve in cui le tue opinioni contano davvero, una finestra compresa tra quando sei una “ragazzina sciocca” e una “ vecchiaccia rancorosa”. Sono convinta che per me la parentesi si sia chiusa in un martedì del 2016, mentre ero sotto la doccia. La verità è che siamo governati da una schiera di bambini raggrinziti Ora sto serenamente abbracciando la mia condizione di vecchiaccia rancorosa e apprezzo la vera maturità in tutti i suoi aspetti. Nel momento in cui la riconoscerò all’interno della politica tradizionale, la sosterrò senza esitare. Sfortunatamente, la maggior parte delle persone mature che conosco hanno la mia età o sono addirittura più giovani.
La verità è che siamo governati da una schiera di bambini raggrinziti
Le politiche portate avanti dal centrodestra e dai resti della sinistra neoliberista sono ottuse, egoiste e infantili. Come altro definire la cieca insistenza sull’idea che possa ancora funzionare la stessa ideologia responsabile del crollo dell’economia mondiale di dieci anni fa, accompagnata da una spolverata
di esasperato e rumoroso nazionalismo? I nostri leader politici hanno le protezioni e la mancanza di lungimiranza dei bambini, senza però la loro fantasia e la loro dolcezza. Se vi dicessero che il ministro delle finanze Philip Hammond apprezza la meraviglia e la magia dell’infanzia il primo istinto sarebbe quello di chiamare la polizia. I tory hanno un problema con i giovani. Il problema è che i giovani li odiano e non vogliono votare per loro. È un problema che i vari leader del partito hanno rinviato con atteggiamento infantile finché non hanno più potuto evitare l’”estinzione naturale”, un’espressione orrenda per definire il fatto che gli elettori fedeli su cui scommettono continueranno a morire uno dopo l’altro, a prescindere dai loro tentativi di soddisfarli blindando le loro pensioni. Ora, a quanto pare, i tory vogliono conquistare i giovani, ma pensano di poterlo fare con un rinnovamento di facciata e una manciata di slogan. Sono appostati come artisti dell’abbordaggio in una discoteca all’ora di chiusura mentre cercano disperatamente qualcuno sotto i trent’anni con cui non siano già andati a letto. Forse avrebbero dovuto pensarci prima di triplicare la retta universitaria, distruggere lo stato assistenziale e dare fuoco al pianeta.
Melliflui palpeggiatori
Naturalmente ci sono sempre alcuni ritorni al passato. Mentre la prima ministra si imbarca l’ennesima, imbarazzante tornata di discussioni sulla Brexit — che il 70 per cento degli elettori tra 18 e 34 anni ha bocciato — ci assicurano che i tory stanno cercando le loro “giovani stelle” a cui passare il testimone. Il problema è che i giovani tory di oggi sono (sto cercando un modo educato per dirlo) una banda di melliflui palleggiatori che si masturbano ossessivamente e di nascosto davanti a un ritratto di Margaret Tatcher. Le loro menti sono prive di qualsiasi immagine che non siano i loro eleganti vestiti e il loro potere. Hanno la faccia paonazza, come fossero strangolati da cravatte universitarie culturalmente irrilevanti, con le macchie del capitalismo finanziario ben visibili sulle loro guance lisce e rosee.hanno già biglietti da visita pronti per un futuro che non arriverà mai. Lasciateli perdere. Tra l’altro non è detto che i giovani vogliano votare per i giovani. A conquistare questa generazione solenne e apparentemente orfana sono i politici che si comportano, stranamente, da persone mature. Non gli adulti che ti urlano addosso pretendendo un rispetto che non si sono mai guadagnati, ma gli altri, quelli che possono analizzare una situazione andando oltre i loro interessi personali. Questa è precisamente l’impressione che danno (giusto o sbagliato che sia) Bernie Sanders e Jeremy Corbyn. È l’impressione di una vera maturità, che non può prescindere da una buona dose di lungimiranza altruistica. Quando Corbyn sostiene di essere personalmente contrario alla
monarchia, ma di comprendere che poche persone condividono la sua idea e dunque di essere disposto a mettere da parte la faccenda, noi gli crediamo. Sembra che ancora non sappia molto dei social network, ma probabilmente è davvero gentile e rispettoso con i ragazzi che li gestiscono per lui. I governo, nel frattempo, ha sicuramente “abbordato” una manciata di hipster offrendogli l’affitto gratis in un magari sotto Whitehall e chiedendogli in cambio una mitragliata di meme accattivanti. Non è difficile capire cosa piace ai giovani. I giovani amano gli alloggi sicuri, l’istruzione a prezzi abbordabili, gli stipendi equi e, sfortunatamente per i tory, il socialismo. Fare progetti per il futuro e prendersi cura dei giovani significa accettare l’inevitabilità del proprio invecchiamento e della propria morte. Purtroppo, la generazione di Peter Pan attualmente aggrappata confusamente al potere non sembra assolutamente pronta a farlo. Queste persone non hanno mai accettato che dopo di loro il mondo continuerà ad esistere, una consapevolezza fondamentale per considerarsi adulti. È per questo che oggi spetta ai giovani fare gli adulti.
La morte di un bracciante chiama in causa Cirio e Mutti Stefano Liberti, giornalista - Fabio Ciconte, giornalista 23 ottobre 2017
Era il suo primo giorno di lavoro. Arrivato in Salento da nemmeno un giorno, dopo un lungo viaggio in autobus dalla Sicilia, Abdullah Muhamed aveva cominciato alle dieci del mattino: nessuna visita medica, nessun contratto, solo un accordo verbale con un altro sudanese, Mohamed Elsalih detto Sale, che lo aveva reclutato per raccogliere pomodorini su quel campo di Nardò. La paga era stabilita a cottimo: sette euro per ogni cassone da tre quintali che sarebbe riuscito a riempire. L’uomo si era chinato sul terreno e non aveva mai smesso, nonostante il caldo sempre più aggressivo e l’umidità così densa da togliere il fiato. Si era fermato un solo momento verso mezzogiorno, quando la moglie Marie lo aveva chiamato al telefono. “Tutto bene, ci sentiamo quando finisco”, le aveva detto con tono rassicurante. Poche ore dopo si è accasciato a terra. Abdullah Muhamed è morto il 20 luglio 2015, in una delle estati più torride degli ultimi anni. Nato in Sudan nel 1968, era arrivato in Italia nel 2006 e aveva conosciuto la donna che poi sarebbe diventata sua moglie, nonché madre dell’unica figlia avuta insieme, una bambina che aveva tre anni quando il padre è morto. Muhamed viveva a Caltanissetta con loro e un altro ragazzo più grande che Marie aveva avuto da una relazione precedente. Ma era spesso fuori casa: prima di partire per il Salento, aveva lavorato nella raccolta delle patate in provincia di Siracusa. Nei suoi piani sarebbe dovuto rimanere in Puglia fino a settembre, tornare in Sicilia e poi andare in Calabria per la stagione degli agrumi. Era uno delle decine di migliaia di braccianti a giornata che si aggirano per l’Italia del sud, faceva parte di quel proletariato agricolo che si sposta di regione in regione seguendo le fasi di raccolta dei prodotti ortofrutticoli. Manodopera a basso costo, spesso di origine straniera, su cui si regge una parte importante del settore agroindustriale italiano.Come ha accertato la procura di Lecce, i pomodorini raccolti senza contratto e sotto caporale da Abdullah Muhamed venivano consegnati ad alcune
delle più grandi aziende italiane di trasformazione del pomodoro in pelati, sughi pronti e polpe, titolari di marchi molto noti: Mutti, Conserve Italia (Cirio) e La Rosina. Muhamed è morto di infarto. Della sua morte risponderanno penalmente il caporale Elsalih e il titolare de facto dell’azienda agricola per la quale stava lavorando, Giuseppe Mariano, detto Pippi (l’intestataria de iure è la moglie Rita De Rubertis, che non è indagata). L’indagine preliminare, coordinata dalla procuratrice Paola Guglielmi, ha disposto per entrambi il rinvio a giudizio per omicidio colposo e caporalato. Secondo l’accusa avrebbero causato la morte del bracciante, costretto a lavorare “in condizioni atmosferiche e climatiche assolutamente usuranti, senza riposo settimanale, senza il rispetto della normativa sulle pause, per poi immettere nel mercato corrente il prodotto con un maggiore guadagno per lo stesso ti-
tolare dell’azienda”. Insieme ad altri imprenditori di Nardò, nel 2011 Mariano era stato rinviato a giudizio per riduzione in schiavitù nel cosiddetto processo Sabr, che si era concluso con diverse condanne per decine di anni di carcere e in cui Mariano era stato assolto. Dove portano le tracce Il 2015 è stato un anno terribile nelle campagne della Puglia: in due mesi, quattro braccianti sono morti durante il lavoro di raccolta. Solo una settimana prima di Abdullah Muhamed, il 13 luglio, Paola Clemente, 49 anni, era stata stroncata da un malore nelle campagne di Andria mentre lavorava all’acinellatura, ossia l’eliminazione a mano di piccoli acini dai grappoli d’uva. Veniva da San Giorgio Ionico, in provincia di Taranto. Ogni mattina si alzava alle due e percorreva 150 chilometri per guadagnare trenta euro al giorno. Queste morti sul campo, soprattutto
quella di Clemente, hanno suscitato grande emozione e fatto scoprire che il fenomeno dello sfruttamento nel settore agricolo è trasversale e riguarda anche cittadini italiani. Poco più di un anno dopo, grazie all’attenzione suscitata dal caso sui mezzi di informazione, alle denunce di sindacati e associazioni, e all’impegno dei ministri dell’agricoltura Maurizio Martina e della giustizia Andrea Orlando, è stata approvata la legge contro il caporalato, che inasprisce il reato di intermediazione illecita – articolo 603 bis del codice penale – e attribuisce la responsabilità del reato non solo al caporale ma anche al titolare dell’azienda agricola che usa manodopera sfruttata, con pene durissime fino al sequestro dell’azienda. Ma anche con questa nuova norma, la responsabilità penale si ferma al campo e non coinvolge gli altri anelli della filiera. Non tiene conto cioè dei passaggi successivi: a chi viene venduto il prodotto, chi lo trasforma e chi lo vende. Dove sono andati a finire i pomodorini di Nardò? È la domanda che si è fatta la procura di Lecce, che ha seguito il viaggio dei prodotti dai campi fino alle fabbriche.Attraverso lo studio minuzioso delle bolle di accompagnamento, secondo i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) di Lecce è possibile stabilire che i pomodorini raccolti da Abdullah Muhamed e dagli altri braccianti nell’azienda agricola di Mariano erano portati all’impianto di trasformazione Fiordagosto a Oliveto Citra, in provincia di Salerno, di proprietà di Mutti; a quello di Mesagne, in provincia di Brindisi, di proprietà di Conserve Italia; e all’impianto La Rosina a Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli. “Quest’indagine è di grande importanza perché mostra che le responsabilità non si fermano solo ai caporali e alle aziende agricole che ne fanno uso”, sottolinea Yvan Sagnet, che nel 2011 ha guidato lo sciopero dei braccianti proprio a Nardò e ha denunciato le condizioni di sfruttamento nei campi. “La grande industria e la grande distribuzione organizzata hanno delle responsabilità”, dice l’attivista, nominato nel 2016 “cavaliere dell’ordine della Repubblica italiana” dal presidente Sergio Mattarella e oggi presidente di No Cap, associazione che si batte contro il caporalato e per una distribuzione alternativa dei prodotti agroalimentari, incentrata sulla filiera corta e sulle piccole aziende. Lo sfruttamento esiste ancora “Come industriali siamo particolarmente sensibili al tema. E questa
tragica morte ci tocca direttamente”, dice Giovanni De Angelis, direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav), che riunisce gli industriali del pomodoro nel centro e sud Italia. “La nostra associazione da tempo sta portando avanti azioni di contrasto a tali fenomeni, agendo in particolare sulla diffusione di una nuova cultura di impresa che tenga conto della responsabilità sociale, e attraverso percorsi di certificazione etica delle aziende agricole e industriali”. Nonostante le buone intenzioni di Anicav e le leggi – la prima contro il caporalato è del 2011, poi è arrivata quella del 2016, che identifica la responsabilità in solido delle aziende agricole – i fenomeni di sfruttamento in agricoltura esistono ancora. Se è vero che negli ultimi anni è aumentata la raccolta meccanizzata nei campi di pomodoro e si sono intensificati i controlli, è innegabile che esistono ancora sacche importanti di sfruttamento. La morte di Abdullah Muhamed è la tragica punta di un iceberg ben più profondo. “Nei territori che abbiamo girato e che monitoriamo costantemente”, racconta Giovanni Mininni della segreteria nazionale della Flai/Cgil, “il fenomeno dello sfruttamento è parte di un’economia malata dove la raccolta manuale si fa con braccianti che lavorano a cottimo e, non esistendo un vero collocamento pubblico, il reclutamento è fatto dai caporali”. Francesco Mutti dice di sapere bene come funzionano le cose: “Sul pomodoro da industria noi chiediamo alle aziende la raccolta meccanizzata proprio per evitare queste situazioni. Ma nel caso del pomodorino è più complesso raccogliere meccanicamente e chiediamo quindi garanzie stringenti sulla manodopera utilizzata”. E aggiunge: “Da quando ho appreso questa notizia tremenda, mi sono chiesto infinite volte cosa avremmo potuto fare di più e non sono riuscito a trovare una risposta. Noi abbiamo rapporti diretti con le singole aziende agricole e non ci siamo accorti che quella ditta sfruttava i lavoratori. Personalmente pensavo che mettendo in atto una serie di accorgimenti, saremmo stati in grado di tenere lontane le aziende che giocano sporco. Purtroppo non è stato così: questo ci insegna che da oggi in poi dovremo vigilare di più”. Mutti ha interrotto ogni rapporto con l’azienda in questione. Lo stesso ha fatto Conserve Italia. “Dopo la morte del bracciante e le prime indiscrezioni sulle violazioni della normativa sul lavoro, abbiamo deciso di non lavorare più con quell’azienda agricola. Noi chiediamo una documentazione
molto rigida alle organizzazioni dei produttori e alle singole aziende, in materia sia di qualità sia di rispetto dei diritti del lavoratori. La nostra unica leva è responsabilizzare sempre di più i produttori, ma non possiamo fare controlli ispettivi diretti”, dice Maurizio Gardini, presidente di Conserve Italia. Cosa si può fare? Cosa può fare allora l’industria per evitare queste tragedie, a parte intervenire a posteriori? E cosa può fare per evitare gli illeciti in generale? Lo abbiamo chiesto agli attori coinvolti in questa vicenda. “Noi siamo per la massima trasparenza e il massimo numero di controlli: lo sfruttamento nei campi non giova a nessuno”, spiega De Angelis dell’Anicav. Mutti si spinge ancora più in là: “Siamo favorevoli a un elenco pubblico di fornitori, che renda più trasparente la filiera”. Perché la trasparenza, secondo il parere di tutti gli addetti del settore, potrebbe essere uno degli antidoti più efficaci per prevenire situazioni di questo tipo. L’elenco costringerebbe chi fa parte della filiera a una maggiore attenzione nella scelta delle aziende che forniscono la materia prima: pubblicandone i dati sul proprio sito e facendosi in qualche modo garanti, le industrie trasformatrici si assumerebbero una responsabilità in più rispetto ai consumatori.Secondo Mininni della Flai/Cgil “accanto alla trasparenza bisogna dotarsi di norme che prevedano il ‘vincolo di controllo continuo’ per i fornitori che vendono la merce agli industriali e alla grande distribuzione, ossia la possibilità di fare ispezioni anche a sorpresa nelle loro aziende”. Quello che è certo è che se i leader del settore sono stati coinvolti loro malgrado, allora il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura è molto più pervasivo di quanto si possa immaginare. Se nel 2016 e nel 2017 non ci sono state morti accertate, la situazione rimane però critica nei territori del pomodoro. I braccianti continuano ancora ad ammassarsi ogni estate nei cosiddetti ghetti, gli insediamenti informali dove i caporali li reclutano. Sono migliaia di lavoratori a giornata, pronti a vendere le proprie braccia per pochi euro al giorno. Come Abdullah Muhamed, morto sul campo per aver voluto riempire il maggior numero di cassoni possibile di pomodorini, finiti poi con i marchi Cirio o Mutti sullo scaffale dei supermercati e infine anche sulle nostre tavole.
La violenza di CasaPound a Ostia 16 Novembre 2017
“Zecca de merda, frocio”, gli urlano quelli di CasaPound quando lo incontrano fuori da qualche locale o sull’autobus. Si muovono sempre in gruppo, sono ragazzi del quartiere militanti di estrema destra e prendono di mira quelli impegnati nei collettivi scolastici di sinistra o nelle associazioni, soprattutto i ragazzi che si occupano di senza fissa dimora o migranti. Raffaele Biondo è alto e magro, capelli ricci, maglione a collo alto: ha 19 anni ed è stato per lungo tempo il rappresentante degli studenti del liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia. “C’era un periodo in cui ricevevo minacce quotidianamente per la mia attività politica a scuola”, racconta. Poi il 24 maggio 2016 ha subìto un’aggressione. “Il coordinamento degli studenti del decimo municipio aveva organizzato una manifestazione contro la mafia e contro il fascismo, la giornata della cultura, a cui avevamo invitato tutte le scuole”, racconta Biondo. Durante l’evento il Blocco studentesco, la formazione giovanile del partito di estrema destra CasaPound, si è presentato e ha protestato perché non era stato invitato.
Una lunga lista
Il giorno successivo, Biondo è stato aggredito da un ragazzo di Blocco studentesco accompagnato da altri otto militanti all’uscita da un locale di Casal Palocco. “Sono uscito verso le otto dal bistrot Ciaocore dove stavo studiando con un mio amico”, racconta. “Nel parcheggio ho incontrato otto ragazzi di Blocco studentesco e abbiamo cominciato a discutere della giornata della cultura che si era svolta il giorno prima in piazza Anco Marzio in maniera abbastanza tranquilla”. All’improvviso uno degli studenti di Blocco studentesco “ha chiesto se ero antifascista”. Quando Biondo ha detto di sì è arrivata la replica: “Allora sei un uomo di merda”, insieme a una testata sulla bocca. “Ho cominciato a vedere tanto sangue e piegato dal dolore non ho reagito”, racconta il ragazzo, mentre l’aggressore e gli altri sono scappati. Biondo è andato al pronto soccorso dove gli hanno dato sette giorni di prognosi. Se l’è cavata con un dente rotto che ha dovuto farsi ricostruire. Ha presentato un esposto alla polizia, ma continua a ricevere minacce e insulti.
Gli attivisti denunciano un clima di violenza che per molto tempo non è stato preso sul serio né dalla stampa né dalle istituzioni
Il 9 novembre 2017 due giornalisti della trasmissione della Rai Nemo, Daniele Piervincenzi ed Edoardo Anselmi, sono stati aggrediti da Roberto Spada, pugile e gestore di una palestra popolare a Nuova Ostia e fratello del boss Carmine Spada. Roberto Spada non milita in formazioni di estrema destra e dopo l’aggressione i leader di CasaPound hanno negato qualsiasi legame con gli Spada, ma i giornali continuano a fornire elementi che documentano l’amicizia e il sostegno dato dalla famiglia Spada ad alcuni esponenti locali del gruppo neofascista come Carlotta Chiaraluce e Luca Marsella. La violenza contro i due giornalisti ha suscitato molte proteste e Roberto Spada è stato arrestato per l’aggressione con l’aggravante del “metodo mafioso”. A prescindere da questo episodio, gli attivisti e gli studenti del decimo municipio, tuttavia, denunciano un clima di violenza che per molto tempo non è stato preso sul serio né dalla stampa né dalle istituzioni. Sul litorale romano la violenza dei “fascisti del terzo millennio” non è una novità
CasaPound è un gruppo neofascista con grandi zone d’ombra, e l’errore che fanno tanti è quello di normalizzarlo Nel febbraio 2017 Diego Giannella, candidato della lista Laboratorio civico X e attivista dell’associazione Alternativa onlus, è stato seguito e picchiato da cinque militanti di destra vicino alla sede del municipio, mentre provava a partecipare a un incontro con la sindaca di Roma Virginia Raggi. “Mi hanno bloccato vicino alla pensilina dell’autobus per picchiarmi con calci e pugni davanti a decine di passanti, che purtroppo non hanno mosso un dito e hanno addirittura cambiato strada. Ero solo contro cinque persone e mi hanno picchiato senza alcun motivo”, ha dichiarato Giannella, che ha sporto denuncia. “Mi hanno lasciato per terra dicendomi ‘E mo vàtte a lamentà in questura’. Ho fatto tantissime denunce contro i numerosi atti di violenza che ricevo quasi quotidianamente, ma
nulla cambia, anzi. Sto provando a difendermi come posso”, conclude. CasaPound ha sempre smentito tutte le accuse.
Una palestra per i neofascisti
Ostia è stata una piazza importante per l’estrema destra romana, spiega Guido Caldiron, giornalista e autore di numerosi saggi sulla storia dell’estrema destra. “Soprattutto i quartieri residenziali, i quartieri alti del decimo municipio negli anni settanta sono stati un territorio importante per il Movimento sociale italiano (Msi), poi per Terza posizione fino ad arrivare ai Nuclei armati rivoluzionari (Nar)”, afferma Caldiron. CasaPound arriva sul litorale nel 2011, aprendo una specie di centro culturale, l’Idrovolante, in via Marcello Pucci Boncambi. “È una commistione tra ambienti ex missini e giovani a destra della destra, ma i nomi della vecchia destra ostiense non si spendono per il nuovo movimento. È una germinazione nuova”, aggiunge Caldiron. I giornalisti non d o vrebbero
avere dubbi: “CasaPound è un gruppo neofascista con grandi zone d’ombra, e l’errore che fanno molti è quello di normalizzarlo”. A Ostia gli attivisti hanno registrato degli elementi comuni tra le diverse aggressioni: per esempio prima di sferrare la testata o il pugno viene rivolta la stessa domanda: “Sei antifascista?”. Una sorta di rituale, che si ripete da tempo in molte parti d’Italia. L’impunità e la tolleranza verso le aggressioni di tipo fascista nel decimo municipio hanno contribuito a creare un’immagine di “zona franca”, sembra che Ostia sia un posto dove i fascisti possono venire a picchiare i militanti dei movimenti giovanili e gli attivisti come in una palestra. E non è un caso che una formazione
come Lotta studentesca, la sezione giovanile di Forza Nuova, che a Ostia non è presente, sia apparsa di recente fuori delle scuole”, aggiunge. L’abbandono e il silenzio da parte delle istituzioni su questo tema hanno favorito le violenze. “Le aggressioni e le minacce continueranno finché ci sarà questo tipo di impunità”, conclude David.
L’antifascismo nelle scuole
Il 15 settembre 2016 Davide Coscia, 19 anni, del collettivo del liceo Anco Marzio è stato preso a calci e pugni il primo giorno di scuola da alcuni studenti di Lotta studentesca. Mentre entrava a scuola, è stato avvicinato da alcuni ragazzi che stavano distribuendo dei volantini. “Non volevo discutere, andavo di fretta, ero in ritardo”, racconta. Per questo ha preso il volantino, lo ha accartocciato e lo ha buttato. Il gesto è stato interpretato come un affronto. Lo hanno seguito all’interno della scuola, lo hanno preso a pugni fino a farlo cadere, poi hanno continuato con i calci. Una pattuglia di poliziotti in borghese che era nei paraggi ha sentito le urla e si è avvicinata. Gli aggressori sono fuggiti, ma sono stati presi. “Erano ragazzi di
altri quartieri di Roma, non erano del posto e questo vuol dire che non mi conoscevano e non sapevano della mia attività politica, e quindi chiunque avrebbe potuto essere aggredito in quel modo solo per aver accartocciato un volantino”, racconta.
Ci sono troppe esitazioni da parte delle istituzioni a dichiararsi antifasciste
Dopo l’aggressione a Davide Coscia, i collettivi studenteschi hanno chiesto di appendere all’interno della scuola uno striscione di solidarietà che diceva: “Contro ogni forma di violenza e fascismo”, per spingere a riflettere sull’episodio che avrebbe potuto riguardare uno qualsiasi dei mille studenti della scuola. Ma le istituzioni scolastiche non hanno autorizzato lo striscione. “Ci sono troppe esitazioni da parte delle autorità a dichiararsi antifasciste e a professare i valori della costituzione italiana. Troppo silenzio”, afferma Giacomo Mastrogregori, un altro attivista. Anche Raffaele Biondo è d’accordo: “L’antifascismo è percepito come un valore di una sola parte della società, quella di sinistra, mentre dovrebbe essere di tutti”, spiega Biondo. Per i ragazzi è difficile fare chiarezza su questo concetto e d’altra parte le istituzioni scolastiche non fanno la loro parte. “La grande sfida dell’antifascismo oggi è spiegare che si tratta di difendere i valori della nostra repubblica, della costituzione: lo stato di diritto, l’uguaglianza, la libertà di espressione, il ripudio della violenza e dello squadrismo”, conclude Biondo.
Un paese in galera Giuseppe Rizzo 18 Settembre 2017
Nelle prigioni italiane ci sono più persone che a Sanremo, a Cuneo, ad Agrigento. Con più di 57mila detenuti e oltre 30mila agenti di polizia penitenziaria, il carcere potrebbe essere una delle prime cinquanta città italiane per numero di abitanti. Come in ogni città, c’è chi la mattina si alza con qualche speranza e chi si ammala, chi vende antidepressivi e chi sesso, chi piange per i sogni tristi, chi lavora e chi prega, chi ama e chi sa soffocare un uomo senza fare rumore. Per quanto la si voglia cancellare dalla vista di tutti, questa città fa parte del panorama italiano tanto quanto L’Aquila (69mila abitanti) o Matera (60mila): è un pezzo del paesaggio, e il paesaggio siamo noi. Da quasi trent’anni cresce in maniera spaventosa e disordinata, i suoi confini toccano i nostri, ci riguardano molto più di quanto crediamo. Al carcere Due Palazzi di Padova, nel febbraio scorso, ho conosciuto una
persona che ha messo piede per la prima volta in questa città quasi trent’anni fa e poi ci è ritornato più volte. Sette mesi dopo, parliamo al telefono del caldo di Roma e di quello di Padova. Saremmo nel banale se non fosse che lui fino a pochi attimi prima era in galera e ci doveva restare fino al 2037, condannato per decine di rapine in banca a 57 anni, poi ridotti a 30. Dopo avermi detto che si trova con un’assistente sociale, “il telefono è suo, non ho ancora niente”; che gli gira la testa perché s’è affacciato da una finestra, “una finestra vera”; e che è ancora sconvolto per quello che gli è successo; dopo, con voce un po’ più bassa, dice: “Mi dispiace”. Si riferisce al fatto che il suo rilascio improvviso possa rallentare o far saltare la pubblicazione dell’articolo, e perciò se ne scusa, come chi ormai è abituato a pensare che qualunque cosa accada sia colpa sua. “È successo tutto così in fretta”, dice. Il giudi-
ce gli ha riconosciuto il reato continuato per 20 rapine su 22 e gli ha ricalcolato gli anni di prigione: da 30 a 19. Dieci li aveva appena scontati. Gli altri nove anni si riferivano a condanne ricevute in passato, e anche in questi casi le pene erano già state scontate. Così ora poteva dire al telefono: “Prima era una brutta storia, ora è una brutta storia con un finale meno triste”. Il finale meno triste riguarda solo lui, ed è ancora aperto e sospeso e complicato. Ma la storia che c’è dietro è ancora utile a svelare un tabù che riguarda tutti: quello dell’incarcerazione di massa in Italia cominciata negli anni novanta e proseguita fino a oggi. Un processo che ha cambiato il paese e che allunga la sua ombra tanto su chi non ha mai conosciuto la galera quanto su chi la conosce fin troppo bene. L’uomo che al telefono mi ha raccontato come ne è uscito appartiene al secondo gruppo. Alto due metri, braccia lunghe e mani grandi, al Due
Palazzi doveva piegarsi per sedersi al banco di scuola che le guardie ci avevano messo a disposizione all’ingresso della palestra. Dentro c’era un convegno sull’ergastolo organizzato dal giornale Ristretti Orizzonti. Ci aveva presentato Francesca Rapanà, ricercatrice e redattrice della rivista. Il quadro che aveva dipinto era più o meno questo: “Si chiama Lorenzo Sciacca, ha quarant’anni e ha passato metà della sua vita a rapinare banche e l’altra metà in galera”. La sua storia corre parallela a quella della crescita mostruosa del carcere in Italia e dell’ossessione degli italiani per la sicurezza.
Prologo
Tutto comincia nel 1990 e per Sciacca si consuma nel giro di trenta secondi. “I più lunghi della mia vita”, dice. “Ho quattordici anni e sono partito da Catania in macchina con altri compagni, mille chilometri senza mai smettere di pensare a quello che sarebbe successo una volta a Milano”. È il più piccolo del gruppo, gli altri sono maggiorenni, è facile immaginarli nervosi e eccitati; Lorenzo ha anche paura, ma non lo dice perché non sa se è l’unico. I compagni gli hanno ripetuto cosa fare, come farlo, in quanto tempo. Trenta secondi, appunto. Un passo dietro l’altro, se li lascia alle spalle, raggiunge l’ingresso della banca davanti alla quale si sono fermati, dà un’occhiata alle telecamere, poi abbassa lo sguardo ed entra. Gli altri tre sono in auto, indossano i passamontagna, prendono le borse e corrono verso l’agenzia. “Urlo che quella è una rapina, che nessuno deve muoversi, che devono aprire le porte e che devono disattivare gli allarmi. È quello che succede, e il mio lavoro è finito”. Comincia quello degli altri, che dietro agli sportelli svuotano le casse e riempiono i borsoni. Dura trenta secondi. Trenta secondi, 14 anni e un bottino di settanta milioni di lire. “Andiamo a casa di amici che ci devono ospitare per la notte, l’indomani saremmo ripartiti per Catania”, racconta Sciacca. “Ci dividiamo i soldi, a me toccano gli spiccioli, un milione”. Nel 1990, un milione è quanto viene pagato un operaio per un mese di lavoro in fabbrica; a Librino, il quartiere periferico di Catania dove il ragazzo vive con la famiglia e dove non ci sono né fabbriche né operai, è una cifra che avrebbe impiegato mesi a guadagnare facendo, come avrebbe fatto, l’elettricista. Se l’è guadagnata in trenta secondi: tanto, e non ancora abbastanza. “Non protesto, aspetto di ritornare a casa per organizzare un altro colpo
e chiedere di più”, ricorda.Ma dopo poche ore una squadra di carabinieri sfonda la porta dell’appartamento e lo arresta insieme agli altri. Trenta secondi anche questi, più o meno. “Trenta secondi la rapina, trenta secondi l’arresto e due anni di minorile come risultato”. Quando lo portano al Beccaria, il carcere minorile di Milano, in Italia i detenuti sono 24.844. Una fotografia dettagliata di quegli anni l’ha scattata Christian G. De Vito in Camosci e girachiavi, storia del carcere in Italia: nel 1990 il tasso di detenzione in Italia era pari a 45 detenuti su 100mila abitanti, già nel 1992 raggiunse quota 89. Gli ingressi annuali in carcere passarono dalle 57.732 persone del 1990 alle oltre 100mila del 1994. Le presenze medie giornaliere negli istituti penitenziari, che nel 1991 divennero oltre 35mila, l’anno successivo erano già 47.316. Questo passaggio è molto utile per catturare i primi movimenti della città-carcere, vi si intravedono gli argini che cominciano a franare. Nel 1976, l’anno in cui Lorenzo è nato, i detenuti sono 28.577; dieci anno dopo sono 31.829. A parte un picco a metà degli anni ottanta, la media è attorno ai 30mila detenuti. Poi qualcosa è cambiato. “Dalla metà degli anni ottanta”, scrive Remo Bassetti in Derelitti e delle pene, “il carcere ha modificato la composizione per categorie. Dal trentacinquenne-quarantenne meridionale e di provenienza contadina degli anni sessanta e settanta, il detenuto-tipo è ora appartenente al sottoproletariato metropolitano e la sua meridionalità si è ulteriormente meridionalizzata”. Se suona familiare, è perché lo è: la storia di Lorenzo è la storia di questa “meridionalizzazione”. Sono i maschi bianchi meridionali del sottoproletariato come lui i primi protagonisti dell’incarcerazione di massa in Italia.
Gli anni del boom
“Il Beccaria di Milano era un posto violentissimo, ma per me fu una nave scuola, è lì che imparo a odiare lo stato e decido cosa sarei diventato: avrei fatto il rapinatore di banche, come mio padre”, racconta Sciacca. Il ragazzo si ritrova di nuovo a Milano, dove era nato e aveva vissuto fino a dieci anni. La madre si era trasferita da Catania perché il padre era stato arrestato e portato a San Vittore. “L’ho conosciuto in galera. Con mamma vivevamo in un palazzone in periferia abitato da piccoli delinquenti e mogli che aspettavano i mariti incarcerati”. Nel 1986, il padre esce e la famiglia si ritrasferisce a Catania, a Librino. “Un quartiere povero e periferico
ma io sono felice perché finalmente incontro la mia famiglia”, ricorda. “Passo più tempo per strada rispetto a Milano, conosco anche i ragazzi con cui faccio i primi furtarelli e poi la prima rapina”. Al minorile il padre non mette piede. “Per due anni ha accompagnato mia madre da Catania a Milano, quindici ore di macchina, per poi aspettare fuori e ritornarsene a casa”. Quando esce, i genitori provano a mandarlo da un elettricista, ma non dura. “’Farai la mia stessa fine, è questo quello che vuoi?’, mi grida una sera papà. Allora ancora non lo sapevo, ma dopo l’ho capito: volevo diventare bravo come lui, se possibile superarlo, stupirlo”. Perciò mette su una “batteria” di tre ragazzi e comincia a organizzare il suo primo vero colpo. “Saliamo di nuovo a Milano, la rapina va bene, solo che nella banca ci sono pochi soldi: ne facciamo altre tre in due settimane”. Succede tutto velocemente, i soldi si moltiplicano così come le attenzioni della polizia. Li arrestano che Lorenzo ha da poco compiuto diciott’anni. “Mi portano a San Vittore, proprio dove avevo conosciuto mio padre”, dice con un’ombra di amarezza negli occhi. Da questo momento la crescita si fa inarrestabile e subisce un’accelerazione che è simile a quella che travolge la vita di Sciacca.
Gli anni della vergogna
“A San Vittore studio, frequento altri rapinatori, da loro imparo quali sono le banche con più soldi e come si preparano colpi più sofisticati”, racconta Sciacca. “Volevo fare il miliardo, come dicevo allora, e per farlo bisogna rapinare banche più grandi, puntare ai caveau, un tipo di colpo diverso rispetto a quelli che avevo fatto prima”, spiega. Quando esce ha poco più di vent’anni ed è pronto a fare il salto. “È tutta una questione di tempi. Con le buone o con le cattive si deve coinvolgere il direttore della banca, arrivare alla cassaforte, fargliela aprire, riempire i borsoni e nel frattempo mantenere il controllo di tutto quello che succede alle tue spalle. Impiegati e clienti possono reagire, la polizia può arrivare”. Il tempo si dilata e servono armi più grosse. “Con la pistola in mano l’adrenalina cresce, così come la paura. Se qualcosa va storto e hai un’arma in mano, può essere che la usi”, dice Sciacca. In quel periodo svaligia molte banche, ma lo prendono prima che spari un colpo. Dai 22 anni ai 31 ne passa otto in galera. Nei mesi in cui è fuori progetta altri “lavori”, come chiama le rapine, e porta avanti la relazione che ha da anni con una ra-
gazza. “Nasce il mio primo e unico figlio, e dove lo incontro per la prima volta? A San Vittore, la profezia di mio padre si era compiuta: mi aveva detto che avrei fatto la sua stessa fine e così era stato”. In quegli anni comincia anche la sua odissea nelle galere italiane. Nella sua vita di detenuto, Sciacca racconta di essere stato in una trentina di istituti di pena. “Attaccavo briga e non ero visto di buon occhio dalle guardie. Mi è successo di fare a botte anche con loro e così, per punizione, a volte sono stato portato in quelle che vengono chiamate ‘celle lisce’, dove non c’è niente salvo gli schizzi di sangue sulle pareti, perché è lì che le guardie puniscono le teste calde con pugni e calci, per poi lasciarle in isolamento”. Nel carcere di Catania un giorno partecipa a una rivolta. “Ero giovane”, dice, “ma la rabbia era così tanta che mi sono lasciato coinvolgere, con il risultato che mi hanno allontanato per sempre dalla Sicilia”. Essere portato in un carcere lontano dalla città in cui si vive per un detenuto significa essere allontanato dalla propria famiglia, il che ha due effetti. Un sovrappiù di pena per lui, e una pena anche per la famiglia, che finisce per essere risucchiata in un vortice di viaggi faticosi e dolorosi. “È l’aspetto più doloroso delle galere, essere privati dei propri affetti e infliggere ai propri cari un dolore muto”, dice Sciacca. Quando parla del figlio, le parole faticano ad arrivare alle labbra. “L’ho visto crescere mentre ero dentro. E anche quando ero libero, tra latitanze, rapine e galere, non lo vedevo quasi mai”. L’ultimo periodo di libertà se lo ricorda bene. “Facevo avanti e indietro dalla Spagna, viaggiavo con documenti falsi e vivevo come ci si può aspettare che viva un rapinatore che riesce a mettere a segno qualche colpo buono: vestiti di lusso, moto e macchine sportive, cocaina”. Nella testa però dice che gli si sbrogliava un ritornello: “Me lo ripetevo in continuazione: ‘A 33 dico basta, a 33 anni smetto’. Bello o brutto, qualcosa sarebbe successo”. Succede qualcosa di brutto: al figlio trovano un tumore. “Il mondo mi crolla addosso. La diagnosi, le cure, la sofferenza del bambino. Il 6 ottobre 2010 muore e io sono latitante in Spagna. Rientro a Catania, ma so che non posso presentarmi in chiesa perché ci sarebbero stati i carabinieri. Il 9 c’è il funerale e io sono costretto a guardare tutto da lontano”. Pochi giorni dopo lo arrestano, il 12 ottobre compie 34 anni.
Paranoie e ossessioni
Nel 2010 i detenuti nelle carceri ita-
liane sono 67.961, più del doppio rispetto a quando questa storia è cominciata. Il cambiamento ha la forma di un’onda che si ingrossa di anno in anno, e per coglierne la potenza vale la pena riavvolgere il nastro e guardare il film dall’inizio alla fine: Cos’è successo di tanto grave in questi anni da riempire le carceri italiane? Quale emergenza criminale c’è stata? “Nessuna, la crescita si deve sostanzialmente a tre-quattro leggi”, spiega Stefano Anastasia, fondatore dell’associazione Antigone e garante dei detenuti della regione Lazio. “La Iervolino-Vassalli sulle droghe, a cui poi è seguita la Fini-Giovanardi; le leggi Martelli, Turco-Napolitano e Bossi-Fini sull’immigrazione; la Cirielli, che ha aggravato le pene e impedito l’accesso alle alternative al carcere ai condannati con precedenti specifici”. L’incarcerazione di massa registra solo due battute d’arresto. Nel 2006, quando viene concesso l’indulto, l’unico negli ultimi 25 anni; e nel 2013, quando l’Italia è condannata dall’Europa per il sovraffollamento e approva una serie di misure per cercare di arginare il problema – oggi la situazione è tornata a livelli preoccupanti. Per il resto, “i testi sulla droga e sulla recidiva sono stati approvati con l’intento esplicito di criminalizzare i destinatari”, dice Anastasia. Mentre quelli gli altri provvedimenti “hanno di fatto istituito un nuovo reato, l’immigrazione irregolare, e hanno buttato centinaia di migliaia di persone nell’illegalità, nel mercato del lavoro nero e persino nel mondo del crimine”. Dunque, se negli anni ottanta il carcere era stato usato come strumento di pulizia sociale contro i giovani meridionali del sottoproletariato, negli anni novanta comincia la criminalizzazione di altre due figure: gli stranieri e i tossicodipendenti, come vengono definiti nei documenti ufficiali del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il fermo immagine di questo brutto film è questo: La storia di Sciacca è invece un esempio di pulizia sociale vecchia maniera. Prima di essere arrestato è un ragazzo povero di quattordici anni con idee sbagliate e violente; trenta secondi dopo è un ragazzo povero con idee sbagliate e violente a cui rispondere solo con la galera. “In tutti questi anni il carcere è cambiato”, dice, “e io ho vissuto questo cambiamento in diretta, vedendo le celle affollarsi di persone che parlavano lingue che non erano la mia, che avevano abitudini e religioni diverse, persone che venivano arrestate perché si facevano e avevano fatto qualche cazzata, persone
con dipendenze gravi in molti casi, o piccoli spacciatori”. Negli anni novanta e duemila si registra lo slittamento dallo stato sociale basato sul principio di uguaglianza allo stato giudiziario basato sul principio della colpevolezza. La sicurezza diventa un’ossessione, come spiega l’antropologo francese Didier Fassin nel saggio Punir: “Le persone si dimostrano sempre meno tolleranti (…). Tutta una serie di conflitti interpersonali che prima potevano trovare soluzioni private ora passano per la polizia, spesso per i giudici, perfino per il carcere (…). La politica rinforza e anticipa l’ansia di sicurezza dei cittadini (…). Pensa davvero di poter trarre benefici elettorali dalla drammatizzazione delle situazioni e dalla messa in scena della propria autorità”. Il rapporto tra l’ossessione per la sicurezza dei cittadini e il populismo penale dei politici ha generato dei mostri. Uno è la paranoia di vivere in un paese in perenne emergenza criminalità. Ma bastano pochi dati a smontare questa lettura: • Nel 2006 erano stati denunciati 2.771.490 delitti. Nel 2015 sono stati 2.687.249. • Nel 1991 furono compiuti 1.773 omicidi, nel 2016 sono stati 245. • Negli ultimi dieci anni le rapine in banca sono crollate del 90 per cento: nel 2007 erano state 2.972, nel 2016 sono state 360. • Nel 1993 il 31,2 per cento delle famiglie italiane aveva la percezione di vivere in una zona a rischio criminalità. Nel 2015 la percentuale è salita al 38,9. Un altro degli abbagli causati dall’ossessione per la sicurezza è che il carcere sia efficace. Ancora una volta, i numeri fanno pensare che non è del tutto vero. Due, in particolare, certificano un bilancio disastroso. Il primo viene fuori da uno studio del 2007 dell’osservatorio delle misure alternative e svela la differenza abissale che corre tra lo scontare l’intera pena in carcere e il poter accedere a misure alterative, tipo l’affidamento ai servizi sociali. Nel 1998, furono scarcerate 5.772 persone; 3.951 di loro erano di nuovo dentro nel 2005. Significa che quasi il 70 per cento è diventato recidivo, una percentuale che invece scende al 19 per cento se si tiene conto dei detenuti che erano stati affidati in prova ai servizi sociali. Il secondo numero è il risultato di uno studio che ha calcolato che per ogni punto percentuale in meno corrisponde un risparmio di circa 51 milioni di euro all’anno, si capisce che dentro al buco nero della recidiva finiscono non solo la sicurezza tanto agognata dagli italiani, ma anche
molti soldi. C’è finito anche Sciacca, naturalmente, che per quasi vent’anni è tornato in galera per aver compiuto lo stesso reato. “Non è neanche giusto autoassolversi, però. È vero che a me per anni non è stata offerta alcuna alternativa, ma è anche vero che probabilmente, se me l’avessero offerta a venti, non so se l’avrei accettata”, dice. “Le cose per me sono cambiate quando sono arrivato a Padova, qualche anno fa. Grazie al gruppo di Ristretti Orizzonti ho cominciato a lavorare con gli altri e su me stesso. Per la prima volta ho smesso di cercare alibi per la mia storia e ho smesso di sfidare mio padre”.Le letture simpatetiche delle storie dei carcerati, al pari di quelle che li condannano a prescindere, nascondono sempre qualcosa. Per ogni detenuto che comincia un percorso di recupero c’è dietro il lavoro sfiancante di volontari e associazioni. “È un’operazione complessa perché bisogna accompagnare i detenuti in un percorso in cui si rimette in discussione tutto, le scelte fatte e persino gli affetti”, spiega Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia. “Per farlo bisogna cancellare dal proprio vocabolario la parola ‘delusione’: l’idea che alle persone vada data una seconda possibilità in carcere è un’illusione: a volte bisogna dargliene una terza, una quarta, una quinta”. Ha ragione però Lucia Castellano, l’ex direttrice del carcere di Bollate, quando dice che l’alternativa a tutto questo è un “cimitero dei vivi”. Ci sono altre strade che si possono percorrere. Alcune, molto concrete, le elencano Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta nel libro Abolire il carcere: 1) Depenalizzare il più possibile, sostituendo le sanzioni penali con quelle amministrative o civili. 2) Cancellare l’ergastolo e ridurre le pene. È quello che succede in Norvegia. 3) Vietare l’incarcerazione prima del giudizio: un terzo dei detenuti italiani è in attesa di giudizio. 4) Garantire il più possibile le misure alternative. 5) Bandire il carcere per i minorenni. A chi obietta che il ripensamento del carcere è un modo irrealistico di affrontare la realtà, va ricordato che la galera come strumento di punizione non è sempre esistita, la sua storia è relativamente recente; e che altre storie che si davano per scontate, come quella della pena di morte e dei manicomi, sono state stracciate: le storie che le hanno sostituite
sono tra le più belle mai immaginate e scritte in questo paese.
Epilogo
Quando era ancora in galera, ho spedito una lettera a Sciacca per chiedergli di descrivermi una giornata qualsiasi in carcere. Mi ha risposto con un racconto da cui emerge, senza mai essere nominata, una disperazione sconfinata: “C’è chi passeggia per ore lungo i corridoi e non parla con nessuno, imbottito di psicofarmaci. Chi fa mille addominali al giorno e chi non esce mai dalla cella. C’è anche chi studia e chi lavora, ma sono pochi e fortunati”. La lettera si chiude con un’immagine che è difficile da dimenticare: “In carcere si aspetta sempre qualcosa, il medico, l’agente, l’educatore, il volontario, il pasto, la messa, una lettera. Nella mia sezione ci sono molte persone che passano le giornate sedute di fronte al cancello, se dovessi chiedergli cosa stanno aspettando mi risponderebbero che non lo sanno, oppure risponderebbero, ‘qualche novità’. Voi lo sapete cosa farete tra un anno? Tra quattro mesi? Tra sette anni e un giorno? Non lo sapete. Io so cosa farò ogni giorno della mia vita, per i prossimi vent’anni”. Sciacca si sbagliava. Ora è un uomo libero, in carcere è riuscito a diplomarsi e sta cercando di iscriversi all’università. Vuole diventare un mediatore e lavorare con i detenuti. Intanto ha trovato un lavoro part time. La notte si sveglia ancora in preda al panico e la prima volta che ha rivisto un bambino gli è sembrato un alieno. Quando beve mordicchia il bicchiere, dopo dieci anni di galera aveva dimenticato la sensazione del vetro sui denti. “La libertà è una cosa complicata”, dice.
Libere di abortire con una pillola “Non mi sentivo in colpa. Anzi pensavo che fosse una fortuna vivere in un paese che mi permetteva di scegliere. Abortire per me è una scelta, esattamente come fare un figlio”, Francesca ha 35 anni, non ha figli ed è serena, mentre ripensa al giorno in cui in un ospedale romano si è sottoposta a un intervento per interrompere una gravidanza non desiderata. Aveva deciso insieme al suo compagno che non era il momento di avere un figlio e si era rivolta al consultorio familiare vicino a casa, che poi le aveva fissato un appuntamento per l’intervento in un ospedale pubblico. Aveva già abortito un’altra volta una decina di anni prima. Tutte e due le volte la cosa più negativa non era stata tanto l’operazione, quanto tutta la procedura per accedere al servizio. In particolare la seconda volta avrebbe voluto prendere la pillola RU486 – cioè il mifepristone, introdotto in Italia nel 2009 – perché nel primo aborto non aveva tollerato bene l’anestesia. Ma gli ospedali che in Italia offrono questa possibilità sono pochi e aveva dovuto rinunciare.
L’interruzione di gravidanza rimane ancora un terreno di scontro in Italia
Un’inchiesta pubblicata nel 1999 dal New York Times Magazine definiva la pillola RU486 “la piccola bomba che può riscrivere la politica e la percezione dell’aborto”. Il farmaco, infatti, puntava a far diventare l’interruzione di gravidanza un fatto normale e privato, non più soggetto a forme di controllo, perché può essere prescritto da qualsiasi medico di base e preso a casa, come succede per esempio in Finlandia, dove gli aborti farmacologici sono il 98 per cento del totale; in Francia, dove sono il 60 per cento; e in Portogallo, dove sono il 70 per cento del totale. “In Italia ci sono grosse reticenze sull’uso di questa pillola che potrebbe permettere alle donne di abortire senza essere ricoverate”, spiega Giovanna Scassellati, 66 anni, dirigente del reparto Day hospital-day surgery 194 dell’ospedale San Camillo di Roma, quello dove si fanno più interruzioni volontarie di gravidanza nella capitale (2.133 nel 2016) e uno dei pochi in cui è possibile accedere all’aborto farmacologico con la pillola Ru486.
Gli aborti di questo tipo rappresentano ancora solo il 15 per cento del totale, secondo i dati diffusi nel dicembre 2017 dal ministero della salute, in netta controtendenza rispetto agli altri paesi europei. In Italia per il momento la pillola abortiva può essere assunta solo in ospedale entro la settima settimana di gravidanza, e nella maggior parte delle regioni è previsto un ricovero di tre giorni per la sua assunzione. “Nel Lazio abbiamo fatto una battaglia per permettere che la pillola fosse distribuita in day hospital e ora ci stiamo impegnando perché si possa prendere anche nei consultori”, sottolinea la dottoressa, che ha sempre interpretato il suo lavoro come una missione. In Italia la legge che autorizza e regola l’aborto (legge 194) quest’anno compie quarant’anni e, secondo i dati diffusi dal ministero della
salute, dopo la sua approvazione nel 1978 gli aborti sono gradualmente diminuiti.
Le interruzioni di gravidanza in Italia
Ma l’interruzione di gravidanza rimane ancora un terreno di scontro ideologico: il 7 aprile un gruppo di militanti del partito neofascista Forza nuova ha fatto irruzione nella sede della Casa internazionale delle donne a Roma e ha appeso uno striscione di fronte all’edificio con la scritta: “194, strage di stato”. Solo qualche giorno prima, sempre a Roma, il gruppo antiabortista Provita aveva affisso un cartellone pubblicitario in una strada centrale della città in cui era rappresentato un feto con la scritta: “Tu sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”. Il cartellone è stato rimosso, dopo aver scatenato molte polemiche. Ma l’11 aprile la stessa associazione antiabortista, appoggiata da Fratelli d’Italia e Lega, ha convocato una conferenza stampa in senato per discutere “delle gravi conseguenze dell’aborto sul piano fisico e psichico”. Durante la conferenza stampa del movimento Provita, nell’ambulatorio al piano seminterrato dell’ospedale San Camillo la dottoressa Giovanna Scassellati ha ricevuto molti messaggi sul telefono da colleghi che commentavano la nuova offensiva degli antiabortisti: “Usano l’argomento del benessere delle donne per criminalizzare le loro scelte. Il problema è che stiamo facendo dei grossi passi indietro nella salute riproduttiva delle donne, nella loro libertà ed emancipazione”, esclama.
La maternità come destino
La mattina all’alba le donne si mettono in fila sulle scale di ferro che portano al seminterrato del reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale San Camillo: “Vengono da tutta Italia. Dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla provincia di Roma”, spiega Augusta Angelucci, psicologa dell’ambulatorio. Alcune regioni italiane infatti hanno tassi di obiezione di coscienza dei ginecologi superiori all’80 per cento e così molte donne sono costrette a fare lunghe trasferte. “Riusciamo a vedere otto o dieci
donne al giorno”, spiega. “Alle altre diamo un numeretto per tornare il giorno successivo”. Nella prima visita le pazienti sono accolte da un’infermiera e da una psicologa che con un colloquio valutano qual è il loro stato psicologico e fisico. “Molte hanno sensi di colpa, si sentono male. Allora cerchiamo di lavorare sull’autodeterminazione. Facciamo emergere per esempio le emozioni che hanno accompagnato la scoperta di essere incinta. Di solito le donne che decidono di abortire hanno avuto emozioni molto negative quando hanno scoperto la gravidanza”, spiega Angelucci. “È come se di fronte all’aborto ogni donna dovesse fare i conti con la società, che impone la maternità come destino e non come scelta. ‘Partorirai con dolore’ è ancora un pensiero ricorrente nella testa di tante, oggi più che in passato, quando il movimento femminista era più forte”, continua la psicologa mentre mostra i questionari a cui le donne rispondono durante il colloquio. “Molte riferiscono di avere avuto una gravidanza indesiderata dopo un lutto, dopo una separazione dal compagno oppure dopo un avanzamento di carriera. È una specie di evento riparatore o punitivo”. “La nostra generazione è cresciuta leggendo i libri delle femministe statunitensi per imparare a prenderci cura della nostra salute. Facevamo dei gruppi di self-help leggendo Noi e il nostro corpo, un libro fondamentale scritto dalle donne per le donne, perché eravamo convinte che la salute riproduttiva delle donne e la loro libertà andassero di pari passo”, racconta Angelucci. “Ora molte donne e ragazze non sanno più nulla dei loro corpi e non vanno più nei consultori, che dovevano essere delle strutture di base, nate con lo scopo di informare proprio su questi temi”. Anche le donne più scolarizzate non sanno molto del funzionamento degli organi sessuali e non parlano volentieri della sessualità. L’uso delle parole è interessante: “Parlano di gravidanze impreviste, non di gravidanze indesiderate”. Dalle parole si capisce che c’è un lato passivo: “Si fatica a parlare di desideri e di scelte. Spesso subiscono forti pressioni da parte dei compagni”. E questo si riscontra anche sulla contraccezione: “Sono spesso contrarie all’assunzione della pillola contraccettiva e non vogliono mettere la spirale. In molti casi sono gli uomini, i compagni, che decidono il metodo contraccettivo. Alcune donne preferiscono rischiare di rimanere incinte, invece di usare metodi sicuri”. Per Giovanna Scassellati c’è an-
che un fattore economico: “Le pillole contraccettive sono tutte molto costose e non sono alla portata delle giovani donne e di quelle della classe medio bassa”. Al San Camillo si sta sperimentando un protocollo per promuovere l’inserimento della spirale dopo un’interruzione di gravidanza: “Sappiamo che chi abortisce una prima volta spesso torna a farlo anche una seconda volta, per questo insistiamo molto sulla contraccezione”, conclude Scassellati.
Come funziona la pillola abortiva
“Dopo aver fatto le analisi del sangue per vedere se soffrono di anemia e se la gravidanza è ancora nelle prime settimane, proponiamo alle donne la pillola abortiva. Ma la scelta spetta a loro”, spiega Giovanna Scassellati. Se una donna vuole prendere la pillola abortiva, nel Lazio è ricoverata per qualche ora: “Gli assegniamo un letto in reparto e diamo la prima pillola, il mifepristone, che è un farmaco antagonista del progesterone e determina una riduzione dei fattori che favoriscono la gravidanza. Sono ricoverate per tre ore e poi tornano a casa. Spieghiamo che possono avere delle perdite ematiche simili alle mestruazioni. Dopo 48 ore tornano per assumere altre due pillole di misoprostolo, una prostaglandina che determina la contrazione dell’utero, la dilatazione del collo dell’utero e quindi completano il distacco della camera gestazionale e ne determinano l’espulsione. Nelle ore successive all’assunzione di questi farmaci, la donna ha delle perdite simili a quelle mestruali”, spiega Scassellati.
Nel discorso pubblico l’aborto è ancora rappresentato come una piaga sociale Dopo quattordici giorni dall’aborto, viene fissata una visita di controllo per assicurarsi che tutto sia nella norma. Il problema è che oggi paradossalmente gli aborti farmacologici costano di più di quelli chirurgici, perché per legge si possono fare solo in ospedale: “L’unico modo per diffondere l’uso della RU486 è distribuirla nei consultori, per integrare di più il lavoro degli ospedali con quello dei consultori”. Nell’aprile del 2017 la regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti aveva deciso di sperimentare per 18 mesi la distribuzione della pillola RU486 nei consultori, ma i movimenti Provita l’hanno accusata di violare la legge 194, in cui è previsto che l’aborto avvenga solo in ospedale. Per ora il progetto è in sospeso. Secondo Anna Pompili, ginecologa tra le ideatrici della sperimentazione nel Lazio, “siamo l’unico paese che
ricovera le donne per tre giorni per dare delle pasticche. Ci dicono che questo è per il bene delle donne, perché potrebbero avere un’emorragia. Ma tutti gli studi confermano l’assoluta sicurezza della procedura. È uno spreco di risorse occupare i reparti ospedalieri per una prestazione che in altri paesi è ambulatoriale”, conclude Pompili. “Da quando è stata proposta in Italia, la prima volta alla fine degli anni ottanta, la pillola abortiva è stata ostacolata anche da settori laici della società. La chiamavano ‘il prezzemolo chimico’. Era proprio l’idea che non solo il parto, ma anche l’aborto dovesse essere fisicamente doloroso”, sostiene Cecilia D’Elia, autrice insieme a Giorgia Serughetti del libro Libere tutte e consulente della regione Lazio su questi temi nella scorsa amministrazione. “La pillola è meno invasiva, meno costosa, meno medicalizzata e quindi dovrebbe essere una valida alternativa all’aborto chirurgico”, spiega D’Elia. Invece nel discorso pubblico l’aborto è ancora rappresentato come una piaga sociale: “Le donne che oggi scelgono di interrompere la gravidanza sentono il peso di una nuova disapprovazione. L’immagine delle donne vittime si è trasformata in quella delle egoiste che non vogliono avere figli. O di quelle che vogliono banalizzare la faccenda ricorrendo ai farmaci”. Ma i tentativi di restringere le maglie del diritto per riaffermare il controllo sul corpo femminile, spiega D’Elia, “vanno contrastati con la consapevolezza che in ambiti come la sessualità e la riproduzione la legge deve lasciare spazio alla scelta, senza proibire in maniera rigida”.
Scusa se ti rispondo in ritardo Julie Beck, The Atlantic, Stati Uniti 7 aprile 2018
La caratteristica distintiva di una conversazione è l’attesa di una risposta. Se non ci fosse sarebbe un monologo. Quando parliamo di persona, o al telefono, le risposte arrivano quasi subito: quando smettiamo di parlare, l’altra persona risponde in media dopo appena duecento millisecondi. Negli ultimi decenni la comunicazione scritta ha recuperato terreno fino ad avvicinarsi molto alla velocità di una conversazione (almeno fino a quando non installeranno dei microchip pensiero-testo nei nostri cervelli). Per scrivere un messaggio ci vogliono più di duecento millisecondi, ma li chiamiamo “istantanei” per un motivo: ogni messaggio, infatti, potrebbe avere una risposta più o meno immediata. Sappiamo anche, però, che non è obbligatorio rispondere immediatamente a ogni messaggio. Questi strumenti di comunicazione sono concepiti per essere istantanei, ma possono essere facilmente ignorati. Come, del resto, facciamo. I messaggi non ricevono risposta per ore o giorni, le email si accumulano nella casella di posta così a lungo che la frase “Scusa se ti rispondo in ritardo” è passata dall’essere un messaggio sincero a una frase fatta. Non c’è bisogno di tecnologie avanzate per ignorarsi a vicenda: basta un minimo sforzo per evitare di rispondere a una lettera, a un messaggio vocale o al campanello quando citofona qualcuno. Come spiega Naomi Baron, una linguista dell’American University che studia il linguaggio e la tecnologia, “in passato abbiamo offeso le persone in mille modi diversi”. La differenza è che ora “i mezzi di comunicazione, che teoricamente sono asincroni, funzionano sempre di più come se fossero sincronici”. Per questo abbiamo la sensazione che tutti possano rispondere immediatamente, se ne hanno voglia, e ci prende l’ansia se non lo fanno. Ma il paradosso dei nostri tempi è che quest’ansia è il prezzo da pagare per la comodità. Le persone sono felici di accettare questo scambio per avere la possibilità di rispondere solo quando hanno voglia.
Quando sei davanti a una persona osservi l’ombra delle tue parole sul suo volto
Nonostante sappiamo che tutti hanno delle buone ragioni per non ri-
spondere a un messaggio o a un’email (sono occupati, non hanno ancora visto il messaggio, stanno riflettendo sulla risposta), non sempre è facile tenerne conto in una società in cui tutti sembrano incollati al telefono. Secondo un sondaggio del centro di ricerca Pew, il novanta per cento di chi ha un telefono lo porta spesso con sé, mentre il 76 per cento lo spegne raramente o mai. I giovani coinvolti in uno studio del 2015 hanno controllato il telefono una media di 85 volte al giorno. Se a questo si aggiunge che è sempre più accettabile usare il telefono mentre siamo con altre persone, non ci vorrà molto prima che le persone vedano ogni messaggio ricevuto. “Così si crea un mondo in cui le persone pensano di ricevere subito una risposta ai loro messaggi, ma poi non succede. E questo non fa che aumentare l’ansia”, spiega Sherry Turkle del Massachusetts institute of technology. La cosa è ansiogena perché la comunicazione scritta oggi è concepita per scimmiottare le conversazioni. Permette un veloce dialogo botta e risposta, ma senza il contesto fornito dal linguaggio del corpo, le espressioni del viso e il tono. È più difficile, per esempio, capire se qualcuno ha trovato antipatiche alcune parole, oppure provare a spiegarsi meglio. Quando sei davanti a una persona, invece, “osservi l’ombra delle tue parole sul suo volto”, dice Turkle. Nel racconto Cat person, pubblicato con successo a dicembre 2017 sul New Yorker, una giovane donna ha una relazione romantica fallimentare con un uomo incontrato
nel cinema in cui lavora. Nel racconto i due si vedono solo una volta, ma imparano a conoscersi attraverso messaggi di testo. Quando la relazione si conclude in modo caotico, emerge non solo che la realtà può distruggere le aspettative sentimentali, ma anche quanto la comunicazione digitale sia incapace di farci conoscere davvero l’altra persona.
Non sempre è facile capire cosa vuol dire una persona con un’emoji In un’intervista, Kristen Roupenian, l’autrice del racconto, ha detto di essersi ispirata “alle fragili prove che usiamo per giudicare le persone che incontriamo al di fuori della nostra cer-
chia di amici, che siano in rete o meno”. Infatti, anche con le persone che già conosciamo spesso ci affidiamo a forme di comunicazione senza contesto. Questo mette un’aspettativa enorme sulla parole (e le emoji) che usiamo. E ogni messaggio, così come le pause tra i messaggi, assume un’importanza enorme. “I messaggi di testo diventano segni sulla pietra da analizzare e sui cui scervellarsi”, sostiene Turkle. Non sempre è facile capire cosa vuol dire una persona con un’emoji o con una pausa di tre giorni tra un messaggio e l’altro. Ognuno di noi ha un’opinione diversa su quanto sia giusto aspettare prima di rispondere. Come faceva notare sull’Atlantic Deborah Tannen, linguista dell’università Georgetown, i segnali che mandiamo con il modo in cui comunichiamo online possono essere fraintesi con facilità: Gli esseri umani sono sempre impegnati a creare significato e a interpretare significato. Quando spediamo un messaggio possiamo scegliere tra varie opzioni (quale strumento usare e come usarlo, per esempio) e ognuna di questa assume un significato diverso. Ma visto che le tecnologie e il modo in cui funzionano cambiano in continuazione, anche i nostri amici più intimi e i parenti li usano in modi diversi. I metamessaggi sono sottintesi e possono essere fraintesi o non colti affatto”. Quest’opacità dei metamessaggi genera ogni anno migliaia di altri messaggi di testo, perché le persone chiedono ai loro amici d’interpretare esattamente quello che la persona a cui sono sentimentalmente interessate voleva dire con una certa sfumatura, o se il silenzio di una settimana significa che sono state vittime di ghosting, ovvero che sono state lasciate da un partner che semplicemente smette di rispondere e sparisce (il New Yorker ha fatto una parodia di questa analisi testuale collaborativa in un video in cui un gruppo di donne si ritrovano, come in un consiglio di guerra, per rispondere alla domanda “era una relazione”?). Strumenti concepiti per aumentare la chiarezza – come la conferma di lettura o la piccola bolla coi tre puntini di iMessage che ti avvisa quando qualcuno sta scrivendo – spesso non fanno altro che aumentare l’ansia, perché mostrano in modo incontestabile quando qualcuno ti sta ignorando, oppure quando ha cominciato a rispondere ma poi ha deciso di concludere più tardi. Il fatto che le persone sappiano quanto sia stressante aspettare una risposta a un messaggio istantaneo non significa che, a loro volta,
non ignoreranno quelli che hanno ricevuto da altri. A volte le persone non rispondono per far capire apertamente che sono infastidite, o che non vogliono continuare una relazione. Secondo Turkle, aspettare molto tempo prima di rispondere è un modo per stabilire un ruolo dominante nella relazione, per trasmettere il messaggio di essere troppo occupato o importante per rispondere. Spesso, invece, le persone stanno solo cercando di gestire la quantità di messaggi e notifiche che ricevono. Nel 2015 lo statunitense medio riceveva 88 email di lavoro al giorno, secondo la società di ricerche di mercato Radicati, ma ne spediva solo 34. Il motivo? Chi ha tempo per rispondere a 88 email al giorno? Forse una persona non risponde perché ha capito che l’interruzione che impone una notifica influisce negativamente sulla sua produttività, e quindi ignora il telefono per poter lavorare un po’. Mi sorprendo a ignorare o a ritardare messaggi anche importanti, e altri ai quali desidero e voglio rispondere. Ho dovuto creare un’etichetta rossa per le email “Devi rispondere” per combattere il mio personale problema di “risposta tardiva”. Mi capita regolarmente di leggere messaggi di testo, pensare “a questo risponderò dopo” e poi dimenticarmene completamente. La memoria di lavoro, la lista mentale di cose da far fare al cervello, non può contenere troppe cose, e quando alle notifiche si aggiungono le liste della spesa e di cose da fare al lavoro, comincia a perdere colpi. “Un sacco di volte succede che le persone portino avanti cinque conversazioni contemporaneamente, ma non si può pensare che siano intime e presenti allo stesso modo in tutte e cinque i casi”, dice Turkle. “E quindi smistano, stabiliscono delle priorità, dimenticano delle cose. Il nostro cervello non è uno strumento perfetto per gestire i messaggi”.
Ci sentiamo a nostro agio chiedendo alle persone solo alcune briciole del loro tempo
Eppure, nonostante i messaggi istantanei possano essere ansiogeni, le persone li preferiscono. Gli statunitensi passano più tempo a mandare messaggi che a parlare al telefono, e i messaggi di testo sono la forma di comunicazione più frequente per gli statunitensi che hanno meno di cinquant’anni. Nonostante l’invio di messaggi di testo sia diffuso in tutto il mondo, Baron, dell’American University, ritiene che la preferenza per una comunicazione facile da ignorare è un tratto tipico degli statunitensi. “Gli
americani, nelle loro comunicazioni, sono in generale molto più maleducati di altri”, spiega. “La seconda questione riguarda un profondo senso di autoaffermazione. Penso che siamo diventati una sorta di maniaci del potere, non solo del controllo”. In una ricerca eseguita da Baron tra il 2007 e il 2008 sugli studenti di molti paesi –compresi gli Stati Uniti – le cose che gli intervistati dicevano di amare di più rispetto ai loro telefoni erano spesso legate al controllo. Una statunitense ha dichiarato che la cosa che preferiva era la possibilità di “comunicare quando lo desidero (e il fatto di poter smettere quando non la desidero più)”. “Quello che ho osservato in questo paese, e non so se è una caratteristica nazionale, è che le persone aspettano di rispondere finché non credono di avere la risposta perfetta”, spiega Turkle. “E credo che per questo paghiamo un prezzo molto alto”. Nella ricerca di Baron, le persone dicevano anche di sentirsi controllate dai loro telefoni, lamentandosi di quanto fossero dipendenti, e come la connettività costante li facesse sentire obbligati a rispondere. Ma i messaggi di testo e le email non creano un senso di dovere paragonabile a quello delle chiamate telefoniche o delle conversazioni faccia a faccia. Quando ai giovani viene chiesto perché non amino telefonare, sostengono che si tratta di qualcosa di “invasivo” e parlano della loro riluttanza a imporre un peso su qualcun altro. La messaggistica istantanea crea una copertura per negarsi in modo credibile a chi non ha voglia di rispondere. La cosa può provocare sollievo in chi vuole negarsi e frustrazione in chi lo sta cercando. Ma più di tutto, l’era della messaggistica istantanea ha reso possibile la capacità di sostenere delle conversazioni secondo le regole che preferiamo. Possiamo rispondere subito, possiamo rimandare di due o tre giorni, oppure possiamo non rispondere del tutto. Possiamo gestire varie conversazioni contemporaneamente. “Scusa, ero fuori con alcuni amici” è una frase che possiamo usare se rispondiamo in ritardo. Oppure possiamo rispondere anche mentre siamo fuori con amici: “Scusa, devo rispondere subito a questa persona”. Mano a mano che queste cose diventano normali, ci sentiremo a nostro agio solo chiedendo alle persone alcune briciole del loro tempo, per timore che ci obblighino a dargli la nostra piena ed esclusiva attenzione.
Catene di sbagli Annamaria Testa, esperta di comunicazione 23 aprile 2018
mente si chiede se in tutti questi casi (e in molti altri che potrebbero venirci in mente) l’errore di giudizio derivi dalla mancanza di informazioni, e quindi da un’oggettiva impossibilità di prevedere i fallimenti futuri, o da una cecità soggettiva, e apparentemente inspiegabile, nei confronti di elementi avversi che si rendono via via sempre più evidenti. E capisce una cosa importante.
Intrappolarsi nel torto
Una delle caratteristiche più pestifere e permanenti delle decisioni sbagliate e delle prese di posizione sbagliate, è che possono essere come le ciliegie: una tira l’altra. L’attitudine a perseverare nell’errore (ma noi di volta in volta possiamo ribattezzarla “essere coerenti”, “tenere le posizioni”, “avere la schiena dritta”, “essere persone tutte d’un pezzo”, “non mollare mai”, e così via) ha un nome inglese (escalation of commitment) e, una volta tanto, anche un nome italiano: intensificazione dell’impegno. Chiariamoci: essere coerenti e perseveranti è un valore. Ma c’è una bella differenza tra essere coerenti ed essere così ciechi e ostinati da replicare un comportamento con tutta evidenza inefficace o immotivato, e da continuare a metterlo in pratica “a ogni costo”. Già: il costo può essere molto alto. Uno tra i primi a parlare di tutto ciò è un docente di Berkeley, Barry M. Staw, che in uno storico, citatissimo articolo, esordisce con diversi esempi illuminanti: c’è l’investitore che si ostina a comprare, a un prezzo via via più basso, azioni che continuano a perdere di valore, pensando vanamente che prima o poi si rifarà. C’è la città o lo stato che in-
veste un’enorme quantità di denaro in un’opera pubblica di lunghissima realizzazione, la cui utilità potenziale decresce nel tempo mentre i costi lievitano al di là di ogni previsione.
Se devo dirla tutta ho la sensazione che all’origine di ogni conflitto ci siano ammassi di decisioni sbagliate
E ancora: c’è l’azienda che va in rovina per realizzare un prodotto le cui prospettive di successo si rivelano rapidamente assai inferiori alle stime di partenza (e qui non posso non ricordare anche il caso di McDonald’s Deluxe, 150 milioni di dollari spesi per la sola pubblicità di uno dei più grandi fiaschi del marketing contemporaneo). Ci sono anche le decisioni individuali di vita: il corso di studi senza prospettive, ma portato fino in fondo. La relazione tossica, da cui però sembra essere “troppo tardi” per uscire. E c’è anche, tra gli esempi di Staw, la guerra del Vietnam, sanguinosissima e durata 15 anni, mentre nelle previsioni si sarebbe dovuta risolvere in poche settimane. Be’, se devo dirla tutta ho la sensazione che all’origine di ogni conflitto ci siano ammassi di decisioni sbagliate. Nel suo articolo, Staw corretta-
In tutti i casi citati, e in altri che potrebbero venirci in mente, siamo di fronte a catene di decisioni, ciascuna delle quali sembra condurre “fatalmente” alla successiva. E ciascuna delle quali rende più difficile e psicologicamente più costoso tornare indietro. Cambiare direzione, infatti, significherebbe non solo assumersi la fatica di prendere una decisione del tutto nuova, ma anche prendersi l’onere di dichiarare di avere in precedenza sbagliato nel decidere, e di considerare definitivamente perduto tutto l’investimento (tempo, energie, risorse) già effettuato. E poi sì, ci sono la tendenza a salvaguardare la propria autostima e l’avversione a dimostrarsi deboli o indecisi, perché il tornare sui propri passi (anche se sarebbe la miglior cosa da fare) viene socialmente percepito come comportamento negativo, poco affidabile, inadatto al comando, contraddittorio e (qui siamo in pieno stereotipo) poco virile. Risultato: si cerca di dare la colpa del fallimento a cause esterne e imprevedibili. Ci si adopera per razionalizzare le decisioni precedenti, dimostrando che erano necessarie, o le migliori possibili, e magari manipolando quanto basta le informazioni a disposizione. In sostanza, nota Staw, è proprio il bisogno di dimostrare a noi stessi e agli altri di essere competenti e di stare dalla parte della ragione a intrappolarci paradossalmente (e anche definitivamente e irreparabilmente) dalla parte del torto.
Lussi borghesi Domenico Starnone 5 Dicembre 2017
Insomma le masse, le masse. Perché non si agitano, perché tacciono? In giro si vede a malapena qualche minuscola avanguardia, e anche quelle, mah. Una volta Brecht ha buttato lì che a sinistra ci si dedica molto alla critica del pensiero borghese e poco agli agi di cui la borghesia gode a spese del proletariato. Insomma, il desiderio di un vestito ben tagliato solleciterebbe la rivoluzione meglio che un po’ di arzigogoli su Kant o chi per lui. Ma è vero? Il piacere di calzare scarpe da mille euro, di vestire abiti di buona qualità, di guidare auto di lusso o yacht induce più alla criminalità organizzata che a un revival del bolscevismo, più alla mazzetta che all’insurrezione, più all’evasione in paradisi fiscali che alla costruzione della società comunista, più ad abbracciare la destra che la sinistra. I beni di lusso possono sollecitare al massimo una sfuriata saccheggiatrice, rara ormai anche quella. Le grandi masse tendono piuttosto a quella che una volta era chiamata non “bella vita” ma “buona vita”. E se non si riuscirà a dargliela in tempi brevi, al solito si lasceranno incantare dagli effetti di vita tranquilla che la destra più agguerrita saprà apparecchiare. Sicché è auspicabile che si esca dal letargo e, visto che perfino l’esercizio del diritto di voto lascia sempre più a desiderare, si torni ad alzare la voce esigendo l’impossibile, ad agitarsi un po’.
Barbie Brain,
2017, micron e pantone
PORTFOLIO
Culture
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Fashion Show
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Think Free
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Don’t clean up this blood
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Testi degli articori ripresi dalla rivista “Internazionale� a.a. 2017-2018 Finito di stampare nel Giugno del 2018