BIBIONE E LA CRISI DEL MODELLO SPAZIALE ALLA FOCE DEL TAGLIAMENTO Analisi della struttura profonda della città.
BIBIONE E LA CRISI DEL MODELLO SPAZIALE ALLA FOCE DEL TAGLIAMENTO Analisi della struttura profonda della città.
Presentazione
L’aggiornamento di questo lavoro – ampliato e riveduto in alcune sue parti rispetto l’originaria stesura del 2017 – è stato completato a Londra nel mese di Aprile dell’anno 2020, poco dopo l’inizio dell’epidemia COVID-19 causata dal coronavirus SARS-CoV-2. L’attuale testo non ha potuto tenere conto degli ultimi recenti ed importanti sviluppi che tuttora si stanno susseguendo a scala planetaria. L’impatto che il nuovo virus ha avuto sulla popolazione mondiale si è dimostrato devastante già dai primi mesi del contagio, sia dal punto di vista umano che da quello sociale ed economico. Gli esiti della pandemia sono ancora ben lontani dall’essere conosciuti appieno, non esistendo alcun vaccino che al momento possa arginare la malattia. Le misure di contenimento introdotte dai governi di tutto il mondo – in primis quello italiano – hanno imposto quarantena, isolamento e distanziamento sociale per limitare il più possibile la diffusione dell’infezione e salvaguardare i soggetti più vulnerabili, in particolare gli anziani e coloro che sono affetti da patologie croniche severe. La vita delle persone sembra essere destinata a cambiare radicalmente nel prossimo futuro, almeno nella maniera in cui essa è stata intesa fino adesso: il virus disperde le masse ed impone distanze minime da mantenere tra gli individui. Una simile emergenza provocherà uno sconvolgimento incalcolabile nelle economie di tutto il pianeta. L’Italia, uno dei Paesi maggiormente esposti, si troverà ad accusare perdite considerevoli nei settori produttivi trainanti, tra cui quello nevralgico del turismo – il cui valore si aggira attorno ai 232 miliardi di euro, pari a circa il 13 percento del PIL. I lockdowns imposti in quasi tutti gli Stati europei, la necessità di mantenere diradati i rapporti umani diretti e la perdita del reddito si riflettono immediatamente sulla riduzione della propensione al consumo dei cittadini, quindi nella cancellazione delle vacanze presso i centri balneari. La clientela tipica della vacanza marina – la famiglia del ceto medio e la classe dei pensionati – si ritrova ad essere la categoria più colpita. Tutto ciò avrà ovvie ripercussioni in termini di sviluppo e di crescita, anche sotto l’aspetto architettonico ed urbanistico. L’analisi della struttura profonda della città di Bibione qui ripresentata dimostra però tutta la sua attualità soprattutto in quei capitoli che negli anni precedenti avrebbero potuto essere considerati lontani o avulsi dal contesto locale. La domanda che traspariva ancora dalla precedente stesura era infatti cosa sarebbe potuto succedere a Bibione se non fosse stata più in grado di sostenersi solo coi proventi derivanti dal turismo, specie in caso di evento cataclismatico improvviso e globale. Nonostante i recenti fenomeni di erosione costiera e delle forti mareggiate continuino ed abbiano anzi confermato l’andamento delle dinamiche ambientali già rilevate, tale evento – che non coinvolge il clima e l’ecosistema – pare essersi putroppo manifestato sottoforma di estrema emergenza sanitaria. Dal punto di vista demografico, però, gli sviluppi dell’epidemia si riflettono nel quadro economico secondo i meccanismi illustrati nell’ottavo capitolo relativo al limite delle risorse – principalmente nella relazione tra la popolazione ed il reddito pro capite. Mec-
canismi più grandi della città balneare, ma i cui effetti si abbattono sulle sue singole località con una furia inarrestabile e sono capaci di stroncare qualsiasi tipo di business nato con logiche e modelli forse obsoleti. La riproposizione di questo studio vuole essere quindi un contributo per affrontare la crisi epocale attuale – forse vertice di una escalation preesistente – gratuitamente consultabile a tutti coloro che vogliano avere a disposizione uno strumento analitico come base di partenza per i propri progetti futuri, dalle tematiche generali a quelle più pragmatiche locali. Ma soprattutto vuole essere un modo per affrontare i problemi alla radice, cercando di operare delle scelte migliori del passato e che possano guidare tutta la collettività verso un futuro più luminoso rispetto al presente buio di questi tempi.
Bibione e la crisi del modello spaziale alla foce del Tagliamento Analisi della struttura profonda della città
Prefazione..............................................................................................................IX Introduzione...........................................................................................................1 1. Inquadramento generale..........................................................................................9 2. La conquista del territorio....................................................................................15 3. Lo sviluppo della superficie agraria......................................................................27 4. La città balneare come «città dei consumi»..........................................................41 5. Il calo dell’afflusso turistico e la caduta del saggio di profitto....................................53 6. La trappola territoriale..........................................................................................63 7. Meccanismi di crisi: la Grande Recessione...............................................................71 8. Meccanismi di crisi: il limite delle risorse................................................................75 9. Ritardare la crisi globale: una «città energetica» a Bibione........................................81 10. Conflitto con l’Ecosistema: la foce del Tagliamento:.............................................87 11. Conflitto con l’Ecosistema: i cambiamenti climatici............................................105 Conclusioni........................................................................................................113 Postfazione: i modelli spaziali................................................................................123 Bibliografia..........................................................................................................135
Prefazione
Il presente studio ha avuto inizio più di una decina di anni fa come analisi della città di Bibione per i corsi di «Laboratorio di Architettura del Paesaggio II» e «Composizione Architettonica e Urbana» del Corso di Laurea Specialistica in Architettura, istituito dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Udine. Le due materie, tra loro coordinate, erano incentrate sullo sviluppo di un progetto da inserire nella località balneare dell’Alto Adriatico: un manufatto architettonico il cui obiettivo era quello di riuscire a trovare una sintesi tra il tessuto urbano esistente ed un ambiente naturale particolarmente complesso alla foce del fiume Tagliamento. Il compito, non facile, prevedeva dunque una risposta progettuale ad un problema di “discontinuità spaziale” che si era verificato in un’area di intervento localizzata nella zona di Lido del Sole: la costruzione di una duna artificiale per la pista ciclabile lungomare, avente anche funzione di diga a protezione dalle mareggiate, creava una barriera fisica e visiva tra la zona residenziale degli alberghi e la spiaggia, che impediva l’arrivo dei balneanti alle infrastrutture ricettive dei padiglioni e degli stabilimenti. Il progetto del singolo manufatto doveva inoltre essere pensato come un frammento di un più complesso sistema generale da organizzare alla scala urbana ed urbanistica, se non addirittura territoriale: l’aumento dei confini imponeva di considerare tutto il comprensorio cittadino fino ad includere le sue aree periferiche più remote, ponendo ulteriori quesiti e problemi da risolvere con una terapia implicitamente “spaziale”. Seguendo tali premesse, si è dato avvio ad un’analisi storica a partire dall’evoluzione del turismo balneare. Il Litorale dell’Alto Adriati-
co ha infatti concorso, assieme ad altre località ioniche e tirreniche, alla diffusione dei bagni nelle acque temperate d’Italia, che dall’Ottocento in avanti hanno promesso agli uomini ed alle donne sia la salute che la bellezza. L’invenzione della vacanza marina – parallela alle rivoluzioni industriale e culturale dei secoli scorsi – ebbe origine nelle teorie del medico britannico Richard Russell (1687-1759), il quale consigliava ai propri pazienti una terapia di immersioni in acqua salata, una sorta di contemporanea talassoterapia. L’intento scientifico fu quello di curare scrofola, bronchiti croniche, malattie della pelle, nevrosi ed isterismo. Verso la metà del XVIII secolo egli riuscì a convincere alcuni membri dell’alta società inglese degli effetti benefici dell’aria salsa e dell’acqua di mare sulla salute dell’uomo, riprendendo l’uso degli antichi Greci e Romani. Per seguire meglio i suoi pazienti, fece costruire una sorta di clinica sulle spiagge della città di Brighton, trasformata successivamente nel Royal Albion Hotel, tuttora esistente. Fu anche l’aspetto culturale a legare la nascita della balneazione con i viaggi in Italia del Grand Tour, già carichi di grande valore artistico e nostalgico per l’arte e la natura italiane. Sebbene all’inizio le principali mete furono luoghi termali, a partire dalla seconda metà del XIX secolo cominciarono a diffondersi le originarie strutture da spiaggia, tra cui si ricorda il primo stabilimento dell’Adriatico inaugurato a Rimini nel 1843. L’impulso dell’Unità d’Italia ingrandì le nascenti attività turistiche, a cui si affiancarono le colonie marine: le iniziative filantropiche, per l’organizzazione dei soggiorni e l’assistenza dei bambini, stimolarono la costruzione di ospizi marini per accogliere tanti piccoli bisognosi di cure elio- e IX
talassoterapiche. Tale fervore edilizio, giunto fino ai primi decenni del Novecento, segnò lo sviluppo urbanistico delle più vecchie città costiere, con la realizzazione di inedite strutture ad elevata capacità ricettiva. Sul delta del Tagliamento, questi insediamenti si registrarono a Lignano attorno al 1900, quando la località non era ancora raggiungibile via terra ma solo con imbarcazioni provenienti dalla Laguna di Marano. Con i finanziamenti di alcuni imprenditori veneti furono costruiti l’impianto balneare ed il primo albergo nel 1903. Tuttavia, la malaria e la Grande Guerra causarono una forte battuta d’arresto delle principali attività: lo sviluppo dell’area lignanese si riprese soltanto dopo le bonifiche integrali degli anni Venti del Novecento. Ai nuovi nuclei urbani, che si formarono nei primi anni Trenta, seguì l’istituzione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo nel 1935 e si avviò il piano regolatore generale nel 1936. Lignano divenne così meta di un turismo d’élite proveniente dall’entroterra udinese e goriziano assieme alla vicina città di Grado. X
Se Lignano riuscì infine a dotarsi di uno strumento urbanistico nel 1953 – con il piano a forma di spirale approntato dall’architetto udinese Marcello d’Olivo (1921-1991) – non sembrano invece esserci tracce di attività pianificatrici per la destra idrografica del Tagliamento, dove solo tre anni più tardi sorse Bibione. Qui una prima proposta di organizzazione cittadina giunse solo nel 1975, con l’approvazione del PRG (redatto dall’allora assessore e ingegnere Francesco Panzarin)1 e la successiva variante generale della Giunta Regionale del Veneto datata 1985: quest’ultima prevedeva il consolidamento delle zone già costruite, il dimezzamento per le aree e le volumetrie di residenza turistica e l’individuazione di nuovi scali marittimi presso Porto Baseleghe ad ovest e nell’asta fluviale del Tagliamento ad est. La variante generale riprese così alcune proposte sviluppate dall’analisi effettuata nel 1982 dall’architetto friulano Gianugo Polesello (1930-2007): con la creazione di due poli portuali opposti, egli tentò di fornire alcuni punti di riferimento ad un tessuto urbano che, seb-
bene regolare, fu ritenuto evidentemente insoddisfacente. Tramite segni geometrici, Polesello si riferì alle forme classiche dell’antichità – come il porto di Traiano ad Ostia – con cui cercò di imprimere carattere ed identità al territorio, attraverso la memoria della storia: il suo progetto per il Mercato di Bibione, con le forti strutture triangolari delle coperture, è un esplicito richiamo ai timpani spezzati dei mercati traianei di Roma. L’architetto fece però qualcosa di più: rispetto agli esempi antichi, si aiutò con l’uso consapevole dello strumento sistematico dello «spazio», come da lui stesso esplicitato coi termini di «area» e «reticolo» nell’articolo di presentazione del progetto pubblicato nella rivista Casabella. Per citare le sue successive parole, infatti: «la pianta è un emblema concreto dell’architettura. […] La pianta è geometria ed il progetto provato è solo una esperienza nella geometria elementare»2.
Tali parole sembrano essere un richiamo diretto al rigore di Le Corbusier3 (1887-1965), il quale scriveva nella sua opera «Vers une Ar-
chitecture» del 1923: «La pianta è la generatrice. Senza pianta c’è disordine, arbitrio. […] una sensazione insopprimibile di cosa informe, di povertà […]. La pianta porta in se stessa un ritmo primario determinato: l’opera si sviluppa in estensione e in altezza […]. L’unità della legge è la legge di una pianta corretta: legge semplice, infinitamente modulabile»4.
Il progetto urbano dell’architetto friulano non venne realizzato, ma Bibione fu comunque inserita nel Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (PTRC) che, adottato dalla Giunta del Veneto nel 1986, venne approvato dal Consiglio regionale nel 1994. Nella sua stesura definitiva, il PTRC individuò le emergenze ambientali e naturalistiche da approfondire con studi di area e di settore. In tal senso, si tentò di ridurre l’abbandono dell’urbanistica all’interesse privato, dove la crescita economica era stata sostenuta in funzione del mercato del turismo, la cui curva di sviluppo sembrava non dovesse aver mai fine. La necessità continua di nuove strutture, posti letto, seconde case e stabilimenti balneari fu infatti il principale indotto economico e fat-
Nelle pagine precedenti:
Nelle pagine seguenti:
fig.01 - Inquadramento territoriale dell'area oggetto di analisi nel presente stuidio. fig.02 - Vista aerea del litorale bibionese e della foce del Tagliamento con riconoscimento degli ambiti territoriali locali. fig.03 - Gianugo Polesello, Piano urbanistico per Bibione, in Casabella nr.483, Settembre 1982 .
fig.04 - Piano Territoriale Provinciale di Venezia, carta delle strutture territoriali di lungo periodo, 1998. fig.05 - Fotografia del Mercato di Bibione, realizzato dall'architetto Gianugo Polesello.
tore di benessere diffuso per gli abitanti locali. Da queste premesse nacque la disputa tra i diversi stakeholders attorno al successivo Piano di Area delle Lagune e dell’Area Litorale del Veneto Orientale (PALALVO), approvato dalla Giunta Regionale nel 1998 ma che perse di efficacia normativa nel 2003, non avendo completato l’iter amministrativo. Gli anni della sua redazione coincisero con l’attuazione degli interventi già progettati nei periodi precedenti, i quali agivano sì sulla riduzione delle cubature per l’edificazione ma non sui cambi di destinazione d’uso dei terreni – il che moltiplica il valore di quest’ultimi e favorisce le speculazioni in grado di influenzare le logiche politico-economiche per il governo del territorio. Ridisegnando il vecchio piano regolatore regionale, tale pianificazione si trasformò così da strumento utile al rilancio ambientale ed escursionistico a progetto di un continuum di darsene, alberghi e villaggi turistici. In questa situazione si verificò una nuova espansione edilizia diffusa sull’entroterra, che richiamò a sua volta altre grandi opere infrastrutturali tra cui i lavori per la terza corsia dell’autostrada A4 ed il passante di Mestre. Con la legge della Regione Veneto del 2004 (Norme per il governo del territorio)5, fu prevista la pianificazione articolata in tre livelli principali (regionale, provinciale e comunale) e relativi strumenti di pianificazione (PTRC, PTCP e PAT), prevedendo che questi siano tra loro coordinati nel rispetto dei principi di sussidiarietà e coerenza. Nel 2010 la Regione ha così approvato il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale di Venezia (PTCP)6. Sempre nel 2004, con la variante parziale al PRG del comune di San Michele al Tagliamento (di cui Bibione è parte integrante)7, si
è radicalmente modificato l’assetto territoriale precedente: estendendo il perimetro soggetto a preventiva pianificazione attuativa (tra cui l’area di Bibione Est), sono cambiate le destinazioni d’uso in favore di attività alberghiere e residenze stabili pur limitando la capacità insediativa in termini di quantità volumetriche previste. In tal senso, è aumentata la pressione colonizzatrice su tutta quell’area della foce tiliaventina, un tempo posta sotto demanio militare e rimasta per questo motivo ancora inedificata. L’alienazione dei beni del Demanio verso gli enti locali – resosi necessario per ridurre il debito pubblico nazionale – si colloca nel contesto della fine della “Guerra Fredda” e la dismissione della “Cortina di Ferro” nelle regioni più vicine ai dissolti regimi satellite dell’Unione Sovietica. Nell’ambito del cosiddetto «federalismo demaniale», il «Decreto del Fare»8 del 2013 ha dato così la possibilità di acquistare tutti quei beni di proprietà dello Stato, tra cui risultano le aree fronte arenile e l’ex poligono di tiro di Lama di Revellino9. Ad oggi, la pianificazione urbanistica del comune di San Michele si esplica mediante il piano regolatore comunale, che si compone del piano di assetto del territorio del 2016 (PAT) e delle disposizioni operative contenute nel piano degli interventi (PI). Infine, con delibera della Giunta del Veneto, la Regione ha approvato nel 2015 le località di Rete Natura 2000, l’insieme di siti di interesse comunitario (SIC) e di zone di protezione speciale (ZPS) creato dall’Unione Europea per la conservazione degli ecosistemi e delle specie animali e vegetali ritenuti prioritari. Tali gruppi fanno capo alla Direttiva Habitat approvata nel 1992 dalla Commissione Europea che, in un’ottica sostenibile, mira alla salva-
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In basso:
Nella pagina seguente:
fig.05 - M.Buccheri, L. Gallizia Vuerich, F. Martini, I. Ortolan, P. Sergio, Carta della Vegetazione, 2008.
fig.06 - A sinistra, in verde: individuazione delle aree SIC. fig.07 - A destra, in giallo: individuazione delle aree ZPS
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guardia della biodiversità naturale in tutto il territorio continentale. Nel caso di Bibione, l’amministrazione comunale ha censito le aree SIC nel triennio 2005-2008, riconoscendo il territorio compreso tra la foce del Tagliamento e le valli da pesca come luogo di pregio naturalistico, con l’obbligo assoluto della sua conservazione. Sulla base di questi documenti e della loro analisi, lo sviluppo del tema progettuale per i due corsi di studio universitari ha dato avvio ad una fase di riconoscimento degli elementi connotanti le zone salienti del territorio bibionese. Scomponendo tali fattori in singole unità peculiari, se ne è potuta individuare l’identità caratteristica per una generale e riassuntiva classificazione, retaggio tuttora visibile nelle mappe del presente lavoro. Partendo dall’arenile, inteso come deposito dei detriti fluviali portati a valle dal Tagliamento, si è passati all’osservazione dei cordoni dunali, ossia delle barre deltizie in emersione dal fondale marino a causa del moto ondoso e dell’azione dei venti. Successivamente è stata esaminata la pineta in qualità di sistema vegetativo di colonizzazione avanzata, evolutasi in area boschiva originaria e connessa alle valli da pesca, specchi lacustri di acqua salmastra sfruttati per l’itticoltura estensiva. Queste ultime si collegano al corso del fiume Tagliamento ed al canale Cavrato, scolmatore artificiale per la laminazione delle piene – oggi innestato nel Canale dei Lovi (antico ramo del delta tiliaventino). Di grande importanza è stata ritenuta an-
che la laguna di Baseleghe, un’ingressione di acqua marina sull’entroterra, composta da barene, “ghebi” e “velme”, fondamentali per il drenaggio spontaneo dell’acqua: le prime sono definite come terreni di “suolo salso” ad elevata concentrazione di cloruri; le seconde sono dei canali naturali minori a carattere meandriforme; le ultime si osservano in qualità di melme lagunari durante le basse maree. La loro presenza è ancora visibile sui terreni di bonifica come aree più umide, in ragione dei limi e delle argille dei vecchi fondali: una condizione diversa da quella dei paleoalvei, che invece si configurano come delle porzioni di terreno a permeabilità maggiore dovuta alle ghiaie depositate in profondità negli antichi letti di scorrimento dei fiumi maggiori. Infine si è passati alla distinzione di quegli elementi artificiali su cui l’azione dell’uomo ha svolto un ruolo primario per la loro realizzazione. In tal senso, si sono evidenziati il canale della Litoranea Veneta, la rete idrica secondaria delle aree agricole (collettori, fossi e scoline), le arginature dei bacini di bonifica e tutti quei manufatti utili al sollevamento ed allo scolo meccanico delle acque in territori posti sotto il livello del medio mare (dalle idrovore ai depuratori). A completamento del quadro descrittivo, si ricordano la rete delle strade principali e minori – come tracciati lineari che hanno cambiato il rapporto di permeabilità del suolo – ed i raggruppamenti fitti o sparsi delle costruzioni edilizie. Tutti questi elementi hanno fissato i limiti di studio, dettati in particolar modo XV
dall’idrografia primaria e secondaria; essi sono stati la base su cui fondare l’analisi successiva delle relazioni intercorrenti tra i diversi sistemi: autonomie, coesistenze, combinazioni, sovrapposizioni, contrapposizioni, contaminazioni e conflittualità. Dal quadro di sintesi così rappresentato ne è scaturita una diagnosi “aspaziale” dei differenti problemi che affliggono il territorio in esame: sebbene le tutele previste dall’apparato amministrativo siano già in uso, la città ludicoricreativa, con la sua tendenza costruttiva, continua ad esercitare una forte pressione su tutte quelle situazioni in equilibrio fragile e precario. L’insieme di questo cospicuo lavoro ha così condotto ad una soluzione terapeutica di tipo spaziale: una serie di elaborati progettuali ritenuti necessari ed imprescindibili per la conclusione del percorso di studio fin qui intrapreso. Tali rimedi, che costituirebbero uno dei possibili espedienti da utilizzare, hanno disposto un programma di salvaguardia e tutela in tutte quelle aree ritenute a rischio: l’obiettivo era quello di mantenere un equilibrio il più possibile duraturo tra natura resistente ed impronta antropica ormai incancellabile, pur prevedendo un’implementazione delle attività umane. La soluzione a cui si è giunti – seguendo un procedimento che pare essere così collaudato da potersi definire quasi “classico” – sembra richiamare un sistema di tipo linguistico: esso assegna dei valori e dei significati a determinate strutture ridotte ad unità di base astratte, al fine di risolvere le problematiche mediante una relazione reciproca dei termini. Un esercizio che coincide con l’abolizione della questione dell’essenza e con la riduzione dell’esistenza ad una mera presenza di cose sprovviste di qualsiasi ontologica risonanza. Con la crescita del numero di elementi da combinare tra loro, aumenterebbe la difficoltà e la complessità del senso che si vorrebbe formulare. Trasponendo così sulla carta tali associazioni tra segni grafici e significati materiali si vorrebbe concretizzare un piano di azioni meccanico che realizzi in automatico quanto ipotizzato XVI
dall’elaborato finale di progetto. Tuttavia, tale esercizio funziona solo fin quando si nutre fiducia nelle associazioni che il metodo utilizzato impone implicitamente di adottare; cioè fino al momento in cui si ritiene che queste relazioni possano essere effettuate a piacimento, collegandole e disassociandole ad oggetti ritenuti privi di significato proprio e pertanto liberi di ricevere una qualsiasi definizione. Attraverso le forme delle mappe, delle piante e della geometria, il progettista si convincerebbe così di possedere davvero una capacità combinatoria che condizioni un ambiente inerme, che non opporrebbe alcuna resistenza perché sprovvisto di ogni essenza propria se non addirittura preordinata. In altri termini, non si terrebbe conto della “resilienza” della natura, ossia della capacità che questa dimostra di avere nell’assorbire gli impatti antropici senza infrangersi, attuando meccanismi di reazione che la ristrutturano sotto nuova forma e che vanificano le azioni intraprese. Una terapia spaziale potrebbe così risultare come un rimedio apparente ad una serie di disfunzioni provocate dalle sue stesse cure, ossia dall’uso sistematico dei medesimi strumenti su realtà ogni volta differenti. Il presente lavoro, quindi, si configura come una rovesciamento totale del precedente, brevemente riassunto in questa premessa. Per una volta, si vogliono analizzare gli strumenti che si impiegano per fare questo tipo di operazioni, che spesso celano una precisa volontà non sempre espressa in modo esplicito. Come un disegnatore che toglie gli occhi stanchi dal foglio da disegno, anziché contemplare le forme geometriche che la grafite delle matite ha lasciato sulla carta, si iniziano così a fissare i compassi, i righelli e le squadrette regalati dai maestri con cui si sono tracciati quei segni. Il tutto, ovviamente, nello specifico della città balneare di Bibione, alla destra idrografica della foce del Tagliamento.
Giuseppe Simone Montanaro, Londra, Fulham, Maggio 2017
Note 1
Approvato dalla Giunta Regionale con deliberazione n.2362 del 14 Giugno 1975. Si ricorda che l'ingegnere Francesco Panzarin è anche il progettista delle strutture del Mercato di Polesello e di quelle più recenti delle Terme.
2
G. POLESELLO, Mercato a Bibione, «Casabella», XLVI, 483, Electa, Milano, Settembre 1982, 2.
3
LE CORBUSIER, Urbanistica, Il Saggiatore, Milano 1967, 11: si ricordano le parole espresse nella serie di articoli pubblicati a puntate sulla rivista «L’Esprit Nouveau» dal 1924: «la Geometria è il nostro principio fondamentale. Essa dà forma ai simboli che rappresentano la perfezione, il divino. E ci procura le sottili soddisfazioni della matematica».
4
LE CORBUSIER, Verso un’architettura, a cura di P. Cerri, P. Nicolin e C. Fioroni, Longanesi, Milano 1973, trad. it. di Vers une Architecture, Paris, Editions Crès, 1923, 33-36.
5
Legge Regionale del Veneto n.11 del 23 Aprile 2004.
6
Deliberazione della Giunta Regionale del Veneto n.3359 del 30 Dicembre 2010.
7
Deliberazione di Consiglio n.116 del 23 Novembre 2004 ed approvata definitivamente il 14 Ottobre 2008 con D.G.R. n. 2971.
8
Legge n.98 del 09 Agosto 2013, conversione con modificazioni del D.L. n.69 del 21 Giugno 2013 – disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia.
9
Dal poligono di Lama di Revellino potevano essere lanciati i missili MGR-1 “Honest John” in grado di colpire le coste istriane dell’ex Jugoslavia titina: il primo lancio fu effettuato dal litorale di Bibione il 25 Febbraio 1959. I missili furono messi in servizio presso la 3^ Brigata missili “Aquileia” di Portogruaro.
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Introduzione «You never change things by fighting the existing reality. To change something, build a new model that makes the existing model obsolete». Richard Buckminster Fuller, 1982
La città di Bibione sorge sulla destra idrografica della foce del fiume Tagliamento, nella bassa pianura del Veneto Orientale. La sua fondazione è recente, poiché nacque ufficialmente come località balneare nel 1956 e si sviluppò in sessant’anni come una pura e semplice «città dei consumi». Essa fu pianificata a tavolino per esaudire un’allora inedita domanda di vacanza, che derivò dai rinnovati diritti civili delle società Occidentali all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. La vacanza odierna, cioè l’assenza del lavoratore dai centri di produzione, è la fuga verso il luogo ameno per rigenerarsi dalle logoranti attività quotidiane: non si tratta di una ripresa dell’idea aristocratica del Grand Tour, ossia della moda per i rampolli della nobiltà europea Sette-Ottocentesca di completare la propria formazione culturale nei principali luoghi dell’arte e della classicità italiani; quanto piuttosto del raggiungimento di una condizione psicofisica di inattività e di riposo, propedeutica per uno svago ed un divertimento indotti da una sovra-stimolazione dei sensi. L’oblio temporaneo della monotonia lavorativa pone le condizioni favorevoli per i consumi ed il commercio. Il reale motivo per cui il turismo internazionale di massa è stato il grande motore per l’addensamento urbano costiero nel secondo dopoguerra risiede nel tentativo di superare le crisi dei cicli economici garantendo una piena occupazione lavorativa anche in caso di una insufficiente domanda aggregata. L’indebitamento del settore pubblico statale – contratto con la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria – ha permesso il rilancio della richiesta di beni e servizi da parte dei mercati, concedendo lo sfruttamento di una
capacità economica che sarebbe rimasta altrimenti inutilizzata. La costruzione della città balneare di Bibione, così come quella di molte altre località turistiche dell’Alto Adriatico, ha spinto i consumi, ha aperto dei mercati ancora inesplorati e ha dato la possibilità ad una classe di imprenditori di iniziare tutta una serie di nuove attività che hanno portato ad un miglioramento generale dell’economia. La libertà edilizia concessa per la fabbricazione di palazzi e strutture ricettive, edificati spesso in prossimità dell’arenile, ha territorializzato i finanziamenti in arrivo in grandi artefatti, materializzando gli investimenti in forma fisica. Solo in questo modo si è potuta dispiegare tutta una serie di dispositivi per l’accumulo di ricchezza, in un insieme di attività e strutture che successivamente sono state chiamate col nome di «industria turistica»: il capitale, per potersi meglio riprodurre, si è così urbanizzato sull’ambiente nativo. Nel primo capitolo si esaminano quindi le matrici geomorfologiche su cui si è impostato il sistema cittadino: esse conservano ancora oggi le tracce di un’antica presenza lagunare, alla cui formazione concorsero il Tagliamento e tutti quei corsi sorgivi secondari. In questo ambiente i delicati fenomeni di equilibrio continuano tuttora ad esercitare il proprio peso in termini di dissesto idrogeologico e di mantenimento della linea costiera, vitali per la sopravvivenza dell’odierna città balneare. Per comprendere il modello spaziale della costruzione urbana si deve invece tenere presente l’evoluzione del sistema sociale che nel corso del tempo ha cercato di conquistare il territorio. A seconda degli sviluppi storici e del modo in cui il potere si è strutturato dall’età romana al medioevo, fino alla nascita degli 1
Nelle pagine precedenti: fig.08 - Fotografia aerea di Lama di Revellino, delle aree agricole del VI Bacino e della foce del Tagliamento.
In questa pagina, in alto: fig.09 - Fotografia di un canale di irrigazione nell'area agricola del III Bacino.
Nella pagina a fronte: fig.10 - Fotografia del Canale della Litoranea Veneta in località Bevazzana.
Nelle pagine successive: fig.11 - Fotografia del centro di Bibione, presso via delle Costellazioni. fig.12 - Fotografia del centro di Bibione, in viale Aurora. fig.13 - Fotopiano dell'area di San Michele al Tagliamento, anno 2012.
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stati nazionali centralizzati, si sono succedute diverse modalità di organizzazione, controllo e presa di possesso dell’area geografica, analizzate brevemente nel secondo capitolo. Differenti tipologie di Dominio elaborano modelli spaziali che sono inconciliabili ed irriducibili tra loro. L’epoca romana può essere così riassunta nell’imperium, ossia nella forza dell’esercito e della coercizione fisica: esso fu lo strumento di conquista con cui si attuò l’espansione del territorio, che venne affidato in uso ai contadini-soldati per essere trasformato attraverso l’agricoltura; di fatto, i piccoli e medi proprietari terrieri costituirono il nerbo della milizia e delle legioni. Il sistema irriguo e distributivo della centuria, ricordo del cardo e del decumano dell’accampamento, organizzò il terreno e conquistò anche la Pianura Padana: ancora oggi sono visibili tracce dell’antica centuriazione di Oderzo, mentre si ricordano i resti della cosiddetta “villa Mutteron dei Frati” edificata nella pineta di Bibione tra i due rami del Tagliamento.
L’età medievale fu caratterizzata invece da giurisdizioni sovrapposte, controllate da “uomini di altri uomini”, legati tra loro dalla forza del servizio e della fedeltà religiosa impostata sulla potenza della suggestione. La trasformazione della precedente organizzazione nel tardo impero concentrò i singoli possedimenti in grandi latifondi e diede inizio ad una crisi produttiva derivata dalla coltura estensiva. La vecchia griglia romana si dimostrò così meno congeniale alle specificità dell’emergente istituto giuridico del feudo: le nuove società considerarono obsoleti i quadrati delle centurie poiché il possesso dei beni reali fu esercitato attraverso il controllo delle persone. Di tale periodo restano solo le citazioni toponomastiche di Bibionibus e di Bibiones attorno l’anno Mille. Con la nascita di Venezia e la sua espansione verso la terraferma dal Quattrocento in avanti, invece, le rappresentazioni grafiche del territorio bibionese si moltiplicarono e coincisero con gli interessi della Repubblica dogale, che
spinse i propri tecnici fino al rilievo delle bassure lagunari in prossimità del mare: non il fine esplorativo fu quel che mosse gli agrimensori, ma lo scopo utilitaristico di attuare un programma politico ed economico già pianificato sulla base di quelle stesse carte. Solo con la formazione degli Stati unitari centralizzati si rovesciò definitivamente l’organizzazione feudale: il cittadino era tutelato e protetto in tutti i luoghi dello Stato di appartenenza, il quale esercitava la sovranità entro i limiti del proprio territorio. Nel pieno dell’età moderna, gli accurati rilievi trigonometrici del delta del Tagliamento furono riportati nella Kriegskarte del generale Anton Von Zach, che assimilò pienamente le regole della geometria euclidea e del piano cartesiano per la redazione di tavole geografiche da adottare in caso di conflitto. L’interesse difensivo divenne ancor più strategico con la formazione dell’unità d’Italia, dopo la quale furono prodotte le tavolette
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dell’Istituto Geografico Militare che continuarono a descrivere l’ambiente nativo dal punto di vista geometrico. Tali rappresentazioni restituirono l’evoluzione della pineta bibionese e la sua progressiva conquista spaziale, spiegata in dettaglio nel capitolo terzo. Essa iniziò all’indomani della Prima Guerra Mondiale con l’avvio sistematico della bonifica integrale, che interrò progressivamente le aree lagunari ed aumentò la superficie utile per la produzione agricola. Sulla base di queste trasformazioni, una nuova struttura sociale ha dato origine al sistema spaziale contemporaneo della foce tiliaventina. Pertanto, nel quarto capitolo si analizzano il funzionamento della città di Bibione e la conseguente esplosione urbana. Essa trova la sua ragione d’essere solo con l’organizzazione della società odierna e spiega perché il suo sviluppo non sarebbe mai stato concepibile prima. Nell’attuale ordine del mondo, infatti, le dipendenze ed i bisogni psicofisici dell’essere umano vengono regolati dal mercato. I suoi 4
operatori, gli intermediari del commercio, sono coloro attraverso i quali transitano tutti i flussi di scambio tra la domanda per il soddisfacimento di una necessità e l’offerta di un bene in grado di appagarla, che li pone in una posizione privilegiata per l’accumulo di ricchezza. Per controllare, gestire e far passare il più alto numero possibile di traffici commerciali presso lo snodo immateriale della contrattazione mediata è cruciale la messa in comunicazione di tutte le maggiori località del mondo, anche di quelle più remote e distanti tra loro. Dal punto di vista strettamente territoriale, ne consegue che per il mercato è necessario realizzare dei collegamenti fisici che siano i più veloci ed efficienti possibili, al fine di evitare rallentamenti e “colli di bottiglia” che ridurrebbero il movimento degli uomini e delle merci nel tempo e nello spazio, cioè che limiterebbero le capacità di guadagno su ogni singola operazione e dunque di accumulo generale sul totale. Pertanto, il modello più consono al sistema sarebbe uno spazio
quadrangolare piano potenzialmente infinito: una scacchiera in cui la logica della retta indicherebbe il tragitto più breve e veloce da percorrere nel minor tempo possibile al costo più basso. Sulla base di questo preciso motivo, la foce del Tagliamento è stata ridisegnata come uno spazio metrico sistematico – ossia come un’astrazione di distanze, di lunghezze e di angoli – i cui oggetti sono individuati inequivocabilmente in un piano di riferimento e raggiungibili mediante spostamenti lineari. Nel giro di pochi anni si spianarono le dune e si abbatté parzialmente la pineta: all’ortogonalità della bonifica si è dunque sovrapposta la rete delle strade e del costruito. Grazie ai trasporti su ferro e su gomma si sono riuscite a portare sulle spiagge del litorale Alto Adriatico tutte quelle masse di cittadini che altrimenti non vi sarebbero mai potute arrivare. La città balneare di Bibione è dunque il luogo in cui, sfruttando la realizzazione dei desideri altrui, si può puntare ad un’alta concen-
trazione di risorse economiche. Il successo di questa “città del sogno”, luogo di spesa dei salari, risiede infatti nell’affrancarsi dai problemi dei grossi centri urbani: il forestiero – lontano dal paese di residenza e libero dai condizionamenti propri del suo contesto sociale – può così pagarsi le “trasgressioni” a tutte le regole ed alle tradizioni a cui di solito è vincolato. Tuttavia, se per una vacanza al mare all’inizio bastavano solo una strada di accesso alle macchine e degli alloggi dove pernottare, oggi una miriade di moderne strutture affastellano i centri urbani, diversificando ed ampliando l’offerta economica in base a necessità sempre più sofisticate. La semplice presenza di sole, spiaggia e mare non è più sufficiente ad attrarre i consumatori e rende indispensabile l’ampliamento delle proposte ricettive. Da ciò si origina la crisi della città balneare e più in generale della città dei consumi, descritta nel capitolo cinque del presente lavoro. L’aumento dell’offerta turistica presso altre località equivalenti ha comportato un in5
asprimento della concorrenza che ha ridotto i profitti, ripartendoli tra tutti i nuovi operatori entrati nel settore. Il numero totale dei visitatori di Bibione è così rallentato nel giro di un trentennio dopo il grande boom degli inizi, arrivando addirittura ad invertire la tendenza di crescita dopo il picco raggiunto nel 2009. Come reazione si è osservata la creazione artificiale di un’identità commerciale attraverso l’utilizzo di tecniche di urban marketing, come le “brandizzazioni” e l’offerta di qualità e di lusso. Operando una riorganizzazione territoriale finanziata dall’aumento della spesa pubblica, la città balneare iniziò a porre la scenografia edilizia e paesaggistica nel suo centro focale: l’arrivo delle “Archistars” firmarono così i diversi Landmarks per rilanciare i consumi. Si è quindi rimasti incastrati in quella logica ciclica, ricorsiva e cumulativa nota come “trappola territoriale”, che illude di poter intervenire direttamente nei riassetti economici e sociali attraverso la sola modifica dello spazio e la disposizione degli oggetti al suo interno. Questo è il punto centrale del presente lavoro, riportato al capitolo sei, in quanto spiega la crisi dell’attuale modello spaziale. Tale modello parte dal concetto di «spazio assoluto», a cui la società contemporanea si è abituata fin dalla modernità: esso sarebbe totalmente razionale per convenzione – ossia continuo, omogeneo ed isotropo – potenzialmente infinito. Imprimendo un’eccessiva forza semplicistica, i suoi enti fondamentali – punti, rette e piani – recidono un legame diretto con la realtà e sembrano diventare dei prodotti artificiali della mente umana – ossia costruzioni immaginarie assurte ad equivalente simbolico di un ordine dell’universo prefigurato dalla loro stessa logica. In altre parole, lo «spazio sistematico» non corrisponde allo spazio tattile esistente ed in quest’ultimo esso non si realizza mai appieno. Questo è il nodo che conduce alla “trappola territoriale”: lo spazio politico-amministrativo viene fatto coincidere con lo spazio fisico e quest’ultimo con quello geometrico-euclideo, più funzionale per i mercati. Il cortocircuito 6
logico deriverebbe dunque dalla convinzione di una perfetta sovrapposizione teorica tra due sistemi tra loro irriducibili: il «contenitore politico» e il «contenuto economico» di una organizzazione sociale. Questa contraddizione resterebbe ancora oggi irrisolta nella sua autodistruttività: quando le dimensioni di un sistema limitano la continua espansione – o l’ingrandimento è bloccato da un altro rivale vicino – si crea una tensione interna che vorrebbe imporre una «produzione spaziale», cioè un aumento dei propri confini verso l’esterno alla ricerca di ulteriori aree da inglobare. Bibione riassume dunque la crisi del model-lo spaziale: la vocazione speculativa del turi-smo ha vanificato l’efficienza “cartesiana” dell’impianto cittadino originario, congestio-nando le aree dell’antica pineta, dell’arenile e delle dune. La progressiva espansione dell’edificato, ormai bloccata dalle insormontabili barriere naturali che la circondano, ha risposto in modo permanente alla domanda intermittente e periodica del flusso di visitatori: un regime “bulimico” che ritorna ad essere competitivo solo quando si avvicina al collasso per “saturazione”, ossia al raggiungimento della massima capacità ricettiva. I meccanismi di crisi sono stati illustrati nei capitoli sette ed otto, dove si descrive la combinazione delle logiche locali con quelle globali: da un lato, il peggioramento della situazione si è accentuato ancora di più con la Grande Recessione degli ultimi anni, che ha comportato un’ulteriore calo dei villeggianti ed una riduzione della loro propensione al consumo – motore primo delle città balneari. Dall’altro, invece, il raggiungimento di una fase di stallo dei profitti è indice del vecchio sviluppo economico che ha perso slancio ed a cui coincide una ricchezza senza abbondanza, tipica di un’economia matura che ormai procede lentamente. Si può così affermare che non esiste soluzione definitiva alla crisi fin qui analizzata, a meno che non si riesca ad elaborare una nuova organizzazione sociale a cui corrisponda un modello alternativo. In altri termini, si può par-
lare di un malessere sistemico in cui il superamento dei limiti immanenti avviene soltanto con dei mezzi che rinviano agli stessi vincoli in scala più ampia, come una spirale logaritmica che, allontanandosi dal centro asintotico, è sempre somigliante a se stessa. L’unico modo per rinviare il declino, dunque, è la realizzazione di un aumento della produttività, locale e globale, che permetta un miglioramento dell’efficienza lavorativa e riduca i costi generali per contrastare l’inesorabile caduta dei profitti. Per queste ragioni, da alcuni anni, si stanno studiando degli scenari futuri in cui Bibione possa sviluppare una «città energetica» in grado di sfruttare le ampie aree agricole non ancora urbanizzate a causa della morfologia del territorio. Tale scenario, analizzato nei capitoli nove e dieci, integrerebbe una necessità globale
per la produzione di energia alternativa con l’esistente interesse turistico locale (che mira all’espansione dell’edificato) al fine di creare una differenziazione delle entrate e garantire la sopravvivenza economica dell’area di Bibione in caso di shock di uno o dell’altro settore. Infine, negli ultimi capitoli undici e dodici, si analizzano le forme di autoequilibrio ambientale in relazione alle riorganizzazioni territoriali già effettuate e da operare sulla base degli scenari futuri. Si evidenzia cioè uno scontro tra operato umano e natura in rivolta che passerebbe da una scala locale, con l’erosione della costa, ad una planetaria, con l’innalzamento del livello dei mari – previsto per i prossimi cinquant’anni e dovuto ai cambiamenti climatici.
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1. Inquadramento generale
La foce del Tagliamento era un delta più volte ramificatosi nel passato, tanto che già in epoca romana Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) ne menzionava i due tracciati principali: il Tiliaventum Maius ed il Tiliaventum Minus1. Il primo, un tempo più importante, procedendo da San Vito scendeva per Gleris, Cordovado, Fossalta, Vado e Lugugnana, fino alla Laguna di Caorle ed alla Valle Vecchia; il secondo, una ramificazione minore, è quello che – attraverso il canale dei Lovi – si gettava a Porto Baseleghe, vicino la località di Pineda2. Tra questi rami, ancora oggi attivi durante gli eventi di piena eccezionali, si estende la bassa pianura di bonifica: una natura “artificiale” che ha preso il posto della natura delle origini. Il delta tiliaventino è il prodotto dell’azione costruttiva della pianura friulana, il cui immediato sottosuolo è costituito da un enorme
materasso di detriti sciolti o cementati, dello spessore di centinaia di metri, che poggia su un più antico strato roccioso3. Ad esclusione di quest’ultimo, le sedimentazioni sono di carattere terrigeno, portate a mare dai fiumi alpini a regime torrentizio4. L’apporto solido nel Tagliamento è dato dalla fragilità e dall’azione erosiva dei versanti del bacino montano: una moltitudine di litotipi compongono le ghiaie grossolane dell’alveo del fiume a canali intrecciati5. Questa varietà di detriti non è riscontrabile nelle ghiaie dei torrenti Cellina e Meduna, che invece costituiscono l’alta pianura pordenonese6. Il fiume transita dall’anfiteatro morenico del Friuli collinare alla piana sottostante attraverso i conoidi di deiezione, detti anche “scaricatori” (generatisi durante la massima espansione del ghiacciaio del Tagliamento). Da questi antichi
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canali si sono modellate le superfici del terreno e si sono creati i corsi d’acqua contemporanei7. Il materiale sciolto giunge a valle subendo un trasporto proporzionale alla dimensione (via via più ridotta) ed alla pendenza di scorrimento del fiume (progressivamente decrescente). La massima estensione dei frammenti più grossolani, disposti a ventaglio, determina la separazione tra l’alta e la bassa pianura: “terre magre” di ciottoli e sabbie nel primo caso, con falda freatica unica e continua sotto il materasso ghiaioso; terreni sabbiosi e limosi nel secondo caso, con una ricchezza di acque superficiali alimentate dalla fascia delle risorgive degli acquiferi. Nella media pianura da Codroipo a Pordenone, l’affioramento di acqua di falda in superficie è causato da quella quantità in eccesso che non riesce ad infiltrarsi tra l’alternanza degli strati deposizionali limoso-argillosi. In quest’area hanno origine tutti i corsi di risorgiva che si sono incanalati nelle depressioni già scavate dall’attività erosiva degli antichi tracciati del Tagliamento: per avvallamento dello strato sottostante, le sue acque tendevano ad essere convogliate ad occidente, verso il bacino del Piave8. Per questo motivo Lugugnana, 10
Lemene e Reghena si sono impostati lungo i paleoalvei più importanti, affiancati da quelli minori, ormai inattivi ma ancora visibili nelle aree agricole9. La rete idrica secondaria è a regime costante, con un apporto solido praticamente nullo10: la scarsa quantità di sedimenti è responsabile della formazione delle antiche lagune, perché queste non furono interrate e rimasero bloccate dai nastri sabbiosi costieri11. Date le scarse pendenze, i corsi d’acqua assumono carattere meandriforme verso la costa. Lo stesso Tagliamento muta le sue caratteristiche a sud di Varmo e da Latisana diventa pensile, incanalato entro alti argini ad una quota superiore rispetto la campagna circostante: il deflusso delle acque nelle aree agricole è a scolo meccanico in quanto quest’ultime sono poste sotto il livello del mare. Le anse fluviali sono punti particolarmente critici durante gli eventi di piena, perché da esse si possono verificare le migrazioni dell’alveo: il Tagliamento ha modificato il proprio corso sempre più verso est, anche con repentine variazioni (dette avulsioni) generatesi da una singola alluvione12. L’attuale delta a struttura cuspidata è databile attorno agli ultimi 2500 anni13: l’attività di de-
Nelle pagine precedenti:
Nella pagina a fronte:
fig.14 - Fotografia aerea del Canale dei Lovi, della Laguna di Baseleghe e dell'arenile in accrescimento, in località Pineda ad ovest di Lido del Sole. fig.15 - Schema delle matrici geomorfologiche costituenti la pianura pordenonese e del Veneto Orientale nell’area compresa tra Livenza e Tagliamento: in rosso i limiti idrografici (fiumi Livenza, Cellina, Meduna, Noncello, Lemene, Tagliamento e fascia delle risorgive); in viola i conoidi alluvionali dei torrenti Cellina e Meduna; in azzurro le lagune, zone umide e valli da pesca; in nero la linea della pedemontana e la linea di costa. fig.16 - Idrografia nell’area compresa tra Livenza e Tagliamento: in rosso i limiti idrografici (fiumi Livenza, Cellina, Meduna, Noncello, Lemene, Tagliamento e fascia delle risorgive); in porpora i fiumi secondari di risorgiva e canali di bonifica; in grigio i principali dossi fluviali dei fiumi Livenza e Tagliamento; in azzurro le lagune, le zone umide e le valli da pesca; in nero la linea della pedemontana e la linea di costa.
fig.17 - Caratteri morfologici del costruito nell’area compresa tra Livenza e Tagliamento: in rosso i limiti idrografici (fiumi Livenza, Cellina, Meduna, Noncello, Lemene, Tagliamento e fascia delle risorgive); in nero la linea della pedemontana, la linea di costa e la distribuzione del costruito. fig.18 - Rete stradale nell’area compresa tra Livenza e Tagliamento: in rosso i limiti idrografici (fiumi Livenza, Cellina, Meduna, Noncello, Lemene, Tagliamento e fascia delle ri-sorgive); in nero la linea della pedemontana, la linea di costa ed i frammenti di tratti viari asfaltati.
In questa pagina: fig.19 - Profili altimetrici della pianura veneto-friulana. fig.20 - Fotografia aerea della foce del Tagliamento.
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forestazione dei Romani, dei Veneziani e degli Austriaci ha generato l’instabilità dei terreni e l’incremento del trasporto solido fluviale, responsabile della progressiva avanzata costiera. Il moto ondoso – unitamente all’azione delle maree, delle mareggiate e del forte vento di scirocco – redistribuisce il materiale alla foce con azioni ripetute nel tempo. Si genera così un sistema di barre deltizie nel fondale, in progressiva emersione sull’arenile. Grazie al trasporto di sabbia dalla spiaggia all’entroterra, l’azione del vento forma dei cordoni dunali che si separano dalla costa attraverso le “lame”, ossia quelle bassure colmate da specchi d’acqua salsa. Protette dall’aerosol marino, le forme vegetali colonizzano le retrodune, stabilizzando il nuovo sistema di accrescimento.
12
Su queste matrici naturali si è insediato l’uomo, il quale ha impostato le proprie attività di sostentamento dominando sull’ambiente14.
In basso: fig.21 - Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale di Venezia: tavola del microrilievo, 2010.
Nella pagina successiva: fig.22 - Evoluzione del delta tiliaventino nel corso del tempo: in rosso l'attuale corso del Tagliamento; in grigio gli antichi tracciati del fiume. Da sinistra verso destra: 14000 a.C. - 8000 a.C.; 10000 a.C. - 3000 a.C.; 3000 a.C. - 1000 a.C.; 1000 a.C. - 500 d.C.; 500 d.C. - 1000 d.C.
Note 1
2
3
4
PLINIO IL VECCHIO, Naturalis Historia, I sec. d.C. (III, XVIII, V, 126): «..Sequitur decima regio Italiae Hadriatico Mari adposita, cuius Venetia, fluvius Silis ex montibus Tarvisianis, oppidum Altinum, flumen Liquentia ex montibus Opiterginis et portus eodem nomine, colonia Concordia, flumina et portus, Tilaventum maius minusque, Anaxum quo Varamus defluit, Alsa, Natiso cum Turro, praefluens Aquileiam coloniam XV milia p. a mari sitam…»
8
A. ZANFERRARI, Sotto le ghiaie e le sabbie della pianura, in Il Tagliamento, 117.
9
A. FONTANA, Paleoalveo pleistocenico di Torresella, in I geositi della Provincia di Venezia, 21-24.
10
G. PAIERO, Le forme della pianura, in Il Tagliamento, 135.
11
F. VALLERANI, Praterie vallive e limpide correnti. Uomini e paesaggi tra Livenza e Tagliamento in epoca veneta (sec.XVI-XVIII), Ediciclo editore, Portogruaro 1992, 26.
12
G. PAIERO, Le forme della pianura, in Il Tagliamento, 126, 132.
13
G. FONTOLAN, Il nastro litoraneo tra banchi di sabbia e moto ondoso, in Il Tagliamento, 152.
14
Già nel Libro della Genesi (1,28) si riporta il mandato che Dio concesse all’uomo di soggiogare la terra, inteso come custodia piuttosto che sfruttamento selvaggio della natura e dominio assoluto sulle altre creature: «Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”».
A. FONTANA, Tagliamento romano, il Tiliaventum Maius, in I geositi della Provincia di Venezia, Provincia di Venezia, a cura di A. Bondesan, C. Levorato, Grafiche Erredici, Padova 2008, 25-27. A. ZANFERRARI, Sotto le ghiaie e le sabbie della pianura, in Il Tagliamento, F. Bianco [et alii], Cierre edizioni, Verona 2006, 112-113. Ibidem, 117.
5
G. PAIERO, Le forme della pianura, in Il Tagliamento, 119.
6
Ibidem, 119.
7
Ididem, 120-121.
13
2. La conquista del territorio
Le matrici naturali, ossia tutti quegli oggetti fisici aventi asperità difficilmente valicabili per l’uomo (come i fiumi o le catene montuose), costituiscono dei capisaldi strategici attorno ai quali si sviluppa la cangiante logica del controllo e del possesso dei beni materiali per il sostentamento dell’esistenza (territor, ossia “possessore della terra”). L’attività umana inizia dunque con la manipolazione cosciente del suolo, quando cioè un insieme di individui si organizza di comune accordo per stanziarsi su una determinata area. Lo svolgimento delle attività quotidiane necessita così di una trasformazione dei luoghi su cui si opera – un accomodamento – al fine di rendere le operazioni di lavoro più agevoli e meno faticose, quindi più efficaci ed efficienti. Ogni organizzazione del territorio dipende dalla particolare struttura sociale dei gruppi di persone che lo abitano; essa muta in funzione delle relazioni tra gli uomini e dei loro rapporti di interdipendenza, ovvero in base alla condivisione di un interesse comune per uno stesso principio, che ne stabilisce così i gradi di gerarchia. In antropologia, queste organizzazioni sociali sono classificate in sistemi sempre più articolati che, partendo dal livello delle singole tribù, giungono fino alla definizione di Stato o di Civiltà. Tali traguardi costituiscono sempre e comunque «un’unità politica autonoma che comprende un numero di […] comunità sotto il controllo permanente di un capo»1: un organismo avente la piena potestà, di diritto o di fatto, sopra persone o cose, che viene definito, nel complesso, come un sistema di Dominio. Il suo livello di sofisticatezza dipende dalla gestione delle inuguaglianze che lo contraddistinguono e diventa quindi tanto più impo-
nente e stabile, quanto più riesce ad estendere i suoi principi a tutta la collettività come condizione necessaria per la propria evoluzione. L’adesione a tali principi è basata sul grado di volontà dei singoli individui all’assoggettamento e stabilisce le amicizie e le rivalità tra gruppi differenti poiché, se da un lato è in grado di infondere unità, stabilità ed appartenenza, dall’altro crea una vera e propria geografia politica di separazione e spartizione tra insiemi avversari aventi convinzioni diverse. Il Domino ha così la tendenza all’universalizzazione, ossia ad inglobare o annullare sistemi rivali, al fine di allargare la propria influenza su tutte le cose esistenti. La sua natura è quella di essere potenzialmente infinito: con una promessa di pienezza, di vita armoniosa e di felicità, esso appone dei vincoli comuni con lo scopo di unificare ed omogeneizzare tutto ciò che ne viene assoggettato. Il modo in cui si esprime tale vincolo – sia esso una soggezione passiva alla potenza, un’unione volontaria corale o una constatazione comune di una realtà relativa – individua l’Esercizio del potere, cioè quell’insieme di azioni e pratiche attraverso cui un ordine, più o meno secolare, lascia traccia nel proprio assetto spaziale2. L’Esercizio del potere è dunque contraddistinto dal modo di gestione di un Surplus tra le parti: dall’appropriazione o dalla riduzione ed espulsione delle differenze ed eccedenze nel rapporto tra dominante e dominato. Differenti tipologie di Dominio, contraddistinte da opposte modalità di Esercizio del potere, elaborano modelli spaziali che sono inconciliabili ed irriducibili tra loro. Il modello spaziale diventa così lo strumento attraverso cui si stabilisce la sfera di influenza sulle cose, il modo di restituire le distanze e la tecnica di 15
In questa pagina: fig.23 - Mappa allegorica dell'Europa di Opicinus de Canistris, Roma, Biblioteca Vaticana, Ms. Vaticanus Latinus 6435, Voll.77.
Nella pagina a fianco: fig.24 - Tabula Peutingeriana, Pars V, Segmentum IV, Aquileia, Concordia e foce del Tagliamento, anonimo copista di Colmar, 1265ca., copia da documeno più antico.
manipolazione da esercitare sul mondo reale3. In altre parole, ogni civiltà elabora una propria idea di se stessa: riprendendo quanto scritto dallo storico Erwin Panofksy (1892-1968), dallo sviluppo, diffusione e convergenza di saperi, consuetudini e credenze quotidiane di ciascuna epoca deriverebbe un particolare “abito mentale”: una “raison d’être” – o modus essendi – a cui corrisponderebbe un preciso modus operandi 4. La forza formatrice di queste abitudini – habitforming force – è quella che è stata più recentemente ripresa dal filosofo francese Henri Lefebvre (1901-1991) e sintetizzata nel concetto di “violenza simbolica” dal sociologo transalpino Pierre Bourdeiu (1930-2002): una forma di imposizione di una determinata visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive e delle strutture mentali, attraverso cui il mondo stesso viene percepito e pensato dai soggetti dominanti; una violenza “dolce” ed invisibile, esercitata con il consenso inconsapevole di chi la subisce: 16
«La violenza simbolica […] è quella forma di violenza che viene esercitata su un agente sociale con la sua complicità […]. Chiamo ‘misconoscimento’ il fatto di accettare quell’insieme di presupposti fondamentali, pre-riflessivi, che gli agenti sociali fanno entrare in gioco per il semplice fatto di prendere il mondo come ovvio. […] Di tutte le forme di ‘persuasione occulta’ la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose»5.
Dunque, l’elaborazione di un sistema spaziale non sarebbe altro che una delle forze formatrici di un determinato abito mentale ed in qualità di strumento operativo inconscio concorre, con la propria potenza simbolica, alla costruzione della ragione d’essere di una civiltà dominante. Le aree del Veneto Orientale, del basso Friuli e della foce del Tagliamento si offrono quindi come dei chiari esempi per osservare, studiare ed analizzare le trasformazioni che differenti modelli spaziali, derivati da svariati “modi d’essere” succedutisi nei secoli, hanno appor-
tato nel corso del tempo alle matrici geomorfologiche naturali. La struttura di un ambiente di transizione tra la terraferma ed il mare aperto – quale era quello delle lagune dell’Alto Adriatico – ha da sempre imposto il problema della tracciabilità del limite su un suolo liquido in aree geografiche caratterizzate da bassi fondali. La variabilità dei cicli delle maree, delle portate fluviali e dei periodi di siccità è causa di mutamenti fisici importanti, che hanno impedito il posizionamento di quei capisaldi strategici su cui fondare un chiaro sistema di Dominio. Fino a pochi secoli fa, questa impossibilità ha ridotto al minimo le condizioni per l’esistenza umana all’interno di tali territori. Per questo motivo, tra tutti i modelli spaziali adottati, quello contemporaneo è il più invasivo esempio di azione umana sull’ambiente: per comprendere come si sia giunti a tale configurazione – frutto di una differente applicazione di Dominio (che verrà spiegata in dettaglio nei successivi capitoli) – è necessario ricapitolare brevemente i precedenti tentativi
di conquista dei nastri costieri dell’Alto Adriatico. Nell’evo antico, le centuriazioni romane furono il modello spaziale a grande scala col quale l’uomo ridusse il territorio alla propria dimensione, esplicitando i principi e gli assetti politici dell’epoca: la disposizione a griglia determinò ed impose le relazioni sociali tra i cittadini, concedendo le stesse quantità di possedimenti a tutti gli individui che prestarono servizio di leva nell’esercito romano6. La colonizzazione della Pianura Padana, ad esempio, fu il risultato della lex agraria che, da Tiberio Gracco in avanti, regolò l’equa suddivisione del suolo pubblico. Nell’area tiliaventina, le tracce delle antiche centurie di Oderzo, Concordia ed Aquileia ricordano ancora oggi come la disposizione degli oggetti nello spazio fu vincolata alla gerarchia militare – il cardo ed il decumano dell’accampamento: la forza dell’esercito e della coercizione fisica divenne quindi il modo prevalente di imporre il dominio romano e l’imperium fu la mas17
In questa pagina:
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fig.25 - Livenza. Anonimo, XVI secolo, Archivio di Stato di Venezia, Savi ed Esecutori alle Acque.
fig.26 - Territorio dalla Livenza al Tagliamento. Angelo dal Cortivo, 1527 1527, Archivio di Stato di Venezia, Savi ed Esecutori alle Acque. fig.27 - Territorio veneto tra i fiumi Livenza e Tagliamento. Gio. Antonino Locha, 1549, Archivio di Stato di Venezia, SEA.
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fig.28 - Territorio Veneziano-Trevisano. Disegno di anonimo, ricoducibile alla metà del XVI secolo., Archivio di Stato di Venezia, SEA. fig.29 - Territorio di Caorle. Panfilo Piazzola, 4 Ottobre, 1562, Archivio di Stato di Venezia, Tre Savi Sopra Conti, b. 275. fig.30 - Territorio Veneziano: idrografia e tavola dei beni nel comprensorio dalla Livenza al Tagliamento. Alberti, Fabris e Scola, 3 Gennaio 1644, Archivio di Stato di Venezia, SEA.
fig.31 - Territorio Veneziano. Beni denominati la pineta, posti tra la bocca del Tagliamento e il porto di Baseleghe. Angelo Minorelli, 2 Giugno 1689, Archivio di Stato di Venezia, SEA. fig.32 - Territorio Veneziano. Beni denominati la pineta, posti tra la bocca del Tagliamento e il porto di Baseleghe. Angelo Minorelli, 18 Settembre 1694, Archivio di Stato di Venezia, SEA.
sima espressione di un’intera civiltà. Nell’area dell’Alto Adriatico, quindi, gli insediamenti si estesero così tanto da spingersi fin quasi alla linea costiera: come quello della città di Altino – vicino al bordo della Laguna di Venezia – oppure l’edificio della cosiddetta “villa Mutteron dei Frati” – costruita nella pineta di Bibione tra i due rami del Tagliamento durante il periodo dell’Imperatore Onorio (395-423 d.C.)7. In epoca medievale, invece, l’Esercizio del Dominio fu impostato su una serie di «relazioni signori-vassalli, basate su un amalgama di proprietà ed autorità private: in [questo sistema] vi erano intessute e stratificate geograficamente istanze giuridiche differenti, con sovranità dai confini asimmetrici ed indefiniti, doveri di fedeltà verso molteplici Signori»8 e zone di anomalie amministrative. Le «élites dominanti erano mobili attraverso lo spazio di queste giurisdizioni sovrapposte»9 ed erano formate da “uomini di altri uomini”10, legati tra loro dalla forza del servizio e della fedeltà religiosa impostata sulla potenza della sugges-
tione: a differenza di oggi, i rapporti spirituali di dipendenza personale diretta costituivano il fondamento di una società svincolata dalla sfera materiale e dalla circolazione delle merci. Nella pianura friulana, questo nuovo ordine si rese evidente dopo gli eventi alluvionali che, tra il V ed il X secolo d.C., seppellirono l’antica basilica di Concordia e disattivarono il corso del Tiliaventum Maius11: la precedente organizzazione romana venne cancellata dai detriti delle piene e non fu più rinnovata dalle società medievali che ormai considerarono obsoleti i quadrati delle centurie rispetto ai mutati assetti di governo. La vecchia griglia si dimostrò meno congeniale alle specificità del nuovo istituto giuridico del feudo: questo impresse un’inedita forma al mondo dell’Ancient Régime, poiché il possesso dei beni reali fu esercitato attraverso il controllo delle persone; comandare i propri sudditi equivaleva a gestire il territorio, affidato nei suoi punti strategici ai soli nobili più illustri. Tale sistema coincise con rappresentazioni simboliche 21
del mondo medievale e giustificò l’assenza, o l’inservibilità puramente geometrica, delle mappe antiche. Per lo stesso motivo, in questo periodo si diffuse una conoscenza reale del territorio legata sempre più alle necessità locali contingenti piuttosto che a sistemi astratti, dettati da un centro di espansione primaria: a seconda delle caratteristiche orografiche o dei rapporti di proprietà, i luoghi acquistarono un nome preciso che nel tempo ha arricchito parte di quella toponomastica ancora oggi superstite. Nell’area del Tagliamento, ad esempio, il nome di Bibione sarebbe derivato dal latino Bibionibus riportato nel 967 d.C. e da quello di Bibiones usato da Giovanni Diacono nella sua opera «Chronicon Venetum» del 100812; esso cadde presto in disuso e, prima del suo reimpiego contemporaneo, venne adottato un’ultima volta nella forma alterata di Bibons nel 119813. Con l’avanzare del pensiero nominalista dopo il XIV secolo e la rivoluzione scientifica del XVI secolo, il definitivo processo di secolarizzazione dei Paesi occidentali e la progressiva laicizzazione della società hanno mutato la concezione di un universo fondato dal Creatore con un nuovo ordine basato sull’Evoluzione e sulla Ragione scientifica: la natura del peccato originale sarebbe stata sostituita con l’ignoranza della superstizione, dato che l’assenza di 22
colpe da redimere non necessiterebbe di alcun Redentore e la Divina Provvidenza sarebbe stata rimpiazzata dall’idea di Progresso dell’umanità14. Il dogma della religione troverebbe così il suo corrispettivo nella verità della Scienza, in quanto quest’ultima non contempla e non prova l’esistenza divina se non come vaga e remota entità astratta. La realizzazione di una impalcatura razionale è dunque l’accorgimento attraverso cui l’uomo si sostituisce alla divinità, tenendola a distanza: piuttosto che essere osservata da un punto di vista sovrannaturale ed irraggiungibile, la moderna antropocrazia si ritiene un punto preciso nello spazio che guarda e medita la propria fuga verso l’infinito – verso un ἄπειρον15. Da questa concezione filosofica derivò il conseguente ordine spaziale calato nella realtà delle cose e del mondo circostanti. Sotto l’aspetto giuridico iniziò quindi il rovesciamento della nozione di diritto: da indagine e ricerca del concetto assoluto di ciò che veniva considerato giusto (id quod iustum est), essa si è trasformata in un’imposizione relativa di leggi prodotte da un legislatore terreno, che si applicano all’interno di un determinato territorio (jus in civitate positum)16. In altre parole si attuò il lento ribaltamento del concetto di città, da “civitas” ad “urbs” 17: dal vincolo immateriale che legava la coscienza
civica dei cittadini18 al luogo fisico delle cose su cui si applicano le regole. L’essenza stessa della città cominciò dunque a mutare, non risiedendo più nei rapporti tra gli uomini, ma nella materia delle pietre e degli oggetti tangibili che, scientificamente misurabili nelle loro estensioni fisiche, si ritiene ne condizionino i comportamenti: la struttura spaziale, frutto di una capacità combinatoria di singoli elementi, vorrebbe così spezzare trasversalmente qualsiasi relazione particolare tra gruppi e clan, tagliando di netto il nodo delle appartenenze familiari, religiose e sociali. In altre parole si è verificato il passaggio da un’organizzazione sociale basata sul “ghenos”, sul lignaggio e sul rapporto di consanguineità, ad un’altra basata sul “topos”, sulla corporeità, sulla geometria e sulla porzione di territorio di provenienza. Le città diventarono così un complesso dispositivo topografico di strade ed edifici, dove le persone scomparvero al loro interno. Non stupisce dunque che, con l’espansione della Serenissima verso la terraferma dal Quattrocento in avanti, le aree del Veneto Orientale furono documentate su delle carte dal disegno sempre più accurato19, al fine di estendere su di esse l’ordinamento della Dominante marciana: il mantenimento effimero dei privilegi feudali delle antiche famiglie nobili locali – le cui richieste erano spesso corredate da appros-
simate mappe confinarie inoltrate alle magistrature competenti – fu concesso dalle autorità veneziane solo dietro l’imposizione e l’accettazione dei suoi luogotenenti e capitani. Le rappresentazioni grafiche di corredo coincisero con gli interessi della Repubblica veneziana, che spinse i propri tecnici in quasi tutti gli angoli dei suoi possedimenti, dalle aree montuose del Cansiglio, fino al rilievo delle bassure lagunari in prossimità del mare. Una delle caratteristiche peculiari di Venezia, infatti, fu il controllo del territorio attraverso il governo delle acque, dai torrenti alpini ai fiumi di pianura: oltre per la difesa strategica dai nemici, tale controllo servì anche per usi irrigui, per la pesca, ma soprattutto per la navigazione20; evitando i rallentamenti delle paludi, il percorso fluviale nell’area precostiera non esponeva le merci al trasporto del cabotaggio via mare ed ai suoi rischi in caso di tempeste. Con questo intento fu scavata la Litoranea Veneta, l’insieme di canali che ancora oggi mette in comunicazione la Laguna di Venezia con i fiumi Sile, Piave, Livenza, Lemene, Tagliamento, Stella, unitamente alla Laguna di Grado ed alla foce dell’Isonzo. Essa fu realizzata per servire rapidamente la fortezza di Palmanova e scongiurare il passaggio attraverso i complicati confini del Friuli Arciducale Asburgico21. Dal documento più antico di Angelo dal 23
Cortivo (1527), il territorio di Bibione fu mappato nelle carte di Giovanni Antonino Locha (1549), di Panfilo Piazzola (1562), dei periti Alberti, Fabris e Scola (1644) e di Angelo Minorelli (1694). Queste rappresentazioni si resero necessarie per valutare questioni confinarie, per censimento delle aree boschive, per confische di beni spettanti alle comunità ed infine per variazioni dei limiti a seguito delle alluvioni. Il solo disegno dei canali, dei fiumi, dei confini di proprietà, delle alberature, dei toponimi e delle tabelle delle distanze giustifica la rara definizione dei bordi lagunari e la quasi totale assenza dei “ghebi”, i tortuosi
canali delle barene. Le mappe dei pubblici periti, quindi, non miravano a fornire lo stato di fatto dell’epoca, bensì a costituire un modello di rappresentazione del territorio da consultare in caso di possibili contenziosi tra privati: non il fine esplorativo fu quel che mosse gli agrimensori, ma lo scopo utilitaristico di attuare un programma politico ed economico già pianificato sulla base di quelle stesse carte. Esse servirono alla realizzazione di scavi, di canali e di conche, mentre le aree limitrofe rimasero sconosciute come un “cosmo” non ancora misurabile nelle sue estensioni.
Note 1
2
3
4
R. L. CARNEIRO, The Chiefdom: Precursor of the State, in G. D. Jones e R. R. Kautz (a cura di), The Transition to Statehood in the New World, Cambridge University Press, Cambridge – New York 1981, 3779. Chi scrive ritiene che l’urbanistica sia quel sapere che studia le azioni attraverso cui un sistema di Dominio, più o meno secolare, trova il proprio assetto spaziale. Il modello spaziale di una qualsiasi tipologia di Dominio ha la funzione fondamentale di rendere efficace un esercizio del potere che opera su molteplici livelli: la legge lo legittima; l’economia lo struttura; l’informazione lo acclama; la storia lo racconta; la filosofia lo indaga; la geografia lo rappresenta; l’ingegneria l’organizza; la tecnica lo costruisce; le arti lo simbolizzano; l’architettura lo celebra. E. PANOFKSY, Architettura gotica e filosofia scolastica, Abscondita, Milano 2014, p.21. Le radici dell’habitus si trovano nella nozione di Hexis di Aristotele, elaborata all’interno della sua dottrina della virtù nell’Etica Nicomachea, con la quale si indica un carattere morale acquisito ma radicato che orienta le nostre sensazioni e i nostri desideri e di conseguenza le nostre condotte. Nel tredicesimo secolo tale termine fu tradotto in latino come habitus da Tommaso D’Aquino nella Summa Theologicae, espressione in cui è contemplato inoltre il significato di capacità di crescita, di progresso attraverso l’attività.
5
P. BOURDIEU, L. WACQUANT, Risposte. Per un’antropologia riflessiva, Torino 1992, Bollati-Boringhieri, 129.
6
Cfr. R.TIRELLI, Originalità ed evoluzione del paesag-
24
gio naturale friulano fra le sorgive e le lagune, in Paesaggio naturale e paesaggio umano nella bassa pianura, a cura di E. Fantin, Edizioni La bassa, Latisana 2009, 11-43. 7
A. FONTANA, Valle Grande e Mutteron dei Frati, in I geositi della Provincia di Venezia, 79-82.
8
P. ANDERSON, Lo stato assoluto, Mondadori, Milano 1980, 37; citato in G. ARRIGHI, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano 19942, 39.
9
Ibidem.
10
M. BLOCH, La società feudale, Einaudi, Torino 194910, 172.
11
G. PAIERO, Le forme della pianura, in Il Tagliamento, 143.
12
G. DIACONO in H.F. ZANETTI, Venetiis, 1765 e L.A. BERTO, Istoria Veneticorum, Fonti per la storia dell'Italia medievale. Storici italiani dal Cinquecento al Millecinquecento ad uso delle scuole, Bologna 1999 I-7: «Nunc vero singularum nomina insularum necesse est convenienter exprimere. Prima illarum Gradus dicitur, que dum constat altis menibus ecclesiarumque copiis decorata sanctorumque corporibus fulta, quemadmodum antique Venecie Aquilegia, ita et ista totius nove Venetie caput et metropolis fore dinoscitur. Secunda namque insula Bibiones nominatur» (Ora però è necessario descrivere convenientemente le diverse isole. La prima tra queste è chiamata Grado, la quale possiede alte mura e molte chiese adornate e ricche di corpi di Santi, proprio com'era, nell'antica Venezia, Aquileia, cosicché essa è generalmente nota come la capitale e la metropoli della nuova Venezia. La seconda isola,
invece, è detta Bibione). 13
B. CINAUSERO HOFER, E. DETENSANO, Dizionario Toponomastico, Ribis Editore, Udine 2011. Voce ‘Bibione’, 124-126. L’uso contemporaneo del toponimo di Bibione è un recupero culturale del 1841, attuato dal professore Giuseppe Girardi, dall’Istituto Geografico Militare di Firenze (tavoletta Porto Baseleghe, IGM25VSPorBa). Nei periodi pre-cedenti, le fonti indicarono il luogo semplicemente come ‘Pineda di Destra’, per distinguerla da quella ‘di Sinistra’ nel territorio di Lignano.
14
Si tratta di un vero e proprio passaggio all’ateismo ed alle sue diverse forme caratterizzanti. Si veda in particolare A. DEL NOCE, Il problema dell’ateismo, Società Editrice il Mulino, Bologna, 19642, 27: «l’ateismo è il termine conclusivo a cui deve necessariamente pervenire il razionalismo al punto estremo della sua coerenza, che è anche il punto della sua crisi: del trapasso, cioè, dal razionalismo metafisico al razionalismo scettico o al razionalismo storicista o all’irrazionalismo [...]. Di qui le sue tre forme essenziali e irriducibili, l’ateismo negativo o nichilistico, l’ateismo positivo o politico, l’ateismo tragico, che ha per conclusione la “follia filosofica”». Si veda anche: J. GRAY, Seven types of atheism, Penguin books, 2019, 7: «[...] I will examine seven kinds of atheism. The first of them – the so-called ‘new atheism’ – contains little that is novel or interesting. [...] The second type is secular humanism, a hollowed-out version of the Christian belief in salvation history. Third, there is the kind of atheism that makes a religion from science, a category that includes evolutionary humanis, Mesmerism, dialectical materialism and contemporary transhumanism. Fourth, there are modern political religions, from Jacobinism through communism and Nazism to contemporary evangelical liberalism. Fifth, there is the atheism of God-haters such as the Marquis de Sade, Dostoevsky’s fictional character Ivan Karamazov and William Epsom [...]. Sixth, I will consider the atheism of George Santayana and Joseph Conrad, which reject the idea of a creator-god without having any piety towards ‘humanity’. Seventh and last, there are the mystical atheism of Arthur Schopenhauer and the negative theologies of Benedict Spinoza and the early twentieith-century Russian-Jewish fideist Leo Shestov, all of which in different ways point to a God that trascends any human conception».
15
SIMPLICIO, Commentario alla fisica di Aristotele, 24, 13: «Anassimandro[…] ha detto […] che principio degli esseri è l’infinito (ápeiron)[…] da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo». Si veda anche nota 4, 130.
16
ISIDORO DI SIVIGLIA, Etymologiae, XV, 2.1-2.3: «Civitas est hominum multitudo, societatis vinculo adunata, dicta a civibus, id est ab incolis urbis. Nam urbs ipsa moenia sunt, civitas autem non saxa, sed habitatores sunt. Tres autem sunt societates: familiarum, urbium, gentium. Urbs vocata est ab orbe, quod antiquae civitates in orbe fiebant; vel ab urbo, parte aratri, quo muri designabantur» (“Civitas” è una moltitudine di persone unita da un legame di aggregazione; prende il nome dai cittadini, cioè dagli abitanti della città. Infatti, le mura stesse sono l’urbe, ma i cittadini non sono i sassi, ma gli abitanti. Tre sono attualmente le aggregazioni: quella delle famiglie, delle città e delle nazioni. “Urbs” è così chiamata da “orbe” [cerchio], perché le città antiche venivano costruite all’interno di una zona circolare; o da “urbo”, quella parte dell’aratro con la quale si tracciavano le mura di cinta).
17
M.VILLEY, La formazione del pensiero giuridico moderno, Ed. It. Jaka Book, Milano 1986, 185, 253.
18
SANT’AGOSTINO, De Civitate Dei, XV, 8, 2 col.447: «Civitas, quae nihil aliud est quondam hominum moltitudo aliquo societatis vinculo colligata»; Sermoni, LXXXI, 9; CV; CCXCVI, 5-8; De urbis excidio Sermo, 2-3 e 6, 6. SAN GIOVANNI APOSTOLO, Prima Lettera di Giovanni, Capitolo 4, Versetto 16: ὁ θεòς ἀγάπη ἐστίν. «Ho Theos agape estin», «Deus Caritas Est», «Dio è Amore», indica il massimo vincolo cristiano ed il massimo livello di relazione raggiungibile: l’Amore del Padre verso il Figlio, l’Amore del Figlio verso il Padre e l’Amore vicendevolmente scambiato e verso cui tutti i cristiani devono tendere. L’essenza di tale vincolo sfugge a qualsiasi tentativo di reificazione, cosificazione, oggettivazione e materializzazione: essa è irriducibile a qualsiasi presa o riduzione grafica, fotografica e cartografica. NUOVO TESTAMENTO, Lettera agli Ebrei, XI, 1, «Fides est non apparentium», cioè la Fede è prova delle cose che non si vedono ed è religiosamente meritoria: non vi sarebbe alcun merito a riconoscere ciò che è dimostrabile.
19
F. VALLERANI, Dalle praterie vallive alla bonifica: cartografia storica ed evoluzione del paesaggio nel Veneto orientale dal '500 ad oggi, Consorzio di bonifica Pianura veneta tra Livenza e Tagliamento, Portogruaro 2008.
20
S. CIRIACONO, Le radici della bonifica moderna in Europa, in Dalle praterie vallive alla bonifica, 25.
21
Cfr F. VALLERANI [et alii], Acque antiche. Il percorso della Litoranea Veneta, Mazzanti Editori, Venezia 2004.
25
3. Lo sviluppo della superficie agraria
A partire dall’inizio dell’Ottocento è possibile operare un’analisi – il più possibile metrica – del delta del Tagliamento e della sua evoluzione. Nel pieno dell’età moderna, gli accurati rilievi trigonometrici della Kriegskarte del generale Anton Von Zach assimilarono le regole della geometria euclidea e del piano cartesiano. La formazione degli Stati unitari centralizzati rovesciò l’organizzazione feudale: il cittadino era tutelato e protetto in tutti i luoghi dello Stato di appartenenza, il quale – come una sorta di “Dio mortale”1 – esercitava la sovranità entro i limiti del proprio territorio2. Per questo fu indispensabile mappare tutto l’esistente non ancora conosciuto, soprattutto il finis terrae, affinché ogni porzione potesse essere inserita nelle logiche di funzionamento del pubblico interesse: «Marshland offended
egregiously against this sense of order. Unimproved, marshes resisted the cadastral surveys on which land taxes rested, impeded soldiers on the march, and provided a bolthole for ‘disorderly’ elements such as bandits and deserters»3. Le tavole militari, dal Von Zach in avanti, possono essere confrontate con la cartografia contemporanea sulla base di criteri spaziali: georeferenziando i punti noti, ossia quei punti che nel tempo non hanno modificato la propria posizione, è possibile sovrapporre le mappe e quantificarne i parametri evolutivi. Osservando le carte di Bibione del 1805 e del 1833, la situazione si presenta pressoché invariata nelle quantità di aree lagunari. Al 1805 sono visibili le arginature nelle Valli Minotti e Mulin, quest’ultime coincidenti con le attuali Vallegrande e Vallesina; in generale, il
27
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paesaggio è ancora quello anfibio, modificato dai Veneziani con il canale della Litoranea che si connette con il Tagliamento attraverso il Canale di Lugugnana ed il taglio della “Cava Vecchia” (oggi detto “Ramo del Diavolo”). Dal 1833, oltre ad una maggiore accuratezza nel rilievo delle paludi e dei ghebbi, si individuano le prime regolarizzazioni delle bonifiche successive: il ghebbo d’argine funse da contenimento della “Valle Grande di Lugugnana” mentre il fosso – detto “la Vegnua” – circondò la “Vallesella del Ramo del Diavolo”. Il vecchio tracciato del canale di Lugugnana staccò le “Paludi di Boscati” (che si estendevano fino al Canale dei Lovi) da quelle attualmente corrispondenti al IV Bacino.
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Un sensibile aumento della superficie agraria iniziò dopo l’Unità d’Italia, tra il 1876 ed il 1891, quando la Carta IGM di quest’ultimo anno evidenziò le bonifiche a sud di Cesarolo ed i nuovi canali in Vallesella e in Vallegrande. Allo stesso tempo fu impostata la viabilità di Pineda, con il sistema di penetrazione verso l’arenile a sud delle aree umide (Vallegrande e Vallesina), e furono rilevate le bassure interdunali di “Lama di Revelino”. Tutte situazioni confermate successivamente con i “Prati Nuovi” e con la bonifica dell’ansa, a nord di Bevazzana, nella Carta IGM del 1908. Dal 1907 venne costituito il Consorzio di Bonifica di San Michele al Tagliamento, che operò in un territorio ripartito in sette bacini,
il primo nella “zona alta” del comprensorio comunale (non interessato da questo studio) ed i restanti sei nella “zona bassa”. Nella tabella precedente si riportano le dimensioni di ogni singola suddivisione. L’incremento vertiginoso delle aree agricole si registrò nel 1927, dopo diciannove anni in cui la Prima Guerra Mondiale devastò le opere precedentemente avviate. Al risanamento (già conclusosi nel 1920) seguì lo slancio della bonifica integrale: questa migliorò le condizioni igienico-sanitarie, riducendo la malaria, ed aumentò le colture sulla spinta degli intenti autarchici fascisti4. Al 1927 furono completate le bonifiche del II e III Bacino, mentre nel IV resistevano ancora le zone umide della Vallesella. Si formò così una rete idrica secondaria e terziaria a sostituzione della precedente, prosciugata dalle idrovore oppure interrata per colmata. La bonifica sistematica fu la controparte de-
gli impianti idroelettrici montani approntati nel periodo del Ventennio mussoliniano, in un programma di riorganizzazione territoriale che mirò a rilanciare la produzione del Paese durante la cosiddetta “battaglia del grano”; questa ridusse il disavanzo della bilancia commerciale attraverso l’aumento della superficie coltivabile, unitamente alla messa in pratica degli studi sulle ibridazioni e sul miglioramento genetico delle cultivar dell’agronomo genetista Nazareno Strampelli (1866-1942). Sotto questo aspetto, un bacino di bonifica non sarebbe stato altro che una sorta di “diga rovescia”: se in una diga normale la caduta dell’acqua genera energia cinetica che viene trasformata in elettricità da una turbina, in quella “capovolta” è necessario fornire energia ad un motore per sollevare ed espellere la quantità in eccesso. La turbina produce elettricità, mentre l’idrovora la spende: nel primo caso, la profondità della gola di un bacino montano deter-
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Nelle pagine precedenti: fig.33- Fotografia di uno dei fossi di bonifica nell'area agricola del III Bacino. fig.34- Mappa riassuntiva dei comprensori di bonifica. fig.35- Anton Von Zach, Kriegskarte, Vienna, Kriegsarchiv, unione delle tavole XVI.13 (Latisana) e XVI.14 (Porto Baseleghe), 17981805. fig.36- Carta del territorio di Cesarolo tratta dal Secondo rilievo militare dell'Impero Asburgico, 1818-1829. fig.37- Carta topografica del Regno Lombardo Veneto, foglio 4G (Portogruaro), 1833.
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fig.38- Porto Buso, Spezialkarte der Osterreichisch-Ungarischen Monarchie, 1877.
In queste pagine:
Nelle due pagine successive:
fig.39- 1805, elaborazione digitale della Kriegskarte del generale Anton Von Zach. fig.40- 1833, elaborazione digitale della carta del Regno Lombardo Veneto. fig.41- 1891, elaborazione digitale della carta IGM. fig.42- 1908, elaborazione digitale della carta IGM. fig.43- 1927, elaborazione digitale della carta IGM. fig.44- 1937, elaborazione digitale della carta IGM. fig.45- 1951, elaborazione digitale della carta IGM. fig.46- 2003, elaborazione digitale della carta tecnica regionale numerica
fig.47- Palinsesto (tracce sul territorio): sovrapposizione delle mappe storiche dal 1805 al 2003. fig.48- Tavoletta schematica della bonfica tra il canale di Lugugnana e la Litoranea Veneta (tra Vallegrande, III e IV Bacino).
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mina l’energia potenzialmente ricavabile; nel secondo, invece, l’estensione della superficie da prosciugare definisce la spesa energetica da sostenere. La diga, quindi, invertì il proprio verso: da verticale divenne orizzontale e non contenne più l’acqua, ma al contrario la allontanò per liberare i terreni e prepararli alla produzione agricola. Alla grande vela in calce34
struzzo armato fecero così da contrappunto le arginature di terra alte solo pochi metri, ma estese per migliaia di chilometri. Sulla laminazione idraulica si impostò tutta l’agricoltura: la bonifica garantì un livello minimo con il quale fu possibile mantenere un serbatoio per l’irrigazione estiva. Tale sistema si basò sulla struttura di espulsione scolina-fosso-cana-
le-collettore-idrovora: attraverso questi passaggi, l’acqua venne “trainata” all’esterno da un sistema capillare (scolina) ad uno vascolare (collettore). Il drenaggio, garantito dall’effetto della “baulatura” – ossia grazie al profilo convesso della superficie del terreno – forniva anche un minimo di quantità d’acqua costante. Perseverando in questo programma, dal 1927 al 1937, anche la Vallesella fu bonificata, mentre il canale di Lugugnana venne definitivamente ridotto. A Pineda, invece, si tracciarono i canali del VI Bacino sulle lame orientali più vicine alla foce del Tagliamento. Il corso del fiume fu anche regolarizzato in più punti con il taglio dei meandri: la rettifica del tracciato evitò l’erosione degli argini ma causò l’abbassamento dei fondali dell’alveo. Queste misure furono prese dopo le grandi alluvioni, che portarono nuovi accrescimenti nella zona del faro. Con la produzione di spazio operata dalla bonifica, tutte le nuove aree si concentrarono nelle mani di pochi proprietari, nello specifico in quelle di tre aziende: la «Saffa», la «Società Anonima Bonifiche Venete SpA» e la «Prati Nuovi». La prima – impresa di fiammiferi che aveva
stabilimenti anche a Treviso e Venezia – fu detentrice dei 1200 ettari di Pineda nella zona a ridosso del mare. La seconda, con sede nel Terzo Bacino, fu controllata dalle maggiori famiglie azioniste dei Caniatto e dei Dolfin di Padova nel 1939 e venne successivamente affittata alle famiglie Lucchetta, Marcati e Montino nel 1945 (i suoi terreni furono coltivati principalmente a frumento e patate). Negli anni seguenti una parte venne rilevata dal Corpo Volontari della Libertà, mentre l’altra parte fu presa in affitto dalla famiglia Bembo, futuri proprietari. La terza, invece, fu nelle mani dalla famiglia israelita degli Orefice – che controllava un terreno di oltre 1000 ettari da Pradis fino ai canali dei Lovi e di Lugugnana – ma venne loro confiscata dopo le leggi razziali del 1938 e ceduta alla famiglia Cugnasca di Como, industriali della seta. Questi la misero a frutteti e costruirono alcune infrastrutture, tra cui la chiesa, il campo sportivo e qualche abitazione. La tenuta passò tuttavia sotto la gestione di tre dirigenti della fabbrica tessile Marzotto dal 1949 (Bisassa, Crosara, Rauss), che estirparono gli alberi e la sfruttarono in modo intensivo. A queste aziende si aggiunsero anche le tenute
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della «Società Anonima Conduzioni Agricole», fondata a Venezia nel 1926 dal Conte Vittorio Cini (1885-1977), e quelle di «Vallesina» e della «Fragd», rispettivamente del Cav. Alberto Pasti e del Cav. Boscolo Fiorello Lisetto (albergatore del Grand Hotel Italia a Chioggia), entrambe di circa 500 ettari di estensione5. Quest’ultimo era possidente di terreni nel VI Bacino assieme al Cav. Antonio Stroili, per il quale lavorarono una ventina di mezzadri badilanti tra cui il gestore dell’osteria di Bevazzana Leone Pizzolitto6. Nel secondo dopoguerra si completò così il prosciugamento del IV Bacino, mentre si diede inizio all’attività agricola a nord della zona del faro. I terreni sabbiosi in quest’area furono concessi ai profughi Istriani – a seguito dell’occupazione Jugoslava dell’Istria e della Venezia Giulia dopo la fine della seconda guerra mondiale; ad essi vennero assegnate abitazioni e poderi da coltivare che, data l’asprezza del suolo, trovarono nell’asparago il migliore tipo di piantagione adattabile7. Il mosaico delle proprietà si completò attorno agli anni Sessanta con le antiche famiglie restanti che ereditarono la terra (come le famiglie degli Zancanaro, dei Toniatti e dei Gia36
cometti) e con l’arrivo del Gruppo Generali e la loro holding agroalimentare per reinvestimenti sulla terra: la «Genagricola», già presente nella zona di Caorle con le tenute di Ca’ Corniani dal 1851. A Cesarolo la «Genagricola» possiede circa 500 ettari tenuti a colture erbacee ed un piccolo frutteto (melo e pero)8. Sulla base di questa struttura agraria venne infine fondata la città balneare: le prime strutture turistiche furono costruite sull’iniziativa di imprenditori privati. In quarant’anni si spianarono le dune, si rinforzarono le sabbie, si tombinarono i ghebi morti, si abbatté parzialmente la pineta e si piantarono i pioppeti, impostando la rete stradale sui canali di bonifica già tracciati. Rispetto all’origine, la foce del Tagliamento è stata ridisegnata come uno spazio metrico (ossia come un’astrazione di distanze, di lunghezze e di angoli), i cui oggetti sono individuati inequivocabilmente in un piano di riferimento perché raggiungibili mediante spostamenti lineari. Le infrastrutture di servizio della città balneare adottano la logica della retta, ossia del tragitto più breve e veloce da percorrere nel minor tempo possibile al costo più basso. All’ortogonalità
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modo che venga fatta in quelle cose che concernono la pace e la sicurezza comune, ed in questo, ridurre le proprie volontà ciascuno alla volontà di lui, ed i loro giudizi al giudizio di esso. Ciò è più di un consenso o di un accordo; è una concreta unità di tutti i componenti dello stato in una sola e medesima persona, resa possibile da un patto di ciascuno con l’altro, come se uno di essi dicesse all’altro: “Do autorizzazione e trasferisco il mio diritto di governare me stesso a questo uomo od a questa assemblea di uomini, a condizione che anche tu ceda il tuo diritto a lui e nello stesso modo ne autorizzi tutte le azioni”. Quando si è fatto ciò, la moltitudine così unita in una sola persona è chiamata uno stato, in latino “Civitas”. Questa è la fondazione di quel grande Leviatano o piuttosto, per parlare con più reverenza, di quel Dio mortale a cui, al disotto del Dio immortale, noi siamo debitori della nostra pace e difesa. [...]»
della bonifica si è dunque sovrapposta la rete delle strade e del costruito, con deformazioni dovute ai relitti geomorfologici dell’ambiente nativo. Note 1
T. HOBBES, Leviatano, trad. it. di R. Giammanco, Utet, Torino 1955: «Il solo modo per dar vita alla costituzione di un potere comune capace di difendere gli uomini dalla invasione degli altri popoli e dalle reciproche ingiurie [...] consiste nell’investire di tutto il proprio potere e di tutta la propria forza un uomo od una assemblea di uomini che sia in grado di ridurre tutte le varie opinioni, per mezzo della pluralità dei voti, ad una sola volontà; il che è come dire di dare incarico ad un uomo o ad una assemblea di uomini di rappresentare la persona dei singoli cittadini e di riconoscersi [...] come l’autore di qualsiasi cosa che colui che è stato eletto a rappresentarli farà o farà in
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È importante ricordare che il territorio di Bibione, appartenente alla Serenissima, passò prima in mani Au-
Nelle pagine precedenti:
In queste pagine:
fig.49- Tavoletta schematica della bonifica lungo l'alveo del Tagliamento a sud di Pertegada (II Bacino). fig.50- Carta IGM 1908, tavoletta 053 IV-IIO, Foce del Tagliamento fig.51- Carta IGM 1950, tavoletta 053 IV-IIO, Foce del Tagliamento. fig.52- Territorio bibionese, particolare della Carta tecnica regionale del 1978.
fig.53- Tavoletta schematica della bonfica e composizione degli elementi del terreno agricolo nell'area di Bevazzana. fig.54- Confini delle estensioni terriere e ripartizione per singolo proprietario.
striache, poi Francesi e nuovamente Asburgiche, in un periodo in cui vennero promulgati i primi codici civili: quello transalpino nel 1804 e quello austriaco nel 1811. 3 D. BLACKBOURN, The Conquest of Nature. Water, Landscape and the Making of Modern Germany, Norton & Company, New York-London, 2006, Pimlico Edition 2007, 40. Citato in F. FARINELLI, La crisi della ragione cartografica, 87: «Le paludi offendono ogni senso di ordine, resistono ai rilievi catastali sui quali si fondano le tasse, impediscono la marcia dei soldati e danno rifugio ai disertori. Per lo Stato gli acquitrini, insomma, sono naturalmente sediziosi».
rovescio. Storia delle lotte agrarie nel decennio ’47-’57 a San Michele al Tagliamento, in G. BERGAMINI, G. PILLININI, San Michêl, Societât Filologjche Furlane, 1985, 96-97.
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F. L. CAVALLO, Dalla bonifica integrale al secondo dopoguerra, in Dalle praterie vallive alla bonifica, 127. F. CAZZOLA, Le bonifiche nella valle padana: un profilo, «Rivista di storia dell’agricoltura», a.XXVII, vol. II, 1987, 64-65. V. PIZZOLITTO, Dalla meanda allo sciopero a
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U. PADOVESE, “La grande epopea di Bibione. Giovanni Buttò racconta Bevazzana, ultimo ostacolo prima del mare”, Portogruaro.Net Magazine, Visystem Editore, Luglio/Agosto 2012, 9-11.
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F. ROMANIN, “Dalla sponda dell’Istria alla sponda d’Italia. Storia degli Esuli Istriani ospitati a Bibione”, La Loggia, Rivista periodica della associazione Propordenone Onlus, a.XXI, vol.XXIII, 2018, 9-11.
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Tutt’oggi la produzione è concentrata per ricavare alimenti vegetali, come mais e fieno, per le bufale da latte (circa 500 capi); i sottoprodotti dell’allevamento del bestiame sono invece reimpiegati per la produzione di biogas grazie ad un impianto costruito nel 2013.
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4. La città balneare come «città dei consumi»
Nell’Esercizio del Dominio contemporaneo le dipendenze ed i bisogni psicofisici dell’essere umano vengono regolati dal mercato attraverso il controllo dei mezzi di pagamento. In una nuova ottica scientifica, tecnica e materialistica, l’individuo è più libero nel corpo e nel pensiero rispetto al passato poiché, in accordo con l’ordinamento giuridico vigente, si muove senza limitazioni secondo propria coscienza nel territorio di appartenenza; tuttavia egli è obbligato a soddisfare le sue necessità attraverso il lavoro, inteso come prestazione di professione retribuita: il lavoro, confrontato col medioevo, è così diventato un’urgenza materiale piuttosto che un obbligo morale1. Ne consegue che gli intermediari del commercio sono coloro attraverso i quali transitano
tutti i flussi di scambio tra la domanda per il soddisfacimento di una necessità e l’offerta di un bene in grado di esaudirla, che li pone in una condizione privilegiata per l’accumulo di capitale. Nella compravendita delle merci – ossia nelle transazioni commerciali di beni e servizi che soddisfano le esigenze dell’uomo – il principale mezzo di scambio è il denaro, strumento di pagamento per eccellenza: esso si configura come un prodotto privilegiato su tutti gli altri e pertanto diventa, attraverso la moneta, l’unità di conto per misurare oggetti differenti altrimenti non confrontabili tra loro. Con la circolazione mercantile, sfruttando la realizzazione dei desideri altrui, si può così puntare alla concentrazione di denaro: la conversione di quest’ultimo in merce, da com-
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prare e produrre al costo piú basso possibile e da rivendere al prezzo di mercato, permette la valorizzazione del suo valore. L’abbondanza dei mezzi di pagamento – ossia l’esistenza di monete “immateriali” alternative (lettere di cambio, assegni, polizze, giroconti, quietanze, mandati, fatture, bancomat, etc.) – consente inoltre di procrastinare somme e rimborsi, facendo in modo che i ritardi si sovrappongano continuamente gli uni agli altri per concedere agli intermediari di operare speculazioni finanziarie. In altri termini, tale sistema instaura anche un esteso meccanismo di guadagno sui valori prestati, prima che quest’ultimi vengano restituiti: un regime di accumulazione infinita che soccomberebbe nel caso in cui si volessero far coincidere simultanemaente tutti i conti. Il denaro, grazie alla doppia valenza di strumento del commercio e misura del valore, sarebbe così in posizione privilegiata rispetto alle altre merci per tutte quelle cose che potrebbe permettere di acquistare: la ricchezza coinciderebbe quindi con il potere di comprare il più possibile, ossia con una determinata capacità di comando su tutto il prodotto del lavoro che si 42
Nelle precedenti pagine: fig.55- Bibione, particolare di una vista aerea dell'arenile da una cartolina del 1970. fig.56- Bibione, vista della spiaggia con i primi alberghi, cartolina del 1960.
In queste pagine: fig.57- Bibione, particolare di una vista aerea della città da una cartolina del 1962.
trova sul mercato2. Nelle città moderne e contemporanee, l’espansione materiale della produzione è necessaria per procurarsi denaro. Il suo principale scopo non è quello di acquisire beni od ottenere servizi, bensì l’esatto opposto: gli edifici urbani costituiscono i laboratori in cui esso si riproduce e si moltiplica, trasformando tutta la merce in guadagno monetario e generando ulteriore ricchezza alla massima velocità. Tale sistema sviluppa lo spazio delle città e delle metropoli, dove convergono le risorse economiche circolanti, operano gli intermediari del commercio e si accentrano le materie prime ed i semilavorati per trasformarli in prodotti finiti: il capitale, per potersi meglio riprodurre, deve urbanizzarsi. All’interno di questa nuova organizzazione, la maggior parte dei lavoratori è così costretta ad urbanizzarsi anch’essa: non essendo più in grado di tenere congiunte l’abitazione con il luogo di lavoro – perché privati dei mezzi di produzione – essi sono forzati a spostarsi quotidianamente dalla propria residenza alla sede lavorativa; tutto ciò concorre alla rapida diffu-
sione, spesso caotica ed incontrollata, dell’edificato (sprawl). Necessitando di impianti per ospitare tutte le funzioni di immagazinamento, produzione, trasporto e vendita, le aree cittadine si configurano come dei giganteschi artefatti in continua espansione, le cui infrastrutture principali sono finanziate a debito: queste non sarebbero altro che degli investimenti materializzati in forma fisica. La loro realizzazione consente di sviluppare nuovi settori commerciali altrimenti depressi, ripaga gli esborsi sostenuti per la loro costruzione con ulteriori guadagni e finanzia altri debiti per aprire mercati ancora inesplorati. Se la spesa non è proficua, cioè non genera gli utili sperati, allora grava sul debito e diventa insostenibile. Gli insediamenti tipici delle città moderne e contemporanee – considerati ormai “convenzionali” – si sono dunque strutturati per assecondare al meglio le logiche economiche “crematistiche”: essi sono costituiti dall’assemblaggio dei centri storici antichi (dove trovano sede le istituzioni del nuovo corso) con le aree agricole (fondi, appezzamenti, 43
possedimenti), i settori produttivi ed industriali (fabbriche, officine e botteghe artigiane), le zone per le attività terziarie (uffici, negozi, istituti bancari ed assicurativi, amministrazioni, scuole e ospedali) ed i quartieri residenziali (ville, palazzine, condomini, alloggi popolari). Le diverse componenti sono state quindi collegate da reti di smistamento e trasporto, porti, aeroporti, ferrovie, strade, oleodotti, gasdotti, strutture di distribuzione dell’energia elettrica, reti in cavo, sistemi a fibra ottica, antenne per telecomunicazioni e ricezioni elettromagnetiche, impianti di approvvigionamento idrico e di scarico. Tra queste sofisticate organizzazioni urbane esistono tante anomalie, differenze ed inefficienze, ma la logica basilare che sottende il loro funzionamento resta sempre la medesima: la creazione di un organismo complesso votato alla produzione ed al commercio per generare ricchezza. La città balneare possiede invece un assetto anomalo ed “inedito” rispetto a quello tra44
dizionale odierno: in essa sono quasi del tutto assenti le zone dedicate alle produzioni, alle residenze stabili ed alle amministrazioni, mentre si riscontrano un gran numero di aree improntate ai pernottamenti temporanei ed ai consumi. Questa nuova tipologia, di concezione postbellica, si è sviluppata nel giro di un cinquantennio come una vera e propria “industria turistica”, diventando l’esempio di funzionamento delle teorie economiche keynesiane e dimostrando che il rifinanziamento del debito è stato in grado di sostenere lo sviluppo e la crescita. Il colossale afflusso turistico ha così ripagato l’indebitamento del settore pubblico per la costruzione di opere di urbanizzazione primaria: le strutture ricettive sono state davvero capaci di soddisfare una domanda di vacanza nata dai rinnovati diritti civili, sanciti dopo la Seconda Guerra Mondiale. In altre parole, la città balneare ha aperto un mercato ancora inesplorato e ha dato la possibilità ad una classe di imprenditori di iniziare una serie
di nuove attività, accollandosi e superando con successo l’iniziale rischio d’impresa. Il turismo internazionale di massa, in particolare quello da spiaggia, è stato quindi il grande motore per l’addensamento urbano costiero ed il primo vero segno tangibile della globalizzazione. Tutto l’Alto Adriatico è stato coinvolto in questo processo: da Muggia a Trieste; da Sistiana a Duino; da Grado a Lignano; da Bibione a Caorle; da Eracleamare a Jesolo; da Cavallino-Treporti al Lido di Venezia, fino a Chioggia-Sottomarina. Lo sviluppo di tali località è stato dettato dalle logiche di guadagno ed investimento, che hanno causato la totale trasformazione del territorio. La vacanza odierna, ossia l’assenza del lavoratore dai centri di produzione, è la fuga verso il luogo ameno per rigenerarsi dalle logoranti attività quotidiane. Non si tratta di un tour, ossia di un giro culturale a fini educativi o meditativi, quanto piuttosto del raggiungimento della condizione psicofisica di inattività
e di riposo, veicolata dallo svago e dal divertimento per sovra-stimolazione dei sensi: l’oblio temporaneo della monotonia lavorativa pone le condizioni favorevoli per i consumi e per il commercio. In Italia, l’estensione del fenomeno su larga scala fu dovuta alla conquista dei diritti sociali sanciti dall’art. 36 della Costituzione repubblicana: alla classe lavoratrice fu riconosciuto il diritto al riposo, in un periodo in cui – per la prima volta nella storia dell’uomo – il costo della manodopera divenne più alto di quello delle risorse. La nuova concezione del tempo libero, inteso come ferie retribuite, ha modificato l’aspetto delle migliaia di chilometri di coste italiane: città di antica fondazione, un tempo caratterizzate da poli industriali, cantieri navali o villaggi di pescatori (ossia città strutturate come Trieste, Grado, Caorle e Chioggia), si sono dotate di funzioni per il turismo da spiaggia, affiancando la “città dei consumi” a quella più “produttiva”. Differente sviluppo hanno avuto 45
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invece le cosiddette “città balneari pure” (come Lignano, Bibione e Jesolo) in cui gli aspetti ludici, effimeri e commerciali hanno dettato le regole di una pianificazione a tavolino, realizzata per esaudire la sola domanda di vacanza: il successo delle “città del sogno”, luogo di spesa dei salari, risiede nell’affrancarsi dai problemi dei grossi centri urbani. Bibione nacque ufficialmente come località balneare nel 19563: la sua fortuna è strettamente legata al Wirtschaftwunder, ossia allo straordinario miracolo economico della Germania dell’Ovest negli anni Cinquanta del secolo scorso. Frutto della politica impostata dall’allora cancelliere Konrad Adenauer (1876-1967), il boom della Repubblica Federale ebbe inizio con la sostituzione del vecchio Reichsmark e l’introduzione del Marco Tedesco come nuova valuta nazionale. Il lungo sviluppo che ne seguì interessò i diversi campi dell’economia tedesca e portò ad un netto miglioramento delle condizioni generali di
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vita delle classi lavoratrici, che culminò nelle loro vacanze estive e nei viaggi sulle lunghe distanze, grazie ai quali i turisti d’oltralpe iniziarono a scoprire le coste italiane – in particolare quelle dell’Alto Adriatico. Le agenzie turistiche divennero così il tramite per la prenotazione delle ferie: tra tutte si ricorda la Scharnow-Reisen GmbH – fondata dall’operatore Wilhelm Friedrich Karl “Willy” Scharnow (1897-1985) nel 1953 – che proponeva Bibione tra i principali luoghi di villeggiatura estiva. Inizialmente orientata ai ceti medio-bassi, essa riuscì ad allestire un fiorente sistema di trasporto ferroviario internazionale (con carrozze e cuccette dedicate)4, che tuttavia fu soppiantato dalla corsa all’acquisto dell’automobile a buon mercato: essa gettò le basi del turismo balneare popolare, in quanto le autovetture portarono sulle spiagge tutte quelle masse di cittadini che altrimenti non sarebbero mai riuscite ad arrivarvi5. I primi insediamenti sorsero a Bibione grazie
Nelle pagine precedenti: fig.58- Bibione, vista dell'hotel Corallo sul fronte mare, cartolina del 1962. fig.59- Bibione, vista aerea della città in direzione della Laguna di Baseleghe da una cartolina del 1975.
In queste pagine: fig.60- Bibione, vista aerea della località di Pineda in direzione della Laguna di Baseleghe da una cartolina del 1966. fig.61- Fotografia dell'operatore turistico tedesco Friedrich Karl "Willy" Scharnow.
Nella pagina succassiva: fig.62- Bibione, vista aerea dell'arenile e dell'assetto cittadino da una cartolina del 1966. fig.63- Bibione, particolare di una vista aerea dell'arenile con i nomi dei principali alberghi sul fronte mare da una cartolina degli anni Ottanta.
ad un circolo escursionistico di Vienna e furono costituiti solo da poche capanne di legno, situate in prossimità dell’arenile. Di lì a breve, l’esplosione fu straordinaria: da 700 abitanti e poche pensioni – per un totale di 304 posti letto – si passò a 12.000 letti e 500.000 pernottamenti nel 1962, che raggiunsero quota 800.000 nel 1964 e 3.600.000 nel 1973; all’inizio, il 90% era costituito solo da tedeschi ed austriaci6. L’aumento dell’edificato non scese mai sotto i 150.000 metri quadri per anno nel periodo dal 1968 al 19827. I servizi alberghieri nacquero grazie all’iniziativa privata di alcune famiglie “fondatrici” che decisero di investire sul territorio: le disponibilità economiche, presenti nelle città dell’entroterra Veneto, iniziarono ad accumularsi in strutture permanenti sui nastri sabbiosi costieri. Fu il caso dell’imprenditore padovano Giuseppe Mattarello, che edificò l’hotel Jasminum nel 1950, e della famiglia Dotto di Treviso, già albergatori nella città della Marca, che fondò l’hotel Principe nel fronte-mare di Bibione tra il 1959 ed il 1963; nello stesso pe-
riodo vennero realizzati i piani più bassi dell’hotel Corallo, dalla caratteristica forma circolare. Sempre nel 1959 fu fondata la «Bibione Mare SpA» con lo scopo di gestire in concessione le aree turistiche dell’arenile a Pineda. Nel 1963 Bibione fu riconosciuta come stazione di soggiorno e turismo e nel medesimo anno prese avvio l’attività alberghiera della famiglia Pillon dopo i lavori di costruzione dell’omonima struttura. Come ricorda il capostipite Livio Pillon in una recente intervista: «Era una zona tutta da bonificare […] ma i tedeschi già ci venivano a fare le sabbiature e a prendere il sole. Avevano inventato uno dei primi soggiorni curativi. In quel periodo mio fratello veniva a fare le esercitazioni da militare qui e mi rivelò che sarebbe sorta una nuova spiaggia. Io, maggiore di otto fratelli, ero mezzadro e avevo un amico di Jesolo proprietario di una pensione, che mi disse: approfitta dell’occasione e costruisci una pensione con 30 camere, guadagnerai bene. Era il 1955: ho commissionato il progetto, ho comprato l’attrezzatura e una betoniera usate e ho iniziato. Ma ci volevano 30 milioni di lire e io non avevo tutti quei soldi - ha rammentato
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Pillon - e allora quella pensione l’ho edificata un pezzo alla volta. Nel 1959 da Ormelle, il mio paese, ho trainato la gru con il trattore fino a Bibione, ci ho messo tre giorni perché viaggiavo solo di notte, sennò bloccavo il traffico, avevo paura mi fermassero i carabinieri»8.
Tra il 1964 ed il 1965 venne costruito ed aperto l’hotel Ariston per opera della famiglia del 50
costruttore e cavaliere Evelino Panzarin ed Angela Bigaran, mentre la famiglia Ros avviò l’hotel Las Vegas sul finire degli anni Sessanta. Nel 1967 nacque l’associazione sindacale di categoria degli albergatori bibionesi (ABA)9 ed altre famiglie, come quelle dei Bigaran, dei Basso10 e dei Piovesana, completarono ed ampliarono nel tempo l’offerta ricettiva.
Note 1
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4
L. MUMFORD, Storia della città, II, Bompiani, Milano 20002, 319. L’apprendimento pratico, tipico di un mondo orientato alla produttività, si oppone dunque all’ozio speculativo ed alla comprensione approfondita della complessità delle situazioni: la fretta di raggiungere risultati definitivi causa una perdita della capacità critica del lavoratore – una diminuzione di coscienza e di consapevolezza – a cui corrisponde un atteggiamento meno riflessivo e sempre più riduttivo rispetto agli stimoli esterni.
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Nel 1957 Bmw presentò la Isetta a tre ruote, mentre Fiat lanciava la 500; si veda: R. GIARDINA, Per un'Europa libera e unita: Dal Manifesto di Ventotene al fiscal compact, Imprimatur, Reggio Emilia 2014.
6
C. PAGENSTECHER, L’immagine dell’Italia nella pubblicità tedesca del dopoguerra, «Storia del turismo. Annale 2003», Franco Angeli, Milano, 2004.
7
V. BALDASSA, Progetti per una riqualificazione urbanistica ed ambientale di Jesolo, Facoltà di Lettere e Filosofia, Tesi di Laurea in Storia delle Arti e Conservazione dei Beni Artistici, Relatore Prof.ssa Martina Frank, Università Ca’ Foscari, Venezia, A.A. 20012012, 27.
8
M. NICOLUSSI MORO, «Una palude che attirava i tedeschi. Fatturiamo 80 milioni», Corriere del Veneto (Venezia e Mestre), 5 Maggio 2017.
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F. ROMANIN, «L’Associazione Bibionese Albergatori festeggia i 10 lustri di vita», Sette giorni in Friuli, Periodico del Friuli-Venezia Giulia, Maggio 2017, Anno XXXII, n.5, 1,15: Bibione conta oggi 97 alberghi (11000 posti letto), i cui titolari sono tutti iscritti all’ABA. I soci fondatori dell’associazione furono: Antonio Ostani, Giuseppe Pippa, Costante Prataviera, Armando Michielli, Livio Pillon, Mario Tognetti, Alfredo Ghizzoni, Evelino Panzarin, Giancarlo Dotto e Giuseppe.
A. SMITH, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, Methuen, London 1961, trad. it. Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, ISEDI, Milano 1973, citato da G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007, 77. AA.VV., Bibione 1956-2006, Le stagioni, Consorzio di Promozione Turistica del Veneto Orientale, Bibione 2006. Lo sviluppo del sistema ferroviario nel secondo dopoguerra e la standardizzazione delle rotaie ha avuto un ruolo centrale nei flussi di trasporto internazionali e nei recenti processi di globalizzazione. Nello specifico, l’ingegnerizzazione dei binari fu cruciale: dalla sezione tipica della rotaia (tipo Vignoles), alla scelta dello scartamento ferroviario (scartamento Stephenson, distanza tra rotaie fissato a 1435mm), fino al tipo di acciaio impiegato; UIC 50 per linee tranviarie e metropolitane e UIC 60 per le linee nazionali principali, che hanno sostituito i vecchi acciai da 36 kg/m. Il codice UIC deriva dal nome dell’istituto deputato alla normazione internazionale del trasporto ferroviario nato nel 1922 (Union Internationale des chemins des fer), mentre la numerazione indica la quantità di acciaio per metro lineare: un incremento del peso garantisce prestazioni maggiori, con ridotte deformabilità e velocità di percorrenza dei convogli che possono superare più facilmente i 100 km/h. Lo sviluppo di rotaie con quantità maggiori di acciaio rispecchia così il tentativo strategico di unificazione dell’Europa dopo il collasso delle guerre mondiali: ruolo cruciale fu giocato dalla CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, che nacque col trattato di Parigi nel 1951 e mirava a mettere in comune le produzioni delle due principali materie prime dell’industria bellica, con la creazione di un mercato comune senza barriere doganali e restrizioni quantitative.
I. DEL FABBRO, «Con l’Europa Tourist Group dei fratelli Basso, il modello per far crescere il turismo a Bibione e Lignano», Sette giorni in Friuli, Periodico del Friuli-Venezia Giulia, 27 Marzo 2015, Anno XXX, n.3, 10-11. Nell’intervista pubblicata in questo periodico, i legami tra le famiglie fondatrici di Bibione sono ben spiegati da Vanni Basso, attuale proprietario dell’Europa Tourist Group assieme ai fratelli Franco e Angelo: «Tutto è partito agli inizi degli anni Sessanta […] quando lo zio impresario, Evelino Panzarin, iniziò a costruire a Bibione e da San Stino di Livenza portò con sé, quale apprendista, mio fratello Franco. [Il Cavaliere Panzarin fu] un pioniere delle costruzioni edili in un ambito – quello turistico – a forte rischio imprenditoriale». Oggi l’Europa Tourist Group gestisce 16500 posti letto distribuiti in 3200 appartamenti e 8 alberghi, questi ultimi a conduzione di Euro Gestioni Spa.
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5. Il calo dell’afflusso turistico e la caduta del saggio di profitto
A partire dagli anni Settanta il sistema turistico di Bibione ha iniziato a rallentare: ciò fu determinato dal boom e dalla ricostruzione postbellica, che crearono forti limiti per le aziende e gli operatori esistenti a seguito di un’intensificazione delle pressioni concorrenziali. L’aumento della competitività è stato la principale causa di una lenta crisi economica che seguì quel meccanismo meglio noto come “caduta del saggio di profitto”. In generale, l’avvio di un nuovo ramo del commercio o di una qualsiasi attività inedita costituisce sempre una speculazione che promette dei profitti straordinari a colui che la intraprende per primo: finché si detiene il monopolio nella vendita di un bene o di un servizio di successo, la ripartizione degli utili sarà indivisa perché interamente appannaggio dell’unico beneficiario (costituisce cioè una sorta di rendita). Tuttavia, quando tale attività si afferma e diventa conosciuta, gli elevati profitti attirano ed invogliano altri soggetti ad entrare nella medesima porzione di mercato, facendoli così impegnare nello stesso percorso lavorativo. In tal modo, la concorrenza aumenta e ripartisce i guadagni tra tutti i nuovi agenti del settore, abbassando sempre più il livello dei singoli incassi. Ciò costituisce un miglioramento economico, in quanto incrementa la produttività, comporta un reddito generale più alto ed amplia le dimensioni del mercato stesso. Quando però la spinta si esaurisce, il sistema diventa vittima del proprio successo poiché realizza uno stallo che blocca lo sviluppo continuo e si avvita in una fase di equilibrio stabile nota come “trappola di alto livello”: una distribuzione diffusa delle ricchezze che non permette ad alcuno di cominciare nuove attività vantaggiose con alti guadagni. É
l’inizio della crisi: da un lato, le aziende tendono a prestare attenzione alla riduzione dei costi ed all’aumento delle efficienze; dall’altro, invece, per esser più visibili nel mercato, cercano di crearsi artificialmente una propria identità commerciale attraverso l’utilizzo di tecniche di marketing – ossia strategie per facilitare gli scambi, come le “brandizzazioni” e le produzioni di qualità e di lusso (a scapito della quantità). La concorrenza diventa così sempre più spietata perché l’obiettivo principale si focalizza sul fallimento degli altri per sancire la propria salvezza. L’eccessiva diffusione del modello di città di villeggiatura e del suo apparato ricettivo ha comportato progressive sofferenze economiche nei centri di vacanza esistenti a causa del dirottamento degli enormi flussi turistici verso nuove mete giudicate più appetibili: grazie a proposte competitive ed a prezzi sempre più convenienti, l’aumento dell’offerta balneare ha fatto in modo che le città del litorale non fossero più considerate come mete uniche ed esclusive, ma facessero invece parte di un’ampia gamma di località equivalenti, cioè potenzialmente sostituibili con altre analoghe limitrofe. All’inizio, dunque, non fu il turista ad esser pretenzioso, ma fu un mercato maggiormente sofisticato ad abituarlo a standards sempre più elevati. Dando un rapido sguardo alla statistica di Bibione – e ricordando il boom dagli inizi fino al 1973 – l’incremento del numero dei visitatori ha rallentato la sua crescita nel giro di un trentennio, invertendo così la tendenza (stagnazione) dopo il picco raggiunto nel 20091. Di fronte ad una forte concorrenza, la semplice presenza di sole, spiaggia e mare non é più sufficiente ad attrarre i consumatori e rende in53
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dispensabile l’ampliamento dell’offerta ricettiva in chiave di “urban marketing”: a questa é demandata la specializzazione turistica verso nuove frontiere – nello specifico culturali (turismo ecologico, benessere e salute), urbane (progetto degli spazi cittadini) ed ambientali (salvaguardia e difesa della natura). Per attirare visitatori, l’incremento dei prezzi può essere giustificato solo da un aumento della qualità e da una differenziazione dei servizi. Tale soluzione non é altro che un mezzo per evitare o compensare la riduzione dei margini di profitto. Dagli anni Ottanta e Novanta, quindi, ci si illuse che i limiti all’accumulazione potessero essere superati mediante una riorganizzazione territoriale finanziata dall’aumento della spesa pubblica; per questo motivo – seguendo una logica puramente commerciale – la città balneare iniziò a porre la scenografia edilizia e paesaggistica nel suo centro focale: solo inventandosi una nuova identità per distinguersi nel mercato globale, attraverso un’apposita creazione di differenza, si è potuta temporaneamente evitare la saturazione del medesimo settore di commercio. Le qualità dei servizi offerti e degli spazi urbani si fecero così portatrici del brand, con annessi marchi e logotipi. 54
A conferma di un’ormai convinta applicazione di tali teorie, si pensi al ruolo svolto dal piano per Lignano Pineta (1955) e dal palazzo Zipser a Grado (1960-1964) di Marcello d’Olivo; dal Mercato (1975) e dai piani particolareggiati per Bibione (1978-1991) di Gianugo Polesello; dal recupero della baia di Sistiana (1987) di Renzo Piano; dal Blue Moon al Lido di Venezia (1996-2002) di Giancarlo De Carlo: benché non fosse questo il senso degli ideatori, essi sono tutti antesignani esempi della ricerca dell’identità commerciale. Nella sola Jesolo si ricorda il Master Plan (1997) di Kenzo Tange, il complesso immobiliare “Merville – Casa nel Parco” (2003-2011) di Gonçalo Byrne e João Ferreira Nunes, lo “Jesolo Lido Village” (2004) di Richard Meyer e la “Jesolo Magica” (2011-2013) di Zaha Hadid. I Landmarks delle “Archistars” firmarono la città balneare: un prodotto dell’industria turistica spesso in bilico sulla soglia del kitsch2. In contemporanea si assistette anche alla crescente “ipertrofia” delle prime attività avviate, segno di un’espansione di alcune delle società imprenditoriali che, partendo dalla costruzione e dalla gestione di un singolo albergo, hanno allargato il proprio giro d’affari con la creazione di attività secondarie: dai servizi nel-
Nelle precedenti pagine:
fig.67- Lignano Pineta, fotografia aerea del 1954.
fig.64- Bibione, particolare degli ombrelloni di uno stabilimento, foto dal sito www.bibionespiaggia.com
Nelle pagine successive:
In queste pagine: fig. 65- Elaborazione grafica dei dati riguardanti il numero di presenze turistiche nel Comune di San Michele al Tagliamento, ossia il numero di notti trascorse consecutivamente dal cliente nella stessa struttura ricettiva. fig.66- Marcello D'Olivo, disegno del palazzo Zipser a Grado, 1960, Udine, Gamud, Gallerie del Progetto, Archivio D'Olivo.
fig.68- Renzo Piano, progetto per la riqualificazione della baia di Sistiana, 1987. fig.69- Kenzo Tange, veduta del plastico del masterplan di Jesolo, 1997. fig.70- Giancarlo De Carlo, nuovo Blue Moon al Lido di Venezia, 1997. fig.71- Zaha Hadid, render del progetto per il centro commerciale "Jesolo Magica", 2009.
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fig.72- Disposizione delle strutture ricettive nel costruito di Bibione. La città balneare ha avuto due modalità di crescita: una immediatamente adiacente la fascia costiera ed una nel successivo retroterra della Pineta. L’urbanizzazione pioniera si è sviluppata parallelamente all’arenile, con lottizzazioni a “pettine”, cioè a fasce perpendicolari alla costa secondo un principio di massima aderenza al fronte mare (dove ancora oggi si trovano le maggiori strutture alberghiere). Quella complementare della zona retrostante ha invece creato il reticolo urbano, in cui il centro – difficilmente individuabile – è in funzione delle necessità della spiaggia: le costruzioni seguono l’impianto stradale, ossia il perimetro del sottostante lotto di bonifica. La creazione del centro stesso è stata ricavata dalla recente pedonalizzazio-
Piscine
Villaggi turistici
Residences Hotel 5 stelle Hotel 4 stelle Hotel 3 stelle Hotel 2 stelle
Hotel 1 stelle
Bed & Breakfast
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ne e dalla chiusura al traffico delle vecchie arterie di circolazione, con pavimentazioni ed opere di arredo urbano miranti la realizzazione di un’area commerciale all’aperto (si veda, ad esempio, la riqualificazione ed il prolungamento di via delle costellazioni). In gran parte della città i principali tipi edilizi rilevabili sono quindi il villino, il blocco della palazzina, l’albergo, il villaggio turistico, oltre a quello della colonia marina. Il carattere capillare e pervasivo delle prime rispetto a quest’ultima è invece il più importante motivo dalla “coriandolizzazione” topografico-scalare del territorio. Il villino, o casa su lotto, è quel tipo edilizio integrato col paesaggio circostante della pineta e rispondente alle aspirazioni dell’abitare individuale della clientela turistica borghese. Esso si presenta spesso a uno o due piani, con tetto a falde e coper-
tura in coppi, di medie metrature e talvolta dotato di posto auto ed altri annessi. Richiama la tipica abitazione edilizia mono o bifamiliare dell’entroterra, con ingresso al pianterreno o piano rialzato, finestre per i locali interni sui fronti disponibili, ballatoi o terrazzini con canne fumarie esterne, sottotetto e talvolta tavernetta. Il villino costituisce la prima forma di insediamento turistico privato in opposizione a quello di massa ed è solitamente riservato alla popolazione delle aree limitrofe come seconda casa o casa di villeggiatura. Il blocco del condominio, così come quello dell’albergo o della pensione, invece, fornisce il principale alloggio per la popolazione borghese, turistica internazionale e popolare. Esso è la principale risposta all’importazione della cultura metropolitana – la palazzina urbana per residenze collettive – e prende forma in base alle ragioni dell’economia
turistica, che esige un prodotto standard a caratteristiche costanti: strutture portanti in telaio di calcestruzzo di cinque-otto piani in media, nucleo centrale per i collegamenti verticali (scale e ascensori), piano terra per reception, accoglienza o attività commerciali, camere con vista rivolta verso l’orizzonte marittimo o verso la pineta e terrazze spesso continue per funzioni di soggiorno all’aperto. Il villaggio turistico, così come i camping, si configurano invece come nuovi blocchi di colonizzazione che, cercando una logica coerente al proprio interno, organizzano palazzine di medie dimensioni in un unico complesso chiuso verso l’esterno, spesso con una grande piscina comune nel centro di una piazza artificiale deputata alla socialità dei villeggianti – ricreando un clima sulla scorta di quelli elitari tipo Club Mediterranee.
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la ristorazione e nel settore immobiliare, fino alla formazione di gruppi e di holdings proprietari di diverse attività turistico-alberghiere. È il caso della Europa Tourist Group, fondata dai fratelli Basso (nipoti del già citato costruttore Evelino Panzarin), oppure dell’Apogia Hotels Group: due dei principali stakeholders della penisola bibionese e della vicina città di Lignano. Nel settore pubblico, all’incremento del livello delle attrezzature fu dunque legata la creazione di luoghi accessori spesso deputati alla socialità, al fine di realizzare eventi, divertimenti ed esperienze in grado di richiamare altri turisti in un’atmosfera libera e spensierata. Pertanto, se per una vacanza al mare all’inizio bastavano solo una strada di accesso alle macchine e degli alloggi dove pernottare, oggi una miriade di moderne strutture affastellano i centri urbani, diversificando ed ampliando l’offerta economica in base a necessità sempre più esigenti: gli stabilimenti balneari, il chiosco spiaggia, le colonie, le residenze, le ville, gli alberghi, le piscine, le darsene, i villaggi-vacanza, i bungalow, le aree camping, i viali alberati, le ciclo-vie, la promenade, il lungomare, la terrazza a mare, i caffè, i ristoranti, le enogastronomie, i negozi, i 60
supermarket, i centri commerciali, i disco-bar, le discoteche, i night club, il casinò, il Kursaal, le sale giochi, i poligoni, i flying clubs, i centri ludici, i centri nautici, i centri ippici, i centri sportivi, i minigolf, i golf club, i centri benessere, le terme, i musei, le gallerie d’arte, i siti archeologici, gli zoo, i parchi tematici (parchi giochi, divertimenti, acquatici, naturalistici). La città ed i suoi spazi comuni sono sempre più concepiti come delle quinte sceniche, al fine di realizzare uno spettacolare teatro urbano che faccia da fondale ai visitatori posti al centro del palco. La presenza di altri turisti conferisce un clima carnevalesco all’ambiente: un’occasione in cui sperimentare una vita diversa da quella reale, quasi si indossasse una maschera per vivere il mondo in incognito, in maniera capovolta rispetto alla quotidianità; il forestiero – lontano dal paese di residenza e libero dai condizionamenti propri del suo contesto sociale – può così pagarsi le “trasgressioni” a tutte le regole ed alle tradizioni a cui di solito è vincolato in un effetto effimero, limitato al solo periodo di soggiorno. Il turista non compera dunque una vacanza, ma una speranza ed una promessa: quella del
relax e del divertimento. Il capriccio del consumatore – volubile, periodico e scostante – è la misura della trasformazione del territorio – concreta, stabile e permanente: in realtà, più si diversifica, più il commercio spiana e livella, rendendo lo spazio continuo, omogeneo ed isotropo3. Questo sistema – da riorganizzare e ridefinire in base alle esigenze ricorrenti – ha bisogno di sempre maggiori aree da annettere al suo interno per potersi espandere, in uno sviluppo che piega la natura al servizio dell’economia.
In queste pagine: fig.73- Richar Meyer, fotografia del "The Beach houses" del complesso "Jesolo Lido Village", 2007-2013. fig.74- Bibione, fotografia della chiesa ed auditorium Santo Stefano, annessa al complesso alberghiero omonimo, progetto degli architetti Gianluca e Pierluigi Fantuzzi e ingegneri Tullio Fantuzzi e Angelo Chiarot, 1999-2001, foto dal sito http://hotelsantostefano.it
Note 1
REGIONE DEL VENETO, Arrivi e presenze per Comune - Anni 2003:2015, http://dati.veneto.it/dataset/dati-veneto-it-dataset-turismo-2003-2015. Per gli anni 1990-1998: elaborazione COSES 2003 su dati Regione Veneto, Direzione per il Turismo, http:// coses.comune.venezia.it/fondaci/f_turismo16.html. Per gli anni 1963-1983 si veda: M. FANOTTO, Lo sviluppo turistico di Bibione, in G. BERGAMINI, G. PILLININI, San Michêl: 62n Congres-6 di utubar
1985, Societât Filologjche Furlane, Udine 1985, 229. 2
U. TRAME, Ricominciare da Jesolo, «Giornale Iuav» IV, 11, (2002) 1-2.
3
B. SECCHI, Prima lezione di urbanistica, Laterza, Bari, 20008, 16-17. F. FARINELLI, Geografia. Un’introdu-zione ai modelli del mondo, Einaudi, Torino 2003, 13.
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6. La trappola territoriale
Negli ultimi trent’anni si è nutrita una cieca fiducia nelle ristrutturazioni dello spazio e nelle “riqualificazioni” urbane, credendo che queste avrebbero da sole risolto gran parte dei problemi delle città e delle loro attività. Tuttavia, anche se l’edilizia è stata uno dei principali volani dell’economia per il suo indotto industriale, solo nel recente periodo si è iniziato a capire che l’aumento della spesa pubblica – approntata anche sulla base delle annesse tecniche di marketing per spingere i consumi interni – non sarebbe stata sufficiente a garantire un’ulteriore fase di sviluppo e di crescita economica. I costi sostenuti per i molteplici riassetti cittadini – realizzati spesso presso quartieri periferici o piccole frazioni urbane – sono stati sproporzionati per tutte quelle aree improduttive o economicamente molto limitate anche dal punto di vista commerciale e turistico: le nuove piazze, le pavimentazioni, le fontane, le aiuole fiorite, i viali alberati, i percorsi panoramici, i teatri, i parchi – spesso “cattedrali nel deserto” o “non luoghi” poiché disabitati da principio – dimostrano come si siano dedicati fondi eccessivi per spese non redditizie che non hanno sortito l’effetto sperato, ossia non hanno generato ricchezza. L’arte di combinare differenti elementi e materiali tra loro per infondere vita ad un sistema spaziale innovativo in grado di imporre nuove funzioni ai cittadini – una pratica considerata quasi “demiurgica”1 – ha dimostrato di non possedere quella forza coercitiva in grado di regolare le attività umane: l’esperienza dovrebbe aver insegnato che è impossibile decidere in anticipo se le tutte speculazioni, anche quelle più disinteressate, si riveleranno o meno feconde nei confronti della pratica. Si è quindi rimasti incastrati in quella logi-
ca ciclica, ricorsiva e cumulativa nota come “trappola territoriale”, che illude di poter intervenire direttamente nei riassetti economici e sociali attraverso la sola modifica dello spazio e la disposizione degli oggetti al suo interno. Il funzionamento di tale “trappola” coinvolge la concezione comune del mondo circostante e del “vuoto” – di quel che superficialmente chiamiamo appunto “spazio” – che separa gli oggetti tra di loro. La questione dello spazio – ossia di una regola generale per la corretta suddivisione del territorio – è centrale per codificare qualsiasi modello di mondo, soprattutto quando si fa avanti un nuovo sistema di pensiero che rompe con la tradizione e le convinzioni precedenti. Per comprenderne la portata ed il significato bisogna quindi considerare il concetto di «spazio assoluto» a cui la società contemporanea si è abituata fin dalla modernità, a seguito della nascita della prospettiva, delle scoperte geografiche colombiane, del modello matematico cartesiano e dello sviluppo della fisica classica newtoniana. In un breve lasso di tempo che intercorse tra il 1543 ed il 1644 – cioè nel periodo tra l’opera di Copernico e quella di Cartesio – la bimillenaria durata dell’idea del cosmo antico venne rovesciata in favore di un preciso schema matematico: ciò ha portato alla formulazione dello spazio totalmente razionale tutt’ora in uso – inteso come una unità superiore che esiste al di là dei corpi; questo sistema sarebbe in grado di infondere un nuovo significato a tutti gli oggetti in esso contenuti, nella misura in cui vorrebbe determinarne meccanicamente i comportamenti, agendo sulle cause e prevedendone le conseguenze (determinismo meccanicista). La formulazione di tale modello ha supera63
to le vecchie teorie di pensiero, sostituendo il principio progressivo della distanza lineare tra gli oggetti al concetto ricorsivo secondo cui le cose si anniderebbero le une dentro le altre (presente soprattutto in Aristotele ed in Tolomeo). Fin oltre la scolastica medievale, la spazialità reale era infatti rimasta un qualcosa di sfuggente, indefinibile e discontinuo, pensabile al massimo come un vuoto incoerente che spezza la fisicità degli enti. Come intuito da Erwin Panofsky, solo la successiva elaborazione della nozione di infinito, inteso come «quantum continuum», avrebbe definito «la rottura […] con la visione aristotelica del mondo, rinunciando alla concezione di un cosmo costruito attorno al centro della terra, cioè attorno a un centro assoluto […] e sviluppando così il concetto di un’infinità non soltanto prefigurata in Dio ma realizzata di fatto nella realtà empirica (in un certo modo il concetto di un «ἐνέργεια ἄπειρον» all’interno della natura). […] L’infinità in atto, che per Aristotele non era neppure concepibile e che per l’alta scolastica lo era soltanto nella forma dell’onnipotenza divina, cioè in un ὑπερουράνιος τόπος, ha ormai assunto la forma della natura naturata: così la concezione del mondo viene deteologicizzata e lo spazio […] diventa ormai una «quantitas continua, physica triplici dimensione constans,
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natura ante omnia corpora et citra omnia corpora consistens, indifferenter omnia recipiens». Nessuna meraviglia che un uomo come Giordano Bruno corredi questo mondo della spazialità infinita, sottratto alla onnipotenza divina, e pure completamente misurabile, di una sublimità quasi religiosa […]. Nonostante l’afflato mistico, questa concezione dello spazio è già quella che più tardi verrà razionalizzata da Cartesio e formalizzata nella teoria kantiana»2.
Per Panofsky, la chiave per comprendere questo cambiamento concettuale si ritrova nella tecnica della prospettiva in qualità di «forma simbolica», ossia come quel procedimento che matematizza lo spazio visivo scartando quello psicofisiologico attraverso «un’obiettivazione della soggettività»: in tal modo, gli oggetti posti di fronte ad un osservatore sono “umiliati” nel loro «vero essere» in quanto vengono ridotti e risolti in una mera apparizione di cose viste. In altre parole, «[…] La concezione prospettica dischiude […] la regione del visionario, nel cui ambito il miracolo diventa una esperienza immediatamente vissuta dallo spettatore, poiché gli eventi soprannaturali irrompono nello spazio visivo apparentemente naturale e gli permettono così di penetrare realmente la loro essenza soprannaturale. […] La concezione prospettica dello spazio, […] trasfor-
mando la οὐσία in φαινόμενον, sembra ridurre il divino a un mero contenuto della coscienza umana, ma insieme amplia la conoscenza umana fino a renderla capace di accogliere e contenere in sé il divino. Non è pertanto un caso che questa concezione prospettica dello spazio si sia imposta […] come segno di un inizio, quando sorse la moderna antropocrazia»3.
La concezione prospettica preannuncia così l’idea di «spazio assoluto» elaborata nella fisica classica da Isaac Newton (1643-1727) solo pochi secoli dopo, dove sia lo spazio che il tempo sarebbero sciolti da qualsiasi legame con oggetti o fenomeni al suo interno. Lo spazio sarebbe quindi inteso come un contenitore vuoto, indifferente alla materia in esso contenuta ed all’osservatore, che registra gli spostamenti degli oggetti secondo coordinate cartesiane: «Lo spazio assoluto, che non ha alcun tipo di rapporto con l’esterno, per sua natura rimane sempre uguale a se stesso e immobile»4.
Questo è il punto centrale che conduce alla “trappola territoriale”: essa è dunque una impasse logica generata dall’eredità imponente che lo Stato nazionale centralizzato ha portato con sé durante il proprio processo di secolarizzazione, di territorializzazione e di formazio-
ne politica (state building). La validità di una qualsiasi istituzione territoriale – sia essa confederale, nazionale, regionale, provinciale o comunale – si basa infatti sul mantenimento dei suoi tre assunti fondamentali: l’ente deve controllare pienamente i propri confini; deve mantenere una netta distinzione tra interno ed esterno – quest’ultimo caotico, discontinuo e disuguale; infine, dev’essere una sorta di contenitore per tutti i processi sociali, economici e culturali che vi si svolgono al di dentro5. In tal modo, lo spazio politico-amministrativo viene fatto coincidere con lo spazio fisico e con quello geometrico-euclideo6; un modello immateriale ed invisibile di tipo matematico che si posa su tutti gli elementi dell’ecosistema e li obbliga forzatamente a funzionare come struttura del mondo antropizzato, quasi si trattasse di una griglia a maglia variabile che campiona il territorio con la precisione di una matrice algebrica. La contiguità diventa così continuità fino a trasformarsi in omogeneità7. In tal modo, scartando ogni disparità, si riduce il «vero essere» degli oggetti alle sole caratteristiche computabili, si producono automatismi ed omogeneizzazioni, e infine si semplificano i processi per ridurre i costi e massimizzare i profitti – dalla scala geografica fino a quella ur65
Nelle precedenti pagine: fig.75- Bibione, particolare della diga a mare sul tratto di arenile in località Lama di Revellino: argine a protezione dalle mareggiate. fig.76- Franco Farinelli, schema ideale della città ippodamea, tratto dal libro "Geografia", fig. 2: il centro geometrico non coincide con quello funzionale, i cui elementi si dissociano e si disolcano in punti diversi; la distanza "civica" a-b tra i singoli cittadini resta sempre identica (standard) come per i punti a1-b1 e a2-b2. fig.77- Erwin Panofsky, costruzione prospettica del «quadrato di base» ripartito a scacchiera secondo il «procedimento con punto di distanza», tratto dal libro "La prospettiva come «forma simbolica»", fig.21.
A lato e nella pagina a fianco: fig.78- Schema simbolico della prospettiva, dove lo «spazio sistematico» sembra ridurre il divino ad un mero contenuto della conoscenza umana. fig.79- Bibione, fotografia della fuga prospettica di via Valpelina, nel III Bacino di bonifica.
bana ed architettonica. Grazie ad un perpetuo squilibrio tra il centro accumulatore e le aree fuori dai confini questa organizzazione è stata in grado di favorire e far espandere gli investimenti, accentrando ricchezze dall’esterno fino al raggiungimento dei limiti di accumulazione, mentre lo spazio spiana e livella l’interno del sistema stesso. L’estensione delle superfici piatte determina quindi la capacità di generare benessere, tramite lo sfruttamento delle risorse (sbloccando aree non connesse) e la facilità di spostare le merci verso i luoghi di produzione a basso costo e verso i mercati di scambio: la creazione dello spazio crea le condizioni preliminari del decollo capitalistico. La tendenza è dunque quella di considerare il territorio e le sue frontiere artificiali come elementi “naturali” dell’ecosistema, quasi fossero dei fattori “prepolitici”. Da questa convinzione deriva la fiducia nelle riorganizzazioni e nelle riqualificazioni delle città e delle sue aree. In verità, l’omogeneità dello spazio geometrico sembrerebbe tanto ideale quanto irreale, dato che i suoi enti fondamentali – punti, rette e piani – sono concetti che rischiano di rivelarsi troppo astratti: perdendo un contatto con la realtà essi si svuoterebbero del proprio contenuto e si farebbero puramente funzionali, non sostanziali, rischiando così di risolversi solamente in un rapporto automatico di reciproci66
tà. Dar loro eccessivo credito, ritenendoli gli unici elementi a cui ridurre la compessità dell’esistente, sarebbe come infliggere una mutilazione disumanizzante all’intelletto: un impedimento alla ricerca ed al miglioramento della conoscenza in favore di una maggiore efficacia all’azione, senza meditare sulla legittimità o sulla violenza che quest’ultima potrebbe avere. Per tale motivo, lo spazio omogeneo non può corrispondere allo spazio dato ed in quest’ultimo esso non si realizza mai: lo spazio geometrico-euclideo-cartesiano non può quindi trovare compimento nella concretezza anisotropa e disomogenea dello spazio tattile. Pertanto, le riorganizzazioni e le creazioni di nuovi spazi sarebbero invece delle risposte tipiche del regime di accumulazione infinita nel momento in cui quest’ultimo si trova di fronte alle ricorrenti congiunture critiche: quando le dimensioni di un sistema limitano la sua continua espansione – o la sua attività è legata o bloccata da un altro concorrente vicino – si crea una tensione interna che vuole imporre un aumento dei propri confini verso l’esterno alla ricerca di ulteriori spazi e mercati da inglobare. In questo modo – dato che lo spazio interno del sistema per teoria è potenzialmente estendibile all’infinito – si tenta di ristrutturare la forma territoriale con un assetto più capiente, ossia un contenitore politico
– quindi fisico e geometrico – di dimensioni maggiori. L’indeterminatezza di un’entità stretta nelle proprie linee di demarcazione, che al contempo rimarrebbe incompleta e tesa alla acquisizione di nuove aree, comprometterebbe la validità degli assunti fondamentali: l’ordine spaziale si disintegrerebbe così con i cicli di accumulazione, in quanto verrebbe periodicamente smentito nella fase di intensificazione della concorrenza. La contraddizione su cui si fondano il commercio e gli enti territoriali – contenuto economico e contenitore politico – resterebbe dunque ancora oggi irrisolta nella sua autodistruttività. Da un lato, senza protezione istituzionale il commercio non potrebbe trovare alcuna giustificazione di sé come mera attività pratica (esso è indifferente alle istituzioni oltre il proprio interesse, perché votato solo all’accentramento della ricchezza); dall’altro, una qualsiasi organizzazione, che necessita sempre del proprio nutrimento generato dai proventi della circolazione delle merci, sarebbe costretta ad espandersi a dismisura. Nel primo caso,
affinché gli affari possano fiorire, si dovrebbero abbattere con pervicacia tutte le barriere esistenti; nel secondo caso, l’appoggio concesso ai mercati – accoppiato all’inibizione della espansione spaziale sistematica – annullerebbe l’identità dei territori e dissolverebbe anche il concetto stesso di istituzione, di enti governativi e quindi di Stato. Questa stessa precisa contraddizione è quella che si è verificata concretamente a livello locale nel litorale di Bibione, dopo che l’insistita edificazione ha vanificato l’efficienza “cartesiana” dell’impianto cittadino, congestionando le aree dell’antica pineta, dell’arenile e delle dune, nel tentativo di assecondare la vocazione speculativa del turismo. La progressiva espansione dell’edificato ha risposto in modo permanente alla domanda intermittente e periodica del flusso di visitatori: il centro urbano, caratterizzato da una forte escursione stagionale di abitanti, soffre un regime “bulimico” a causa dell’oscillazione nel periodo estivo – quando il numero di presenze giunge perfino a quintuplicare8. Più la città si avvicina
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alla “saturazione”, ossia al raggiungimento della massima capacità ricettiva, maggiori sono le possibilità di guadagno e di investimento. Questa tensione endemica, che spinge ad un ingrandimento spaziale negato, conduce ad una malinconica frustrazione: nonostante tutte le spese effettuate per una migliore ed efficiente riorganizzazione interna, il numero dei turisti non riesce più ad aumentare allo stesso ritmo iniziale, dimostrando che gran parte della domanda totale è stata ormai assorbita altrove da un’offerta frazionata tra nuovi operatori entrati nel mercato. Le ragioni profonde del malessere sistemico non sono dunque dettate da uno scadente assetto urbano, da una scarsa scenografia, da un’architettura non pregevole o da un design non di qualità, che semmai hanno il compito di dispiegare dispositivi per l’accumulo di ricchezza sul territorio e di vendere meglio il proprio prodotto. Il problema reale risiederebbe invece nella natura del modello adottato e dalla volontà di continuare ad impiegarlo come l’unico possibile. Per questo motivo, le ragioni principali della crisi resterebbero endemiche, solo posticipabili e mai risolvibili in via definitiva: la caduta del saggio di profitto (come spiegato nel precedente capitolo) e la diminuita propensio-
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ne al consumo dei visitatori (scaturita dall’ultima crisi economica, come si vedrà più avanti) sono contraddizioni che spingono la ricerca in un vicolo cieco, perché tutte le soluzioni possibili ricondurrebbero sempre alla trappola territoriale ed allontanerebbero soltanto l’arrivo di una crisi terminale del sistema, a seguito della quale il centro di accumulazione si sposterebbe verso altre aree geografiche più vantaggiose. Il principio di accumulazione infinita – auto alimentante, conservativo ed aggressivo verso l’esterno – si dimostra dunque un’astrazione ideale. In realtà esso assomiglierebbe più ad un sistema dissipativo, che richiede di essere nutrito continuamente dal di fuori, che aumenta la sua complessità turbolenta nel proprio decorso e che si esaurisce quando vengono meno le spinte che ne hanno favorito lo sviluppo – spesso a causa delle dimensioni troppo ampie raggiunte (ipertrofia interna o incremento della propria inerzia). Di qui il carattere ciclico e ricorsivo: l’accumulazione capitalistica, così come la produzione spaziale, sono come un vortice che tende a riproporsi solo dopo essere collassato su sé stesso, quando le spinte primigenie riprendono lo slancio iniziale e tornano ad esser sufficienti per imprimere la forza necessaria ad avviare un moto periodico, solo in apparenza perpetuo.
Nella pagina a fianco:
In basso:
fig.80- Bibione, fotografia del paesaggio agricolo del IV Bacino con le montagne delle prealpi Giulie sullo sfondo.
fig.81- Bibione, fotografia delle fughe prospettiche del VI Bacino nell'area della foce del Tagliamento.
Note 1
A.ROSSI, L’architettura della città, Quodlibet, Macerata, 2011, 125: «Vi è quindi un rapporto diretto tra l’architettura in quanto formulazione di certe proposte e le costruzioni che si pongono nella città […]. Così è comprensibile la continua attitudine demiurgica degli architetti, di presentare sistemi in cui l’ordine spaziale diventa l’ordine della società e vuol trasformare la società».
2
E. PANOFSKY, La prospettiva come forma simbolica, Abscondita, Milano 2013, 45-46. Si Veda anche G. BRUNO, De innumerabilibus, immenso et infigurabili, Francoforte 1591. G. BRUNO, La cena de le ceneri (Opere Italiane), commento di G. Aquilecchia, UTET, Torino 2002, 435-436: «[…] infinita la mole de l’universo; […] invano si cerca il centro o la circonferenza del mondo universale, come fusse un de corpi particulari».
3
4
E. PANOFSKY, La prospettiva come «forma simbolica», Op.cit., 45-46. ISAAC NEWTON, De Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, Josephi Streater, London 1687.
5
J. AGNEW, The territorial trap: the geographical assumptions of international relation theory, in: Review of international political economy, 1994, I, 53-80: «The first assumption, and the one that is most fundamental theorically, is the reification of state territorial spaces as fixed units of secure sovereign space. The second is the division of the domestic from the foreign. The third geographical assumption is of the territorial state as existing prior to and as a container of society».
6
La continuità, l’isotropismo ed i confini di un’area «quantitas continua, physica triplici dimensione constans» - sono le caratteristiche base che definiscono lo spazio sistematico cartesiano. Lo spazio deriva dall’artificiosità delle unità di misura vincolate ad uno standard comune.
7
F. FARINELLI, La crisi della ragione cartografica, 2009, 80.
8
S. GREGO, G. PAULON, Le acque sotterranee nel portogruarese, in R.Racca, A.Vitturi (a cura di), Convegno Nazionale. Le risorse idriche sotterranee. Atti, Provincia di Venezia, Regione Veneto, Venezia 2001, 106.
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7. Meccanismi di crisi: la Grande Recessione
Nella «trappola territoriale» convergono tre concetti che, per la loro tendenza ideale all’universalizzazione, cercano di fondersi in una sintesi generale del modello di mondo: il sistema di Dominio, la concezione dello «spazio assoluto» e l’accumulazione infinita di capitale. Il primo si territorializza grazie al secondo e quest’ultimo, dato che la reificazione è il presupposto della mercificazione, fornisce la base per il sostentamento del sistema mediante un’equivalenza degli standard di misura tra il valore monetario di scambio e le quantità geometriche delle superfici su cui opera. Quando uno di questi tre archetipi entra in crisi, si trascina a catena gli altri due. La «trappola territoriale» deriva dunque dalla convinzione di una perfetta sovrapposizione teorica di due logiche in realtà irriducibili: il «contenuto economico» ed il «contenitore politico» di una organizzazione sociale. Di fatto, la loro azione combinata spinge ad estendere ed intensificare quelle attività che mettono a rischio la conservazione stessa del sistema. Nonostante ciò, sia l’accumulazione infinita che lo «spazio illimitato» hanno in comune i principi della matematica e le modalità di accrescimento delle figure geometriche: alienandosi dalla realtà, tali assiomi assurgono ad equivalente simbolico di un ordine dell’universo prefigurato dalla loro stessa logica. Lo scarto esistente tra modello ideale e mondo reale diventa percepibile quando entrano in funzione i meccanismi di crisi: quando cioè la somma delle quantità scartabili di tutte le singole inerzie costringe alla dimensione finita la potenziale illimitatezza del sistema. In altre parole, l’operazione di sintesi ed unione in un modello unico, da calare nella realtà, si chiude regolarmente con un insuccesso.
Questo fallimento si presenta come un ulteriore aspetto secondario della cosiddetta globalizzazione, in quanto si ripercuote su tutte le aree annesse alla struttura, che ne pagano il prezzo con la propria potenziale espulsione. L’ultima conferma di tale ricaduta è arrivata con la Grande Recessione iniziata nel 2008 – terza crisi dell’epoca contemporanea dopo il panico del 1873 ed il giovedì nero del 1929. Anche se l’avvio è coinciso con il crack della banca Lehman Brothers negli Stati Uniti, il contraccolpo mondiale è arrivato molto forte fino alla periferia più lontana e remota dai grossi centri finanziari. Minando alla base il sistema bancario mondiale, con forti conseguenze specialmente su quello Italiano, i contraccolpi finali si sono riversati sulle imprese, sul mercato del lavoro, sulla capacità di spesa dei consumatori e dunque sul commercio. In scala macroeconomica, la prolungata “stretta del credito” (credit crunch) ha fatto in modo che le banche negassero i prestiti a tutte quelle aziende ormai potenzialmente insolventi perché non competitive sui mercati globali: chi realizza un bene ad un prezzo troppo elevato riduce le vendite e vanifica le produzioni, dispone di guadagni sempre minori ed abbassa aspettative e capacità di investimento, non potendo pianificare nuove attività oltre le proprie possibilità. In questo modo, si perde la propria indipendenza decisionale e ci si pone alla mercé dei mercati, cioè sotto il volere di soggetti fuori dai processi di controllo interni. Le ragioni del peggioramento economico mondiale, purtroppo ancora valide, vanno cercate almeno quarant’anni fa in una «crisi segnale» che ha anticipato quella attuale e che ha comportato la fine dell’era industriale nella seconda metà degli anni Settanta. Fino ad allora, la 71
crescita economica mondiale fu supportata da bassi salari e da limitati costi energetici, che favorirono le esportazioni estere grazie ai ridotti prezzi di vendita. Con l’aumento delle retribuzioni dei lavoratori occidentali – merito dei successi sindacali ottenuti nel periodo della Guerra Fredda – e gli shocks petroliferi del 1973 e del 1979 si concretizzò un freno alla produzione per la drastica riduzione delle risorse primarie a disposizione, che fece schizzare in alto i costi economici1. In questa prima caduta si è assistito alla dismissione – parziale o totale – dei grandi comparti aziendali: solo per fare degli esempi ben noti a livello locale, si ricordano il Petrolchimico di Porto Marghera, la Ferriera di Servola a Trieste, la Safau di Udine, la Perifosfati di Portogruaro, la Zoppas di Conegliano ed infine la Zanussi, la Savio e la Ceramica Scala di Pordenone. La mancanza di opportunità di profitto nell’espansione materiale ha spinto a mantenere le disponibilità economiche in forma liquida per tutti questi anni, dirottandoli così verso l’intermediazione finanziaria e la speculazione. Tale dinamica ha comportato «enormi redistribuzioni di reddito e ricchezza dalle comunità più varie agli agenti che controllano il capitale mobile. […] Il sistema creditizio è stato uno strumento cruciale per il trasferimento dei capitali eccedenti dai centri capitalistici di commercio e di produzione in declino a quelli in ascesa»2.
Inutile dire che i centri in ascesa non corrispondono più a quelli precedenti, ormai non competitivi. Non è ancora chiaro se la Grande Recessione contemporanea sia da considerarsi una turbolenza locale oppure una «crisi terminale» come quella ipotizzata dall’economista Giovanni Arrighi; in ogni caso, essa ha fatto saltare tutto quel sistema produttivo del Triveneto che dagli anni Ottanta in avanti aveva superato la prima caduta riorganizzandosi nei poli e nei distretti industriali integrati del Nord Est Italiano. A questa ristrutturazione era corrisposta anche una nuova pianificazione e riqualificazione dello «spazio 72
sistematico» interno, per renderlo più efficace e “capiente” come «contenitore politico» del volume economico. Inutile anche affermare che tale riassetto non è stato sufficiente ad impedire l’affermarsi di nuove aree mondiali per l’espansione economica. Gli effetti di questo ultimo crollo sono così apprezzabili nelle ampie aree nuovamente dismesse, nei capannoni abbandonati, nella fatiscenza e nella sovradimensione delle reti viarie semideserte. Questi “relitti” e “vuoti” urbani – “lacune del continuo” – sono figli di uno sviluppo economico che non c’è più, ormai macabro simbolo di un’implacabile distruzione. Sempre alla scala locale, il credit crunch ha comportato il fallimento di 12.000 imprese artigiane a partire dal 2009 nel solo Triveneto, con 22.000 posti di lavoro persi nella sola regione del Friuli Venezia Giulia3. La disoccupazione generatasi ha avviato il meccanismo di contrazione dei consumi, con un calo delle vendite che ha spinto i prezzi al ribasso: ciò ha determinato l’avvio della disinflazione verso una prolungata spirale deflazionistica. A fronte di questo calo, le città dei consumi hanno infine patito gli effetti generali della crisi: la recente riduzione della propensione al consumo – motore primo delle città balneari – è ciò che ha indotto le famiglie al risparmio, facendo tagliare loro tutti quei costi considerati superflui – dalle spese generiche fino alle villeggiature estive (la creazione della ricchezza pensionistica costituirà un freno ulteriore nel futuro). Da questa contrazione derivano le ulteriori difficoltà nel settore turistico, commerciale, alberghiero e ricettivo delle città balneari e di Bibione, che si vanno a sommare alla spinta concorrenziale già fortemente attiva nel Litorale Alto Adriatico.
Nella pagina precedente ed in quella successiva: fig.82- Bibione, fotografia aerea di della città balneare dalla foce del Tagliamento verso Bibione Pineda e Porto Baseleghe. fig.83- Portogruaro, fotografia dei ruderi dell'ex complesso industriale della Perifosfati, 14 Ottobre 2008.
Note 1
Questi eventi si registrarono in concomitanza dell’effettivo raggiungimento negli Stati Uniti del cosiddetto ‘Picco di Hubbert’, una teoria matematico-statistica che prevedeva la storia estrattiva dei giacimenti di idrocarburi (elaborata nel 1956 dall’omonimo geofisico americano Marion King Hubbert): dopo una prima fase espansiva – ed una seconda segnata dall’esaurimento delle riserve più facili da estrarre – si giunge al picco, oltre il quale le spese necessarie sono maggiori dei guadagni ottenuti; nella fase conclusiva si procede con l’attività fino alla
sua riduzione e cessazione. 2
G. ARRIGHI, “Poscritto alla nuova edizione” in Il lungo XX secolo, Op. cit., 395
3
CGIA Mestre, Crolla l’artigianato. Meno di 75.000 imprese. A Nordest ne mancano all’appello quasi 12.000, 25 Aprile 2014, http://www.cgiamestre.com/. S. RICCIO, A Pordenone la prima festa della disoccupazione. Città simbolo della crisi: in regione persi oltre 22mila posti in cinque anni, «La Stampa», 01-05-2014.
73
8. Meccanismi di crisi: il limite delle risorse
Con la Grande Recessione le società Occidentali sono incastrate in una fase di equilibrio stabile, ossia in un lungo periodo di stagnazione: tra una “trappola di alto livello” del vecchio sviluppo economico che ha perso slancio ed una “trappola di basso livello” che nega una nuova fase di crescita. Per fare una metafora, é come se un surfista si trovasse nella calma tra due onde: troppo avanti per restare sulla cima di quella calante appena affrontata (alto livello) ma troppo indietro per salire la cresta di quella montante innanzi (basso livello); il suo obiettivo rimane sempre quello di cavalcare con successo i flutti più alti, stazionando il maggior tempo possibile in un equilibrio instabile ma euforico ed adrenalinico. La prima situazione corrisponde ad una ricchezza senza abbondanza tipica di un’economia matura che procede lentamente. Come visto in precedenza, senza crescita non solo non si riesce a procedere all’espansione, ma si rischia anche di perdere ciò che si è già acquisito: an-
ziché arricchirsi ulteriormente, alcuni degli appartenenti al sistema accentratore diverrebbero più poveri, pur restando in un contesto di benessere diffuso1. La seconda situazione coincide invece con una “trappola di basso livello”, detta anche “trappola malthusiana”: essa identifica nell’eccesso di popolazione il principale ostacolo all’accumulazione infinita. Il suo funzionamento prenderebbe spunto dalle teorie dell’economista anglicano Thomas Malthus (1766-1834), il quale introduceva il concetto di “freno demografico” nella sua opera «Saggio sul principio della popolazione» del 1798 e riedizioni successive (fino al 1826)2. Sviluppata all’interno del dibattito anglosassone sugli avvenimenti della Rivoluzione francese e delle successive guerre napoleoniche (1803-1815), l’analisi dello studioso inglese rappresentò una sfiducia nei concetti di progresso, di uguaglianza e di perfettibilità sociale elaborati dal matematico e filosofo francese e1 = Trappola dell'equilibrio di basso livello e2 = Trappola dell'equilibrio di alto livello d = Equilibrio instabile y/p = Reddito pro capite dy/y = Tasso di crescita del reddito dp/p = Tasso di crescita della popolazione
75
Nella pagine precedenti:
Nella pagina a fianco:
fig.84- Bibione, fotografia aerea di Bibione Pineda e Porto Baseleghe. fig.85- Raffronto fra le trappole dell'equilibrio di basso livello (malthusiana) e di alto livello (smithiana): i punti e1 ed e2 rappresentano equilibri stabili. Tratto da Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino, p.85, fig.3.1 (adattata da Richard Nelson, A Theory of the Low-level Equilibrium trap in Underdevelopment Economies, 1956).
fig.86- Bibione, fotografia aerea di Vallesina e della Litoranea Veneta, limite all'espansione delle aree di bonifica: i limiti naturali costituiscono cesure e lacune nello spazio continuo. Le aree naturali sono delle commodities per l’industria turistica, ma non sono sfruttabili se non messe a sistema. Anche il solo sviluppo di sistemi di accessibilità ne scancisce una loro traformazione spaziale. Di fatto, esse sono a rischio perché la loro inviolabilità blocca lo sviluppo spaziale.
Nicolas de Condorcet (1743-1794) e dal filosofo e politico britannico William Godwin (1756-1836), convinti sostenitori di un futuro ricco e felice dell’umanità3. Lo studio di Malthus, basato sull’economia prevalentemente agraria delle colonie inglesi del New England, si riferiva invece alla scarsa disponibilità degli alimenti ed all’incremento del prezzo dei cereali dell’epoca. Malthus sosteneva infatti che la popolazione sarebbe aumentata più rapidamente (cioè in progressione geometrica) rispetto alle risorse di sussistenza, i cui accrescimenti sarebbero stati viceversa più lenti (ossia solo aritmetici). La regola generale estratta da queste valutazioni riteneva quindi che la popolazione – se libera di espandersi senza alcun controllo, grazie ad un diffuso benessere, e se incentivata da condizioni di vita favorevoli – avrebbe allora oltrepassato il limite delle scorte alimentari, condannando l’umanità ad un consumo eccessivo che avrebbe comportato un’alternanza di cicli perpetui tra abbondanza e miseria. Da questi presupposti egli affermò la necessità di un freno forte e costante sulla velocità riproduttiva della società stessa. La tesi di Malthus non fu la prima e nemmeno l’unica ad occuparsi dello sviluppo demografico nell’analisi economica, ma fu a seguito delle ricerche dello studioso inglese David Ricardo (1772-1823)4 se solo la sua teoria venne presa in così grande considerazione tra tutte le altre circolanti, poiché era quella che meglio giustificava la scelta politica di mantenere i salari dei lavoratori al minimo livello di sussistenza. Ricardo, infatti, propugnò la divisione della società in classi, ripartendola tra proprietari terrieri, imprenditori e lavoratori: i primi, percependo una rendita per l’affitto dei ter-
reni, non avrebbero interesse ad investire nel processo produttivo (la rendita non creerebbe valore, ma semplicemente lo trasferirebbe ai suoi detentori); i secondi, invece, dovendo far fronte al rischio d’impresa, sarebbero il vero motore del progresso economico in quanto costretti a reinvestire i profitti al fine di espandersi e battere la concorrenza per poter sopravvivere. I terzi, al contrario (i lavoratori), utilizzerebbero i loro guadagni con lo scopo principale di moltiplicarsi oltre il limite delle risorse ed affrancarsi dalla condizione originaria: pertanto essi non parteciperebbero attivamente allo sviluppo continuo, ma anzi lo ostacolerebbero. Le uniche entrate per un imprenditore sarebbero quindi date dalla discrezionalità di compressione dei salari: solo escludendo il lavoratore dai mezzi di produzione e dalle scelte decisionali lo si può costringere ad offrire la propria prestazione di professione specializzata, sotto forma di lavoro salariato al minimo di sussistenza. L’abbassamento dei costi di sussistenza consentirrebbe quindi profitti maggiori per espandere la produzione, poiché prezzi bassi (come ad esempio quello del cibo) permetterebbero salari più limitati5. I proventi derivati dallo sfruttamento di materiali rari o dal controllo quasi monopolistico di risorse essenziali – come una limitata estensione del suolo agricolo o una fonte energetica scarsa – costituirebbero però delle differenti forme di rendita6: la crescita incontrollata di queste comporta quindi un innalzamento dei costi di sussistenza, dunque di quelli di produzione, che infine conducono ad una diminuzione delle capacità di competizione delle imprese.
76
In un sistema così impostato, l’unico modo finora noto per rinviare la “trappola malthusiana” è la realizzazione di un aumento della produttività (o della forza produttiva)7: questo consiste nel trovare un metodo che implementi l’efficienza lavorativa, riduca i costi generali ed ottenga profitti straordinari per contrastare la caduta del saggio di profitto. La storia insegna che in passato un simile incremento è avvenuto solo attraverso tre soluzioni: una “produzione di spazio”8 ante litteram attraverso la scoperta del nuovo continente Americano; una rivoluzione industriale sulla scia di quella inglese tra il XVIII ed il XIX secolo; ed infine, una rivoluzione industriosa come quella dell’est asiatico, iniziata dagli anni Settanta del Novecento. Mentre la prima generò un’abbondanza di materie prime tale da mandare in crisi il sistema feudale, la seconda fu incentrata sulla tecnologia e sulla macchina, in quanto il postulato malthusiano non tenne in considerazione i cambiamenti offerti dal progresso tecnologico; la terza, invece, è basata su una forza-lavoro flessibile che scardina la stessa logica ricardiana. Le prime due alternative sono tipiche delle società occidentali: finora la ricerca tecnologica è stata in grado di garantire un aumento della produttività molto spinto ma altrettanto dispendioso. Basare lo sviluppo sulla macchina e sugli automatismi, in un sistema chiuso come quello di un pianeta, implicherebbe uno sfruttamento esponenziale delle risorse presenti nello spazio di cui già si dispone: la macchina, per poter operare, necessita di energia. La terza alternativa, tipica dei Paesi orientali o in via di sviluppo, riconosce invece il primato del capitale umano sulle risorse, in modo che una società numerosa possa essere sem-
pre più prospera e laboriosa rispetto ad altre maggiormente tecnologiche. Con un contenimento automatico dei salari, una gran quantità di lavoratori può sviluppare un aumento della capacità produttiva più grande dei suoi concorrenti fin quando però resta costretta ad accontentarsi di vivere con molto meno9. Seguendo le prime due opzioni, lo sviluppo tecnologico finalizzato all’aumento della produttività deve essere pertanto guidato da un’abbondanza energetica. L’impossibilità di generare materie prime, poiché estraibili solo fin quando presenti, riaccende oggi l’interesse per le teorie malthusiane sul limite delle risorse – in particolare delle fonti fossili10: la crescita delle economie emergenti ha determinato un progressivo spostamento delle attività verso Oriente, con diversi Paesi che iniziano ad attingere alle scorte primarie del pianeta per poter sostenere il proprio sviluppo. Ciò causa un aumento dei prezzi dell’energia che, unitamente al disallineamento dei salari nominali dalla produttività reale dei lavoratori, riduce la competitività generale dell’Occidente11. In tal senso, quindi, le teorie sostenibili sembrano riassumersi nel semplice primato delle risorse sulla popolazione, che impone il contenimento di quest’ultima per evitare il loro consumo generale ed il conseguente aumento dei costi. L’attivazione del meccanismo darwiniano di estinzione del più debole toglierebbe così dalla competizione tutti i potenziali futuri concorrenti, stroncandoli sul nascere. Non essendo quindi disponibile un unico grande “rubinetto” energetico, diventa di fondamentale importanza scoprire nuove sorgenti di approvvigionamento al fine di perseguire ciò che viene definito come “energy mix”: una differenziazione delle fonti che riduca la 77
Nella pagina a fianco: fig.87- Modello delle metamorfosi dei cicli sistemici di accumulazione. Riadattamento tratto da Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, p.257, fig.15.
dipendenza dal petrolio e dai suoi derivati12. Di fatto, l’aumento o la diminuzione della produzione petrolifera determina un’oscillazione generalizzata di tutti i prezzi delle merci, quindi è in grado di far fluttuare la massa totale di denaro circolante. In altre parole, le estrazioni si trasformano in azioni di politica monetaria, in grado di influenzare il funzionamento delle banche centrali nel controllo dell’inflazione. A conferma di quanta influenza queste dinamiche abbiano già avuto nel turismo balneare, si pone attenzione alla battuta d’arresto dello sviluppo di Bibione negli anni della crisi petrolifera, precisamente nel 1974 e nel 1976, a causa delle ripercussioni dello shock riportato nel mercato tedesco13. Tali ripercussioni furono visibili nel cambiamento comportamentale dei turisti, ossia nella diminuzione della permanenza media: questo perché le conseguenze negative della crisi energetica, legate ad eventi di natura internazionale, incidono sul costo della vita, sulla diminuzione del valore reale dei salari, sulla crescita del tasso di disoccupazione e sulle abitudini legate ai consumi. Se proprio non si rinunciò alla vacanza, sicuramente la durata media del soggiorno si ridusse. Una dinamica molto simile a quella cui si è assistito dal 2008, dove la forte crescita al consumo dei prodotti energetici, registratasi dalla seconda metà del 2007 fino all’autunno del 2008, ha innescato una serie di reazioni simile a quella precedente. La stabilizzazione dei costi dell’energia diventerebbe dunque un obiettivo fondamentale e l’introduzione di nuove sorgenti alternative avrebbe un carattere prettamente strategico: fonti “tradizionali” e “non convenzionali” – fino alle cosiddette “rinnovabili” – sarebbero tutte soluzioni convenienti da adottare se il 78
prezzo dei combustibili fossili dovesse essere parecchio elevato14. Molti sistemi ideati per la produzione energetica alternativa richiedono un notevole consumo di suolo, ossia ampie dimensioni di terreno per la loro installazione. Si pensi, ad esempio, alle superfici necessarie per la realizzazione di una centrale solare; al bacino lacustre di una diga idroelettrica; all’area utile al funzionamento delle pale eoliche; oppure alle vaste estensioni dei bacini di bonifica per coltivare piante oleaginose da cui ricavare biocombustibili. Ancora una volta, quindi, superare la “trappola di basso livello” e pianificare un nuovo ciclo di sviluppo economico implicherebbe dover affrontare un’inevitabile “riorganizzazione spaziale” a causa della concorrenza interstatale nel sistema chiuso del nostro pianeta.
Note 1
S. D. KING, Quando i soldi finiscono. La fine dell’età dell’abbondanza, Fazi Editore, Roma 2014, 41-42.
2
T.R. MALTHUS, An essay on the principle of population, J.Johnson, London 1798.
3
Lo studio di Malthus fu la risposta all’opera Political Justice di Godwin pubblicata nel 1793, che fu a sua volta una replica alle Refelctions on the Revolutions in France del politico e filosofo britannico Edmund Burke (1729-1797) del 1791. Tutte queste opere si schierarono più o meno su fronti tra loro opposti: se Burke si oppose veementemente agli eventi francesi,
M
sx= Crisi spia del ciclo sistemico di riferimento. rx= Ripresa finale del ciclo sistemico di riferimento. tx= Crisi terminale del ciclo sistemico di riferimento.
campo delle turbolenze
campo delle turbolenze= accumulazione soggetta a periodi di maggiore o minore intensità.
Espansione stabile
Espansione stabile
Turbolenza
Turbolenza 1870 ca.
Godwin invece non ripudiò i principi della Rivoluzione, pur dissociandosi dalle violenze da essa generate. 4
D. RICARDO, On the Principles of Political Economy and Taxation, John Murray, London, 1817.
5
Delle quattro modernizzazioni cinesi, si consideri in tal senso la riforma agraria attuata da Deng Xiaoping (1904-1997) a partire dal 1978.
6
M. MAZZUCATO, Il valore di tutto: chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia globale, Editori Laterza, Bari, 2018, 49.
7
S.D.KING, Quando i soldi finiscono, Op. cit. 44, 228.
8
H. LEFEBVRE, The production of space, D.N. Smith (translator), Wiley-Blackwell Publishing, New Jersey 1992. G. ARRIGHI, Adam Smith a Pechino, Op. cit., 243. F. FARINELLI, La produzione spaziale della società, Dialoghi internazionali 14, 2010, 168-182.
9
Tali società riescono a garantire un’ampia offerta di manodopera a basso costo grazie al contenimento ed alla gestione delle spinte reazionarie della popolazione – più “disciplinata” dal punto di vista ideologico – sotto una soglia di sopportazione maggiore rispetto a Paesi più democratici, economicamente avanzati e terziarizzati.
10
K. BOULDING, Earth as a spaceship, Washington State University, Committee on Space Sciences, 10th May1965; K. BOULDING, The economics of the coming spaceship earth, in Environmental Quality in a Growing Economy, a cura di H. Jarrett, Johns Hopkins Press, Baltimore, Oxford Univeristy Press, London,
post WWII
1973
Tempo
1966, 3-14; W. AND P. PADDOCK, Famine 1975! America’s decision: who will survive?, New York, Little Brown and C., 1967; P. EHRLICH, The Population Bomb, New York, Sierra Club-Ballantine Books, 1968; I. MCHARG, Design with nature, New York, Natural History Press, 1969; N. GEORGESCU-ROEGEN, The entropy law and the economic process, Cambridge, Harvard University Press, 1971; D. MEADOWS [et Alii], The limits to growth, New York, Universe books, 1972. 11
I comparti industriali italiani che hanno un utilizzo dei beni energetici più elevato, quindi maggiormente esposti all’aumento dei prezzi dei loro prodotti, sono quelli degli altri minerali non metalliferi (circa il 14 per cento del totale), del tabacco (13 per cento), della carta e dei prodotti della carta (9,2 per cento), dei metalli e delle leghe (9 per cento), dei prodotti tessili (7 per cento), dei prodotti chimici, delle fibre sintetiche e artificiali (6,8 per cento), della gomma e prodotti in plastica (5,3 per cento). Audizione parlamentare del Presidente dell’Istat Luigi Biggeri, presso la X Commissione permanente del Senato della Repubblica, Roma, 11 febbraio 2009. Sintesi disponibile sul sito internet https://www.istat.it/it/archivio/8225.
12
M. VERDA, Politica estera e sicurezza energetica. L’esperienza europea, il gas naturale e il ruolo della Russia, Epoké, Novi Ligure 2012, 23 e nota 13.
13
M. FANOTTO, Lo Sviluppo turistico di Bibione, in G. BERGAMINI, G. PILLININI, San Michêl: 62n Congres-6 di utubar 1985, Op.cit., 225.
14
B. WALSH, The future of oil, in «Time Magazine, The truth about oil», CLXXIX, 14 (2012), 30-35.
79
9. Ritardare la crisi globale: una «città energetica» a Bibione
Dall’analisi fin qui condotta, le metropoli del futuro potrebbero valutare la pianificazione di una “città energetica”, pensata come una macchina complessa che limiti gli sprechi, aumenti le efficienze e garantisca un flusso ininterrotto di energia a prezzo costante – in grado di sostenere le attività produttive senza esporle a rischi di shocks. In uno scenario di questo tipo, le ampie aree agricole alla foce del Tagliamento si presterebbero alla produzione di energia alternativa e, tra tutte le risorse cosiddette “sostenibili”, la raffinazione di carburanti derivati da coltivazioni seminative sembrerebbe costituire un’opportunità economica per tutte le aree retrostanti le città balneari. Le vaste bonifiche permetterebbero la conversione del territorio da agricolo ad energetico: nello specifico, l’estensione della superficie agraria di Bibione andrebbe intesa come un magazzino di fonti rinnovabili ancora non completamente utilizzato, almeno fintanto che non venga organizzato per il nuovo settore economico. L’efficacia del sistema dipenderà dal grado di adattamento dell’esistente con l’assetto futuro e dall’integrazione di quest’ultimo con quanto già costruito: la periferia del centro urbano costiero offrirebbe così la propria struttura per
impostare la “raccolta energetica”. Da una vasta estensione terriera può essere avviato lo sfruttamento intensivo di fonti rinnovabili (biocarburanti come bioetanolo e biodiesel)1, che si appoggerebbe a coltivazioni cerealicole (mais e frumento) oppure a colture i cui semi possono produrre oli vegetali grezzi (girasole e colza)2. La complessa filiera della raffinazione e della trans-esterificazione3 avvierebbe un indotto di aziende cadette che gestirebbe tutti i numerosi passaggi della produzione. Il controllo delle rinnovabili fornirebbe così i finanziamenti necessari per il raggiungimento dell’autonomia economica e dell’indipendenza energetica. La strategia prevederebbe l’adozione di piantagioni già conosciute nella zona – quali mais, barbabietola, colza, girasole e biomassa a rapido accrescimento4: grazie al residuo zuccherino delle prime due specie, ad esempio, è possibile distillare alcool dai semi e dalle radici, che può essere successivamente raffinato e trans-esterificato per ottenere carburante di origine agraria noto col nome di bioetanolo5. Anche colza e girasole rendono semi oleaginosi in grado di essere lavorati per la raffinazione di biodiesel. L’intera filiera produttiva necessita quindi della ristrutturazione della bonifica, che cam-
81
bierebbe l’aspetto del territorio sia dal punto di vista economico che da quello paesaggistico. Gli agro-carburanti generati andrebbero così ad aggiungersi ai combustibili per autotrazione, i cui costi fissi risultano essere i più elevati, perché legati direttamente a quelli di origine fossile: l’offerta rinnovabile è in grado di stabilizzarne i prezzi, rendendo l’opzione delle colture zuccherine ed oleaginose molto interessante. Per capire quanto sia vantaggiosa tale soluzione è bene fare alcune valutazioni e due rapidi conti: l’area considerata è quella del comune di San Michele al Tagliamento, la cui superficie agraria utile (SAU) è di 6455,2 ettari misurati nel 20106. La produzione di biodiesel dalla colza prevede tre fasi principali: l’estrazione di
olio vegetale grezzo (l’olio di colza, inadatto per le autovetture); la raffinazione di olio vegetale lavorato; la trans-esterificazione di biodiesel. Nella produzione oleaginosa, la colza ha una resa di 2,6 ~ 3 tonnellate di semi su ettaro7. Per un calcolo semplice e veloce, che computa anche le spese agricole, vengono riportati i seguenti valori [tab.1]8. Con queste cifre, il ricavo energetico medio si attesta a 260100 gigajoule, mentre la spesa media a 129100, consentendo un guadagno di 131000 gigajoule per l’area considerata: un valore medio e non così sorprendente, come identificato anche dal numero 2 dell’indice EROEI (Energy Returned On Energy Invested). Tale parametro divide l’energia generata con quella spesa per la produzione: cifre superiori
ad 1 indicano un guadagno in termini di efficienza, rendendo possibile un confronto di competitività tra le diverse risorse (maggiore è il valore, più conveniente è l’investimento). Dai risultati ottenuti emergerebbe che il biodiesel così estratto non sia paragonabile, ad esempio, al petrolio (EROEI 8), al carbone (EROEI 30) ed al gas naturale (EROEI 1-5). Tuttavia, la sperimentazione scientifica e l’uso di colture geneticamente modificate – ancora molto discusse – dimostrano come sia possibile raggiungere delle rese nominali superiori rispetto a quelle odierne: ad esempio, con un rendimento di 5,1 tonnellate di semi su ettaro per la colza (a parità di spese e di SAU) si genererebbero 312950 gigajoule di guadagno energetico ed un indice EROEI di 3,4 – un dato competitivo se paragonato con quello del gas naturale. Su valori simili si attesta anche
la produzione di bioetanolo – con lo stesso utilizzo di superfici, ma coltivate a mais, frumento, sorgo da granella e barbabietola non modificati [tab.2]. É comunque interessante confrontare questi dati ipotetici con i consumi reali per autotrasporto, registrati negli anni dal 2007 al 2012 nel comune di San Michele al Tagliamento [tab.3]9. Il guadagno energetico da rinnovabili, con uso intensivo ed esclusivo di tutto il territorio agricolo, non solo coprirebbe le richieste finora registrate ma si attesterebbe a due ordini di grandezza superiori. Ciò significa che il comune di San Michele al Tagliamento sarebbe energeticamente indipendente sul fronte dei trasporti pubblici e potrebbe anche esportare carburanti, con relativi vantaggi economici. La quasi totalità della produzione mondiale di bioetanolo deriva dall’uso del mais e della
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canna da zucchero. I quantitativi energetici ottenibili nell’area tiliaventina fanno capire quali piantagioni potrebbero essere quelle privilegiate per la produzione di agro-carburanti. In alto si riportano le quantità di combustibile ricavabili per ogni tipologia di coltura [tab.4]: Calcolando che una macchina possieda 50 litri di benzina come capacità media di un serbatoio, allora sarebbe possibile rifornire circa 2000 automobili al giorno con bioetanolo proveniente dalla barbabietola10, a fronte delle 1300 con carburante derivato dal mais, 900 dal sorgo, 630 dal frumento e 430 con biodiesel prodotto dalla colza. L’equivalente per alimentare circa 7720 vacche ogni anno se tutta la SAU fosse coltivata con colture foraggere (per foraggi come granella di mais, fieno di medica, fieno di trifoglio), con una produzione totale di latte di 63 milioni e 390 mila litri. Ovviamente, i numeri sono solo nominali e puramente indicativi: non tengono conto
delle reali situazioni, ma servono solo per far capire i meccanismi di produzione, i rapporti di proporzione e le quantità potenzialmente in gioco in relazione per tipologia11. Dai dati così analizzati è subito chiaro che le coltivazioni maggiormente incentivate saranno quelle di mais e barbabietola, a scapito delle altre – sia energetiche che alimentari (soprattutto la soia). Energia, alimentazione, estensioni terriere e popolazione sarebbero così intrecciati tra loro dai legami chimici che accomunano i carboidrati e gli idrocarburi: la polenta, un tempo piatto povero popolare, potrebbe diventare cibo di alta cucina molto costoso a causa dell’aumento della domanda di cereali; stessa sorte potrebbe toccare ad un’alimentazione improntata sulla carne, poiché gli animali da macello sono ampiamente nutriti da colture foraggiere.
Nelle pagine precedenti
A fianco:
fig.88- Bibione, fotografia agli infrarossi dell'area agricola del III Bacino. fig.89- Bibione, fotografia agli infrarossi di uno dei canali di bonifica dell'area agricola del III Bacino. fig.90- Bibione, fotografia della fioritura della colza nel periodo primaverile nell'area agricola del III Bacino. Fonte: Youreporter "aquilasolitaria".
fig.91- Bibione, fotografia agli infrarossi dell'area agricola del III Bacino.
Note 1
Il prefisso ‘bio’ indica quelle materie originate da esseri viventi (βίος: vita); nel caso dei biocarburanti deriverebbe da ‘biomassa’, cioè da materiali di origine organica (vegetale o animale) che non hanno subito processi di fossilizzazione. Per fraintendimenti, esso può essere inteso come sinonimo di ‘genuino’, ‘salutare’, ‘non alterato’: qualcosa che richiama il benessere psico-fisico in modo piuttosto vago. Molti dei prodotti generati da biomasse sono ‘bio’, ma subiscono numerosi processi di trasformazione che ne alterano la struttura di partenza.
2
Cfr. F. FINOTTO, R. ROSSETO, V. GRANZOTTO, Piano di assetto del territorio, Documento preliminare, Proteco, San Michele al Tagliamento 2006, 7-8.
3
La trans-esterificazione è la trasformazione di un estere (composto organico prodotto dalla reazione di acetilazione) in un altro estere, mediante la reazione con un alcol. L’olio grezzo, estratto dai semi di piante oleaginose, viene inizialmente purificato e raffinato con processi di deacidificazione, di decolorazione e di deodorazione. Quindi viene trans-esterificato con metanolo o etanolo (più altri catalizzatori) ed infine distillato. Il combustibile così ottenuto è analogo al gasolio derivato dal petrolio. Un prodotto collaterale della filiera è il glicerolo, da cui si deriva la glicerina.
4
5
dal comune pioppo all’arbusto miscanthus giganteum, originario dell’estremo oriente. 6
REGIONE DEL VENETO, Infrastruttura dei dati territoriali del Veneto – catalogo dei dati, disponibile al sito: http://dati.veneto.it/dataset/1049cba11175-4cf7-a029-952a74bf447b/resource/507e0e631b8a-426f-b9d7-ee77757d5fd5/download/m,
7
CTI, Oli vegetali, produzione oleaginose, colza, al sito: www.cti2000.it/biodiesel/index.php?contid=10&nm =2&sm=14. Si veda anche: R. GUBIANI, [et Alii], Colza, un’opportunità in più per l’agricoltura friulana, in «Notiziario ERSA», XXI, 1 (2009), 20. In Friuli si tende oggi ad utilizzare una resa di 3 t/ha. Tali calcoli, solo nominali, non tengono ovviamente conto della reale produttività dei terreni.
8
T. MAGGIORE, Le colture per l’energia, AERA, (2007), 19, disponibile al sito della Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche, www.fast.mi.it/ clima/relazioni/maggiore.pdf
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COMUNE DI S.MICHELE AL TAGLIAMENTO, Dichiarazione ambientale, Giugno 2012, 67.
10
I valori energetici ottenuti dalla barbabietola sono paragonabili a quelli di una piccola centrale elettrica da 25 MW; per un confronto, si pensi che la centrale idroelettrica di Barcis ha una potenza nominale di 11MW.
11
S. AMICABILE, Economia agraria e dello sviluppo territoriale, Nuova Edizione Openschool, Hoelpi, Milano, 2018, 244-254. Calcoli basati sugli esempi ivi riportati.
VEGAL, Energie rinnovabili, efficienza e risparmio energetico nella Venezia Orientale, 2005-2006, disponibile sul sito: http://www.vegal.it/html/progetti_ scheda_print.php?id=225&f=0 C.RUBBIA, Ecco la pianta dell’energia pulita, in «Corriere della Sera», 1 Maggio 2007, 31. In Italia il dibattito sulle tipologie di colture da impiegare è ancora aperto: nuove alternative sono offerte, ad esempio,
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10. Conflitto con l’Ecosistema: la foce del Tagliamento
Come visto nei precedenti capitoli, le città sarebbero dei giganteschi artefatti costituiti da risorse economiche territorializzate: nel litorale di Bibione, tutti i palazzi e le strutture ricettive edificati in prossimità dell’arenile non sarebbero altro che degli investimenti materializzati in forma fisica per generare ricchezza dal turismo. In accordo con il concetto di “trappola territoriale” la costruzione di nuovi spazi, fabbricati ed infrastrutture non terrebbe in considerazione le logiche di funzionamento dell’ecosistema: la semplificazione della complessità dell’ambiente e delle sue molteplici catene di relazioni si presenterebbe quindi come un’operazione di astrazione umana necessaria per realizzare uno spianamento ed un livellamento funzionali all’edificazione ed alla progettazione di nuove aree urbane. La logica del guadagno nel breve periodo non computerebbe le imponderabili forme di auto-equilibrio della natura nel lungo termine, poiché si spezzerebbero le capillari reciprocità locali in favore di un ordine macroscopico universale. Le sfide dello sviluppo mondiale, votate ad un aumento della produttività incentrato sulla macchina, sono la principale causa di trasformazione dell’ambiente sia dal punto di vista globale che da quello regionale: tutti quei luoghi residuali, considerati in origine marginali a livello produttivo, sono diventati economicamente vitali per la crescita continua; cumulare tante piccole aree periferiche equivarrebbe ad ottenerne poche ma di grandi dimensioni. Per questo motivo, la necessità di sfruttare il maggior suolo possibile ha trasformato le paludi del Veneto Orientale dapprima
in aree agricole per la produzione di cibo, successivamente in dispositivi alberghieri per l’industria turistica internazionale ed oggi in magazzini di energia alternativa alle fonti fossili. In termini di “effetti collaterali”, il cambiamento operato e quello attuabile non sono stati gratuiti, poiché hanno già attivato e continuano ad innescare un conflitto tra le attività umane e l’ecosistema. Ad ogni modifica dell’ambiente nativo della foce del Tagliamento è corrisposta quindi una precisa reazione, anche violenta, da parte della natura: sconvolgimenti tali da mettere a rischio gli investimenti finora effettuati e lo svolgimento delle normali attività quotidiane. Tra tutte le forme di auto-equilibrio, il mutamento dei rapporti di permeabilità dei terreni può essere considerato come una delle principali cause di un diffuso dissesto idrogeologico: le nuove costruzioni e la passata attività edilizia esercitata dalla montagna alla pianura sulle superfici dei suoli regionali – nuovi quartieri, abitazioni, strade ed infrastrutture – hanno ridotto le capacità di filtraggio, di scolo e di deflusso delle acque meteoriche. Ciò comporta un malassorbimento delle precipitazioni su tutto il territorio, con portate eccessive che confluiscono troppo rapidamente nelle reti di smaltimento ormai insufficienti. Dai monti alle valli, l’acqua in eccesso giunge al mare attraverso le bonifiche, che entrano così in crisi periodica nelle situazioni di allagamento e di alluvione. L’allagamento si verifica quando le intensità delle precipitazioni del brevissimo tempo richiedono canali ed idrovore con portate superiori a quelle effettive (precipitazione 87
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Nella pagina precedente: fig.92- Bibione, resti della smantellata torretta enucleata del poligono di tiro, nella vecchia area militare di Lama di Revellino, foto scattata nell'Aprile 2010.
A fianco: fig.93- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto del 1983.
In basso: fig.94- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto del 1999.
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A fianco: fig.95- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto tratta da Bing Maps prima del 2003.
In basso: fig.96- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto tratta da Google Maps nel 2003.
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A fianco: fig.97- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto tratta da Tuttocittà nel 2011.
In basso: fig.98- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto tratta da MapQuest nel 2011.
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A fianco: fig.99- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto tratta da Yandex nel 2012.
In basso: fig.100- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto tratta da Bing Maps nel 2015.
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A fianco: fig.101- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto tratta da Google Maps nel 2015.
In basso: fig.102- Bibione, fotografia aerea dell'arenile di Lama di Revellino, tra la zona del Faro (a destra) ed il poligono militare (a sinistra), foto tratta da Digital Globe nel 2017.
Nelle pagine successive: fig.103- Bibione, fotografia della torretta del poligono di tiro prima dello smantellamento, presso la vecchia area militare di Lama di Revellino, foto del 2008. fig.104- Bibione, fotografia della torretta del poligono lambita dalle acque, presso la vecchia area militare di Lama di Revellino, foto dell'Aprile 2009. fig.105- Bibione, fotografia aerea dell'arenile tra la cosiddetta zona Pasotto (a sinistra) e le bocche di Lama di Revellino (a destra), foto del 1983. fig.106- Bibione, fotografia aerea dell'arenile tra la cosiddetta zona Pasotto (a sinistra) e le bocche di Lama di Revellino (a destra), foto tratta da Bing Map nel 2000. fig.107- Bibione, fotografia aerea dell'arenile tra la cosiddetta zona Pasotto (a sinistra) e le bocche di Lama di Revellino (a destra), foto tratta da Yandex nel 2011.
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massima record). L’alluvione è determinata invece da eventi periodici e stagionali, che conducono i principali corsi fluviali alla tracimazione, interessando tutto il bacino idrografico del Tagliamento: i tempi di espulsione dipendono quindi da quelli di deflusso della piena (precipitazioni medie record con tempi di ritorno statistici di 5, 10, 15, 35, 50 e 100 anni). Un secondo importante effetto dello squilibrio tra spazio antropico ed ecosistema è dato dall’erosione della linea di costa e dalla sua progressiva riduzione. A Bibione la progradazione della riva, che dal 1763 al 2003 è stata generalmente stimata in 3m ogni anno, si è in98
vertita nell’ultimo periodo: dal 1983 al 1998 si è assistito ad un deciso arretramento della spiaggia con punte massime di 170m lungo i 3km nella zona del faro, in direzione di Porto Baseleghe1. Attualmente il fenomeno erosivo si è ancor più accentuato, come riscontrabile dal confronto tra le successioni dei fotopiani dal 2008 al 2017 (Google e Bing Maps): presso Lama di Revelino l’area del vecchio poligono militare è ormai lambita dall’acqua (un tempo distante 300m dalla costa), mentre la depressione dell’arenile è in continuo sviluppo verso ovest, oltre piazzale Zenith (in direzione Lido del Sole). Le cause sono molteplici e complesse: durante le alluvioni periodiche
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Nelle pagina a fianco:
Nelle pagine successive, da sinistra verso destra:
fig.108- Bibione, fotografia aerea dell'arenile tra la cosiddetta zona Pasotto (a sinistra) e le bocche di Lama di Revellino (a destra), foto tratta da MapQuest nel 2011. fig.109- Bibione, fotografia aerea dell'arenile tra la cosiddetta zona Pasotto (a sinistra) e le bocche di Lama di Revellino (a destra), foto tratta da Tuttocittà nel 2011. fig.110- Bibione, fotografia aerea dell'arenile tra la cosiddetta zona Pasotto (a sinistra) e le bocche di Lama di Revellino (a destra), foto tratta da Bing Maps nel 2014.
fig.113- Schema tipico degli alluvioni: idrografia a regime normale ed ipotesi di esondazione con tempi di ritorno stimati ogni 5, 15 e 35 anni.
In basso: fig.111- Bibione, fotografia dei mezzi al lavoro per la ricostruzione della spiaggia ed il ripascimento dell'arenile per la stagione esti-va: prelievo di sabbia dalle zone di accumulo e trasporto nelle zone di erosione. Fonte: www.bibionespiaggia.com fig.112- Bibione, nuovo sabbiodotto in Lama di Revellino nel marzo 2017. la condotta trasporta una miscela di acqua e sabbia nelle zone di erosione. Fonte: www.bibione5aquae.it, www.regione.veneto.it
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sopracitate, il canale scolmatore Cavrato e gli altri sistemi di deflusso dirottano i sedimenti verso Porto Baseleghe (in interramento). La tracimazione nelle campagne circostanti colma le bonifiche, mentre le idrovore sollevano ed espellono solo acqua drenata. L’erosione è quindi provocata dalle mareggiate e dalla mancanza di trasporto solido alla foce del Tagliamento: la regimentazione delle portate a monte (con dighe e sbarramenti artificiali), la protezione dei versanti montuosi, la preservazione delle aree boschive, l’inurbamento alpino e l’utilizzo di ghiaie e sabbie a valle a scopi edilizi hanno ridotto notevolmente le quantità di detriti nel fiume. Con la messa in sicurezza delle sponde fluviali e la rettifica del tracciato, l’abbassamento dell’alveo in prossimità della foce distrugge il sistema di barre deltizie in emersione, ossia blocca ed inverte l’accrescimento dell’arenile2. La risistemazione della costa genera, a sua volta, nuovi meccanismi di cambiamento. Da un lato, «qualunque opera realizzata a mare costituisce un ostacolo al libero propagarsi delle correnti e delle onde e pertanto interagisce con esse, dando luogo a effetti di vario genere che possono risentirsi anche a grandi distanze»3; ad esempio, le massicciate realizzate per proteggere la riva della zona del faro hanno al contempo accentuano i fenomeni erosivi sui tratti adiacenti limitrofi. Dall’altro lato, l’inserimento di fasce drenanti 102
per ripascere la spiaggia convoglia l’acqua marina in eccesso nelle vicine valli da pesca4, in un ambiente delicato a bassa salinità dove la vallicoltura estensiva si dirige verso forme intensive più invasive5. Unitamente al prelievo continuo di acqua di falda (a scopi domestici, termali ed irrigui)6, questo insieme comporta l’aumento del cuneo salino degli strati profondi e rende sempre più difficili le coltivazioni resistenti in terreni alcalini, favorendo così un inaridimento progressivo dell’intera area. Infine, un terzo aspetto potrebbe riguardare la possibile riconversione agro-energetica, i cui effetti del suo impatto sul territorio non sono ancora noti. La necessità di coprire alti consumi energetici imporrebbe maggiori quantitativi di produzione agricola, che incentiverebbero nuovi sistemi di intervento: la semina di colture resistenti per aumentare le rese dei raccolti; l’impiego di concimi, di fitofarmaci e di agrotossici per combattere le avversità delle piante (con effetti inquinanti ancora sconosciuti)7; l’incremento della superficie utile agraria con le bonifiche delle paludi e delle aree boscate residue; la conversione delle coltivazioni alimentari verso specie oleaginose (riduzione della biodiversità)8.
Note 1
G. FONTOLAN, Il nastro litoraneo tra banchi di sabbia e moto ondoso, in Il Tagliamento, Op. cit., 154,157.
2
Cfr. M. ZANETTI, La foce del Tagliamento. Aspetti naturalistici e problemi di conservazione, Ediciclo editore, Portogruaro 2002.
4
Legambiente, Spiagge indifese. Storie di erosione lungo la costa italiana, dossier, 22 maggio 2015, 6.
4
U. TESSARI, U. SIMEONI, F. CIVITARESE, Sistemi di drenaggio per la stabilizzazione della linea di riva: l’esperienza italiana, in Coste. Prevenire, programmare, pianificare, Atti del convegno di Maratea, 15-17 maggio 2008, IX, a cura di C. Corbau, S. Pagliaro, Autorità di Bacino della Basilicata, Potenza 2008 («Collana editoriale di studi e ricerche», IX), 297.
5
E. CASTI MORESCHI, Salvaguardia di una zona umida, «Quaderni del dipartimento di Geografia», XII, Università di Padova, Padova 1990, 33-38.
6
A. DAL PRÀ [et alii], Indagine idrogeologica del territorio provinciale di Venezia, Provincia di Venezia, Vene-
zia 2001, 46, 112, 114. Cfr. P. ZANGHERI, L’acqua sotterranea: una risorsa nascosta. Pozzi, acquiferi e falde nella provincia di Venezia, Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua, Treviso 2000. 7
Cfr. N.L. IZQUIERDO, R. PRAVETTONI, Agrocarburanti: soluzione o problema?, «Cartografare il presente. Pubblicazione on-line del Comitato Internazionale di Bologna per la Cartografia e l’Analisi del Mondo Contemporaneo», Bologna 2008. F. LABANTI, N.L. IZQUIERDO, Agroenergia versus cibo. terra, sete e fame, «Cartografare il presente», Bologna 2012.
8
Per maggiori informazioni sugli ecosistemi ed habitat naturali Cfr. C. MARCOLIN, I. SIMONELLA, M. ZANETTI, Le lagune del Veneto Orientale, Ediciclo Editore, Portogruaro 2004. F. ROMANIN, L’ambiente del litorale dell’Alto Adriatico, «La Loggia, Rivista periodica della associazione Propordenone Onlus», a.XIV, vol.XV, 2011, 137-146. M.ZANETTI, Fauna degli ambienti lagunari di destra e di sinistra idrografica, in Il Tagliamento, Op. cit., 269-270, 273-274. M. ZANETTI, La foce del Tagliamento, Ediciclo editore, Portogruaro 2002, 57-90.
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11. Conflitto con l’Ecosistema: i cambiamenti climatici
Affinché si verifichi il superamento definitivo della trappola malthusiana – incentrato sulla tecnologia – le risorse del pianeta dovrebbero essere illimitate: ciò costituirebbe l’unico modo per ottenere un progresso continuo ed uno sviluppo ininterrotto, potenzialmente infiniti. L’interminabile disponibilità di offerta energetica abbatterebbe i costi al livello più basso e manterrebbe costante la convenienza del lavoro delle macchine automatiche rispetto a quello manuale. Solo il proseguimento di questo “circolo virtuoso” – guidato dalla “mano invisibile” dell’interesse privato – incentiverebbe gli imprenditori a nuove iniziative che coinvolgerebbero tutti i settori dell’intera economia. Nella realtà, una simile crescita smisurata sembrerebbe essere negata dal limite delle risorse: oltre al consumo eccessivo delle scorte a disposizione, il depauperamento delle fonti ha causato un conflitto con l’ecosistema che, come in tutte le precedenti rivoluzioni industriali, continua a generare una catena di cambiamenti imprevedibili dalla scala locale a quella globale. La massima espressione di tale conflitto si manifesta oggi nei cosiddetti cambiamenti climatici. Secondo la teoria del surriscaldamento globale, l’anidride carbonica è uno dei gas in grado di trattenere sul pianeta la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, evitando che questa si disperda nel cosmo. Tale fenomeno, noto come “effetto serra”, sarebbe il principale responsabile dell’incremento della temperatura del mondo: questa condizione prolungata di ipertermia dipenderebbe così dagli scarti 105
della combustione dei motori a scoppio, degli aerei a reazione, delle centrali elettriche, degli impianti di riscaldamento aziendali e residenziali, oltre che dalle trivellazioni Artiche. Essa genererebbe il collasso dei ghiacciai e delle calotte polari, causando l’innalzamento del livello dei mari: senza i due poli più freddi del globo, infatti, sia lo spostamento delle pressioni atmosferiche sia la redistribuzione delle correnti e delle precipitazioni su tutto il pianeta risulterebbero sempre più alterate rispetto all’assetto di partenza. Da questa nuova condizione avrebbero origine tutti quei fenomeni metereologici sempre più intensi ed imprevedibili, che oggi si verificano anche in aree altamente urbanizzate, un tempo incontaminate e non esposte a simili eventi. Secondo alcuni dei più estremi scenari futuri, la zona dell’Alto Adriatico compresa tra Livenza e Tagliamento risulterebbe essere a forte rischio inondazione a causa di un previsto aumento del livello del mare: lo scioglimento del Polo Nord e della calotta occidentale dell’An110
tartide1 causerebbe un innalzamento marino di circa 5 metri nei prossimi 50 anni2. Questa risalita potrebbe avere effetti catastrofici anche nella nostra regione e determinare danni incalcolabili specie se al fenomeno si dovessero combinare tempeste, mareggiate ed alluvioni record; secondo questa ipotesi, la linea costiera arriverebbe a lambire la città di Pordenone, inondando tutte le aree a scolo meccanico che già oggi devono la loro esistenza alla bonifica ed all’uso di impianti idrovori: tutti i nuclei urbani della bassa pianura sarebbero così destinati ad essere sommersi definitivamente dall’acqua, mentre le città dell’entroterra diverrebbero zone costiere esposte all’azione marina. Qualsiasi intervento di natura tecnica sarebbe così vano, oltre che troppo dispendioso: il ripascimento e le ricostruzioni degli arenili, gli sbarramenti artificiali come i cordoni dunali artificiali e le dighe a mare non potrebbero fare nulla contro un simile evento tanto vasto ed estremo. Da qui si sono indagati tutta una
Nelle pagine precedenti:
Nelle pagine precedenti:
fig.114- Veneto Orientale e Friuli Occidentale, innalzamento del medio mare, +1m (+0,5°C). Fonte: sealevel.climatecentral.org fig.115- Veneto Orientale e Friuli Occidentale, innalzamento del medio mare, +2m (+1°C). Fonte: sealevel.climatecentral.org fig.116- Veneto Orientale e Friuli Occidentale, innalzamento del medio mare, +3m (+1,5°C). Fonte: sealevel.climatecentral.org fig.117- Veneto Orientale e Friuli Occidentale, innalzamento del medio mare, +5m (+2°C). Fonte: sealevel.climatecentral.org fig.118- Bibione, particolare della diga a mare sul tratto di arenile in località Lama di Revellino: argine a protezione dalle mareggiate. fig.119- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nel centro urbano: situazione attuale. fig.120- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nel centro urbano: situazione a quota +1m. fig.121- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nel centro urbano: situazione a quota +2m. fig.122- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nel centro urbano: situazione a quota +3m. fig.123 Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nel centro urbano: situazione a quota +4m. fig.124- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nel centro urbano: situazione a quota +5m.
fig.125- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nella foce del Tagliamento, zona faro: situazione attuale. fig.126- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nella foce del Tagliamento, zona faro: situazione a quota +1m. fig.127- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nella foce del Tagliamento, zona faro: situazione a quota +2m. fig.128- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nella foce del Tagliamento, zona faro: situazione a quota +3m. fig.129- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nella foce del Tagliamento, zona faro: situazione a quota +4m. fig.130- Bibione, simulazione grafica di una risalita del medio mare nella foce del Tagliamento, zona faro: situazione a quota +5m.
serie di scenari futuri che hanno contemplato delle situazioni analoghe, nel tentativo di trovare una soluzione accettabile e “sostenibile” ricorrendo alla progettazione urbanistica ed al riassetto del territorio: minimizzare i cambiamenti climatici comporterebbe una massimizzazione della crescita nel lungo periodo. Per operare un alleggerimento delle emissioni della combustione e della produzione eccessiva di anidride carbonica sulla natura, la razionalizzazione del territorio amplificherebbe lo sfruttamento continuo e sistematico delle risorse rinnovabili. A ben vedere, però, quasi tutte le sorgenti rinnovabili – come biocarburanti, biomasse, biogas, radiazioni solari, calore geotermico, eolico, idroelettrico, piezo-
elettrico e osmosi marina – esaspererebbero lo sfruttamento intensivo dell’ambiente poiché richiederebbero dispositivi molto invasivi per la trasformazione di energia da qualsiasi tipo di sorgente utile allo scopo. Tutti questi espedienti – fonti di energia rinnovabile comprese – saranno sufficienti per generare un nuovo aumento della produttività qualora si verificasse una nuova caduta ciclica dei profitti? Il superamento dei limiti immanenti del sistema avviene soltanto con dei mezzi che pongono di fronte gli stessi confini su nuova e più ampia scala, con “effetti collaterali” proporzionati di volta in volta alla dimensione del problema.
A fianco: fig.131- Mappa Europea della vulnerabilità all'incremento del livello del mare fino alla quota di 5 metri. Fonte: Paola Viganò, Extreme City, p.10, EEA, EUROSION, European Environment Agency: http://www.eeaeuropa.eu/data-and-maps/data/five-meter-elevation-contour-line
Note 1
L. BAEHR, “The West Antarctic Collapse is now unstoppable – Here’s what that will do to the world”, Business Insider, 12th May 2014. Se per l’Artide si ha ormai la certezza, l’allarme per il Polo Sud – lanciato anche dalla NASA – conferma i primi studi del 1978 del professore John H. Mercer dell’Università dell’Ohio. Viceversa, uno studio realizzato nel 2008 dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) prevede un aumento di “soli” 50cm entro il 2070 (1m nel 2100), ma classifica le città portuali più esposte al problema (per l’Italia solo Napoli, escludendo Venezia). Si veda: C. RASMUSSEN, West Antarctic glaciers appears unstoppable, 12th May 2014, consultabile on-line al sito: http://
www.jpl.nasa.gov/news/news.php?release=2014-148; H. MERCER, “West Antarctic ice sheet and CO2 greenhouse effect: a treat of disaster”, Nature, 271, 26 January 1978, 321-325; R.J. NICHOLLS [et Alii], Ranking port cities with high exposure and vulnerability to climates extremes. Exposure estimates, OECD Environment Working Papers no.1, Paris, OECD Publishing, 2008, disponibile al sito http://www.oecdilibrary.org/ 2
G. LUBIN, M. NUDELMAN, “Rising sea level could cause staggering damage to these cities”, Business Insider, 22nd April 2014.
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Conclusioni
Il modello di «spazio sistematico» adoperato per la fondazione della città balneare di Bibione fa parte di un bagaglio culturale storicamente consolidato che le società Occidentali adottano, consapevolmente o meno, per semplificare l’ordine naturale dell’ambiente nativo. Con una distribuzione rapida ed equa delle aree geografiche, si sono trasformate le singole località in territori “contenitore” per sfruttare al massimo le risorse disponibili e generare ricchezza. La valorizzazione di materiale di scarso pregio, estratto e trasformato col lavoro a basso costo, imprimerebbe una qualità aggiuntiva al prodotto finito: questi passaggi lo renderebbero interessante ai possibili acquirenti dei mercati esterni e la sua vendita permetterebbe guadagni eccezionali in grado di coprire le spese relative alle fasi di produzione. I beni così generati devono avere la caratteristica di appagare un’esigenza altrimenti insoddisfatta, se non addirittura di crearne una nuova. Nella foce del Tagliamento, la migliore risorsa a costi contenuti è stata individuata nei detriti degli arenili un tempo abbondanti, il cui valore di scambio è di per sé nullo: spostando sabbia dai luoghi di accumulo a quelli di erosione, spianando i cordoni retrodunali incolti ed abbattendo parzialmente le aree boschive della pineta si è creato lo spazio per le attività ludico ricreative; il lavoro di costruzione e delle opere di urbanizzazione ha dunque valorizzato il valore iniziale. Generato in questo modo il prodotto dell’industria turistica, si è posta in vetrina la “merce” della vacanza tramite l’operato delle agenzie di viaggi. Infine, si è fatto in modo di trasportare i consumatori
finali alla meta desiderata, ossia quella in grado di soddisfare le esigenze dello svago e del riposo. La realizzazione di questo sistema, capace di rispondere al più alto numero di bisogni attraverso lo snodo della contrattazione commerciale, impone un ordine matematico che non consideri la natura originaria e semplifichi l’ordine complesso dell’ecosistema. Bibione, nata senza un piano regolatore che ne ottimizzasse lo sviluppo, ha assimilato inconsapevolmente le logiche dello «spazio sistematico», che si sono diffuse capillarmente perfino nelle aree periferiche marginali: la conferma è espressa in un articolo della rivista di architettura “Casabella” del 1982. Nella presentazione del progetto per il mercato urbano di Bibione, realizzato dall’architetto friulano Gianugo Polesello, sono riportate le seguenti parole: «Questo progetto […] viene presentato per il suo interesse singolare e per il suo essere frammento autonomo di una progettata geometria territoriale. […] Gli “oggetti” che definiscono e incarnano il piano sono entità staccate e solo volumetricamente definite, mentre il mercato non compare nemmeno tra i poli che dislocano su un’area al bordo del mare […] attrezzature urbane la cui geometria è un modo di misurare il territorio. […] Polesello misura un territorio marittimo stratificato, in cui i due porti posti agli antipoli del sistema sono un quadrato e un esagono, segni senza volume. Da una richiesta di piano particolareggiato, e di un mercato a parte, a una serie di poli nella geometria di un teorema mentale […]. La composizione per parti formalmente compiute si trasforma al cospetto di un intero territorio in segni di un codice soltanto geometrico, cioè esattamente di misurazione del terreno, secondo forme pure, il triangolo, il quadrato, l’esagono,
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l’ottagono, il cerchio. Da una parte il segno forte e alto delle torri per la residenza in città, dall’altro il molo virtualmente infinito […]»1.
In generale, la regola del modello e della creazione dello spazio consiste nella riduzione delle accidentalità in entità atomiche ordinate, che in seguito si dilatano in un’estensione continua ed infinita: per far ciò, si isolano determinati fatti di un certo dominio di esperienza, si regolarizzano tutte le differenze che si incontrano e si discretizzano le informazioni in un reticolo di punti su uno specifico campo di applicazione. L’operazione risulta essere così introdotta da un processo artificiale di approssimazione, in modo da ristabilire le medesime relazioni – altrimenti impossibili – fra le leggi alle grandi scale e l’andamento delle stesse regole alle piccole distanze, allo scopo di individuare ed introdurre una serie di strutture invariabili che rimangano identiche nel cambiamento. È dunque un “antagonismo” al confronto reciproco di due entità – un’irrazionalità dei rapporti tra cose incommensurabili (antanairesis) – che impone uno standard generale comune: un’eliminazione di quantità considerate evanescenti per evitare una complessità inutile ai fini del calcolo che si vuole effettuare. Lo scarto di tutto quel che non viene ritenuto conforme – di ciò che esiste, ma che non si considera – è quello che imposta il range di riferimento per evitare le incoerenze: lo spazio – per poter essere tale, cioè razionale – non tollera lacune nel continuo. Lo standard in questione, necessario per comparare entità tra loro differenti, viene definito come “misura”, la quale assegna un numero reale ad una unità di base. Essa riduce tutto alla propria norma e rende quantificabile l’estensione degli insiemi a cui è applicata: modalità e velocità di crescita dei numeri sono così correlate alle procedure di espansione continua delle figure geometriche. A tal proposito si ricordano le parole del geografo Franco Farinelli, il quale afferma che «Spazio, bisogna a questo punto precisare, è una
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parola che deriva dal greco stadìon. Per gli antichi greci lo stadio era l’unità di misura delle distanze, e significava dunque alla lettera un intervallo metrico lineare standard. Ne deriva che all’interno dello spazio tutte le parti sono l’un l’altra equivalenti, nel senso che sono sottomesse alla stessa astratta regola, che non tiene affatto conto delle loro differenze qualitative»2.
Per coincidenza, sullo stesso numero della rivista Casabella nel quale fu pubblicato il progetto di Polesello per Bibione, usciva anche un articolo del filosofo Massimo Cacciari dal titolo «Nihilismo e progetto»3: una continuazione delle riflessioni già iniziate per la rivista “Laboratorio politico”, nel quale si cercava di dipanare il problema sollevato dall’uso contemporaneo e “normale” della parola “progetto”. L’analisi effettuata si riallaccia direttamente al concetto spaziale fin qui illustrato. Nello specifico, «il progetto è inteso come intrinsecamente produttivo: esso elabora modelli di produzione. Il pro-durre è compreso nel pro-getto che ne illumina il senso ed il fine. Nel progetto si tratta perciò della strategia in base a cui qualcosa deve essere prodotto, qualcosa va portato-fuori, alla presenza. Il progetto pre-vede, per così dire, questa futura presenza, ne dispiega in anticipo i futuri tratti»4.
La condizione necessaria per il progetto è dunque quella di muoversi in un terreno libero, sgombro da residui che ne possano limitare e contenere l’azione produttiva: «Libero è chi è riuscito, felicemente riuscito, a spezzare i vincoli del presupposto gettandosioltre (Ent-wurf e pro-getto), un solutus, un absolutus: così il cogito cartesiano in quanto nuovo soggetto-fondamento, così il moderno Stato – e in quanto sciolti-assoluti-liberi, anche autonomi, dotati, cioè di un nomos proprio, rispettanti esclusivamente la propria legge, e non una legge pre-supposta, un Ge-setz»5.
L’azione progettuale necessita dunque di una tavola sgombra da preconcetti e condizionamenti, su cui si possa applicare ex novo, ex nihilo, l’inedito sistema logico che si vuole
far dominare incontrastato: una tabula rasa che, come le tavolette di cera degli antichi, si trasforma in un “palinsesto” a seguito di tutte le raschiature effettuate per potervi riscrivere sopra – come sostenuto da André Corboz6. In tale operazione, il terreno viene mutato in territorio: la Terra viene ridotta a superficie e passata alle affilate lame del pensiero moderno – del cosiddetto “rasoio di Occam” – che semplifica ed elimina ciò che viene considerato inutile da e per questo sistema. Tuttavia, per un eccesso di riduzioni, anche le soluzioni più eleganti possono condurre a conclusioni chiare, semplici ma erronee: «God doesn’t always shave with Occam’s razor»7; «Occam’s is a rule of thumb – no less, no more. It does not carry the weight of law»8.
Perché dunque il modello di «spazio sistematico» fin qui analizzato risulta essere in crisi – come evidenziato perfino in una città contemporanea secondaria e minore, come quella di Bibione? Sia la “gemmazione spontanea” dello spazio urbano di Bibione, sia il tentativo di una sua riorganizzazione efficace – ricercata con una pianificazione accurata e colta ad opera dell’architetto Polesello – non si dimostrano in fondo differenti ed antitetici tra loro nella propria più intima natura. Al contrario, essi sono così affini e somiglianti tanto da aderire e concorrere entrambi inconsciamente alla costruzione di una impossibile sintesi totale di tre concetti generali che tendono singolarmente all’universalizzazione: l’ordine sociale dominante, lo «spazio sistematico» suo strumento e l’accumulazione infinita come fine ultimo per auto-mantenersi. La modalità di fusione di questi sistemi differenti segue quattro precise norme: «La prima è quella del fenomenismo, in base alla quale non esiste nessuna reale differenza fra “essenza” ed “apparenza” delle cose. La seconda è quella del nominalismo, strettamente legata alla prima. Essa afferma che l’”universale” è soltanto una proprietà della costruzione linguistica, e
il risultato di una sorta di gioco linguistico, o al massimo di atti mentali connessi a tali giochi; nel mondo dell’esperienza, al contrario, non vi sarebbe niente di “universale”, poiché le uniche corrispondenze possibili tra sapere e realtà riguardano esclusivamente singoli oggetti concreti. La terza regola, perciò, nega espressamente ogni validità conoscitiva alle espressioni normative e ai giudizi di valore. Quest’ultimi restano evidentemente sempre possibili, ma non avrebbero nessuna giustificazione scientifica e si fonderebbero soltanto sulla nostra arbitrarietà […]. Infine, la supposta unità dei metodi di conoscenza sarebbe possibile soltanto a patto della riduzione di tutto il sapere umano alle proprietà fisiche, della riduzione di qualsiasi termine ai termini della fisica. E, come ricorda Charles Bazerman a proposito delle origini della scrittura scientifica, entro la struttura della comunicazione che riguarda la scienza anche i re, le nazioni e i testi sacri perdono il loro potere di fronte a quelle rappresentazioni della natura che vengono identificate come fatti empirirci»9.
La logica del modello spaziale è diventata così tanto radicata e penetrante da essere ritenuta quasi scontata grazie alla sua promessa di una perfetta armoniosità: la sua applicazione automatica ed involontaria non le impone alcun vaglio di conferma a qualsiasi livello, dalla piccola scala alla dimensione planetaria («dal cucchiaio alla città», per citare la celebre espressione dell’architetto Ernesto Nathan Rogers). Il motivo di tanta fiducia riposta in tale modello risiede nel fatto che esso rappresenta, in realtà, il più potente strumento di dominio mai escogitato, il più formidabile sistema di controllo e di estensione del potere su tutte le cose. Tra tutti gli strumenti, infatti, esso è quello che mette un’ipoteca sul futuro, proietta se stesso in avanti: si vede in anticipo perché previene ciò che può essergli nocivo. Da qui la sua auctoritas, la sua comune e libera accettazione, in quanto contiene la promessa di concretizzare le idee nella realtà: una utopistica fiducia di dominare il divenire, «sogno epistemico» della Tecnica per eccellenza. Ad ulteriore spiegazione di come e perché questo archetipo unicizzante si sia imposto nella pratica architettonica così come in quella
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urbanistica, si ricordano le parole che sempre André Corboz scrisse in un articolo del 1993: «La generazione dei Ciam è implicitamente dell’avviso che lo spazio sia il “vuoto”, ovvero tutto ciò che sta tra i “pieni”, un’opinione che prevale ancora oggi. E se quella generazione non si pone domande sulla natura del fenomeno spaziale è perché lo spazio le appare come un’evidenza: è a nostra disposizione tutt’intorno a noi, esiste in quantità illimitata, non offre alcuna resistenza. Lo spazio è il nostro ambiente vitale per eccellenza: poiché lo considerano come un dato inconfutabile, i teorici e i progettisti non si chiedono mai a quale nozione di spazio si riferiscano, in altre parole, quale struttura quello spazio possieda. Se il generico terminologico non dà noia a nessuno è senza dubbio perché i protagonisti del movimento moderno condividono una medesima filosofia scientifica, il positivismo. Dobbiamo perciò notare che, dichiarando di fondere la loro azione sulla scienza, essi sono lungi dal riferirsi allo stato più recente di questa istituzione e perfino che si sono fermati a uno stadio che non ha quasi più nulla da offrire»10.
Si potrebbe dunque affermare che i maestri del movimento moderno abbiano ispirato la ricerca architettonica dei loro anni e di quelli a venire seguendo le linee guida del positivismo e dello scientismo, quasi fossero stati – per usare il gergo della cultura mass-mediatica di oggi – degli “opinion leader” o “influencer”. La profonda ragione della crisi del modello di «spazio sistematico» risiede perciò nel fatto che esso non è stato ancora aggiornato alle nuove concezioni portate avanti con le “ultime” scoperte della fisica. Sempre Corboz scrive infatti che «Mentre la rappresentazione dell’universo era messa sottosopra dal dibattito sulla teoria della relatività, tutto si svolse come se, per quel che riguardava il loro campo d’azione, la concezione precedente fosse ancora valida. Volevano ripensare da cima a fondo e l’architettura e la città per arrivare a soluzioni totalmente nuove e universalmente recepibili, ma non sono riusciti a risalire alla sorgente del proprio credo scientifico e a criticare i propri postulati. Dopo tali constatazioni è necessario chiedersi
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se la mentalità spaziale abbia progredito dopo l’avvento del pensiero Ciam. […] Salvo rare eccezioni (ma si tratta più d’impressioni che di certezze), tutto continua, per gli architetti e gli urbanisti, a svolgersi nelle trappole della sacrosanta prospettiva, prima matrice dello spazio assoluto, poiché anch’essa presuppone uno spazio omogeneo. E non è nemmeno la generalizzazione del computer CAD, prospettivista al cento per cento, che sta mutando i modi della percezione, dunque la routine mentale, o ancora le pratiche»11.
Per Corboz, quindi, la ricerca è in ritardo di quasi due secoli rispetto ai primi lavori che hanno iniziato a sottoporre a critica radicale la geometria euclidea, partendo dagli studi del matematico Karl Friedrich Gauss (1777-1855) e dall’analisi delle geometrie iperboliche: Gauss fu forse il primo a comprendere che il quinto postulato di Euclide – quello su cui si è fondata tutta la struttura del modello spaziale piano – non era indispensabile per costruire una geometria coerente. Studiando le proprietà intrinseche delle superfici e trascurando il tipo di spazio in cui sono immerse, si avviò un metodo d’indagine che successivamente portò il matematico Georg Friedrich Bernhard Riemann (1826-1866) all’elaborazione di una disciplina del tutto nuova: la geometria della sfera. Più in generale, infatti, negando il postulato delle rette parallele è possibile costruire dei sistemi curvi in cui queste hanno sempre un punto in comune anziché non incontrarsi mai all’infinito. Sulla base della matematica riemanniana, Albert Einstein (1879-1955) riuscì inoltre ad elaborare la teoria della relatività ristretta nel 1905 e quella della relatività generale nel 1915: una scienza della gravitazione dimostrata dalla deviazione che il percorso della luce subisce dall’attrazione del Sole nel suo tragitto fino all’osservatore. Tale percorso non sarebbe dunque rettilineo, bensì seguirebbe le traiettorie geodetiche dei campi di gravità, i quali hanno uno sviluppo del tutto analogo alle superfici curve descritte dai principi non euclidei: una geodetica, in matematica ed in
geometria differenziale, è la curva più breve per raggiungere due punti su uno spazio non piano. Alla scala planetaria, cioè sferica, la geodetica è oggi il tragitto più breve compiuto da un aereo a reazione quando parte dall’aeroporto di Venezia Marco Polo per giungere fino a quello di Londra Gatwick come sua destinazione finale in un’ora e quaranta minuti di volo. È il tratto di ferrovia a cui può essere approssimata la linea che collega la stazione di Yiwu West, nella provincia orientale di Zhejiang in Cina, e lo scalo di arrivo di Barking a Londra dopo dodicimila chilometri percorsi in diciotto giorni da un treno merci. È la rotta seguita dalle navi che, passando da Singapore, nel golfo di Malacca in Malesia, attraversano l’Oceano Indiano e risalgono il Mar Rosso fino al Canale di Suez per entrare nel Mar Mediterraneo. È l’itinerario della rete stradale che un cittadino della Germania dell’Ovest percorreva in circa quattordici ore per arrivare nelle spiagge italiane dell’Alto Adriatico. Ma soprattutto, sono i percorsi dei flussi di informazione che oggi vengono scambiati, sotto forma di onde elettromagnetiche, tra i ripetitori terrestri ed i satelliti in orbita per veicolare informazioni da un punto ad un altro del pianeta nel giro di pochi secondi. La trasformazione degli atomi in bit è ciò che oggi muta qualcosa che si tocca, si pesa e si vede in qualcosa di impalpabile, inconsistente ed invisibile: la materia viene convertita in informazione, dunque informatizzata, e spedita in punti assai distanti da quello di origine. Lo sviluppo tecnologico – attraverso l’uso simultaneo e congiunto dell’informatica, dell’elettronica e della cibernetica – ha aumentato la velocità di comunicazione dei dati, delle notizie e degli aggiornamenti su ciò che accade su tutto il pianeta. Seguendo una tale rivoluzione, dunque, lo spazio non sarebbe più una misura metrica lineare standard, ma sicuramente qualcosa di più complesso; parafrasando Farinelli, la definizione di spazio si potrebbe semplificare semmai ad una misura metrica, geodetica (o curva) a più standard di
decriptazione. Che cosa comporta un simile cambiamento? Per gli insiemi non in movimento – in uno stato di quiete o che si spostano a velocità costante – resta valido il sistema di riferimento inerziale descritto dalle leggi della meccanica: negli edifici e negli oggetti ancorati al pianeta, come le architetture e le infrastrutture stabili, si applicano le regole dello spazio assoluto di Newton. Non essendoci cambiamenti dei principi della fisica, che alterino i valori percettivi ed intuitivi della realtà, anche il significato simbolico dello «spazio sistematico» rimarrebbe come finora descritto: pertanto una limitata porzione di terreno potrebbe ancora essere ricondotta ad un piano bidimensionale. Tuttavia, le capacità informative e sensoriali in un sistema accelerato appaiono invece differenti rispetto a quelle degli osservatori che si trovano in realtà locali immobili. In tali insiemi, dove il movimento avverrebbe secondo modalità non costanti, risulterebbe più difficile comprendere lo spostamento tra due oggetti: come nel caso di una macchina in sorpasso che tenta di capire quanto rallenta l’automobile superata o nell’ipotesi di un treno in frenata che si deve coordinare con un altro in diversa decelerazione per entrare nella medesima stazione di scambio. La difficoltà di calcolo diventerebbe ancor maggiore se alle auto ed ai treni si sostituissero dei dispositivi che veicolano energie prossime alla velocità della luce, quali sistemi satellitari e cellulari: di fatto, questi strumenti sono responsabili del passaggio da una configurazione statica ad una di moto discontinuo, poiché mettono in comunicazione strutture che viaggiano ad andature con ordini di grandezza notevolmente differenti. Dal punto di vista intuitivo – quindi anche simbolico – ciò significa alterare la valutazione delle distanze, delle misure e della successione degli eventi, dato che i tempi di percorrenza delle informazioni non sarebbero più legati alle condizioni di quiete o di moto continuo a cui si era abituati. Secondo le leggi della relatività, è possibile misurare i pochi istanti che intercorrono tra il segnale inviato ad un satel117
lite e quello in arrivo su un ricevitore, tenendo conto delle variazioni del campo gravitazionale che questi impulsi devono attraversare. Per le onde elettromagnetiche, infatti, lo spazio si incurverebbe e la misura del tempo si dilaterebbe – cioè scorrerebbe più lentamente rispetto agli altri elementi estrinseci. Considerando tali effetti in modo da correggere i calcoli, si ottiene una capacità di sincronizzazione molto elevata tra quei dispositivi mobili tra loro interconnessi. La sincronizzazione del mondo, inedita fino a pochi anni fa, permette il coordinamento simultaneo di oggetti ed individui, le cui reazioni possono così essere istantanee anche per tutti quegli avvenimenti che avvengono ai loro antipodi. Nella realtà quotidiana più comune, un esempio di questa sincronicità è ciò che banalmente avviene con i mezzi di trasporto nelle grandi metropoli: con lo sviluppo della rete GPS attorno al globo, è possibile localizzare geograficamente un punto in movimento e conoscere la posizione in tempo reale di autobus, tram, treni, metropolitane, aerei e servizi taxi (si pensi ad applicazioni per smartphone come Citymapper o Uber). Alla scala globale, territoriale ed urbanistica si ha dunque l’impressione che lo spazio tridimensionale diventi “elastico” se non addirittura “fluido”, dotato cioè della capacità di espandersi o ridursi rapidamente a seconda del numero e della durata delle connessioni che vengono attivate tra punti molto distanti. La teoria della relatività, infatti, unisce una quarta dimensione – quella del tempo – alle precedenti tre di lunghezza, larghezza ed altezza già codificate. Per uno spazio del genere significa quindi che si deve aumentare il numero di informazioni da conoscere per definire con precisione la posizione di un oggetto12. Il problema odierno risiede dunque nel modo di aggiungere una grandezza rispetto a quelle date, passando «da tre a quattro» estensioni essenziali: il modo di restituirle graficamente finora utilizzato si dimostra così insufficiente a soddisfare le necessità descrittive. Con la tecnica del disegno piano e della prospettiva si è 118
stati abituati all’operazione contraria, cioè a sottrarre la profondità dei corpi, passando «da tre a due» informazioni. Si rende cioè evidente un problema di inadeguatezza del linguaggio grafico, incapace a descrivere il funzionamento del mondo fisico reale, dove parole e disegni si scontrano con una quantità di calcolo sempre più crescente. Se nel campo dell’architettura sono stati fatti dei progressi grazie all’uso dei computer e dei software di progettazione tridimensionale – che hanno facilitato la gestione delle superfici al pari degli studi di Gauss – dal punto di vista urbanistico, invece, continua a mancare un modello adeguato che restituisca correttamente quell’ambiente naturale dentro cui l’uomo si trova ad operare: un Oikòs che si dilata e restringe in funzione della relativizzazione del Chronos, ovvero della condizione di discontinuità delle successioni temporali. A questo punto, non si può far altro che notare come il germe di un nuovo modello spaziale, che sta andandosi inconsapevolmente a codificare, si differenzi dal precedente per la sua capacità di trasformare direttamente la οὐσία in ἐνέργεια, dato che la materia può essere convertita in energia se moltiplicata per il quadrato della velocità della luce (a patto di continuare a ridurre l’essenza di una cosa alle sole consistenze materiali). Le organizzazioni che da più di vent’anni trasformano gli atomi in bit ed offrono servizi online sono state le prime ad aver inteso il senso di questo profondo cambiamento, almeno sotto il punto di vista logico e simbolico: «Potrebbe anche accadere che prossimamente l’energia appaia come misura comune di tutte le attività. Essa svolgerebbe allora il ruolo che in Marx svolgono il lavoro ed il tempo di lavoro (sociale) considerato come rapporto sociale con la natura e come uso produttivo di una energia naturale, quella del corpo del lavoratore»13.
L’esattezza della geometria euclidea non ha luogo nelle quantità energetiche, in quanto inizia ad affievolirsi quella forza coercitiva che regolava le attività umane attraverso la dispo-
sizione degli oggetti nello spazio. Il nuovo tipo di città che si sta delineando, legato al cyberspace, non ha più un centro ed una periferia: quest’ultimo è fuori da ogni confine, poiché è lì che ormai risiede la parte più attiva e mobile del capitale finanziario. Pertanto, ciò che non è connesso – quel che non ha alcun avatar virtuale – semplicemente non esiste o inizia ad avere una scarsa rilevanza. I rapporti di vicinanza e la rappresentazione delle cose sotto l’aspetto fenomenico non hanno ormai un grande valore effettivo, economico-politico od anche simbolico. Trovando un’equivalenza con gli sviluppi della fisica, tutta la materia viene oggi considerata sotto il punto di vista dell’energia, dato che quest’ultima viene sempre più intesa come la principale leva utilizzata per generare una crescita economica. Il potenziale energetico di un oggetto diventa il criterio di valutazione con cui si osservano le consistenze urbane delle città: i “vuoti” delle campagne ed i “pieni” del costruito vengono così privati della vecchia importanza geometrica e volumetrica ed equiparati sotto il profilo di questa nuova concezione. Resta da chiedersi cosa comporti una riduzione radicale delle qualità intrinseche dei diversi enti alle sole quantità numeriche, ma ciò risulta essere lo stesso problema che soggiace alla logica nominalistica – unica invariante in questo cambiamento. Pertanto, la seconda parte del presente lavoro ha portato un esempio di come questo mutamento di pensiero possa coinvolgere la «città delle vacanze» di Bibione e stravolgerne la sua natura ludico-ricreativa. Rispetto ad altre situazioni urbane analoghe, essa ha assimilato il precedente ordine di «spazio sistematico» in maniera quasi inconsapevole e casuale, presentando così una maggiore vulnerabilità alle trasformazioni di funzioni e significati. Alla stessa maniera, la città del litorale bibionese potrebbe volgersi verso un nuovo assetto di stampo energetico senza però comprenderne le implicazioni più profonde: non sarebbe dunque un caso che le dinamiche globali stiano diventando qui più pressanti che altrove,
ossia dove queste aree periferiche non si sono ancora imposte come entità precise da difendere e si offrono come campo di sperimentazione per tutti quei meccanismi di “raschiatura” e “riscrittura” sopra descritti. Il calcolo energetico delle superfici agricole si presenterebbe così come la matrice di un possibile assetto futuro del territorio – ossia una rappresentazione numerica di un ipotetico scenario in divenire, che già altri studi e ricerche suggeriscono essere svincolato dalla sfera strettamente “oggettuale” della materia. Con questo lavoro si è voluto sottolineare quali siano le tendenze già palesatesi in diversi ambiti disciplinari, che stanno adottando un sistema di pensiero differente rispetto a quello cui siamo stati abituati fino pochi anni fa.
Nella pagina precedente: fig.132- Bibione, fotografia agli infrarossi dell'area agricola del VI Bacino.
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Note 1
G. POLIN, Una geometria territoriale, «Casabella», Op.cit., 2.
2
F. FARINELLI, Geografia, Op. cit., 11
3
M. CACCIARI, Nihilismo e progetto, «Casabella», Op.cit., 50.
4
M. CACCIARI, Progetto, «Laboratorio Politico», I, 2, Einaudi, Torino Marzo-Aprile 1981.
5
Ibidem.
A. CORBOZ, “Il territorio come palinsesto”, «Casabella», XLIX, 516, Electa, Milano Settembre 1985. 7 D. HALL, “Letters, God’s Razor” in New Scientist, 1922, 23rd April 1994, 51.
comes to living systems” in New Scientist, 1917, 19th March 1994. 9
F. FARINELLI, “Le tavole, la storia, il discorso”, in Quaderni di discipline storiche 11, Cleub, Bologna 1997.
10
A. CORBOZ, “Avete detto spazio?”, in Ordine sparso. Saggi sull’arte, il metodo, la città e il territorio, a cura di P. Viganò, Franco Angeli, Milano 1998, 228.
11
A. CORBOZ, “Avete detto spazio?”, in Ordine sparso, Op. cit., 231.
12
L. RANDALL, Passaggi curvi. I misteri delle dimensioni nascoste dell’Universo, Il Saggiatore, Milano 2008, 27, 29.
13
H. LEFEBVRE, Lo Stato nel mondo moderno, I, Ed. it. Dedalo Libri, Bari 1976, 84.
6
8
C. TUDGE, “Forum: The blunting of Occam’s razor – Colin Tudge is keeping his options open when it
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Postfazione: i modelli spaziali
Il dibattito contemporaneo sulla globalizzazione è legato a doppio filo con quello sulla sostenibilità: l’insieme di strategie comuni da adottare per avere una crescita economica continua in un ambiente ad alta competitività. Si tratta di una mobilitazione planetaria e totale, sotto la spinta della tecnica e dell’economia, che oltre all’intero spazio terrestre, marittimo, aereo e sotterraneo, coinvolge in pieno anche gli ambiti sociali, relazionali, intellettuali, etici e morali di tutto il genere umano. Il nodo centrale della questione risulta così essere il controllo delle risorse del pianeta: la modalità attraverso la quale la civiltà odierna stringe le fila di un ordine assoluto, fondato sul primato indiscutibile del Capitale. Nell’ipotesi non così remota in cui non si riuscisse più ad avere tali risorse a disposizione, l’intero ordine secolare finora conosciuto rischierebbe di essere messo in discussione: l’incognita sarebbe quella di dirigersi verso una situazione di caos sistemico che scuoterebbe dalle basi gli Stati nazionali e la loro stessa ragione d’essere, dalla struttura di potere fino all’organizzazione economico sociale. Può dunque esserci una crescita illimitata in uno spazio finito? Tale quesito – centrale nel dibattito sulla sostenibilità – in realtà si interroga su una delle più importanti crux filosofiche ed epistemologiche dell’intelletto umano, che si ritrovano fin dall’antichità nelle riflessioni sull’identificazione di un metodo efficace per ottenere una conoscenza certa del mondo e pertanto sulla scelta di quale modello conoscitivo1 – in questo caso spaziale – sia più consono da adottare2. Per quanto lontani possano
sembrare, i prodromi del nodo scientifico e filosofico risalgono almeno al dibattito cosmologico presocratico sulla natura del mondo, su quella che i greci chiamavano ϕύσιϛ (phýsis)3. Sono due le posizioni archetipiche – i modelli appunto – che ancora oggi si impongono su posizioni contrapposte, con differenti evoluzioni ed apporti ricevuti nel tempo: - Il concetto di ἄπειρον (áperion) di Anassimandro di Mileto. - La natura dell’Uno, dell’Essere σϕαιροειδήϛ (sfairoeidés) secondo Parmenide di Elea. Per Anassimandro (610a.C.–546a.C.) tutto sarebbe riconducibile alla propria estensione materiale. Ogni singolo elemento esisterebbe solo in quanto non potrebbe che essere ben determinato: la restituzione della molteplicità del reale dipenderebbe dalla netta distinzione dei suoi vari aspetti caratteristici. Per potersi differenziare tra loro, tali corpi richiederebbero però uno spazio indefinito rispetto al quale affermarsi. L’indefinito di Anassimandro sarebbe dunque l’ápeiron, la “superficie primitiva” su cui eternamente si “tracciano” e si “cancellano” le linee del mondo: una genericità astratta da cui tutto emergerebbe ed a cui tutto farebbe ritorno. «Anassimandro […] ha detto […] che principio degli esseri è l’infinito […] da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo»4.
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Secondo questo punto di vista, i contrari si “staccherebbero” dallo sconfinato principio originario e si estinguerebbero nello scontrarsi l’un l’altro: l’esistenza delle cose di natura affronterebbe infatti la propria corruzione materiale nel corso del tempo, fino alla completa scomparsa. L’infinito sarebbe così “scaturigine”: una disponibilità senza limiti da cui gli opposti fuoriescono come da un contenitore – quest’ultimo inteso come il principio che abbraccia ed avvolge tutto. L’ápeiron sarebbe dunque una forza generativa necessariamente interminabile – progenitrice, parente e madre della forma5. Forse in contrasto con Anassimandro, Parmenide (ca.515a.C.-450a.C.) mosse invece la sua indagine filosofica dall’incompatibilità tra la materia fondamentale e lo spazio vuoto, inteso come un nulla assoluto nemmeno immaginabile. Nella visione parmenidea sarebbe inconcepibile che la materia possa presentare lacune nella propria estensione: essa sarebbe pertanto ininterrotta. Per Parmenide, infatti, l’Essere è continuo e senza vuoti: «[l’essere] “è”, e non è possibile che non sia […]» «[il non-essere] “non è”, ed è necessario che non sia»6.
Sulla base di questa premessa – il non essere assolutamente non è – Parmenide presenta 124
una serie di argomentazioni deduttive di riduzione all’impossibile, in cui vengono scartate una dopo l’altra tutte le determinazioni contrarie al postulato fondamentale – l’essere è identico a se stesso7. Da tali considerazioni si intende che per Parmenide l’essere è uno – ἓν (hen) – perché è continuo – συνεχές (sunexés) – compatto e non conosce fratture. È immobile – ἀτρεμὲς (atremès) – perché è tutto pieno e non deve colmare vuoti. È immutabile, perché è senza spazi di trasformazione – ταὐτόν τ' ἐν ταὐτῶι τε μένον καθ' ἑαυτό τε κεῖται. È eterno, imperituro, indistruttibile – ἀνόλεθρον (anólethron): non ha un passato, perché non sarebbe più; né un futuro, perché non sarebbe ancora. È ingenerato – ἀγένητον (agènēton) – perché non può derivare né dissolversi. È tutto intero perché è unico – οὐλομελές (ouloméles). Infine è indivisibile ed assolutamente uguale in ogni sua parte «simile a una massa di ben rotonda sfera» – πάντοθεν, εὐκύκλου σφαίρης ἐναλίγκιον ὄγκωι. Dunque, ciò che “non è” sarebbe ancora meno di un mero “vuoto” – inteso come un’area vacante – in quanto il nulla assoluto non esisterebbe e sarebbe solo una semplice illusione di esistenza. L’infinito dell’ápeiron – in quanto totale assenza, στέρησις (stérēsis) – non avrebbe così alcun luogo e non potrebbe pertanto sussistere: la molteplicità sarebbe ingannevole, soltanto apparente. Giudicare sulla base delle
Nella pagina a fianco: fig.133- Porzione di spazio piano infinito ed imperturbato con griglia di isocurve nulle. fig.134- Deformazione del piano causata da un punto attrattivo centrale: ogni singolo campo mantiene la stessa area e le medesime dimensioni spaziali, alterando invce quelle del tempo.
A fianco: fig.135- Modello curvo: schematizzazione dello spazio nullo.
Nelle pagine successive: fig.136- Modello curvo: spazio centrico attrattivo. fig.137- Modello curvo: spazio attrattivo tra due punti. fig.138- Modello curvo: spazio attrattivo tra tre punti. fig.139- Modello curvo: spazio attrattivo tra diversi punti. fig.140- Modello curvo: spazio attrattivo tra due punti in visualizzazione tridimensionale.
apparenze significherebbe così lasciarsi guidare dalla semplice opinione – δόξα (dóxa) – anziché procedere secondo la ricerca della sola verità – αλήθεια (alétheia). Trascurando l’implicito panteismo8, i diversi passi dell’opera parmenidea sembrerebbero conferire all’Ente unico una connotazione geometrica avvicinabile alla realtà materiale della natura. Se dal punto di vista ermeneutico ciò comporta una forzatura del pensiero dell’eleate – dato che le categorie del materiale e dell’immateriale nascono solo con Platone9 – da una contemporanea rilettura non si possono però ignorare le diverse analogie con le scoperte della rivoluzione della fisica operata dalla teoria della relatività. Tra i due modelli illustrati, quello di Anassimandro finora ha avuto maggior fortuna. Sembrerebbe di intuire che già Platone immaginasse lo spazio come un qualcosa dentro cui stanno le cose. Che quest’ultimo rivestisse un ruolo significativo nella cosmologia del filosofo ateniese lo si può dedurre da diversi passi del Timeo. Nello spiegare la χώρα (chōra), il terzo genere della cosmologia platonica10, la più celebre delle metafore utilizzate è proprio quella spaziale, in virtù della quale essa sarebbe la natura ed il luogo che accoglierebbe tutti i corpi: «Chōra riceve ogni cosa, senza prendere mai la
forma degli oggetti che ne diventano parte. È fatta per essere un modello per tutte le cose, che muove e prende la forma di ciò che riceve; ed è per questo che sembra ogni volta diversa»11.
Chōra si caratterizzerebbe dal fatto di “essere sempre” e di accogliere tutto ciò che entra ed esce in essa senza mai prenderne alcun aspetto. Sarebbe cioè madre – μήτηρ (métēr) – e nutrice – τροφόϛ (trophós) – che accoglie ed ospita il seme della creazione, dunque sede – ἕυδρα (eudra) – domicilio delle realtà soggette al divenire12: sostrato materiale che riceve le configurazioni di tutti gli enti sensibili. Da qui le basi del concetto di una spazialità intesa come contenimento e collocazione: essa sarebbe pertanto un «ricettacolo invisibile e senza forma […] dell’intero divenire». Nemmeno Aristotele riuscì a sfuggire al concetto dello spazio come contenitore. Nel VI libro della Fisica si riscontra infatti una duplice concezione del luogo – τόποϛ (tòpos) – inteso sia come “spazio occupato da un corpo” che come una “località nello spazio nella quale un corpo è situato”. Scrive infatti lo Stagirita che esso «[…] implica un’aporia: se è, che cos’è, forse volume di un corpo oppure qualche altra natura? In effetti si tratta di indagare prima di tutto il suo genere. Certo ha tre dimensioni: lunghezza, larghezza e profondità, dalle quali ogni corpo è delimitato. Ma è impossibile che lo spazio sia un
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corpo: in quello stesso spazio infatti potrebbero esserci due corpi»13.
Egli quindi riconosce l’illogicità derivante dalla catena illimitata degli spazi contenuti all’interno di ulteriori contenitori, come in un gioco perpetuo di matrioske: se tutto fosse inserito nello spazio, quest’ultimo a sua volta dovrebbe collocarsi dentro un altro ancora e così all’infinito. Ed è a questo punto che i modelli di Anassimandro e di Parmenide dimostrano di trovarsi su due fronti tra loro opposti: tra i più famosi difensori di Parmenide si ricorda infatti il suo discepolo Zenone di Elea (490a.C.431a.C. circa), il cui pensiero è attaccato proprio da Aristotele quando quest’ultimo cercò un principio per arrestare la progressione degli spazi all’infinito: «Ancora: lo spazio stesso, se è uno degli enti, dove sarà? In effetti l’aporia di Zenone richiede un qualche discorso: se infatti tutto ciò che è è in uno spazio, è evidente che ci sarà anche uno spazio dello spazio, e ciò procede all’infinito!»14.
Nel tentativo di confutare il pensiero di Parmenide, Aristotele argomentò contro le affermazioni di Zenone, elencandone dunque i suoi famosi paradossi: quattro contro il movimento e due contro la pluralità (o molteplicità); tutti formulati in modo da mettere in evidenza l’aporia tra un sistema continuo ed 126
uno discreto. I paradossi contro il movimento si basano sulla riduzione progressiva delle lunghezze di percorrenza e sull’osservazione della decrescita all’infinito durante la divisione di una linea. Quelli contro la pluralità avevano invece il presupposto di dimostrare come la realtà di una cosa dipendesse dalla sua capacità di produrre un aumento o una diminuzione materiale se essa fosse stata aggiunta o sottratta ad un’altra entità. Infatti, una somma di grandezze di dimensione nulla, sia essa finita o infinita, fornisce sempre un risultato nullo: nella visione eleatica le cose dovrebbero così essere dotate di una certa mole, le cui parti si troverebbero in qualche modo distanti l’una dall’altra15. I primi paradossi sono una riflessione ante litteram sui limiti delle serie numeriche, dato che una linea continua può dirsi infinita in due modi: per divisione – κατά διαίρεσις (katà diaìresis) – oppure per gli estremi – τοῖς ἐσχάτοις (toîs eschátois)16. Si pensi ad esempio al paradosso dello stadio, che afferma come non si possa raggiungere la sua estremità senza essere arrivati prima alla metà del percorso, quindi alla metà della metà e così via – fino a non riuscire nemmeno a partire. Oppure al paradosso di Achille e la tartaruga, secondo cui il primo non potrebbe mai arrivare alla seconda se a questa venisse concesso un vantaggio iniziale, dato che il corridore dovrebbe prima
passare per tutte le posizioni precedentemente toccate dalla testuggine per raggiungerla – facendo così in modo che la distanza tra i due non si annulli mai e si riduca sempre più all’infinitamente piccolo. Per Zenone la contraddittorietà alla base dei paradossi risiederebbe nel ritenere vere sia l’infinita divisibilità delle cose, sia l’esistenza di un ente senza dimensioni: per evitare l’assurdo contraddittorio, quindi, il punto geometrico dovrebbe inevitabilmente avere una sua estensione minima indivisibile – così come l’Essere, l’Uno parmenideo. Questa soluzione bloccherebbe il frazionamento senza limiti e la fuga verso l’ápeiron. Aristotele invece riconobbe in tale affermazione una realtà intesa come un tessuto atomistico di principi non frazionabili. Contrariamente al pensiero della scuola di Elea, egli cercò di confutare tali concetti sostenendo che un elemento di lunghezza nulla non necessariamente sarebbe irreale: ciò che non è – che non avrebbe dimensione alcuna – potrebbe comunque esistere. In tal senso, una linea non sarebbe composta da una somma di singoli punti, ma verrebbe generata dal movimento e dal cambiamento di posizione di una unità inestesa – στιγμή (stigmé, punto). Nel corso dei secoli, tuttavia, tali confutazioni non ebbero un giudizio definitivo sulle teorie della scuola eleate: i matematici moderni ten-
dono infatti ad esaltare le argomentazioni di Zenone come basilari esempi sulle possibilità del calcolo infinitesimale. Tutti i paradossi nati in difesa delle idee di Parmenide furono definiti estremamente sottili e profondi dal filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970). Lo stesso Russell, nell’offrire la propria interpretazione ai paradossi, li risolse affermando che due insiemi infiniti in egual numero possono comunque essere l’uno più grande dell’altro, aprendo dunque la questione della densità: la grandezza di un insieme verrebbe considerata non solo per la sua cardinalità – il numero di elementi al suo interno – ma anche per l’estensione propria e di quella dei suoi singoli elementi. Lo stato attuale della conoscenza scientifica riscopre quindi un nuovo tipo di “parmenidismo” soprattutto nelle idee della teoria della relatività e nella descrizione della consistenza materiale dell’universo17. Lo spazio piano infinito ed imperturbato espresso dal concetto dell’áperion non sembrerebbe esistere nella realtà in termini generali, poiché in esso non dovrebbero esserci modifiche apportate da alcun tipo di energia o materia. Infatti, gli assi del suo andamento a griglia (rette parallele ed ortogonali tra loro) schematizzerebbero solo isocurve gravitazionali nulle: lo spazio del vuoto assoluto. Per fare un esempio, lo si potrebbe paragonare ad un immateriale foglio a 127
quadretti su cui non sarebbe ancora stato scritto niente, sopra cui non vi fosse stata versata alcuna goccia di inchiostro. Il modello della realtà, invece, sembrerebbe essere il risultato di una deformazione continua, dato che la materia – alta concentrazione di energia – piega ed incurva lo spazio al suo intorno. In altre parole, le masse presenti perturberebbero l’universo come un unico campo globulare. Per ritornare all’esempio precedentemente esposto, le gocce di inchiostro anticiperebbero il foglio stesso: come se i primi puntini dessero origine ad una griglia deformata attorno a loro, increspando ed alterando la superficie della carta già in partenza. 128
Più densa sarebbe la macchia d’inchiostro, più la carta verrebbe da essa risucchiata, fino ad accartocciarsi in una palla rotonda. Una sorta di paradossale “sfera concava” che in maniera controintuitiva estenderebbe la propria influenza e si espanderebbe contraendosi18. Si tratterebbe cioè di una deformazione del piano cartesiano, non nel piano: come se gli stessi assi di ascissa ed ordinata si flettessero verso il punto del grafico tracciato. Se nello “spazio contenitore” è il limite ad essere indagato – in quanto è dal contorno che si colgono i tratti salienti dell’intero involucro (come esso sia fatto, che cosa vi si può trovare dentro e cosa resta fuori) – nello “spazio deri-
vato” è invece il centro che deve essere studiato, assieme a ciò che lo rende attrattivo e che ne stabilisce le sue variazioni: il confine si spoglia così di qualunque significato ed i processi diventano più importanti delle forme. Il punto comanda e lo spazio si adatta: le cose dunque sarebbero, non starebbero. Per comprendere meglio tale modello spaziale, si osservino gli schemi delle immagini riportate precedentemente (figg.136-140). - La prima figura corrisponderebbe alla condizione di nulla assoluto – di non esistenza secondo l’approccio parmenideo – schematizzata con un’area vuota solo per un migliore intendimento visivo. - Nella seconda figura si osserva come un singolo punto crei uno spazio centrico attrattivo ben diverso dalla griglia ortogonale cartesiana in cui di solito lo si collocherebbe. Le differenze di forma ed area dei singoli campi indicano perciò una deformazione variabile dello spazio e del tempo, con uno scorrimento maggiore di quest’ultimo in prossimità del nucleo (il tempo scorre più velocemente verso il centro). - Nella terza immagine si evidenzia invece l’alterazione del campo tra due punti di massa equivalente, con disposizione ed andamento variabili delle isocurve di attrazione. Lontananza e giacitura sono ininfluenti in questo caso: l’unica cosa che può farlo variare è una capacità di concentrazione maggiore di uno dei due elementi. Si noti che questa disposizione somiglia ad una proiezione stereometrica dello stadio intermedio di una ipersfera (si veda anche fig.140). - La quarta illustrazione mostra le deformazioni nella regione compresa tra tre punti di massa equivalente. A differenza della situazione di prima, la distanza e la posizione tra gli elementi determinano variazioni sensibili della forma e dell’andamento delle isocurve: la massa dominante individua il centro del
sistema. Nel caso di punti di uguale forza, la loro vicinanza stabilisce una modifica più accentuata del campo tale da trasformare il gruppo stesso nel nucleo di attrazione. Si può così dedurre che una struttura di innumerevoli componenti avrà comunque una sua area di concentrazione, identificabile in un ammasso di oggetti tra loro più vicini rispetto ad altri. Le zone più distanti tenderebbero invece a disporsi secondo il piano cartesiano uniforme, con quadrettatura quasi regolare perché pressoché assente da fattori perturbanti – che comunque si ripiegherebbe su se stesso, chiudendo lo spazio. - Il quinto schema è costituito dalla presenza di molteplici punti con grandezze e capacità attrattive diversi. La complessità del campo diventa così molto difficile da prevedere, dato che tutte le variabili che contraddistinguono i singoli enti aumentano in modo esponenziale. La capacità attrattiva di un punto, così come la sua posizione rispetto agli altri, varia nel tempo e non è costante: pertanto la forma dello spazio non è mai definitiva, ma sempre deformabile ed in divenire, praticamente incalcolabile e imprevedibile. Il centro stesso dell’intero sistema, pur idealmente riconoscibile in un dato istante, sarebbe al massimo riconducibile solo ad un’area di influenza. Uno spazio così inteso rovescerebbe non solo il comune senso dell’ordine, ma addirittura il criterio di relazione reciproca delle cose – invalidando tutti gli strumenti intellettuali finora a disposizione e su cui si ripone ancora sicura fiducia. Nel campo che qui interessa, tra questi strumenti rientrano anche tutti quelli usati dalle discipline che hanno derivato i loro assunti dalla conoscenza scientifica della fisica e della meccanica classica: le discipline ingegneristiche, urbanistiche ed architettoniche siano state pienamente coinvolte nella definizione dello spazio, facendo propri tali principi già nel corso del XIX e XX secolo. 129
Di fatto è innegabile che i cambiamenti dei modelli cosmologici – ossia anche di quelli spaziali – comportino degli stravolgimenti epistemologici e di conseguenza antropologici e sociali. Le diverse teorie della scienza – dall’eliocentrismo di Galileo all’evoluzionismo di Darwin – hanno infatti avuto un impatto immenso non solo sul pensiero scientifico, ma anche sul progresso tecnologico, su tutte le branche del sapere e sull’umanità in generale. Non si può infine trascurare che molti dei concetti riproposti oggi dalle riflessioni ecologiste sulla sostenibilità globale mostrino notevoli similitudini con le dottrine escatologiche sulla fine del mondo o quantomeno su quella dell’umanità. Senza il tema dell’estinzione del genere umano, molti dei dibattiti sul surriscaldamento del pianeta non potrebbero aver luogo: gli argomenti su una possibile catastrofe climatica (cioè biologica) hanno un grande impatto sull’immaginario collettivo, sulla visione del mondo e sul modo di condurre la vita quotidiana.
Alla luce di quanto finora esposto, può dunque esserci una crescita illimitata in uno spazio finito? La risposta varia in base al modello che si vuole utilizzare: è affermativa nell’adozione dell’esempio di derivazione anassimandrina; è negativa in quello di origine parmenidea. Nel primo caso, l’interminabile spazio contenitore garantirebbe un progresso illimitato sulla scia del pensiero di Condorcet. Basterebbe cioé “produrre” lo spazio estendendone semplicemente i confini. Nel secondo, invece, il globo finito condannerebbe l’umanità a cicli di ricchezza e miseria sulla scorta delle idee di Malthus: la crescita continua non potrebbe che essere più lenta e raggiungibile solo connettendo tutti punti del globo in un’unica rete. Il processo di crisi del modello spaziale – relativo all’indecidibilità di quale adottare – è quindi già in atto: nessuno sa – fino alla struttura ultima – quale dei due sia il più vicino alla verità; ma la scelta su quello più consono da seguire resta sempre e comunque un’opzione puramente politica19.
Note 1
Per modello si intende l’insieme delle teorie e dei modi per descrivere un fenomeno in modo oggettivo – o per rappresentare un processo in via semplificata – nella maniera più efficace possibile. In generale è la riproduzione o la ricostruzione di un oggetto reale in maniera astratta o materiale, alle stesse dimensioni o in scale diverse per poter essere poi seguita o imitata in esemplari successivi.
2
Ci si rende conto che la parola “modello” pone di fronte problemi epistemologici assai rilevanti, la cui discussione non può ovviamente avvenire in questa sede; tuttavia non si può eluderne almeno la sua breve presentazione per esaminare quali – in questo ambito – siano quelli tra loro contrapposti.
3
E. DE MAGISTRIS, «Prodromi della geografia e cartografia scientifica in Magna Grecia» in Bollettino dell’Associazione Italiana di cartografia, 156, EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste, 2016, 5-13.
4
SIMPLICIO, Commentario alla fisica di Aristotele, 24, 13. Il frammento di Anassimandro, se non si può ritenere con certezza letterale del filosofo di Mileto, pare almeno essere una parafrasi del suo libro: «Αναξϊμανδρος ... αρχήν ... εϊρηκε τών όντων τό άπειρον ...
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έξ ών δέ ή γένεσϊς έστι τοίς ονσι, καί τήν φθοράν είς ταύτα γίνεσθαι κατά τό χρεών- διδόναι γάρ αυτά δίκην καί τίσιν άλλήλοις τής άδικϊας κατά τήν τον χρόνον τάξιν». 5
GIORDANO BRUNO, De la causa, principio et uno, Venetia, 1584, 140.
6
PARMENIDE, Sulla Natura, frammento 2: «Ora, io ti dirò – e tu ascolta e ricevi la mia parola – quali sono le vie di ricerca che sole si possono pensare: l’una che “è”, e che non è possibile che non sia – è il sentiero della Persuasione, perché tien dietro alla Verità – l’altra che “non è”, e che è necessario che non sia. E io ti dico che questo è un sentiero su cui nulla si apprende. Infatti, non potresti conoscere ciò che non è, perché non è cosa fattibile, né potresti esprimerlo».
7
PARMENIDE, Sulla Natura, frammento 8: «Non resta ormai che pronunciarsi sulla via che dice che è. Lungo questa sono indizi in gran numero. Essendo ingenerato è anche imperituro, tutt’intero, unico, immobile e senza fine. Non mai era né sarà, perché è ora tutt’insieme, uno, continuo. Difatti quale origine gli vuoi cercare? Come e donde il suo nascere? Dal non essere non ti permetterò né di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare ciò che non è.
E quand’anche, quale necessità può aver spinto lui, che comincia dal nulla, a nascere dopo o prima? Di modo che è necessario o che sia del tutto o che non sia per nulla. Giammai poi la forza della convinzione verace concederà che dall’essere alcunché altro da lui nasca. Perciò né nascere né perire gli ha permesso la giustizia disciogliendo i legami, ma lo tien fermo. La cosa va giudicata in questi termini; è o non è. Si è giudicato dunque, come di necessità, di lasciar andare l’una delle due vie come impensabile e inesprimibile (infatti non è la via vera) e che l’altra invece esiste ed è la via reale. L’essere come potrebbe esistere nel futuro? In che modo mai sarebbe venuto all’esistenza? Se fosse venuto all'esistenza non è e neppure se è per essere nel futuro. In tal modo il nascere è spento e non c’è traccia del perire. Neppure è divisibile, perché è tutto quanto uguale. Né vi è in alcuna parte un di più di essere che possa impedirne la contiguità, né un di meno, ma è tutto pieno di essere. Per cui è tutto contiguo: difatti l’essere è a contatto con l’essere. Ma immobile nel limite di possenti legami sta senza conoscere né principio né fine, dal momento che nascere e perire sono stati risospinti ben lungi e li ha scacciati la convinzione verace. E rimanendo identico nell’identico stato, sta in se stesso e così rimane lì immobile; infatti la dominatrice Necessità lo tiene nelle strettoie del limite che tutto intorno lo cinge, perché bisogna che l’essere non sia incompiuto: è infatti non manchevole: se lo fosse mancherebbe di tutto. È la stessa cosa pensare e pensare che è: perché senza l’essere, in ciò che è detto, non troverai il pensare: null’altro infatti è o sarà eccetto l’essere, appunto perché la Moira lo forza ad essere tutto intero e immobile. Perciò saranno tutte soltanto parole, quanto i mortali hanno stabilito, convinti che fosse vero: nascere e perire, essere e non essere, cambiamento di luogo e mutazione del brillante colore. Ma poiché vi è un limite estremo, è compiuto da ogni lato, simile alla massa di ben rotonda sfera di ugual forza dal centro in tutte le direzioni: che egli infatti non sia né un po’ più grande né un po’ più debole qui o là è necessario. Né infatti è possibile un non essere che gli impedisca di congiungersi al suo simile, né c’è la possibilità che l’essere sia dell’essere qui più là meno, perché è del tutto inviolabile. Dal momento che è per ogni lato uguale, preme ugualmente nei limiti». 8
In tal senso si può continuare ad intendere l’Universo come un’opera di Creazione – una realtà materiale descrivibile in termini fisici ed il cui centro risiede nella vita sul pianeta – derivata da un Principio Originario trascendente, intangibile ed insondabile all’intelletto umano – conoscibile solo tramite Rivelazione.
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G. REALE (a cura di), Parmenide, Sulla Natura, Bompiani, 20012, 27.
10
G. REALE (a cura di), Platone, Timeo, Bompiani, 2000, 83, versi 27D-28A. Nel raccontare sulla genesi e sulla formazione dell’universo, Timeo constata come il mondo sensibile sia il prodotto dell’azione combinata di due generi principali: il primo è costituito dai paradigmi ideali, “ciò che sempre è senza mai avere generazione” – τὸ ὂν ἀεἰ, γένεσιν δὲ οὐκ ἔχον; il secondo è invece dato dal divenire sensibile dei fenomeni, “ciò che diviene senza mai essere” – τὸ γιγνόμενον μὲν ἀεἰ, ὂν δὲ οὐδὲποτε. “Ciò che è” può essere colto dal pensiero, in quanto identico a se stesso, mentre “ciò che si genera” si diparte per necessità da una causa, in quanto niente può avvenire senza di essa.
11
PLATO, Timaeus & Critias, Kaktos Publications, Athens, 1993, 50B-50C. Si veda anche: G. REALE (a cura di), Platone, Timeo, Op. cit., 145. Di seguito si riporta anche la differente traduzione del medesimo brano, 50B-50C: «Lo stesso ragionamento vale anche per la natura che riceve tutti i corpi. Bisogna dire che essa è sempre una medesima cosa, perché essa non esce mai dalla propria potenza. Infatti essa riceve sempre tutte le cose, e non ha preso mai in nessun caso e in nessuna maniera nessuna forma simile ad alcuna delle cose che entrano in essa».
12
G. REALE (a cura di), Platone, Timeo, Op. cit., 151, versi 51A: «Perciò la madre è il ricettacolo di ciò che si genera ed è visibile e interamente sensibile, non diciamola né terra né acqua né fuoco né aria, né altre delle cose che nascono da queste o dalle quali queste nascono». Versi 52A-52B: «E a sua volta bisogna ammettere che c’è un terzo genere, quello dello spazio, che è sempre e che non è soggetto a distruzione, e che fornisce sede a tutte le cose che sono soggette a generazione».
13
ARISTOTELE, Fisica, 4, I, 209a 2-6.
14
ARISTOTELE, Fisica, 4, I, 209a 23sg.
15
Sulla base della capacità di creare un aumento o una diminuzione in un oggetto materiale è bene anche citare anche il paradosso del Sorite – dal greco σωρίτης (sōritēs) – formulato dal filosofo Eubulide di Mileto (IV sec. a.C.). Se da un mucchio di sabbia si togliesse un granello, si avrebbe ancora a disposizione un mucchio di sabbia. Se da questo se ne togliesse un altro, poi un altro ancora e così via, l’insieme si ridurrebbe sempre di più fino a rimanere composto da una sola unità. In quale momento allora si può affermare che il mucchio non è più tale? Tale paradosso rimanda a quanto affermato da Lucrezio nella sua opera De Rerum Natura (Libro III, versi 830-869), quando affermava che la morte non riguarda gli uomini e richiamava il concetto di Repetentia Nostri come criterio
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d’identità: «anche se il tempo raccogliesse la nostra materia dopo la morte e la riportasse allo stato di ora, e ci fosse ridata la luce dell’esistenza, neppure questo ci riguarderebbe in qualche modo, una volta che sia interrotta la nostra memoria». Tale formulazione è la stessa alla base del rompicapo della Nave di Teseo proposto nell’opera De Corpore (parte 2, capitolo 11, paragrafo 7) dal filosofo inglese Thomas Hobbes nel 1655: riprendendo l’episodio narrato da Plutarco nella Vita di Teseo – nel quale si afferma che l’imbarcazione dell’eroe greco fu riparata nel tempo sostituendo le parti che si deteriorarono – Hobbes si spinse ad immaginare la situazione in cui tutti gli elementi costituenti fossero stati cambiati. Pur mantenendo la forma originaria, la nuova nave così ricostruita potrebbe ancora considerarsi quella originale? E se si potesse ricostruire il natante con tutti i pezzi sostituiti, quale sarebbe allora quello vero appartenuto a Teseo? 16
P. ZELLINI, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi, Milano, 2016, 91, 234. La diairesi è una tecnica divisoria ricorrente nei dialoghi platonici – come il Fedro, il Sofista, Filebo, il Politico – ed illustra un metodo per giungere alla definizione di un concetto mediante concatenazione di divisioni discendenti, fino ad ottenere una definizione che illustri le sole proprietà che si confanno all’oggetto di ricerca. Aristotele propose di correggere alcuni aspetti del metodo diairetico indicato da Platone.
17
G. CERRI [ET ALII], Dall’universo-blocco all’atomo nella scuola di Elea: Parmenide, Zenone, Leucippo, Academia Verlag Sankt Augustin, Baden-Baden, 2018, 96: «Zenone in altri termini andava perseguendo, sulle orme di Parmenide, quella stessa identificazione tra spazio e massa che Einstein cercò invano di ridurre a formula matematica, per tutta la sua vita dopo la pubblicazione della relatività generale, con l’intento di superare così definitivamente il persistente mistero della gravità newtoniana».
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A tal proposito si pensi ai recenti dati del Fondo Cosmico a Microonde rilevati dall’osservatorio Planck dell’Agenzia Spaziale Europea: una distorsione dello spazio-tempo difficilmente leggibile secondo l’interpretazione standard dell’Universo, che potrebbe essere invece spiegata se si intendesse quest’ultimo come un sistema “chiuso”. Si smentirebbe così l’idea
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di un Universo piatto e si aprirebbe una possibile crisi nella cosmologia contemporanea. Si veda: E. DI VALENTINO, A. MELCHIORRI, J. SILK, «Planck evidence for a closed Universe and a possible crisis for cosmology», Nature Astronomy, 4th November 2019: «The assumption of a flat Universe could therefore mask a cosmological crisis where disparate observed properties of the Universe appear to be mutually inconsistent». 19
Se esista o meno una realtà – una struttura ultima e definitiva, una “Struttura delle Strutture” o un “Modello dei Modelli” – nessuno ha mai avuto la possibilità empirica di poterla valutare. Per affermarla nell’uno o nell’altro senso si deve finora attuare scelta che, per quanto possa apparire arbitraria ed aprioristica, apre in entrambi i casi ad una mistica che sarà positiva o negativa a seconda che la scelta penda verso l’ontologia o il nichilismo. Senza questa scelta, persisterebbe una tensione perpetua irrisolvibile, una oscillazione continua o un’indecidibilità, che condurrebbe alla totale afasia tra particolare ed universale, tra immanenza e trascendenza, tra atto e potenza, tra evoluzione e creazione, tra fenomeno ed essenza, tra relativo ed assoluto, tra fisica e metafisica, tra probabilità e determinabilità, tra conflitto e regola, tra caos ed ordine, tra necessità e libertà, tra discreto e continuo, tra digitale ed analogico, tra casualità e causalità, tra locale e globale, tra individuo e genere, tra soggetto ed oggetto, tra corpo e anima, tra materia e spirito, tra sensorialità ed intelletto, tra pensiero e realtà, tra quantità e qualità, tra spazio e cosmo, tra possesso e comunione, tra privato e pubblico, tra architettura e città, tra dettaglio ed insieme, tra pratica e teoria, tra esperienza e cultura. Non è possibile lasciare in sospeso il giudizio, rinunciando alla decisione di subordinare una posizione all’altra: l’incertezza ed il paradosso possono essere superati solo con la scelta del lato su cui stare. Quale sia la scelta da effettuare, l’unica strada comune da percorrere sembrerebbe dunque la ricerca di un modello generale più calzante del precedente ai fenomeni o alla realtà circostanti, sia essa una ricerca metodologica od ontologica. Per questo motivo, richiamando una famosa metafora, si è qui convinti che sia necessario rinominare la Rosa: non perché di quella primigenia non si possiede che un semplice e nudo nome; bensì perché ciò che così viene chiamata, sotto qualsiasi altro nome conserverebbe intatto il suo profumo.
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