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GP Magazine febbraio 2022

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la sezione romanzo si sono classificati al terzo posto Mara Fux con “In due ore o poco più!”, al secondo Santi Laganà con il suo “I Giorni del ferro e del Sangue” mentre Fabrizio Olivero con “Corsa al potere” conquista il meritatissimo primo premio. Per la sezione racconti si è classificato terzo Angelo Simone Cannatà con il suo “Volevo essere Mogol”, secondo Gianni Andrei con “Il risvolto delle foglie” mentre “Cattive storie” di Maurizio Giannini si è aggiudicato il primo posto. Per quanto riguarda i premi speciali, il Premio “Città di Ladispoli” è stato assegnato al romanzo “La vita all’improvviso” di Francesco Giugno il Premio Benito Ussia per la prosa edita a Dario Giardi autore di “Solo Polvere” mentre Valentino Spadoni ha meritato la menzione speciale “C’era una volta” per le illustrazioni della raccolta “Duruluntutù e altri racconti”; a Paolo Degano autore di “Cielo liquido” è andato il premio speciale per i “Racconti Arcadia”, il Premio Benito Ussia per i racconti a Stefania Tinessa autrice di “Bianca”. Due i Premi Speciali assegnati dalla BCC – Banca di Credito Cooperativo: il “Bcc per la Cultura” è andato al prof. Walter Tessicini, mentre il riconoscimento “Bcc per i Giovani” è andato a Vittoria Lotti per “Una crepa nel cuore delle cose”.

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cover story Tante mamme mi fermavano per strada ringraziandomi per aver tenuto compagnia ai loro figli in questo momento così delicato”. Sulla tua pagina quali sono i contenuti che vanno per la maggiore? Che rapporto hai con il tuo pubblico? “Ho cominciato io nel ruolo della disturbatrice di mio figlio mentre giocava ai videogame, questi sono stati i primi contenuti davvero virali. Faceva sorridere vedere una mamma che rompeva le scatole al proprio figlio per farlo smettere di giocare. Poi la situazione si è ribaltata, ad oggi sono io vittima di numerosi scherzi, complici anche i fratelli e i nostri followers che suggeriscono molto volentieri idee ad Ale! Possiamo dire di aver instaurato un rapporto di grande complicità con chi ci segue”. Come è per i tui figli avere una mamma così super contemporanea? “Bisognerebbe chiederlo direttamente a loro ma credo che apprezzino parecchio la mia voglia di conoscere il loro mondo, di divertirmi con loro e di essergli amica oltre che mamma. Abbiamo un rapporto speciale e farò di tutto perché rimanga sempre così”. I social a tuo avviso sono uno strumento che può unire il mondo dei figli a quello dei genitori? Possiamo dire che aiutano ad accorciare il gap generazionale di cui sentiamo spesso parlare? “Penso che il miglior modo per proteggere i nostri figli sia quello di capire il loro modo di pensare, noi genitori sappiamo davvero cosa succede nella loro realtà virtuale? Io credo che sia importantissimo che un genitore assuma un ruolo di guida anche in questa realtà sconosciuta. Non possiamo impedire ad un adolescente di avere uno smartphone. Perciò è importante allearsi con i propri figli, aggiornarsi sui social che utilizzano, impartire delle regole, insegnare loro l’empatia e il rispetto per gli altri”. Il libro può essere anche in qualche modo una sorta di piccolo manuale delle curiosità

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per quei genitori che vorrebbero capire un po’ di più il mondo di TikTok? “Certamente, questo libro è il semplice esempio di come una mamma analogica sia diventata super digitale con mille difficoltà , sicuramente in molti potranno rispecchiarsi in questa storia”. Immagino che questo libro sia una bella soddisfazione, ma Vanessa ha qualche altro sogno nel cassetto? “Tutto il mio percorso in questi anni mi ha dato moltissime soddisfazioni, la più grande è sicuramente quella di essere apprezzata dalla mia famiglia per quello che faccio. La notizia di poter scrivere un il libro mi ha resa felicissima! Mai avrei pensato di arrivare così tanto lontano quattro anni fa. Non ho altri sogni nel cassetto ma spero di fare tante altre esperienze, mi piace mettermi in gioco e sono aperta a quello che il destino avrà riservato per me!”. Se dovessi descriverti con tre aggettivi, che mamma ti definiresti? “Ho chiesto ai miei figli di descrivermi con tre aggettivi così è più divertente: urlatrice, pazza, strana. Io mi definirei: positiva, estroversa, creativa”. Consiglieresti ancora a tutti quei genitori scettici di TikTok di approfondire la conoscenza di questo mondo? Alla fine i social se correttamente utilizzati non sono così male no? “Assolutamente sì, oramai TikTok non è solo un social per ragazzi, ci sono tanti adulti che si divertono e condividono la loro vita. Quindi cari genitori vi consiglio di buttarvi e provare senza starci troppo a pensare, inizialmente vedrete gli sguardi stupiti dei vostri figli ma poi si abitueranno!Un consiglio: non impegnatevi troppo che poi rischio di perdere il podio”. Progetti futuri? “Per ora il progetto che più desidero portare a termine è la mia Laurea, studio scienze e tecniche psicologiche e sono al terzo anno. Dopodiché penso che mi concentrerò ancora di più sul mio percorso social, sicuramente le emozioni non mancheranno!”.


abituati ad accogliere il paziente, dalla gestualità del sedersi nella poltrona o anche al suo distendersi sul lettino. Certamente, il cambiamento c'è stato e lo abbiamo avvertito tutti. Alcuni pazienti ne hanno risentito più di altri, tanto da non riuscire a proseguire le terapie on-line e ad attendere di poter riprendere in presenza. Quello che abbiamo notato è che dopo l'estate del 2020 che ha permesso anche di riaprire i nostri studi e di rincontrarci poiché i contagi erano diminuiti, quando con l’autunno sono iniziate le chiusure, i pazienti hanno avuto meno difficoltà a riprendere da remoto e ritengo anche noi psicoanalisti. Da un lato, eravamo già abituati ad utilizzare i dispositivi elettronici, dall'altro, i pazienti si sono resi conto che il setting, la privacy, il lavoro di analisi erano possibili ed efficaci”. Sono insorte nuove malattie? “Sì, abbiamo riscontrato un aumento dei Disturbi Post Traumatici da Stress con ansia, insonnia, fobie, paura del contagio. Durante il lockdown era molto forte la paura del virus ma il confinamento faceva sentire protetti, dopo invece c'è stata un'esplosione di crisi ansioso-depressive. Questo naturalmente, lo abbiamo attribuito non solo alla riapertura ma anche a quanto vissuto durante il lockdown, poiché è stata una situazione di emergenza in cui tutti si sono adattati e che hanno affrontato dando fondo a tutte le proprie energie e le risorse mentali per riuscire a vivere una situazione così inconsueta. I bambini ne hanno risentito di meno, poiché erano contenti di stare con i propri genitori. Invece, ne hanno risentito di più gli anziani che non hanno potuto incontrare i loro familiari e le donne che hanno avuto un carico enorme in famiglia: l'assenza della scuola per i propri figli, la convivenza forzata, lo smart-working. Tuttavia, come sappiamo, nell'emergenza, le persone si adattano. Quello che succede dopo, è legato alla difficoltà ad entrare in una modalità psicologica di “cessato pericolo”, dall’altro le angosce e le paure messe da parte, sono venute fuori in modo torrenziale e inaspettato”. Quanto è importante avere una rete di colleghi? “È fondamentale avere una rete di colleghi e colleghiamici con cui poter lavorare insieme, con cui poter continuare a studiare in gruppo, a cui poter riferire le proprie riflessioni e con i quali anche poter esprimere le proprie difficoltà. Ciò mette in moto una capacità di pensare, la amplifica e la rende più profonda. Da questo lavoro insieme, è nata l'idea di poter trasformare in un libro i nostri scritti, in modo da poter condividere anche con altre persone questa nostra esperienza in un momento unico e irripetibile. In questo straordinario lavoro, fatto di scrittura, di riflessioni, di raccolta delle più significative testimonianze nel libro, ci siamo occupati anche della traduzione, poiché, in un primo momento, ognuno aveva scritto nella propria lingua, essendo analisti provenienti da molti paesi del mondo”. I pazienti hanno avuto comportamenti diversi

nei vari periodi della pandemia? “Ci sono state varie fasi. In un primo momento, durante il lockdown, i pazienti hanno reagito in base al proprio carattere e al disturbo di fondo per cui stavano facendo il loro trattamento psicoanalitico. Alcuni preferivano stare a casa e altri si godevano le poche uscite assaporando il silenzio della città. Tutti hanno riflettuto a quello che stava accadendo. Le persone claustrofobiche hanno sofferto molto nel vivere rinchiusi in spazi stretti, gli agorafobici invece sono stati meglio. Il lockdown è stato un momento in cui si è anche osservato che più gravi erano i disturbi dei pazienti e meno severi erano i sintomi”. È stata un’esperienza che ha cambiato qualcosa in modo “definitivo”? “La pandemia ha decisamente cambiato il modo di vivere e di pensare non soltanto degli psicoanalisti e dei loro pazienti, ma delle persone in generale poiché non è stato possibile ignorarla e perché sono ancora richieste le misure di prevenzione, dalle mascherine ai vaccini”. Quando un avvenimento provoca dei danni? “Quando lo si nega o lo si rimuove, quando si va avanti facendo finta di niente, come se non ci fosse o come se non fosse mai successo. Ogni trauma, come le perdite e il lutto, hanno bisogno di essere elaborati ovvero di una presa di coscienza che passa attraverso il dolore, la sofferenza che però poi porta ad un cambiamento e ad una crescita personale e collettiva. Se il trauma è individuale chiaramente ognuno avrà necessità di elaborarlo intimamente, c'è chi sceglie di farlo con uno psicoanalista, altri con persone care o amici intimi. Se il trauma è collettivo l'elaborazione invece deve essere collettiva poiché le dinamiche di gruppo non sono identiche alle dinamiche individuali. L'inconscio collettivo, l'inconscio di gruppo, ha un funzionamento specifico e diverso rispetto all'inconscio individuale, ha delle proprie regole ben conosciute”. L’esperienza del gruppo e della scrittura pensa che l'abbia cambiata? “Sì, certamente e ritengo in meglio, mi ha sostenuto e aiutato nel momento del lockdown, permesso di riflettere e pensare successivamente. D’altro canto, i gruppi di lavoro che si uniscono per uno scopo preciso hanno sempre questa funzione di aiutare a stare meglio coloro che vi partecipano, perché pensare aiuta a star bene. Quando le cose non si conoscono, non si capiscono, non è possibile darsi una spiegazione, lì si possono annidare depressione angoscia e disorientamento. Un buon gruppo è sempre un grande aiuto, il lockdown non è soltanto quello che abbiamo vissuto ma qualunque situazione che ci isoli e non ci permetta di stare in contatto con gli altri e con le persone che amiamo. Se la solitudine è una condizione esistenziale anche desiderabile e piacevole, stare da soli invece è sempre dannoso. L'amicizia, l'affetto, avere un'ideale comune, prendersi cura degli altri e di se stessi, è sempre vincente”.

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grammi l’anno di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), come ibruprofene, acido acetil salicicilico, ecc., può danneggiare la funzione renale. L’uso di inibitori di pompa protonica (i cosiddetti gastroprotettori) è sconsigliato per lunghi periodi e ha dimostrato un aumento di danni a cuore e vasi sanguigni, ma anche ai reni e alle ossa, per non parlare di problemi digestivi. L’uso sconsiderato degli antibiotici fa in modo che i batteri diventino sempre più forti e resistano all’azione del farmaco, inoltre, qualunque terapia antibiotica genera un’alterazione dell’ambiente intestinale (disbiosi), che richiede molto tempo per tornare alla normalità, se non si interviene prontamente. L’uso di cortisone per molti anni provoca innalzamento della glicemia e dei valori di pressione sanguigna, danneggia il tessuto connettivo e le ossa, ma molto spesso è un farmaco indispensabile per controllare malattie serie. In definitiva, bisogna sempre fare un calcolo dei pro e dei contro”.

E' possibile disintossicarsi e/o "ripulire" l'organismo in caso di assunzione di farmaci? “La maggior parte dei farmaci rimane nel nostro corpo per poche ore, pertanto, con la sospensione dopo poco non ne troviamo più in circolo. I nostri sistemi di eliminazione (reni e fegato su tutti) lavorano alla grande! Bisogna fare di tutto per ridurre al minimo essenziale i farmaci! Trovare altre soluzioni è fondamentale! Certo, cambiare stili di vita richiede impegno e i rimedi “alternativi” possono costare, mentre i farmaci li passa la 'mutua' e de-responsabilizzano il paziente, che pensa di stare facendo il massimo che può per stare bene…. Certamente possiamo prevenire e controllare gli effetti collaterali dei farmaci con terapie naturali, laddove sia impossibile sospendere la terapia chimica”. Disintossicazione e drenaggio sono due facce della stessa medaglia? “Diciamo che la differenza tra i termini è sot-

(*) Il dottor Antonio Gorini è esperto di Nefrologia, Oncologia Integrata, Medicina Funzionale di Regolazione, Low Dose Medicine, Medicina Integrata, Fitoterapia, Omeopatia e Omotossicologia, Microimmunoterapia, Ossigeno Ozono Terapia, Statistica della Ricerca e Pratica Clinica, Agopuntura. E’ docente presso l’International Academy of Physiological Regulating Medicine

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salute & benessere tile e non credo interessi troppo i lettori. Nel nostro mondo moderno e industrializzato, sempre più lontano da stili di vita “naturali” e salutogeni, introduciamo, volontariamente o meno, una quantità enorme di sostanze che possono essere dannose. Attraverso l’aria, il cibo, l’acqua, i farmaci, le radiazioni ambientali introduciamo moltissime molecole o informazioni di cui non sappiamo i nomi, non sappiamo cosa facciano e come interagiscano con noi e tra di loro. Pertanto, tenere sempre in buona efficienza i sistemi di disintossicazione e di escrezione del nostro organismo è indispensabile”. In che modo è possibile disintossicarsi, drenare e/o ripulire l'organismo? “I modi sono molteplici e non possono essere indicati tutti. In ogni caso è meglio sempre individualizzare questo tipo di trattamento. Intanto, bere acqua pulita in quantità (30 ml per kg di peso corporeo) e con pH alcalino (solo lontano dai pasti); fare attività fisica (meglio se all’aperto); il digiuno o semi-digiuno periodico (settimanale, mensile, …); fare un periodo di 2-3 giorni di dieta idrica e vegetariana; utilizzare terapie naturali che aiutano i sistemi biologici di disintossicazione e drenaggio; integrare vitamine, antiossidanti e minerali che possono diventare carenti in corso di intossicazione dell’organismo”. Spesso si associa la disintossicazione con l'uso di fitoterapici? Cosa propone la natura in tal senso? “Madre Natura fornisce piante che aiutano la funzione epatica, che è il principale organo disintossicante. Tra queste il Tarassaco e il Cardo mariano sono le più famose. Vi sono anche piante che aiutano la funzione renale come, ad esempio, l’ortica e la betulla. Non dimentichiamo gli antiossidanti di origine naturale come la quercetina, il resveratrolo, la polidatina e molti altri”. E l'omeopatia? “L’omeopatia utilizza rimedi semplici e composti che aiutano il corpo a eliminare le tossine. In particolare, i rimedi omotossicologici sono pensati proprio per favorire ciò. Alla base dell’omotossicologia vi è il concetto che la malattia è un meccanismo con cui il corpo cerca di eliminare le tossine. Pertanto, sono molti i rimedi che aiutano a fare ciò. Citarne tutti i nomi sarebbe inutile e richiederebbe molto spazio. Non dimentichiamo che la terapia omeopatica, omotossicologica e low dose in

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generale DEVE essere personalizzata sul singolo individuo”. Facciamo un esempio: assunzione di antibiotici. Cosa è consigliabile fare per disintossicarsi, drenare e/o ripulirsi? “Come dicevamo prima, l’antibiotico scompare dopo poche ore dalla fine della somministrazione. In questi casi dobbiamo pensare soprattutto a ripristinare l’equilibrio della flora batterica intestinale utilizzando dei probiotici (quelli che una volta venivano chiamati fermenti lattici) di qualità. Dobbiamo assumerli per almeno 2-3 mesi per ripristinare l’intestino. In casi più complessi può essere utile una pulizia intestinale con chelanti specifici e/o rimedi naturali antinfiammatori e riparatori della parete intestinale”. Visto che siamo in piena campagna vaccinale, può essere utile fare qualcosa in tal senso, in genere anche per ogni vaccinazione di varia natura? Se sì in che modo e ricorrendo a cosa? “Su questo vi è molta discussione. In generale per i vaccini 'classici', come quelli dell’infanzia o l’antinfluenzale, può essere utile supportare il sistema immunitario che viene sbilanciato per almeno 15 giorni dopo la vaccinazione. In omeopatia si usano delle sostanze drenanti che preparano il cosiddetto “terreno” per il vaccino, tipicamente si usa Sulphur prima del vaccino e Thuja dopo, ma ribadisco che la terapia DEVE essere personalizzata. Per quanto riguarda i più recenti vaccini a RNA ne sappiamo talmente poco che diventa difficile esprimersi. In generale, in ogni vaccino vi sono sostanze che servono a stimolare la risposta del sistema immunitario. In genere si usano metalli come sali di alluminio e di calcio, particelle lipidiche, saponine, ecc. Alcune persone chiedono di eliminare tali metalli/sostanze per prevenire fenomeni di intossicazione. In tal senso si possono usare diversi rimedi. Tra i più usati: la zeolite o un gel a base di silicio; il coriandolo in tintura madre, la clorella, la vitamina C, il Selenio; mix di rimedi naturali omotossicologici; rimedi singoli omeopatici dei vari metalli, che vogliamo eliminare”. Via Archimede, 138 - Roma www.biofisimed.eu - Tel 06.64790556 (anche whatsapp) antonio.gorini@biofisimed.eu https://www.miodottore.it/antonio-gorini/internista-nefrologo-omeopata/roma


accesso gratuito previa prenotazione. Siamo già a lavoro per la prossima edizione”, ha dichiarato Domenico Barbano, fondatore di Hoas Group. Un parterre ricco di celebrities ogni sera come il divo americano Ronn Moss, l’indimenticato Ridge della soap “Beautiful”, testimonial di questa edizione dedicata alla moda amica del pianeta. Tra i testimonial anche la showgirl Elisabetta Gregoraci, le attrici Manuela Arcuri, Anna Safroncik, Mayra Pietrocola, Devin Devasquez, Guenda Goria, gli attori Alessandro Tersigni e Andrea Montovoli, il duo Le Donatella, le influencer Dasha Kina, Elena Morali, Sara Croce, Fabrizia Santarelli, le Sister Cash, i modelli Stefano Sala, Andrea Melchiorre e Gennaro Lillo. L’evento, ideato e organizzato da Hoas Group con il patrocinio della Città di Torino, della Regione Piemonte e di Assomoda, e la direzione artistica di Bros Group Italia, ha proposto un programma ricco dal mattino con masterclass, incontri, convegni, l’evento Berebene del Gambero Rosso e le cene firmate dagli chef stellati Ivano Ricchebono e Katia Maccari con i dolci del pastry chef Fabrizio Racca.

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Anthony Genovese nasce in Francia da genitori calabresi ed è proprio Oltralpe che si forma ed acquisisce le tecniche culinarie prima di rientrare in Italia. Nel 1991 sbarca all’ “Enoteca Pinchiorri” di Firenze e da lì inizia il suo personale giro del Mondo; dopo Firenze direzione Tokyo, poi Londra ed ancora l’Oriente in Malesia. Ma il cuore è in Italia dove torna nel 1997 al ristorante “Rossellinis” a Ravello (SA) conquistando la sua prima stella Michelin. Nel 1998 è di nuovo in Francia prima di trasferirsi definitivamente in Italia, cinque anni più tardi, per realizzare il suo sogno. E’ il 2003 ed insieme a Marion Lichtle, amica e pastry chef, apre “Il Pagliaccio” oggi unico 2 stelle Michelin a Roma. Siamo in pieno centro storico, in via dei Banchi Vecchi, non lontani da piazza San Pietro. Un ristorante in continua evoluzione che si rinnova continuamente mutando stile, anima e cuore. Nel 2006 la prima stella Michelin, nel 2009 la seconda. Nel 2015 entra a far parte dell’associazione Relais & Chateaux ed infine nel 2020 entra nella prestigiosa guida Les Grandes Tables du Monde, associazione che riunisce i più prestigiosi ristoranti del mondo. “Il Pagliaccio” è un luogo, una scelta, un viaggio unico per dieci tavoli pronti ad accogliervi nella sala principale dove spicca un dipinto unico ed originale, il Pagliaccio! Alla sala principale si aggiunge una saletta privata, al centro un bel tavolo in legno ed alla parete un’ampia e prestigiosa libreria. Ed è qui che l’infaticabile chef Genovese ci accoglie, lasciando per qualche minuto il suo habitat naturale, la cucina. Buongiorno chef, perché Il Pagliaccio? Cosa rappresenta questa figura per lei? “Il pagliaccio è un dipinto che si trova nella sala del ristorante, opera di mia mamma per il mio babbo più di 40 anni fa ed ho sempre detto che un giorno, se possibile, l’avrei messo nel mio ristorante. Poi mio padre è venuto a mancare e quindi è divenuto anche un fatto affettivo. L’aspetto più materiale invece è che rappresenta quello che siamo noi. Siamo un grandissimo circo, siamo dei pagliacci che recitano due volte al giorno, a pranzo e a cena, dando il massimo per i nostri clienti, facendoli anche sorridere ma magari dietro c’è un’onda di nostalgia e malinconia. Questo è anche il mio carattere”. Che cucina propone? E cosa vuole trasmettere al cliente? “Sono quasi 19 anni che 'Il Pagliaccio' è aperto e non sono mai sceso a compromessi. Non ho mai fatto una cucina ruffiana per accontentare il cliente, in una città che all’epoca era difficilissima. La mia cucina è un viaggio, qui il cliente rimane seduto per tre ore e lo porto in Oriente, in Estremo Oriente, in Francia, in Sud Italia, lo faccio partecipe

della mia storia proponendo tutto il mio bagaglio culinario”. Come mai la scelta di non avere un menù alla carta ma solo quattro diversi menù degustazione? “Come ha potuto vedere all’entrata c’è un campanello, quindi è come se lei suonasse a casa di amici e a loro non chiederà cosa si mangia, si affida. Al Pagliaccio succede la stessa cosa e posso dire che abbiamo il 99.99 % di positività, mai nessuno si è lamentato. Dopo il Covid la gente ha bisogno di essere coccolata, di essere presa per mano e per qualIl caciocavall o e il pie nnol o

che ora dimentica la sua vita, il suo quotidiano, il caos romano, il traffico, 'non ci pensare, pensiamo noi a farti felice!'. Ogni tavolo è diverso, ad ognuno viene costruito un menù ad hoc, come un sarto. Noi abbiamo un nostro menù principale poi Matteo (Zappile), il nostro Direttore di Sala, stabilisce il menù per ogni singolo tavolo a seconda delle esigenze del cliente, è un servizio esclusivo”. Un suo ex allievo, Ciro Scamardella, mi ha detto che qui ha imparato un profondo rispetto, amore e gratitudine verso questo lavoro. Questa è una sua missione o un qualcosa di naturale? “Mi viene naturale anche se non tutti l’hanno ancora capito. Al 'Pagliaccio' non si impara solo a cucinare, si impara l’amore, il rispetto, la storia della cucina. Purtroppo, oggigiorno, troppo spesso viene data importanza solo al piatto in se stesso, ma il percorso di un cuoco non è solo questo. E’ saper gestire, saper rimanere in alto per tanti anni, sono più di 10 anni che abbiamo 2 stelle e volesse Dio un giorno magari arriverà la terza! Non è una missione che mi impongo, mi viene naturale. Chi viene qui e stabilisce un feeling con me poi da me ha tutto. Io apro e chiudo il ristorante, devo essere un esempio per i ragazzi. Qui non si viene solo per cucinare, devi sposare la mia filosofia ed essere in contatto permanente con lo chef. Alcuni non lo accettano, altri mi ringraziano perché hanno capito

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Raccontare) – con la conduzione di Francesca Ghezzani. Vogliamo una volta tanto regalare ai lettori, così duramente provati dall’ era covid, una testimonianza umana e professionale che apre al futuro e alla ripartenza, nonostante il periodo storico difficile. Ecco la nostra chiacchierata. Quale è stata la difficoltà maggiore incontrata nel suo settore specifico? “Nel settore Catering della Frutta ed Eventi abbiamo sofferto molto per via della pandemia e delle limitazioni, perché diversi eventi sono stati annullati o rimandati, e questo non ci ha permesso di raggiungere gli obbiettivi di fatturato prefissati. Siamo comunque felici e soddisfatti, perché in una situazione di gravità, il seme dell' opportunità ci ha dato modo di riorganizzarci e di diventare eccellenza nel Made in Italy”. Quali i progetti in campo per questo nuovo anno? “Il 2022 sarà l' anno della Bellezza e della Prosperità: ci vogliamo credere, e punteremo a creare bellezza e tante emozioni positive con i nostri buffet di frutta. Stiamo progettando di creare la nostra linea in franchising di locali Fruit Bar, perché la salute, il benessere e l' alimentazione saranno i temi principali nell' immediato futuro; questo ci permetterà di creare nuovi posti di lavoro e molte opportunità di crescita. La Formazione, infine, sarà uno dei nostri cavalli di battaglia, che permetterà sempre a più attività professionali di raggiungere l' eccellenza”. Come potremmo in breve descrivere questo fantastico mondo colorato dove lei vive e lavora? “Noi abbiamo a portata di mano una farmacia naturale. La frutta è un vero pilastro della nostra alimentazione, ed i colori della frutta e della verdura rappresentano la nostra salute. Il bianco, l’arancione, il viola, il verde ed il rosso sono colori che scorrono nel nostro sangue: ad ogni colore corrispondono sostanze benefiche, come il licopene per il rosso, la quercitina per il bianco, la clorofilla per il verde, il beta-cherotene per l' arancione o le antocianine per il colore viola. Soprattutto, i colori donano benessere fisico e mentale, interagendo sulle nostre energie ed aiutandoci a combattere lo stress. Un corpo sano con difese immunitarie alte, sottolineiamolo, ci permette di ammalarci di meno”.

La Fruit Therapy sarà il nuovo Futuro? “Assolutamente sì! Dobbiamo contrastare tutto questo grigiore con i colori della frutta. Pensate: il colore rosso e giallo attivano energia, forza, passione, amore. Arancione e blù, invece, aiutano a combattere lo stress, poichè tendono a rilassarci, donando calma e combattendo l' ansia. Addirittura, migliorano la respirazione. Il colore verde rappresenta etica ed autostima. Eccolo il progetto della Fruit Therapy: lo abbiamo avviato proprio nel periodo dell’emergenza sanitaria per aiutare molte persone a superare depressione e solitudine, giocando con la frutta e verdura, e con tutti i suoi colori. Inoltre, abbiamo presentato questo progetto a diversi ospedali, ed è stato apprezzato per portare colore e gioia in reparti che accolgono pazienti e bambini costretti a lunghe degenze. Per ora è sospeso – purtroppo, per via dei tanti contagi aumentati - ma come la situazione lo permetterà ancora, sarà la nostra priorità”. Lei ha, nel suo lavoro, una breve massima significativa che le piace ripetere? “Sì! Tenetevi strette le persone che vi sbucciano la frutta. Sbucciare la frutta, infatti, è un piccolo gesto, ma contiene uno dei più grandi atti d' amore”.

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possono nascere cose straordinarie.È proprio in questi momenti di apparente solitudine e silenzio che ci rendiamo conto che tutto intorno a noi è estremamente vitale, dinamico e sonoro: gli esseri viventi si muovono e portano avanti il duro compito assegnatogli dalla vita, nel mentre la luce non è mai la stessa e il vento, l’acqua, le foglie e i versi degli animali compongono una straordinaria melodia. A cambiare siamo anche noi, poiché sono momenti in cui non possiamo fuggire da noi stessi… esperienze che contribuiscono a guidarci nel nostro straordinario viaggio di convivenza e scoperta interiore. Sono momenti di solitudine? No, li definirei 'momenti in ottima e doverosa compagnia', proprio perché siamo letteralmente invasi dalla vita: una compagnia preziosa, che oltre a non farci sentire soli, ci aiuta a ritrovarci, anche in quei frangenti in cui sembra che qualsiasi cosa stiamo facendo non abbia alcun senso. Non nego che è proprio in questi contesti che ho vissuto alcuni tra i momenti più belli, emozionanti, costruttivi e talvolta frustranti della mia vita. Ancora ricordo nitidamente la foto che anni fa feci a un lupo anziano che amo chiamare 'il vecchietto' e che è presente nel mio libro Custodi erranti. Uomini e lupi a confronto (Pandion edizioni). Per fotografarlo impiegai cinque interminabili giorni d’appostamento. Il quinto giorno stavo per gettare la spugna e quando ogni speranza sembrava svanita, lui apparve nella scena come per magia. Il vecchietto, e in generale il lupo, mi ha ricordato che nella vita bisogna credere sempre nei propri sogni, con pazienza e dedizione. Molto spesso me ne dimentico, specialmente vivendo in una società scoraggiante che vuole farci credere che i sogni non esistono, e se esistono sono fatti per stare in un bel cassetto. Poi mi riproietto in quella fresca alba di settembre, in quelle montagne che rappresentano i miei luoghi del cuore e tutto diviene nuovamente nitido e meraviglioso, poiché con tutti i pro e i contro, la vita è meravigliosa. Questo è uno degli innumerevoli motivi per cui sarò sempre grato al lupo e ai momenti passati in natura, i quali mi rammentano che non bisogna mai dimenticarci dei nostri sogni. E se quest’ultimi sono in un cassetto, dobbiamo rispolverarli e a nutrirli lentamente, giorno dopo giorno”. Fare foto naturalistiche sembra essere alla portata di tutti, ma non è così. Come approcci alla natura quando devi fotografare? “L’etica prima di tutto. Per prima cosa consiglierei di imparare a conoscere e percepire l’ambiente che ci circonda, magari con l’aiuto di un binocolo, guide di

campo e soprattutto tanta curiosità.Lo studio delle piante, animali e luoghi che si intende fotografare è fondamentale, poiché da questo riusciremo a capire come poter riprendere un soggetto cercando di non interferire nella sua vita, senza stressarlo o metterlo in pericolo. Una foto non vale mai nulla in confronto al benessere dell’animale. Nel caso dell’appostamento è importante essere sufficientemente distanti, silenziosi, mimetizzati (un telo mimetico è fondamentale) e non lasciare odori (non mettersi profumi, non fumare e non urinare vicino al luogo dell’appostamento).Generalmente preferisco lavorare a progetto e non su singole immagini. Inizialmente c’è tutto uno studio fatto di sopralluoghi, ricerche bibliografiche, lettura di libri che possano ispirarmi, informazioni sugli animali, piante e paesaggi che mi piacerebbe fotografare. Dopo di che c’è l’azione, ovvero il lavoro sul campo, fatto di appostamenti all’alba o al tramonto, lunghe camminate, svariati giorni in tenda o in un rudere abbandonato, rinunce, ma anche grandi insegnamenti, gioie e soddisfazioni”. La tua passione per l’ambiente, la natura nasce nella tua infanzia? Puoi raccontarvi di più? “La mia passione è composta da molte componenti. Sicuramente molto dipende dai libri che ho letto, cartoni, film visti, dal Judo, ma soprattutto dipende da Claudio e i miei cani. Spesso Claudio, insieme a mio fratello Daniele, ci portava in natura facendoci fare esperienze meravigliose in luoghi altrettanto meravigliosi. Il Judo è diventato uno stile di vita per me e tra le tante cose mi ha insegnato il rispetto, la pazienza e lo spirito di sacrificio per raggiungere un obiettivo. Il mio primo cane si chiamava Bilbo, avevo 14 anni quando è entrato nella mia vita. Ero consapevole che la sua esistenza sarebbe durata molto meno rispetto la mia, per cui volevo che facesse una vita piena e degna di essere vissuta.A tal proposito, una volta compiuto diciott’anni, quasi ogni fine settimana sceglievo un posto che non conoscevo (soprattutto in Appennino) e partivamo insieme all’avventura. Queste esperienze, ancor prima dei miei studi, mi hanno fatto appassionare e amare l’ambiente da cui, non dimentichiamocelo, tutti noi dipendiamo e dipenderemo sempre. Un territorio meraviglioso in cui abbiamo ancora fortuna di vivere e che, se impariamo ad osservarlo e a viverlo profondamente, ci fa rendere conto che non siamo il Tutto ma facciamo parte del Tutto”. Nel prossimo numero, avremo ancora Matteo con noi.

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glienza e nella realizzazione di un piano turistico eco sostenibile”. Mariadora, infatti, condivide con la sua famiglia un ideale di turismo ecologico, che salvaguardi e valorizzi il territorio. Propone ai suoi ospiti escursioni, passeggiate, itinerari che portino alla scoperta di una terra che ha tanto da offrire. “Abbiamo intorno a noi un territorio che può sviluppare ancora tante potenzialità, ma molto spesso non c’è una vera strategia, un piano di promozione e comunicazione. È per questo che, ogni volta che posso, viaggio non soltanto per piacere ma anche per prendere idee, spunti, intuizioni che altri hanno avuto – ovunque nel mondo – per portare nella mia terra nuove opportunità di sviluppo”. Mariadora ama viaggiare, e lo fa appena i suoi impegni glielo consentono. Viaggi che ossigenano la mente di una giovane imprenditrice grintosa e molto motivata, che – come altri giovani abruzzesi – ha scommesso sulla sua terra. Avete in corso altri progetti? “Sì, nel 2011 abbiamo aperto in pieno centro storico il Santacroce Guest House, un piccolo gioiello, e stiamo progettando un nuovo albergo nei pressi della Cattedrale, all’interno di un palazzo storico. Cerchiamo di differenziare le forme di ospitalità, venendo incontro alle varie esigenze dei nostri ospiti”. Ma non è finita. Mariadora non è soltanto un’imprenditrice appassionata di viaggi. La sua natura “green” e sportiva si è espressa in maniera originale, attraverso la costituzione del Santacroce Bike Team. Di cosa si tratta, esattamente? “Essendo un’appassionata di mountain bike, e uscendo spesso a fare delle escursioni, ho incontrato altre donne che avevano la mia stessa passione, quindi nel 2020 ho creato una squadra di ciclismo tutta al femminile. Ho iniziato per gioco e mi sono ritrovata con un vero team”. Quali sono gli obiettivi della squadra? “Si tratta di una vision non competitiva, vogliamo contribuire alla promozione del territorio e alle occasioni di aggregazione e divertimento. Per questo motivo, a giugno e ottobre, abbiamo realizzato due eventi cicloturistici che hanno riscosso notevole successo. Sono stati percorsi circa quaranta chilometri in mountain bike. A ottobre abbiamo seguito l’antica via napoleonica”. Lavoro, impegno sportivo e sociale, vision ecologica per un turismo sostenibile. E poi, viaggi, tanti – anche sull’Orient Express! Esperienza che Mariadora ha condiviso con un altro giovane imprenditore abruzzese di successo: Andrea Sedici, stilista, il cui brand si è ormai affermato a livello internazionale. “Crediamo nel nostro territorio, nella necessità di fare rete e creare delle sinergie che portino in Abruzzo nuovi ospiti, alla scoperta delle sue tante bellezze e di una natura rigenerante”.

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scritti senza averli ’pensati’, ossia si erano quasi ‘prodotti’ in un flusso di scrittura come se qualcuno me li avesse dettati. Trattandosi di racconti legati a memorie riguardanti miei famigliari, avevo dovuto ‘inventare’ alcune situazioni per colmare inevitabili lacune. Documenti ritrovati successivamente, come lettere, annotazioni, oggetti o vecchie foto, mi hanno però dimostrato che, più che frutto della mia fantasia, erano la manifestazione di una sorta di intuito inconscio, molto vicino alla verità. Così, ho deciso di creare questa raccolta”. Cosa ha significato, tornare a un passato non vissuto personalmente? “Tornare a un passato che non ho vissuto, descrivendolo così come lo ‘vedevo’ durante la scrittura, è stato come sperimentare una sorta di trance. Quello che mi ha emozionato in questo viaggio, oltre alla scoperta dei luoghi e la percezione di quelle atmosfere che hanno caratterizzato importanti momenti storici - talvolta tragici e di grande impatto - è stato svelare i sentimenti intimi che le persone di cui racconto hanno provato: con loro ho gioito, ho pianto, ho riso, ho avuto paura, freddo, fame… ho amato. Ho capito più profondamente quali fossero i principi e i valori su cui si basavano le esistenze di quelle generazioni passate”. Ci sono descrizioni dettagliate di oggetti, come un abito da sposa, di paesaggi, come i crinali di zone montane, su cui ti soffermi con minuzia fotografica… “Credo di avere una memoria fotografica piuttosto forte che mi supporta al momento in cui devo ricordare luoghi e oggetti che ho visto anche molti anni prima. Mi sono fatto aiutare solo da Google Earth, quando ho dovuto verificare luoghi geografici che conoscevo ma nei quali non andavo da tempo. Per esempio, per il racconto ‘Per un filo di perle’, ho sorvolato Volterra e ripercorso il tragitto che Orazio fa per arrivare al punto d’incontro dove avverrà il duello, per non rischiare di commettere errori ‘topografici’”. Come ti ha influenzato l'ambiente toscano di nascita e formazione, e come ti ha cambiato quello romano di adozione? “Certamente trovarmi, poco più che adolescente all’inizio degli anni settanta - in una città come

Roma, provenendo da una realtà più provinciale come quella di Firenze, e ancor più come quella del paesino in cui ho passato la mia infanzia, ha accelerato notevolmente la mia trasformazione in essere adulto. Oltre tutto, appena arrivato, abitando in pieno centro storico, ho assistito ‘in diretta’ agli anni di piombo. Però mi sono sempre ambientato facilmente e velocemente ai luoghi in cui ho vissuto negli anni successivi, anche all’estero - tanto da considerare ‘casa’ molti posti culturalmente diversi e anche estremamente lontani fra loro”. La storia 'Per un filo di perle', si riconduce a te? Se sì, come? “Credo che in tutte le famiglie esistano dei segreti mai svelati. Nella famiglia di mia madre c’era la storia di suo zio Orazio, di cui si conosceva la causa fisica della morte, ma non il motivo che l’aveva scatenata. Il segreto se lo è portato nella tomba zia Assunta, sua moglie, che ricordo come una donna imponente, con una folta chioma di capelli rossi ben acconciati e sempre seduta su una poltrona che, a me ragazzo, sembrava un trono. I personaggi di ‘Per un filo di perle’ sono loro, i luoghi sono quelli dove hanno realmente vissuto, ma la storia è frutto della mia fantasia. Benché durante un mio sopralluogo a Volterra, dove sono andato dopo aver scritto il racconto per fare delle verifiche, abbia avuto una serie di rivelazioni inquietanti su ciò che avevo narrato”. Hai in mente nuovi progetti narrativi? “Sto iniziando a lavorare a un romanzo ispirato al racconto ‘Un soldato tedesco’ a cui sono molto legato. Inoltre, ne sto scrivendo un altro che probabilmente si intitolerà ‘Diario di una mosca’. È una storia un po’ surreale che parla di una mosca che si trova prigioniera, senza possibilità di fuga, nell’appartamento di uno scrittore, e ‘obbligata’, per una legge naturale della sua specie, di cui l’umanità non è a conoscenza, a osservare e registrare tutto ciò che avviene nei suoi venticinque giorni di vita. Il tempo è scandito dalle attività dello scrittore e dai fatti di cronaca e attualità annunciati da un televisore sempre acceso, che spingono la mosca a prodigarsi in monologhi sarcastici e divertenti, concludendosi con una serie di colpi di scena”.

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Cosa hai cercato in tutti questi anni vissuti sotto i riflettori? “Cerco sempre di conoscere e di apprezzare le persone da un punto di vista spirituale e di non giudicarle solo dalla loro apparenza fisica. Quindi apprezzo particolarmente la generosità, la vitalità, l’ottimismo e la lealtà. Credo che tutte le persone siano ugualmente importanti e valga la pena di conoscerle! Per un’artista, qualsiasi essere umano che ha donato gioia, idee e spirito all’umanità ha valore”. Cosa significa vestire i panni di un’altra persona? “Per un’artista, qualsiasi ruolo dona gioia, e vale la pena di interpretarlo. Mi piace interpretare i ruoli dove è evidenziato il lato scuro dell’essere umano, l’attrazione, l’incubo”. Cosa ha rappresentato, per te, la fotografia? “La fotografia mi ha permesso di creare e mi ha dato la possibilità di sperimentare i limiti del mio corpo; sono sincera: questo mi interessa e mi intriga”. Sui social ti piace raccontarti in tutta la tua trasversalità… “Condivido con il mio pubblico tante emozioni, chi mi segue è parte della mia vita e spero io lo sia della sua. Per me i followers sono un vero e proprio regalo, soprattutto ora che il contatto mi manca tantissimo”. Attraverso i social, quale immagine vuoi veicolare? “Voglio trasmettere i molti lati di me stessa: simpatica, dolce, altruista, estroversa e loquace, insomma me stessa! Mi infastidisce la saccenza! Ho timore delle persone che hanno paura, di dare, di amare e di vivere, soprattutto se si allineano a modelli di conformismo e di comodità”. Che donna ti piace essere nella vita quotidiana? “Mi piace osare, amare, vivere anche nell’abbigliamento indifferentemente dall’ora e dai luoghi. Mi piace essere libera e credo che ognuno debba essere se stesso e trovare la propria strada”. Che progetti hai per il futuro? “Stando ai fatti odierni, vedo un mondo senza empatia dove il contatto visivo ed uditivo diventerà sempre più virtuale, dove noi non potremo più godere dell’olfatto, del gusto e del tatto. Dove la cultura dell’isolamento diventa una trappola che ci fa dimenticare che non c’è nulla che possa sostituire uno sguardo che si posa su

un altro sguardo umano o una mano umana che stringe un’altra mano umana”. Cambiamenti che impatteranno anche sulla vita artistica. “Amo sperare in un futuro dove trionferà la luce e la bellezza. Voglio pensare ad un futuro caratterizzato da tanto teatro, tanto cinema di genere e indipendente, tante foto e tante performance”. CONTATTI: @chiarakpavoni www.chiarapavoni.it

© Ph. Il aria Yl arih © Ph. Photographer roma

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spettacolo indipendente”; un applauso doppiamente meritato quindi a Massimo Dapporto, Pino Ammendola, Edoardo Siravo, Maria Letizia Gorga, Lino Guanciale, Maria Rosaria Omaggio, Michele Placido, Debora Caprioglio, AnI l S enato re Mo le s e Davide Cavut i

dell’Intergruppo Parlamentare Cinema e Arti dello Spettacolo “… per rappresentarlo devi essere più aderente possibile a quella persona, devi scavare nella sua vita…”. E “scavare” è proprio quello che con gran metodo ha fatto Davide Cavuti ingegnere elettronico prestato al cinema nella duplice veste artistica di compositore di musica per film (tra le tante colonne sonore son sue quelle de “Il grande sogno” e “Vallanzasca”) nonché di regista (suo è “Un’avventura romantica”). “Ho voluto raccontarlo attraverso le parole di chi veramente lo ha conosciuto - dice - o vissuto come Giuliano Montaldo, Paola Gassman o Masolino D’Amico e per farlo ho proceduto con metodo quasi matematico nel susseguirsi della pellicola. Ho analizzato Flaiano al suo arrivo a Roma, il suo rapporto da uomo umile e mite con registi come Fellini o Blasetti; sono entrato con rispetto nel dolore maggiore che abbia avuto nella vita, la malattia della figlia”. A onor del vero, metodo matematico o no, il film di Cavuti è estremamente appassionante per lo spettatore che esce dalla proiezione con l’assurda voglia di correre in libreria ad acquistare l’intera opera artistica di Flaiano. Corretta in ultimo la citazione di un cast d’eccellenza che, come giustamente ha fatto notare Gabriele Antinolfi, Direttore del C.S.C. in sede di conferenza “se fosse stato messo su senza baipassare gli agenti avrebbe rappresentato un costo altissimo per una produzione

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nalisa Favetti. In ultimo, banalmente, un personalissimo richiamo d’attenzione ai più giovani che spesso, magari davanti all’apertura di una birra, adoperano frasi come “mi sono arreso alla mia debolezza” credendole citazione da bacio perugina. No, ragazzi, sono aforismi del Signor Flaiano: avventuratevi nei suoi scritti o nei suoi film, scoprirete per assurdo che … “il meglio è passato!”. N e ll a f ot o al ce nt r o, D a vi de C avu t i co n Ma ss i mo D ap por to. So tt o, Ca vu ti con M i che l e P laci do


Luciano Mattia Cannito oggi è un grande coreografo e regista, i cui lavori sono stati rappresentati in tutto il mondo. Proviene da un paesino in provincia di Frosinone, Isola del Liri, dove vi è nato il 29 marzo del 1962. Un inizio carriera segnato da un difficile evento, che però gli ha dato tanti anticorpi per mettere in pratica il suo magico sogno. A dodici anni suonava il pianoforte al Conservatorio e già recitava in lavori di rilievo come “Miseria e Nobiltà”. Vivendo in un'epoca diversa piena di preconcetti, un paio di anni dopo ha anche praticato danza di nascosto. La cosa fantastica di Luciano è che preferisce lavorare creando un ambiente leggero, non incute timore e non si dà arie inutili. Luciano in che modo ha avuto inizio la tu attività di successo? “Quando avevo dodici anni la mia famiglia si è trasferita a Napoli e proprio lì ho avuto la possibilità di frequentare grandi accademie, visto che la passione artistica ha sempre abitato in me. In questa città ho ottenuto la mia formazione culturale, stando a contatto con importanti maestri del settore. Napoli è stata una città che mi ha insegnato molto in termini di consapevolezza riguardo ai tempi teatrali, visto che già la città in sé è uno spettacolo a cielo aperto. Il popolo napoletano è un popolo pieno di iniziativa e di gioia. A sedici anni mio padre è venuto a mancare e mi sono ritrovato in una situazione difficile con mia mamma che non lavorava. Eravamo quattro figli. Mi sono rimboccato le maniche andando a lavorare alle quattro di mattina ai mercati generali, continuando a studiare con questa voglia di riscossa che c'era in me. Un sogno da inseguire a tutti i costi sulla sofferenza e anche questa senza volerlo, è stata una scuola che mi ha permesso a ventisette anni di creare la mia prima compagnia indipendente con la quale ho iniziato a fare tour in tutta Europa”. Cosa ti dà più soddisfazione in questo tipo di mestiere? “Il teatro colmo, lo preferisco a belle recensioni sui giornali. Il pubblico che applaude è la dimostrazione che quello che si fa arriva alla gente”. C'è stata un'opera teatrale che ti ha lasciato il segno? “Quando ho fatto per il Teatro San Carlo di Napoli 'Amarcord'. Federico Fellini era appena scomparso. E' piaciuto talmente tanto al pubblico che è stato replicato per tre anni sempre a Napoli. Successivamente è approdato alla Scala

di Milano, passando anche per New York, Los Angeles e altre parti del mondo. Ho avuto una grande soddisfazione quando un critico cinematografico ha scritto che ero stato più 'felliniano' di Fellini”.

Hai lavorato anche con un genio, Lucio Dalla. “Sì, con Lucio si è stabilito subito un bel sodalizio artistico. Sono stato chiamato proprio da lui, dopo che aveva visionato tanti coreografi. Ecco un'altra bella soddisfazione. Ricordo che era sempre presente alle prove di 'Pulcinella'. Era una persona senza preconcetti”. Quante volte hai lavorato invece con la tua compagna Rossella Brescia? “Tante volte, ci siamo conosciuti a Palermo nello spettacolo 'Carmen', il balletto tratto dalla celebre opera. E' immediatamente nato un bellissimo rapporto artistico senza il minimo pensiero che potesse esserci qualcosa. Poi ci siamo rivisti in una creazione insieme a Carla Fracci, dove Rossella era l'alterego della Fracci. In quel momento è partita la nostra storia d'amore. Ancora oggi stiamo portando in giro “Carmen” con Rossella, anche tra poco in primavera. E' stato lo spettacolo che ha vinto il biglietto d'oro come il più visto in Italia nel 2010/11”. Com'è Luciano nel lavoro e nella vita di tutti i giorni? “Una cosa rimane sempre uguale, il sorriso. Mi piace creare un ambiente di serenità intorno a me e nel lavoro. Non disdegno mai la risata e soprattutto l'autoironia. Non ho paura di ridere di me quando è il caso di farlo e ho imparato che lavorando in tranquillità si ottiene il massimo”.

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gestire. Oggi sono in una fase più matura e consapevole sia personalmente che musicalmente. E’ stata una vetrina pazzesca che mi ha fatto conoscere per cui non rinnego assolutamente nulla”. Come inizia la sua avventura musicale? 2È una passione nata in maniera spontanea, un po’ per gioco, ho sempre ascoltato parecchia musica influenzato dal british pop dai gusti di mia madre di origini inglesi, e dal cantautorato italiano, spinto dalla passione di mio padre. Mi è sempre piaciuto scrivere testi ed ad un certo punto mi sono reso conto che stavo iniziando a fare seriamente. Ho iniziato a scrivere le prime rime in musica da ragazzino gasato dall’esplosione della musica rap, anche se poi io negli anni nonostante ascolti di tutto ho appreso un’attitudine più pop urban di carattere internazionale”. I suoi punti di riferimento, la sua stella polare? “La mia famiglia sempre vicina, anche la mia anima gemella direi, senza amore non possiamo essere veramente completi”. Questa pandemia come ha inciso sulla sua persona e sul suo lavoro? “Assolutamente sì, anche nella stesura di questo brano nuovo 'Domani che fai?' che ho iniziato a scrivere durante il primo lockdown si ritrova molto dell’incertezza legata al futuro anche a causa della pandemia. Forse noi giovani abbiamo sofferto più di altri questo distanziamento sociale. Poi il brano trova mille sfaccettature legate al futuro comunque visto con positività e speranza, che non deve mai mancare. La cosa che la pandemia ci ha portato via è soprat-

tutto la musica dal vivo che mi manca parecchio”. In quest'era che tutto fagocita, lei che rapporto ha con i social? “I social a mio avviso se utilizzati con parsimonia in maniera non corretta e spropositata sono utili ad accorciare le distanze. Sicuramente ci hanno tenuto compagnia in questi ultimi due anni e soprattutto sono stati il mio legame continuo con i fan, senza il loro calore non c’è l’avrei fatta!”. Progetti? “Mi dedico a questo nuovo singolo a cui tengo in particolare modo perché è l’espressione perfetta di quello che sono in questo momento descrive molto di me, di quello che sento personalmente e musicalmente. Poi spero di uscire prima dell’estate con nuovi brani e chissà mai poi un disco, io musicalmente non mi fermo mai, sono sempre al lavoro”.

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