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GP Magazine febbraio 2021

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riuscivo a dormire la notte, pensando a tutti quei camion in Lombardia. Mi ha toccato la sensibilità. Del resto non si fa che parlare di questo, quindi assorbiamo tutto e ne paghiamo poi le conseguenze”. Riesci ad essere una tipa equilibrata o come molti sei andata fuori di testa? “No quello no. Mi ritengo una persona forte ed equilibrata. Ho solo una grande paura che questa possa diventare la normalità del futuro. Può essere che il mondo stia cambiando, chi può dirlo? Dobbiamo essere ottimisti e pensare che tutto possa tornare come prima ma la certezza non l'abbiamo almeno al momento. Mancava solo il coronavirus per completare il quadro desolante delle malattie”. Chi sono i tuoi migliori amici nel mondo dello spettacolo? “Enrico Papi, Barbara D'Urso, Piero Chiambretti e Paolo Bonolis. Ho lavorato insieme con tutti loro e li ringrazio. Poi ho altri amici, sempre nel campo artistico, come Angelo Peluso”. A chi devi dire grazie? “Innanzitutto a Eliana Bosatra, che nel 2006 mi ha scelta per partecipare al 'Grande Fratello'. Mi ha dato così l'opportunità di potermi sganciare da una realtà locale per approdare sul nazionale. Poi devo ringraziare Enrico Papi che mi ha selezionata per fare programmi tv. Ancora ricordo quando mi disse che potevo fare televisione. Mi ha dato credito e fiducia, spronandomi e mettendomi alla prova. Grazie anche a Barbara D'Urso che mi ha spesso invitata e mi ha anche fatto fare l'inviata per il programma e Chiambretti che mi ha impiegata come opinionista”. Quanto conta per l'immagine? “Tanto, in quanto io ho sofferto con l'immagine. La società mi ha dato un valore negativo sulla mia. Chi non mi conosce, pensa che io sia una persona superficiale ma non è affatto così. Ricorrere alla chi-

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gnare una stecca”. Cosa vi portate dietro dagli incontri con le persone conosciute? “Tanti momenti che andrebbero ricordati. Abbiamo conosciuto giocatori di biliardo in tutto il mondo con disabilità importanti. Ipovedenti, atleti, sia in carrozzina che non, che giocano con un solo braccio, altri senza entrambe le mani che si aiutano con ausili, con i gomiti o usando il piede come supporto alla stecca. Tutti straordinari, che hanno unito l’interesse per Paese stentano a essere abbattute. Le sale sono ancora troppo spesso inadeguate per permettere l’accesso ai giocatori. Ciononostante, l’abilità di Luca nel biliardo - gioca con una stecca dall’impugnatura speciale da lui stesso sagomata – e la particolare attitudine di Roberto d’interagire coi social, hanno permesso di estendere una connessione di relazioni incredibili, di allacciare rapporti tra ex giocatori di biliardo, vittime come Luca di infortuni, come lui costretti ad abbandonare una passione per la presenza di ostacoli oggettivi. La cosa davvero sorprendente, poi, è stata la nascita di una comunità di neofiti normodotati che hanno intrapreso con entusiasmo tale gioco, e si ritrovano oggi a imparare dai disabili, superando in tal modo la propria inidoneità dettata da inibizioni mentali. E’ grazie al lavoro infaticabile e prezioso di Luca Bucchi e Roberto Dell’Aquila che si è accesa l’attenzione da parte della FIBIS, in seno alla quale è stata inserita la sezione paralimpica del Biliardo in carrozzina. Abbiamo chiesto a Roberto Dell’Aquila, portavoce del progetto, se si ritengono soddisfatti dei risultati raggiunti. “L'avventura iniziata a partire dal febbraio del 2019, è stata dal punto di vista sportivo davvero straordinaria. Siamo cresciuti di numero e in consenso, e tante persone che non avevano mai giocato a biliardo si sono avvicinate con curiosità e attenzione. C’è poi chi, attraverso questo progetto, è potuto tornare a impu-

questo gioco alla caparbietà, alla grinta. Sottolineo, poi, la grande responsabilità con cui ogni giocatore ha affrontato le vicissitudini dell’emergenza sanitaria causata dal covid. Nonostante due sospensioni del campionato, il gruppo è rimasto compatto, il legame tra le persone si è fortificato. Lo slancio con cui i giocatori sostengono il progetto è la manifestazione più evidente della sua riuscita”. Insomma, nessun limite per giocare al biliardo. “Esatto! ‘Fino a prova contraria puoi giocare anche tu’. E’ lo slogan che Luca e io abbiamo coniato per sensibilizzare le persone con disabilità, e non solo in carrozzina, ad avvicinarsi al biliardo, stimolandole a provare, magari accendendo in loro la passione per questo sport”. E il pensiero corre a questi giocatori straordinari, al tracciato della mirabolante sfida che porterà ciascuno di loro nella buca del trionfo.

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Foto d’ar c hivio

Caso diverso invece, appare riunire la categoria dei farmacisti per organizzare un piano comune che possa costruire le basi per richiedere al governo una revisione delle normative che disciplinano il contratto dei farmacisti”. Sono passati anche diversi anni da quando il CCN dei farmacisti non è stato più rinnovato, Lei cosa ne pensa a riguardo? Non crede che la tipologia del contratto dei farmacisti ad oggi ancora in essere, sia ormai obsoleta e che vada cambiata, in quanto non dà merito né spiega le reali competenze che in realtà il farmacista riveste in farmacia? “È chiaro e voglio sottolinearlo che il nostro non può essere considerato un 'contratto speciale del farmacista', tra l'altro espressamente di natura commerciale, così come oggi viene ad essere articolato, visto e considerato che gli attori che si siedono ai tavoli di contrattazione sono i sindacati Federfarma (dei titolari di farmacia) verso i sindacati del commercio e del turismo. La nostra natura professionale è depositata in seno al Ministero della Salute, dove il nostro certificato di professione sanitaria è chiaramente visibile grazie all'elenco delle professioni sanitarie e al dlgl.08/08/91, n.258. Il farmacista deve essere seguito da sindacati idonei, vale a dire, che appartengono al comparto sanitario”.

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“Ho posato in passato come fotomodella, mi piace fare foto e sinceramente anche farne agli altri. Ma oltre all’apparenza, voglio trasmettere emozioni, sentimenti, pensieri, idee…”. Diciamo che la tua carriera va a gonfie vele… “Ho un carattere forte: mi si nota non solo per l’estetica… ma anche per i miei modi di fare! Sono molto ironica e autoironica, mi piace provocare… giocare e sdrammatizzare. Ogni situazione mi è buona per trovare in ogni cosa il lato positivo. A dispetto di quel che si potrebbe pensare, sono semplice e alla mano”. Di Federica Fede e Juventus si parla sempre di più. “Di recente ho fatto da modella per una linea di make-up promossa da mie amiche youtuber e beauty guru. Da lì ho preso lo spunto e voglio al più presto lanciarne una mia. Ho pubblicato 6 filtri, di cui uno per la Juventus che è la mia squadra del cuore. Sono una tifosa sfegatata dei bianconeri, non mi perdo una sola partita e ho dedicato alla Juve, oltre alle mie sexy foto, anche un filtro Instagram”. Essere sensuale fa parte del tuo personaggio. “Ma, senza rinnegare nulla, ora vorrei dare una svolta alla mia immagine. Sono più predisposta sulla naturalezza, sull’essere me stessa e sulla volontà di comunicare come tutte le donne possano essere belle. Mi piace ascoltarle e dare consigli di bellezza, d’amore… di un po’ tutto. Ciò che voglio, e lo voglio per davvero, è avere un rapporto reale con i miei folllowers”. Cos’è per te la fotografia? “Una fotografia riesce a mantenere impresso per sempre un ricordo, un’emozione, a volte un sentimento. Tengo molto al messaggio che passi, voglio che chi guarda il scatto capisca i sentimenti e le emozioni che provavo mentre scattavo”. Solo social o anche tv? “Non ho mai fatto tv per mia scelta, anche se ho ricevuto molte proposte avendo come amiche ragazze che fanno questo di mestiere. Dal canto mio, preferisco stare dietro le quinte e imparare. Certo, so bene che mondo è quello dello spettacolo: bisogna avere la testa sulle spalle e saper riconoscere le persone giuste”. Che ragazza sei nel quotidiano? “Sono stata esibizionista nel passato, ma ora preferisco passare almeno visivamente inosservata. Preferisco farmi notare per la mia simpatia e per i miei modi di fare. Non ho nulla contro chi è appariscente, ognuno deve sentirsi libero di esprimere al meglio la propria creatività e personalità”. CONTATTI SOCIAL @_federica__bombshell_

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non abbandono la speranza di poter tornare alla normalità, perché accadrà, un passo alla volta probabilmente, ma arriverà quel giorno in cui tutto questo sarà soltanto un brutto ricordo. Per ora, come il premier Giuseppe Conte ci ha chiesto di fare, continuo a seguire le normative igienicocomportamentali e a spostarmi soltanto se è estremamente necessario. Non sono un virologo, tantomeno uno scienziato, dunque a differenza di tanti altri ho evitato di allarmarmi e allarmare le persone con quell’infinità di complottismi e fake news che ormai vanno tanto di moda e riempiono ogni angolo del Web. Non essendo io un tipo dinamico o dedito alla vita mondana, non mi è stato difficile seguire le regole. Ho trascorso la prima quarantena con i miei 7 gatti e 3 ratti, circondato da tutto l’amore e l’affetto di cui ho bisogno, e questo mi è bastato. Ho organizzato le mie giornate in modo tale da dedicarne un momento di ognuna alla scrittura e uno al cinema, da appassionato del grande schermo quale sono. In alcuni momenti, tuttavia, la noia è stata la mia più fedele compagna, così ho deciso di dar sfogo alla mia creatività e con orgoglio posso affermare che questa ha dato i suoi frutti. Tra le svariate iniziative social che mi sono venute in mente, la prima è stata quella del “No Maria, Io Non Esco” Quiz Contest svoltosi durante la scorsa primavera, un concorso a domande articolato in tre fasi e ai cui vincitori è stata regalata una copia del mio libro “No Maria,

io esco!”, scritto a quattro mani con Tina Cipollari. Un modo semplice e genuino per restare vicini pur essendo lontani, e perché no, per regalare qualche minuto di sana spensieratezza. Ne abbiamo sicuramente bisogno e se sono riuscito nell’intento, ne sono veramente felice! In prossimità di vacanze di Natale molto diverse dalle solite, inoltre, ho dato vita ad un gioco che permettesse di tenersi compagnia in modo ingegnoso e stimolante, nella speranza di poter avvicinare quante più persone possibili ad una pratica che negli ultimi anni sta malauguratamente scomparendo, la lettura. Grazie alla DiamonD EditricE, infatti, la mia casa editrice non a pagamento fondata poco più di dieci anni fa, ho ideato il “Christmas Quiz Contest”, un richiamo alla magia delle feste e un omaggio alla figura femminile, in particolare a quelle donne che si sono distinte nei molteplici campi dell’era moderna. Da Barbara d’Urso a Margherita Hack, passando per Rita Levi Montalcini e Maria De Filippi, un compendio di 56 domande per un totale di sette protagoniste. In palio, una serie di libri scelti appositamente da me dal catalogo della DiamonD, tra i quali figurano “Nuda e Cruda” dell’attrice Anna Mazzamauro, “D’amore e Di Libertà” del poeta Antonio Veneziani, la mia raccolta antologica di racconti “L’amore dietro ogni cosa”, e altri ancora. E infine, ho trasformato una delle mie passioni più “nascoste” in un progetto che di sicuro sarà apprezzato. Tesori del mare e resina, un connubio di eleganza, arte e poesia del quale, però, non vi svelerò nulla. È qualcosa a cui sto lavorando da molto e che rivelerò al pubblico soltanto nel preciso istante in cui saprò che sarà pronto, ci sono particolarmente affezionato e voglio che ogni cosa sia perfetta. Nel frattempo, auguro a tutti un buon 2021, in fondo questo 2020, più che un anno da ricordare, è stato un’autentica prova di coraggio da commemorare!

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tacolo teatrale, un monologo portato in scena da Patrizio De Paolis al Teatro Nuovo di Civitavecchia e che ha dato il via ad una serie di collaborazioni con altri scrittori locali dai cui incontri è nato il mio primo vero romanzo ovvero 'La banda del congiuntivo'”. In cui incontriamo per la prima volta il Commissario Rotunno, personaggio chiave de “Gli imperseguibili”. “Sì, un commissario che non escludo di riproporre in opere future”. Quanto impieghi generalmente per scrivere un romanzo? “Più o meno otto mesi ma solo perché di base mi ritengo uno scrittore incostante, di quelli che scrive veloce nel timore che le idee sfuggano. Per spiegarmi meglio, nel periodo in cui mi dedico alla storia ci penso di continuo: se sono in giro a fare le mie cose penso continuamente allo sviluppo delle vicende; capita che magari sono in piscina a nuotare e mentre nuoto sviluppo dei dialoghi per cui poi mi sbrigo a tornare al pc per trascriverli nell’esatta maniera in cui nuotando li ho immaginati. Paradossalmente più penso all’idea e più mi sfugge. Invece una volta concretizzata tutto il resto viene da sé”. Beh devo dire che leggere “Gli imperseguibili” è stato molto divertente, trovo sia davvero un’idea originale, sviluppata molto bene e in maniera assolutamente scorrevole. Quasi geniale. “Grazie! Anche lì non nascondo che è stata proprio la ricerca

dell’idea che mi ha preso tantissimo, poi ho lasciato che i personaggi si raccontassero da soli”. Come mai hai preferito pubblicare in autonomia? “Forse perché ho cominciato in piena autonomia senza un editore e le poche esperienze avute con gli editori mi hanno convinto che era bene proseguire così; l’utilizzo delle piattaforme ha permesso una rapidissima diffusione dei miei lavori e non credo un editore sarebbe stato in grado di ottenere altrettanto”. Tuo figlio che dice dei tuoi lavori di scrittura? “Ne è moderatamente entusiasta anche se a scuola le maestre mi dicono che un pochino se ne vanta. Di sicuro è stato molto contento di apprendere che il mio primo vero libro è stato scritto in fondo su di lui e rivederlo in teatro lo ha reso orgoglioso”. Che mi dici invece su “La partita di Ipres” il testo pubblicato a dicembre? “E’ anch’esso un romanzo ma oserei dire di matrice storica perché si basa su un fatto realmente avvenuto ovvero la partita giocata durante

la tregua natalizia del 1914 tra i soldati inglesi e i tedeschi. Per scriverlo ho rispolverato i miei interessi storici della laurea in Scienze Politiche: mi sono letto tutti i documenti che parlavano dell’episodio e le raccolte di lettere dal fronte che ne parlavano giungendo finanche a correggere più volte quanto via via scrivevo perché venivano alla luce dettagli importanti che non potevo permettermi di sbagliare. Un esempio per tutti è stato il rapido cambio che ho dovuto fare apprendendo come fossero nella realtà le divise che avevo immaginato come quelle che spesso vediamo nei film e che invece erano assolutamente diverse: si trattava di un vestiario più simile a una guerra di secessione americana con tanto di elmetti in cuoio. In pratica si è trattato di una guerra iniziata con un armamentario dell’800 e finita con l’introduzione dei prototipi dei carri armati”. E tua moglie che dice di un marito scrittore? “E’ stata sempre la mia più grande sostenitrice e, dopo corsi e corsi on line, ora è anche il mio editor personale”.

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E’ capitato? “Sì, molte volte. Di solito fanno così le donne che sono quelle che leggono di più. Ho al mio attivo un certo fan club di attente lettrici che subito dopo aver letto un testo mi chiama, lo discute e io di tutto faccio tesoro”. C’è un luogo di casa o esterno che ti ispira maggiormente per la nascita di un’idea? “Come no, una poltrona mezza mangiata dai miei due cani posta in un angoletto del mio salone; è lì che ho scritto quasi tutto”. Ma sei di quelli che prende appunti e trascrive o di quelli che avuta l’idea si piazzano direttamente davanti al pc? “Porto il mio tablet dappertutto. Ricordo che una volta andai a Gardaland con mio figlio piccolo e l’idea mi venne proprio mentre lui stava facendo un giro su quel gioco che chiamano il bruco mela: per non farmela sfuggire gli avrò fatto fare almeno dieci giri consecutivi. Un’altra volta ricordo che l’idea mi è partita mentre ero sul diretto Brescia Napoli: mi ci sono chiuso e all’arrivo avevo completato migliaia di battute del libro cui stavo lavorando”. Quindi niente foglietti volanti? “No, magari un appunto ma fondamentalmente uso il pc. Ora ho imparato a metterli su iCloud così dovunque mi trovo posso richiamarli e lavorarci sopra. Gli appunti no, anche perché ti confesso che ho un’ortografia orribile”. Come è nato “La casa sul meteorite”, tuo primo giallo? “Si è trattato di un lavoro quasi su commissione; una casa editrice con cui avevo rapporti mi ha proposto di scrivere un testo e dopo cinque mesi glielo ho consegnato. Dopodiché visto che mi ci hanno dato un premio ho deciso di proseguire e così è nato prima 'Il silenzio di Ada' e poi 'Asia' ambedue pubblicati da Homo Scrivens che ha anche voluto ripubblicare il primo”. E adesso, sempre con loro, è in uscita “Area

Riservata”. Di che si tratta? “Non posso parlarne approfonditamente perché rischierei di spoilerarlo; ti dico però che è un digital crime che lega il nome a quella area riservata che sta un po’ in tutte le community”. Il protagonista è sempre Gianluca Vannetti: come hai scelto il nome a questo protagonista dei tuoi libri? “E’ stato facile: Gianluca è il mio secondo nome, Vannetti mi ci chiamavano a scuola”. E di te che ha? “All’inizio aveva parecchio: nel primo romanzo aveva ricordi della mia vita passata, ovviamente adattati. Ora direi che è diventato un personaggio autonomo: ha un gatto e io ho cani; gioca al golf che io ammiro ma non pratico; ciò che infine resta comune ad entrambe sono la passione per il buon vino e la buona tavola”. I tuoi figli che dicono del papà scrittore? “Beh la grande è sempre in viaggio, autonoma e non saprei dirti nemmeno se i miei gialli li ha letti. La seconda è psicologa e in parte mi ha suggerito degli aspetti di alcuni dei miei personaggi. Il piccolo, quando era piccolo si divertiva ad accompagnarmi alle presentazioni ma ora che ha compiuto quindici anni, su di me ha vinto la play station”. Scrivere rende? “Se intendi felicità e soddisfazione assolutamente si ma poi basta, a scrivere non ci si guadagna. E' brutto dirlo ma noi emergenti siamo molti più dei lettori presenti in questo Paese e sinceramente credo che se anche fossimo la metà non ce la faremmo lo stesso”. Colpa degli ebook? “No, l’ebook è un leggere transitorio, la carta è qualcosa che rimane. Compri un libro, lo leggi e poi lo metti nella tua libreria, ha una sua collocazione. L’ebook è utile per portartelo in vacanza ma dura il tempo che trova. La stabilità della carta è unica. Kindle è una specie di accessorio, appartiene all’evoluzione della tecnologia ma guarda cosa succede oggi con le foto: tutti mettono i ricordi di una vita nel cellulare e come quello si rompe te li porta via. Basta l’evoluzione a cancellarli, come è accaduto nella musica coi cd presto soppiantati: chi ha oggi un lettore cd in casa? E si ritorna al vinile. La carta, a mio avviso, non terminerà mai il suo compito”.

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spettacolo “Assolutamente. Ho potuto spaziare anche nel cabaret e nell'imitazione di personaggi noti della televisione e dello spettacolo. Da quel momento la passione si è rafforzata diventando lavoro, incoraggiata dagli applausi del pubblico che danno tanta forza per superare gli ostacoli”. Quali sono le ambizioni più ricorrenti? “Mi piacerebbe continuare sempre a svolgere questo mestiere. Desidererei girare un film comico di spessore, mi piacerebbe molto poter lavorare con Carlo Verdone o Christian De Sica. Vorrei comunque continuare sempre con il teatro, la mia passione più grande. Però un filmetto non ci sta male, dai”. Come si fa ad emergere oggi in un mondo che pullula di attori? “Hai detto bene, pullula! E' un mondo difficilissimo, è sempre stato così. Oggi è inflazionato, perché mentre prima l'attore aveva un valore molto importante a livello di gavetta e carriera, oggi ci sono in circolazione tanti che non possono essere chiamati attori. Non si diventa attori facendo qualsiasi cosa. Molti non sono proprio in grado, non hanno talento, sono improvvisati. In un altro Paese verrebbero bocciati”. Il lavoro che ti ha dato sod-

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disfazioni. “Ho recitato al Teatro de' Servi in uno spettacolo intitolato 'Call center 3.0', prodotto da Mauro Atturo e da Nicola Canonico, quest'ultimo presente da tanti anni nel panorama teatrale, sfornando ogni volta cose davvero carine. E' stata un'esperienza molto forte, in quanto hanno preso parte attori del calibro di Milena Miconi, Franco Oppini, Karin Proia, Luca Capuano e altri. Lo spettacolo ha ricalcato le orme del film di Paolo Virzì 'Tutta la vita davanti', ma con la differenza che qui c'era anche un lato positivo, la situazione lavorativa è stata messa in scena in maniera comica. Inoltre vorrei ricordare che con mia sorella abbiamo un duo

cabarettistico, le sorelle Taddei”. Aspiri andare a lavorare all'estero? “Sì, mi piacerebbe lavorare a Londra dove la situazione teatrale è pazzesca, c'è tanto lavoro per tutti. In America invece è tutto molto dispersivo”. Un nome che ti fa tremare di emozioni al solo pensiero di doverci lavorare insieme? “Non ci sono dubbi, Carlo Verdone”. Un desiderio che hai una volta passata la pandemia. “Sicuramente quello di poter riprendere a lavorare in teatro con lo spettacolo 'Cosa è successo?', una commedia di Marco&Mattia con la partecipazione di Gegia e che è stato interrotto all'inizio del 2020”. Chi è Cecilia nella vita normale, giù dal palcoscenico? “Cecilia è una ragazza normale con tutte le sue fragilità, non mi conosco benissimo, conosco più i personaggi che interpreto che me stessa. Vivo inconsapevole di quello che faccio, mi conosco attraverso gli altri. Sono dinamica, solare e positiva. Ho il valore della vita e dell'amore. Non tocchiamo però il tasto della famiglia e dei bambini, perché con questo tipo di attività è difficile conciliare il tutto e soprattutto farsi capire dal partner”.


collaborazione? ”Nel caso di Alborosie abbiamo avuto l'onore di essere suoi ospiti per diverse tappe del suo tour di celebrazione dei venticinque anni di carriera, nel 2019. Da quella bella esperienza i rapporti con Albo e il suo management si sono fortificati e ci siamo promessi che al momento giusto avremmo fatto una collaborazione, a entrambi questo è sembrato il momento giusto. Con Shablo non avevamo mai avuto il piacere di dividere lo stage, però è uno dei producer più forti in circolazione ed era la persona adatta a poter dare quel tocco in più al brano, in più l'idea di poterlo mettere insieme ad Alborosie in una stessa canzone ci sembrava una cosa poco ordinaria, e a noi le cose poco ordinarie piacciono molto!”. Nel testo ci sono dei bei messaggi che rimandano al valore dell’amicizia vera, quella che ognuno di noi dovrebbe avere la fortuna d vivere. L’amicizia è per shakalab un valore assolutamente indispensabile? ”Sì assolutamente, il progetto Shakalab è tenuto in piedi da questo valore, è la cosa che va salvaguardata di più in questo percorso che stiamo facendo. Dobbiamo ricordarci che tutti i successi e gli slanci personali non devono mai prevaricare sull'amicizia che li sostiene, per noi è più che una semplice amicizia, la dinamica è molto simile a quella di una famiglia, compresi i picchi di gioia e quelli di discussione selvaggia (che poi non fanno altro che rafforzare i rapporti)”. Le sonorità del brano sono notevoli. Il filone rimane molto urban senza dimenticare la matrice reggae e atmosfere a tratti anche black e soul. La musica di Shakalab ha la sua forza nella contaminazione musicali a più livelli? Qual è l’identità musicale che vi rappresenta di più? ”Sicuramente le due entità musicali più rappresentative sono quelle Hip Hop e Reggae, metà di noi proviene dalla scena Rap e l'altra metà da quella Roots e Dancehall. Da sempre abbiamo cercato di mischiare questi due mondi che appartengono comunque ad una matrice comune, chiaramente a volte ci si sbilancia verso un lato piuttosto che un altro arrivando a toccare sonorità in questo senso più estreme e in certi casi ci siamo cimentati in generi ancora più distanti alla matrice originale. Per noi la contaminazione è ricchezza ed è grazie a questa ricchezza che possiamo investire in nuova musica, sperando di non ripeterci mai”. Il 2020 è stato un anno difficile sotto molti punti di vista logorato dalla pandemia. La musica e tutto lo spettacolo dal vivo è purtroppo rimasto praticamente fermo. Immagino che anche a voi manchi particolarmente suonare… state già pensando ad un tour per questo 2021? La di-

mensione live è quella che preferite? ”Abbiamo chiuso il 2020 con il record storico di zero live! Dobbiamo assolutamente tornare sul palco, lo auguriamo a tutti i nostri amici musicisti ai quali va tutta la nostra comprensione, confidiamo nella ripartenza e siamo certi che non appena possibile ci sarà così tanta voglia di fare musica e di ascoltarla che vivremo delle stagioni musicali interessantissime. Da parte nostra ce la metteremo tutta per questo 2021 perché sì, la dimensione live è la nostra zona di comfort”. “Giganti” è il primo singolo che darà vita poi ad un progetto più ampio del 2021? Avete margine per anticiparci qualcosina? “Giganti è il primo estratto dell'album che abbiamo preparato per quest'anno, non ci siamo risparmiati affatto e vi anticipiamo che sarà un disco strapieno di spunti e super collaborazioni”. Se dovessi consigliare a un giovane di oggi che vuole fare musica a tutti i costi. Che consigli dareste? ”Di farla a tutti i costi. E' veramente un percorso difficile e un ambiente ostile, ma il primo grosso ostacolo è il limite imposto da noi stessi. L'unico consiglio che ci sentiamo di dare è quello di godere della bellezza della musica e non farsi inaridire dall'ambiente circostante”. La musica cosa ha rappresentato e rappresenta per Shakalab? ”Servirebbe una settimana per spiegare come la musica ci abbia tirato fuori dai guai e dato un'altra prospettiva. Una parola di riferimento che si avvicina a quello che per noi è la musica? Potrebbe essere 'salvezza'”. Sogni nel cassetto e artista con il quale vi piacerebbe lavorare in un prossimo futuro? ”Abbiamo avuto la fortuna di collaborare con quasi tutti i nostri punti di riferimento, ma di certo il mondo è pieno di artisti con cui sarebbe davvero pazzesco collaborare, così su due piedi direi Damian Marley”.

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e adulti di tutto il mondo su un tema cosi importante come quello della sostenibilita ambientale. Negli ultimi anni, grazie anche a queste attivita, le nuove generazioni sono sempre piu aPente su queste tematiche. Anche noi abbiamo voluto dare il nostro contributo coinvolgendo gli studenti universitari che fan parte della nostra community a fare qualcosa di importante per il nostro pianeta”. Cosa c'è a monte del tasto "pianta un albero" e, cosa accade, dopo averlo cliccato? “Con un semplice 'click' oggi la nostra community ha l’occasione di poter piantare una vera foresta universitaria che e in grado di creare degli ecosistemi locali autosufficienti, i quali, a loro volta, danno lavoro e sostenimento ai contadini e alle varie popolazioni nel mondo. Acquistando un albero sulla piattaforma Treedom l’utente ha la possibilita di monitorarne la crescita, vederne i progressi e infine i vantaggi che la piantagione stessa ha portato: dai kg di CO2 assorbiti agli impatti sociali sulla comunita dove l’albero e stato piantato”. Quali sono i Paesi oggetto della forestazione? “Gli alberi vengono piantati in 17 diversi Paesi nel mondo e nel rispetto delle loro aree native. Treedom e presente in numeri Paesi del Sud America, Africa, Asia e persino in Italia”. Il progetto 'Foresta universitaria' oltre a piantare alberi e, gia questo e un traguardo ammirevole, cos'altro racchiude? “Il progetto non vuole limitarsi esclusivamente alla possibilita di piantare alberi ma vuole essere

un’occasione per contribuire a sensibilizzare ancora di piu sulle tematiche ambientali”. University Network e nato due anni fa da una vostra idea e racchiude oltre 1 milione di studenti delle community social di oltre 40 atenei italiani. In realta University Network e solo un progetto di eHappen che e una start up innovativa operativa a livello di marketing e comunicazione in diversi settori. ci raccontate di cosa vi occupate oltre alla pratica della foresta. I sogni nel cassetto per progetti futuri? “eHappen e una societa di digital marketing fondata due anni fa da me (Leonardo D’Onofrio), Francesco Brocca e Luca Scoffone. Sia noi fondatori che i ragazzi che collaborano con noi sono tu; giovani under 30 che hanno vissuto sulla propria pelle la trasformazione digitale. Grazie alle esperienze maturate nel corso degli anni forniamo alle aziende gli strumenti e gli approcci comunicativi di successo per comunicare sulle principali piattaforme social. Inoltre aiutiamo i ragazzi di talento a sfruttare i social per comunicare al maggior numero di persone e fare della loro passione un vero e proprio lavoro. Il team e composto da 10 persone piu decine di collaboratori esterni che lavorano con noi su diversi progetti. Il nostro obiettivo e di aiutare sempre piu aziende ad approcciarsi nella maniera piu correPa al mondo digitale perche, in particolare nelle PMI italiane, vantiamo tantissime eccellenze che meritano una vetrina piu ampia sul resto del mondo al quale poter comunicare i propri prodotti e servizi”.

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GP Magazine febbraio 2021 by Alessandro Cerreoni - Issuu