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Giaquinta 15 giugno 25 IT

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Sommario:

Una vita per la santità 1

La spiritualità sacerdotale negli scritti di Guglielmo Giaquinta 2

Fraternità: la vera forza dell’umanità 4

Santità, un amore rivoluzionario 6

Ascoltare la sete di Dio e dell’umanità 7

Preghiera di intercessione 8

Servo di Dio

Guglielmo Giaquinta

Vescovo e Fondatore

Apostolo della chiamata universale alla santità

Una vita per la santità

Guglielmo Giaquinta nasce a Noto, in Sicilia, nel 1914. Presto si trasferisce a Roma dove, ancora fanciullo, accompagnato dai genitori che per lui desideravano una solida e rigorosa educazione, varca la soglia del Seminario Minore. Non tornerà più indietro. La sua vocazione al sacerdozio fiorirà in una fecondità non immaginata. SACERDOTE a Roma, fra le macerie materiali e morali del secondo conflitto mondiale, guardando la croce ascolta il grido di Gesù che desidera attirare a sé ogni uomo e comprende subito che anche l’uomo ha sete di Dio; senza di Lui l’umanità si rivela misera e brutale, con Lui il mondo può rifiorire rinnovato nell’amore. Il giovane Don Guglielmo è paziente e generoso, confidente e confessore; ha a cuore la vita, il cammino e le scelte di coloro che si rivolgono a lui. Amico della giustizia, nemico del compromesso morale, eppure sempre accogliente con l’uomo peccatore, ovunque ambasciatore di misericordia. Il suo tempo non gli appartiene, semina e coltiva i cuori con generosità, ha la certezza che il tempo della mietitura è nelle mani di Dio. Offre tutto se stesso, senza risparmiarsi nulla, custodisce gelosamente la sua unione con Dio e per questo prega molto.

VESCOVO negli anni che seguono la grande contestazione sessantottina, sapiente e operoso, mite e rivoluzionario, dosa affetto e fermezza alla luce della verità e della misericordia. Pastore attento e vigile, sceglie di camminare accanto al suo gregge. Ricordano di lui la capacità di ascoltare tutti, il coraggio di proporre percorsi nuovi, la pazienza nell’attendere i tempo di Dio. Tutto il suo ministero episcopale è speso per tessere nella Chiesa a lui affidata la trama della comunione, cerca la volontà di Dio al di sopra di ogni altra cosa. Il Vescovo Giaquinta parla continuamente di santità, di carità-servizio, di fraternità universale, non si stanca di proporre percorsi nuovi, non ha paura di prendere il largo nel mare del mondo.

FONDATORE, perché comprende che la santità è un invito rivolto a tutti, non a molti. A tutti e in ogni condizione di vita, nessuno è escluso dall’amore di Dio. Sogna un mondi santi, in cui tutti gli uomini possano vivere da fratelli. Condivide questo sogno con coloro che Dio gli mette accanto e comincia una avventura nuova, una famiglia, nella Chiesa, che insieme opera, prega e cammina per realizzare la santità e la fraternità universali. Questo

Servo di Dio Guglielmo Giaquinta

ideale, già scritto a lettere cubitali nelle pagine del Vangelo, è capace di rivoluzionare il mondo: deve raggiungere ogni ambiente, penetrare nelle realtà sociali, orientare il futuro… Il percorso terreno del Servo di Dio si conclude a Roma, il 15 Giugno del 1994. Provato nel corpo da una lunga malattia, rinvigorito nel cuore dall’aver condiviso col suo Signore anche il trono del dolore, lascia questa terra circondato dall’affetto e dalla vicinanza dei suoi figli e delle sue figlie spirituali, ormai sparsi in tutto il mondo. Nelle opere da Lui fondate continua la Rivoluzione dell’Amore che lui ha sempre sognato.

Fonte: www.diteloatutti.net

Guglielmo Giaquinta

Servo di Dio Guglielmo Giaquinta

La spiritualità sacerdotale negli scritti del vescovo Guglielmo Giaquinta

Di mons. Mathew Vellanickal

“Il Cenacolo è la grande lezione dell’amore di Gesù “

I. Introduzione

Mons. Guglielmo Giaquinta, fondatore dei due Istituti Secolari, Oblate Apostoliche e Apostolici Sodales, dell'Associazione Ecclesiale degli Animatori Sociali e del Movimento Pro Sanctitate è davvero uno specialista della spiritualità sacerdotale. L'Istituto dei sacerdoti Apostolici Sodales è nato nel 1962 come Pia Unione, e il 6 giugno 1995 è stato eretto come Istituto Secolare Sacerdotale, nella Diocesi di Roma. Attualmente ha membri provenienti da diverse nazioni come l'Italia, Malta, gli Stati Uniti e l'India e anche alcuni aspiranti dal Messico e dall'Africa.

II. La spiritualità scaturita dal Cenacolo

Secondo il Vescovo Guglielmo Giaquinta, la Spiritualità Sacerdotale è la spiritualità che scaturisce dal Cenacolo, che è l'espressione del "massimalismo apostolico", cioè annuncia l'amore infinito di Dio, che vuole formare un popolo santo in Cristo, unito in un vincolo fraterno. Essa mira alla formazione permanente di Sacerdoti diocesani capaci di creare un'autentica famiglia di presbiteri, raccolti attorno al loro Vescovo in docile disponibilità, che vivano in ogni modo possibile la "fraternità sacramentale" tra di loro e che cerchino di formare il Popolo di Dio secondo la spiritualità di una "Chiesa-Famiglia". Essa mira anche a promuovere nella Chiesa la duplice vocazione universale: la chiamata alla santità e alla fraternità.

III. Cenacolo: casa d'amore

Grandi lezioni d'amore emergono dal Cenacolo. Lì Gesù Cristo esprime il suo "massimalismo d'amore" ai suoi, lavando i piedi ai suoi dodici discepoli (Gv 13,21-30), chiamandoli amici (Gv 15,15), chiedendo loro di imitare il suo esempio (Gv 13,12-15) e comandando poi di ripetere il suo esempio per tutto il tempo (Lc 22,14-22). E anche Maria, Madre di Gesù, insegna una lezione d'amore radunando intorno a sé i discepoli spaventati, dando loro la certezza che non rimarranno orfani (Atti 1, 12-14). C'è una lezione d'amore da parte delle donne devote che, nel Cenacolo, si prendono cura delle necessità pratiche degli Apostoli. Infine c'è una lezione d'amore da parte degli Apostoli e dei discepoli, che pieni di Spirito Santo, vanno nel mondo per comunicare il messaggio dell'amore, come eredità di Cristo, sigillato con la sua morte e annunciato dalla sua risurrezione.

Queste lezioni richiedono un nuovo apprezzamento e applicazione. Hanno bisogno di essere ripresentati con parole più adatte non solo alle esigenze, ma anche alla mentalità del nostro tempo. Pertanto, sebbene le lezioni del Cenacolo siano valide per tutti, lo sono specialmente per i sacerdoti.

IV. Cenacolo e spiritualità sacerdotale

Mons. Giaquinta insieme ad un gruppo di sacerdoti Apostolici Sodales

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Senza contemplare il mistero del Cenacolo, non arriveremo mai a un'autentica comprensione del sacerdozio. I Padri del Vaticano II lo hanno riconosciuto includendo il Cenacolo nei documenti conciliari. Le citazioni dai capitoli 13-17 del Vangelo di Giovanni sono numerose e l'immagine del Cenacolo colpisce in modo particolare nei decreti sulla formazione sacerdotale (Optatam totius), sul ministero dei presbiteri (Presbyterorum ordinis) e sul ministero dei vescovi (Christus Dominus). Sia Papa Giovanni XXIII che Papa Paolo VI consideravano il Concilio stesso come un immenso Cenacolo dal quale Cristo, attraverso i successori degli Apostoli e alla luce dello Spirito Santo, inviava di nuovo al mondo il suo messaggio di servizio, di amore e di unità (Cf. Introduzione al libro, Il Cenacolo p.11).

Secondo Mons. Giaquinta, la spiritualità del Cenacolo è essenzialmente uno spirito che ogni sacerdote può e deve vivere e attuare personalmente, e cercare di diffonderlo intorno a sé e anche tra le persone consacrate e laiche (Cf. G. Giaquinta, Il massimalismo evangelico, p. 45).

Una vita per la santità

V. Decalogo dei Sacerdoti del Cenacolo

Mons. Giaquinta propone un Decalogo per i sacerdoti che desiderano attuare la spiritualità del Cenacolo nella loro vita.

1. Amate il vostro Vescovo come un Padre; Offrigli la tua collaborazione e sii disponibile a qualsiasi cosa possa chiedere.

2. Nutrite l'affetto fraterno verso tutti i membri del Presbiterio e siate generosi e senza pretese con le offerte di collaborazione.

3. Prestate assistenza fraterna ai sacerdoti malati o in difficoltà, soprattutto di natura morale.

4. Fate amicizia, per quanto possibile, con tutti i sacerdoti del Presbiterio, cercando di esprimere questa amicizia anche con semplici gesti.

5. Promuovete, in ogni modo, l'unità del Presbiterio attorno al Vescovo.

6. Svolgete tutte le attività pastorali come un servizio piuttosto che una fonte di reddito o di autorità.

7. Considerate la Diocesi come la sua famiglia allargata e la Parrocchia come una famiglia nella famiglia.

8. Amate i fedeli come suoi figli, nati da Cristo attraverso l'amministrazione dei Sacramenti. 9. Formate i fedeli ad amare, rispettare, collaborare e assistere il sacerdote, che è il loro padre in Cristo.

10. Lavorate per la creazione di piccoli Cenacoli Sacerdotali, il cui scopo è la preghiera, la condivisione reciproca e la collaborazione in tutti i campi possibili.

Ci siano tra noi amore ed unità fraterna e la fedeltà a quelli che hai voluto pietra e colonne della tua Chiesa. Donaci la gioia e la pace portate dal tuo Cristo e nell’ora della tristezza e della solitudine insegnaci, come a Giovanni, a poggiare il capo sul cuore del Maestro. Moltiplica attorno a noi le anime che ascoltano la tua parola e forma di noi tutti sacerdoti e fedeliuna famiglia di amore desiderosa di avanzare verso la santità. Sia Maria, madre di Cristo e della Chiesa, colei che ci congiunge in unità di cuore e insegnaci ad invocarla con accento di figli; madre dei sacerdoti, prega per noi.

(G. Giaquinta, Elevazione sacerdotale al Padre)

“Insegnaci, come a Giovanni, a poggiare il capo sul cuore del Maestro”

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Mons. Giaquinta in preghiera
Giotto, Ultima cena

Guglielmo Giaquinta

Fraternità: la vera forza dell’umanità *

“l’umanità nasce

dall’Amore di Dio ed è chiamata a vivere di amore”

Marzo 2025, rimbalza sulle testate online l’affermazione di un uomo molto influente in campo economico e recentemente anche sociale e politico, forse l’uomo più ricco del mondo che certamente non ha bisogno di essere nominato.

Dice: “La debolezza fondamentale della civiltà occidentale è l’empatia”.

Empatia, la dotazione naturale mediante la quale riconosciamo l’altro come simile, sentiamo come se fossimo l’altro, questa è la debolezza fondamentale del mondo di oggi?

In un mondo in cui risorgono nazionalismi mascherati da presunta difesa degli interessi nazionali, in cui l’economia globale impone un modello culturale unico basato sul consumismo e il liberismo esasperato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza, dove vige la cultura dello scarto che considera alcune parti dell’umanità sacrificabili a vantaggio di un settore umano degno di vivere senza limiti, dove si fa strada la cultura dei muri nel cuore e nella terra per impedire l’incontro con altre culture, dove domina una indifferenza di fondo, dove anche la comunicazione digitale che dovrebbe ridurre le distanze per promuovere il dialogo paradossalmente favorisce l’isolamento e la rinascita di fanatismi, ebbene, in questo mondo l’empatia sarebbe il vero problema?

Non basta assistere alle atrocità e alle terribili ingiustizie che caratterizzano questo nostro mondo, ci vogliono anche mentalizzare e giustificare eticamente che occorre diventare più cattivi, più menefreghisti, più egoisti per ottenere risultati migliori, per selezionare l’umanità più performante capace di portare avanti le sfide tecnologiche del futuro, giacché la tecnologia è la vera padrona del mondo di oggi.

Questo è il contesto in cui ci troviamo ed è molto triste perché sembra condurci a una ineluttabile discesa verso l’egoismo fatto regola.

Per fortuna esistono voci nell’umanità che danno coraggio, che ci indicano una possibilità diversa.

Padre Guglielmo, commentando la parabola del samaritano (Lc 10,30-37), ci invita a seguire il suo esempio di amore fraterno giacché il mondo del dolore senza la sua figura diventa un inferno. Il buon samaritano mostra che la nostra esistenza è legata a quella degli altri: la vita è un tempo di incontro e l’unica opzione per ricostruire questo mondo è diventare ‘prossimo’ per gli altri.

Nel suo libro ‘La Rivolta dei Samaritani’ padre Guglielmo parte dalla consapevolezza che l’umanità nasce dall’Amore di Dio ed è chiamata a vivere di amore anche e soprattutto nella vita relazionale e non può esserci una realtà di pensiero che rinneghi le esigenze dell’amore… altro che ‘bug’ dell’empatia!

Se siamo stati generati dall’Amore di Dio ne consegue che tutti gli uomini sono tra loro fratelli perché originati dallo stesso amore e che la regola essenziale della vita relazionale tra gli uomini deve essere quella dell’amore.

* Le riflessioni proposte prendono spunto dal testo di Guglielmo Giaquinta “La rivoltadeisamaritani”

L’egoismo inoculato nel peccato di origine ha prevalso sostituendo all’amore trinitario il calcolo, l’ambizione, lo sfruttamento, la violenza, la prepotenza.

Ogni tentativo di soluzione è destinato a fallire finché si limita all’esame e alla cura delle conseguenze senza voler affrontare il problema della causa prima della situazione. Cristo ci chiede di eliminare l’egoismo e di tornare ad essere fratelli per riuscire a risolvere anche i problemi e le difficoltà sociali ed economiche.

La giustizia appare come il primo grande principio che regola i rapporti sociali degli uomini sia in quanto individui sia come collettività; è un ideale bello e affascinante ma difficile da raggiungere e in alcuni casi anche da determinare. Come possiamo negare che anche le realtà che dovrebbero essere regolate dalla giustizia possono essere contaminate dall’egoismo?

Gli uomini sono di fatto incapaci, con le loro forze naturali, di raggiungere la giustizia… Occorre quindi una alternativa che per chi ha fede diventa il ricorso ai principi soprannaturali e per chi non l’ha il rispetto verso una proposta basata sulla fede che sicuramente è la migliore possibile.

Abbiamo visto infatti nella storia come un innesto di vita cristiana nella vita sociale e politica ha avuto comunque alcuni effetti positivi: diritti della persona umana, libertà

Fratelli

Una vita per la santità

individuali, emancipazione della donna.

La fede cristiana, riconoscendo il valore di ogni persona umana chiamata ad essere figlia di Dio, offre un grande aiuto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società.

La ragione da sola è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica ma non riesce a fondare la fraternità che ha bisogno di una motivazione trascendente.

Senza una verità trascendente non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini.

Una delle cause della crisi del mondo moderno è l’allontanamento dai valori religiosi e il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche.

Per questa ragione la Chiesa, pur rispettando l’autonomia della politica, non relega la propria missione nell’ambito del privato.

La Chiesa ha un ruolo pubblico che non si esaurisce nelle attività di assistenza o di educazione ma che si adopera per la promozione dell’uomo e della fraternità universale.

La fraternità non è una alternativa alla giustizia ma ne ingloba gli elementi, la supera e prospetta così una nuova soluzione ai problemi.

Padre Guglielmo nel suo testo approfondisce il tema della fraternità elencandone tre gradi. Un primo grado genetico-morale che fa sì che la fraternità sia riconoscibile da tutto il genere umano.

Tutti siamo poi fratelli perché veniamo da Dio.

Siamo infine fratelli perché unificati dalla grazia di Cristo.

La vera sorgente della fraternità va ricercata nella figura di Gesù.

Cristo non ci dà l’esempio per una forma di pura esibizione ma perché noi andiamo e facciamo lo stesso. Dare il mantello a chi vuole portare via la tunica, accontentare il noioso facendo con lui più strada del necessario, dare in prestito e non richiedere la somma, voltare la guancia a chi ti ha dato uno schiaffo sono cose umanamente assurde ma che diventano mete di un nuovo regime sociale, quello della fraternità e dell’amore.

Nella nostra società è veramente raro trovare chi prenda sul serio il termine fraternità; anche i cristiani si sentono tali senza esercitare una autentica fraternità.

Tale parola viene ridotta al rango di sentimento e non sembra avere una efficacia sociale.

Quando la fraternità diventa coscienza dei profondi legami che uniscono i chiamati all’amore totale verso Dio si trasforma in una donazione generosa ai fratelli e diventa santità spirituale.

Il primo compito della fraternità spirituale è la formazione delle coscienze al massimalismo cristiano.

Come esiste un rapporto ‘diritto-dovere’ così deve esistere un rapporto ‘bisogno-esigenza’.

Cioè al bisogno del fratello corrisponde la mia ‘esigenza interiore’ di fare tutto ciò che è possibile per andargli incontro.

L’egoismo imperante non può essere vinto da fattori esterni o coattivi ma dalla presa di coscienza di uno stato di consanguineità umana e spirituale con gli altri uomini che esige il superamento di propri istinti negativi.

L’umanità può essere salvata solo da sforzi generosi, anzi eroici.

La fraternità universale appare certamente come una utopia ma la storia si è sempre mossa sulla direttiva delle grandi idee.

L’utopia non è né ideologia né chimera.

Non è ideologia perché questa ha sempre un rapporto con un programma ben determinato e ricade quindi nel fattuale non sfuggendo, così, alla corrosione del tempo.

Non è chimera che sia frutto di fantasia senza connessione con la vita dell’umanità.

L’utopia è invece il “principio-speranza” di un domani diverso. Il Servo di Dio Guglielmo Giaquinta ha messo questi principi alla base della spiritualità dell’Associazione Animatori Sociali, come il grande punto ideale verso cui “dobbiamo” tendere, nella speranza di poterla rendere meno distante, pur nella dolorosa certezza di non poterla raggiungere mai.

Un mondo senza utopie è in fondo un mondo senza speranza votato psicologicamente alla morte.

Solo trasformando la fraternità da “utopia astratta” a “utopia operativa”, capace cioè di animare le nostre azioni di ogni giorno, potremo camminare realmente e concretamente verso un mondo nuovo, fondato non sulla pura giustizia ma su un amore pieno che trasformi i cuori degli uomini e l’intera civiltà.

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Guglielmo Giaquinta, Presso Parco della Sigurtà, Valeggio sul Mincio (VR) 1984

“La fraternità universale appare come una utopia, è speranza di un domani diverso”

Guglielmo Giaquinta

Santità, un amore rivoluzionario

“Diventare pellegrini di comunione non solo all’interno della nostra comunità ma attorno a noi, nei nostri ambienti”

Ho sentito il bisogno di rileggere il testo del Servo di Dio G. Giaquinta “L’amore è rivoluzione” e nel soffermarmi all’introduzione ho voluto evidenziare alcune sue parole: “... mentre Cristo ci ha proposto un ideale massimalista di amore-santità, gli uomini hanno trovato il sistema, attraverso il loro minimismo spirituale, di versare molta acqua nel vino, finendo così con l’immiserire nel moralismo e nel mediocrismo l’annuncio autentico di Gesù.

Siamo per Cristo e per un cristianesimo utopico e rivoluzionario.

Gesù è stato il primo, il grande, l’unico rivoluzionario e la sua rivoluzione ha come scopo il cammino verso una “Utopia” che non è un sogno, una chimera, non assurdità ma strada verso una meta tanto alta quanto il cielo e quindi fuori dal traguardo umano. Cristo è il grande rivoluzionario che è venuto a ribaltare i termini della storia, a ripeterci che vivere è amare, l’amore è la vita e l’odio è la morte”.

È un invito a riscoprire il senso profondo della vita cristiana, un richiamo all’autenticità. Questa visione utopica e rivoluzionaria non è una fuga dalla realtà; al contrario, è un immergersi pienamente in essa con un cuore trasformato, capace di vedere oltre le apparenze e di cogliere l’infinito nel quotidiano.

Il nucleo centrale della spiritualità del Movimento Pro Sanctitate risiede nella consapevolezza che ogni individuo è amato infinitamente da Dio. Questa scoperta ci permette di seguire la vocazione alla santità, che si articola in una dimensione personale, riguardante il nostro rapporto con Dio, e una dimensione comunitaria. Dobbiamo annunciare che ogni persona è infinitamente amata da Dio e vivere nella fraternità.

La terza dimensione della santità è lo sguardo continuo al contesto sociale, culturale, economico, politico in cui viviamo insieme ai nostri fratelli. È qui che siamo chiamati a non voltare le spalle e a impegnarci perché possiamo offrire il nostro contributo all’attuazione della vocazione a cui siamo chiamati.

Il nostro Fondatore ci ha indicato la strada da percorrere attraverso “il codice della rivoluzione dell’amore” e rileggendolo oggi più che mai è di una attualità impressionante: distruggere la vergogna di essere se stessi: oggi non è il momento di nascondersi o di camuffarsi. Superare il pudore dello Spirito: siamo chiamati ad essere missionari di santità. Radicalizzare i rapporti con gli altri: quando chiamiamo fratello il nostro prossimo è un fratello vero, amato anche lui infinitamente da Dio.

Far divampare gli ambienti di vita e creare una strategia della rivoluzione: non possiamo rimanere isolati, ma dobbiamo stringerci in unità, diventare pellegrini di comunione non solo all’interno della nostra comunità ma attorno a noi, nei nostri ambienti.

È giunto il tempo di riprendere in mano il carisma che ci è stato donato e di vivere come creature che ci sforziamo con sincerità e umiltà di camminare verso di Lui con la totalità del nostro essere.

Ricordiamo a noi stessi e a tutti che il Santo è un uomo non completo che aspira alla completezza; l’affamato di un amore che egli possiede già, ma solo parzialmente; una creatura bisognosa dei fratelli a cui cerca di dare non il superfluo della sua abbondanza ma tutto ciò che gli è possibile; un uomo immerso nell’oggi ma che guardando l’eterno cerca di anticiparlo, secondo le sue possibilità, nel tempo che egli vive.

Ascoltare la sete di Dio e dell’umanità

Conoscere, amare, comprendere, aiutare.

Con questi quattro verbi il Servo di Dio Guglielmo Giaquinta descrive la vocazione originaria delle Oblate Apostoliche, servendosi anche dell’icona biblica che narra l’incontro tra Gesù e la donna samaritana, presso il pozzo di Sicar.

Nella rilettura di Giaquinta, la donna rappresenta l’umanità di ogni tempo, che, spesso senza saperlo, cerca chi o cosa possa soddisfare la sua sete: di amore, di giustizia, di senso, di felicità; cerca chi possa liberarla dalle fatiche di una vita che desidera pienezza, ma non la trova. Gesù si fa trovare, come per caso, si presenta assetato e offre lui stesso di essere la fonte di acqua che disseta per sempre.

Giaquinta disegna la missione dell’oblata a partire da questo incontro con il Maestro, che chiede da bere per rivelare il suo mistero d’amore, come scrive in una preghierapoesia:

“Ma nel tuo mistero d’amore mi hai svelato che la tua sete era di me e di altre anime che attraverso me dovevano anch’esse arrivare a quel pozzo e dissetarsi dal bruciore della febbre delle cose terrene”.

Il mistero d‘amore che l’oblata è chiamata a portare è il messaggio che Gesù è venuto perché tutti abbiano la vita in abbondanza: è la vocazione ad essere santi, a vivere nella pienezza del suo amore.

Torniamo ai quattro verbi, alla luce del Vangelo della samaritana…

Conoscere il mondo, l’umanità, i suoi desideri, la sua sete, le fragilità e le risorse, le ferite da curare e i germogli di bene da coltivare.

Amare: il tempo presente come luogo dell’azione amorosa di Dio, ma soprattutto i fratelli e le sorelle ai quali annunciare il vangelo.

Comprendere, avere un cuore aperto e misericordioso, come quello di Gesù.

Aiutare, essere strumenti attraverso una testimonianza credibile, ma soprattutto con una presenza generosa di fraternità e di amicizia, donando il tempo, l’ascolto, il sostegno, per servire Cristo presente nei più piccoli e poveri e per essere come Gesù, al pozzo di Sicar, pronte a condividere l’acqua viva del suo amore.

“Gesù è venuto perché tutti abbiano la vita in abbondanza: è la vocazione ad essere santi”

PER INFORMAZIONI E COMUNICAZIONI www.guglielmogiaquinta.org info@guglielmogiaquinta.org

Preghiera di intercessione

O Dio amore, Padre di ogni bontà, Cristo redentore, Spirito di santità, che nel tuo infinito amore per gli uomini non ti stanchi di ripetere l’invito alla santità, ti ringraziamo perché nel tuo servo Guglielmo Giaquinta hai fatto risplendere i tuoi doni. Egli ha contemplato l’amore infinito del tuo Figlio ed è stato instancabile apostolo della universale chiamata alla santità. Ti preghiamo, se è nel tuo volere, di manifestare in lui la tua gloria e per sua intercessione di concederci la grazia che ti domandiamo. Amen.

Lo stemma del Servo di Dio Guglielmo Giaquinta rappresenta una barca in un mare piuttosto tempestoso. Nel cielo campeggia, dalla parte della prua, una stella.

Il tutto sormonta il motto: Duc in altum

II simbolismo riprende una iconografia diffusa: la barca è la Chiesa tra i marosi rappresentati dalle forze del male, ma sempre salda sicura nel suo navigare. La stella è Maria, luce vivida sul cammino della Chiesa della quale è prefigurazione e madre.

Il motto — Duc in altum — fa riferimento esplicito a quanto nella vita e nell'insegnamento del Signore Gesù parla di un di più da fare e da donare nell'amore, e che Mons. Giaquinta, come espressione sintetica, ha chiamato massimalismo spirituale.

L'espressione evangelica, infatti, sia nella sua traduzione letterale sia alla luce di una esegesi più precisa, esprime l'invito rivolto a Pietro a staccarsi dalla riva dove il livello dell'acqua è basso, non contentandosi di quel poco già fatto per andare verso le profondità del mare e coglierne le ricchezze, a lanciare le reti al largo per coinvolgere zone più ampie e prendere anche i pesci i più lontani nella rete del pescatore della Galilea.

Guglielmo Giaquinta

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