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Un cane anch'io anteprima

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Molti genitori resistono, pensando a peli ovunque, divani in pericolo, passeggiate notturne sotto la pioggia… Ma a volte i figli non mollano l’osso!

FABIAN NEGRIN • MARIACHIARA DI GIORGIO

Tutti i bambini desiderano un cane.

E allora succede l’imprevedibile.

euro 17,90

UN CANE ANCH’IO

9 791255 071099

FABIAN NEGRIN MARIACHIARA DI GIORGIO

E N A C UNANCH ’IO


Un cane anch’io

testo di Fabian Negrin illustrazioni di Mariachiara Di Giorgio


Io e mia sorella lo avevamo chiesto in ginocchio.


«Neanche a parlarne» era stata la risposta.


Così minacciammo di andarcene e non tornare più.

«Chiudete la porta quando uscite.»

«Riempiono la casa di peli.»


«Abbaiano giorno e notte.» «E bisogna portarli fuori ogni santo giorno!»

I nostri genitori odiano i cani. «Non abbiamo bisogno di un animale domestico…» iniziò lei. «… abbiamo già voi due!» concluse lui.

E risero come se fosse divertente.


Eravamo nella nostra cameretta. «Quando sarò grande avrò un cane e caccerò loro di casa.» Sapevo che mia sorella ne era capace. Era una tosta. «Ma io posso restare?» chiesi. Lei mi guardò socchiudendo gli occhi. «Dai, Martina, lasciami restare con voi!» implorai.


Lei cambiò argomento. «Il papà e la mamma hanno avuto una buona idea, comunque.» Io non risposi. Se pensava di buttarmi fuori di casa insieme ai nostri genitori non ero obbligato. «Quest’idea che sei come un animale domestico è ottima» disse, lo sguardo ancora fisso su di me. «Hanno detto che entrambi lo siamo» protestai. «Ma guarda che è una bellissima cosa somigliare a un cane!» spiegò.

Si alzò, uscì e mi chiamò dal bagno.


Ci andai, sapendo che con lei era inutile protestare.

«Guardati allo specchio.» Mi esaminai la faccia. Il mio naso a patata, la bocca sottile, i capelli scarmigliati. Mi avvicinai di più. «Forse un po’ gli occhi» ammisi. «Abbaia.» Feci due o tre latrati ridicoli. Con un gesto, Martina mi incoraggiò. Mi uscì un ululato forte, potente. Chi lo avrebbe detto?


Mi misi a quattro zampe di fianco alla vasca e abbaiai con più sicurezza. «Sei proprio un bel cagnolino!» applaudì mia sorella. «Da oggi, poiché non sono ancora grande da averne uno vero, sarai il mio cane.» «Bau! Bau!» risposi. «Ti chiamerai Picciubùc.» «Cosa?»


«È il nome che voglio per il mio cane.» Mai sentito di un cucciolo chiamato così. «Ma cosa significa Picciubùc?» chiesi. «È il nome dei libri per bambini che hanno tantissimi disegni. Me lo hanno insegnato in biblioteca» rispose lei con aria da saputella. «Col cavolo! Mi chiamerò AndréFalibopsi!»


Quando tornavamo da scuola, al pomeriggio, uscivamo in giardino e Martina mi buttava una pallina di gomma che andavo a prendere. La riportavo a quattro zampe fra i denti. «Bravo, AndréFalibopsi!» diceva mia sorella scompigliandomi i capelli.


Quando ci stancavamo, mi dava la pappa in una ciotola. Io scodinzolavo e la guardavo da sotto. Alla sera, mi legava una cordicella e mi portava a fare l’ultima passeggiata intorno a casa. SEGUE…


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