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Tomi anteprima

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TOMI TOMI UNGERER

UN’INFANZIA SOTTO IL NAZISMO

TOMI

UN’INFANZIA SOTTO IL NAZISMO

TRADUZIONE

TOMI UNGERER

DI RICCARDO DURANTI

Lascia che ognuno sia quel che è e tu sarai quello che sei

Io sono e mi chiamo Hans Ungerer. Sarò il vagabondo.

Da un libro di scuola, a metà del 1943

Questo libro è dedicato al mio amico André Bord (1922-2013), Ministre des Anciens Combattants, capo della Commissione Franco-Tedesca, membro della Resistenza francese, arrestato dalla Gestapo due volte, evaso due volte – che ci ha dimostrato che si può trasformare il risentimento in armonia –e a Jack Van Zandt e Jeanne Schuster che si sono dedicati a rendere possibile questa edizione.

Ringraziamenti

Grazie a Thérèse Willer, curatrice del Centre Tomi Ungerer di Strasburgo, Christiane Sigel di Musées de Strasbourg, Sylviane Poirier e a Bernard Reumaux delle Editions La Nuée Bleue per l’edizione francese e il mio redattore tedesco Winfried Stephan della Diogenes Verlag. A Paul Wilsdorf, Patrick Hamm, Jean Vermeil, René Ohl, Francis Catella, Marcel Pini, Christian Rebert; ai libri di Marie-Joseph Bopp (L’Alsace sous l’occupation) e a Lothar Kettenacker: tutti mi sono stati di grande aiuto per aver fatto un controllo incrociato dei miei ricordi.

Ringrazio anche Celia Lowenstein, che ha prodotto il film Fascination Fascism, e Francis Rosenstiel e Freddy Raphael per la loro partecipazione.

Prefazione

Questo libro è stato scritto in francese e pubblicato sotto il titolo A la Guerre Comme a la Guerre nel 1991, ed era una versione ridotta dell’attuale edizione in inglese. È stato in seguito riconcepito in tedesco sotto il titolo Die Gedanken Sind Frei, cioè I pensieri sono liberi, titolo della mia canzone popolare tedesca preferita (non cantata sotto il regime nazista.) Il libro è stato scritto per essere letto sia da adulti che da ragazzi e ho ricevuto il miglior complimento da una mamma che mi ha detto che suo figlio di sei anni dormiva con il libro sotto al cuscino. Sia l’edizione francese che quella tedesca erano illustrate da documenti che avevo raccolto durante la guerra, oltre che da miei scritti e disegni dell’infanzia conservati da mia madre. Dopo che il libro è stato pubblicato, sono stato sommerso da scatoloni di documenti e pubblicazioni che riguardavano quel periodo. Molte persone, specialmente collezionisti di libri di seconda mano, mi affidarono testimonianze, fino ad allora nascoste o dimenticate, di un passato ignobile e doloroso. La presente edizione è stata riscritta in inglese ed è stata arricchita di molti documenti selezionati da queste donazioni.

La documentazione usata nel mio libro è del tutto unica, e illustra con ricchezza di particolari l’aspetto puntiglioso di un’enorme macchina propagandistica. D’altro canto, i disegni che ho eseguito in quell’età cruciale e a prezzo della mia innocenza, costituiscono una visione opposta, parimenti distorta.

La storia è una questione di fatti. Molti storici si propongono di dimostrare qualcosa. Il mio libro non vuole dimostrare niente; racconta solo quello a cui ho assistito da bambino senza pregiudizi.

Gli storici possono discutere su opinioni contrastanti, ma nessuno può negare quello che ho visto con i miei occhi.

Avevo un amico ebreo a New York. Era nato ad Auschwitz, dov’erano morti i suoi genitori, e dove era riuscito a sopravvivere nei suoi primi anni di vita. Cosa sono i miei aneddoti di fronte a una tragedia così tremenda?

A me e alla mia famiglia sono stati risparmiati gli effetti peggiori della guerra. Grazie all’abilità e al buon senso di mia madre, abbiamo vissuto una vita quotidiana abbastanza normale, nonostante il regime nazista, perciò questo libro, a un esame superficiale, potrebbe sembrare una banalizzazione dei grandi drammi della sofferenza, della tortura e della violenza. Ma se parlo di quel periodo nel modo in cui si parlerebbe di una vacanza estiva, è solo perché da ragazzino, con il senso di distacco tipico dell’infanzia, sembrava proprio che io stessi osservando uno spettacolo, proprio come, forse, i miei figli oggi guardano la televisione. Tuttavia, vivere in quel periodo ha avuto un effetto profondo sulla mia vita futura da adulto e sono diventato, a modo mio, un grande sostenitore della pace e della non violenza. La mia arte, i miei libri, i miei manifesti e i miei opuscoli sono lì a dimostrare quanto io sia stato ispirato, in maniera ossessiva, dagli orrori dell’ingiustizia e della violenza. E ho inoltre imparato che alla fin fine non c’è un antidoto assoluto all’odio e all’ingiustizia se non nella voce della coscienza di ciascun individuo che ci dice quello che dobbiamo fare.

Ho disegnato questa carta della Francia per una lezione di Geografia durante l’occupazione: manca l’Alsazia. Dopo la guerra ho disegnato una carta della Germania e anche lì manca l’Alsazia. Questa è la prova definitiva che l’Alsazia non esiste!

Introduzione

L’Alsazia è incuneata tra la Francia e la Germania, una zona cuscinetto lungo il corso del Reno. Il suo destino e la sua storia sono diversi da quelli di qualsiasi altro gruppo di persone in Europa. Gli alsaziani hanno una forte identità propria, ma non c’è una vera e propria “razza” alsaziana. Nel corso degli anni, il nostro crogiolo ha integrato celti, romani, franchi, “alemanni” (che ci hanno lasciato la lingua che parliamo), elvezi, francesi, tedeschi, italiani ed ebrei.

Alla fine della Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nel corso della quale l’Alsazia perse un terzo della sua popolazione (massacrata dalle truppe svedesi di Gustavo Adolfo II), diventammo francesi per la prima volta. In precedenza, l’Alsazia era stata una provincia del Sacro Romano Impero, una confederazione di libere città prive in pratica di una aristocrazia di governo. Nel 1262, Strasburgo aveva steso la prima costituzione democratica d’Europa, rovesciando il potere dei vescovi.

Nel corso del Rinascimento, l’Alsazia era diventata uno dei più grandi centri di effervescenza culturale, un grande centro umanista. La stampa è stata inventata qui. E, in quanto società di tradizione mercantile e senza principi che sostenessero le cause cattoliche né quelle protestanti, in pratica non soffrì molto delle guerre di religione che tormentarono il resto d’Europa. Anche al giorno d’oggi ci sono chiese che vengono condivise da entrambe le religioni.

Questa striscia di terra tra i Vosgi e il Reno, concupita per la sua ricchezza e prosperità, oltre che per la sua posizione strategica, è stata alternativamente controllata dalla Germania o dalla Francia. Mia nonna ha cambiato nazionalità nel 1871, 1918, 1940 e 1945.

Sia i francesi che i tedeschi hanno lasciato la loro impronta riversando sugli alsaziani monumenti, palazzi e numerose istituzioni. Per esempio, dopo il 1871, l’imperatore Guglielmo I ha eretto a Strasburgo la cattedrale di San Paolo. In quella chiesa, ogni domenica, la sua guarnigione protestante marciava per addestrarsi spiritualmente.

Il fatto di doversi adattare a cambiamenti costanti ha lasciato negli alsaziani un grande senso di insicurezza. A chi apparteniamo? Siamo diventati dei camaleonti, costretti a

cambiare colore – e lingua – per sopravvivere. Ho un amico nato dopo la Seconda guerra mondiale che ha imparato a parlare solo francese perché a scuola sia l’alsaziano che il tedesco non erano visti di buon occhio, se non proprio proibiti. Qualche anno fa, la madre di questo amico ha avuto un ictus; il figlio affettuoso era al suo capezzale quando la signora ha ripreso conoscenza, ma aveva dimenticato il francese e tuttora può esprimersi solo in tedesco.

Dopo anni di occupazioni, ora l’Alsazia non è più costretta a sopravvivere sotto lo stivale tedesco o sotto la pantofola francese. Siamo semplicemente parte dell’Europa. Gli alsaziani sono nati europei ed è appropriato che Strasburgo (da non confondersi con Salisburgo) sia la sede del Consiglio e del Parlamento europei, nonché del Tribunale per i diritti umani.

L’Alsazia non ha mai vinto o perduto una guerra; l’hanno fatto i nostri vicini, usandoci come carne da cannone. Gli alsaziani detestano la violenza, perché chiunque abbia sofferto per guerre inflittegli da altri cerca la pace. La pace fa bene ai commerci e in quanto “tedeschi” della Francia (che è sempre meglio di essere i “francesi” della Germania), gli alsaziani hanno il secondo reddito personale più alto dopo i parigini – e anche il maggior numero di stelle Michelin – di qualsiasi altra regione francese. Il nostro senso d’equilibrio può essere soddisfatto quando entrambi i piatti della bilancia sono vuoti. Berlino aveva un suo muro. Noi ne avevamo tre: uno francese, uno tedesco e, ancora, il nostro muro del pianto. E anche se sotto i nostri ponti era passata un sacco di acqua insanguinata, quei muri, come il popolo alsaziano, sono ancora lì ben saldi.

Illustrazione per un canto popolare tedesco. La scritta dice: “Troverò la mia fortuna marciando”.

Nell’Orangerie di Strasburgo nel 1935 all’età di tre anni. Mio padre era appena morto.

Mia madre conservava tutto e anche io. Da noi, non si buttava via mai nulla. Dopo la sua morte, ho trovato una busta di plastica piena dei suoi capelli, raccolti dal pettine prima e durante la guerra. Cosa voleva farci? Aveva forse in mente di farci un maglione ai ferri per il suo amato figliolo?

Accumulavamo tutto: ricordi, lettere, documenti d’ogni genere. Così, tutti i miei primi disegni, tutti gli album, i libri scolastici e le pagelle, i ritagli dai giornali rimangono a testimonianza di tutto quello cui ho assistito da bambino. Grazie a questo accumulo di materiali, sono in grado di ricreare e fare la cronaca di quei tempi assurdi e tragici che avrebbero segnato la mia vita fino a oggi.

Mio padre, Theo Ungerer, era nato in una famiglia benestante. Insieme al fratello, gestiva una fabbrica di famiglia che produceva orologi astronomici. Era un vero e proprio uomo del Rinascimento: inventore, scrittore (in tedesco, francese e alsaziano), ingegnere, storico, pittore, illustratore e bibliofilo. La sua curiosità non conosceva confini; era un esteta puro, ossessionato dalla bellezza nella natura e nell’arte.

Nato nel 1931, avevo tre anni quando mio padre morì nella sua natìa Strasburgo, lasciando soli me, mia madre Alice, mio fratello Bernard e le mie sorelle, Edith e Vivette. Io ero il più piccolo, nato dopo un intervallo di dieci anni – un incidente, a detta di mia madre. Il centro del mio mondo era la mia famiglia e da giovane semenza avevo avuto la fortuna di cadere in un terreno fertile. I miei talenti erano stati ben accolti a casa mia ed ero costantemente incoraggiato a disegnare e a scrivere da mia madre, da mio fratello e dalle sorelline. L’assenza di mio padre mi riempiva di tristezza e di frustrazione. Invidiavo mio fratello e le mie sorelle perché lo avevano conosciuto. Per me lui era diventato una figura mitica, aleggiava ancora in biblioteca, facendo capolino tra gli oggetti preferiti che aveva collezionato, ticchettando in ogni orologio. La famiglia lo evocava continuamente – l’eroe che avevano conosciuto, lo stesso che io non avrei mai incontrato.

A volte, quando ero solo, caricavo il vecchio carillon di ottone costruito da mio nonno e ne ascoltavo la musica. Piangendo, guardavo i cilindri pieni di spuntoni che giravano e suonavano la melodia a ciclo continuo. Papà era morto, ma quella musica sembrava richiamare la sua presenza, come la lampada di Aladino. Questo carillon, che ho ereditato, rimane ancora una specie di telefono con l’aldilà. Molto più tardi, nella mia vita,

mi sono reso conto che quando papà era morto mi aveva lasciato tutti i suoi talenti e posso sentire ancora la sua presenza, specie quando lavoro.

Quando mio padre morì, mia madre diventò povera. Ci trasferimmo a Logelbach, un sobborgo industriale vicino a Colmar. Mio nonno aveva gestito la fabbrica tessile Haussmann e mia nonna abitava ancora lì in un grande edificio di quattro appartamenti. Traslocammo in quello vuoto sopra mia nonna, sotto un’enorme soffitta con abbaini che davano sui campi da una parte, e sulla fabbrica dall’altra.

Avremmo potuto vivere in un relativo benessere, ma il reddito derivante dalla quota di mio padre nella fabbrica di orologi Ungerer se ne andava completamente per pagare l’ipoteca della grande villa di Strasburgo che lui aveva progettato e costruito prima di morire. La mamma si rifiutò di venderla e scelse invece di affittarla e vivere senza un soldo a Logelbach.

La casa di Logelbach era stata progettata per ospitare i dirigenti della fabbrica tessile. Il giardino sul davanti era fiancheggiato da enormi castagni. Tutt’intorno alla casa c’erano grandi aiuole di fiori e di verdure disegnate da mio nonno. Un sentiero di ghiaia fiancheggiato da alberi – noci, ciliegi, noccioli, prugni e gelsi – portava a una gloriette, un gazebo coperto da rampicanti. Quel giardino era stato concepito così per suscitare ricordi di un’infanzia ideale. La casa sorgeva accanto a un parco bellissimo che circondava un edificio neo-gotico di arenaria rosso-scura che ospitava un ambulatorio locale gestito da suore dai grandi copricapi inamidati. Accanto a quell’edificio c’era l’obitorio, una piccola cappella che mi riempiva di sgomento. Ci era concesso entrare in quel parco per un viale fiancheggiato di castagni che poi sfociava nei campi aperti. Dall’altra parte della strada, c’erano gli edifici della fabbrica, uno dei quali, vuoto, in seguito fu usato come prigione.

Per il cibo dipendevamo dalle grandi aiuole di verdure.

Logelbach
Lo Henk, alloggi per gli operai
Edifici dell’amministrazione

La nota in alto è scritta da mia madre e dice: “Un ciuffo di capelli del nostro piccolo tesoro Tomi, tagliato la sera prima del suo primo compleanno”. Nella data ha scritto il mese sbagliato, settembre invece di novembre.

Tra le ciminiere della fabbrica, l’inconfondibile guglia bianca della chiesa di Logelbach si staglia in lontananza come un minareto, dando al grigio sobborgo il fascino di un’oasi. Mia madre riteneva che fosse la prova del cattivo gusto dei cattolici, peggiore perfino dell’Art Nouveau, che lei immediatamente sviliva come kitsch

Casa nostra, abitavamo al piano superiore, sulla destra
Il campo di prigionia

Con papà nel 1934.

L’Abbé Glory, il mio padrino Pam, mio fratello Bernard e papà che mi tiene per mano; mamma e le mie sorelle Edith e Vivette.
La mia foto preferita di papà, 1934.

La maggior parte delle cose erano conservate in barattoli, mentre piselli e fagioli venivano seccati. Se minacciava un temporale, ci inginocchiavamo tutti a pregare, con mamma che implorava il Signore di risparmiarci la grandine. Mentre i nuvoloni scuri, come greggi di pecore nere, si allontanavano da noi ignorandoci, la mamma, con gli occhi pieni di lacrime si alzava in piedi e ringraziava Dio per l’ennesimo miracolo.

Ricordo i magnifici cespugli di lillà del giardino non tanto per il loro intenso odore che permeava le serate primaverili, ma perché mia madre a volte si vestiva come una vecchia contadina per andare a vendere, in incognito, mazzetti di quei fiori alla stazione del treno. I lillà che mia madre vendeva erano lillà di coraggio e di disperazione.

Quando la guerra scoppiò nel 1939, avevo sette anni. All’epoca frequentavo la scuola di Colmar, distante tre chilometri, al Lycée Bartholdi, la scuola giusta dove andare in zona, a detta di mia madre. Non voleva che frequentassi la scuola locale perché temeva la cattiva influenza che i monelli di strada avrebbero potuto avere su di me. Mamma aveva quella che in alsaziano chiamiamo gratl (puzza sotto il naso). Teneva molto ai privilegi di classe, imbevuta com’era di valori borghesi e protestanti.

Storceva il naso con pari sdegno di fronte alla classe operaia (la marmaglia), ai cattolici e ai nuovi ricchi.

Mia madre era di una bellezza sconvolgente e aveva un grande rispetto, quasi una

Il carillon di ottone costruito da nonno era il mio contatto con l’aldilà. Con il microscopio scoprivo le meraviglie segrete della natura.

All’età di quattro anni, accanto a una pianta di verbasco. È la pianta che ha ispirato la poesia di mia madre nella pagina seguente.

venerazione, per la nobiltà. Sono sicuro che avrebbe dato qualsiasi cosa per una trasfusione di sangue blu nelle proprie vene. A volte mi chiedo cosa sarebbe successo nella sua mente se il Führer fosse nato “Hitler von Braunau” (Hitler era in effetti nato a Braunau, in Austria).

Per quanto non avesse un soldo, la mamma interpretava impeccabilmente il suo ruolo di gran dama. A Logelbach tutti la trattavano con il massimo rispetto. Sin dalla primissima infanzia questo mi procurava un grande imbarazzo. Quando venivo mandato al negozio di alimentari del paese per una commissione, non ho mai dovuto fare la fila. Appena entravo, il silenzio scendeva nel negozio. Il negoziante, con fare servile, mi diceva sempre: «E cosa posso fare per il signorino di “buona famiglia”?».

Ricordo ancora quella volta che, passando di nascosto sotto al vetro della mezza porta della bottega, infilai un mortaretto nel buco della serratura e me la diedi a gambe dopo lo scoppio, inseguito dal droghiere.

Mi corse dietro fino agli abbaini della soffitta dove stavo cercando di nascondermi e, dopo avermi preso per un orecchio, mi trascinò al cospetto di mia madre che gli assicurò che sarei stato sculacciato per quella bravata. Appena se ne fu andato, la mamma chiuse la porta sopraffatta dalle risate più convulse, mi prese tra le braccia e si congratulò con me baciandomi – che in un certo senso equivaleva a una punizione, in quanto detestavo essere baciato.

(Alla mamma piacevano le burle. Con grande orgoglio si vantò che, quando era piccola,

aveva offerto alle signore che facevano visita a sua madre per prendere il tè, palline di sterco di coniglio coperto di zucchero a velo e che loro, a labbra strette, ne avevano chiesto a mia nonna la ricetta).

E poi c’era anche il panettiere (che in seguito fu arrestato dalla Gestapo) e il macellaio, da cui andavo di rado, perché la carne era un lusso per noi in quanto troppo cara. Il macellaio mi regalava una fetta di salame, mentre mi chiedevo come mai le casalinghe di basso rango potevano riempirsi le sporte di carni e pâtés, mentre noi, con tutti i nostri oggetti di antiquariato, la biblioteca e opere d’arte, dovevamo fare a meno dei cibi di lusso che i nostri nobili pancini desideravano.

Mia madre era cresciuta nella casa di Logelbach ai tempi dell’imperatore Guglielmo I, quando l’Alsazia era tedesca. I suoi ricordi di quei “bei tempi dorati”, finiti con la Prima

La bellezza di mia madre non era vista di buon occhio dai suoi parenti puritani. Erano convinti che, secondo la Bibbia, soltanto le meretrici si truccassero e si tingessero i capelli.

guerra mondiale, erano assolutamente avvolti da un’atmosfera romantica, eppure lei si è sempre considerata francese – una patriota, addirittura una sciovinista, più francese dei francesi. In pratica, lei era allergica ai tedeschi, cosa che però non le impediva di scrivere poesie nella lingua di Goethe né di declamare lunghi brani di prosa o di poesia, come se recitasse in scena. Era infusa della poesia dei romantici tedeschi. Scriveva bene (anche se il suo francese era a volte stravagante) e parlava anche alsaziano. Aveva poesie per ogni genere di occasione e spesso le recitava con le lacrime agli occhi. Il panorama che si apriva alla vista dalla cima di una montagna le evocava versi di Gottfried Keller: “Bevete, occhi miei, quel che le mie ciglia trattengono del traboccante flusso dorato di questo mondo…”

(Ha lasciato un baule pieno di poesie, lettere e saggi, tra cui ho trovato una lettera a Nixon, il suo eroe ai tempi dello scandalo Watergate. Si rivolgeva a lui come Fier et galant chevalier (Fiero e galante cavaliere).

Fiero fiore del verbasco, omagnifico candelabro, il tuo oro mi riempie il cuore e mi fa ridere di gioia.

Il miracolo del tuo fiorire si rinnova ogni giorno. Ti raccolgo allegramente, meglio che posso, perché le tue stelline sono in alto, in alto sul cielo.

Mi chiamano da lontano, per guardarle bene.

Saluto le tue foglie giganti di velluto verde-argento, da cui spuntano boccioli come oro dalla mano di Dio.

Cresci là, in terra selvaggia, nutrito da sassi e sabbia; il tuo respiro è il Cielo, e il sole la tua veste!

La natura si diffonde dalla rugiada nel tuo calice, ed ebbre di Natura le api ronzano un canto in maggiore e minore!

Le api tornano cariche e sazie dal banchetto al sicuro nell’alveare.

E anch’io tornerò a casa col mio dolce fardello, e preparerò per gli altri quel che mi hai donato!

Addio, bellissima pianta, che riluce della vera luce. Col tuo splendore hai acceso la scintilla di una poesia in cui voglio rivelarti quanto mi hai reso ricca con i prodigiosi doni della tua splendida fioritura.

Ti ringrazio di cuore per la tua linfa fragrante il cui balsamo cura anima e corpo da tutte le pene e sofferenze.

Alice Ungerer

SEGUE…

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