Classe 1951, laureata in Lettere moderne e giornalista scientifica, mi sono sempre occupata di medicina e salute preferibilmente coniugate col mondo del sociale. Collaboratrice ininterrotta del Corriere della Sera dal 1986 fino al 2016, ho introdotto sulle pagine del Corsera il Terzo settore, facendo conoscere le principali Associazioni di pazienti.Ho pubblicato più libri: il primo- “Pronto Help! Le pagine gialle della salute”- nel 1996 (FrancoAngeli ed.) con la prefazione di Rita Levi Montalcini e Fernando Aiuti. A questo ne sono seguiti diversi come coautrice tra cui “Vivere con il glaucoma”; “Sesso Sos, per amare informati”; “Intervista col disabile” (presentazione di Candido Cannavò e illustrazioni di Emilio Giannelli).
Autrice e conduttrice su RadioUno di un programma incentrato sul non profit a 360 gradi e titolare per 12 anni su Rtl.102.5 di “Spazio Volontariato”, sono stata Segretario generale di Unamsi (Unione Nazionale Medico-Scientifica di Informazione) e Direttore responsabile testata e sito “Buone Notizie”.
Fondatore e presidente di Creeds, Comunicatori Redattori ed Esperti del Sociale, dal 2018 sono direttore del magazine online Generazioneover60.
Quanto sopra dal punto di vista professionale. Personalmente, porto il nome della Fanciulla del West di Puccini (opera lirica incredibilmente a lieto fine), ma non mi spiace mi si associ alla storica fidanzata di Topolino, perché come Walt Disney penso “se puoi sognarlo puoi farlo”. Nel prossimo detesto la tirchieria in tutte le forme, la malafede e l’arroganza, mentre non potrei mai fare a meno di contornarmi di persone ironiche e autoironiche. Sono permalosa, umorale e cocciuta, ma anche leale e splendidamente composita. Da sempre e per sempre al primo posto pongo l’amicizia; amo i cani, il mare, il cinema, i libri, le serie Tv, i Beatles e tutto ciò che fa palpitare. E ridere. Anche e soprattutto a 60 anni suonati.
Foto Chiara Svilpo
Chi siamo
DOTTOR MARCO ROSSI SESSUOLOGO E PSICHIATRA
è presidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale e responsabile della Sezione di Sessuologia della S.I.M.P. Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Ha partecipato a numerose trasmissioni televisive e come esperto di sessuologia a numerosi programmi radiofonici. Per la carta stampata collabora a varie riviste.
DOTTOR ALESSANDRO LITTARA ANDROLOGO E CHIRURGO
è un’autorità nella chirurgia estetica genitale maschile grazie al suo lavoro pionieristico nella falloplastica, una tecnica che ha praticato fin dagli anni ‘90 e che ha continuamente modificato, migliorato e perfezionato durante la sua esperienza personale di migliaia di casi provenienti da tutto il mondo
PROFESSOR ANTONINO DI PIETRO DERMATOLOGO
PLASTICO presidente Fondatore dell’I.S.P.L.A.D. (International Society of PlasticRegenerative and Oncologic Dermatology), Fondatore e Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis, è anche direttore editoriale della rivista Journal of Plastic and Pathology Dermatology e direttore scientifico del mensile “Ok Salute e Benessere” e del sito www.ok-salute.it, nonché Professore a contratto in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia (Facoltà di Medicina e Chirurgia).
DOTTOR MAURO CERVIA MEDICO VETERINARIO
è sicuramente il più conosciuto tra i medici veterinari italiani, autore di manuali di successo. Ha cominciato la professione sulle orme di suo padre e, diventato veterinario, ha “imparato a conoscere e ad amare gli animali e, soprattutto, ad amare di curare gli animali”. E’ fondatore e presidente della Onlus Amoglianimali, per aiutare quelli più sfortunati ospiti di canili e per sterilizzare gratis i randagi dove ce n’è più bisogno.
ANDREA TOMASINI GIORNALISTA SCIENTIFICO
giornalista scientifico, dopo aver girovagato per il mondo inseguendo storie di virus e di persone, oscilla tra Roma e Spoleto, collaborando con quelle biblioteche e quei musei che gli permettono di realizzare qualche sogno. Lettore quasi onnivoro, sommelier, ama cucinare. Colleziona corrispondenze-carteggi che nel corso del tempo realizzano un dialogo a distanza, diluendo nella Storia le storie, in quanto “è molto curioso degli altri”.
Chi siamo
PAOLA EMILIA CICERONE GIORNALISTA SCIENTIFICA
classe 1957, medico mancato per pigrizia e giornalista per curiosità, ha scoperto che adora ascoltare e raccontare storie. Nel tempo libero, quando non guarda serie mediche su una vecchia televisione a tubo catodico, pratica Tai Chi Chuan e meditazione.
Per Generazione Over 60, ha scelto di collezionare ricordi e riflessioni in Stile Over.
FLAVIA CAROPPO GIORNALISTA E AMBASCIATRICE DELLA
CUCINA ITALIANA A NEW YORK
Barese per nascita, milanese per professione e NewYorkese per adozione. Ha lavorato in TV (Studio Aperto, Italia 1), sulla carta stampata (Newton e Wired) e in radio (Numbers e Radio24). Ambasciatrice della cultura gastronomica italiana a New York, ha creato Dinner@Zia Flavia: cene gourmet, ricordi familiari, cultura e lezioni di vera cucina italiana. Tra i suoi ospiti ha avuto i cantanti Sting, Bruce Springsteen e Blondie
MARCO VITTORIO RANZONI GIORNALISTA
Milanese DOC, classe 1957, una laurea in Agraria nel cassetto. Per 35 anni nell’industria farmaceutica: vendite, marketing e infine comunicazione e ufficio stampa. Giornalista pubblicista, fumatore di Toscano e motociclista della domenica e -da quando è in pensione- anche del lunedì. Guidava una Citroen 2CV gialla molto prima di James Bond.
COMANDACOLORE è uno Studio di Progettazione Architettonica e Interior Design nato dalla passione per il colore e la luce ad opera delle fondatrici Antonella Catarsini e Roberta D’Amico. Il concept di COMANDACOLORE è incentrato sul tema dell’abitare contemporaneo che richiede forme e linguaggi mirati a nuove e più versatili possibilità di uso degli spazi, tenendo sempre in considerazione la caratteristica sia funzionale che emozionale degli stessi.
MONICA SANSONE VIDEOMAKER
operatrice di ripresa e montatrice video, specializzata nel settore medico scientifico e molto attiva in ambito sociale.
Sommario
-09
Generazione F
Se inverno dev’essere, che inverno sia sul serio! Editoriale di Minnie Luongo
-12Salute
Il “Direttore d’Orchestra” del Benessere: viaggio nel mondo della Vitamina D Di Danilo Ruggeri
-16Foto d’autore Fine dei giochi di Francesco Bellesia
-18-
Versi Di...versi Passi freddi Di Bruno Belletti
-20Leone ascendente giornalista
A scuola di vita in una mattina camminando sotto la neve Di Luciano Ragno
Sommario
-24Medica
Egon Schiele e l’inverno del corpo Di Edoardo Rosati
-28 Psicologia
Intervista alla dottoressa Ludmilla Soresi sull’EMDR di Minnie Luongo
-32Dal nostro archivio Vacanze sulla neve Di Paola Emilia Cicerone
-36
Le interviste di Minnie Conosciamo il direttore responsabile di Focus di Minnie Luongo
-41Da leggere
Quando un libro non è qualcosa ma diventa qualcuno, che ci dispiace salutare Di Enrico Fovanna
Generazione F
SE INVERNO DEV’ESSERE, CHE INVERNO SIA SUL SERIO!
EDITORIALE
Quante volte ho detto che “odio” l’inverno? Lo so : questo è il tema del primo numero dell’ottavo anno del nostro magazine… oltre tutto, scelto dalla sottoscritta Ma, a costo di ripetermi, ribadisco la mia avversione per l’attuale stagione Così come confermo di essere persona che non ama le mezze misure e quindi – fatte fuori la primavera e l’autunno- restano l’inverno e l’estate, la mia stagione preferita . Ne consegue che, se deve essere inverno, lo voglio nella sua massima espressione. Gelo e tutto il resto. A questo proposito non posso non ricordare il gennaio di una quindicina di anni fa: per lavoro a Riga, capitale della Lettonia, oltre -20° alle 11 del mattino. Ero con due colleghi; io con i jeans che indosso tutto l’anno, al contrario dei miei amici di cui uno (non faccio nomi) indossava calze termiche e l’altro mi implorava di entrare in un bar prima di incorrere in una paresi facciale.
Riga(Lettonia) in inverno
Generazione F
Sarà stato per via del mia Dna teutonico ereditato da parte materna, ma non soffrivo il gelo, se si esclude il naso che avrei desiderato fosse riparato da un passamontagna (mi ripromisi di ricordarmelo per la volta successiva). Per il resto riuscii perfino ad apprezzare il fteddo, la neve, e tutto l’inverno alla massima potenza.
Detto ciò, invito tutti i lettori di GerAzione Over 60 di godersi gli splendidi contributi dei collaboratoti che hanno firmato questo numero. Seduti in poltrona, meglio se muniti di tisane e calzettoni…
IL “DIRETTORE D’ORCHESTRA” DEL BENESSERE: VIAGGIO
NEL MONDO DELLA VITAMINA D
Essenziale
per il benessere dell’organismo, è spesso carente durante i mesi invernali, per cui può servire una sua integrazione
Di Danilo Ruggeri – giornalista medico – scientifico
Nel panorama dei nutrienti essenziali, la vitamina D occupa un posto d’onore, tanto da essere definita dai ricercatori come un vero e proprio “ormone del sole” . Non si tratta infatti di una semplice vitamina, ma di un composto liposolubile che funge da pro-ormone, capace di attivarsi in fasi successive per influenzare l’espressione di centinaia di geni nel nostro organismo
La vitamina D si presenta principalmente in due forme: la D2 (ergocalciferolo) , di origine vegetale (come funghi e lieviti), e la D3 (colecalciferolo) , prodotta dalla nostra pelle grazie all’azione dei raggi ultravioletti o assunta tramite alimenti di origine animale. Sebbene entrambe contribuiscano all’equilibrio del corpo, la vitamina D3 si è dimostrata superiore nel mantenere stabili i livelli sierici nel tempo .
Il percorso di attivazione è affascinante: una volta sintetizzata o assunta, la vitamina D migra prima nel fegato e poi nei reni , dove si trasforma nella sua forma biologicamente attiva (1,25-diidrossivitamina D).
Non solo osso: un regolatore sistemico
Il ruolo classico della vitamina D è quello di “direttore d’orchestra” per l’assorbimento di calcio e fosforo , elementi fondamentali per la salute delle ossa. Tuttavia, le evidenze scientifiche mostrano un raggio d’azione molto più ampio:
Sistema Immunitario: stimola la produzione di peptidi antimicrobici per combattere le infezioni .
Salute Cellulare: guida la crescita delle cellule e attenua le infiammazioni “silenti” .
Prevenzione Cronica: una sua carenza (sotto i 20 ng/mL) è stata collegata a un aumento del rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e persino depressione.
Il paradosso della carenza
Nonostante la sua importanza, la carenza di vitamina D è un fenomeno globale che colpisce fino al 50% della popolazione mondiale , con punte critiche nelle città del Nord dove l’esposizione solare è limitata. Sebbene la dieta offra alcuni “tesori” come i pesci grassi (salmone, sgombro) , i tuorli d’uovo e i funghi trattati con UV, spesso l’apporto alimentare non basta a coprire il fabbisogno giornaliero ideale di 600-800 IU.
Salute
Approfondire gli effetti patologici della carenza di vitamina D è fondamentale per comprendere perché questa vitamina sia considerata un pilastro della salute sistemica e non solo ossea. Quando i livelli di questo ormone scendono sotto la soglia critica dei 20 ng/mL , l’organismo entra in una vera e propria “modalità di emergenza” , innescando una serie di reazioni a catena che colpiscono diversi apparati.
Ecco un dettaglio delle principali conseguenze patologiche derivanti dalla sua carenza:
1. Fragilità ossea: dal Rachitismo all’Osteomalacia
L’effetto più noto riguarda l’apparato scheletrico. Senza una quantità sufficiente di vitamina D, il corpo non riesce ad assorbire correttamente calcio e fosforo, portando a gravi difetti di mineralizzazione.
Nei bambini: si manifesta il rachitismo , una condizione che deforma le ossa in crescita.
Negli adulti: la carenza cronica provoca l’ osteomalacia , un rammollimento delle ossa che aumenta esponenzialmente il rischio di fratture e dolori ossei diffusi.
2. Il “Domino” delle malattie metaboliche e cardiovascolari
Le ricerche più recenti hanno evidenziato come la carenza di vitamina D agisca da catalizzatore per malattie croniche moderne. Studi epidemiologici indicano che livelli insufficienti sono associati a un incremento del 30% del rischio di diabete di tipo 2 . Questo avviene attraverso meccanismi di insulino-resistenza cronica e un aumento dell’ infiammazione sistemica . Anche il cuore ne risente: la carenza è infatti collegata a una maggiore incidenza di malattie cardiovascolari .
Salute
3. Salute mentale e declino cognitivo
L’influenza della vitamina D raggiunge anche il cervello, agendo su recettori specifici che regolano l’umore e le funzioni cognitive. Una sua carenza è stata strettamente correlata a:
Depressione e “umore cupo” , suggerendo un ruolo attivo della vitamina nella regolazione del benessere psicologico.
Malattie neurologiche e un declino cognitivo accelerato, particolarmente pericoloso nelle fasce di popolazione più anziana.
4. Vulnerabilità del sistema immunitario
Essendo un potente modulatore del sistema immunitario, la sua assenza rende le nostre difese fragili e meno reattive . Questo si traduce in:
Un maggiore rischio di infezioni , poiché viene meno la stimolazione di peptidi antimicrobici naturali come la catelicidina.
Una maggiore predisposizione ai disturbi autoimmuni , a causa della perdita dell’equilibrio infiammatorio che la vitamina D contribuisce a mantenere.
Soggetti a rischio e prevenzione
La carenza è particolarmente insidiosa perché spesso silenziosa, colpendo in modo più severo gli anziani (che hanno una ridotta capacità di sintesi cutanea), le persone con obesità e chi vive in contesti urbani con scarsa esposizione solare . Per queste categorie, o in presenza di sintomi, i medici suggeriscono screening regolari e una correzione tempestiva dei livelli attraverso la dieta o la supplementazione, che può invertire molti di questi effetti patologici e ridurre drasticamente il carico delle malattie croniche.
Quando la supplementazione diventa necessaria
Secondo le linee guida della Endocrine Society , l’integrazione è caldamente raccomandata per categorie specifiche: bambini (1-18 anni), adulti oltre i 75 anni, donne in gravidanza e soggetti prediabetici . In contesti come l’inverno italiano, specialmente nelle regioni settentrionali, ricorrere a un supplemento può prevenire cali stagionali e proteggere la vitalità quotidiana.
L’ultima frontiera della supplementazione: il Film Orodispersibile
L’innovazione farmacologica ha recentemente introdotto una soluzione particolarmente efficace per chi ha difficoltà ad assumere le classiche capsule o soluzioni orali: il film sublinguale orodispersibile . Si tratta di sottili veli che si sciolgono sotto la lingua in meno di 60 secondi senza bisogno di acqua.
I vantaggi di questa formulazione sono significativi:
Maggiore Biodisponibilità: può essere da 3 a 10 volte superiore rispetto alle capsule tradizionali .
Facilità d’uso: ideale per chi soffre di disfagia (difficoltà a deglutire) o problemi di assorbimento intestinale
Salute
Efficacia diretta: non subendo il metabolismo epatico iniziale, garantisce una maggiore stabilità chimica . Valutazioni farmacoeconomiche
I vantaggi di formulazioni solide come quella in film sublinguale orodispersibile non si limitano a questi aspetti. Il ricorso alle formulazioni solide da affiancare alle soluzioni orali per la supplementazione della vitamina D potrebbe generare un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) di 52,2 milioni di euro nell’arco di 3 anni . Il dato emerge da un’analisi di impatto sul budget (BIA) che ha stimato la ricaduta economica di una possibile rimodulazione delle quote di mercato tra le diverse forme farmaceutiche di vitamina D attualmente disponibili, elaborata sulla base dei consumi di vitamina D registrati a febbraio 2023.
L’analisi è stata presentata a Roma nel corso dell’evento “Vitamina D: Strategie d’impatto sui budget regionali e potenziali risparmi”.
In un contesto sanitario segnato da crescente domanda di prestazioni, invecchiamento della popolazione e aumento delle cronicità, il SSN e i Servizi Sanitari Regionali sono chiamati a implementare strategie di ottimizzazione delle risorse, per garantire sostenibilità e continuità di accesso alle cure senza compromettere l’equità assistenziale. Per questo l’analisi effettuata sull’impatto dell’utilizzo di vitamina D sui sistemi regionali, può fornire strumenti utili agli stakeholders di sistema per valutare percorsi e/o indicazioni d’utilizzo sempre più efficienti
Per esempio, i dati della simulazione evidenziano che monitorando la tipologia di somministrazione di vitamina D si possono realizzare risparmi pari a 12,5 milioni di euro per la Lombardia, 7,3 milioni per la Campania e 5 milioni per il Lazio , confermando il colecalciferolo come una molecola con alto valore strategico per le politiche di governo della spesa farmaceutica.
L’analisi presentata parte dall’esperienza della Regione Lazio e dall’implementazione di un modello di appropriatezza prescrittiva, in particolare si evidenzia l’esperienza della ASL Roma 2 sul controllo della spesa farmaceutica legata alla supplementazione di vitamina D.
Il 4 marzo 2025 la ASL Roma 2 ha pubblicato un documento intitolato “Farmainforma Appropriatezza prescrittiva ASL Roma 2: Indicatori spesa convenzionata Vitamina D (Colecalciferolo)”, in cui i prescrittori, qualora ritengano necessario prescrivere altra formulazione rispetto al flaconcino multi-dose, sono invitati a scegliere il trattamento che a parità di dosaggio, presenta il costo-terapia più basso, al fine di contribuire alla sostenibilità del Servizio Sanitario Regionale. Si tratta di un esempio di come sia possibile ottimizzare efficienza e qualità delle cure, bilanciando l’innovazione con la sostenibilità finanziaria dei sistemi sanitari In conclusione, mantenere livelli ottimali di vitamina D (tra 30-50 ng/mL) non è solo una questione di salute ossea, ma un investimento olistico per il nostro sistema immunitario e metabolico. Consultare il proprio medico per un dosaggio su misura resta il primo passo per massimizzare i benefici di questo prezioso alleato invisibile.
Foto d’autore
FINE DEI GIOCHI
Suggestivo scatto di Francesco Bellesia per la rubrica “Foto d’Autore” di Generazione over 60, che ha voluto intitolare “Fine dei giochi”. Interpretazione libera: che stia a significare che con gennaio, terminate le feste, si debba ripartire seriamente senza più alcun alibi?
Foto d’autore
FRANCESCO BELLESIA
Sono nato ad Asti il 19 febbraio del 1950 ma da sempre vivo e lavoro a Milano. Dopo gli studi presso il liceo Artistico Beato Angelico ho iniziato a lavorare presso lo studio di mio padre Bruno, pubblicitario e pittore. Dopo qualche anno ho cominciato ad interessarmi di fotografia, che da quel momento è diventata la professione e la passione della mia vita.
Ho lavorato per la pubblicità e l’editoria ma contemporaneamente la mia attenzione si è concentrata sulla fotografia di ricerca, libera da vincoli e condizionamenti, quel genere di espressione artistica che oggi ha trovato la sua collocazione naturale nella fotografia denominata FineArt.
Un percorso parallelo che mi ha consentito di crescere e di sviluppare il mio lavoro, una sorta di vasi comunicanti che si sono alimentati tra di loro. Molte sono state le mostre allestite in questi anni e molte le manifestazioni alle quali ho partecipato con premi e riconoscimenti.
Continuo il mio percorso sempre con entusiasmo e determinazione… lascio comunque parlare le immagini presenti sul mio sito.
Versi Di...versi
PASSI FREDDI
Di Bruno Belletti – autore
Versi Di...versi
Polvere di luna dispersa fra le luci opache di questo inverno, arcano e malfermo, come i miei passi, verso la terra promessa di un tenue domani .
Betulle imbiancate nel manto di nebbie ribelli e il casolare disperso che accoglie
l’aratro dismesso per terre allora feconde e stagioni smarrite in sospiri di un ghiaccio perenne.
Leone ascendente giornalista
A SCUOLA DI VITA IN UNA MATTINA CAMMINANDO SOTTO LA NEVE
Quel giorno che mi incontrai mentre sprofondavo nella neve che fioccava
Di Luciano Ragno – giornalista
Leone ascendente giornalista
Gli anni ’50 sono appena iniziati. E’ inverno da meno di un mese.
Mia madre: “Che dici, Luciano, nevicherà domani? Non è ancora mai nevicato”.
“Spero di no, avrei problemi”.
Invece nevicherà. Di buona volontà.
In bicicletta non è possibile andare alla stazione, come faccio sempre. Per forza a piedi. M’incammino lungo la via, non è breve. Mi accorgo che invece di stare attento a non cadere, mi sto ponendo una domanda: Che ho fatto per essere qui sotto la neve mentre tutti i miei amici sono ancora a letto?
La riflessione in quella mattina d’inverno mi è tornata spesso in mente.
La rivivo in questo articolo. Non è un semplice ricordo, è una grande lezione di vita. Ha cambiato la mia.
Frequento il liceo. Ma non tutti i giorni. Preferisco andare in giro, magari a passeggiare lungo il Corso della mia Foligno, specie in quelle giornate che mostrano la città con la veste più bella. Il banco può attendere. Il pomeriggio lo dedico non allo studio, ma ad accompagnare il mio sogno: diventare giornalista. Trascorro ore a scrivere articoli su fatti ascoltati alla radio, come se fossi io il giornalista in quel luogo. Finiscono tutti nel cassetto.
Il sogno di diventare giornalista è iniziato presto, quando mio padre tornava a casa con “Il Messaggero” in tasca, si sedeva in poltrona e lo sfogliava con me accanto. E mi spiegava quello che era successo nel mondo. Leggeva un articolo e quelle parole mi colpivano, mi sembravano musica. Raccontavano ed io ero lì dove c’era l’evento. Lo vivevo.
Passano i mesi. Poco studio. Calano i voti. Sempre peggio. E così, quando a giugno escono i quadri, accanto al mio nome c’è un secco: Rinvio a settembre. E a settembre: RESPINTO. Un colpo tremendo, per me e per i miei genitori.
E mi ritrovo a camminare in quel giorno della forte improvvisa nevicata in strada, diretto alla stazione. Mi attende un treno che mi porterà ad Assisi dove ho scelto di ripetere l’anno di liceo. Troppa vergogna tornare nella vecchia scuola.
La stazione è ancora lontana. Faccio fatica, tanta. Potrei stare ancora a casa al caldo o nell’atrio della scuola a Foligno con gli amici cercando riparo da una tramontana che taglia il viso. Invece sono qui in strada al freddo. Passo dopo passo. Com’è potuto accadere? Esistono i sogni ma bisogna saperli gestire. E per gestirli serve passione ma anche sacrificio. E la responsabilità di non perdere le occasioni della vita. Come quell’anno che avrei dovuto dedicare al domani. L’avevo dimenticata o forse mai conosciuta.
Continuo a riflettere: ho sbagliato e la sto pagando, pesantemente. Sveglia all’alba, pedalata fino al treno, l’autobus che viaggia verso Assisi, le lezioni e il ritorno. Nel freddo ma anche nel caldo.
Leone ascendente giornalista
(Immagine realizzata con AI)
Sto imparando la lezione: i sogni hanno un prezzo. altrimenti non si realizzano. Mi servirà nella vita. E poi, che sciocchezza gettare via gli anni che costruiscono il domani.
Non sono solo nel lungo viale che porta alla stazione. Gente che va a passo svelto, magari si è alzata quando era ancora buio o sta tornando a casa perché ha lavorato per tutta la notte. Vedo un mondo che è stato sveglio per farmi stare tranquillo. Un volto che non conoscevo della mia città. Mi sfuggiva quando andavo in bicicletta . Mi accorgo che sto scoprendo la vita. Quella diversa dalla mia. E lascia il segno.
Un rumore. E’ quello di una serranda di un caffè che si alza. Davanti c’è un uomo. Non entra. Forse ha voglia di un cappuccino e un cornetto perché ha fame ma non ha soldi, attende la carità. E vedo un ragazzo, più piccolo di me, che sorregge un vassoio, va nel locale, ne esce subito, prende da un camioncino un altro vassoio e rientra. Si guadagna la giornata. Ed io fortunato, nato nella culla giusta, che trovo tutto a mia disposizione. E qualche volta mi lamento.
Un fischio in lontananza. Il treno mi attende. Arrivo, un attimo di pazienza.
Salgo a bordo, dal finestrino un panorama completamente bianco. Per la forte nevicata le lezioni iniziano più tardi. Scendo giù fino alla Basilica di San Francesco. Non c’è nessuno sull’immenso piazzale. I pellegrini fermati dal maltempo.
La magia del silenzio. Non la conoscevo. Mi piace, vorrei che non finisse.
Entro nella Basilica, mi accorgo di essere solo anche lì. No, sono in compagnia dei colori di Giotto alle pareti. Raccontano di un uomo, Francesco, che donava speranza. In un’epoca dove non c’erano speranze.
A un tratto mi accorgo che si è avvicinato un vecchio. E’ vestito di pochi panni. Quasi scalzo. S’inginocchia. Prega.
Leone ascendente giornalista
Vedo in quel vecchio l’umanità, vestita di poche ambizioni, in difficoltà, che chiede speranza dopo aver perduto speranze. Con umiltà. Scopro la vita.
Il rintocco del campanile mi dice che in questo mattino d’inverno sto diventato grande. Improvvisamente ritrovo la responsabilità .
Riprendo a studiare con impegno. Maturità. Università. Passa del tempo e scopro che ho anche fiducia in me e addirittura coraggio. E così un giorno mi presento alla redazione di Foligno de “Il Messaggero”, mostro alcuni articoli e chiedo umilmente di collaborare. Un sì che mi riempie di orgoglio. Non finirò mai di ringraziare.
Finalmente i miei articoli non hanno più un solo lettore. La redazione diventa maestra e guida. Una lunga e saggia scuola. Passa il tempo, faccio tanta esperienza, imparo la cronaca. Un giorno mi sento pronto. Tento il grande salto: Roma, la sede centrale de “ Il Messaggero”. Mi accolgono. Praticante e poi professionista. Qui la mia vita, decenni, a raccontare su quelle pagine il mondo, andando a vedere di persona.
Non scordando mai quella lezione, imparata in una mattina d’inverno, incontrando me stesso sotto la neve.
(Immagine realizzata con AI)
EGON SCHIELE E L’INVERNO DEL CORPO
Dietro ogni referto e sotto ogni cicatrice batte un’umanità che merita di essere guardata con occhi competenti e, allo stesso tempo, profondamente amorevoli
Di Edoardo Rosati – giornalista medico- scientifico
Egon Schiele (1890-1918)
Come ogni mese, la nostra Direttora lancia ai suoi prodi collaboratori una piccola sfida tematica. Questa volta la parola chiave era «Inverno», accompagnata da un invito preciso: declinarlo attraverso i ricordi personali. Ho raccolto il guanto con entusiasmo e determinazione. Salvo poi imbattermi in una difficoltà: la mia rubrica tratta di Media e Medicina. Che cosa diamine c’entrano, in tutta franchezza, l’inverno e le reminiscenze individuali con simili ambiti? Così, come accade ogni volta che non so da dove partire, ho sciolto le briglie alla mente. Ed è lì che è successo qualcosa di curioso. Ho capito che l’inverno di cui avrei scritto non aveva nulla a che fare con il calendario.
“Nudo…ma”
E tutto ha iniziato ad avere senso.
Perché il mio inverno non sapeva di neve, non pungeva le ossa né scricchiolava sotto le scarpe. Era una stagione gelida sperimentata in piena estate, a Vienna, davanti alle tele di Egon Schiele. Fu la voce più radicale e febbrile dell’espressionismo austriaco. La morte precoce del padre, dopo una lunga malattia probabilmente sifilitica, introdusse nella sua vita un contatto diretto con il decadimento fisico, con la degenerazione, con la vergogna sociale associata al corpo malato. La malattia, per Schiele, non è un incidente: è una presenza strutturale, una lente attraverso cui osservare il mondo. Dentro quel museo, davanti alle sue tormentate anatomie dipinte, ho provato freddo. Fuori il caldo, la luce lunga dei pomeriggi estivi. Dentro, improvvisamente, una sensazione algida: netta, interiore, quasi clinica.
“L’abbraccio”
Nei dipinti dell’artista (1890-1918: sì, avete letto bene, appena ventotto anni è durata la parabola terrena di questo genio irrequieto, spezzata a causa della pandemia di influenza spagnola), il corpo non è mai neutro. È sempre un organismo che presenta segni. Magro, contorto, spigoloso, privato di ogni protezione. La pelle è tesa, livida, marchiata; le posture innaturali assomigliano più a un referto autoptico che a un gesto artistico. Osservavo alberi umani rinsecchiti. Battuti dai colpi di gelo dell’esistenza. Gli arti che si allungano come rami asciutti, spogli e privi di linfa. Braccia che hanno perso la morbidezza della carne per farsi legno nodoso, ormai incapace di ambire a fioriture future.
Se Gustav Klimt è la cover dorata di una rivista che glorifica la bellezza, Schiele è la lastra radiografica che ne rivela le fratture sottostanti. In quella Vienna di inizio Novecento, l’artista non dipingeva soltanto figure: trasmetteva dimensioni corporee. Ogni tendine teso, ogni nocca arrossata, ogni ventre scavato è un dato percettivo che ci raggiunge senza filtri, con la stessa spietata onestà di un fascicolo sanitario lasciato aperto sul tavolo.
Tuttavia, fermarsi al gelo della diagnosi sarebbe un errore di prospettiva. Perché se è vero che Schiele ci pone davanti alla “ trama della carne ”, per così dire, lo fa con un’onestà che ha in sé qualcosa di profondamente liberatorio. In un mondo di media che ci chiedono di essere invincibili, perfetti, perpetui, l’inverno corporeo di Schiele ci concede il permesso di essere fragili. E nella fragilità, paradossalmente, si nasconde una delle nostre forze più autentiche. La medicina stessa, d’altronde, non nasce per contemplare il “freddo”, ma per affrontarlo. Lo sguardo analitico del medico ─ quello stesso sguardo che per certi versi Schiele applica sui suoi modelli ─ non è un atto di distanza, ma il primo, fondamentale passo dell’accudimento. Non si può curare ciò che non si ha il coraggio di guardare. Vedere il corpo per quello che è, senza i filtri della vanità, è l’unico modo per onorarne l’energia vitale. In questo senso, mi verrebbe da dire, Schiele non dipinge il declino: testimonia la vita quando è messa alla prova. La osserva mentre si contrae, resiste, lotta. E resta lì, aggrappata a quei tendini tesi e a quelle posture così nervose.
Questa è la lezione culturale che porto con me da quel pomeriggio viennese. Così come la medicina ci insegna a leggere i segnali del corpo per proteggerlo, quest’arte radicale ci educa a non temere la nostra imperfezione. Sapere di essere fatti di fibre vulnerabili e di tempo che scorre non dovrebbe spaventarci, ma spingerci verso una forma più profonda e consapevole di relazione con noi stessi e gli altri.
Uscendo dal museo, ricordo che la luce di Vienna non mi sembrò più soltanto calda, ma densa. E preziosa. Avevo compreso che la vera bellezza non è quella che ignora la malattia o il logorio, ma quella che sa attraversarli. Il mio “inverno” è diventato così un invito alla lucidità: una lente che, sfrondando il superfluo, restituisce l’essenziale. E l’essenziale è che, dietro ogni referto e sotto ogni cicatrice, batte un’umanità che merita di essere guardata con occhi competenti e, allo stesso tempo, profondamente amorevoli. E adesso lo so. Forse la sfida della Direttora era, sotto sotto, proprio questa: scoprire che l’inverno aiuta a decantare i ricordi e a distillarne l’essenza, perché arrivino puri e limpidi al nuovo sole di primavera. “Nudo di schiena”
Psicologia
INTERVISTA ALLA DOTTORESSA LUDMILLA SORESI SULL’EMDR
Approfondiamo questa terapia che, nonostante la sua efficacia sia dichiarata a livello mondiale, purtroppo non è ancora conosciuta come merita Di Minnie Luongo – giornalista medico – scientifica
Ludmilla Soresi, psicologa – psicoterapeuta, formata specificamente in EMDR Italia
Bisogna sperimentare questa terapia, ancora troppo poco conosciuta- EMDR, che sta per Eye Movement Desensitization and Reprocessing- per constatare come cose semplici, quali il movimento degli occhi, possano agire sulla psiche a livello profondo.
Per saperne di più abbiamo intervistato la dottoressa Ludmilla Soresi, psicologa- psicoterapeuta, formata specificamente in EMDR presso EMDR Italia ( www.emdr.it ) e che lavora e visita a Milano .
Psicologia
Cos’è l’EMDR
L’EMDR è un trattamento psicoterapeutico scoperto nel 1987 dalla psicologa americana Francine Shapiro. È una terapia non interpretativa, bensì esperienziale, relazionale, focalizzata sulla regolazione, informata sulla resilienza e per le conseguenze delle esperienze traumatiche con molta ricerca sperimentale e scientifica e si è dimostrata efficace per il trattamento di traumi di diversa natura. Particolarmente indicata nella cura del PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress), l’EMDR si è via via trasformata in un approccio sempre più raffinato, complesso e globale, in grado di affrontare gran parte dei disturbi psicologici .
Come funziona l’EMDR
L’EMDR utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, come il “tapping” (tamburellamenti sulle gambe, spalle, braccia), per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/inibitorio, provocando così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali. Il trattamento EMDR si basa su un processo neurofisiologico naturale, legato all’elaborazione accelerata dell’informazione (Shapiro, 2018). Durante l’EMDR, il terapeuta facilita il movimento direzionale degli occhi del paziente o utilizza altre tipologie di stimolazione alternata, mentre il paziente si concentra sul materiale traumatico, senza fare alcuno sforzo per controllare la direzione o il contenuto del materiale che può presentarsi spontaneamente al paziente (immagini, pensieri, suoni, odori, ecc.). In questo modo si riattiva la capacità innata di elaborazione. I movimenti oculari, come dimostrato da alcuni studi, possono ridurre la carica emotiva di ricordi disturbanti. Secondo altri studi, ciò potrebbe essere favorito anche dal fatto che, durante la stimolazione alternata degli emisferi cerebrali nel corso del processo di consulenza con il protocollo EMDR, si attivano le stesse onde cerebrali attive durante le fasi REM del sonno, quelle in cui si processano memorie nella direzione di “riordinare”, selezionare e sciogliere memorie emotivamente faticose. Nella pratica reale, l’EMDR può forse essere meglio descritta come una terapia centrata sul paziente, interattiva, interazionale, intrapsichica, cognitiva, comportamentale, attenta agli aspetti corporei. Gli elementi chiave di tutti questi approcci vengono utilizzati per trattare il paziente nella sua interezza (Francine Shapiro, “EMDR Il manuale. Principi fondamentali, protocolli e procedure”).
Perché l’EMDR funziona
“La terapia EMDR porta alla crescita post traumatica in quanto promuove l’elaborazione e l’adattamento, agendo a livello psico-neurofisiologico. Sulla base dei riscontri sperimentali delle neuroscienze (Pagani et al., 2011)- spiega la dottoressa Soresi- sappiamo che l’EMDR funziona perché entra nelle maglie del funzionamento fisiologico del cervello rispettandolo, assecondandolo, fornendogli risorse e possibilità di sblocco. Al cambiamento dello stato psicologico riscontrabile ed evidenziato dal passaggio della persona a riflessioni positive su di sé, emozioni e sensazioni corporee piacevoli, corrisponde l’avvenuto spostamento di attivazione dalle aree cerebrali del sistema limbico, a prevalente contenuto emotivo, a quelle corticali, deputate
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al consolidamento semantico degli eventi, come dimostrato da esperimenti neuroscientifici ”.
Cornice teorica dell’EMDR: il modello Adaptive Information Processing
Il modello AIP fu concettualizzato da Shapiro negli anni Novanta e postula l’esistenza di un sistema di elaborazione delle informazioni che assimila le esperienze nuove in reti neurali pre-esistenti nel cervello Secondo il modello AIP, come dimostrato da ricerche nell’ambito delle neuroscienze, il nostro cervello ha la capacità innata di processare ed elaborare le informazioni. In sintesi, abbiamo la capacità innata, quando viviamo un’esperienza, di integrare le informazioni emotive, di pensiero/cognitive, corporee e, tramite il loro passaggio per le cortecce cerebrali associative e verso l’ippocampo, che presiede, tra l’altro, alla memoria esplicita autobiografica, siamo in grado di narrare la nostra storia, incluse esperienze meno piacevoli, senza essere ogni volta sequestrati da emozioni intense e poco gestibili. Però, sempre secondo il modello AIP, l’informazione legata ad esperienze percepite come traumatiche o molto stressanti non sempre è elaborata completamente; le percezioni iniziali saranno immagazzinate come sono state nell’input, insieme con pensieri distorti o percezioni sperimentate al momento dell’evento. Questo perché, citando il noto testo di Bessel van der Kolk sulla neurobiologia del trauma “Il corpo accusa il colpo”, quando viviamo un’esperienza per noi traumatica, il “rilevatore di fumo” della nostra casa, l’amigdala, struttura nel sistema limbico deputata essenzialmente alle emozioni, si attiva molto rapidamente. Allo stesso tempo, data la portata traumatica dell’evento, non avviene il passaggio di informazioni per le cortecce associative e l’ippocampo è fuori uso. Come conseguenza, l’engramma(traccia impressa nel sistema nervoso che corrisponde a un ricordo o a un’esperienza appresa, ndr) di memoria emotiva, non integrata, de-strutturata, frammentata, non elaborata, resta congelata in una rete neurale separata, ma continua ad essere attivabile da circostanze che innescano quella memoria traumatica, provocando così sintomi da stress post traumatico.
Che cosa consente l’utilizzo dello strumento psicoterapeutico dell’E.M.D.R
Coinvolgendo emozioni, pensieri, percezioni sensoriali e corporee, permette, in un contesto protetto, empatico e collaborante tra cliente e psicoterapeuta:
• di rivivere il trauma nella sicurezza data dal setting terapeutico
• la desensibilizzazione nei confronti del ricordo (il ricordo perde le sensazioni negative associate nel tempo)
• il cambiamento della prospettiva cognitiva
• la ri-narrazione dell’evento
• la ricollocazione dell’evento nel passato
• l’assimilazione e l’integrazione dell’esperienza
• lo sviluppo e il consolidamento di risorse per far fronte agli eventi con maggior resilienza (posto sicuro, regolazione emotiva, autostima).
Quando rivolgersi alla consulenza con EMDR?
Quando nella storia individuale sono occorsi eventi vissuti direttamente e/o indirettamente percepiti dal
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soggetto come scioccanti, destabilizzanti, dolorosi, emotivamente e fisicamente soverchianti. La terapia EMDR può essere utilizzata per lavorare su qualunque ricordo disturbante, inclusi quelli che non soddisfano i criteri clinici per essere considerati propriamente traumatici (Heim et al., 2004; Afifi et al., 2012):
• perdita da lutto (il periodo che segue la perdita di una persona o di un animale domestico cari), dolore da lutto (emozioni, reazioni e azioni della persona che sta vivendo una perdita), lutto (il processo che l’individuo attraversa per adattarsi alla perdita della persona o dell’animale domestico cari)
• difficoltà di adattamento a fronte di cambiamenti di vita e nel ciclo di vita (vissuti da “nido vuoto” (quando aumenta l’autonomia dei figli e, adulti, terminano la convivenza nella dimora familiare), pensionamento, invecchiamento, trasloco, fine di una relazione amorosa per separazione / divorzio)
• stress, ansia e difficoltà di autoregolazione delle emozioni
• sintomi somatici
• relazioni difficili
• gravidanza e perinatalità
• aumentare le risorse personali (empowerment )
Pe finire, la Dottoressa Soresi ci regala due interessanti commenti di ex pazienti sul loro percorso di psicoterapia con EMDR. Eccoli:
“È un po’ come diventare abili nel riscrivere la storia della propria vita” (A., 56 anni)
“Il sole a mezzanotte” (M., 67 anni)
Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno (Pablo Neruda)
Cervello che vive un trauma o una situazione di stress. Lo stesso cervello dopo trattamento EMDR
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VACANZE SULLA NEVE
Ricordi di vacanze invernali solitarie, tuttavia amate, di me ragazzina. E subito emozioni e ricordi mi riportano al Monte Amiata, la meta scelta da mio padre
Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica
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Ci sono immagini che hanno il potere di riportarti indietro nel tempo : per me sono quelle della pagina Facebook dell’Hotel Le Macinaie, sul monte Amiata, (le trovate qui https://www.facebook.com/MACINAIE ). Sono bastati davvero pochi istanti per tornare ai profumi e alle emozioni delle mie scorribande infantili, in quelle vacanze invernali di oltre mezzo secolo fa . Le vacanze sulla neve devono essere state l’escamotage di mio padre per rendere meno vuote le sue vacanze di vedovo con una ragazzina da gestire. La meta prescelta- all’epoca abitavamo a Roma - fu il Monte Amiata ( http://www.webamiata.it ) non troppo lontano e in qualche modo legato alla storia della mia famiglia. Stiamo parlando di una montagna atipica, in realtà un vulcano spento, collocato tra le province di Siena e Grosseto: per gli etruschi era una terra sacra, una specie di casalingo Olimpo. Certo si tratta di un luogo che sembra emanare una strana energia, che si traduce a livello fisico in emissioni di vapore geotermico, e a livello spirituale nel fiorire di esperienze mistiche, tra cui val la pena di ricordare quella di Davide Lazzaretti, il visionario “profeta dell’Amiata” scomunicato e ucciso dai carabinieri nel 1878, mentre oggi alle pendici della montagna è possibile visitare un suggestivo centro tibetano. In realtà il progetto di mio padre aveva qualche controindicazione. Io ero una ragazzina solitaria - che si sarebbe poi trasformata, visto che quelle vacanze andarono avanti per diversi anni, in un’adolescente scontrosa - né lui era tipo da incoraggiare socialità o chiacchiere con altri villeggianti. Per le mie escursioni in montagna, dunque, non avevo particolari compagnie. E mio padre detestava la neve e la montagna, per cui ogni mattina sbarcava me e il mio slittino ai margini di un prato innevato e risaliva velocemente in macchina , motore e riscaldamento accesi, a leggere il giornale in attesa che mi stufassi di prendere freddo.
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Devo aggiungere di non essere mai stata attratta dagli sport invernali (non che qualcuno mi abbia mai proposto di mettermi un paio di sci ai piedi). Lo slittino, un modello di legno vecchio stile, era la scusa per fare un po’ di movimento, qualche scivolata tranquilla… ma quello che amavo soprattutto fare era passeggiare nella faggeta che costeggia le piste, a Pian delle Macinaie o a Prato della Contessa, arrivando qualche volta fino alla croce che sovrasta la vetta, a 1700 metri di altitudine.
All’epoca non era ancora stato inventato il Forest Bathing , la pratica di benessere basata sull’immersione in un ambiente naturale di cui la ricerca conferma gli effetti benefici, ma io facevo certamente qualcosa del genere. Esploravo con cautela i dintorni, nella segreta speranza di incontrare qualche animale selvatico o almeno di intravederne le tracce. Mai successo, ma per essere contenta mi bastavano le foglie coperte di neve, un ruscello gelato e l’odore del freddo, o la meraviglia di un ghiacciolo da assaggiare. Non ricordo quanto durassero quelle passeggiate, ma non poco, perché si partiva dopo colazione e si tornava in albergo per pranzo.
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Felice all’idea di togliermi pantaloni e calzamaglia che mi irritavano la pelle, di un pasto caldo e di un po’ di relax. Prima che la giornata proseguisse con una passeggiata in paese (ossia a Castel del Piano, dove si trovava il nostro albergo), con la neve che scricchiolava sotto i piedi e il profumo dei camini accesi. E a volte con la gradita compagnia di Pelé, il meraviglioso setter irlandese dell’albergo, che mi permetteva per qualche giorno di cullarmi nell’illusione di avere un cane. Una routine tranquilla interrotta solo da qualche gita nei paesi vicini, e dai preparativi per un cenone di San Silvestro inutilmente pomposo che mi costringeva a indossare una parvenza di abito elegante. Erano vacanze molto tranquille, un po’ noiose, punteggiate da letture e forse da un vecchio film proiettato nella sgangherata sala di paese, eppure per anni sono state per me “la montagna” , la gioia di incontrare la neve e di respirare l’inverno. Le montagne vere, le Dolomiti, le ho poi incontrate un’estate molti anni dopo. E le amo molto, anche se il Monte Amiata occuperà sempre un posto speciale nel mio cuore.
Le interviste di
CONOSCIAMO IL DIRETTORE RESPONSABILE DI FOCUS
Dall’aprile scorso Gian Mattia Bazzoli guida il mensile scientifico più letto in Italia, appena giunto al 400° numero
Di Minnie Luongo – giornalista medico- scientifica
Gian Mattia Bazzoli (foto Maurizio Maule). Nato a Milano nel 1969, una laurea in Economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, vanta un corposo curriculum nel campo della comunicazione e del giornalismo.
Le interviste di
Direttore, qual è per lei l’importanza della divulgazione scientifica, in particolare nell’era delle fake news?
La divulgazione scientifica è fondamentale, e lo sarebbe anche senza l’ombra delle fake news. Viviamo in una società che poggia le sue basi sulla scienza e sulla tecnologia: conoscerle e, in un certo senso, “dominarle”, è l’unico modo per comprendere davvero il mondo che ci circonda. Tutto cambia a una velocità impressionante e solo attraverso una comunicazione chiara e rigorosa possiamo fornire alle persone gli strumenti per interpretare questo cambiamento, evitando di esserne travolti. Capire la scienza significa capire dove sta andando il nostro futuro: è una questione di cittadinanza consapevole, prima ancora che di contrasto alla disinformazione.
Alla luce della sua esperienza, com’è cambiata negli ultimi anni la divulgazione scientifica?
Oggi assistiamo a una vera esplosione della divulgazione: TV, social media, web e podcast hanno moltiplicato le voci. Questo è un fatto estremamente positivo, perché la scienza è uscita dalle accademie per entrare nella quotidianità di tutti. Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia: la quantità non corrisponde sempre alla qualità. Talvolta manca l’accuratezza o la verifica delle fonti, e questo è un punto critico da sistemare. Il nostro compito, come professionisti, non è demonizzare i nuovi mezzi, ma presidiarli con autorevolezza, trasformando questo limite in un’opportunità per alzare l’asticella del rigore ovunque.
Lei è cresciuto in una famiglia di giornalisti: ha sempre pensato di seguire questa strada oppure è semplicemente “successo”?
Sì, ho respirato giornalismo fin da piccolo. Sono cresciuto con il mito di questo mestiere, nutrito dall’esempio di mio papà e dai suoi racconti affascinanti. Non è “semplicemente successo”: quelle storie sono state per me un invito costante, quasi uno sprone naturale a impegnarmi in questa strada. Ho sempre sentito la responsabilità non solo di fare il giornalista, ma di farlo bene, con rigore e passione. È un’eredità che porto con me ogni giorno in redazione, cercando di onorare quella visione etica e narrativa che ho imparato in famiglia e che cerco di trasmettere nel mio lavoro.
Chi sono i lettori di Focus? A proposito, dal 2004 c’è Focus Junior. rivolto a bambini e ragazzi dagli 8 ai 13 anni: quanto ritiene sia rilevante conquistare i lettori più giovani e quali strumenti comunicativi è utile utilizzare per coinvolgerli?
I nostri lettori sono le vere fondamenta del sistema Focus: curiosi, esigenti e trasversali. Per quanto riguarda Focus Junior, conquistare la fascia 8-13 anni è una missione strategica. Loro sono i cittadini e gli scienziati di domani. Per coinvolgerli non serve “banalizzare”, ma usare linguaggi visivi, interattivi e diretti che stimolino la loro naturale meraviglia e voglia di scoprire. Se accendiamo la scintilla della curiosità e del metodo scientifico a quell’età, stiamo costruendo le basi per una società futura più solida e critica. È un investimento culturale imprescindibile.
Le interviste di
Che cosa pensa della AI, e come vi state muovendo per affrontarla in Focus ?
L’Intelligenza Artificiale è una rivoluzione ineludibile. Non è una tecnologia come le altre: non è semplicemente uno strumento che possiamo sperare di usare bene o male, ma rappresenta un cambio di paradigma radicale rispetto a tutto ciò che abbiamo visto finora. A Focus la affrontiamo pragmaticamente: la usiamo già come aiuto nel lavoro di ricerca e di sintesi, per gestire la complessità dei dati. Tuttavia, il ruolo umano resta centrale: l’AI è un supporto potente, ma la verifica, l’etica e la direzione finale sono e saranno sempre responsabilità della redazione.
Scoprire e capire il mondo . Così nasce il mensile scientifico attualmente più letto in Italia
Questo lo slogan del mensile di scienza, sociologia e attualità, pubblicato in molti Paesi per essere un punto di riferimento per chi cerca informazioni e spiegazioni chiare e approfondite su vari aspetti del mondo che ci circonda. L’edizione italiana, nata nel 1992, viene edita da Arnoldo Mondadori Editore. Il mensile più letto in Italia è una rivista di taglio divulgativo, che si prefigge di “mettere a fuoco” il mondo della scienza e l’attualità, da cui appunto il nome Focus .
Con il direttore Gian Mattia Bazzoli
Le interviste di
La copertina del primo numero di “Focus”, novembre 1992
Focus è lanciato nel novembre 1992. A dirigerlo viene chiamato Remo Guerrini che nel settembre 1995 sarà sostituito da Sandro Boeri, dal giugno 2012 da Francesca Folda, dall’agosto 2014 da Jacopo Loredan, dal febbraio 2019 da Raffaele Leone. Per arrivare all’aprile 2024 con la nomina a Direttore Responsabile di Gian Mattia Bazzoli.
Il primo restyling, della rivista e del sito risale al 2007, quando è stata data una nuova veste grafica e sono stati arricchiti i contenuti per favorire l’interazione con i lettori e tra il magazine e il sito. La principale novità ha riguardato la rivista “Myfocus”: un giornale nel giornale realizzato con email, sms, foto, illustrazioni, domande e rubriche dei lettori. Nel 2010 Focus, suddiviso in sei macro-sezioni, adotta una veste grafica che dà maggior risalto alle immagini e un’impaginazione che consente di inserire all’interno degli articoli colonne di ipertesti con segnalazioni bibliografiche e di siti web, schede e dati di approfondimento sul tema e offre anche contenuti in formato multimediale utilizzando: mobile, web e la versione per iPad.
Nel 2013 il mensile modifica nuovamente l’organizzazione dei contenuti, con nuove rubriche e un ampio dossier, e la copertina. Anche il sito si rinnova, nell’ottica di presentarsi come sistema multicanale che si sviluppa su carta, web, mobile e televisione. L’ultimo restyling risale all’inizio del 2016, con la nascita di nuove rubriche dedicate ai motori e alle tecnologie. Inoltre, negli anni il mensile ha dato vita a nuove testate che escono in edicola autonomamente: Focus Extra, Focus Storia, Focus Junior, Focus Pico, Focus Wild.
Le interviste di
E siamo a 400 con questo ultimo numero di Focus, attualmente in edicola.
Gian Mattia Bazzoli alla sua scrivania
Da leggere
QUANDO UN LIBRO NON È QUALCOSA MA DIVENTA
QUALCUNO, CHE CI DISPIACE SALUTARE
La meraviglia di “Quello che serve di notte”, romanzo breve francese di Laurent Petitmangin, su quello che non capiamo delle nuove generazioni
Di Enrico Fovanna – giornalista
Difficile trovare un libro che resti così a lungo nella memoria, per la sua sostanziale perfezione. Tanto più se si tratta di un romanzo breve, come questa piccola perla francese, “Quello che serve di notte”, di Laurent
Da leggere
Petitmangin (Mondadori), 124 pagine appena, chiuso con il dispiacere di quando si saluta un amico, o un amore, alla stazione.
La nostalgia per un libro, per quanto mi riguarda, è qualcosa di sempre più raro, ma quando accade è meraviglioso. Il libro in quei casi non è più qualcosa, ma diventa qualcuno, che ci ha fatto compagnia. Una bella compagnia. E ci ha lasciati diversi.
Senza spoilerare nulla, la storia in sé è piuttosto semplice. Il rapporto tra un padre e un figlio, poi c’è anche il fratello sì, e una moglie defunta, gli amici poco raccomandabili e molto altro. Ma la faccenda è tutta qui. Amore. E struggimento. Siamo in Lorena, alta Francia, nel 2020, quando la politica entra anche nelle vite dei ragazzi e le divarica. E con essa la violenza, lo smarrimento, la cecità. Tutto scorre e si dipana, in una trama in discesa, fino alla notte, al punto in cui il buio prevale sul resto.
Una Francia del Nord operaia e suggestiva, nella sua vita di provincia, in cui si infilano le suggestioni dei movimenti politici di estrema destra e sinistra, come accadde da noi negli anni Settanta. Il passato ritorna e coinvolge intere fasce di adolescenti, senza le marcate ideologie di cinquant’anni fa, ma con venti e poli di attrazione nuovi, l’impegno sociale e le paure del diverso. Ci sono i circoli socialisti, frequentati soprattutto da genitori anziani, e i gruppi giovanili di estrema destra, che si muovono silenti tra aiuti ai francesi poveri e contrasto alle immigrazioni.
Nulla di inedito, ma nell’apparente normalità dei flussi sociali si innesta la vicenda di un vedovo, ancora devastato dalla perdita della moglie, e dei due figli, Fus il maggiore e Gillou, il minore. Il primo, all’insaputa del genitore, comincia a frequentare un gruppo di coetanei del Front National, la formazione francese di estrema destra a cui fa capo Marine Le Pen. Il minore invece resta nel cono d’ombra del padre, vecchio militante di sinistra, studia e si dedica alla casa.
La vicenda deflagra in maniera irreversibile quando Fus finisce nei guai. Non diciamo perché, giusto per non compromettere la lettura agli amanti delle trame, anche se il risvolto di copertina di Mondadori lo fa con dovizia di particolari. Guai seri, di natura giudiziaria, che mettono in ginocchio lui e il padre. Da quel momento, sui protagonisti cala, appunto, una notte di tormenti e di inquietudine crescente, forse proprio la notte cui si riferisce l’enigmatico titolo. Da quel punto in poi nessun lettore con un minimo di empatia potrà più staccarsi dalle pagine, per la profondissima intensità emotiva che le pervade.
Una storia struggente che scava nelle nostre anime, nel mondo dei sentimenti e nella colossale impresa di sopravvivere alle rivoluzioni interiori. In una Francia in piena crisi sociale, come gran parte dell’Occidente, le giovani generazioni qui urlano in tutto il loro scontento contro l’incapacità del presente di fornire loro risposte convincenti. È lo specchio di quanto accade, o può accadere, o accadrà ormai ovunque nel mondo, la rivolta di una generazione a cui forse non abbiamo pensato abbastanza e con cui ora ci tocca fare i conti.
Siamo dalle parti di Ken Loach, se vogliamo parlare di atmosfere, ma in realtà c’è molta Francia, forse anche un po’ di Carrère, e certo c’è molto di noi. Di un passato che crediamo sepolto, invece ci insegue. Leggetelo, per carità di Dio, non tanto per i molteplici premi collezionati dall’autore (un esordiente, che lavora all’Air France e scrive nel tempo libero). Ma per quello che vi resterà dentro. Di sicuro non cadrà nell’oblio.
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