MEDAGLIE A TAVOLA: PER GLI ATLETI I PIZZOCCHERI SONO AL PRIMO POSTO
ANCHE PER CHI NON SI INTERESSA DI SPORT, IN QUESTO FEBBRAIO I GIOCHI OLIMPICI INVERNALI DI MILANO-CORTINA SONO STATI AL CENTRO DELL’ATTENZIONE. E ANCHE NOI ABBIAMO SCELTO DI PARLARNE, CON RIFLESSIONI SULLO SPORT E SUL SIGNIFICATO DI QUESTO APPUNTAMENTO, SENZA MAI DIMENTICARE UNO SGUARDO ALL’ATTUALITÀ
SALUTE
SANITÀ E OLIMPIADI I NUMERI DELLA MOBILITAZIONE
ESPERIENZE IL GIORNALISTA CLAUDIO ARRIGONI E LA SUA AVVENTURA COME TEDOFORO
Febbraio 2026
Testata giornalistica registrata
presso il Tribunale di Milano: n°258 del 17/10/2018 ANNO 8, n.2
Le rubriche
EDITORIALE
Bellezza
Cambia- menti
Da leggere
Da vedere
Di tutto e niente
Il personaggio
Health
Incursioni
In viaggio
Le interviste di MEDIcA
Pet
Psicologia
Scienza
Sessualità
Stile Over
Versi di...versi
Volontariato & Associazioni
DIRETTORE RESPONSABILE
Minnie Luongo
GenerAzione Over 60 nasce dall’impegno di Minnie Luongo e di un gruppo di amiche/amici, soprattutto colleghi giornalisti, che dopo una vita dedicata alla professione hanno deciso di impegnarsi. Per che cosa? Per promuovere un visione dell’età matura al di fuori dei luoghi comuni, raccontando una generazione che non smette di impegnarsi e di seguire quanto avviene nel mondo.
Classe 1951, laureata in Lettere moderne e giornalista scientifica, mi sono sempre occupata di medicina e salute preferibilmente coniugate col mondo del sociale. Collaboratrice ininterrotta del Corriere della Sera dal 1986 fino al 2016, ho introdotto sulle pagine del Corsera il Terzo settore, facendo conoscere le principali Associazioni di pazienti.Ho pubblicato più libri: il primo- “Pronto Help! Le pagine gialle della salute”- nel 1996 (FrancoAngeli ed.) con la prefazione di Rita Levi Montalcini e Fernando Aiuti. A questo ne sono seguiti diversi come coautrice tra cui “Vivere con il glaucoma”; “Sesso Sos, per amare informati”; “Intervista col disabile” (presentazione di Candido Cannavò e illustrazioni di Emilio Giannelli).
Autrice e conduttrice su RadioUno di un programma incentrato sul non profit a 360 gradi e titolare per 12 anni su Rtl.102.5 di “Spazio Volontariato”, sono stata Segretario generale di Unamsi (Unione Nazionale Medico-Scientifica di Informazione) e Direttore responsabile testata e sito “Buone Notizie”.
Fondatore e presidente di Creeds, Comunicatori Redattori ed Esperti del Sociale, dal 2018 sono direttore del magazine online Generazioneover60.
I due libri più recenti: “Ho vinto una biopsia”, con il contributo di Paola Emilia Cicerone e la prefazione del prof. Paolo Veronesi (2022); “Questione di misure”, assieme al prof. Alessandro Littara (2024). Quanto sopra dal punto di vista professionale. Personalmente, porto il nome della Fanciulla del West di Puccini (opera lirica incredibilmente a lieto fine), ma non mi spiace mi si associ alla storica fidanzata di Topolino, perché come Walt Disney penso “se puoi sognarlo puoi farlo”. Nel prossimo detesto la tirchieria in tutte le forme, la malafede e l’arroganza, mentre non potrei mai fare a meno di contornarmi di persone ironiche e autoironiche. Sono permalosa, umorale e cocciuta, ma anche leale e splendidamente composita. Da sempre e per sempre al primo posto pongo l’amicizia; amo i cani, il mare, il cinema, i libri, le serie Tv, i Beatles e tutto ciò che fa palpitare. E ridere. Anche e soprattutto a 60 anni suonati.
Foto Chiara Svilpo
Chi siamo
DOTTOR MARCO ROSSI SESSUOLOGO E PSICHIATRA
È presidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale. Inoltre è responsabile della Sezione di Sessuologia della S.I.M.P. Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Partecipa a numerose trasmissioni televisive e svariati programmi radiofonici, nelle vesti di esperto di sessuologia. Per la carta stampata, i suoi interventi sono pubblicati da varie riviste per cui collabora.
PROFESSOR ANTONINO DI PIETRO DERMATOLOGO PLASTICO
Presidente Fondatore dell’ISPLAD (International Society of Plastic – Regenerative and Oncologic Dermatology), fondatore e Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis, è anche direttore editoriale della rivista Journal of Plastic and Pathology Dermatology, nonché Professore a contratto in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia (Facoltà di Medicina e Chirurgia).
ANDREA TOMASINI GIORNALISTA SCIENTIFICO
Dopo aver girovagato per il mondo inseguendo storie di virus e di persone, oscilla tra Roma e Spoleto, collaborando con quelle biblioteche e quei musei che gli permettono di realizzare qualche sogno. Lettore quasi onnivoro, sommelier, ama cucinare. Colleziona corrispondenzecarteggi che nel corso del tempo realizzano un dialogo a distanza, diluendo nella Storia le storie, in quanto “è molto curioso degli altri”.
PAOLA EMILIA CICERONE GIORNALISTA SCIENTIFICA
Classe 1957, medico mancato per pigrizia e giornalista per curiosità, ha scoperto che adora ascoltare e raccontare storie. Nel tempo libero, quando non guarda serie mediche e non cura le piante del suo terrazzo, pratica danze e Qi Gong. Per Generazione Over 60 ha dato vita alla rubrica di ricordi e riflessioni “Stile Over”.
DOTTOR MAURO CERVIA MEDICO VETERINARIO
È sicuramente il più conosciuto tra i medici veterinari italiani, autore di numerosi manuali di successo. Ha cominciato la professione sulle orme del padre e, diventato veterinario, ha “imparato a conoscere e ad amare gli animali e, soprattutto, ad amare curare gli animali”. È fondatore e presidente di Amoglianimali, Onlus nata per aiutare i cani più sfortunati, quelli ospitati nei canili, e per sterilizzare gratis i randagi dove ce n’è più bisogno.
Chi siamo
DANILO RUGGERI GIORNALISTA MEDICO-SCIENTIFICO
Giornalista professionista, medical writer certificato con formazione universitaria in Medicina e Chirurgia, si occupa da più decenni di informazione e comunicazione in ambito medico sia per un pubblico laico sia per un pubblico specializzato di medici generalisti e specialisti. Collabora con i principali media che trattano di salute e medicina, È socio dell’Unione nazionale di informazione medico-scientifica (Unamsi), dell’European medical writer association (Emwa) e della Sala stampa nazionale di Milano. Docente di corsi di giornalismo medico-scientifico e di medical writing, è consulente delle principali agenzie italiane di comunicazione scientifica.
FLAVIA CAROPPO GIORNALISTA, ESPERTA DI STRATEGIE DI
COMUNICAZIONE SUI NUOVI MEDIA
Nasce a Bari il giorno dell’allunaggio (fate voi i conti), perfetta giustificazione per essere lunatica e sognatrice. Dopo la laurea si trasferisce a Milano, diventa giornalista e lavora per le più importanti testate RCS e Mondadori, con un passaggio in redazione a Studio Aperto, il telegiornale di Italia1. Negli ultimi 13 anni ha vissuto a New York dove, oltre all’impegno di manager della comunicazione multilingue per un’azienda internazionale, ha rispolverato la sua passione per la recitazione, calcando più di un palcoscenico a Manhattan e frequentando vari set cinematografici. In attesa dell’Oscar (e di tornare “a casa” nella Grande Mela), al momento vive lì dove tutto è cominciato, la Luna Bari.
BRUNO BELLETTI AUTORE
Preside in pensione, è formatore di corsi per docenti e consulente scolastico per scuole paritarie. Ha svolto attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Cattolica di Milano ed è autore di parecchi contributi filosofici e pedagogici. In ambito poetico ha pubblicato due sillogi di poesie, vincendo due importanti concorsi di poesia e risultato finalista in premi nazionali e internazionali. Scrive su alcune riviste di letteratura, nonché sul suo blog.
ENRICO FOVANNA GIORNALISTA
Classe 1961, giornalista per 35 anni in un quotidiano milanese, “Il Giorno”, dove si è occupato soprattutto di sociale. Inoltre, ha realizzato reportage all’estero, per esempio da Iraq e Afghanistan. È anche scrittore. Nel 1996 ha pubblicato “Il pesce elettrico”, con Baldini e Castoldi, premio Stresa 1996. Con Giunti ha pubblicato la nuova edizione dello stesso romanzo nel 2019, quindi “L’arte sconosciuta del volo”, nel 2020, e “Lunedì mi innamoro”, nel 2023. Ha pubblicato anche per E/L (“Tra Fès e Meknès”, 1999) e Utet (“L’inventore dell’invisibile”, 2011).
Chi siamo
MARCO VITTORIO RANZONI GIORNALISTA
Milanese DOC, classe 1957, una laurea in Agraria nel cassetto. Per 35 anni nell’industria farmaceutica: vendite, marketing e infine comunicazione e ufficio stampa. Giornalista pubblicista, fumatore di Toscano e motociclista della domenica e -da quando è in pensione- anche del lunedì. Guidava una Citroen 2CV gialla molto prima di James Bond.
ROSA MININNO PSCICOTERAPEUTA
E’ Presidente Scuola Italiana di Biblioterapia, Accademica Ordinaria Tiberina, e Membro del Consiglio Direttivo della Cattedra delle Donne. Divulgatrice scientifica con oltre 40 anni di attività professionale clinica e didattica, ha all’attivo più di 300 eventi in qualità di relatrice e moderatrice. Forte lettrice, scrive, dipinge e ascolta musica jazz. Il suo motto è: “Leggere è il respiro della mente, scrivere il suo sguardo”.
CARLO UBEZIO
Grafico e illustratore, già Art Director al Corriere della Sera
Sommario
-11
Generazione F
Gli sport invernali: questi (solo per me) sconosciuti Editoriale di Minnie Luongo
-12Versi di...versi Olimpiadi
Di Bruno Belletti
-14Riflessioni)
La mia irripetibile esperienza di teodoforo a Milano-Cortina Di Claudio Arrigoni
-19Health
Milano-Cortina 2026: un’eccellenza sanitaria diffusa per proteggere il sogno olimpico
Di Danilo Ruggeri
-22Sessualità
E’ davvero sconsigliato fare sesso prima di una competizione sportiva? Di Marco Rossi
Sommario
-25
Stile Over
Arriva dalla Valtellina il piatto”medaglia d’oro” delle Olimpiadi Di Paola Emilia Cicerone
-27-
Foto d’autore
La fine di San Valentino Di Francesco Bellesia
-29MEDIcA
Anatomie artistiche: la ceroplastica fiorentina Di Edoardo Rosati
-33-
Da leggere (o rileggere)
“Tuamore”, la storia di una mamma in lotta con il cancro e di un figlio che la porterà sempre con sè Di Enrico Fovanna
Generazione F
GLI SPORT INVERNALI: QUESTI (SOLO PER ME) SCONOSCIUTI
EDITORIALE
Per fortuna che i collaboratori hanno provveduto a rendere più che interessante questo numero dedicato ai Giochi Olimpici Invernali Milano- Cortina! Perché lo dico? Perché non ho alcuna dimestichezza con la neve e tantomeno con gli sport che si svolgono nella stagione fredda.
Essendo io un animale esclusivamente estivofilo, acquatico e marino, va da sé che non amo la neve. Equando si dice che cani e padroni finiscono col somigliarsi- devo aver trasmesso queste mie peculiarità anche ai cani con cui ho vissuto. Nessuno di loro ha mai amato giocare con la neve: un’annusatina schifata e poi via, rapidamente a casa.
Paradossalmente, la mia prima collaborazione giornalistica l’ottenni con una rivista che si chiamava…NeveSport. Giuro. Dopo aver chiesto ad amiche e amici vari com’è fatto uno sci, a che serve la sciolina e altre domande idiote, mi arresi e aggirai l’ostacolo. Forte del mio lavoro ufficiale di insegnante, giocai in casa e pensai di parlare di quelle che erano appena nate per la gioia degli studenti: le “settimane bianche”. Il mio pezzo fu talmente apprezzato da richiedermene subito un altro sullo stesso argomento. Va da sé che quando, subito dopo, ebbi l’occasione di scrivere di cultura per il “Giornale del Popolo” di Lugano non mi sembrò vero.
L’episodio che confermò ufficialmente la mancanza di feeling con la montagna e la neve fu però un viaggio fra i monti con il fidanzato, ospiti a casa di una sua zia, sciatrice e arrampicatrice. Non feci in tempo ad arrivare che, chiamato il medico di famiglia, mi misero a letto. In breve, scoprii così di soffrire del cosiddetto “male acuto di montagna” (AMS, Acute Mountain Sickness), causato dalla ridotta pressione dell’ossigeno. Il tanto desiderato viaggio romantico si concluse due giorni dopo, con il rientro a Milano.
Detto quanto sopra, è superfluo spiegare perché per l’immagine di copertina sono ricorsa all’Intelligenza Artificiale: non possiedo alcuna foto, in nessuna epoca della mia vita, tra la neve né con uno sfondo montuoso alle spalle. Rettifico: fa eccezione quella del mese scorso, scattata a Riga, in Lettonia. Ma essendo lì per lavoro, trascorsi praticamente tutto il tempo in hotel, per interviste e conferenze stampa. Ecco perché un ringraziamento doppio va a tutti coloro che, con il proprio contributo, hanno fatto uno splendido lavoro per parlare di Milano- Cortina 2026. Un evento che non avrei mai potuto commentare senza il loro aiuto…
Versi Di...versi
OLIMPIADI
Di Bruno Belletti – autore
Sudore, rugiada cadente sui muscoli rocciosi e l’aria trema allo sparo. Inizia la gara, inizia la corsa.
E’ uno sparo innocente, niente a che fare col piombo che altrove dilania la terra.
Archi a sesto acuto che si protendono in cattedrali di pace, frecce che fendono il silenzio nel centro del bersaglio, mentre l’orizzonte è ferito da scie che non danno medaglie. L’acqua delle piscine
è puro cristallo, il liquido abbraccio
Versi Di...versi
che accoglie il vigore dei corpi; lontano da qui, il mare è un campo minato e i fiumi non sono corsie, ma corsi di sangue lontani agli sguardi. Solca il cielo il giavellotto come un lampo di luce, proteso a lunghe distanze, mentre il cielo, avulso agli stadi, è inciso dai droni, e le colombe stramazzano nei nidi sottratti alla vita.
Olimpiadi, scandalo di pace, contraddizione sfidante, mani che si stringono mentre il mondo chiude i pugni e i cinque cerchi leniscono piaghe ancestrali: l’unica vincita è restare umani.
Riflessioni
LA MIA IRRIPETIBILE ESPERIENZA DI TEDOFORO A MILANO-CORTINA
Portare la fiamma olimpica significa portare fra le mani un frammento di storia
Di Claudio Arrigoni – giornalista
“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo”: è una delle frasi più potenti sullo sport e ciò che vi gira intorno. La disse Nelson Mandela all’inizio del secolo ed è sempre attuale. Mi è venuta in mente quel giorno a Cantù, quando ho avuto l’onore di portare la fiamma olimpica. Ora che le Olimpiadi si sono concluse vale ancora di più. Essere tedoforo delle Olimpiadi di Milano – Cortina 2026 ha significato portare un frammento di storia tra le mani. La torcia pesa più per ciò che rappresenta che per i materiali con cui è costruita: è memoria, promessa, futuro. Quando ho iniziato il mio tratto di corsa, davvero tra due ali di folla e questo all’inizio mi ha sorpreso, ho sentito distintamente che quei Giochi non sarebbero stati soltanto un grande evento sportivo, ma un’esperienza collettiva capace di unire territori, generazioni e storie diverse.
Riflessioni
Claudio Arrigoni, noto giornalista sportivo e senz’altro il più accreditato sullo sport paralimpico
Le Olimpiadi invernali di Milano- Cortina 2026 non sono solo state piene di successi azzurri, ma hanno saputo trasformare l’Italia in un palcoscenico diffuso. Dalla modernità elegante di Milano alle vette maestose di Cortina d’Ampezzo, passando per borghi alpini e vallate innevate, ogni luogo coinvolto ha raccontato una parte del Paese. Non un’unica città olimpica, ma un mosaico di comunità che hanno lavorato insieme per accogliere il mondo.
Da tedoforo, ho avuto il privilegio di vedere negli occhi delle persone qualcosa di raro: un orgoglio composto, sincero. C’erano bambini sulle spalle dei genitori, anziani con le bandiere tricolori, volontari emozionati quasi quanto noi corridori. La staffetta della fiamma è stata un viaggio simbolico attraverso paesaggi e culture, ma soprattutto attraverso le persone. Ogni applauso, ogni sorriso, era un incoraggiamento a tenere viva quella luce che rappresenta amicizia, rispetto e fair play.
Dal punto di vista sportivo, i Giochi hanno regalato immagini destinate a restare. Le discese mozzafiato sulle piste olimpiche, il silenzio teso prima di una partenza nello sci di fondo, il fragore del pubblico durante le finali di pattinaggio: momenti in cui il tempo sembrava sospeso. Atleti provenienti da ogni continente hanno trovato in Italia un’arena calorosa, competente, appassionata. Le loro imprese hanno superato il dato tecnico per diventare narrazione condivisa, esempio di sacrificio e determinazione.
Riflessioni
Ma la bellezza di Milano- Cortina 2026 non si è esaurita nelle medaglie. È stata anche un’Olimpiade attenta alla sostenibilità, alla valorizzazione delle strutture esistenti, alla responsabilità verso l’ambiente alpino. Un modello che ha cercato equilibrio tra spettacolo e tutela del territorio, dimostrando che i grandi eventi possono evolvere e dialogare con il futuro.
Per l’Italia, questi Giochi hanno rappresentato molto più di un appuntamento sportivo: sono stati un momento di coesione nazionale, un’occasione per mostrarsi capace di organizzazione, creatività, accoglienza. Le piazze animate dai maxischermi, le scuole coinvolte in progetti educativi, le migliaia di volontari hanno testimoniato una partecipazione diffusa, non calata dall’alto ma vissuta dal basso.
Quando ho consegnato la torcia al tedoforo successivo, ho provato una gratitudine profonda. In quel gesto semplice c’era il senso di continuità che anima lo spirito olimpico: ognuno fa la propria parte, per un tratto di strada, poi affida la fiamma a qualcun altro. Milano – Cortina 2026 è stata questo: un passaggio di luce tra passato e futuro, tra montagne e metropoli, tra sogni individuali e orgoglio collettivo.
Riflessioni
E oggi, ripensando a quei giorni, resta la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di irripetibile. Ma non sarà così: si è solo lasciato il testimone, ora tocca ad atlete e atleti paralimpici, perché la Paralimpiade è solo l’altra faccia della medaglia, non qualcosa di diverso. Con lo stesso spirito e passione. Saranno straordinarie. Non solo per la qualità dell’organizzazione o per le emozioni sportive, ma perché, almeno per qualche settimana, un intero Paese ha corso insieme, tenendo alta una fiamma che ha illuminato molto più di uno stadio: ha illuminato un’idea di comunità.
MILANO-CORTINA 2026: UN’ECCELLENZA SANITARIA DIFFUSA PER PROTEGGERE IL SOGNO OLIMPICO
L’organizzazione
della
complessa macchina del soccorso medico durante le Olimpiadi Invernali
Di Danilo Ruggeri- giornalista medico- scientifico
Spenti i riflettori sui giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026 è tempo di trarre alcune considerazioni. Iniziamo dai numeri, che sono numeri davvero olimpici.
93 Paesi partecipanti
3.500 atleti olimpici
198 medaglie in 16 discipline invernali
50.000 operatori coinvolti nella macchina organizzativa
Oltre 400.000 presenze giornaliere stimate
8 gare disputate per la prima volta in un’Olimpiade invernale (lo sprint maschile di sci alpinismo, lo sprint femminile di sci alpinismo, la staffetta mista di sci alpinismo, lo skeleton a squadre miste, lo slittino doppio femminile, il dual moguls maschile di sci acrobatico, il dual moguls femminile di sci acrobatico e il salto con gli sci individuale femminile su trampolino grande)
Francesca Lollobrigida
30 medaglie vinte dall’Italia: 10 ori; 6 argenti e 14 bronzi. Dieci medaglie in più rispetto all’exploit del team italiano a Lillehammer 1994.
9 record olimpici battuti ottenuti in sole due discipline: sette sono stati stabiliti nel pattinaggio di velocità, due nello short track. Quello italiano è di Francesca Lollobrigida realizzato nel giorno del suo 35° compleanno.
Prima edizione olimpica “diffusa”: le gare si sono tenute in più regioni, cioè Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, con sedi a Milano, Cortina d’Ampezzo, Livigno, Bormio, Rho, Assago, Predazzo, Rasun-Anterselva, Tesero, e con cerimonie a Milano di apertura dei Giochi e a Verona di chiusura della kermesse olimpica.
Numeri impressionanti, che fanno emergere con chiarezza un altro primato, rappresentato dal piano sanitario messo in campo per fare fronte alle necessità di assistenza medica, un vero pilastro dell’intera manifestazione.
E allora scopriamo più in dettaglio come è stata organizzata la complessa macchina del soccorso medico alle Olimpiadi Invernali 2026.
Un esercito di professionisti tra vette e città
L’assistenza sanitaria si è poggiata su una rete imponente che ha attraversato diverse regioni. In Trentino, la sicurezza è stata affidata a oltre 1.400 operatori, tra medici di pronto soccorso, anestesisti e infermieri specializzati, pronti a intervenire nei contesti montani più sfidanti. Parallelamente, nel Veneto, una task force di 1.200 sanitari ha presieduto i siti di gara; qui, una particolare attenzione è stata rivolta all’accoglienza internazionale grazie alla presenza di interpreti negli ospedali per assistere prontamente gli atleti stranieri.
In Lombardia, il cuore pulsante delle operazioni, è stato l’Ospedale Niguarda di Milano, designato come “HUB Olimpico”, cioè il centro di coordinamento. La struttura ha garantito percorsi e un pronto soccorso dedicati esclusivamente agli atleti, evitando sovrapposizioni con le necessità dei cittadini.
Il murale “Apri alla vita ” di Marco Tamburro (27 metri d’altezza per 14 di larghezza) presso l’Ospedale Niguarda di Milano
Health
Ad affiancarlo, l’Ospedale Morelli di Sondalo ha costituito il punto di riferimento per l’area montana, con un reparto di degenza che rimarrà come eredità (legacy) per il territorio anche dopo i Giochi.
L’inaugurazione del nuovo assetto del pronto soccorso all’Ospedale Morelli di Sondalo, in Valtellina
Il
valore del soccorso pubblico e dei volontari
Una scelta distintiva di questa edizione è il ricorso predominante al servizio sanitario pubblico, coordinato dall’AREU (Agenzia Regionale Emergenza Urgenza). Sotto la sua regia hanno operato:
18 stazioni mediche e 3 policlinici olimpici (Milano, Bormio e Livigno) dotati di tecnologie avanzate come TAC e risonanza magnetica.
Una flotta di 15 mezzi di soccorso e 3 elicotteri per interventi rapidi, la cui efficienza si è palesata nel terribile incidente occorso alla fuoriclasse statunitense Lindsey Vonn costatole una frattura scomposta di tibia e perone della gamba sinistra, prontamente risolta all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso da un’équipe italo-statunitense.
Un team lombardo di 70 medici, 90 infermieri e 230 soccorritori professionali.
In questo scenario, il supporto del volontariato è stato essenziale. La Croce Rossa Milano e numerose altre associazioni locali sono state in prima linea, garantendo una presenza capillare e un’assistenza diretta durante tutte le competizioni, a testimonianza di una solidarietà che è parte integrante dello spirito olimpico.
Innovazione: la Centrale Operativa e la Telemedicina
La vera sfida tecnologica si è giocata all’interno del Niguarda, dove è stata allestita una Centrale Operativa Olimpica. Questo centro non solo ha coordinato i mezzi e gli interventi, ma ha utilizzato la telemedicina per collegare i medici sul campo con i migliori specialisti, permettendo consulti a distanza in tempo reale anche dalle piste più remote.
Dalla diagnostica alla fisioterapia, fino ai servizi di odontoiatria e oculistica, nulla è stato lasciato al caso per garantire che ogni emergenza potesse essere con la massima rapidità e precisione.
Questa impressionante macchina del soccorso sanitario è attiva anche per gli imminenti Giochi Paralimpici a tutela degli atleti e dell’entourage.
Milano-Cortina 2026 verrà così ricordato non solo come un evento sportivo memorabile, ma come un modello di efficienza sanitaria e cooperazione regionale senza precedenti.
Sessualità
E’ DAVVERO SCONSIGLIATO FARE SESSO PRIMA DI UNA COMPETIZIONE SPORTIVA?
L’esperto non ha dubbi: il sesso non ruba energia ma, al contrario, la libera
Di Marco Rossi, sessuologo e psichiatra – http://www.marcorossi.it
Andare a letto presto e soprattutto da soli. Questo suggerimento è utile o, magari, oggi risulta superato se non addirittura controproducente?
Il dilemma se il sesso prima di una gara sportiva sia propedeutico o deleterio alla prestazione è uno dei grandi temi della letteratura e del giornalismo sportivi, in particolare prima di eventi importanti come Olimpiadi e Mondiali. Sulla questione, l’aneddotica è abbondante e gustosa, non altrettanto gli studi scientifici in materia, sviluppati sono negli ultimi decenni. E nessuno, fra l’altro, si è mai occupato dell’attività sessuale dei tifosi, che può venire radicalmente ridotta per i troppi puntamenti da seguire su divano davanti ala Tv… La parola alla scienza
L’attività sessuale prima della competizione è stata considerata una possibile causa di prestazioni ridotte fin dall’antica Grecia oltre che da Roma, e questa convinzione è arrivata, e con forza, fino ai giorni nostri. Nell’antichità, l’astinenza era considerata il metodo migliore per garantire la prestazione atletica e la comunione tra corpo e spirito. Gli educatori romani e greci ritenevano che grandi sacrifici potessero sostenere e rafforzare il successo. Questo è probabilmente il motivo principale per cui molti allenatori sostengono ancora oggi l’importanza dell’astinenza sessuale prima della competizione sportiva, ritenendo che la frustrazione sessuale porti ad una maggiore aggressività, nella convinzione che l’eiaculazione allontani il testosterone dal corpo, riducendo l’aggressività e la forza muscolare.
In realtà è uno dei più grandi luoghi comuni sul sesso: come si è già anticipato: è vero che storicamente già dalle Olimpiadi greche si diceva che non va fatto prima dell’attività sportiva, così come i vecchi allenatori volevano i calciatori in ritiro, nato proprio per tenerli lontani dalle proprie compagne.
Per farla breve, ritengo invece che ci si debba basare su questi tre princìpi:
• Il miglior riscaldamento è quello che si fa con il piacere.
• La scienza è chiara: il sesso non ruba energia; al contrario, la libera. Quindi, giocate tranquilli.
• Se vi hanno detto che il sesso prima della gara rovina la prestazione, sappiate che l’unica prestazione che rovina è quella di chi non lo fa.
Stile Over
ARRIVA DALLA VALTELLINA IL PIATTO “MEDAGLIA D’ORO” DELLE OLIMPIADI
Il successo internazionale dei pizzoccheri
Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica
Di Milano-Cortina si continua a parlare, anche se in attesa delle Paralimpiadi il braciere olimpico è temporaneamente spento, ma intanto stanno emergendo aspetti curiosi della kermesse che ha movimentato le nostre regioni per due settimane. Fin dall’inizio gli atleti e i loro team hanno commentato favorevolmente i menù proposti al villaggio olimpico, anche se qualche voce isolata lamentava l’eccesso di pastasciutta. Non era prevedibile però che la vera star gastronomica dei giochi fossero i pizzoccheri valtellinesi, e che a parlarne fosse l’autorevole New York Times con un articolo dedicato alla storia del gustoso piatto, che spiega anche agli americani come pronunciarne il nome: “petes-OH-keh-ree”.
Segnalando però che, se i pizzoccheri hanno trionfato nelle mense, il loro luogo di origine , la Valtellina appunto, è stato in qualche modo bypassato da un’Olimpiade che si è svolta soprattutto tra il capoluogo e Cortina d’Ampezzo, sfiorando appena Livigno, all’estremo nord della valle, dove si sono disputate alcune gare. “The Olympics Showcased an Italian Dish, but Its Birthplace Was Unsung”, titola il NYT: insomma, luci dei riflettori sul piatto ma silenzio sul suo luogo di origine. Ma pur giocando, per così dire, in trasferta, i pizzoccheri hanno vinto, nei ristoranti eleganti come nella caffetteria per gli atleti, tanto che il quotidiano newyorkese ha spedito in Valtellina Kim Severson, reporter esperta di cibo, con l’obiettivo di raccontarli.
Stile Over
I lombardi conoscono bene questo piatto robusto e decisamente poco dietetico, visto che gli ingredienti di base -pasta a base di farina di grano saraceno, verza e patate- sono affogati nel burro e nel formaggio che li rendono gustosi ma più adatti per l’appunto a un olimpionico in gara che alla pausa pranzo di una giornata lavorativa. E’ una ricetta antica che dovrebbe risalire al tardo diciassettesimo secolo, quando si è diffusa in Lombardia la coltivazione del grano saraceno, chiamato anche formentone. Ma anche se a Milano i pizzoccheri si trovano già pronti al supermercato, è noto che i milanesi tendono a preferire pranzi veloci a base di sushi, riservando le intemperanze gastronomiche alla settimana bianca o ai week end in montagna. “I pizzoccheri sono un piato tradizionale che mostra la nostra cultura: parlano delle nostre montagne, della nostra gente e dei nostri ingredienti”, ha spiegato a Severson lo chef valtellinese Antonio Negrini, uno degli super cuochi chiamati a preparare le cene di gala offerte ad autorità e capi di stato, che ha accompagnato la reporter nel suo tour valtellinese. Anche se oggi la produzione locale di grano saraceno non è sufficiente a coprire la richiesta, e i pizzoccheri possono essere preparati con farine provenienti da oltreoceano. Negrini però afferma di non voler rinunciare alle proprie radici, ed è decisamente contrario alle versioni fantasiose di questo piatto che a volte sono proposte, e che prevedono l’uso di pasta essiccata anziché fresca o l’aggiunta di panna e formaggi diversi dalla tradizionale casera. Lo chef non ha rinunciato a un pizzico di polemica: “ Non ho niente contro le Olimpiadi”, ha commentato, “mi chiedo solo perché non si sia parlato della Valtellina”. Anche se la trasferta valtellinese ha fornito l’occasione per raccontare ai lettori del NYT altre specialità della valle, come la bresaola, i vini e il formaggio Bitto prodotto col latte di mucche al pascolo negli alpeggi.
Stile Over
Un altro successo per i pizzoccheri valtellinesi -da non confondere, è il caso di ricordarlo, con quelli della vicina Val Chiavenna dove i pizzoccheri sono gnocchi conditi con burro e formaggio- che hanno ottenuto nel 2016 dall’Unione europea il riconoscimento di indicazione geografica protetta. Per chi volesse provare a prepararli in casa, ecco la ricetta ufficiale proposta dalla regione Lombardia:
Così Francesco Bellesia ha intitolato questo suo scatto: “La fine di San Valentino”.
Il 14 febbraio di ogni anno arriva la festa degli innamorati, spesso accompagnata da un mazzo di fiori. E poi? Una coppia non dovrebbe scegliersi ogni giorno, senza guardare il calendario? (m. l.)
Foto d’autore
FRANCESCO BELLESIA
Sono nato ad Asti il 19 febbraio del 1950 ma da sempre vivo e lavoro a Milano. Dopo gli studi presso il liceo Artistico Beato Angelico ho iniziato a lavorare presso lo studio di mio padre Bruno, pubblicitario e pittore. Dopo qualche anno ho cominciato ad interessarmi di fotografia, che da quel momento è diventata la professione e la passione della mia vita.
Ho lavorato per la pubblicità e l’editoria ma contemporaneamente la mia attenzione si è concentrata sulla fotografia di ricerca, libera da vincoli e condizionamenti, quel genere di espressione artistica che oggi ha trovato la sua collocazione naturale nella fotografia denominata FineArt.
Un percorso parallelo che mi ha consentito di crescere e di sviluppare il mio lavoro, una sorta di vasi comunicanti che si sono alimentati tra di loro. Molte sono state le mostre allestite in questi anni e molte le manifestazioni alle quali ho partecipato con premi e riconoscimenti.
Continuo il mio percorso sempre con entusiasmo e determinazione… lascio comunque parlare le immagini presenti sul mio sito.
ANATOMIE ARTISTICHE: LA CEROPLASTICA FIORENTINA
«Cera una volta. I Medici e le arti della ceroplastica» è il titolo della mostra che a Firenze, fino al 12 aprile, accende i riflettori sulle collezioni fiorentine di ceroplastica tra XVI e XVII secolo
Di Edoardo Rosati – giornalista medico- scientifico
Cera una volta. No, non è un lapsus ortografico. È proprio così, senza apostrofo. Perché qui non si parla di fiabe, ma di materia. Di quella materia duttile e sorprendente che tra il Cinquecento e il Seicento seppe farsi carne, volto, anatomia, meraviglia. «Cera una volta. I Medici e le arti della ceroplastica» è infatti il titolo della mostra che a Firenze, alle Gallerie degli Uffizi, fino al 12 aprile 2026, accende i riflettori sulle collezioni fiorentine di ceroplastica tra XVI e XVII secolo.
Altro che formula d’apertura da libro illustrato: qui l’incanto non scaturisce da un “c’era”, ma da una cera capace di imitare la vita con un realismo che, a tratti, disorienta. Morbida, neutra, malleabile. La cera d’api, nelle mani degli scultori rinascimentali e barocchi, diventa qualcosa di sorprendente: una risorsa che può scimmiottare la grana della pelle umana, catturare ogni dettaglio di un volto, ibernare un muscolo per l’eternità. È nella Firenze medicea che quest’arte conosce il suo zenith. Perché? La cultura barocca era ossessionata dal tempo che fluisce e consuma, dalla caducità della vita, dal dissolversi dei corpi. E la cera –sostanza organica per eccellenza – sembrava progettata apposta per tributare forma a questa tensione tra vita e morte, tra bellezza e corruzione.
Star indiscussa è Gaetano Giulio Zumbo, autentico cuore pulsante dell’esposizione. Abate siracusano, formatosi a Bologna e attivo a Firenze sul finire del Seicento, Zumbo non si limitò a modellare la cera: ne ampliò radicalmente il ventaglio delle prestazioni. Fu tra i primi a impiegare cere colorate per preparati anatomici, superando la monocromia e avvicinandosi, con inquietante precisione, alla verità della carne. Le sue opere non concedono sconti allo spettatore. Anime dannate, pestilenze, corpi in disfacimento: un repertorio che sembra fuoriuscire da un trattato di patologia barocca più che da una bottega d’artista.
“La corruzione del corpo”, opera di Gaetano Giulio Zumbo
Nei suoi celebri Teatri della morte, lugubri diorami in miniatura dove il contagio diventa scena e la corruzione spettacolo, il deterioramento dei tessuti è descritto con una dovizia di dettagli che oggi definiremmo quasi clinica. Macabro? Forse. Ma soprattutto “documentario”. In quelle fotografie tridimensionali si condensa infatti l’esperienza concreta di un’epoca in cui guerre, epidemie e carestie non erano emergenze straordinarie, ma normalità storica. Zumbo, in fondo, non mette in scena la morte per scandalizzare. La plasma per capire, e spingerci a riflettere su quanto fragile sia sempre stata, e resti, la nostra idea di “vita”.
“La corruzione del corpo”, opera di Gaetano Giulio Zumbo
La storia della ceroplastica, a ben guardare, è anche una pagina cruciale della storia della medicina. Non un capitolo marginale, si badi bene, ma un crocevia in cui arte e scienza decidono di parlarsi sul serio. Nel Settecento è Firenze a imporsi come capitale mondiale di quest’arte singolare. Il regista dell’operazione è Felice Fontana, abate e scienziato, che sotto il patrocinio illuminato del granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena predispone un laboratorio destinato a fare scuola in tutta Europa. Qui la cera non è più soltanto materia d’ingegno, ma strumento didattico, vera e propria tecnologia della conoscenza. Pittori, scultori e anatomisti (come Giuseppe Ferrini, Clemente Susini, Antonio Matteucci) operano a braccetto per costruire una collezione anatomica di impressionante accuratezza. Queste cere sono qualcosa di radicalmente nuovo: riproduzioni fedelissime di dissezioni reali, ma anche oggetti di raffinata
eleganza e bellezza quasi teatrale. Emblematica è la celebre Venere dei Medici di Susini: distesa con composta grazia su cuscini di seta, un filo di perle a incorniciarle il collo, lo sguardo assorto in una quiete irreale. Poi il gesto rivelatore: torace e addome si “scoperchiano”, rivelando con precisione stratigrafica muscoli e visceri, fino al feto raccolto nel grembo.
È un cortocircuito potentissimo. La bellezza che invita ad avvicinarsi, la dissezione che impone di restare e obbliga a guardare. Estetica e anatomia non si escludono, ma si potenziano a vicenda. Fascinazione e conoscenza fuse in un’unica esperienza, dove il corpo non è più solo oggetto di studio, ma diventa racconto.
La collezione fiorentina guadagnò una tale fama che l’imperatore Giuseppe II d’Austria nel 1781 ne commissionò ben 1200 pezzi per l’accademia medica militare di Vienna. Immaginate: un migliaio di preziose sculture in cera trasportate a dorso di mulo attraverso l’Italia e le Alpi!
È vero: oggi il 3D e le tecnologie digitali ci consegnano l’anatomia umana con una spettacolarità impensabile fino a pochi decenni fa. Possiamo navigare tra arterie e ventricoli, attraversare virtualmente un cranio, scomporre il corpo in strati trasparenti con un lieve scorrere delle dita. È un autentico trionfo della visualizzazione. Eppure quelle cere, silenziose nelle loro teche, continuano a esercitare una forza diversa. Perché non sono immagini, ma presenze. Hanno peso, consistenza, superficie, una temperatura visiva che sfugge alla retroilluminazione di uno schermo. Stanno nello spazio come lo occupiamo noi. Ci costringono a una
prossimità che la tecnologia, per quanto immersiva, non sa replicare. Se il computer seduce l’occhio, la cera sollecita la coscienza. Di fronte a quelle anatomie smontabili, a quei volti che sembrano trattenere l’ultimo respiro, noi non osserviamo soltanto un modello: ci stiamo confrontando con la nostra organicità e finitezza. Tale arte resta, dunque, eterna perché ci riporta a una verità elementare e inaggirabile: siamo ineffabile carne sorretta da equilibri mirabili. Il rendering tridimensionale è in grado di restituirci ogni angolo del nostro organismo. La cera, invece, ci mette di fronte a… qualcosa. Riduce la distanza ─ minima ─ tra ciò che osserviamo e quello che siamo.
“Cera una volta”, allora, smette di essere un gioco di parole per diventare una dichiarazione ontologica. Una presa d’atto: prima di ogni pixel, c’è lo stupore di quella sostanza. Il fascino irriducibile di una materialità che ci tocca e pervade nel profondo.
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“TUAMORE”, LA STORIA DI UNA MAMMA IN LOTTA CON IL CANCRO E DI UN FIGLIO CHE LA PORTERÀ SEMPRE CON SÉ
Un memoir struggente che racconta il più antico dei sentimenti, senza retorica o toni edipici, e il rapporto dell’uomo con la morte e la persistenza del ricordo
Di Enrico Fovanna – giornalista
E’un piccolo libro struggente, che l’autore ha dedicato alla madre, morta di tumore, a fronte del loro straordinario sentimento. Nulla di edipico, piuttosto una dedizione incondizionata, cresciuta fino al giorno dell’addio, quando il cancro ha vinto la sua battaglia. Ma non c’è nulla di melodrammatico, in questo memoir. Solo emozione pura.
Di “Tuamore“ (La Nave di Teseo) anzitutto non è difficile indovinare la genesi del titolo: un mix tra le parole tumore e amore. Ma soprattutto si deve ammettere subito che siamo di fronte a qualcosa di davvero inconsueto nel panorama editoriale. Forse a ciò che negli anni ’80 auspicava lo slogan della pubblicità (“la verità,
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ben detta”), applicato però, in questo caso, alla letteratura.
L’autore di questa storia, intima e a dir poco autentica in ogni risvolto del sentimento, è Crocifisso Dentello, 48 anni appena compiuti, un milanese cresciuto in Brianza e poi nella periferia nord della metropoli, pochi soldi in tasca e una famiglia di immigrati venuta dalla Sicilia a cercare lavoro. Matrice fin qui comune a molti. Il punto è che Crocifisso cresce, fin da bambino, all’ombra della solitudine e della difficoltà di relazione con gli altri, come lui stesso senza troppi pudori ammette.
Pochi amici, nessuno fino ai vent’anni, l’isolamento a scuola tra bulli e complessi di inferiorità, un padre operaio e soprattutto lei, Melina, la madre dal carattere forte e orgoglioso, casalinga per imprinting e colf per necessità, nel tentativo di risollevare il modesto bilancio della famiglia. Quello tra Crocifisso e Melina nasce e sempre più diventa un rapporto strettissimo e struggente. D’amore vero, per intenderci. La storia di un figlio che vede nella madre il solo polo di riferimento, nel proprio orizzonte affettivo.
Lei lo sa bene, ma a dirla tutta se ne preoccupa. Vorrebbe che quel figlio uscisse, frequentasse altri ragazzi, trovasse qualche amorucolo, degli interessi che non fossero la lettura nella sua camera. Invece lui se ne sta sempre lì, sepolto sotto i libri che divora, e attraverso i quali viaggia nei mondi interiori, oltre il pianeta buio della solitudine. Per fare contenta Melina, Croci, come ormai tutti lo chiamano, si inventa addirittura inviti a feste inesistenti, non ultima quella di un Capodanno che passerà da solo in una cabina telefonica, fino al trascorrere della mezzanotte.
Gli anni passano e Melina vive di quotidianità, doveri e tv, lavora e accudisce a suo modo quel ragazzo geniale e difficile, che la ricambia di un sentimento totale. A volte lei lo imbarazza anche – Dio sa per scelta consapevole o per postura naif – con le sue piccole stravaganze in pubblico. Ma l’impressione è che lo faccia per stimolarlo, spingerlo ad andare oltre la paura degli altri e del loro giudizio. E alla lunga ce la fa, Croci diventa un letterato, uno scrittore, un uomo più solido, legge sempre sì, ma si relaziona e perde per strada
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molte paure, pur conservandone il dono e l’esperienza. Croci cambia. Frequenta gli altri, ama, si apre. In una parola, vive.
Qualche anno dopo, però, Melina si ammala di un terribile tumore al seno. I due lottano insieme, Croci la porta da un medico all’altro, frequenta ospedali e specialisti, e la battaglia sembra vinta, ma è un’illusione. Poco più di un anno fa, a 62 anni lei muore e per Croci è il vuoto. La camera in penombra, i meccanismi intoppati del quotidiano, il silenzio della cucina, i pranzi muti con il padre. Ogni giorno si fa lo specchio di un’assenza. Un sentimento privato, insopportabile, che Croci decide di affrontare nell’unico modo che conosce, renderlo pubblico.
Nasce così una prima versione del libro, con il titolo geniale che coniuga le due parole antitetiche. Un manoscritto che lui porta a Elisabetta Sgarbi, il suo editore. Ma lei dice no. “Non va bene, Croci, è amaro. C’è troppa rabbia. Non è così che tu vuoi ricordare tua madre“. Lui ci pensa e lo riscrive. Ne esce un capolavoro. Un tomo sottile, quasi proustiano nei toni, ma con l’ironia che dà spazio anche alla voce di Melina, alla sua energia, a quel modo scanzonato di assaporare la vita, interrotto solo dal cancro, senza che lei perdesse mai del tutto il sorriso.
C’è la voce di Melina, in questo libro, che rivive ed entra nelle vite degli altri. Senza retorica, con un passo lieve e struggente al contempo. Melina che non si arrende. Il libro fa il botto e la sensazione netta è che nessuno se ne potrà dimenticare. Dentello alza le spalle: “Ancora oggi a volte torno a sorridere, in fondo mamma è ancora tra noi”.
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