

![]()


Ha accompagnato i passaggi importanti della mia vita, personali e lavorativi
Un giornale autorevole, credibile e capace da 130 anni di emozionare i lettori
DI URBANO CAIRO

Il mio rapporto con la Gazzetta dello Sport nasce da quando ero ragazzino. Ricordo che risparmiavo le 50 lire per andare a comprarla quasi ogni giorno. Ero appassionato di calcio e dei suoi campioni. Il primo era Gianni Rivera. La Gazzetta mi serviva per conoscere lo sport, il calcio in particolare, e quelli che erano i suoi protagonisti. Sfogliavo quelle pagine rosa e fantasticavo chiuso nella mia cameretta che spesso si trasformava anche in una cabina dello stadio dove organizzavo finte telecronache delle partite. Adoravo Gigi Meroni, l’ala destra del Torino di allora che portava il numero 7, che era anche il mio numero di maglia. E poi Claudio Sala. Il Toro assieme al Milan era una delle mie due squadre preferite, la terza era l’Alessandria, nella quale mio papà aveva giocato, nel campionato De Martino. La passione arrivava da lì. In gioventù ero un’ala destra promettente, ma ero troppo emotivo e in allenamento facevo cose che in partita non mi riuscivano. Un paio di buone stagioni alla Pro Sesto, quindi al Cantù. Lì ho capito che era meglio concentrarmi sui libri.
La Rosea mi ha accompagnato in tutti i passaggi importanti della mia vita, sia personali che lavorativi. Eliso Rivera, uno dei fondatori del giornale, era di Masio, il paese di mio padre. E mio nonno Urbano è nato proprio nell’aprile del 1896. Insomma, era destino che prendessi la Gazzetta. Per questo potete immaginare cosa ho provato nel 2016 quando sono riuscito a scalare la Rcs. Il pensiero di diventare il suo editore è stato una grande gioia. Festeggiare i 130 anni di questa storica testata nata lo stesso anno delle prime Olimpiadi moderne è per me motivo di grande orgoglio. Restare sulla breccia per tutto questo tempo vuol dire essere riusciti a costruire un rapporto con i propri lettori straordinario. Lettori che oggi si sommano: a quelli della carta si sono aggiunti gli utenti unici del sito gazzetta.it che sono in costante crescita e quelli dei social. È il frutto del lavoro di migliaia di giornalisti che ci

hanno lavorato negli anni e di direttori che si sono succeduti alla guida. Ci sono molti aggettivi che messi insieme danno l’idea di cosa è stata ed è oggi la Rosea: attendibile, autorevole, affidabile, credibile, interessante, utile, divertente ed emozionante. Sì, emozioni come quelle provate davanti a prime pagine iconiche quali il “Tutto vero!” che nel 2006 ha celebrato la vittoria ai Mondiali di Germania e il “Campioni del mondo!” del 1982 con il trionfo degli azzurri di Bearzot. E allo stesso tempo affidabile perché oltre ad esaltare le grandi imprese sportive è una sentinella inflessibile, capace di denunciare tutte le distorsioni e gli scandali che ha incontrato durante la sua storia.
Lo slogan “Tutto il rosa della vita” che campeggia da anni sotto la testata del giornale è un messaggio di positività e rinascita che ci ha accompagnato anche nei tempi bui del Covid. E allo stesso tempo l’ho sempre letto come un invito a una maggiore inclusione delle donne nella vita lavorativa e anche nello sport. Hanno delle qualità notevolissime ed è giusto che possano ricoprire ruoli sempre più importanti. Un esempio significativo che va in questa direzione è stata l’elezione di Kirsty Coventry a presidente del Cio.
Ogni tanto mi capita di sfogliare il libro delle storiche prime pagine della Gazzetta e rimango sempre affascinato dal primo numero di colore verde del 3 aprile 1896, dedicato al ciclismo. Uno sport che è stato sempre nel nostro Dna e che all’epoca era molto popolare perché la gente andava in bici, le auto erano rarissime. Il Giro d’Italia, la corsa più dura del mondo nel Paese più bello del mondo, è organizzato da Rcs Sport, ed è nato nel 1909. Dal 2017 ho seguito tutte le edizioni. È un evento straordinario che coinvolge tutto il Paese ed è un grande biglietto da visita per l’estero, una sorta di ambasciatore dell’Italia nel mondo.
Ma oggi dire Gazzetta significa entrare in un mondo meraviglioso fatto di grandi prodotti editoriali e anche di eventi. In testa a tutti c’è il Festival dello Sport. In ottobre festeggeremo la nona edizione. Trento si trasforma ogni anno in una sorta di Villaggio olimpico in cui hai modo di incontrare in ogni strada grandi campioni di ieri e di oggi. È un’immersione fantastica nello sport per tutti gli appassionati che incarna perfettamente lo spirito della Rosea. Centotrenta anni, ma non sentirli. Auguri, Gazzetta.
Dai prodotti editoriali al sito, fino agli eventi: oggi dire Gazzetta significa entrare in un mondo meraviglioso

Quando nacque nel 1896 fu una boccata d’aria fresca per tutto il Paese Oggi circa 8 milioni di lettori ci leggono su carta, web e social
DI STEFANO BARIGELLI

La Gazzetta nasce con lo sport moderno, con i Giochi di Atene del 1896. Potrei con presunzione dire anche il contrario, cioè che lo sport moderno è nato con la Gazzetta, senza allontanarmi molto dal vero. Lo sport era l’esperanto dei popoli, così almeno erano convinti pochi ottimisti visionari. La Gazzetta venne fondata per questo da Eugenio Costamagna e Eliso Rivera. L’Italia era guidata al Governo dal sulfureo Francesco Crispi, che l’aveva precipitata nella disastrosa guerra d’Africa. Poco prima c’era stata Adua. In quell’Italia la Gazzetta fu una boccata d’aria fresca. E anche pulita. Ebbe successo subito. Non è forse lo sport l’antidoto più efficace contro le guerre? Siccome nessun giornale lo raccontava, ci pensò la Gazzetta. Oggi tutti si occupano di un’Olimpiade. Non siamo più negli anni di fine Ottocento, quando De Amicis scriveva Amore e ginnastica e lo trattava come un segno di eccentrica modernità. Oggi lo sport è diventato di massa, fa parte della cultura condivisa a qualsiasi latitudine. I fondatori della Gazzetta non erano dunque due simpatici inguaribili visionari, ma due precursori. Quel carattere non l’abbiamo più perso. La Gazzetta è il giornale sportivo più letto, ha il sito web più cliccato e i social, sempre sportivi, più visti. Circa otto milioni di lettori cercano e leggono su tutte le nostre piattaforme cosa dice la Gazza. È bello, ma non è facile.
La Gazzetta ha avuto direttori immensi. Ho avuto la fortuna di conoscere Candido Cannavò e di lavorarci assieme. Ero un vicedirettore giovane di Gazzetta, venivo dal Corsera, lui aveva lasciato la guida del giornale a quasi 72 anni dopo 19 di direzione. Di tutti i redattori era naturalmente il più bravo ma, e questo era meno ovvio, il più giovane, il più curioso, il più vivace. Una grande lezione. La Gazzetta ti entra nel sangue, diceva Gino Palumbo, che invece non ho conosciuto ma avrei tanto voluto. Palumbo è stato il geniale innovatore giornalistico che rese meno polverosa la stampa italiana. Trasformò la Gazzetta in un modello: di freschezza, di modernità, di originalità. Dirigerla è un privilegio ma anche una responsabilità. Aveva ragione Palumbo, ti entra nel sangue: 130 anni dopo è ancora così.

Pelé, Maradona, Ronaldo, Baggio, ma anche Merckx, Pellegrini, Bryant E le campionesse del volley: quante stelle ospiti della nostra redazione





















Il primo numero esce il 3 aprile 1896, il rosa arriverà tre anni dopo Per la vittoria al Mondiale del 2006 viene stampata in 2 milioni e 302 mila copie
DI PIER BERGONZI
3 APRILE 1896

Era un Venerdì Santo, quel 3 aprile del 1896. Come quest’anno in occasione dei 130 dall’uscita di quel primo numero della Gazzetta. A Milano c’erano 450 mila abitanti, i tram a cavallo, l’alta borghesia andava alla Scala e cenava al Savini. C’era la guerra in Africa e bruciava ancora la pesante sconfitta di Adua, in Etiopia.
Lo studente in lettere Eugenio Camillo Costamagna (che nel 1894 aveva fondato a Torino “La Tripletta”), e l’avvocato Eliso Rivera, alessandrino di Masio ( che dal 1892 era il direttore della rivista milanese “Il Ciclista”) si incontrano e decidono di unire le forze. E così, dal matrimonio tra Il Ciclista e La Tripletta (periodici di ciclismo) nasce La Gazzetta dello Sport. All’inizio è un bisettimanale con uscite il lunedì e il venerdì, visto che le prime gare in bicicletta e le corse dei cavalli si tengono solitamente la domenica e il giovedì. La sede, nei locali dell’editore Sonzogno, è in Via Pasquirolo, sotto allo sguardo del Duomo. Il primo numero, 4 pagine di colore verde pallido (per distinguersi dalle altre Gazzette d’informazione), costa 5 centesimi. Per il secondo bisognerà aspettare il martedì 7 aprile “… Per dar riposo agli operai in occasione delle feste pasquali”. E sulla seconda uscita si celebrano con entusiasmo le 20 mila copie vendute.
Dal 1897, sulla testata, spariscono Il Ciclista e la Tripletta e diventa semplicemente “La Gazzetta dello Sport”. E dal gennaio 1899… la grande novità: diventa rosa! Una svolta clamorosa che viene attribuita ai lettori: “… Voi ci dite che ormai il color verde, che formava l’emblema della nostra speranza, non ha più ragione di esistere - scrive il giornale - il colore si è trasformato, ha subito metamorfosi di una forte vitalità ed ora è un frutto maturo: per questo ci consigliate di scegliere la tinta rosa…”.

L’annuncio che
la
carta diventerà rosa
arriva a fine 1898.
La Gazzetta è ancora un bisettimanale che esce il lunedì e il venerdì
In realtà, nei primi anni di vita la Gazzetta è uscita anche su carta bianca o giallina, quando non si trovava abbastanza di quella verde. Ma dal primo gennaio 1899 diventa rosa e lo resterà per sempre (salvo qualche raro caso durante i periodi di guerra). Il ciclismo resta lo sport di riferimento e la Gazzetta organizza grandi gare come il Giro di Lombardia dal 1905, la Milano-Sanremo dal 1907 e nel 1909 lancia il Giro d’Italia, per bruciare sul tempo il Corriere della Sera. Quando scatta il primo Giro, il 13 maggio 1909, la Gazzetta è un trisettimanale (lunedì, mercoledì e venerdì). Soltanto dal 19 maggio del 1919 diventa quotidiano.
Nel 1929 il conte Alberto Bonacossa. appassionato di tennis, alpinismo e pattinaggio su ghiaccio, diventa azionista di maggioranza. Nel 1945 la Gazzetta esce una volta alla settimana (4 pagine il lunedì) e chiude il 23 aprile 1945 a due giorni dalla fine della Guerra. Torna in edicola il 2 luglio 1945, una sola pagina su carta bianca, una volta alla settimana. Dal 3 settembre torna ad essere rosa e dal primo ottobre è di nuovo un quotidiano.
Nel 1982, per il successo al mondiale di Spagna, la Gazzetta del 12 luglio viene stampata in un milione e 409 mila e 403 copie. Ma il record di sempre per un giornale italiano è del Mondiale 2006, quando la Gazzetta viene stampata per due giorni di fila e alla fine le copie saranno 2 milioni 302 mila 088 copie. La redazione, dopo essere stata a lungo in via Galilei ha trovato “casa” anche in piazza Cavour, in via Solferino accanto al Corriere della Sera e dalla fine del 2014 in via Rizzoli 8, a Crescenzago, nella periferia nord-orientale di Milano.
Dal 29 marzo del 2008 diventa tabloid e integralmente a colori: l’ultima svolta di un giornale, sempre al passo coi tempi, che nel frattempo è diventato un grande sistema integrato tra carta, web e social.
Il primo numero in rosa della Gazzetta dello Sport. Un colore che terrà per sempre. Diventerà un quotidiano solo dal 1919


Dopo il Lombardia (1905) e la Milano-Sanremo (1907) nel 1909 nasce la corsa ciclistica che abbraccia tutta la Penisola: prima edizione in otto tappe
31 MAGGIO 1909

L1909 DI LORENZO ASTORI
a Gazzetta anche agli inizi della sua storia non è mai stata solo un giornale, ma spesso ha accompagnato lo sport italiano nella sua evoluzione diventando punto di riferimento anche come organizzatore di eventi e menifestazioni. In un’Italia che, a cavallo fra 800 e 900, conta 34 milioni di abitanti di cui solo in 10 mila si dedicano allo sport, sembra un azzardo, ma così non sarà. Dopo scherma, gare di auto e moto, la Rosea punta soprattutto sul ciclismo. E comincia ad organizzare corse: la prima edizione del Giro di Lombardia è del 1905, la Milano-Sanremo vede il debutto due anni dopo. Poi arriva l’idea di un grande progetto: una corsa a tappe che coinvolga tutto il Paese. Un progetto anche rischioso, visto che le nostre strade dei tempi erano a dir poco avventurose e spesso i collegamenti quasi inesistenti. Ma tant’è, dopo l’idea arriva la realizzazione, accelerata anche dal fatto di voler battere la concorrenza del Corriere della Sera che voleva fare la stessa cosa dopo aver riscontrato il successo del Giro Automobilistico d’Italia, nato nel 1901. Così la corsa rosa viene annunciata un anno prima. Il primo Giro, otto tappe, vede il via da piazzale Loreto a Milano con un gruppo di 127 ciclisti, fra cui le stelle dell’epoca Gerbi, Rossignoli, Ganna, Galetti, Pavesi e Cuniolo. La classifica finale, stilata a punti (e non a tempi come oggi) sulla base dei piazzamenti, premiò Ganna, ma soprattutto quell’invenzione della Gazzetta che sarebbe diventata un simbolo del ciclismo mondiale.
1908



Nell’Italia che si rialza dopo la Grande Guerra il ciclismo resta il primo sport
Le imprese di Girardengo, Bottecchia e Binda accendono la passione







Vinciamo il Campionato del Mondo del ’34 grazie a un attacco stellare I tifosi pazzi di gioia raccolgono soldi per aumentare il premio ai giocatori
DI GERMANO BOVOLENTA
Il secondo Campionato del Mondo (1934) è assegnato all’Italia. È la prima edizione europea della Coppa Rimet. Il calcio italiano è in forte sviluppo grazie anche all’arrivo nelle grandi squadre degli oriundi dell’Argentina e del Brasile: naturalizzati italiani, possono giocare in Nazionale. Buona organizzazione, gli otto stadi sono il fiore all’occhiello. Eccellenti quelli di San Siro a Milano e di Marassi a Genova. Nuovi gli impianti di Torino, Roma e Firenze. Le altre città scelte per ospitare l’evento sono Bologna, Napoli e Trieste.
Al Mondiale italiano si iscrivono 32 Paesi, che diventano 29 dopo la rinuncia di Cile, Turchia e Perù. La formula prevede 16 partecipanti alla fase finale, sono necessarie le eliminatorie. Anche l’Italia, pur essendo il Paese organizzatore, è costretta a giocare una partita di qualificazione. Supera (4-0) la debole Grecia a San Siro ed è inserita negli ottavi di finale. Gli azzurri aprono la rassegna a Roma contro gli Stati Uniti, travolti 7-1. Sono favoriti, ma la concorrenza è molto forte. C’è l’Ungheria dei “maestri del calcio danubiano”, l’Austria, la Spagna e la fortissima Cecoslovacchia.
Argentina e Brasile fuori al primo turno. Solo le europee raggiungono i quarti di finale. Il Mondiale s’infiamma, le partite sono autentiche battaglie. A Firenze due delle più appassionanti. Il caldo è feroce, l’Italia affronta la Spagna e par-
te all’attacco della solidissima difesa guidata dal miglior portiere di tutti i tempi, Ricardo Zamora, detto “El Divino”: dopo l’1-1 dei supplementari, ripetizione il giorno dopo. Molti i sostituiti. La Spagna non ha più in porta Zamora. Segna Giuseppe Meazza, “El Pepin”, e l’Italia va in semifinale. Altra battaglia a Milano contro l’Austria, che ai quarti ha eliminato la grande Ungheria. Vittoria con gol dell’oriundo Guaita.
La finale a Roma, stadio del Pnf (Partito nazional fascista), 50 mila spettatori. Avversaria la Cecoslovacchia, superfavorita. Dirà Vittorio Pozzo, ct azzurro: «Ma il nostro tasso tecnico è semplicemente favoloso». La sfida è entusiasmante, vincono gli azzurri 2-1 dopo i tempi supplementari. Gol di Puc, Orsi e Schiavio. In campo anche l’italo-argentino, l’oriundo Luisito Monti: sarà l’unico giocatore nella storia ad aver disputato due finali con maglie diverse, nel 1930 contro l’Uruguay e nel 1934 contro la Cecoslovacchia. L’Italia diventa campione grazie al miglior attacco: 12 reti in 5 partite. In questa edizione per tre volte si è dovuto ricorrere ai supplementari, e per ben due volte questa fatica è toccata all’Italia.
Il Mondiale è un successo anche economico. Si chiude con un attivo di quasi un milione e mezzo di lire. Nove Paesi trasmettono in diretta le radiocronache delle partite. Dopo il fischio finale, Giampiero Combi decide di ritirarsi dal calcio. Il grande portiere entra nella leggenda,
come quella bellissima Nazionale, trascinata dal fuoriclasse Meazza, che sarà paragonato a Pelé.
Il 10 giugno 1934 è una grande festa popolare, i tifosi di tutte le città si riversano per strade e piazze e si tuffano nelle fontane. Gli italiani impazziscono per il calcio e arrivano a fare una sottoscrizione per dare agli azzurri un premio più alto delle 10 mila lire (a testa) già fissate. La gigantesca colletta nazionale consente di distribuire ad ogni giocatore altre 10 mila lire, per un totale di 20 mila lire. Con i prezzi dell’epoca, in pratica il costo di un buon appartamento in città.
Un operaio milanese, che non è riuscito a raggiungere Roma per Italia-Cecoslovacchia, manda un vaglia di 15 lire al direttore della Gazzetta e scrive: «Non posso recarmi nella Capitale, compri un biglietto e lo regali ad un suo operaio, che vada a vedere la finale per me».
Il Mondiale è un successo organizzativo ed economico. Otto stadi bellissimi e un attivo di un milione e mezzo di lire

Prima in moto, poi in auto il pilota è una leggenda dagli anni ’20 agli anni ’50
D’Annunzio
gli regala una tartaruga: «All’uomo più veloce, l’animale più lento»
12 SETTEMBRE 1938

Gli italiani lo chiamavano il “Mantovano volante”. I tedeschi “Der Teufel”, il diavolo, da quando al Nurburgring aveva umiliato i favoriti di casa. Ferdinand Porsche l’aveva definito: «Il più grande pilota del passato, del presente e dell’avvenire». Tazio Nuvolari, nato a Castel d’Ario, in provincia di Mantova, nel 1892, è stato uno degli sportivi italiani più popolari di sempre, famoso come una rock star, adorato dal pubblico, pagato con ingaggi folli e vincitore di quasi 100 corse - tra auto e moto - in 30 anni di attività. Corre con un maglione giallo e una fascia tricolore al collo chiusa da una spilla con una tartaruga d’oro. Gliel’ha regalata Gabriele D’Annunzio, con un bigliettino: “All’uomo più veloce, l’animale più lento”.
Nuvolari è l’eroe per eccellenza dell’Italia. Le sue imprese entrano nel mito: alla Mille Miglia del 1930 spegne i fari per non farsi vedere da Varzi, poi lo supera a sorpresa. Nel ’31 al circuito delle Tre Province si rompe l’acceleratore e vince con il meccanico che regola il meccanismo con la cintura dei pantaloni. Enzo Ferrari dirà: «Un prodigio insuperato dell’istinto, ai limiti delle possibilità umane e delle leggi fisiche». La guerra lo ferma, Nuvolari è malato ai polmoni ma continua a correre fino al 1950. Non è più lui da quando il destino gli ha portato via i due figli, entrambi giovanissimi. Muore nel ’53 senza aver mai annunciato il ritiro. Al suo funerale partecipa una folla immensa: si dice 50 mila persone. La bara sul telaio di una macchina viene scortata da Ascari, Villoresi e Fangio. Giovanni Canestrini sulla Gazzetta scrive: “Fino a quando poteva correre, sperava forse di fare la bella morte che aveva desiderato; forse in cuor suo si augurava di raggiungere così i suoi ragazzi, combattendo, al volante di una delle sue macchine”. A differenza di tanti campioni Nuvolari è rimasto nella memoria collettiva del Paese. Lucio Dalla gli ha dedicato una canzone: “Nuvolari ha la bocca sempre aperta, di morire non gli importa niente. Corre se piove, corre dentro al sole. Tre più tre per lui fa sempre sette”.

La Nazionale in Francia nel 1938 riconquista il Mondiale con pieno merito Supera il Brasile, batte l’Ungheria in finale e alza al cielo la Coppa Rimet
DI ANDREA MASALA
Italia, ancora tu! Nel 1938 la nostra Nazionale si conferma campione del mondo dopo il successo in casa del 1934. Gli azzurri guidati dal commissario unico Vittorio Pozzo riconquistano il titolo con pieno merito. L’Italia si presenta alla rassegna francese non soltanto come campione in carica, ma con la medaglia d’oro dei Giochi Olimpici di Berlino nel 1936 e con due Coppe Internazionali. Al Mondiale che si svolge dal 4 al 19 giugno 1938, tra i 15 concorrenti ci sono validissimi rivali come il Brasile, l’Ungheria, la Cecoslovacchia e la Germania, eliminata a sorpresa dalla Svizzera.
La Nazionale di Pozzo è imbattuta dal 27 ottobre 1935, al debutto negli ottavi affronta la Norvegia, formazione atletica ma di medio livello tecnico. Sembra una sfida dall’esito scontato, invece si rivela una faticaccia. A Marsiglia, Meazza, Monzeglio e Ferrari sono i soli superstiti del 1934. In porta Olivieri, detto Calotta d’argento dopo un’operazione al cranio. Monzeglio e Rava terzini; Serantoni, Andreolo, l’unico oriundo, nato in Uruguay, e Locatelli mediani; Meazza e Ferrari interni; Pasinati e Ferraris II ali, Piola centrattacco. In vantaggio dopo 2’ con Ferraris II, l’Italia gira a vuoto: Olivieri si esibisce in diversi miracoli, è il migliore in campo, capitola nel finale a Brustad. Sul’1-1 ai norvegesi viene annullato un gol per fuorigioco. Ai supplementari decide Piola, che ammetterà: «Eravamo
reduci da due mesi di strettissimo ritiro. Niente donne. In campo non vedevamo uno, ma due palloni». Pozzo concede quindi al gruppo la libera uscita, cena e dopocena con annessi e connessi. Saggia decisione, visti gli effetti.
Sì, perché ai quarti contro i padroni di casa c’è il cambio di marcia. Pozzo sostituisce Monzeglio con Foni, Pasinati con Biavati e Ferraris II con Colaussi e mantiene la stessa formazione fino alla fine. A Parigi, la Francia in svantaggio con Colaussi pareggia un minuto dopo. Nella ripresa Biavati, al debutto in azzurro, fa due assist per Piola, che di destro e di testa firma il 3-1. Avanti verso la semifinale a Marsiglia, contro lo spauracchio Brasile, che sfoggia il centravanti Leonidas e il super terzino Domingos. I sudamericani sentono la grande impresa a portata di mano, tale è la loro sicurezza che prenotano l’unico volo da Marsiglia verso la capitale per la finale. Non solo: il ct Pimenta risparmia il gioiello Leonidas e il fantasista Tim e per l’occasione fa largo alle riserve. L’Italia comunque risulta solida e concreta, non si fa irretire dal palleggio dei rivali, li aspetta e li colpisce nel giro di quattro minuti, dal 56’ al 60’. Colaussi sblocca da fuori area, Piola poi si procura un rigore che Meazza trasforma con la mano che tiene su l’elastico rotto dei calzoncini. Romeu accorcia per il 2-1 che vale un’altra finale per gli azzurri.
Ci presentiamo alla rassegna da campioni in carica e con la medaglia d’oro vinta ai Giochi di Berlino
L’epilogo a Parigi si disputa nello stadio di Colombes, dove il regista John Huston nel 1981 ha girato le scene cult di “Fuga per la vittoria”, con Pelé, Sylvester Stallone e tante altre star. C’è da battere l’Ungheria di Szellenger, che in semifinale contro la Svezia (5-1) ha realizzato una tripletta, e del talento Sarosi. Nelle tre gare precedenti i magiari hanno segnato 13 gol e ne hanno incassato uno solo. Altri numeri incoraggiano gli azzurri: dal 5-0 dell’11 maggio 1930, con l’esplosione del ventenne Meazza a Budapest con una tripletta, contro l’Ungheria hanno collezionato sei successi, due pareggi e zero sconfitte. L’Italia sfonda al 5’ con un’azione di tre passaggi chiusa da Colaussi, due minuti dopo Titkos si ritrova smarcato in area e pareggia. Lo svarione non compromette la tenuta degli azzurri, che si riportano avanti con Piola servito da Meazza (16’). Il centravanti a sua volta lancia Colaussi per il 3-1 (35’). Sarosi riapre la gara al 70’, Piola mette il sigillo del 4-2 (82’). L’Italia alza al cielo la Coppa Rimet, si conferma la regina dei Mondiali.

Le
imprese sportive si
Coppi
intrecciano col conflitto mondiale e la retorica nazionale
vince il Giro e diventa il testimone «della serenità della Patria in armi»

All’inizio degli anni 40, la storia dello sport italiano e della Gazzetta si intreccia con le vicende della Seconda Guerra Mondiale. Tutte le imprese, inevitabilmente, vengono interpretate attraverso la lente della retorica nazionalista. Così avviene il 10 giugno 1940, quando il ciclismo trova il Campionissimo: Fausto Coppi. Ha 20 anni e si presenta al Giro da gregario di Gino Bartali, ma i problemi meccanici del capitano nella Firenze-Modena gli valgono il via libera per vittoria di tappa e maglia rosa. Al coscritto Fausto, testimone della “gagliardia e della serenità della Patria in armi”, viene dedicata l’intera prima pagina. Il giorno dopo Mussolini dichiara guerra agli Alleati, schierandosi con la Germania nazista. La Gazzetta pubblica (come tutti i giornali) il discorso del Duce a piazza Venezia, quello del celebre “Vincere”. Da quel momento, le vicende belliche avranno sempre più spazio in prima pagina. Il 20 aprile 1941 il Bologna si aggiudica il 6° scudetto, pur perdendo 3-0 a Firenze. Il 22 la Rosea celebra i rossoblù interrogandosi (già allora) sulla crisi del bel gioco. L’apertura è per le operazioni delle nostre truppe in Albania.

































Che impresa: conquista la corsa francese a dieci anni di distanza La telefonata di De Gasperi dopo l’attentato a Togliatti: «Gino, puoi vincere?»
DI MARCO CIRIELLO
26 LUGLIO 1948

Alla partenza del Tour de France nel 1938, Gino Bartali rifiutò di farsi fotografare abbracciato a Josephine Baker. Poi vinse, e divenne famoso in tutta Europa. Dieci anni dopo era nella seconda classe di un treno notturno diretto a Parigi, cominciava il viaggio di ritorno in Francia dopo la guerra. Ma la Federazione non aveva prenotato il vagone letto di prima classe che di solito veniva riservato alla squadra ciclistica per garantirne il riposo. E qualche giorno prima, Gino Bartali si era dovuto presentare davanti alla scrivania di Gianni Brera alla “Gazzetta dello Sport”, per fumargli in faccia quattro Gauloises senza filtro, per dimostrargli che aveva ancora fiato per litigare e fargli rimangiare quel «troppo vecchio» che il giornalista andava ripetendo ogni volta che si faceva il nome di Bartali per il Tour. Si lasciarono con un «non sei ancora così vecchio». Poi tutti avrebbero scoperto che Bartali non fu vecchio nemmeno a ottant’anni, figuriamoci a quel Tour del ’48 che ne aveva 34. E ne fece le spese Louison Bobet: il ciclista di Francia, con 11 anni di meno e 21 minuti di vantaggio a metà Tour. Bartali vinse la prima tappa, ma alla terza Bobet era già maglia gialla. Poi Gino rivinse la tappa di Lourdes anche se il miracolo avvenne a Cannes, otto giorni dopo. Furono tre colpi di pistola sparati a Roma contro Palmiro Togliatti a spingerlo ad andare forte, il resto lo fece la telefonata di De Gasperi: «Gino, puoi vincere il Tour?». L’Italia rischiava la guerra civile: da una parte i comunisti, dall’altra il governo Dc, in mezzo – per le strade di Francia – Bartali. Un mistico che prega pedalando – dirà Malaparte – che prima di Ayrton Senna e dei Blues Brothers si sentiva in missione per conto di Dio, andava a strappi, capace di scatti a ripetizione. Tre vittorie consecutive, alla seconda aveva già la maglia gialla. A Losanna festeggiò compleanno e Tour, era il 18 luglio. Bartali, il vecchio, è stato il primo a rivincere in Francia a dieci anni di distanza. Gli era già capitato col Giro d’Italia (’36 e ’46). Un contadino con la bici: il ritratto dell’Italia.

L’aereo che porta il Grande Torino precipita: muoiono le 31 persone a bordo La fine tragica di una squadra piena di campioni diventa
lutto collettivo
DI FILIPPO CONTICELLO
5 MAGGIO 1949

Superga non è solo un colle che lascia senza fiato mentre spalanca l’arco alpino. Non solo la basilica barocca cara ai Savoia, imponente e teatrale. Superga è una cicatrice in eterno, un luogo dove nel dolore si è costruita l’identità della nazione. Il 4 maggio 1949, nel tardo pomeriggio, un velivolo dell’Avio Linee Italiane rientrava a Torino dopo una trasferta a Lisbona: a bordo quasi tutto il Toro di allora, squadra dominante e vanto italiano nel mondo, assieme a tecnici, dirigenti, giornalisti, equipaggio. Dopo l’amichevole col Benfica, ad aspettarli c’era un’infame giornata di pioggia e di vento. Nelle manovre di avvicinamento l’aereo finì contro il terrapieno posteriore della basilica di Superga e addio a campioni senza tempo come Valentino Mazzola, Loik, Bacigalupo, Gabetto, Ossola, Castigliano. Nell’urto non si salvò nessuno, morirono tutte le 31 persone a bordo: i funerali in una Torino spettrale, con le bare portate dai camioncini Fiat e un’immensa folla in giacca e cravatta, sono ancora oggi un’immagine potentissima. Raccontano l’Italia in bianco e nero del secondo dopoguerra, con poche lire e tanta dignità. Il Paese era tornato a vivere dopo le macerie e il calcio era uno dei rari spazi in cui sentirsi parte di un destino comune: anche per questo, la fine tragica del Grande Torino fu davvero un lutto collettivo. La squadra era un simbolo sportivo e civile, rappresentava una città operaia e austera, ma anche un Paese che voleva rialzarsi con disciplina e talento. Insomma, in questa tragedia mai ci sono stati e mai ci saranno gli steccati del tifo: i nomi degli Invincibili, campioni di cinque scudetti consecutivi tra il 1942-43 e il 1948-49 (con l’interruzione della guerra), appartenevano a milioni di persone senza distinzione alcuna. Qualche fortunato li aveva ammirati dal vivo, il resto li aveva sognati alla radio, ma tutti ne parlavano nei bar finalmente pieni di vita: erano la colonna di una Nazionale straordinaria, lasciarono un vuoto tecnico duro da colmare quasi quanto quello emotivo. Da allora ogni 4 maggio lì a Superga riecheggiano tutti i 31 nomi e non è nostalgia, ma memoria. Passato, presente e futuro. Un’idea, sobria ma tenace, di comunità che diventa squadra.
LE VITTIME Nell'incidente persero la vita 31 persone: i giocatori Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Giulio Schubert e gli allenatori Egri Erbstein, Leslie Lievesley, il massaggiatore Ottavio Cortina con i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Andrea Bonaiuti ed Ippolito Civalleri. Morirono inoltre tre giornalisti: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (La Stampa) ed i membri dell’equipaggio Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Celeste Biancardi e Antonio Pangrazi.

L’anno magico di Fausto che dopo il Giro vince anche il Tour de France
È
il primo a fare una doppietta da leggenda che in pochi sapranno ripetere
DI FRANCESCO CENITI
25 LUGLIO 1949

Che anno quell’anno in cui un campione diventò il Campionissimo. Nel 1949 il presidente della Repubblica era Luigi Einaudi, mentre Alcide De Gasperi presiedeva il suo quinto governo. Nei cinema spopolavano i film del neorealismo (su tutti “Riso amaro” e “In nome della legge”), mentre nel calcio comandava il Grande Torino, poi spazzato via dalla tragedia area di Superga (4 maggio). E il ciclismo? Infiammava cuori e passioni, con la gente per le strade ad aspettare i corridori. Gino Bartali era il grande vecchio, indomito lottava contro i talenti giovani. Il più forte era stato un suo gregario, Fausto Coppi. La rivalità aveva diviso in due l’Italia: da una parte i bartaliani, dall’altra i coppiani. Nel 1948 Ginaccio aveva rivinto il Tour (e salvato il Paese da una possibile guerra civile, dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, segretario del Pci) a 10 anni di distanza dal primo trionfo. Adesso toccava a Coppi, ancora senza successi in Francia. Che anno quell’anno. La maglia della Bianchi cominciò a sfrecciare davanti a tutti già alla Milano-Sanremo, stravinta per distacco. Poi fu la volta del Giro: Coppi prima si prese la maglia rosa sulle Dolomiti e dopo la blindò nella tappa che ancora oggi profuma di leggenda: la Cuneo-Pinerolo. Fuga di 190 chilometri, con Bartali (secondo) staccato al traguardo di quasi 12’. Coppi arrivò al Tour con l’entusiasmo a mille. Ma le cose all’inizio girarono male: una banale caduta si trasformò in crisi nera e all’arrivo della quinta tappa a Saint Malo, Fausto aveva un ritardo dalla maglia gialla (portata da Marinelli) di 35 minuti. I giornali scrissero di un suo possibile ritiro. Lo convinsero a restare il fedele massaggiatore Biagio Cavanna e Alfredo Binda, allenatore della squadra italiana. Il giorno dopo Coppi si ripresentò in sella alla sua bici, vincendo la cronometro. Poi ecco le Alpi: gli azzurri lanciarono l’assalto decisivo. Bartali accompagnò il compagno nell’attacco in salita, ma sull’Izoard gli mancarono le forze. Coppi trionfò ad Aosta, indossando il giallo del leader. Il 24 luglio fece suo il Tour, dopo il Giro. Nessuno aveva mai centrato questa doppietta. Fausto la ripeterà nel 1952 (e dopo di lui solo altri sette fuoriclasse ci riusciranno, l’altro italiano nel club è Marco Pantani grazie al magico 1998), ma è nel 1949 che Coppi scalò montagne e mito, diventando per tutti il Campionissimo.




La Milano calcistica domina in Italia, in Europa e nel mondo L’Olimpiade di Roma regala medaglie e la storica impresa di Berruti
1 SETTEMBRE 1958

8 SETTEMBRE 1963

4 SETTEMBRE 1960

27 SETTEMBRE 1964

23


Benvenuti conquista la corona dei pesi medi battendo Griffith a New York 18 milioni di italiani rimangono svegli ad ascoltare la radiocronaca di Valenti
DI RICCARDO CRIVELLI
19 APRILE 1967

Nel 1967 Nino Benvenuti è uno degli sportivi italiani più amati dalla gente. Bello, con uno stile pugilistico di velluto, è stato campione olimpico a Roma nel 1960 e la sua rivalità con il più sanguigno e irruento Mazzinghi ha attraversato fin lì il decennio con la foga dei guelfi contro i ghibellini, Coppi e Bartali trasferiti su un ring. Un anno prima, però, Nino ha perso il titolo mondiale dei superwelter a Seul contro Kim Soo-Ki complice anche una misteriosa rottura delle corde del ring. La sconfitta tuttavia non ne ha scalfito il mito e la sua popolarità rimane intatta, anche all’estero: così il manager Amaduzzi può preparare lo sbarco nella mecca del pugilato, gli Stati Uniti, per sfidare Emile Griffith, campione unificato (WBC e WBA) dei medi. Per gli americani, che chiamano il nostro pugile “Naino”, si tratterà di un confronto senza storia: Griffith nel 1962 ha letteralmente ucciso sul ring Benny Paret continuando a colpirlo anche quando era già ko, secondo le voci dell’ambiente per vendicare insulti omofobi che l’altro gli aveva rivolto, mentre si dice che Benvenuti sia stato scelto solo perché è biondo e ha gli occhi azzurri nell’America infiammata dalla questione razziale e che rivuole un bianco sul trono di una delle categorie regine della boxe. Il 17 aprile 1967, al Madison Square Garden di New York, l’arena più celebre del mondo, davanti a 15.000 spettatori tra cui Rocky Marciano, Sugar Ray Robinson e Jack La Motta, Nino è un maestro di tattica: atterra Griffith nel 2° round, subisce un conteggio nel 4° ma fa valere la miglior scherma e l’allungo superiore, resiste a una ferita al naso e si impone ai punti in 15 riprese. Per Ring News è il match dell’anno, in Italia sono le quattro di notte, non c’e tv perché il giorno dopo è un martedì e si teme che in pochi andranno a lavorare, ma si calcola che 18 milioni di connazionali siano rimasti svegli ad ascoltare la radiocronaca di Paolo Valenti. I due grandi rivali si affronteranno altre due volte, con la rivincita di Griffith e la definitiva consacrazione di Nino: una trilogia iscritta di diritto tra le pagine leggendarie dello sport.

Facchetti ci porta in finale con la monetina dopo lo 0-0 con l’Unione Sovietica
Pari con la Jugoslavia e alla ripetizione vinciamo con le reti di Riva e Anastasi
DI LUCA BIANCHIN
11 GIUGNO 1968

Il 1968 è anno di cambiamenti. Cambia il mondo, nel suo piccolo cambia anche il calcio italiano. Due anni prima, al Mondiale inglese, abbiamo perso con la Corea del Nord ed è stato un dramma. Tempo 24 mesi e – ribaltone - vinciamo l’Europeo, con formula particolare: un girone a quattro, un quarto di finale sofferto tra andata e ritorno con la Bulgaria, poi semifinali e finale organizzate in Italia. In teoria sarebbero tre partite – quattro con la finalina – ma succede di tutto. Nella semifinale, giocata a Napoli, Italia e Unione Sovietica non segnano mai. Zero a zero ai regolamentari e ai supplementari. Il regolamento, ai rigori, preferisce la monetina. Altri tempi… Sei uomini si assentano e si chiudono in una stanza dentro il San Paolo. Sono l’arbitro tedesco Tschenscher, i capitani Facchetti e Scesternev, i guardalinee e il commissario di campo. Il più sereno è Tarcisio Burgnich, che ritiene il suo amico Giacinto un uomo baciato dalla fortuna. Il senso: «Se fa lui testa o croce, vinciamo». Facchetti sceglie testa, Scesternev prende croce, l’arbitro lancia e… la moneta si incastra in una fessura. Al secondo tentativo, Facchetti conferma la fama: testa. Quando Giacinto torna in campo di corsa, a braccia alzate, i raccattapalle sono i primi a capire che l’Italia è in finale.
In finale abbiamo la Jugoslavia, che ha battuto gli inglesi, ed è una faccenda complessa. Si gioca a Roma e l’Italia va sotto 0-1. Racconta Domenghini: «Loro giocano meglio, noi siamo in affanno. Poi, a 10 minuti dalla fine, ci danno una punizione. Io chiudo gli occhi e tiro con le ultime forze. La palla supera la barriera e si infila in rete». Pareggio. La monetina, questa volta, non si materializza. Il regolamento prevede la ripetizione della partita e due giorni dopo, il 10 giugno, si rigioca. Gli slavi sono stanchi, Valcareggi invece cambia cinque giocatori e l’Italia è uno spettacolo: 2-0, gol di Riva e Anastasi. All’Olimpico, i tifosi danno fuoco ai giornali, che diventano fiaccole. È una squadra di campioni, da Zoff a Mazzola e Rivera, e la Gazzetta titola “Italia al vertice”. Sono altri tempi anche per i titolisti.




Dibiasi incanta all’Olimpiade di Città del Messico, Thoeni come Zeno Colò Gimondi e Moser sul tetto del mondo, gli azzurri espugnano Wembley
27 OTTOBRE 1968

15 NOVEMBRE 1973

11 FEBBRAIO 1972

31 OTTOBRE 1974

3 SETTEMBRE 1973

5 SETTEMBRE 1977


Lo scudetto arriva in Sardegna: un miracolo sportivo guidato da Gigi Riva Il lombardo, emigrato al contrario, dirà: «È il giorno più bello della mia vita»
13 APRILE 1970

Dodici aprile 1970, domenica pomeriggio, lo stadio Amsicora è un fiume in piena che straripa, attraversa l’isola e avvolge la festa di tutti i sardi. Il Cagliari è campione d’Italia, Gigi Riva ce l’ha fatta. Il miracolo sportivo che poi miracolo non è, perché i rossoblù sono in testa dalla quinta giornata, si compie. Scacciato definitivamente l’assalto nordista della Juventus, la Sardegna si incolla lo storico scudetto sulla maglia. Contro il Bari segna Rombo di Tuono, Bobo Gori fa il bis e alle 17.12, dopo il gol della certezza matematica, comincia il delirio. La Gazzetta del lunedì titola “Scudetto a Cagliari”, i ragazzi cagliaritani marinano la scuola per allungare la festa, Riva dice «è il giorno più bello della mia vita». Già, Riva. Lombardo di Leggiuno, emigrato al contrario, eroe di una squadra diventata grande attorno a lui, costruita da due uomini speciali: Manlio Scopigno, l’allenatore filosofo che amava sigarette e whisky e odiava i ritiri, e Andrea Arrica, il dirigente illuminato che pescò Rombo di Tuono a Legnano, in C, pagandolo 37 milioni nel 1963.
Riva è il capopopolo di un gruppo di giocatori fatto apposta per una Sardegna che allora sembrava lontanissima dal resto d’Italia, non solo geograficamente: «Andavamo a giocare a Milano e Torino e ci chiamavano banditi e pastori. Noi vedevamo solo tante facce da emigranti: minatori, camerieri, operai. La loro gioia era la nostra», raccontava Gigi per descrivere la portata anche sociale dello scudetto sardo. Il numero 11 segna 21 gol, è il re della classifica marcatori, il collante di una squadra che veste l’Isola di felicità. Albertosi prende solo 11 gol grazie al muro alzato dai marcatori Martiradonna, Niccolai e Zignoli e dal libero Tomasini. Domenghini e Gori, insieme a Rombo di Tuono, diventano una macchina offensiva da mille cavalli. Il brasiliano Nenè, nato esterno destro, viene reinventato con successo interno di centrocampo, senza dimenticare il medianone Cera, il numero 10 Greatti, il titolare di riserva Brugnera. Nomi diventati leggenda, gli eroi del 12 aprile 1970.

Per tutti è la partita del secolo, anche per i tedeschi che hanno perso
Due tempi supplementari emozionanti scolpiti nella memoria del Paese
DI PIERFRANCESCO ARCHETTI
17 GIUGNO 1970

Èstata la partita del secolo per tutti, anche per chi ha perso, e ciò rende onore a quel romanzo calcistico che ha per titolo “Italia-Germania 4-3”. Nel nostro Paese, ma pure per i tedeschi, quando si nomina questo match viene subito afferrato di cosa si parli. La data, 17 giugno 1970, è entrata nella storia insieme a una partita che sembrava non finire mai: stadio Azteca, notte europea e asfissiante caldo pomeridiano di Città del Messico, a 2300 metri d’altitudine. Calcio d’inizio alle 16 locali, mezzanotte in Italia. Finisce dopo le due del mattino europeo. I tempi regolamentari quasi normali, i due supplementari invece che diventano una catena di emozioni, da una parte all’altra. L’Italia che scappa dopo otto minuti con Roberto Boninsegna, la Germania, allora ancora Ovest, che pareggia due minuti oltre il 90’ con un difensore del Milan, Karl-Heinz Schnellinger, al suo primo e unico gol in Nazionale. Secondo la testimonianza dell’autore, il tedesco-rossonero si era portato nell’altra area perché più vicina all’ingresso degli spogliatoi. Ma con quella rete dà vita ai supplementari più famosi di sempre. Gerd Müller beffa subito la difesa azzurra, ma Tarcisio Burgnich, difensore di razza, imita Schnellinger, si intrufola in attacco e butta in rete una palla vagante: 2-2. Gigi Riva fa tuonare il suo sinistro per portare avanti l’Italia, ma ancora quel diavolo di Müller sfiora la palla quanto basta per mandare a vuoto Gianni Rivera messo a guardia del palo: 3-3. E proprio Rivera si riscatta nell’azione successiva: la rabbia per l’errore diventa energia per andare a cercare un gol tutto suo. Il piatto destro che spiazza il portiere Sepp Maier diventa un’immagine indimenticabile. Da quella notte sono nate leggende, libri, film, spettacoli teatrali. Una memoria collettiva piena di significati, mai tramontati. Una semifinale del Mondiale (poi gli azzurri persero in finale con il Brasile) che ha avuto altre repliche, tipo la finale Mondiale ’82 o la semifinale del 2006. Italia ancora vittoriosa sui tedeschi, grazie anche a una spinta che arrivava da quella notte messicana del ’70.

A Monaco un commando di terroristi rapisce un gruppo di atleti israeliani Gli ostaggi saranno tutti uccisi, l’eco è enorme ma i Giochi vanno avanti
DI FRANCO ARTURI
6 SETTEMBRE 1972

Sangue e morte sull’Olimpiade. Il luogo della pace universale viene profanato nel modo più straziante. Monaco 1972 diventa il simbolo del male, sotto gli occhi del mondo: un miliardo di persone assistono in diretta tv alle lunghe trattative fra un commando di otto terroristi palestinesi del gruppo Settembre Nero e le autorità tedesche. Gli attentatori, armati fino ai denti, sono entrati di notte nel Villaggio Olimpico, facendo poi irruzione nella palazzina che ospita la delegazione israeliana, in Connollystrasse 31: sono le 4.30 del 4 settembre. Qualcuno riesce a fuggire, altri cercano di opporsi eroicamente all’assalto: vengono subito uccisi Moshe Weinberger, allenatore di lotta, e il pesista Yossef Romano, che si getta contro gli assalitori nonostante sia in stampelle per un infortunio. Il suo corpo viene mutilato e lasciato esposto alla vista per terrorizzare i 9 ostaggi superstiti. I loro nomi: Ze’ev Friedman, David Berger, Yakov Springer, Eliezer Halfin, Yossef Gutfreund, Kehat Shorr, Mark Slavin, Andre Spitzer, Amitzur Shapira.
Alla mattina del 5, cominciano trattative convulse: la testa incappucciata di uno dei terroristi spunta sovente da un balcone della palazzina e diventa l’icona stessa della tragedia. Le tv di tutto il mondo cercano le postazioni migliori per trasmettere in diretta e diventano inconsapevoli alleate dei terroristi, che scoprono sulla loro tv i movimenti sui tetti dei cecchini. La sbalorditiva catena di drammatiche falle nella gestione della crisi da parte delle forze dell’ordine e delle autorità tedesche sfocia in un’ecatombe nella tarda serata del 5 settembre all’aeroporto di Fürstenfeldbruck, dove terroristi ed ostaggi vengono trasportati con due elicotteri: gli attentatori hanno ottenuto la disponibilità di un aereo che li porti al Cairo. Le forze dell’ordine aprono il fuoco, ma i terroristi, prima di essere ridotti al silenzio (cinque abbattuti e tre catturati), uccidono tutti gli ostaggi. Nel terribile scontro, muore anche un poliziotto tedesco. L’eco del massacro è enorme, ma l’Olimpiade, dopo poche ore di stop, continuerà. La decisione del presidente del Cio, Avery Brundage, resta una delle più controverse della storia olimpica.

La squadra di Maestrelli vince il primo scudetto della storia del club
La bandiera Chinaglia e una stagione d’oro vissuta fra gioco, gol e... pistole
DI FRANCESCO PIETRELLA
13 MAGGIO 1974

La Lazio campione d’Italia nel 1974 nasce all’Hotel Americana, lungo l’Aurelia, sulla strada per Fregene. Qui la “banda de’ pazzi” di Tommaso Maestrelli preparava le partite a modo suo, piazzando dei barattoli in cortile e tirando fuori le pistole per scacciare la noia: 44 Magnum, Colt 45, Mitra M16. Una volta, prima di un derby, i tifosi romanisti si presentarono sotto le finestre dei giocatori per dare fastidio, disturbare il sonno. I giocatori li respinsero sparando in aria. La Lazio scudettata era questo, un gruppo di “scalmanati” diviso in gruppetti che in allenamento se le dava di santa ragione, ma che ogni domenica tirava schiaffi a chiunque. Pulici, Petrelli, Oddi, capitan Wilson, Martini, Re Cecconi, Frustalupi, Nanni, D’Amico e Garlaschelli. Lì davanti, col numero 9, Giorgio Chinaglia, per tutti “Long John”, uno di quelli con la pistola. Pulici ha raccontato che prima di ogni trasferta consegnavano le Colt al pilota dell’aereo: «La sua cabina sembrava un’armeria». Una squadra iconica, “di pazzi”, capace di riprendersi lo scudetto perso l’anno prima con una serie di prestazioni memorabili. Il 31 marzo, prima del derby con la Roma, Chinaglia bussa alla porta dello spogliatoio giallorosso: «Vi aspetto in campo», gli dice. E va via. La Lazio vince 2-1 in rimonta. Il rigore decisivo è di Long John, che dopo aver segnato calcia la sfera in curva sud e sfodera il suo dito indice. A Maestrelli il ruolo di secondo padre, poi. Il 14 aprile, sotto 2-1 col Verona a fine primo tempo, intimò ai suoi di restare in campo. Risultato: 4-2 in rimonta. La vittoria manifesto prima della festa del 14 maggio: 1-0 al Foggia con rigore decisivo del solito Giorgio. Ore 17.45, la Lazio è campione d’Italia.
Sarà l’ultimo atto di una squadra maledetta. Re Cecconi fu ucciso da un gioielliere nel 1977 in circostanze mai chiarite. Maestrelli se n’era andato l’anno prima a causa di un tumore. Frustalupi è morto in un incidente d’auto nel 1990. Non ci sono più neanche Wilson, D’Amico, Polentes, Facco e Chinaglia. Garlaschelli, di quella Lazio, disse: «Belli e ribelli. Non c’era niente di normale in noi». Per questo hanno vinto.


L’incredibile Merckx per 7 volte vincitore della Classicissima di primavera
A 30 anni realizza l’ultimo capolavoro. È stato il più forte di sempre
DI DAVIDE CASSANI
20 MARZO 1976

Nel 1976 ho cominciato a correre in bicicletta, avevo 15 anni e sapevo quello che volevo fare da grande, il corridore. Il mio idolo era Felice Gimondi ma quel 19 marzo vinse ancora lui, Eddy Merckx. La Cipressa non esisteva ancora nel senso che entrò nel percorso della Classicissima nel 1982 e il Capo Berta, dopo Diano Marina e prima di Imperia, rimaneva indigesto a tanti.
Nel 1966 Eddy aveva 20 anni e vinse la sua prima MilanoSanremo in volata su una dozzina di corridori. “È nata una stella” i titoli dei giornali, in Belgio lo vedono come il nuovo Van Looy ma la previsione non fu azzeccata. Era molto di più. Si pensava fosse un ottimo velocista, un corridore da classiche, invece diventerà Eddy Merckx il più forte corridore di sempre. Ma vi rendete conto? Sette volte la Milano-Sanremo. Ma non era una lotteria? Una corsa che possono vincere tanti, troppo facile e per questo con il risultato sempre incerto? Non quando c’era il cannibale. Il Poggio era il suo trampolino ideale, altrimenti il Capo Berta dove partì nel 1967 (solo Motta riuscì a resistere) oppure la volata per battere chiunque. Quel 19 marzo del 1976 Eddy aveva 30 anni, sembrava che non fosse più quel corridore fenomenale capace di vincere tutto. Ma la Milano-Sanremo è la sua corsa. La vuole vincere di nuovo, vuole superare le sei vittorie di Costante Girardengo. Sul Capo Berta il primo scatto poi un secondo, un terzo, un quarto e finalmente al quinto tentativo rimane solo. Non sul Poggio, un chilometro prima, sulla via Aurelia. In salita lo raggiunge un giovane belga, Jean Luc Vandenbroucke, che poi batte in volata. «Sono contento, sono contento, sono contento perché non mi sembra vero», dice appena sceso dalla bicicletta. Sembrano le dichiarazioni di un carneade qualsiasi alla sua prima grande vittoria e non di un campione vincitore di 5 Giri d’Italia, 5 Tour de France, 19 classiche monumento, 3 Campionati del Mondo e tanto altro. Quel giorno conquista la sua settima Classicissima di primavera, sarà la sua ultima vittoria importante di un’inimmaginabile carriera.

Il settimo scudetto della storia granata arriva dopo il pareggio col Cesena Non è stato solo un trionfo, ma un evento di portata emotiva incalcolabile
DI ALDO GRASSO
Ci sono alcuni momenti della propria vita che sono così intensi da imprimersi per sempre nella memoria. O forse li teniamo vivi ricordandoli cioè ricostruendoli attivamente, connettendo il ricordo con l’immaginazione, trasformando i fatti in conoscenza. Era tutto vero il 16 maggio 1976 quando il Toro vinse il suo settimo scudetto della storia.
Era vera la tensione che aveva preso posto con noi, sui gradoni del Comunale: Toro 44 punti in classifica, l’altra squadra di Torino 43. Le radioline gracchiavano il resoconto di Perugia, mentre gli occhi erano incollati sul Cesena che stava giocando la partita della vita e ci teneva incollati sullo zero a zero.
Era vero il grido liberatorio, quando i biancorossi infilano la difesa bianconera e si portano in vantaggio con la rete di Curi. Era vera quell’azione insistita nell’area del Cesena, quando il cronometro ha superato l’ora esatta della partita: dopo un cross o una palla messa dentro dalla fascia (era Sala, ma Claudio o Patrizio? Non importa), si crea una situazione caotica in area.
La difesa del Cesena prova a liberare ma il pallone resta lì, vagante nei pressi dell’area piccola e finisce a Graziani che lo tocca. Pulici, sempre pronto in zona gol, legge prima di tutti la traiettoria sporca del pallone e si butta di testa tra i piedi di Danova. Con un volo ad
angelo riesce a battere il portiere da pochi metri. Quell’immagine, che il giorno dopo finirà sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport, diventerà un simbolo. Era vera quell’esultanza di Pulici con le braccia alzate al cielo a significare un riscatto che durava da 27 anni. Era vero che anche quel giorno riuscimmo un po’ a complicarci la vita, perché, dopo un’incomprensione con Castellini, Mozzini regala al Cesena il gol del pareggio con l’autorete dell’1-1. Tuttavia, al triplice fischio dell’arbitro, l’impazzimento è totale, mentre Gigi Radice è furibondo. Non riesce a darsi pace di quel risultato, anche perché gli nega uno straordinario record, praticamente imbattibile: vincere tutte le partite casalinghe del campionato. Era vero il pellegrinaggio a piedi sulla collina di Superga a rendere onore agli Invincibili e a cercare, timidamente, di mettere un piede nella leggenda.
Più volte, rivedendo quel film nella memoria, mi sono chiesto che cosa ha rappresentato quella partita.
Per il tifoso è facile trovare le parole: lo scudetto del 1976 non è stato solo un trionfo sportivo; è stato un evento di una portata emotiva incalcolabile. Per capire cosa abbia significato, bisogna immaginare una città e una tifoseria che per 27 anni sono vissute all’ombra di un lutto inconsolabile e di un complesso di inferiorità verso i “cugini” di successo. Vincere significò finalmente chiudere quel cer-
chio di dolore: il Torino non era più solo “la più forte squadra che fu”, ma tornava a essere la squadra che è; a dimostrazione che il destino, dopo aver tolto tutto, poteva finalmente restituire qualcosa. C’erano i gemelli del gol, Pulici e Graziani, c’era il poeta del gol, Claudio Sala, c’era quel gioco veemente, aggressivo che Giovanni Arpino aveva battezzato come “tremendismo” («una forza che divampa in stadi e piazze»), c’era l’immancabile gessato indossato dal presidente Orfeo Pianelli, c’era il calcio visionario di Gigi Radice capace di portare concetti moderni (marcatura a zona, pressing alto) in un calcio italiano ancora molto conservatore.
Ma per me cosa ha significato? Granata sta per «mela granata» (dal latino «granata mala», frutti granosi, spiega Columella); la melagrana è il frutto che più d’ogni altro simboleggia la fecondità. Non ci si avvicina al grandioso senza una grande infatuazione.
I protagonisti: dalla coppia
Pulici-Graziani a Claudio Sala a Gigi Radice, il mister con il suo calcio visionario

Oggi c’è “Sportweek” che da 26 anni regala approfondimenti e grandi foto Ma il primo supplemento della Gazzetta, “La Domenica Sportiva”, è del 1923
DI MATTEO DORE
20 DICEMBRE 2025

Nel mondo della Gazzetta dello Sport un’importanza particolare è sempre stata riservata ai supplementi settimanali, occasione per offrire prodotti che andassero oltre il quotidiano e la cronaca. L’ultimo, il più conosciuto perché ancora oggi tiene compagnia ai lettori, è “Sportweek”, che ha già superato abbondantemente il quarto di secolo di vita: la data di nascita precisa è il 12 febbraio 2000, 26 anni fa. Voluto dal direttore di allora, Candido Cannavò, guidato all’inizio da Franco Bonera e oggi da Pier Bergonzi, il settimanale della Gazzetta non ha mai cambiato giorno di uscita – il sabato – e nemmeno la sua missione editoriale: affrontare lo sport da un angolo diverso, con approfondimenti, reportage, interviste e un’attenzione particolare all’aspetto visivo. Grandi foto, immagini speciali, con l’obiettivo di emozionare e colpire. E soprattutto il compito di “Sportweek” è sempre stato quello di allargare l’universo Gazzetta aggiungendo pagine dedicate al lifestyle e alla moda. Un giornale maschile che in fretta è diventato il più letto e apprezzato fra i giovani italiani.
Ma “Sportweek” non è nato dal nulla. Ha avuto molti padri, nonni e… bisnonni. Sì, perché i primi tentativi di fare un settimanale sportivo allegato alla Gazzetta risalgono a oltre un secolo fa. Era il 1923 quando entrò a fare parte della famiglia rosa “La Domenica Sportiva”, rivista illustrata dedicata a tutti gli sport, nata nel 1916, che poi sarebbe stata per molti anni il supplemento domenicale del nostro giornale. Più recente “La Gazzetta Illustrata”, settimanale molto moderno su carta patinata, la rivista che ha portato per la prima volta il colore nell’universo Gazzetta: pubblicata tra il 1977 e il 1981, sulla copertina del primo numero c’era una foto di Roberto Bettega con la maglia della Nazionale e appena tre titoli: “Felici verso Wembley”, “Inter-Milan è il derby di Bramieri e Chiari”, “Perché nel basket i giganti sono troppi”. Bisognerà poi attendere l’ottobre 1995 per rivedere in edicola un
supplemento illustrato. Si chiamava “La Gazzetta dello Sport Magazine”, era diretto da Elio Trifari, e la prima copertina aveva Franziska van Almsick a illustrare il tema: “Germania bella e giovane”, un viaggio nello sport tedesco dopo la riunificazione. I lettori chiedevano di più – storie, informazioni, racconti – e Gazzetta era pronta ad accontentarli.
Il Magazine sarebbe poi stato sostituito direttamente da “Sportweek”, praticamente senza interruzioni temporali in edicola se non una breve pausa di poche settimane. Primo numero con Ronaldo, il Fenomeno dell’Inter, e una foto di profilo come a inseguire lo sguardo del brasiliano che interroga il futuro. In anni più recenti la Gazzetta ha poi aggiunto altre iniziative come la “Gazzetta dello Sportivo”, per i praticanti dello sport di ogni livello, “Extra Time”, dedicato al calcio internazionale, e “Fuorigioco” che ha dato un’anima pop al mondo rosa. Supplementi settimanali che si sono trasformati in altre iniziative sul web per essere sempre al passo dei tempi che cambiano. Perché il marchio Gazzetta dello Sport è sempre sinonimo di qualità. Che sia quotidiana o settimanale.

Da “La Gazzetta Illustrata” che debutta con Bettega in maglia azzurra, fino al Magazine che mette sulla prima copertina Franziska van Almsick


Avversari fortissimi, tutti i pronostici contro, un Paese impazzito di gioia Ecco perché la nostra vittoria in Spagna rimane un evento indimenticabile
DI LUIGI GARLANDO
Dovessimo metterci all’occhiello uno dei quattro Mondiali, ci metteremmo senz’altro quello dell’82. Per almeno tre buone ragioni. La prima: il valore degli avversari sconfitti. Sommo rispetto per gli eroi del 2006, ma quelli di Enzo Bearzot, per arrivare in semifinale dovettero far fuori l’Argentina di Maradona e il Brasile di Zico, non Australia e Ucraina, e in finale la Germania di Rummenigge: schierati i più forti giocatori del globo. Seconda ragione: è stato il trionfo meno pronosticato. Più il sogno sembra impossibile, più godiamo quando lo realizziamo. Dopo un penoso girone di qualificazione, contro Polonia, Perù e Camerun, gli azzurri furono travolti dalle polemiche. Ci fu perfino l’interrogazione parlamentare di un deputato che arringò in aula: “Soltanto i ladri guadagnano di più e faticano di meno”. Bearzot fu messo in croce perché aveva lasciato a casa il capocannoniere del campionato (il romanista Roberto Pruzzo) e si era portato lo juventino Paolo Rossi, reduce da due anni di squalifica e da un campionato con 3 presenze e 1 gol. Nella prima parte del Mondiale, Pablito, scarno e fiacco, arrancava. I giornali, che invocavano Altobelli, lo chiamavano Cappuccetto Rossi e Niño de Piombo, opposto a Diego, Niño de Oro. A Bearzot andò anche peggio, scrissero che aveva i lineamenti di una scimmia. Gli azzurri si chiusero a riccio e risposero con il silenzio stampa.
Tracciarono la linea del Piave e organizzarono una clamorosa controffensiva che cominciò con il 2-1 all’Argentina (Tardelli, Cabrini). Ma, per andare avanti, dovevamo battere il divino Brasile. Non ci credeva nessuno. Carmelo Bene sentenziò: «Loro hanno la grazia, noi solo Graziani». E invece quel lunedì al Sarrià nessuno fu più brasiliano di Bruno Conti e Cappuccetto Rossi sbranò il lupo: 3 gol nel leggendario 3-2. Poi Pablito ne fece ancora un paio alla Polonia in semifinale e ci portò tutti in carrozza al Bernabeu per l’atto finale. A quel punto era già scattato l’8 settembre nazionale: repentino cambio di giacca e tutti sul carro del Vecio che a nessuno sembrava più una scimmia.
Ancora Pablito l’11 luglio 1982, al Bernabeu di Madrid, la grande finale con gli avversari di sempre: la Germania. A tifare in tribuna d’onore c’è il nostro Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, seduto accanto ai reali di Spagna e al cancelliere tedesco Helmut Schmidt. Al primo gol del capocannoniere Pablito, che si inginocchia per incornare un cross di Gentile, Pertini esulta a braccia alzate con la pipa in mano: “Gol!”. Al secondo di Tardelli, che rimpicciolisce l’urlo di Munch, Pertini bacia la mano della Principessa Sofia. Al terzo di Altobelli, che sfida come un torero l’orco Schumacher, Pertini urla: “Non ci prendono più!” e – lo ammetterà più tardi – trattiene la mano destra che istintivamente stava per raggiungere il gomito sinistro: “Tedeschi, tiè!”. L’Italia impaz-
zisce di gioia. Ecco la terza ragione per cui quello dell’82 è un Mondiale speciale: succederà ancora di vedere caroselli d’auto, piazze affollate, bandiere alle finestre e gente che si tuffa nelle fontane, ma quella è stata la prima volta. Una festa di popolo che chiudeva simbolicamente un periodo storico tragico, gli Anni di Piombo, quando nelle grandi città uscire di sera era un azzardo. Ci ha guidato fuori dalla notte un Presidente-partigiano, costretto a piangere in tanti funerali di Stato per le vittime del terrorismo, ma senza mai rinunciare alla speranza, al conforto e a una nuova resistenza. Lo stesso Presidente che ha esultato al Bernabeu, mentre Nando Martellini annunciava tre volte: “Campioni del mondo!” La Gazzetta dello Sport lo avrebbe urlato il giorno dopo con una prima pagina storica: “Campioni del mondo!”.
Paolo Rossi
arrancava, Bearzot veniva insultato, il girone di qualificazione era stato penoso. Eppure con l’Argentina, il Brasile e la Germania avvenne l’incredibile

Con il Barone in panchina i numeri di maglia non servivano più
I gol di Pruzzo, gli assist di Falcao: uno scudetto rivoluzionario
DI GIOVANNI FLORIS
La ricordo bene la prima pagina della Gazzetta. Come ricordo il gol del bomber Pruzzo a Genova, il giorno prima. Visto alla radio, naturalmente. Tutto può succedere negli anni ’80. Anche che vinci uno scudetto.
Prima di Liedholm i numeri delle maglie erano scontati: il 5 era lo stopper, il 10 era la mezza punta, il 2 il terzino destro, il 3 il terzino sinistro. Il 6 giocava libero.
Con Liedholm, invece, il 5 vola a tutto campo, il 3 diventa stopper, il 10 diventa il centrale difensivo, ed è anche il regista; la seconda punta indossa il 7, la fascia a sinistra è coperta dal 6.
Le piccole cose fanno capire che può cambiare tutto ancor prima che tutto cambi.
Tutto può succedere negli anni ’80. Sono gli anni in cui il Paese capisce che si deve liberare dal terrore, dalle ideologie più cupe, sono i giorni in cui l’Italia torna a sognare, e prova a immaginarsi ricca e vincente.
Sono nato nel 1967, romano di padre sardo tifoso del Cagliari. In quegli anni il calcio di Liedholm mi venne a prendere a casa, e la forza di gravità mi portò in Curva Sud.
La Roma di Liedholm, la nuova armonia. Tancredi, Nela, Vierchowod, Ancelotti, Falcao, Maldera, Iorio, Prohaska, Pruzzo, Di Bartolomei, Conti. O Dodo Chierico al posto di Iorio, ovviamente.
Due tornanti come in tanti faranno decenni dopo.
Il pallone del Barone passava da un piede all’altro sulla base di un’idea, di una tattica che si imponeva sul caos. E di una strategia rivoluzionaria: nulla poteva più essere dato per scontato. Il terzino destro poteva essere forte sul sinistro, il centrocampista più potente poteva essere l’ultimo argine davanti al portiere. Il più giovane (Valigi) poteva sostituire il più forte del mondo (Falcao), perché una squadra è una squadra, se la guida un Barone.
A quei tempi giocavamo sempre a pallone. Sempre. E se non giocavamo, pensavamo calcio. Coi compagni di scuola passavamo il tempo a scrivere schemi e formazioni schiacciati sul banco, per non farci vedere dalla prof.
A noi calciomani il pallone insegna a vedere il mondo, e noi romanisti all’epoca imparammo che puoi vincere tutto e battere chiunque.
È il 25 ottobre del 1981, e Roma e Fiorentina giocano all’Olimpico: Falcao parte dalla propria area, fa tutto il campo, raccoglie il cross di Nela e con un colpo di tacco serve Pruzzo che insacca di testa. Come può esprimersi meglio il calcio?
Cosa parla meglio di un’emozione? La Juve che vince a Roma, la riscossa immediata a Pisa, con Falcao che segna e si tira su la manica sinistra. La battaglia per i biglietti della finale di Coppa dei Campioni: la notte dei sogni, finita a piangere cantando Venditti al Circo Massimo.
Tutto può succedere negli anni ’80, e tutto può succedere quando sei un ragazzino che ama il calcio.
Era la Roma di Liedholm e del Presidente Viola: la pazienza di costruire, l’intelligenza di pianificare, la furbizia di approfittare dei momenti utili. Il coraggio di sfidare e sfottere il Potere, rimandando indietro un righello, da Ingegnere, al geometra Boniperti.
Allo stadio o davanti alla tv imparavamo che si può vincere l’invincibile ordinando la realtà col ragionamento, e che l’istinto poteva essere messo al servizio di una strategia. Perché «se la palla la abbiamo noi, gli altri non possono segnare».
Solo il calcio può regalarti tutto questo.
Perché allo stadio puoi festeggiare, cantare, prendere in giro gli altri e ridere se gli altri prendono in giro te. Perché arrivi e vedi le tribune che spuntano da dietro l’Obelisco. Perché il campo ti appare di colpo, quando entri nel settore. Perché così era negli anni ’80 e così sempre sarà.
Grazie, Roma.
Il tifoso romanista all’epoca imparò che puoi vincere tutto e battere chiunque

Lo scudetto dell’Hellas entra nella storia come simbolo delle piccole che vincono Un torneo dominato grazie a Bagnoli e agli innesti azzeccati di Elkjaer e Briegel
13 MAGGIO 1985

Verona campione! A Bergamo l’Atalanta passa in vantaggio, ma segna Elkjaer e lo scudetto è sicuro. Esplode la gioia della squadra e la città impazzisce. Sono i titoli de La Gazzetta dello Sport, di lunedì 13 maggio 1985, per celebrare un’impresa davvero “provinciale” che resterà nella storia. Quello della stagione 1984-1985 finì nella città di Romeo e Giulietta e fu lo scudetto dei «terribili nanetti» come li chiamava il loro allenatore Osvaldo Bagnoli: «Io sapevo tutto di loro, loro tutto di me. Bastava un’occhiata» ha raccontato il tecnico. Ecco, è forse proprio questo il segreto principale di una squadra che partì in testa e ci rimase per tutto il torneo. Due sole sconfitte in campionato con l’Avellino in trasferta e il Torino in casa.
Da poco erano state aperte le frontiere ed era consentito prendere due stranieri per squadra: erano arrivati fuoriclasse come Maradona, Platini, Zico, Falcao e Rummenigge. E il Verona? Scelse due giocatori rivelatisi fondamentali per lo scudetto. Il danese Elkjaer e il tedesco Briegel che formavano assieme ad altri 15-16 ragazzotti quel nucleo ristretto composto da nessuna primadonna, ma da tanti ottimi giocatori. Alla guida c’era Bagnoli «che parlava pochissimo ma sapeva sempre trovare la giusta soluzione». E così il 16 settembre, data di avvio del torneo, il Verona tenne a battesimo la prima partita in Italia di Maradona che tornò a casa sconfitto 3-1. E come dimenticare il possente Elkjaer e la sua scarpa persa nel gol alla Juve? Preben vince un contrasto, perde lo scarpino ma va via lo stesso in velocità, dribbla Tacconi e segna con un gran tiro. Diventerà il manifesto dello scudetto. Un altro primattore era Garella: con i piedi parava tutto e teneva la difesa con i due centrali Fontolan e Tricella. A sinistra Marangon spingeva e in mezzo al campo dominava Di Gennaro. E poi Briegel, il carrarmato tedesco che faceva tutto e bene. In attacco oltre ad Elkjaer, «Nanu» Galderisi (che chiuse a 11 reti) e gli scatti di Pierino Fanna che disse: «Allora non ci rendevamo conto che stavamo costruendo un capolavoro». Già, un vero capolavoro.




















Assieme ad Hans Kammerlander raggiunge anche la vetta del Lhotse
Reinhold diventa l’unico scalatore ad aver conquistato 14 Ottomila
DI SANDRO FILIPPINI
17 OTTOBRE 1986

Sono passati 40 anni da quel 16 ottobre 1986 in cui Reinhold Messner, ponendo piede insieme ad Hans Kammerlander sulla vetta del Lhotse, concluse, primo al mondo, la raccolta dei 14 Ottomila. Eppure sono ancora in tanti coloro che sognano di tagliare quel traguardo, anche se oggi è ormai privo di prestigio, ottenuto com’è sulle piste preparate e battute dagli Sherpa e con l’uso intensivo delle bombole con l’ossigeno supplementare, che Messner fin dall’inizio si rifiutò di usare. Ma, pur enorme, non è nemmeno quella la differenza principale fra ciò che fanno oggi i presunti “cacciatori” di Ottomila e quel che, ancora inconsapevolmente, Messner iniziò a fare nel 1970, quando tornò dal Nanga Parbat avendovi aperto – da esordiente sulle montagne più alte della Terra – una via nuova lungo la parete più alta. E avendo poi fatto anche una disperata traversata di quella enorme montagna nel tentativo, vano purtroppo, di salvare il fratello minore, Günther, che con lui era arrivato in vetta. La incolmabile differenza consiste nel fatto che fu proprio Messner a immaginare che fosse fattibile per un uomo salire tutti i 14 colossi della Terra. E riuscì a renderlo possibile fin dal 1975, quando osò affrontare il Gasherbrum I con un solo compagno, l’austriaco Peter Habeler, e in puro stile alpino, senza alcuna preparazione della nuova via di salita. Fin lì, invece, solo le grandi e “lente” spedizioni tradizionali avevano accesso ai permessi di salita degli Ottomila. La leggerezza dello stile alpino voleva dire costi infinitamente inferiori e maggiore velocità, cose che permisero il trionfo del rivoluzionario Messner. Che in quei 16 anni in cui divenne famoso in tutto il mondo arrivò 18 volte (su 30 tentativi) su un Ottomila, stabilendo prime clamorose, come la salita senza ossigeno dell’Everest (1978 con Habeler) o le prime solitarie sugli Ottomila (1978 Nanga Parbat, con vie nuove in salita e in discesa, e 1980 Everest, con una importante variante), o ancora la prima traversata di due Ottomila (i due Gasherbrum, con Kammerlander, 1984).



A Barcellona trionfo in Coppa Campioni: Sacchi e il Milan incantano l’Europa Le emozioni di Italia ’90 fra l’esplosione di Schillaci e la Germania campione



















Lo scudetto della squadra di Mantovani fu un’impresa romantica e sportiva La dimostrazione che in un’epoca di giganti le idee potevano ancora vincere

Oggi la definiremmo una stagione incredibile. O forse irripetibile, e in effetti non è più successo. Ma allora sembrava semplicemente giusta. Dopo il Milan di Sacchi, l’Inter dei record di Trapattoni, il Napoli di Maradona –tanto per capire la concorrenza di una Serie A che guidava il calcio mondiale – e dopo la delusione delle notti magiche di Italia ’90, il campionato prende una deviazione imprevista e bellissima, come ogni viaggio che rivela panorami sorprendenti. Il 20 maggio 1991 la Gazzetta celebra lo scudetto della Sampdoria, l’epifania di un’idea che diventa destino. La costruisce il presidente Paolo Mantovani, il cui nome meritatamente campeggia nel titolo di prima, forte abbastanza da resistere alle offerte per i suoi ragazzi e per convincerli a fare la storia. In panchina, quella vecchia volpe di Vujadin Boskov: stratega supremo, uomo avvezzo alle pieghe della vita, il nonno buono che con la sua leggerezza toglie il peso nella rincorsa al bersaglio grosso.
La Sampdoria è un meccanismo irripetibile, tra l’esperienza di Vierchowod e Cerezo e l’ordine del regista Dossena, la guida del capitano e leader Pellegrini e la spinta di Attilio Lombardo, le facce un po’ così di Pari, Mannini, Katanec, Mikhailichenko, le parate di Pagliuca. E poi loro, il 9 e il 10, formidabili individualmente – come avrebbero dimostrato anche dopo – e inarrestabili insieme. Vialli e Mancini non erano solo una coppia d’attacco: erano una narrazione. Uno aggrediva il pallone come un predatore che conosce la savana, l’altro lo accarezzava come fosse materia viva. Non fu uno scudetto dominato con arroganza, ma costruito con pazienza e con la sensazione crescente che qualcosa di straordinario stesse accadendo. Resta, a distanza di anni, la percezione di un equilibrio perfetto: talento e sacrificio, fantasia e rigore, ambizione e misura. Lo scudetto del 1990-91 non fu soltanto un’impresa sportiva. Fu la dimostrazione che anche in un’epoca di giganti c’era ancora spazio per un’idea. E forse è per questo che lo ricordiamo con una tenerezza particolare: perché appartiene a un calcio che sapeva ancora sorprendersi.









Ad Albertville prima la Compagnoni rifila distacchi abissali a tutte nel SuperG Poi Tomba domina le manche del gigante: doppio oro e una giornata esaltante
19 FEBBRAIO 1992

Che giorno quel giorno. Un giorno mai visto. E forse irripetibile. A meno che magicamente si ripeta quella stessa congiunzione astrale, quella inusuale coincidenza di calendario – merito di un rinvio causa meteo - abbinata alla gara perfetta di due campioni come la Regina e il Re. Martedì 18 febbraio 1992, l’alta Tarentaise – la valle dello sci alpino ai Giochi di Albertville – si tinge tutta d’azzurro. Due trionfi stupefacenti, nel giro di una manciata di ore, che mandano lo sport tricolore in paradiso. L’ora e l’oro della Regina scoccano quando l’Italia è seduta a pranzo. Ci sono 30 mila persone lassù a Meribel, dove il supergigante chiama all’appello la beniamina di casa Carole Merle. Scende col numero 4, la francese. E fa segnare il miglior tempo, che resiste poi all’assalto di tutte le altre grandi favorite: le tedesche Seizinger e Gerg, le austriache Maier, Wachter e Kronberger. La marea di tifosi transalpini già annusa l’inebriante profumo del successo. Ma Carole non si fida ancora. Vuole aspettare la discesa col numero 16 di una ragazza italiana di 21 anni che tre settimane prima, a Morzine, ha vinto proprio in superG la sua prima gara di Coppa del Mondo. E non si sbaglia, Carole. Deborah Compagnoni da Santa Caterina Valfurva, outsider di lusso, scatta alle 12.37, si inventa una discesa capolavoro giù dalla Face du Roc de Fer, lascia tra sé e le avversarie distacchi abissali e da Principessa diventa Regina. Alberto Tomba, invece, è già diventato Re quattro anni prima. Ma i due ori di Calgary non l’hanno saziato. E sulla Face de Bellevarde di Val d’Isére, di fronte a 40 mila spettatori, riconquista l’oro in gigante, primo uomo nella storia dello sci a ripetersi nella stessa disciplina. Più forte della pressione, più forte di agguerritissimi avversari: lo fa da par suo, con due manche da dominatore, con le quali il fenomeno bolognese si mette dietro Marc Girardelli e Kjetil André Aamodt. E l’Italia brinda a una delle giornate più esaltanti della sua storia sportiva. Nulla fa presagire il dramma del giorno dopo, quando la Regina cadrà nel gigante rompendosi i legamenti di un ginocchio. Ma questa è un’altra storia.



Quel drammatico Primo maggio a Imola cambiò la Formula 1
Il pilota brasiliano era un esempio di talento, bellezza e coraggio
DI DANIELE DALLERA
3 MAGGIO 1994

Primo maggio festa dei lavoratori, quasi sempre un ponte dove la gente normale cerca un sole anticipato che dia colore e conforto. Quel giorno del 1994 ha lavorato la morte. Maledetta, non si riposa. Mai, non fa i weekend. Quella domenica si porta via il pilota più forte, ma non solo: lui era il talento, la bellezza e il coraggio, uniti, soci nel dare spettacolo andando a 300 all’ora, superando in staccata l’avversario e il rivale che si poneva fastidioso tra lui e la vittoria. Ayrton Senna aveva un obiettivo che era diventato ossessione: la bandiera scacchi, il segnale del successo. Per questo aveva fatto di tutto per conquistare la macchina più veloce, la Williams, lasciando la McLaren che lo aveva portato a vincere quattro titoli mondiali. Lo guidava questo ragionamento: io sono il migliore, the best, devo quindi correre con la macchina più veloce. Come dargli torto? Ma la realtà a volte racconta altre storie, prende strade diverse, tradisce desideri e volontà. E tra Senna e la Williams non è mai nato quel feeling che porta il pilota alla felicità, difatti il brasiliano era triste, non era tranquillo, aveva cattivi pensieri, addirittura il ritiro. Ma Montezemolo, presidente vincente della Ferrari, racconta che prima di quel weekend del dolore della morte, andò a trovarlo a Bologna confidandogli che prima di dire “basta” avrebbe voluto correre con la Ferrari, il sogno di tutti, anche quello di Ayrton. Il destino non gli diede il tempo di pensare, riflettere, decidere, lo schianto a Imola, dopo quello di Ratzenberger, motivato da problemi tecnici. Indagini, processi, analisi testimonianze, perizie non riuscirono ad alzare completamente il velo del mistero che ha reso la morte di Senna un giallo. Un lutto che fece piangere il mondo intero e che ebbe la forza della rivoluzione: quel dramma cambiò la F1, diventata più matura, responsabile, coscienziosa, intelligente. In due parole mai così importanti: più sicura. Fu l’ultimo miracolo di Ayrton Senna.

Il Milan sul tetto d’Europa, Pantani incanta al Giro, ad Atlanta Giochi azzurri
Il doping di Maradona, gol di Baggio al Mondiale americano, super Lewis







I bianconeri eliminano Real e Nantes e battono in finale l’Ajax di Van Gaal Nascono i gol alla Del Piero con un gioiello davanti al muro giallo di Dortmund
C’è un inizio ed una fine, gloriosa. C’è un po’ di storia, un bel po’ di narrazione e molta verità lungo gli otto mesi, poco più, che hanno raccontato la Juventus campione d’Europa. Il 1996 è l’anno di nascita del gol alla Del Piero: 13 settembre, sotto lo sguardo del “muro giallo” di Dortmund, prima fatica nella coppa più suggestiva dei ragazzi di Marcello Lippi. Alex vira, sterza, prende la mira con una dolcezza innaturale: gol nell’angolo alto, il più alto e nobile. Comincia, così, l’avventura del giovane Pinturicchio e di una squadra che si annunciava alla Champions League dopo un’assenza di ben nove anni e con l’obiettivo di fare più strada possibile. È la stagione che segna una nuova ripartenza dopo l’addio di Roberto Baggio – al Milan per la cifra record di 18 miliardi e mezzo di lire - e i saluti di Kohler, Jarni, Alessandro Orlando. Al capitolo acquisti, la società con al vertice Umberto Agnelli, alla presidenza l’avvocato Vittorio Chiusano e nei ruoli operativi la triade Bettega, Giraudo, Moggi, si rivolge alla solita Sampdoria: il più pagato è Attilio Lombardo, il più esperto il senatore Pietro Vierchowod, il più atteso Vladimir Jugovic. A tutto ciò, il club bianconero aggiunge la mossa Gianluca Pessotto, in arrivo dai cugini granata, e l’attaccante di riserva Michele Padovano dal Genoa, più Juan Pablo Sorin scel-
to dall’Argentinos Juniors. Si comincia e, come detto, sale in cattedra Del Piero: tre gol con il suo marchio di fabbrica nelle prime tre sfide – il già citato Borussia Dortmund, la Steaua Bucarest, il Glasgow Rangers –, tre sonanti successi. Il quarto, in Scozia, vale il pass per i quarti di finale con due giornate di anticipo: si gioca là dove il tifo è religione e là dove vincere trasmette adrenalina pura. A Glasgow, i bianconeri devono essere avvertiti dal delegato Uefa che l’inno Champions è finito perché il boato assordante dello stadio li lascia in mezzo al campo, impietriti, come se la musica non arrivasse alle loro orecchie. Finirà con un poker d’autore e con le firme di Del Piero (sempre lui), Torricelli, Ravanelli, Marocchi. Oltre il girone c’è il Real e a Madrid, il Real, vince, ma i conti rimangono aperti, apertissimi: il 20 marzo, al Delle Alpi, Vialli c’è, Alex segna su punizione, Padovano beffa Canizares ed è semifinale. Ci siamo: la finale di Roma diventa (quasi) un obbligo per una squadra dove talento e sostanza sono facce della stessa medaglia. Il Nantes prova a mettersi di traverso, non ci riesce: la Juventus è all’atto più ingombrante della sua storia perché undici anni dopo la tragedia dell’Heysel può scommettere su se stessa e una vittoria da festeggiare. L’Olimpico è l’ombelico del mondo juventino: davanti, ecco la scuola campione in carica, l’Ajax di Jari Litmanen. Lippi ordina: dovremo essere come loro, più di loro in ogni zolla di
campo. Van Gaal stuzzica: non so chi vincerà, ma so – così il tecnico degli olandesi – che la coppa, in un modo o nell’altro, salirà sul nostro aereo per Amsterdam. In realtà, il maestro sulla panchina dell’Ajax teme la ferocia di Ravanelli e Vialli, li definisce giocatori dall’istinto killer, quello che manca ai suoi. Davanti a Peruzzi, spazio a Torricelli, Ferrara, Vierchowod, Pessotto. Poi, Conte, Sousa, Deschamps e, poi, Del Piero, Vialli, Ravanelli. La Juventus va in fuga con Penna Bianca, pareggia Litmanen. «Avremmo battuto anche l’Impero Romano… quella è stata la Juve più forte di sempre, avremmo dato la vita per il compagno», così Ravanelli. Sarà vero? Sarà stata la Juventus più forte di sempre? Lo sono stati Ferrara, Pessotto, Padovano, Jugovic dagli undici metri: i primi due scelti per la loro saggezza e, quindi, equilibrio. Peruzzi para, Van der Sar guarda. «Se non avessi vinto dopo la sconfitta di Wembley con la Sampdoria in finale mi sarei dato alla latitanza» scherzava Vialli. Ha vinto. Hanno scritto la storia.
Ravanelli: «Quella è stata la Juventus più forte di sempre, avremmo dato la vita per il compagno»

Dopo una lunga trattativa Moratti prende il Fenomeno per 50 miliardi
La delusione del primo campionato e la Coppa Uefa vinta da protagonista
21 GIUGNO 1997

Il sospirato annuncio arriva sulla prima pagina della Gazzetta il 21 giugno 1997 con il titolo “Ronaldo è suo”, che riporta anche le dichiarazioni del Fenomeno («Giorno felice, vengo per vincere lo scudetto»), sollevato dall’esito di una lunga trattativa nella quale è intervenuta anche la Fifa. Il problema riguardava una clausola rescissoria da 48 miliardi di lire che il Barcellona, proprietario del cartellino, cercava di invalidare, un anno dopo averne spesi 30 per comprarlo dal Psv Eindhoven. Alla fine l’arbitrato diede ragione a Massimo Moratti, che fu costretto a pagarne 50 compresi i 2 miliardi di indennizzo stabiliti dal governo del calcio mondiale. Ma erano soldi investiti magnificamente perché Ronaldo, quello vero, aveva all’epoca appena 20 anni ed era già l’attaccante più forte del mondo. Non a caso in quell’estate turbolenta aveva provato ad acquistarlo anche la Lazio, che durante la gestione Cragnotti era incline a operazioni spericolate. Ma Ronaldo scelse l’Inter, senza le esitazioni dell’estate precedente, quando invece aveva preferito la rotta catalana. Moratti lo presenta circa un mese dopo il nostro titolo dal balcone della vecchia sede di via Durini, davanti a migliaia di tifosi che combattono l’afa dell’estate milanese con la speranza e l’ambizione: grazie al centravanti della nazionale brasiliana si potrà competere per il titolo. La storia andrà diversamente, con il grande rimpianto del primo campionato e del discusso contatto in area tra lo stesso Ronaldo e Mark Iuliano nello scontro diretto contro la Juventus, ma Ronaldo riuscirà ugualmente ad alimentare i sogni in una stagione travolgente, nella quale vincerà da protagonista la Coppa Uefa nella finale-derby di Parigi contro la Lazio. Amarissimo si rivelerà invece l’addio, dopo i gravi infortuni al ginocchio, in lacrime sulla panchina dell’Olimpico, a margine di un’altra “finale” contro la Lazio: il 5 maggio 2002 è una macchia indelebile della storia interista per uno scudetto buttato via all’ultima giornata. Ultimo atto anche per Ronaldo, che passerà al Real Madrid dopo aver conquistato il Mondiale con il record di 8 gol in 7 partite. Il Fenomeno è tornato in tempo per il Brasile ma non per l’Inter.







Il 26 agosto 1997 la Gazzetta è sul web: qualche articolo e le breaking news
Adesso la seguono 15,6 milioni di utenti unici al mese ed ha 50 canali verticali
DI ARIANNA RAVELLI
Alle 19.07 di venerdì 4 luglio 1997 l’America di Clinton sbarca su Marte, un mese dopo, alle 3 del mattino di martedì 26 agosto, gazzetta.it sbarca sul web. In Italia la politica litiga per la Bicamerale, a Miami viene ucciso lo stilista Gianni Versace, Internet è ancora un posto che suscita sospetti, paure, o sogni di democrazia diretta. In quel contesto, Gazzetta è il primo quotidiano sportivo nazionale a pubblicare contenuti originali su Internet. In questi (quasi) 30 anni, tutto è cambiato: si è sentito dire spesso che “il digitale è il futuro”, da tempo è il presente, se non il passato prossimo, almeno nei termini in cui lo conosciamo, in attesa di pesare la portata dell’irrompere dell’intelligenza artificiale.
La prima redazione digitale nel 1997 (direttore Candido Cannavò) era composta da 5 giornalisti: produceva breaking news per il rullo dell’ultim’ora e qualche breve articolo. Ma si è capito presto che il lettore digitale merita lo stesso trattamento che riceve sulla carta. L’onda non si è più fermata e gazzetta.it è sempre stata sulla cresta: oggi tutto il sistema digitale Gazzetta conta 15,6 milioni di utenti unici al mese, milioni di persone che scelgono il nostro sito per approfondire tutti i temi dello sport (ci sono 50 sezioni verticali), emozionarsi, seguire le proprie passioni, ovvero la parte migliore di sé. Se la tempestività resta un valore, lo sono
anche di più l’affidabilità e la competenza, la chiarezza, l’equilibrio, la serietà. Perché delle passioni bisogna prendersi cura seriamente.
I giornalisti della redazione online oggi sono più che triplicati, sono entrati tanti giovani nativi digitali, ma il futuro (il presente, anzi) è una redazione integrata che nel suo complesso sappia pensare contenuti carta-web, in un flusso continuo h24. Non si parla più solo di articoli, ma anche di video, newsletter, podcast, speciali G+ dedicati agli abbonati: sono circa 150 contenuti al giorno.
Dalle prime dirette nel 2005, oggi l’area video è in grado di proporre, oltre a ricchi highlights, rubriche, commenti, trasmissioni di produzione propria. Cruciali sono diventati i social: nel 2009 lo sbarco su Facebook e Twitter, nel 2015 su Instagram, nel 2021 TikTok e nel 2023 YouTube. Oggi sono oltre 7 milioni i follower di Gazzetta. Il sito si è via via adattato alle esigenze che mutavano, per esempio alla fruizione su mobile: i restyling sono stati numerosi (2000, 2003, 2007, 2009, 2011, 2014, 2019) prima dell’ultimo, datato 15 settembre 2025, che con il nuovo Primo piano oro dà ancora più evidenza ai contenuti principali. Nel flusso infinito di informazioni i lettori chiedono una gerarchia che li orienti. Così gazzetta.it è diventato il sito sportivo di gran lunga leader nel Paese, un primato che nel tempo si è consolidato. Lo sport è rosa, anche online.
Dalle prime dirette del 2005 alle rubriche, i commenti e gli highlights di oggi. I 7 milioni di follower su tutti i social, le nuove abitudini della fruizione sui cellulari


Una delle prime homepage del sito gazzetta.it, nato nel 1997.






È stata una delle grandi serate vissute dall’Inter in Champions a San Siro Baggio entra dalla panchina nella ripresa e ribalta il Real Madrid
DI LUCA CURINO
26 NOVEMBRE 1998

La lettura delle formazioni quella sera lasciò tutti di stucco, soprattutto il presidente. L’Inter si giocava la qualificazione contro il Real Madrid campione d’Europa, ma tra i titolari Gigi Simoni non aveva inserito Roberto Baggio, l’ultimo gioiello che Moratti aveva aggiunto a una corona in cui brillavano già Ronaldo, Djorkaeff, Recoba, Simeone, Zanetti, Zamorano… Eppure il 25 novembre 1998, 5a giornata dei gironi di Champions, proprio Zamorano, deviando un tiro di Ronaldo, portò l’Inter in vantaggio, reso vano dal pari di Seedorf. Finché a 20’ dal termine Simoni sostituì il cileno con Baggio. E Robi, quasi sui titoli di coda di una serata drammatica, in 5 minuti illuminò San Siro, prima dall’altezza del dischetto e poi, a tempo scaduto e maglietta di fuori, con un dribbling su Illgner per il 3-1. Un’apoteosi anche per Moratti che dopo il primo dei due gol era scattato in tribuna urlando all’indirizzo di Simoni: «Te l’avevo detto!».
L’indomani la Gazzetta titolò a tutta pagina “Fantastico Baggio”, sottolineando come con la sua doppietta avesse praticamente ipotecato la qualificazione. Forse non fu il momento più alto della sua carriera, ma fu sicuramente il più alto dei suoi due anni all’Inter. Prima e dopo, infatti, Baggio ha dato saggio della sua classe – resiliente alle atrocità degli infortuni – con ogni maglia indossata, da quella viola a quella azzurra, passando per Juve, Milan, ma anche Bologna e Brescia. Una classe che era pure specchio dell’animo: non si è mai atteggiato a primadonna, a protagonista, benché per tutti lo fosse. («Là dentro c’è un ragazzo che batte le punizioni meglio di me», disse uscendo dalla Pinetina dopo uno dei primi allenamenti: era il giovane Pirlo.) In rapporto al talento, forse il più cristallino germogliato in Italia, tutto sommato Baggio ha vinto poco (due scudetti, una Uefa), però gli è stato riconosciuto con il Pallone d’Oro del 1993. Quella notte è rimasta indimenticabile per gli interisti e per Moratti, oltre che nella memoria collettiva. Perché Baggio è stato un patrimonio nazionale.

Dopo lo scudetto della Lazio del 1999-2000 arriva il tricolore giallorosso Il presidente Sensi non bada a spese e regala a Capello una super squadra
DI ANDREA PUGLIESE
18 GIUGNO 2001

C’era la Lazio che aveva appena vinto il secondo tricolore, un’onta per i romanisti da cancellare subito. Per vanto, orgoglio e predominanza cittadina. E allora, nell’estate del 2000, il presidente Franco Sensi non badò a spese, portando a casa tre giganti: Samuel, Emerson e Batistuta (più Zebina e il ritorno di Balbo), anche grazie allo sbarco in Borsa del 23 maggio. L’obiettivo era uno solo: “scucire” il tricolore dalle maglie biancocelesti. Operazione completata, con uno scudetto festeggiato per mesi che ha trasformato il dolore in estasi. A portare il vessillo in porto furono soprattutto tre uomini: Fabio Capello, Francesco Totti e Gabriel Omar Batistuta. Alla presentazione dell’argentino arrivarono 20 mila tifosi, con Bati che prese la 18 perché la 9 ce l’aveva già Montella, altro gigante di quel trionfo. Eppure le premesse non erano state delle migliori con la rottura del crociato di Emerson in allenamento e la contestazione di settembre, dopo l’eliminazione in Coppa Italia con l’Atalanta. Capello varò la sua rivoluzione con un 3-4-1-2 duttile e due mosse decisive: la difesa con le tre torri (Samuel, Zebina e uno tra Zago o Aldair) e un trequartista d’oro, Totti. In più Cafu e Candela a costruire sulle fasce, Zanetti e Tommasi a lavorare in mezzo e davanti la meraviglia: Totti alle spalle di Batigol e uno tra Delvecchio (che faceva pure il centrocampista aggiunto) o Montella (fece storia la bottiglietta lanciata a Capello a Napoli). Si iniziò con un 2-0 al Bologna e si finì con il 3-1 al Parma, il 17 maggio, nel delirio di un Olimpico stracolmo di gioia. Batistuta fece 20 gol in 28 partite, Sensi iniziò presto a “corteggiare” Cassano e Totti si divise a lungo tra le magie in campo e le querelle legate al rinnovo di contratto. Che arrivò il 9 maggio, dopo otto mesi di trattative e le lusinghe di Milan e Real Madrid. In mezzo, la lunga sfida con Lazio (l’autogol di Negro fece storia) e Juventus, i colpi di Nakata (decisivo nel 2-2 di Torino) e Assunçao (il mago delle punizioni) e gli esodi infiniti della gente giallorossa in giro per l’Italia. Quindi il Parma, le reti di Totti, Montella e Batistuta e la festa infinita. Con quasi un milione di persone al Circo Massimo.

















Il fenomeno della Ferrari in Francia festeggia il titolo di F.1 dopo appena 11 gare E diventa una leggenda raggiungendo Fangio in vetta ai piloti con più titoli
DI GIULIA TONINELLI
22 LUGLIO 2002

Passato e presente si rincorrono, si inseguono, si superano. E poi si trovano a metà dentro record eguagliati, in spazi del tempo impossibili da dimenticare: per Michael Schumacher uno di questi è arrivato in una calda domenica di fine luglio 2002, in Francia. Era l’anno della supremazia assoluta della sua Ferrari, al centro di un dominio che ha segnato una delle epoche più amate dagli appassionati di Formula 1: a Magny-Cours, a sei Gran Premi dalla fine del campionato su un totale di soli diciassette complessivi, il campione tedesco ottenne i punti necessari per laurearsi campione iridato per la quinta volta in carriera. Lo fece superando i quattro successi di Alain Prost e raggiungendo, in vetta all’olimpo dei campioni, l’unico pilota che allora deteneva questo record: il mitico Juan Manuel Fangio. L’arrivo di questo successo era nell’aria ormai da mesi, perché, nei primi dieci appuntamenti stagionali disputati, il Kaiser aveva ottenuto ben sette vittorie, imponendosi come leader assoluto con un terzo posto in Malesia come peggior risultato del campionato. In un periodo storico che vedeva assegnati solo dieci punti per la vittoria di una gara, Schumacher viaggiava - prima del GP di Francia - con 86 punti in classifica, 54 più del compagno di squadra Rubens Barrichello, secondo in campionato. L’obiettivo dichiarato a Magny-Cours era quindi molto chiaro: chiudere i conti già in estate e segnare così l’egemonia assoluta di una squadra - e di un pilota - senza rivali. Il tedesco della Ferrari, che fino a quel momento in stagione aveva commesso pochissimi e irrisori errori, si ritrovò invece proprio in Francia a gestire una gara turbolenta: prima una svista in corsia box che gli valse un drive-through e un GP in salita, poi l’olio in pista della Toyota di Allan McNish, che costò a Kimi Raikkonen la leadership della gara, con il clamoroso ritorno in prima posizione di Schumacher a soli quattro giri dalla fine. Con una vittoria che gli valse un titolo solo: leggendario. Come Fangio, l’eroe appena raggiunto. E come la sua Ferrari, che due GP dopo - in Ungheria - avrebbe conquistato il dodicesimo titolo Costruttori, in un altro tassello della loro storia insieme.










Dopo la sofferta semifinale con l’Inter i rossoneri piegano ai rigori la Juve
A Manchester si esalta il brasiliano e l’ucraino dal dischetto non perdona
DI ANDREA RAMAZZOTTI
Il Milan è salito sul trono d’Europa per la sesta volta nella sua storia, la quarta dell’era di Silvio Berlusconi, al termine di una cavalcata iniziata ad agosto e conclusa il 28 maggio 2003 all’Old Trafford di Manchester, nella finale vinta ai rigori contro la Juventus. L’ultimo penalty, quello con cui Andriy Shevchenko ha regalato ai rossoneri la coppa spiazzando Gigi Buffon, è diventato una delle “cartoline” più iconiche della storia del club e ha permesso a Paolo Maldini di alzare il trofeo più ambito del Vecchio Continente esattamente a quarant’anni di distanza da suo padre Cesare, che lo aveva sollevato il 28 maggio 1963 a Wembley contro il Benfica.
Che non sarebbe stata un’annata avara di soddisfazione come le tre precedenti, i tifosi del Diavolo lo hanno capito negli ultimi giorni del mercato estivo: mentre l’Inter ha ceduto al Real Madrid il Fenomeno Ronaldo, l’ad Galliani ha strappato alla Lazio Alessandro Nesta. Un innesto chiave per la difesa dopo che erano già arrivati due parametri zero come il danese Tomasson dal Feyenoord e soprattutto Rivaldo, Pallone d’Oro 1999, dal Barcellona, oltre a Seedorf e Simic, rossoneri grazie a un doppio scambio con l’Inter (Coco e Ümit Davala ad Appiano Gentile). Il “regalo” Nesta è diventato possibile grazie ai soldi garantiti dall’accesso alla fase a gironi della Champions, traguardo conquistato sul campo visto
che allora l’Italia qualificava direttamente alla coppa europea più prestigiosa tre formazioni, mentre la quarta doveva guadagnarsi il pass nel terzo turno dei preliminari. Contro lo Slovan Liberec vittoria per 1-0 nell’andata a San Siro grazie a una rete di Filippo Inzaghi; al ritorno affermazione in rimonta dei cechi, un 2-1 (a bersaglio ancora Superpippo) che ha permesso alla formazione di Ancelotti di proseguire il cammino perché, a parità di risultati e gol fatti, le reti realizzate in trasferta valevano doppio.
Meno complicato il cammino prima dell’inizio della fase a eliminazione diretta che prevedeva due gironi. Nel primo girone, qualificazione conquistata con quattro successi di fila: 2-1 al Lens a San Siro, 4-0 sul campo del Deportivo La Coruna, 2-1 in casa del Bayern e ancora 2-1 al Meazza contro i tedeschi. Ininfluenti gli ultimi due ko e primo posto. Nel secondo gruppo stesso rendimento e quattro vittorie consecutive, tutte per 1-0: a San Siro contro il Real, sul campo del Borussia Dortmund, in casa contro la Lokomotiv Mosca e poi nella capitale russa. Il Milan è così volato ai quarti con l’autostima molto alta grazie alla vena realizzativa di Inzaghi, due reti nei preliminari, altre nove nella fase a gironi.
Il Milan ha funzionato come un orologio svizzero grazie al modulo “ad albero di Natale” ideato da Ancelotti, un 4-32-1 nel quale convivevano il regista Pirlo, Seedorf e Rui Costa con l’incontrista Gat-
tuso (Ambrosini e Brocchi pronti a entrare) più Rivaldo e Inzaghi, in attesa di uno Sheva all’inizio infortunato. Nei quarti l’avversario è stato l’Ajax e lo 0-0 all’andata in casa degli olandesi non ha lasciato tranquilli. Anzi, al ritorno il solito Inzaghi ha portato avanti il Diavolo, Litmanen ha pareggiato, Shevchenko ha firmato il 2-1, ma a 12 minuti dal termine il 2-2 di Pienaar ha gelato San Siro. Nel recupero il 3-2 di Tomasson che ha spinto in rete un pallonetto di Inzaghi e ha permesso l’accesso alla semifinale con l’Inter. Le due sfide contro i nerazzurri di Cuper sono state piene di tensione: 0-0 all’andata in casa del Milan, con verdetto rinviato al ritorno quando Shevchenko ha portato in vantaggio i rossoneri. A quel punto all’Inter sarebbero servite due reti per passare: Martins ha segnato l’1-1, ma Ancelotti ha resistito grazie a una parata super di Abbiati su Kallon ed è volato in finale contro la sua ex Juventus. A Manchester il sogno del Milan è diventato realtà: partita tiratissima con un gol annullato a Shevchenko, un miracolo di Buffon su Inzaghi e Ancelotti che ha limitato gli avversari con una difesa a quattro formata soltanto da centrali di ruolo: Costacurta e Kaladze sulle fasce, Nesta e Maldini in mezzo. Ai rigori il grande protagonista è stato il portiere brasiliano Dida che ha respinto le conclusioni di Trezeguet, Zalayeta e Montero, mentre Shevchenko, all’ultimo tiro, ha dato il via alla festa del Milan.

La misteriosa morte di Pantani e i trionfi italiani ai Giochi di Atene
Il Milan e la beffa di Istanbul: dal 3-0 al 3-3, poi la sconfitta ai rigori






















































































































































































































































In Germania la Nazionale di Lippi passa dal caos di Calciopoli alla vittoria
La finale con la Francia, la testata di Zidane e il titolo iconico della Gazzetta
DI FABIO LICARI
Tutto vero!, strilla la Gazzetta il giorno dopo la notte più bella del nostro calcio. È il quotidiano più venduto di sempre, oltre 2 milioni di copie. Tutto vero, ma facciamo ancora fatica a crederci, mentre la gente urla nelle piazze da Milano a Palermo e Roma si prepara al rito profano al Circo Massimo, un milione di persone, forse due, per veder sfilare gli “eroi di Berlino”. Possibile? Noi campioni del mondo ventiquattro anni dopo Bearzot, Rossi, Zoff e Conti?
Sì. Più forti del Brasile di Ronaldinho, della Francia di Zidane, della Germania di casa. Noi, partiti nel caos di Calciopoli, con l’Italia sotto attacco a Coverciano. Tifosi e opinione pubblica chiedono le dimissioni di Lippi, Cannavaro e Buffon, i tre eroi azzurri dal debutto con il Ghana fino alla finale. Eppure è tutto vero, a Berlino abbiamo sollevato la coppa al quinto rigore di Grosso. Siamo stati più forti, più compatti, più “squadra”. Una dote naturale che però non porta a niente, come dice Lippi, se non c’è il materiale. E il materiale c’è, eccome. S’era capito nei mesi precedenti, quando avevamo strapazzato in amichevole, si fa per dire, Germania (4-1) e Olanda (3-1). E quando poi Lippi aveva recuperato Totti, reduce dal gravissimo infortunio che avrebbe steso un toro, ma non il romanista, fondamentale per gli equilibri che il ct aveva in mente.
Hai voglia a dire Italia “all’italiana”, difensiva, eccetera. È un’Italia equilibrata. Partita con due punte (Gilardino e Toni) più Totti nel 4-3-3/4-3-1-2, e aggiornata in corso di torneo nel 4-2-3-1. Fuori una punta (Gilardino più spesso) e dentro un equilibratore. Perrotta a sinistra e Camoranesi sull’altra fascia garantiscono attacco, difesa e protezione alla straordinaria coppia centrale Pirlo-Gattuso. Dietro, con Buffon, una linea insuperabile con Zambrotta, Nesta, Cannavaro e Grosso. Più Materazzi, Zaccardo, Barzagli, De Rossi e Del Piero primi a subentrare. Si vede che siamo forti quando cominciamo alla grande, battendo 2-0 il Ghana (Pirlo, Iaquinta), pareggiando con gli Usa 1-1 (Gilardino) con espulsione di De Rossi, e superando 2-0 la Repubblica Ceca (Materazzi, Inzaghi). Gli incroci degli altri gironi ci spalancano la strada verso la semifinale: non possono opporsi Australia (1-0 negli ottavi, Totti su rigore) e Ucraina (3-0 nei quarti, 2 Toni e 1 Zambrotta). Poi il capolavoro nella semifinale con la Germania, la partita più bella, risolta tra il 119’ e il 121’ dall’uno-due Grosso-Del Piero, con quattro punte in campo. È 2-0 storico, è finale.
Finale meravigliosa, ma anche triste. Lippi in conferenza si lascia sfuggire «tanto è questione di poco», rivelando la sua intenzione di dimettersi dopo il fischio finale, qualunque sia il risultato. Sarà di parola, dopo aver consegnato alla storia il nostro successo più bel-
lo dall’82. Senza perdere una partita, subendo soltanto due gol (un’autorete e un rigore) e superando la Francia. Loro sono fortissimi, ma a Berlino hanno la meglio gli azzurri.
Rigore di Zidane, pari di testa di Materazzi, supplementari. Proprio i due goleador sono protagonisti dell’episodio chiave: l’azzurro provoca, il francese perde la... testa e gli rifila una pericolosissima testata sul petto. L’arbitro Elizondo non vede, ma se ne accorge (a video e non ufficialmente) il quarto uomo Medina Cantalejo che lo segnala. Prima Var storica? Forse. E “rosso” inevitabile. Se la Francia avesse vinto ai rigori, magari con tiro decisivo dello stesso Zidane? Invece Zizou è fuori. Dal dischetto non sbagliano Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero e infine Grosso, mentre Trezeguet fallisce, rendendo inutile l’ultimo tiro francese. Campioni del mondo. Tutto vero. Verissimo.
A
Berlino apre Zizou e pareggia Materazzi, poi si arriva ai rigori. Gli azzurri non sbagliano, Trezeguet sì

Designazioni arbitrali manipolate, campionati condizionati: scoppia “Calciopoli” Nel luglio 2006 arrivano le prime sentenze per Juve, Fiorentina, Lazio e Milan
DI ELISABETTA ESPOSITO
15 LUGLIO 2006

Stangatona! Così titolava la prima pagina della Gazzetta del 15 luglio 2006. L’Italia era ancora inebriata dal trionfo mondiale degli azzurri di Lippi a Berlino, quando uno scossone partito dai palazzi della giustizia calcistica travolse il Paese. Erano arrivate le prime sentenze dello scandalo di “Calciopoli” che il nostro giornale aveva scelto di chiamare “Moggiopoli”. Una serie di penalizzazioni collettive mai viste prima, neanche negli anni del calcioscommesse. Candido Cannavò, nel suo fondo ben visibile anche in questa prima pagina, definì quella giornata “La Norimberga del calcio”. E saltano all’occhio le macrosanzioni della Commissione d’Appello Federale (la Caf) che sconvolsero il nostro campionato e i tifosi di tutta Italia: Juventus retrocessa in Serie B con 30 punti di penalizzazione, revoca dello scudetto del 2005 e non assegnazione di quello appena vinto; Serie B anche per Fiorentina e Lazio con 12 e 7 punti di penalizzazione alla partenza della nuova stagione; al Milan venne rifilato un -44 punti sul campionato precedente, con annessi saluti alla qualificazione in Champions, e partenza nella Serie A 2006-07 con un ingombrante -15. Sono passati 20 anni, vale la pena ricordare a grandi linee che cosa fosse successo. Al centro di tutto c’erano i condizionamenti dei campionati 2004-05 e 2005-06, soprattutto attraverso la manipolazione delle designazioni arbitrali. C’era stata una pioggia di intercettazioni, alcune pesantissime, tra dirigenti, designatori, arbitri. Un disastro che aveva portato a una serie di inibizioni per i nomi più in voga del calcio di allora: 5 anni a Moggi e Giraudo (con richiesta di radiazione), 4 anni a Diego Della Valle, 3 anni e 6 mesi a Lotito, 1 anno a Galliani, 2 anni e 6 mesi al designatore Pairetto, 4 anni e 6 mesi al presidente Figc Carraro, per citarne alcune. Fecero ricorso tutti e alcune pene nella sentenza definitiva della Camera di conciliazione e arbitrato del Coni vennero notevolmente ridotte: 8 mesi per Diego Della Valle, 4 mesi per Lotito, 5 mesi per Galliani, ammenda per Carraro. Solo la Juve finì in Serie B. Tanto che il 26 luglio la Gazzetta titolò: “Stangatina!”. Ma non finì qui. Moggi e Giraudo vennero radiati nel 2011.

TECHNOGYM CHECKUP
Potenzia il tuo percorso di precision training con Technogym Checkup, la stazione di valutazione olistica che misura sei parametri fisici e cognitivi per stabilire la tua Wellness Age. Dopo l’analisi, Technogym AI Coach utilizza i tuoi dati per creare un programma di allenamento personalizzato su Technogym App, così potrai allenarti ovunque e in qualsiasi momento, ottenendo risultati misurabili.
Technogym Milano, via Durini, 1 Chiama l’800 707070 o visita technogym.com
Le tragedie nel calcio e il Milan che fa collezione di coppe internazionali All’Olimpiade di Pechino impresa Vezzali. La scomparsa di Cannavò







La nuotatrice veneta resta l’unica italiana ad aver vinto un oro olimpico
DI STEFANO ARCOBELLI
14 AGOSTO 2008

Federica Pellegrini il 13 agosto 2008 a Pechino vinse i 200 stile libero e diventò la prima olimpionica italiana del nuoto. “Per fortuna abbiamo Fede” titolò la Gazzetta. “Una testona nella storia”. Fede infatti aveva ribaltato la delusione del precedente quinto posto nei 400 sl reagendo con un’impressionante ferocia agonistica. Vincere il titolo olimpico con il record mondiale è il massimo: Fede ci riuscì nei 200 sl in 1’54”82, polverizzando di 63 centesimi il suo precedente primato stabilito in batteria, bruciando al tocco di 15 centesimi la slovena Sara Isakovic, e lasciando di bronzo la cinese Pang nonché sotto il podio la star americana Katie Hoff. Una gara d’istinto, sempre in testa e col brivido di una beffa evitata. La finale più veloce della storia fu sua, di quella veneta di Spinea dotata di testa, classe, cuore e personalità come poche. La Pellegrini entrò così nella leggenda dopo essere diventata – con l’argento di Atene 2004 –a sedici anni l’azzurra più precoce sul podio olimpico. Ancora oggi la Pellegrini è l’unica italiana ad aver vinto l’oro olimpico nel nuoto. Ha rotto il tabù, ha ingaggiato tante battaglie anche fuori dall’acqua, ha dimostrato che le italiane non avevano più complessi e potevano dominare (11 record mondiali, 8 mondiali sempre sul podio nei 200 sl e 5 finali olimpiche consecutive come nessun’altra donna). Un’icona che ha contribuito con le sue medaglie e le sue imprese a trasmettere a migliaia di ragazzine la passione per il nuoto. Fede ha vinto tutto in carriera, si può definire la più grande duecentista dello stile libero per la continuità in quasi vent’anni. Nel Water Cube di Pechino l’incantesimo spezzato da Federica fece emozionare tutti: «Finalmente» fu la sua prima esclamazione. Lo show continuò anche sul podio: la Fede d’oro baciò, accarezzò la medaglia (tantissimo) desiderata, batté le mani al ritmo dell’inno di Mameli. Coinvolse tutta la piscina. Anche i favolosi cestisti della nazionale americana rimasero stregati da Fede: Kobe Bryant, Lebron James, Chris Paul, Carmelo Anthony. Fecero bene a esserci nel giorno magico della popolare Pellegrini, ritiratasi nel 2021 e ora mamma felice. E sempre superstar. Proprio così: per fortuna abbiamo (avuto) Fede...









































































































































































































































































































































































































Rossi a Sepang all’età di 30 anni conquista il suo nono titolo mondiale È l’apice di una carriera straordinaria iniziata a 18 anni con l’Aprilia 125

Altro che bollito e pronto al ritiro. «La gallina vecchia di solito è buona per il brodo, qui invece ce n’è una che è riuscita a fare un altro uovo.» Solo Valentino Rossi poteva prendere in prestito un proverbio e inventarsi una scenetta per festeggiare il nono titolo mondiale, beffandosi di chi lo dava già per finito. Irridente, guascone e showman. Un fenomeno in sella e giù dalla moto. Ha 30 anni quando conquista a Sepang la sua ultima corona iridata, battendo i ragazzini terribili Casey Stoner e Jorge Lorenzo, compagno di squadra alla Yamaha. È il trionfo della maturità, l’apice di una carriera leggendaria. Lo sbarbatello che a 18 anni faceva magie sull’Aprilia 125, rubando la scena al grande Max Biaggi, e che poi ha dominato in 250, in 500 con la Honda e in MotoGP attraversando l’era dei motori a due e quattro tempi, adesso è il campione consacrato che non vuole abdicare. La gallina vecchia che fa ancora uova d’oro. Alla faccia dell’età e dei rivali che lo incalzano. In Malesia, nel giorno della consacrazione che rende tutti gli italiani “Rossi di gioia”, corre da tigre sfoderando gli artigli. Il vantaggio in classifica è un’ipoteca sul Mondiale, ma c’è la pioggia a complicare tutto: Valentino scatta come una fionda al via, ma arriva lungo alla prima curva e retrocede in decima posizione, mentre Lorenzo è partito dai box per un problema alla moto e gli piomba subito alle spalle, riuscendo a superarlo. Allora il Dottore sale in cattedra, risponde con un attacco che affonda lo spagnolo. E comincia una rimonta di puro orgoglio fino al terzo posto, rischiando oltre il dovuto pur di non accontentarsi: «Volevo festeggiare il titolo sul podio». È l’epilogo di una stagione 2009 memorabile, con sei vittorie e perle di rara bellezza come il sorpasso su Lorenzo nell’ultima curva dell’ultimo giro a Barcellona, ma anche momenti difficili fra cui la sconfitta al Mugello, dove aveva vinto nove volte. «Contro Stoner e Lorenzo era come giocare tutte le domeniche contro Inter, Milan e Juventus», dirà Vale. Ma a lui le imprese facili non sono mai piaciute.


























































































La Champions dopo scudetto e Coppa Italia: un 2010 indimenticabile per i nerazzurri
Milito schianta il Bayern in finale con una strepitosa doppietta
DI SEBASTIANO VERNAZZA
SoloInter, tutto attaccato, titolava la Gazzetta dello Sport di domenica 23 maggio 2010, il giorno dopo il trionfo a Madrid nella finale di Champions League contro il Bayern Monaco. Un chiaro richiamo a uno degli inni del club, scritto da Elio delle Storie Tese: «E mi torna ancora in mente l’avvocato Prisco/ Lui diceva che la Serie A è nel nostro DNA/ Io non rubo il campionato/ Ed in Serie B non son mai stato/ C’è solo l’Inter, per me, solo l’Inter». È l’estratto che ancora si ascolta a San Siro per le partite dell’Inter. In quel 2010, Calciopoli era finita da poco e l’Inter si prendeva tutto, con gli interessi: Champions League, scudetto e Coppa Italia. Il Triplete. Massimo Moratti, il presidente, si congiungeva al padre, vinceva la massima competizione europea, come il papà aveva fatto nel 1964 e nel 1965, quando si chia-
Massimo Moratti
vince la Coppa che suo papà aveva alzato nel ’64 e nel ’65. Dal capolavoro col Barça alla vittoria di Madrid sui tedeschi
mava Coppa dei Campioni. José Mourinho si congedava come meglio non avrebbe potuto, all’apogeo del suo biennio interista, consapevole che sarebbe stato impossibile, o quasi, ripetersi. Meglio andarsene sul più bello, non macchiare i ricordi con la parte discendente della parabola. Mou sarebbe passato al Real Madrid e nessun tifoso nerazzurro gli avrebbe mai portato rancore, perché, lo sa lo stesso Mourinho e lo sanno i tifosi, in nessun posto lo Special One si è mai sentito a casa e immerso nella realtà come nella Milano nerazzurra.
Descrivere l’Inter del Triplete è facile: era un monoblocco di marmo pregiato, impossibile da scalfire e da spostare. Poggiava su una difesa sigillata con il silicone. Julio Cesar in porta, Samuel e Lucio centrali, Maicon a destra e Chivu, proprio lui, l’allenatore di oggi, a sinistra. Julio Cesar acchiappava i sogni, le nuvole e i palloni. Samuel e Lucio erano gli sceriffi e cacciavano i molestatori dal saloon. Maicon sembrava la volontà di potenza fatta terzino. Dall’altra parte, Chivu bilanciava ed equilibrava. A centrocampo, Zanetti correva, Cambiasso e Thiago Motta tessevano e dirigevano. Sulla trequarti, Sneijder creava. In attacco, Eto’o, Milito e Pandev si intersecavano a meraviglia. Un combinato pazzesco di diverse scuole calcistiche. In quell’Inter c’era un’anima brasiliana forte (Julio Cesar, Maicon, Lu-
cio e Thiago Motta), abbondava l’Argentina (Zanetti, Cambiasso e Milito), erano rappresentate l’Olanda (Sneijder), l’Africa (il camerunese Eto’o) e l’irregolarità geniale della ex Jugoslavia (il macedone Pandev più il serbo Stankovic). E l’Italia? L’Italia era rappresentata da Marco Materazzi, l’uomo del gol nella finale del Mondiale 2006 contro la Francia, partita in cui fece deragliare Zidane. In panchina, un portoghese di mondo, il Mago del nuovo millennio. Come Helenio Herrera, suo predecessore nelle finali di Coppa Campioni vinte dall’Inter, Mourinho era (è) un maestro nell’arte della comunicazione, della provocazione, dell’immaginazione.
La finale del Bernabeu campeggerà per sempre negli albi d’oro e nei ricordi, ma la partita del cuore rimane il ritorno della semifinale contro il Barcellona al Camp Nou. L’Inter in 10 per l’espulsione di Thiago Motta; Mou che appoggia una mano sulla spalla di Pep Guardiola, allora suo giovane collega; la resistenza interista a oltranza, con Eto’o terzino, a difesa della sconfitta per 1-0 che avrebbe comunque qualificato i nerazzurri, dopo il 3-1 dell’andata a San Siro. Il filo era sottile, sarebbe bastata una rete al Barcellona per guadagnarsi la finale del Bernabeu, ma quell’Inter non cedeva un centimetro, assorbiva le magie di un Messi poco più che ventenne, e si meritò la gloria di Madrid. C’era solo l’Inter, nel calcio del 2010.






















È il primo scudetto dell’era Armani e il 26° del club milanese
Le emozioni della serie finale con Siena e un grande protagonista: Gentile
DI NINO MORICI
28 GIUGNO 2014

Alessandro Gentile aveva 5 anni quando l’Olimpia vinceva lo scudetto del 1996. Nemmeno lui, figlio del grande Nando, immaginava che 18 anni dopo gli sarebbe toccato l’onore di alzare il trofeo davanti agli occhi di Giorgio Armani. La bellezza di 6605 giorni di attesa, la più lunga nella storia del club. Il 27 giugno 2014 si consuma un passaggio di consegne. Dalla Mens Sana all’Olimpia. La prima immersa nel gorgo giuridico che la cancellerà per sempre, la seconda pronta a diventare regina dopo aver conquistato la stagione regolare con gli ex senesi Daniel Hackett, Kristjan Kangur, David Moss e coach Luca Banchi. Quella stagione di Milano su un’altalena: l’avvio con un ko a Brindisi (80-88); a Natale, dopo il quinto scivolone in 11 partite, l’arrivo di Hackett con MarQuez Haynes spedito a Siena; in Coppa Italia l’eliminazione ai quarti contro Sassari. In Eurolega momenti di esaltazione fino al 3-1 incassato nella serie contro il Maccabi. Ma nel momento più importante della stagione arriva la striscia da 21 vittorie di fila.
Alle Finali che scattano il 15 giugno Milano approda dopo il 3-2 a Pistoia nei quarti e il 4-2 alla Dinamo Sassari. La Siena di Marco Crespi fa più o meno lo stesso percorso: 3-2 a Reggio Emilia e 4-1 a Roma. Le prime due mosse sono dell’Olimpia, che vola sul 2-0 perché ha più talento: Gentile, Hackett e Melli l’anima italiana, Langford, Jerrels e Samuels gli altri pilastri, Lawal, Kangur e Moss gli equilibratori. Siena però ha un’anima e quando Haynes e Hunter firmano il 2-1 cambia tutto. Gara-4 al Palasclavo è drammatica per Milano, che segna la miseria di 68 punti. In gara-5 al Forum passa ancora la Mens Sana, che si ritrova tra le mani il match point spinta da Janning e Ress. Si arriva così a gara-6: a Siena Curtis Jerrels segna il canestro del 74-72 a 1”03 dalla sirena. Nella notte la squadra arriva in piazzale Lotto dopo aver mangiato una pizza in autobus. Al mattino i tifosi bruciano in 21 minuti i biglietti per assistere alla gara-7 del Tricolore numero 26: 74-67 davanti a 12mila tifosi con 18 punti di Gentile. Il figlio d’arte diventato capitano.



Il titolo mondiale della pallanuoto e le imprese d’oro all’Olimpiade di Londra Nuovo scandalo nel calcio, gli attentati dell’Isis minacciano anche lo sport
2

















Dal 2015 ogni dicembre l’anello simbolo del premio va a campioni e allenatori protagonisti dell’annata sportiva












Roger ha conquistato per ben otto volte il più importante degli Slam
Dio pagano del tennis, era baciato da un talento quasi soprannaturale
DI ALDO CAZZULLO
Se il tennis, come sostiene Adriano Panatta, l’ha inventato il diavolo, allora Roger Federer ne è stato l’esorcista. O, se preferite, l’arcangelo che mette in fuga il demonio. Un misto di sacralità e di bellezza. E in effetti, nella prima delle due bellissime immagini con cui la Gazzetta celebrò giustamente il suo ottavo Wimbledon, Federer pare un angelo, o un elfo. Nella seconda immagine è un uomo maturo, già padre, ormai a fine carriera; ma ancora in grado di vincere il torneo più affascinante, con uno stile che forse non si era mai visto.
Altri tennisti hanno incantato per il loro gioco: si pensi a John McEnroe. Che però di Wimbledon ne vinse “soltanto” tre, per giunta rivelando un caratteraccio estraneo alla natura di Federer. Da giovane, a dire il vero, qualche grido di troppo l’aveva levato anche Roger; ma poi aveva imparato a controllarsi. Tutto era in lui stile, classe, eleganza. Un dio pagano del tennis, baciato da un talento quasi soprannaturale, ma anche capace di combattere, di entrare in trance agonistica. Seguii da cronista la storica semifinale olimpica di Londra 2012 con Juan Martin Del Potro, sul sacro prato di Wimbledon: Federer vinse il terzo e decisivo set 19-17 (non c’era il tie-break), lottando per il proprio orgoglio personale e per i colori del suo Paese, difesi anche in doppio al fianco di Stan Wawrinka, che ne pati-
va il carisma. Alla conferenza stampa si presentò stremato, ma fu disponibile con tutti, senza rifiutare una domanda, senza sottrarsi a un interrogativo, confermando di essere un signore in ogni circostanza; anche se poi in finale si consegnò a Murray, idolo di casa. Al fianco Federer aveva la sua famiglia: ricordo immagini tenere, di serenità, di solidità. Il legame con la moglie Mirka l’ha reso più solido, più sereno. Anche il mio amico Davide Oldani, il grande chef che ha avuto la fortuna di girare uno spot con lui, mi ha confermato che tutto in Roger è professionalità e cortesia.
Ho intervistato gli altri due grandi dell’era Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic; entrambi hanno un’immensa stima di lui, che nel caso di Rafa si è evoluta in amicizia, mentre per Nole è rimasta rivalità. Entrambi avevano i loro punti di forza e le loro caratteristiche, entrambi hanno una storia umana forse più interessante di quella di Federer: Nadal in lotta fin dalla giovinezza con i malanni fisici, Djokovic cresciuto sotto le bombe Nato nella sua Belgrado; ma nessuno aveva la sua classe cristallina, la sua eleganza innata. Quando ho chiesto a Nadal se Federer avesse più talento di lui, si è un po’ ribellato: «A qualcuno viene tutto facile, ma il talento è fatto anche di costanza. Se tu sei in grado di scrivere un articolo in mezz’ora, ma un tuo collega riesce a lavorare per dieci ore a un articolo rendendolo migliore
del tuo, il tuo collega sarà un giornalista più talentuoso di te». Insomma, Rafa è uomo di intelligenza superiore, mi aveva incastrato, ma non del tutto convinto. Perché il talento di Federer era davvero inarrivabile.
Considerato l’ultimo dei Mohicani, un superstite di un tennis antico – serve and volley, chip and charge… –, Roger è stato in realtà un solidissimo giocatore da fondo, con una forte proiezione offensiva e una capacità di tocco che non si era mai vista e non si vedrà più. Poi forse gli è mancata la ferocia sui colpi decisivi: altrimenti i titoli vinti sull’erba di Wimbledon sarebbero almeno nove. La finale del 2019, quella dei due match-point sprecati sul proprio servizio contro Djokovic, ricorda la beffa di Prometeo che ruba il fuoco agli dei. Djokovic-Prometeo ha vinto più Slam, e ha dato prova di una forza morale e di una determinazione agonistica uniche. Nadal si è affermato come il più grande sulla terra battuta. Ma in cima all’Olimpo del tennis il trono di Zeus resta riservato a Roger Federer.
Sì, serve and volley ma lo svizzero
è stato anche un solidissimo giocatore da fondo campo

Ronaldo è stato uno di quei colpi che in Italia non si vedevano da tempo Col portoghese arrivarono due scudetti, ma la Champions rimase un tabù
DI GIOVAN BATTISTA OLIVERO
11 LUGLIO 2018

Era una cosa a cui non eravamo più abituati: il migliore in Serie A. L’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juve riportò il nostro campionato sotto i riflettori planetari e convinse i tifosi bianconeri che la loro squadra fosse davvero tornata all’altezza dei top club europei, almeno in termini di fascino. Dopo due finali di Champions in quattro anni, perse contro il Barcellona di Messi e il Real di CR7, Andrea Agnelli aveva deciso di investire un centinaio di milioni per conquistare la Coppa più desiderata. Nel maggio 2018 la Juve aveva festeggiato il settimo scudetto consecutivo ma quando Ronaldo, tenendo in mano la Champions vinta nella finale di Kiev contro il Liverpool, annunciò che avrebbe lasciato il Real era difficile ipotizzare che avrebbe traslocato a Torino. E invece in un mese e mezzo era tutto fatto. Rinforzata dall’arrivo del portoghese, la Juve sembrava destinata a crescere ancora. Quello fu in effetti il punto più alto della parabola, ma subito dopo cominciò la discesa. Nella prima stagione la Juve ronaldiana conquistò il “solito” scudetto ma uscì nei quarti di Champions contro l’Ajax. L’anno seguente, pesantemente condizionato dal Covid, il copione non cambiò: bianconeri primi in Italia ma fuori presto in Europa, negli ottavi contro il Lione. Nel 2020-21 la Juve finì addirittura quarta in Serie A e il nuovo fallimento internazionale (eliminazione negli ottavi contro il Porto) sancì anche la conclusione dell’avventura bianconera di CR7. Grandi numeri personali (101 gol in 134 partite), ma poco oltre perché la Juve non aveva la struttura, a livello societario, ma anche di squadra, per gestire l’ingombrante presenza di Ronaldo. Fu come una storia d’amore estiva: coinvolgente, appassionante, ma anche breve e sempre più sfilacciata. I ricordi sono guastati da quanto accadde dopo: una valanga di errori commessi dal club, di cui Ronaldo fu l’involontaria causa per il suo mostruoso ingaggio. Il passo più lungo della gamba, si disse. Può darsi che sia la lettura esatta, ma il calcio è fatto della stessa materia dei sogni, almeno quando non si parla di plusvalenze. E quello, per i tifosi della Juve, fu davvero il sogno più bello.




























































Numeri incredibili in 8 edizioni: 2200 ospiti, 1000 show, 355 mila spettatori
Abbiamo portato a Trento leggende come Zidane, Baggio, Lewis e Pogacar

Un piccolo Villaggio olimpico dove i grandi campioni si raccontano a cuore aperto o una sorta di Disneyland dello sport nella quale gli appassionati possono incontrare senza barriere i loro miti. In questi anni sono state coniate tante etichette per definire il Festival dello Sport di Trento che la Gazzetta organizza dal 2018. Ma forse la cosa migliore è parlare di un evento unico al mondo per la qualità e il numero dei personaggi. Unico anche perché ha la capacità di mettere in vetrina campioni, allenatori, manager di tutte le discipline sportive. Il Festival nasce otto anni fa da un’idea ben precisa: fare cultura dello sport attraverso i racconti e le testimonianze dei suoi protagonisti. Esaltarne i valori come la perseveranza, la fatica, l’intensità, il fair play che ritroviamo poi nella vita di tutti i giorni. L’obiettivo è stato centrato fin da subito. Trento per quattro giorni in autunno si trasforma in un palcoscenico privilegiato. La città invasa da migliaia di appassionati vive per il Festival in un rapporto ormai simbiotico. I teatri che ospitano talk show e tavole rotonde ribollono di passione trasformandosi in piccoli stadi, le piazze si animano con i camp, i cortili dei palazzi storici ospitano i racconti dei grandi scrittori. E per le strade la gente può regalarsi un selfie o chiedere un autografo a vere e proprie leggende delle sport. I nomi che sono venuti a trovarci negli anni? Ne citiamo solo alcuni perché sarebbero tantissimi. Zidane, Platini, Ibrahimovic, Ronaldinho, Baggio, Ancelotti, Guardiola e Sacchi per cominciare con il calcio. Lewis, Moses, Beamon, Jacobs e Tamberi nell’atletica. E poi Leclerc, Pogacar, Iguodala, Brignone, Goggia, Vonn, Messner. Il tutto avviene magicamente senza eccessi ma con un sottofondo di serenità e spensieratezza che è uno dei segreti della nostra manifestazione. I numeri delle otto edizioni andate in scena fino ad oggi (una delle quali online ai tempi del Covid) parlano da soli: 1000 eventi, 2200 ospiti provenienti da tutto il mondo con 355 mila spettatori. E una platea digitale impressionante che solo l’anno scorso ha toccato il numero record di 108 milioni di video views sui canali Gazzetta. Dal primo al quattro di ottobre sarà la volta del Festival numero 9. Un evento ancor più speciale perché si festeggeranno anche i 130 anni della Rosea.





Arrigo Sacchi, Carlo Ancelotti e Pep Guardiola in un talk d’eccezione al Festival dello Sport del 2018: tre generazioni di straordinari allenatori a confronto.







Il fuoriclasse dei Los Angeles Lakers muore in elicottero con la figlia Gianna La canotta con il numero 24 è entrata nella storia come la Mamba Mentality
DI DAVIDE CHINELLATO
La canotta gialla col numero 24, il nome Bryant sulla schiena. A tutta pagina, come se fosse una bandiera: la bandiera del lutto per la morte di una leggenda dello sport, di una superstar andata ben oltre i confini del canestro. Il 28 gennaio 2020 la Gazzetta salutava così Kobe Bryant, morto due giorni prima nel tragico schianto dell’elicottero su cui viaggiava assieme alla figlia Gianna e ad altre 7 persone. C’era la nebbia nel cielo di Los Angeles la mattina del 26 gennaio: da quando quell’elicottero è andato giù, il mondo ha cominciato a piangere. E la Gazzetta, come tutti gli italiani, lo ha fatto con quell’iconica numero 24. La sua numero 24, quella che aveva sognato quando da bambino, girando per la penisola con la famiglia al seguito di papà Joe, sognava che un giorno avrebbe fatto come lui. Solo in Nba, coi Lakers. Quella prima pagina, quella grande canotta, è stata un grande omaggio al mito. C’era tanto da processare in quei giorni: il lutto, il dolore, il perché quell’elicottero fosse caduto portandosi dietro quella leggenda che a 41 anni stava scoprendo il vero significato della vita, l’amore per la figlia Gianna che ne aveva ereditato la passione per il basket. In quella canotta c’è il racconto dell’incidente, l’omaggio di Danilo Gallinari che lo racconta come “unico vero idolo”. In quel nome, Bryant, c’è il grido di dolo-
re del mondo che piange. E dell’Italia che lo ha amato, perché Kobe sotto la canotta dei Lakers aveva un cuore molto italiano, forgiato tra Rieti e Reggio Calabria, tra Pistoia e Reggio Emilia. E l’Italia lo piangeva come se avesse perso un figlio, un compagno di classe, uno che si ricordava ancora a memoria le canzoni di Jovanotti con cui era cresciuto. Quel numero 24 così iconico, quel Bryant, raccontava anche questo, raccontava anche un mito capace di ispirare come pochi altri. La sua Mamba Mentality era famosa quanto i suoi canestri, preziosa quanto i suoi 5 anelli Nba: devi cercare ogni giorno di migliorare, di spingerti al limite, di fare tutto quello che serve per diventare più forte, per essere la miglior versione possibile di te stesso. L’hanno applicato in tanti, quel mantra, e sono diventati fenomeni fuori dal basket, grandissimi sui campi di calcio o di tennis, seguendo il suo esempio. Quel 24 gialloviola, insomma, era un simbolo, l’idea di un sogno, di un impegno, di eccellenza. Rappresentava Kobe, la sua storia. E in quei momenti così difficili era il simbolo perfetto che racchiudeva cosa era stato e quello che stava lasciando.
Il mondo in quei giorni piangeva un campione: il dolore era della gente, dei tifosi, di quelli che in lui vedevano una fonte d’ispirazione. Era un abbraccio collettivo a Vanessa, alle figlie Natalia, Bianka e Capri, nata da pochi mesi. Quel lutto da Los Angeles si è propagato in tutto
il mondo, perché Kobe era globale quanto l’Oscar vinto nel 2018 trasformando in cortometraggio il suo “Dear Basketball”, l’indimenticabile lettera con cui nel novembre 2015 aveva anticipato il suo addio al basket. C’era tanto da processare di quello che era successo: l’incidente, le persone che erano morte, il mito che non c’era più. E quella canotta col numero 24 valeva più di tanti titoli, più di tante parole. Era iconica come Kobe, bastava vederla per capire cosa significasse. Il suo ricordo era in quella pagina, nei murales disseminati in giro per il mondo, nei campetti col suo volto e con quello di Gianna, nella certezza che “i miti vanno e vengono ma le leggende sono per sempre”. E Bryant, quel fenomeno Nba che si portava l’Italia dentro, era proprio questo. Una leggenda, per sempre. Come quel suo numero 24 finito così grande sulla prima della Gazzetta.
Era cresciuto tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia e per questo portava l’Italia nel cuore


































È stato certamente il più grande calciatore di tutti i tempi
A Napoli in allenamento dava spettacolo anche nel fango
DI FABRIZIO RONCONE
Il giorno dopo la morte di Diego Armando Maradona, la Gazzetta esce in edicola con un titolo di straordinaria forza. Perché, poche ore prima, appresa la notizia in un miscuglio di stupore, dolore e rimpianto, tutti avevamo subito pensato proprio quella frase: «Ho visto Maradona». Sottintenso: ho avuto il privilegio di vederlo giocare. Da cronista, se posso un ricordo personale, anche la fortuna di osservarlo durante gli allenamenti.
I routiniers di quei fantasmagorici anni a Napoli hanno ancora il cuore caldo e conservano sempre qualche aneddoto, una scena con dentro lui, Diego. Procedo per flash. Siamo nell’inverno del 1990: la squadra partenopea cerca il suo secondo scudetto, dopo quello conquistato nella stagione 1986/87. Un giovedì pomeriggio eccoci a Soccavo, campo in terra battuta e rari ciuffi d’erba, gli spogliatoi umidi, l’acqua calda che viene e va, la tribunetta per la stampa senza vetri, senza sedie, balaustre rugginose. All’improvviso, dal cielo gonfio e grigio, viene giù una bufera di grandine e pioggia, vento a tormenta. Il terreno di gioco diventa, nel volgere di pochi minuti, un rettangolo di fango. Arriva alle caviglie dei calciatori, che faticano a camminare e chiedono perciò a Bigon (che in panchina era subentrato a Ottavio Bianchi) di sospendere la seduta. Ma Bigon è inflessibile: squadra titolare contro riserve, si gioca lo stesso. Diego (se c’era il sole, spesso si divertiva met-
tendosi tra i pali), s’avvia senza dire una parola verso il cerchio del centrocampo: e lì resta. Non si muove più. Ma ogni volta che gli arriva il pallone - uno di quei palloni dell’epoca, pesantissimi - lo addomestica, lo alza, e inizia a fare cose incredibili. Tacco, petto e poi slang! Lanci di quaranta metri per farlo cadere sul piede del compagno o proprio per cercare uno spicchio della porta difesa dal secondo portiere, Raffaele Di Fusco. Spettacolo assoluto. Cinema di fantascienza.
Nella tempesta, però, tutti noi cronisti cominciamo a notare anche un curioso dettaglio: ogni volta che Diego colpisce il pallone, c’è sempre qualcosa di nero che emerge dal fango e, subito, sparisce. Come un piccolo lampo di pece sui suoi piedi. Cos’è? Lo scopriamo mezz’ora dopo. Quando Diego, che chiamiamo a gran voce – «Diego! Ehi, Diego, siamo qua!» – viene a salutarci (la sua gentilezza, e pazienza, sapeva essere infinita). A passi lenti e completamente zuppo, i ricci appiccicati sulla fronte, Diego arriva sotto la tribunetta e lì ci accorgiamo che ha giocato l’intera partitella nel fango con gli scarpini completamente – ripeto: completamente – slacciati. Quella cosa nera che vedevamo era la linguetta. Pazzesco.
Salto in avanti nel tempo. Mattina del 16 maggio 2003: siamo a Fiuggi, nel locale circolo del golf. Maradona manca dall’Italia ormai da molti anni, ma ha finalmente deciso di incontrare suo figlio
Diego junior, nato dalla relazione che ha avuto con Cristiana Sinagra. El Pibe de Oro è irriconoscibile.
Le palpebre socchiuse, grasso, respira a fatica, cammina dondolando, portandosi addosso il peso d’una solitudine riempita con alcol e cocaina. Si avvia tra i prati. Poi, mentre è laggiù che aspetta il suo ragazzo, vede una pallina da golf. Piccola, dura come un sasso. Ma tonda. Un dettaglio che scatena il suo istinto. Così sorride: colpetto sotto, e quella pallina comincia a restare in aria. Destro, sinistro, destro. Un tempo infinito. Dentro il quale è banale ora dire che è stato il più grande calciatore di tutti i tempi. Certo che lo è stato. In realtà, nella sua missione sulla Terra c’era altro: rendere felici anche gli ultimi, far vincere i perdenti, dimostrare che l’impossibile è possibile e poi consegnarsi agli errori della vita come un comune mortale.
Hasta siempre, Diego. E, ancora, grazie di tutto.
Quel giorno del maggio 2003 che a Fiuggi decise di incontrare finalmente
Diego junior

Una successo inaspettato battendo in finale gli inglesi a Wembley Una squadra snobbata, un gioco spettacolare, il ruolo di Vialli
DI STEFANO AGRESTI
Troppo bello. Sì, è stato troppo bello quell’Europeo del 2021. Perché lo abbiamo vinto senza che nessuno se lo aspettasse, nel pieno rispetto della tradizione azzurra: quando tutti pensano che non contiamo niente, che siamo destinati a resistere poche partite e poi a tornare a casa, tiriamo fuori le nostre migliori qualità e allora non ce n’è per nessuno. Perché ce lo siamo preso giocando un gran bel calcio, e non è affatto scontato che i successi siano accompagnati da spettacolo, divertimento, modernità, intraprendenza. Perché attorno a quel gruppo di calciatori e attorno a chi li guidava – il commissario tecnico Mancini e il suo gemello Vialli – si è creato un giro vorticoso di emozioni che ha coinvolto l’Italia intera, facendola tornare indietro con il cuore ad altre epoche, ad altri trionfi, quando un’impresa sportiva poteva evitare un colpo di stato o ricompattare un Paese in lotta con il terrorismo. Già, perché anche l’Europeo del 2021 si è disputato in un contesto drammatico: è stato l’Europeo del Covid, rinviato l’anno precedente per la pandemia, recuperato tra mille paure, dubbi, ansie. Avevamo ancora negli occhi e nella mente la tragedia, gli azzurri ci hanno regalato un fremito di gioia, hanno risvegliato il nostro orgoglio, ci hanno trasmesso emozioni positive: ne avevamo bisogno. Hanno restituito un briciolo di norma-
lità a una realtà che normale non lo era ma voleva tornare a esserlo, con gli stadi aperti almeno un po’ e le feste per strada.
Gli abbracci tra Roberto Mancini, il pilota azzurro, l’allenatore che ha ricostruito un’Italia vincente subito dopo l’esclusione dal Mondiale in Russia, e Gianluca Vialli, la guida – diciamo così – spirituale, o comunque mentale del gruppo, un po’ amico e un po’ psicologo, un po’ consigliere e un po’ capopopolo. Se n’è andato diciotto mesi dopo il trionfo agli Europei, Luca. A Wembley, dalla panchina azzurra, ha segnato il suo ultimo gol, nonostante l’angoscia per la battaglia contro il male che stava già combattendo.
L’esordio nel nostro stadio Olimpico, scelto come teatro inaugurale del primo Campionato europeo itinerante della storia – dodici città di dodici paesi diversi –e onorato con una grande vittoria contro la Turchia: avevamo paura di noi stessi, lì abbiamo capito che invece potevamo raccontare una storia importante. L’infortunio di Spinazzola contro il Belgio, nei quarti di finale, ai quali siamo arrivati dopo una soffertissima vittoria ai supplementari contro l’Austria: il suo dolore, le sue lacrime, la delusione di tutti per avere perso uno tra i migliori calciatori dell’Europeo (ma che emozione rivederlo in stampelle a Wembley per festeggiare assieme ai compagni). Le manone di Gigio Donnarumma che prima si allungano sui rigori calciati da spagnoli e inglesi, in semifinale e in finale, e poi alzano il trofeo
assegnato al miglior calciatore dell’Europeo (attenzione: migliore di tutti, non solo tra i portieri). Il presidente Mattarella che a Wembley esulta nel momento in cui Bonucci segna il gol del pareggio, quello che ci permette di giocarci il Mondiale dal dischetto: sembra un po’ Pertini al Bernabeu, anche se poi lui non gioca a scopone. Le braccia degli azzurri protese verso la Coppa mentre gli inglesi, che avevano anche provato a provocarci, li osservano increduli. L’Italia nelle strade a festeggiare, finalmente felice, finalmente libera di poter correre fuori dalle case. Un mese di grande spettacolo, l’Europeo del 2021, incastonato all’interno di una delle epoche più grigie della nostra storia calcistica, in mezzo a due Mondiali ai quali nemmeno siamo riusciti a partecipare. Non un miracolo, ma una straordinaria impresa sportiva e umana. Anche per questo è stato tutto – come raccontò la Gazzetta il giorno dopo – troppo bello.
Avevamo ancora negli occhi la tragedia della pandemia, il calcio ha risvegliato il nostro orgoglio e ci ha regalato un momento di gioia

A Tokyo accade l’impossibile: in 13 minuti vinciamo salto in alto e 100 metri Sono due imprese che proiettano l’Italia dello sport in un’altra dimensione
DI GIORGIO SPECCHIA
L’1 agosto 2021 i pochi italiani dentro lo stadio olimpico di Tokyo, chiuso al pubblico per il Covid, vivono l’impossibile, vedono concretizzarsi l’impensabile, piangono e urlano insieme agli atleti azzurri che sono lì, in pista, protagonisti anche loro della serata più bella dello sport italiano. Nell’arco di 13 minuti prima Gimbo Tamberi e poi Marcell Jacobs vincono l’oro nel salto in alto e nei 100 metri. La foto del loro abbraccio diventa la foto dei Giochi in un’estate che, l’11 luglio, aveva già visto stringersi forte il ct Roberto Mancini e l’amico Gianluca Vialli in mezzo al campo di Wembley dopo la finale dell’Europeo di calcio vinta dall’Italia sull’Inghilterra. A Tokyo 2021, Jacobs riporta lo sprint azzurro ai fasti di Livio Berruti e Pietro Mennea, olimpionici sui 200 metri a Roma 1960 e Mosca 1980. Anzi, va oltre. Perché prima di lui nessun italiano era mai riuscito a entrare in una finale olimpica dei 100 metri, la velocità pura che si pratica in ogni angolo del mondo. Dove tutti i bambini si sfidano per vedere chi va più forte, come succedeva al piccolo Pietro Mennea su una lingua di asfalto di una strada di Barletta. E dove tutti si fermano davanti a una tv, poco meno di 10 secondi, per scoprire chi è l’uomo più veloce. Lo stupore è globale. Un italiano è l’erede del giamaicano Usain Bolt, re olimpico a Pechino
2008, Londra 2012 e Rio 2016. Marcell in 9 secondi e 80 centesimi, record europeo, diventa l’uomo dei Giochi. L’Italia, con lui, si riscopre terra di sprinter. Perché a ricordarcelo c’è sempre l’immenso Mennea, dopo oltre quarant’anni ancora detentore del record continentale sui 200 metri con il 19”72 stabilito alle Universiadi di Città del Messico nel 1979. Così sembra quasi normale che, cinque giorni dopo quel magico 1 agosto, la staffetta 4x100 azzurra conquisti l’oro olimpico con Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu e Filippo Tortu.
L’oro nel salto in alto di Gimbo Tamberi, ex aequo a quota 2.37 con il qatariota Barshim, è il trionfo della volontà. Nel 2016 durante il meeting di Montecarlo, a tre settimane dall’Olimpiade di Rio, l’azzurro realizza con 2.39 il record italiano ma a gara vinta, nel tentativo a 2.41, si rompe il tendine d’Achille. Gimbo cinque anni dopo, appena vinto l’oro di Tokyo, per prima cosa tira fuori dalla borsa, mostrandolo con orgoglio, il gambaletto di gesso simbolo della sua sofferenza.
Le imprese di Tamberi e Jacobs da quella sera, da quel magico 1 agosto 2021, spingono l’Italia tra le superpotenze dello sport. L’atletica italiana chiude l’Olimpiade al secondo posto nel medagliere di specialità con 5 ori: Jacobs, Tamberi, la 4x100 maschile, Antonella Palmisano e Massimo Stano nella marcia. Solo
L’immagine dell’abbraccio tra Gimbo e Marcell diventa la foto dei
gli Stati Uniti ci stanno davanti nello sport più universale, la “regina atletica”, e così non temiamo il confronto con il mondo che si è riunito in questo splendido consesso di campioni. La geografia dello sport è cambiata, tutto va più veloce. E non ci sono più le cenerentole. Un messaggio che è arrivato, forte e chiaro, proprio a Tokyo 2021 e poi a Parigi 2024 dove sono andati a medaglia più di novanta Paesi (93 in Giappone e 91 in Francia), mai così tanti nella storia olimpica. Ma c’è di più, sono aumentate anche le nazionali con almeno un olimpionico nel medagliere: nel 2021 sono state 65, 63 nel 2024. Il processo di globalizzazione dello sport sta procedendo svelto. L’Italia, e lo abbiamo visto anche ai Giochi invernali di Milano Cortina appena conclusi, è ormai un modello da seguire. E se lo sport dà l’esempio di come potercela fare ad altri settori, il merito è anche di quella serata nello stadio giapponese che, con il volo orizzontale di Marcell e quello verticale di Gimbo, ci ha proiettati in un’altra dimensione.



Il tecnico ha un primato incredibile nella coppa più prestigiosa: 5 trionfi
Il ritorno al Real Madrid e le vittorie pazzesche della stagione 2021-22
DI FILIPPO MARIA RICCI

Carletto Magno titolammo. Perché la conquista della quarta Champions da parte di Carlo Ancelotti, due col Milan (2003 e 2007) e due col Real Madrid (2014 e 2022) portava il tecnico di Reggiolo in testa da solo alla classifica degli allenatori che hanno alzato più volte la coppa dalle grandi orecchie, o “orejona” in spagnolo. Il problema, magnifico per certi versi, è che due anni dopo, nel 2024, Carletto ha vinto anche la quinta mettendo sul tavolo della storia un pokerissimo bestiale, al momento inavvicinabile.
Abbiamo scelto la prima pagina di questa sua quarta Champions per vari motivi. Il primo è che in quella stagione 21-22 il Madrid di Ancelotti fece una serie incredibile di miracoli, di remontadas in serie. La campagna europea dei Blancos iniziò con una vittoria a San Siro contro l’Inter con gol di Rodrygo all’89’, ma l’esplosione avvenne in primavera quando il Madrid negli ottavi perse 1-0 a Parigi, andò sotto anche al Bernabeu e poi s’impose 3-1. Nei quarti col Chelsea dopo aver vinto 3-1 a Stamford Bridge il Real si ritrovò sotto 3-0 in casa, salvo poi rimontare con Rodrygo (80’) e Benzema (96’). La semifinale col City fu memorabile: sconfitta 4-3 a Manchester, rete di Mahrez al 73’ con Guardiola che all’89’ aveva ancora due gol di vantaggio. Tra il 90’ e il 95’ doppietta di Rodrygo e rigore definitivo di Benzema per il 3-1. La finale di Parigi col Liverpool fu decisa da Vinicius, con un Courtois stellare.
Il secondo motivo della scelta è che nell’estate del 2021 Ancelotti era tornato al Real Madrid, 6 anni dopo l’esonero del 2015 a un anno dalla conquista della storica ‘Décima’ Champions dei Blancos, tra la sorpresa e lo scetticismo generale dopo le difficoltà di Napoli e l’esilio dell’Everton. Ancelotti sembrava sul viale del tramonto, e invece no. Fu lui ad offrirsi a Florentino che disperato per il secondo, brusco e acido addio di Zidane non riusciva a trovare un tecnico di suo gradimento. Perez riabbracciò Carletto, che al Bernabeu tornò ad essere Magno portando al Madrid la decimocuarta coppa. E poi la quindicesima.























































La vittoria numero 14 al Roland Garros è un’impresa davvero eccezionale È il più grande agonista della storia del tennis, un simbolo di competitività
DI PAOLO BERTOLUCCI
6 GIUGNO 2022

Rafael Nadal è il più grande agonista del tennis, un simbolo di competitività di tutto lo sport. La storia degli atleti più grandi è costellata di imprese leggendarie, ma in una virtuale graduatoria di quelle davvero eccezionali, i 14 Roland Garros vinti dal fuoriclasse maiorchino occupano senz’altro il top, se non addirittura la posizione più alta. La sua attitudine è sempre stata straordinaria, come l’umiltà nel migliorarsi continuamente e nel rimettersi in moto subito dopo ogni sconfitta e dopo ogni infortunio. Così come si sono rivelate straordinarie l’intelligenza tattica, la capacità di gestire al meglio i punti importanti e di rovesciare qualsiasi situazione di gioco e di punteggio, fortissimo com’era mentalmente. Il più forte di tutti, con la testa. Infatti Rafa, campione precoce, dallo sviluppo particolare, s’è riciclato da terraiolo con un dritto portentoso (probabilmente il colpo più letale della storia del tennis) e top spin possente, che oscura le imprese di Bjorn Borg, che parevano irraggiungibili e ineguagliabili sulla terra rossa, fino a diventare un campione completo, che ottiene il massimo anche da servizio, rovescio e gioco a rete, e si esprime a ottimi livelli pure sulle superfici più dure e sull’erba. Al di là dei titoli, c’è soprattutto un grandissimo atleta che porta il tennis a compiere un ulteriore passo avanti nello sviluppo del fattore fisico e lo esaspera. Quando i muscoli cominciano a risentire dell’usura del tempo, Nadal compensa il calo atletico fisiologico dopo una carriera così lunga e faticosa con una fenomenale capacità di adattamento corroborata da un’intelligenza tennistica sopra la norma, che lo porta a mutare dettagli non secondari del suo gioco mantenendolo sempre al top. Un atleta che si sarebbe realizzato in qualsiasi altro sport con una palla, a cominciare dall’amatissimo calcio. Ci penserà la storia a raccontare chi sia stato il più grande tennista di sempre: ma quando lo farà, quello di Rafael Nadal Parera sarà uno dei primi nomi da cui partire.

















































DI VINCENZO D’ANGELO
5 MAGGIO 2023

Trentatré anni d’attesa, per una gioia tanto desiderata quanto inaspettata. Nell’anno della ricostruzione dopo gli addii di totem come Insigne, Mertens, Koulibaly, Ruiz, il Napoli di Luciano Spalletti si è trasformato in una macchina perfetta, capace di dominare il campionato dall’inizio alla fine, contro ogni pronostico. Di nuovo in Paradiso, trascinato dai gol di Victor Osimhen (capocannoniere) e dalla magia di un eroe sconosciuto, diventato in poche settimane il nuovo idolo del popolo azzurro: Khvicha Kvaratskhelia. È il volto del nuovo Rinascimento napoletano, un prestigiatore del pallone che ha dominato la Serie A con un impatto sul campionato fuori da ogni logica. Con strappi, dribbling, assist e gol. La Kvaramagia si è impossessata del Maradona. E Aurelio De Laurentiis si è potuto così godere il suo primo storico scudetto. Un Oscar sportivo che ha suggellato la straordinaria capacità imprenditoriale del produttore cinematografico. Un inno alla gioia per una città intera. Una stagione esaltante, che ha visto il Napoli andare in fuga da subito e poi sfruttare la pausa per il Mondiale in Qatar per ricaricare le batterie e portare a compimento la grande fuga. Cominciata a Verona, con il successo a Ferragosto in rimonta, con le firme di chi poi ha dominato la stagione: Kvara, Osimhen, Zielinski e Lobotka, che il leader Spalletti ha trasformato da comparsa a centro di gravità. E diventata festa a Udine, con l’1-1 firmato da Osimhen la notte del 4 maggio 2023, dopo una dolce e sofferta attesa. In mezzo c’è stato di tutto, a partire dal roboante 5-1 con cui Spalletti ha mortificato al Maradona la Juve. Il cerchio si è chiuso proprio nella Torino bianconera a fine aprile, con la volée di Raspadori nel recupero diventata antipasto della grande festa. Squadra accolta in trionfo a Capodichino, cori, fumogeni, caroselli per la città. Napoli che torna campione, nell’anno zero e del taglio al monte ingaggi. E la Grande Bellezza che da sogno diventa sostanza, con la Coppa del terzo scudetto alzata da capitan Di Lorenzo. Per il primo tricolore dell’epoca post Maradona.



















































































































Gioie e dolori con la Sampdoria, la Champions con la Juve E poi la scoperta della malattia gestita in modo aperto
DI PAOLO CONDÒ
Pur concepita in un giorno di enorme tristezza, o forse proprio per questo, la “prima” della Gazzetta dedicata al congedo di Gianluca Vialli è veramente bella. Bella la foto perché in quel sorriso c’è tutta la sua naturale empatia; bello il gesto perché porgere la coppa dell’Europeo ai tifosi – vinta dai cari figliocci col suo prezioso contributo morale – è l’essenza di ciò per cui lui si batteva; bellissimo il titolo perché la citazione da Elena Ferrante restituisce sì la genialità di Luca, la capacità di pensare fuori dagli schemi che lo faceva viaggiare sempre in anticipo sui tempi, ma soprattutto la profondità del suo senso dell’amicizia. C’è stato un tempo, sconosciuto alle liturgie bloccate del calcio contemporaneo, nel quale campioni e cronisti viaggiavano assieme, i loro rapporti non erano filtrati dagli agenti ma diretti, ci si prendeva qualche solenne tirata d’orecchie per una critica troppo spinta ma in genere si finiva per riderne assieme, sempre che il feeling umano fosse buono, e va da sé che non poteva esserlo con tutti. È una premessa che occorre fare non per nostalgia – quella semmai è un fatto privato – ma per spiegare perché sappiamo tante cose, alcune fino a commuoverci, dei vecchi eroi, a fronte del nulla che conosciamo dei gladiatori moderni, e al di là della melassa dedicata al vincitore è difficile capire se si sta raccontando un santo o un malandrino. Con Luca non ho mai corso questo pericolo perché, una volta costruita una confidenza, la narrativa del-
le sue gesta e delle sue cadute è sempre stata onesta, ché altrimenti quel rapporto non ci sarebbe stato. Un uomo. Imperfetto come tutti nella vita di tutti i giorni, ma capace di picchi inestimabili una volta indossata la maglietta della Cremo, della Samp, della Juve e dell’Italia. Per lui quella vestizione equivaleva al gesto di calarsi l’elmo sulla testa del cavaliere medievale: si va in battaglia, e si va per vincere. Ricordo l’entusiasmo dopo il gol alla Spagna all’Europeo ’88, la corsa verso i compagni scattati in piedi dalla panchina e allineati a ricevere lo schiaffetto – “dammi il cinque” – del campione. Ma ricordo anche il nervosismo a Italia ’90 per quel benedetto gol che non arrivava (e non sarebbe arrivato mai). La gioia bambina per lo scudetto della Samp, con un improponibile tintura bionda ai capelli fatta assieme a Ivano Bonetti e Toninho Cerezo. Le lacrime inconsolabili la notte di Wembley, alle 4 del mattino sulle scale dell’hotel Park Lane, perché aveva sbagliato la chance che avrebbe dato la Champions alla Samp e perché quella era stata la sua ultima partita col Doria, dal giorno dopo sarebbe stato il centravanti della Juventus. La febbre dell’attesa per la finale di Roma contro l’Ajax, e la baldoria dopo il rigore definitivo di Jugovic. Qualche giorno dopo l’accompagnai a Londra per l’inizio della sua nuova vita, al Chelsea: un’intervista lunga le due ore di volo, la gratitudine verso la Juve che aveva avuto lo stile di congedarlo con un’offerta chiaramente insufficiente (anziché un brutale addio), l’eccitazione per un mondo che era veramen-
te nuovo. La grande Premier League di oggi nacque esattamente in quegli anni. E poi le ore passate assieme in trasmissione a Sky, il desiderio perfettamente realizzato di farsi divulgatore calcistico, la scoperta della malattia e la decisione di gestirla apertamente, provando a ispirare le persone nella cattiva sorte come gli era sempre riuscito nella buona. E riuscendoci, fino allo scritto di Roosevelt sull’uomo nell’arena che nessuno degli azzurri di Wembley – che rivincita storica per lui –dimenticherà mai. Il sostegno psicologico a ciascuno dei campioni d’Europa e la tenera incapacità di assistere ai rigori finali, con quelle immagini bellissime di lui che volge le spalle al campo ed esulta o si dispera a seconda delle reazioni del pubblico. E quando Donnarumma para l’ultimo pallone di Saka – e nei giorni difficili seguiti al Covid questo titolo insperato ci dà l’abbrivio per ripartire – ecco l’abbraccio a Roberto Mancini che resterà indelebile nelle nostre vite, le lacrime che impastano il campo di battaglia, il privilegio dell’amicizia finché il tempo te lo concede, il lascito del nostro amico geniale.
L’abbraccio con Mancini a Wembley resterà un’immagine indelebile nelle nostre vite

Jannik batte Dimitrov nei quarti del Roland Garros e supera il mitico Djokovic Una consacrazione dopo la vittoria in Davis e la conquista del primo Slam

La scena vale già da sola il prezzo del biglietto. È il 4 giugno 2024: Jannik Sinner batte Dimitrov nei quarti del Roland Garros. A fine partita, la tradizionale intervista al vincitore si svolge al centro del campo del Philippe-Chatrier. Fabrice Santoro, ex prestigiatore del circuito che giocava dritto e rovescio a due mani, gli comunica che il lunedì successivo, il 10 giugno 2024, diventerà il nuovo numero 1 al mondo. La reazione di Sinner è di stupore e felicità, un compiacimento puro mescolato a un imbarazzo fanciullesco. I suoi occhi brillano, mentre il pubblico lo celebra con una standing ovation. «Cosa posso dire? È il sogno di tutti diventare il numero 1. Cercherò di non pensarci», confessa lui. Il sorpasso avviene ai danni del 24 volte campione Slam Novak Djokovic, e poco importa se l’altoatesino perderà poi la semifinale contro Alcaraz. Il traguardo entra nei libri di storia del tennis: primo italiano a conquistare il trono della classifica. Primo da quando esiste il computer (anno 1973), dato che Adriano Panatta si era spinto fino alla quarta posizione (1976), e primo in assoluto, visto che Nicola Pietrangeli, ai tempi in cui le classifiche venivano compilate dai giornalisti, fu al massimo numero 3 (1959 e 1960). In realtà, la Sinnermania era già esplosa da diversi mesi in tutto il Paese: nel novembre 2023 Jannik era giunto in finale alle Atp Finals di Torino ed aveva conquistato da protagonista la Coppa Davis, riportando il trofeo in Italia dopo 47 anni; a gennaio, poi, si era assicurato il primo Slam della carriera, agli Australian Open. Il primato nel ranking lo consacra definitivamente, e non lo spaventa: tutt’altro. Sinner è talmente consapevole dello status raggiunto da mantenersi in vetta per 65 settimane di fila (66 in totale finora), con una continuità ad altissimi livelli mai vista dai tempi dei Big Three. A causa della sospensione di tre mesi per il caso Clostebol, a settembre 2025 l’azzurro cederà lo scettro a Carlos Alcaraz. Eccolo, il dualismo della nostra epoca: la saga “Sincaraz” promette di dominare lo sport della racchetta per gli anni a venire.

Attaccante formidabile, professionista esemplare, uomo di sentimenti e principi La sua lezione di vita è stata potente e diretta come uno dei suoi famosi tiri
DI ALESSANDRO VOCALELLI

Un fulmine a ciel sereno, o meglio ancora un rombo di tuono. L’effetto che – nel profondo di ognuno di noi – ha avuto quella improvvisa notizia (ma dai, non può essere vero) che ha fermato il tempo e i ricordi il 22 gennaio del 2024: è morto Gigi Riva. O meglio giggiriva, tutto d’un fiato, come è stato il suo racconto di calciatore inimitabile, professionista esemplare e uomo di sentimenti e princìpi. Tre storie in una – nel profilo affilato e rassicurante, nella sua voce graffiata – di un personaggio senza tempo e confini: meravigliosamente ancorato al suo desiderio di libertà. Capace di mettere tutti in fila, anche Meazza e Piola, tra i cannonieri azzurri di tutti i tempi. E di resistere alle prime ma pressanti lusinghe di un mondo – anche quello del calcio – che stava cambiando. In nome dei soldi: banconote sventolate tra pollice e indice, gli stessi che servono per ammainare una bandiera. Ma lui no, giggiriva era stato capace di resistere a tutto, fedele a se stesso e alla Sardegna. Per questo, il 22 gennaio del 2024, è diventato di colpo il giorno più triste, più buio, per tutti quelli che avevano saputo apprezzare l’Uomo e il Campione, nei suoi rumorosi silenzi, la rivoluzione di chi chiedeva di scendere invece di salire dal carro vincente. Perché la sua lezione di vita – non bisogna mai fare un patto con la propria coscienza – era diretta come un tiro potente: si può avere un rimpianto, ma non si troverà mai pace, realmente, con i rimorsi. Per questo, il 22 gennaio del 2024, l’Italia si è sentita improvvisamente più sola, più fragile, più esposta, senza il sorriso, che spesso sembrava una smorfia e forse lo era, di un simbolo. Non solo sportivo, ma di riservatezza, di classe, di sofferenza poetica. Uno sguardo al di là dell’orizzonte: un mare, forse un oceano, rispetto a chi ha scambiato la bellezza del semplice con l’automatismo del facile. È anche per questo che il 22 gennaio del 2024 resta solo una data nel calendario della memoria. Perché giggiriva resterà sempre un giocatore che ci sembrava invincibile. Ed un uomo, per tutti quelli che amano il calcio, immortale.







































Mater-Bi è la bioplastica biodegradabile e compostabile di Novamont, prodotta in tutto o in parte da materie prime di origine vegetale. È affidabile nell’uso e, se la ricicli nell’organico, può tornare alla terra sotto forma di compost, prezioso nutrimento per il suolo. Bioplastica Mater-Bi. Per chi ha a cuore la terra.
















L’Atalanta fa storia vincendo l’Europa League contro l’imbattibile Bayer Il punto di arrivo di una ex piccola diventata modello di organizzazione
DI ANDREA ELEFANTE

L’inimmaginabile si fece storia per la Dea la notte del 22 maggio 2024. Per chi ama corsi e ricorsi la data fu esattamente la stessa – 14 anni dopo – del trionfo madrileno dell’Inter del Triplete, tuttora l’ultima Champions League portata a casa da un’italiana. Ma l’Europa League dell’Atalanta, vinta in finale contro un’altra tedesca, il Bayer Leverkusen che sembrava imbattibile e non perdeva da 51 partite, fu un trionfo dalla simbologia non meno alta: la certificazione assoluta del nuovo status della ex, piccola, provinciale. Diventata non solo definitivamente realtà europea, ma anche modello di organizzazione, strategia e calcio ad alto tasso di qualità. E anche il coronamento di un sogno: non solo della società dei Percassi e di Steve Pagliuca, non solo della squadra di Gian Piero Gasperini, ma di un popolo orgoglioso che lo aveva coltivato tra le sue valli, lontano dai riflettori dei giganti del calcio europeo. E che lo festeggiò con celebrazioni che propagarono lo stesso boato dell’Aviva Stadium di Dublino per giorni.
Riportare dall’Irlanda a Bergamo l’Europa League, a dispetto di ogni pronostico, fu il contrario di una coincidenza: quasi un atto di legalità sportiva. Il riconoscimento di una giustizia decretata dal campo. La tripletta di Ademola Lookman, che consegnò il 3-0 finale agli archivi, non fu solo una sequenza di gol che schiantò i tedeschi: furono tre colpi di pennello su una tela che il club, Gasp e i suoi giocatori dipingevano da anni con pazienza, rigore e un pizzico di geniale follia. Fu più di un trofeo aggiunto ad una bacheca che da oltre sessant’anni conservava un posto d’onore accanto alla Coppa Italia vinta nel 1963: quella della Dea fu la sublimazione di un’idea, il non voler mai smettere di essere se stessa, portando il proprio gioco identitario e coraggioso in tutti gli stadi europei. E anche un po’ la consolazione per le lacrime versate dai bergamaschi che avevano vissuto i momenti bui della pandemia. Nella notte di Dublino, dominando e incantando, l’Atalanta ricordò quanto possa essere ancora importante l’appartenenza: a dei colori e a un’idea di calcio. Tenendo alta la reputazione dell’Italia, come avrebbe fatto ancora in seguito.






Lo sloveno non si è limitato a dominare: è entrato nella storia del Giro
Anche con i gesti: come la borraccia passata a un bambino a bordo strada
DI CIRO SCOGNAMIGLIO
26 MAGGIO 2024

Non poteva che finire così, con un gesto simbolico destinato ad entrare nella storia: l’inchino sul traguardo di Bassano del Grappa ha messo il sigillo a un Giro d’Italia, quello del 2024, che Tadej Pogacar non si è limitato a vincere. No: lo ha dominato, mancando di poco solo il successo nella prima tappa a Torino (terzo) per poi vestirsi di rosa all’indomani – sulla salita piemontese di Oropa – restandoci fino a Roma. Naturale, dunque, che quell’inchino sia stato immortalato sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport di domenica 27 maggio: la giornata di Bassano era una di quelle simboliche dell’edizione 107, la prima disputata dal fuoriclasse sloveno che poi avrebbe completato la doppietta con il Tour de France, che respingeva chiunque dai tempi di Marco Pantani. La prima pietra è stata il Giro d’Italia, firmato con sei successi di tappa, alcuni dei quali davvero iconici, e quello di Bassano forse più di tutti dopo il doppio passaggio sul Monte Grappa, la montagna che quattordici anni prima aveva visto sbocciare il talento di un certo Vincenzo Nibali, poi ad Asolo capace di firmare la prima tappa della carriera al Giro. Pogacar aveva di fatto già vinto la corsa della Gazzetta, il vantaggio in classifica generale non lasciava dubbi, eppure alla partenza di Alpago quel giorno nessuno dubitava che avesse in serbo un’altra impresa, un’altra cavalcata trionfale per andarsi a prendere il sesto successo di giornata: il quinto con la maglia rosa addosso alla maniera del Merckx 1973. In salita, la superiorità era stata un’altra volta schiacciante e aveva lasciato il tempo al numero uno al mondo di esibirsi in un altro gesto diventato iconico, il passaggio di una borraccia a un bimbo a bordo strada. «In quel piccolo tifoso mi sono rivisto», avrebbe detto a cose fatte. «Se fosse successo a me 15 anni fa, mi sarei messo a piangere». E poi, l’inchino: suggello al successo del Giro, certificato dall’apoteosi in rosa dell’indomani a Roma, e alla conquista dell’immortalità sportiva che ormai nessuno gli può togliere.
Per i successi, e soprattutto per come li ha ottenuti: lasciando un segno. Indelebile.

DI RICCARDO CRIVELLI
6 AGOSTO 2024

La storia si muove leggiadra in dieci centimetri. Uno spazio angusto che diventa in appena 83 secondi d’esercizio l’universo in cui brillare con la luce della leggenda. Mai l’Italia aveva vinto una medaglia d’oro individuale nella ginnastica femminile. La genovese Alice D’Amato il 5 agosto 2024 spezza il tabù alla trave, la specialità più difficile della sua disciplina, che vale un master universitario nell’ateneo più prestigioso dello sport: perché in 10 centimetri, appunto, che è la larghezza dell’attrezzo, ci si giocano i destini di gloria sul filo di un equilibrio da brividi. E dire che Alice non è mai stata una travista, piuttosto adora le parallele asimmetriche: ma quando sei baciata dal talento, riesci a trasformare le difficoltà in opportunità. È entrata in scena con gli occhi della tigre e con un “enjambée cambio”, tra i salti in spaccata più noti e apprezzati, proseguendo con altri elementi come un cambio ad anello, un flic pancia, un flic più salto smezzato e un doppio giro in accosciata, per poi concludere con una meravigliosa uscita in due avvitamenti e mezzo accolta da una standing ovation del pubblico della Bercy Arena. Nessuna sbavatura evidente: le mezze incertezze sono state gestite con sangue freddo e nascoste sotto il velo dell’eleganza, mentre l’atterraggio è stato morbido e stilisticamente ineccepibile; al punto che, una volta toccato il tappeto, Alice ha esultato, consapevole che il grande romanzo dell’epica olimpica stava per accoglierla tra le sue braccia. Le favolose atlete azzurre le chiamano Fate, forse perché sono leggere, colorate, e sembra che volino, e sanno fare gli incantesimi. Ma non c’è niente di magico: se saltano, se volano, se in aria sanno disegnare acrobazie, è perché hanno ripetuto quei gesti per giorni, settimane, mesi, anni, fino alla perfezione. C’è una disciplina feroce, un lavoro costante ed estenuante, la capacità di non piegarsi di fronte alle ingiustizie e alle avversità, l’allenamento alla sconfitta. C’è la vita.



















































Sinner è il primo italiano a laurearsi campione nello Slam più prestigioso Batte in finale il rivale di sempre, Alcaraz: una rivincita dopo la beffa di Parigi
Uno di quei giorni che cambiano la storia. Il Centre Court di Wimbledon spalanca le porte alla gloria del tennis italiano e consegna all’eternità il nome di Jannik Sinner. Battendo in finale Carlos Alcaraz in quattro set, l’altoatesino diventa il primo italiano a laurearsi campione nello Slam più prestigioso. Una data che resterà impressa nella memoria, sui libri di storia sportiva: 13 luglio 2025, il giorno in cui il giardino dei Re si tinge di azzurro. Un giorno che, per Sinner, sembrava non sarebbe arrivato. Per tutto quello che era successo prima: il titolo in Australia e poi tre mesi fuori per l’accordo con la Wada. Il rientro a Roma, con la finale persa da Alcaraz e poi la batosta di Parigi e del Roland Garros, scivolato dalle mani dopo aver avuto tre match point, ancora contro Carlos. Sempre lui, sempre loro. Uniti dal filo che unisce le leggende.
Nonostante quella delusione parigina e la crisi col team medicale che porta al divorzio da Marco Panichi e Ulises Badio a una manciata di giorni da Wimbledon, Jannik riesce a imporre la sua legge a Londra. Anche con un pizzico di fortuna, ma si sa da tremila anni ormai, che il destino aiuta gli audaci. Agli ottavi di finale affronta Grigor Dimitrov, l’uomo dei gesti bianchi, il tennista che più di tutti ha meritato il titolo di erede di Roger Federer. All’inizio del match,
Jannik scivola malamente sull’erba umida e sbatte il gomito destro. Un dolore che lo preoccupa, lo distrae, lo destabilizza. Un fastidio che, unito al tocco magico di Grisha, scardina le sue certezze. Perde i primi due set, il match sembra avviato verso il ko, ma all’inizio del terzo set, dopo un ace, Dimitrov si accascia al suolo con la mano sul petto. Attimi di paura. Anche Jannik si spaventa e corre a soccorrerlo. Uno strappo al pettorale, violento e doloroso, costringe Dimitrov al ritiro. L’azzurro si salva, dovrà curare il gomito, giocare con una manica compressiva per il resto del torneo, che fila liscio fino alla finale contro Carlos Alcaraz.
Il giorno dei giorni, con l’emozione che può tagliare le gambe e togliere il fiato anche a un fenomeno come Sinner, alla seconda finale Slam della stagione. Il numero 1 al mondo parte teso, irrigidito, va sotto di un set dopo essere stato avanti di un break. Alcaraz surfa sull’entusiasmo del pubblico che si infiamma a ogni suo tocco magico, e chiude il primo parziale con un rovescio in recupero che sfida le leggi della fisica. Il Centrale esplode, Jannik torna al suo angolo a capo chino. Lo spagnolo campione in carica è a due set dal terzo titolo a Wimbledon, ma è in quel momento che la testa del fenomeno fa “click”. E questa volta la rimonta è di Sinner. Rientra in campo con un altro piglio. Fa sentire il peso e la personalità del numero 1, qualità che
appartengono solo ai grandi, e comincia a riscrivere la storia. Soffre tra tocchi fatati del rivale, tappi di champagne che saltano («È anche per questo che mi piace giocare qui», dirà), e qualche gratuito di troppo. Quando chiude il game del 3-1 si carica con un urlo raro dalle sue parti. Il sole va e viene, come il suo braccio, ma il vantaggio resta intatto. Sul 30-15 trova il set point con una prodezza lungolinea, poi si ricorda di essere stato campione di sci e sigilla il 6-4 con un dritto incrociato in scivolata. Tutti in piedi. Alcaraz, neutralizzato, si lamenta con il suo angolo «Sta facendo tutto meglio di me!». È la svolta. Jannik mette il piede sull’acceleratore senza alzarlo più. Supera le ultime curve del match come un pilota esperto, resiste al tentativo di sorpasso dello spagnolo sotto due set a zero. Il club iberico canta “Sí, se puede”.
Sul 5-4 Sinner conquista tre match point, il primo svanisce. I fantasmi del Roland Garros volteggiano sull’erba. Mamma Siglinde si mette le mani nei capelli. Siamo tutti Siglinde, in quel momento. Ma il bambino magico stavolta non si fa fregare e chiude. Braccia alzate, poi in ginocchio, i pugni che battono sull’erba medica che cura ogni ferita. Prima della premiazione, ripassa le istruzioni per rivolgersi a Catherine, Princess of Wales: «Ah, ok, devo chiamarla sua altezza». Il trofeo tra le mani, questa volta il principe è lui. E Wimbledon si tinge di azzurro.


L’impresa nel lungo al Mondiale di Tokyo gli regala la medaglia d’oro a 20 anni
Il più giovane a vincerla, fa meglio anche di Lewis: è lui il futuro dell’atletica
DI ANDREA BUONGIOVANNI
18 SETTEMBRE 2025

Mercoledì 17 settembre 2025: le 21.58 di Tokyo, le 14.58 italiane. Mattia Furlani, nella finale del lungo dei ventesimi Mondiali di atletica, dopo quattro di sei turni, è quarto. La gara dell’iridato indoor, seguito in tribuna da mamma coach Khaty Seck, figura imprescindibile, è in salita: un nullo, un 8.13, un altro nullo (settimo posto parziale), un 8.22. Davanti a lui, a quel punto, ci sono il giamaicano Gayle e il cinese Yuhao Shi, con lo stesso 8.33, e lo svizzero Ehammer, con 8.30. Il greco Tentoglou, campione di tutto, solo un 7.83, si fa male al polpaccio destro ed esce di scena. Allo Stadio Nazionale della capitale giapponese, l’impianto dei trionfi olimpici 2021 di Marcell Jacobs e Gimbo Tamberi, è il momento della verità. Il 20enne reatino, con le sue scarpe gialle, si lancia nei canonici 18 passi più preavvio. Il vento è irrilevante (+0.2 metri al secondo). L’azione di corsa, a ginocchia alte, è un incanto, perfettamente calibrata. L’accelerazione finale trasforma la forza orizzontale in elevazione. Allo stacco è preciso, non deve tagliare il passo: all’asse di battuta regala solo 6,3 centimetri. La fase aerea, col cosiddetto “tre e mezzo”, è da manuale. La chiusura precisa. I display di campo e gli schermi di tutto il mondo gridano la loro verità: 8.39, personale incrementato di un centimetro. C’è Furlani. Poi tutti gli altri. Nessuno, nei tentativi a seguire, stesi dal colpo da KO del giovane rivale, migliora più. Alle 22.13 (le 15.13 in Italia) il risultato è ufficiale. Il poliziotto, sulla pedana rinnovata della leggendaria sfida tra Mike Powell e Carl Lewis di 34 anni prima, che al primo regalò un 8.95 tuttora record del mondo, è oro iridato, il 14° azzurro in 42 anni. Mattia (20 anni) del gruppo, è il più giovane (battuto il Michele Didoni di Göteborg 1995), così come è il più giovane vincitore della rassegna nipponica e della storia del lungo maschile, superando il 22enne Carl Lewis di Helsinki 1983. Per lui, tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, all’aperto e al coperto, è il sesto podio consecutivo in 18 mesi. C’è un fenomeno nell’atletica azzurra.






















L’Italia del volley femminile conquista il titolo un anno dopo l’oro olimpico I meriti di Velasco, l’allenatore che ha cambiato la storia della nostra pallavolo
8 SETTEMBRE 2025

Èuna questione di muri. Quelli che Julio Velasco ha dovuto radere al suolo fin dal primo giorno in cui è stato nominato ct della Nazionale di pallavolo femminile, in una squadra di campionesse che facevano fatica ad andare d’accordo. E quelli che le nostre ragazze azzurre hanno alzato su, fino al soffitto del palazzetto di Bangkok in un’umidissima domenica thailandese di settembre, fino al cielo: una, due, tre, quattro, cinque murate, l’ultima devastante di Myriam Sylla. Così l’Italia in una finale infinita, bellissima, eroica, ha rispedito in gola l’urlo della Turchia e vinto il campionato del mondo, un anno dopo l’Olimpiade di Parigi. “Mitiche” ha titolato il giorno dopo la Gazzetta, e questa volta nessuno può avere avuto la minima percezione di un’esagerazione. Nel nostro linguaggio abituale la parola mito si riferisce a un modello, un personaggio esemplare ed eccezionale al quale ispirarsi. Se le nostre giovani figlie si riversano in massa nelle palestre e nei palazzetti il merito è anche dei trionfi di Alessia Orro e di Paola Egonu, di Stella Nervini, grande rivelazione di questi Mondiali o di Kate Antropova, la ragazza che ha voluto a tutti i costi sognare con la maglia azzurra. Se una volta eravamo un popolo di navigatori e ora lo siamo anche di schiacciatrici, lo dobbiamo a un allenatore argentino, che passa per mago ma che mago non vuole farsi chiamare, che è arrivato in Italia più di quarant’anni fa e si è specializzato nel costruire generazioni di fenomeni e nello scrivere pagine di storia come questa: Velasco con gli ori olimpici e mondiali conquistati uno dopo l’altro ha ottenuto un bis che solo Vittorio Pozzo con la Nazionale di calcio e Ratko Rudic con quella di pallanuoto sono riusciti a fare in Italia. Ma lui è qualcosa di più, Julio è un uomo che è stato capace di costruire un gruppo, ha cambiato giocatrici, qualcuna l’ha anche persa per strada e poi ritrovata, ha convinto Egonu che la pallavolo non deve diventare un’ossessione e spiegato non solo a una squadra, ma a un Paese che si vince insieme, mettendo davanti a tutti il concetto del noi. E tutto il mondiale thailandese è filato via così, fino alle ultime due leggendarie partite. Prima la semifinale contro il Brasile, cinque set senza fiato, durissimi, lottando come tigri per fermare la strepitosa Gabi. Poi la finale con la Turchia, altri cinque set pazzeschi e un Mondiale 23 anni dopo il primo, un altro trionfo che ha cambiato la storia.

Dopo le donne di Velasco, anche gli uomini di De Giorgi trionfano al Mondiale Un dominio sportivo che non si vedeva dalla Russia degli anni Cinquanta
29 SETTEMBRE 2025

L’età dell’oro della pallavolo italiana non svanisce e si rilancia con nuovi successi. L’estate 2025 segna una vetta inesplorata dal nostro movimento e toccata solo dalla Russia nel 1952 e 1960: la doppietta iridata donne e uomini è realtà. L’Italia di Fefé De Giorgi ha raggiunto il quinto titolo mondiale a 21 giorni di distanza dal successo in Thailandia delle ragazze di Julio Velasco. Metabolizzata la delusione del 4° posto ai Giochi di Parigi, il Mondiale di Manila è partito in sordina. La sconfitta contro il Belgio nella fase a gironi ha addensato nubi sul cammino azzurro. Il cambio di passo è avvenuto nella seconda fase, quella a eliminazione diretta. Una corsa all’oro segnata dai successi contro Argentina, Belgio, Polonia e Bulgaria. Il trionfo di Manila, esaltato dai premi individuali (4 azzurri nella squadra ideale con Michieletto eletto miglior giocatore), ha un arcobaleno di storie che si sono concluse con l’happy end nella domenica finale nelle Filippine. C’è il volto di Ferdinando De Giorgi, il commissario tecnico azzurro ha un feeling speciale con la manifestazione: prima da giocatore e poi da allenatore è sempre stato presente nelle vittoriose campagne mondiali. In campo nel 1990, 1994 e 1998. Guida tecnica nel 2022 e 2025. C’è il dolore di Daniele Lavia, pilastro del gruppo, assente per infortunio ma portato virtualmente sul podio dal capitano Simone Giannelli che indossava la sua maglia numero 15. C’è l’ultimo punto della finale realizzato da Simone Anzani, assente alle ultime Olimpiadi per un problema al cuore e alla sua ultima partita in Nazionale. E poi c’è il momento magico vissuto da Mattia Bottolo. Promosso titolare per l’assenza di Lavia, lo schiacciatore è stato protagonista della striscia finale in battuta: dal 18-10 del 4° set sette battute con 4 ace per l’apoteosi finale di un gruppo che in 4 anni ha stupito il mondo. Un progetto partito nel 2021 dopo il fallimento olimpico di Tokyo ha prodotto due titoli mondiali, uno europeo e un argento continentale.

Fontana nella storia, a Milano Cortina supera Mangiarotti: 14 medaglie Diventa l’atleta che ha vinto di più alle Olimpiadi: vent’anni di trionfi
DI CLAUDIO LENZI
11 FEBBRAIO 2026

Il filo di Arianna è ancora lì. A vent’anni dalla prima medaglia olimpica di Torino 2006, brilla d’oro nell’arena del Forum di Assago. È un punto esclamativo che unisce tutti e dodici i capolavori dell’azzurra ai Giochi, dalla prima staffetta femminile a quella mista di Milano Cortina 2026, come una grande costellazione. Al centro c’è sempre lei, Arianna Fontana, l’impulsiva, adrenalinica e sfacciata campionessa, che in sei edizioni ha saputo trasformare lo short track nel suo regno, stavolta con l’aiuto di altri cinque campioni, da Pietro Sighel, sul traguardo di spalle, a Elisa Confortola, da Thomas Nadalini a Chiara Betti e Luca Spechenhauser. Per il Canada d’argento e il Belgio di bronzo non c’è niente da fare, mentre la favorita Olanda si lecca le ferite in tribuna.
L’Italia vince e Arianna fa la linguaccia, come sui cartonati che piovono dalle tribune impazzite. Sono dodici medaglie, adesso, e sì, il leggendario Edoardo Mangiarotti è sempre più vicino con i suoi tredici allori nella scherma tra Berlino 1936 e Roma 1960. «Onestamente non ci penso, affronto una gara alla volta» svicola la regina del ghiaccio, ma in cuor suo sa già quando potrebbe avvenire l’aggancio e poi lo storico sorpasso, come in una gara delle sue. Davanti ha quattro possibilità in otto giorni, dai suoi 500 d’oro a PyeongChang 2018 e Pechino 2022 ai 1500 metri, passando per la staffetta femminile – già, proprio quella di Torino – e i 1000.
Il resto è già storia: passano due giorni e proprio nei 500 arriva l’argento che le permette di eguagliare lo sportivo italiano più vincente dell’epopea a cinque cerchi. Infine, il 18 febbraio, è nuovamente seconda con la staffetta femminile, ma prima e unica atleta tricolore ad aver conquistato quattordici medaglie olimpiche. Ha cominciato a 15 anni e adesso che ne ha 35 si conferma ancora tra le prime tre, con tre ori, sei argenti e cinque bronzi. Ci sono Paesi importanti che sognano un bottino così. Leggenda.

I due ori della meravigliosa Brignone che non si è arresa alla sfortuna Il terribile infortunio, la rieducazione e quel dolore sempre presente
DI MASSIMO GRAMELLINI
Sei una campionessa di sci che ha appena vinto tre Coppe del Mondo e tutti ti danno per favorita alle Olimpiadi che si svolgeranno tra quasi un anno nel tuo Paese. Invece cadi in una gara di fine stagione e ti rompi la gamba sinistra. Ma non un pezzetto. Te la rompi tutta: tibia, perone, crociato. «Signora, sua figlia ha praticamente un arto staccato dal corpo», dicono a tua madre mentre ti portano in ospedale. Al risveglio pensi: “Forse passerò il resto della vita su una sedia a rotelle”. Ma è un attimo, poi ti concentri come sempre sul qui e ora, ripetendo a te stessa: “Sono ancora intera”.
Sei ancora intera, ma viaggi da un’operazione all’altra, zoppichi e provi fitte lancinanti al ginocchio appena tenti di salire un gradino. Ogni gesto banale, come farti la doccia o lavarti i capelli, diventa un’impresa eccezionale, faticosa, dolorosissima. Un invasato scrive sulla prima pagina del Corriere della Sera che vincerai a Cortina, ma forse manco lo leggi e comunque adesso le Olimpiadi non sono proprio nei tuoi pensieri. Nei tuoi pensieri ci sono le stampelle, senza le quali non riesci a muovere un passo. E ci sei tu, una donna di 35 anni, a livello sportivo non più una ragazzina, con una gamba da ricostruire: ossa, muscoli, legamenti.
Potresti fare la vittima, maledire il destino, arrenderti alle tue ansie e alle tue
insicurezze più che legittime: “Tornerò mai a camminare senza provare dolore?”. Invece resisti alla tentazione di lamentarti, anche se ogni tanto, quando sei sola, esplodi in umanissimi attacchi di rabbia. Però riprendi subito il controllo: “Non posso essere perfetta” ti dici, “ma posso ancora stare nel ritmo di quello che mi accade”.
L’estate, che di solito consacravi al surf, la passi al centro medico della Juventus, dove ti immergi nella fatica e nel ghiaccio, cercando da entrambi sollievo all’angoscia che ti attanaglia, specie di notte. “Ma io non sono solo le mie ossa e i miei muscoli”, ti ripeti. “Sono anche il mio cervello e il mio cuore. Devo fregare il tempo e la paura, ragionando giorno dopo giorno. Poiché non posso far scomparire il dolore, gli passerò attraverso”. Utilizzi l’ipnosi per entrare in trance e allenare il tuo inconscio. Non devi ricostruire solo i legamenti, ma la mente. Renderla più forte, abituarla a restare con gioia nel presente, impedendole di smarrirsi nei rimpianti o nelle aspettative.
La gamba fa male, ma va meglio. Ricominci a camminare, a correre, addirittura a sciare. E un piccolo sogno assurdo comincia a prendere forma dentro di te: partecipare alle Olimpiadi, ma solo per sventolare la bandiera italiana nella cerimonia inaugurale e magari iscriverti a un paio di gare per il puro gusto di poterti dire di esserci riuscita.
Ci riesci. Sventoli la bandiera issan-
doti sulle spalle di Mosaner, quello del curling. E in discesa libera scivoli dolente ma indenne fino al traguardo. Hai talmente male al ginocchio che non riesci nemmeno a chiuderti gli scarponi da sola e arrivi al giorno del SuperG senza altra pretesa che quella di non sentire dolore.
Esci dal cancelletto col tuo casco da tigre e ti inclini troppo in una curva, rischiando la fine di Lindsey Vonn. Con un colpo di reni ti rimetti in equilibrio. Non sei perfetta, ma sei nel ritmo. E poi, diciamolo, sugli sci rimani una fuoriclasse e così li lasci andare. Li molli proprio: che facciano loro. Insieme siete una cosa sola, specie adesso che spicchi l’ultimo salto e sotto lo sguardo estatico e incredulo di Mattarella vai a prenderti la medaglia d’oro. Dopo qualche giorno, ne vincerai addirittura un’altra e le tue rivali, sportivissime, si inchineranno davanti a te che non ti sei inchinata al destino.
Abbiamo delle donne meravigliose da queste parti e tu, Federica Brignone, adesso le rappresenti tutte.
L’estate tra fatica e ghiaccio, il piccolo sogno assurdo delle Olimpiadi, le avversarie che si inchinano


















Toninelli nel paddock del Gran Premio dell’Arabia Saudita dell’anno scorso a Gedda intervista il pilota della Ferrari Charles Leclerc.

Il lavoro della redazione e degli inviati consente la copertura di tutti gli avvenimenti nel mondo






La redazione di Sportweek: da sinistra Angela Brindisi, Luca Castaldini, Monia Urban, Naima Mancini, il direttore Pier Bergonzi, Fabio Marinello, Andrea Mattei, Gianluca Zappoli (Fashion Director), Andrea Barillaro.
L’Ufficio di corrispondenza a Roma: da sinistra Mario Canfora, Nicola Berardino, Elisabetta Esposito, Andrea Pugliese e Alessio D’Urso.

Da sinistra: Stefania Andolfo (direttore marketing digitale), Elisa Perego (direttore marketing eventi), Valerio Ghiringhelli (direttore marketing offline), Federico Cairo e Gianluca Varano (direttore marketing new business).







La storia più bella Supplemento della testata
3 Aprile 2026
Direttore Responsabile Stefano Barigelli sbarigelli@gazzetta.it
Vicedirettore Vicario Gianni Valenti gvalenti@gazzetta.it
Vicedirettori Stefano Agresti sagresti@gazzetta.it Arianna Ravelli aravelli@gazzetta.it
Testata di proprietà de “La Gazzetta dello Sport s.r.l.” - A. Bonacossa © 2026
Registrazione Tribunale di Milano n.419 dell’1 settembre 1948

Consiglio di Amministrazione
Presidente e Amministratore Delegato Urbano Cairo
Consiglieri
Federica Calmi , Carlo Cimbri , Benedetta Corazza , Diego Della Valle, Uberto Fornara , Veronica Gava , Laura Gualtieri, Stefania Petruccioli, Marco Pompignoli, Stefano Simontacchi , Marco Tronchetti Provera
Direttore Generale La Gazzetta dello Sport Francesco Carione
RCS MediaGroup S.p.A.
Sede Legale: Via A. Rizzoli, 8 - Milano Responsabile del trattamento dati (D. Lgs. 196/2003): Stefano Barigelli privacy.gasport@rcs.it - fax 02.62051000 © 2026 COPYRIGHT RCS MEDIAGROUP S.P.A.
Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta con mezzi grafici, meccanici, elettronici o digitali. Ogni violazione sarà perseguita a norma di legge.
Marketing Valerio Ghiringhelli Linda Moscolari
Progetto grafico the Goodman
Direzione, redazione e tipografia MILANO 20132 - Via A. Rizzoli, 8 Tel. 02.62821 ROMA 00187 - Via Campania, 59/C Tel. 06.688281
Distribuzione m-dis Distribuzione Media S.p.A. Via Cazzaniga, 19 20132 Milano Tel. 02.25821 - Fax 02.25825306
Pubblicità
CAIRORCS MEDIA S.p.A.
Sede operativa: Via A. Rizzoli, 8 20132 Milano Tel. 02.25841 - Fax 02.25846848 www.cairorcsmedia.it









































































