L’ABBRACCIO n91 Rivista trimestrale di informazione del CEIS Genova
2018
Essere comunità
La ricchezza di “essere comunità” di Monsignore Nicolò Anselmi ...........................................................4
Ognuno per la sua parte, per fare della “comunità” Genova una grande realtà di Marco Bucci ........................................................... 6
Costruire il senso di comunità di Stefano Livi ........................................................... 7
Se l’esistenza è un pellegrinaggio, la comunità è sempre tra “il già e il non ancora” di Jonny Dotti ........................................................... 9
Fare comunità: un impegno complesso ma necessario di Ennio Ripamonti ..........................................................13
la Comunità di Villapizzone: fiducia, responsabilità, benevolenza di Elisabetta Sormani ..........................................................15
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Il senso della mia comunità di M. - ospite Comunità di Trasta ..........................................................18
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una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa. Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi. Timoroso di essere conosciuto né può conoscere se stesso né gli altri, sarà solo. Dove altro
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nasconderci da noi stessi. Fino a quando
se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi
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chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere
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non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.
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L’ABBRACCIO
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Essere comunità Editoriale di Enrico Costa – Presidente CEIS Genova
N
el numero precedente abbiamo tentato di
raggiungere l’obiettivo posto e il caos. Qui interviene
riflettere e stimolare i nostri lettori sul delicato
il ruolo delle regole e dei valori di riferimento fondanti.
e intimo tema de “il senso della donazione”,
Questo sistema vale tanto per il CEIS Genova che per tutte
affidando pensieri e possibili risposte al generoso
le altre comunità, sia civili che spirituali e personali. Ma se
contributo di illustri rappresentanti dei diversi ambiti
desideriamo assecondare con la nostra professionalità
della nostra società, da quello religioso a quello politico,
e le nostre regole l’essere comunità delle persone che
dall’accademico all’imprenditoriale. Il ritorno positivo da parte di molti lettori (che ringrazio di cuore) è stato davvero incoraggiante, tanto da spingerci a proporvi un altro imponente tema, particolarmente caro alla nostra organizzazione e che anche in “Foglie di Trasta”
vogliamo sostenere, anche noi come CEIS Genova non possiamo che essere una comunità. Essere comunità tra di noi, sia operatori, professionisti che volontari ed essere comunità con le altre comunità con cui ci relazioniamo.
(trimestrale della Comunità di Trasta distribuito con
A questo punto ritengo necessario provare a compren-
l’Abbraccio) viene magistralmente interpretato nelle
dere più in profondità cosa vuol dire essere una comunità,
testimonianze dei suoi ospiti: “essere comunità”. Siamo
quali i valori fondanti; a tale scopo ci vengono in prov-
infatti convinti che proprio oggi che viviamo in un mondo
videnziale sostegno le parole preziose di un caro amico
nel quale appaiono evidenti i grandi cambiamenti sociali
del CEIS e di tutta la città di Genova, Monsignor Marino
e nel quale sembra prevalere l’individualismo e mancare
Poggi, direttore Caritas Diocesana Genovese:
punti di riferimento stabili, il tema proposto sia di grande attualità e necessiti di una attenta riflessione. Come vi ho precedentemente accennato, l’essere comunità” è materia di interesse e profondo discernimento per il CEIS Genova; siamo partiti da alcuni semplici interrogativi e successive riflessioni che desideriamo condividere con voi.
“Il fondamento di una comunità è un valore condiviso da tutti i membri. Una cooperativa o altri tipi di associazione si misurano dai risultati, mentre nella comunità l’unità è già data nella gioia di condividere lo stesso dono, già liberamente a disposizione. Nella comunità religiosa il dono è Dio stesso, nelle comunità umane è l’uomo nella
Chi siamo? Una associazione? Una cooperativa? Una
sua dignità personale. Sia Dio che l’uomo si offrono a
fondazione?
coloro che si pongono in un atteggiamento di rispetto e
Non siamo un’associazione perché siamo ampiamente
di scoperta.
strutturati e molti dei componenti traggono il sostenta-
L’avventura di una comunità al servizio dell’uomo, nei
mento economico dall’attività sociale.
suoi svariati bisogni di crescita personale, è dunque una
Non siamo una cooperativa perché lo scopo primario della cooperativa è dare lavoro ai propri soci. Non siamo una fondazione perché lo scopo principale di una fondazione è salvaguardare il patrimonio ed erogare fondi. Associazione, cooperativa e fondazione sono solamente strumentali alla missione del CEIS Genova. E allora cosa siamo? Siamo una comunità.
grossa sfida sulla capacità di accogliere affrontando la sensazione di una certa impotenza. Diventare comunità significa avere voglia di crescere e di imparare sempre meglio ciò che è essenziale per essere uomo, ricevendo più che dando. L’avventura è perciò priva di una conclusione misurabile, perché resta aperta nella libertà e mette tutti i partecipanti alla comunità nella condizione di fruitori di un dono, più che di elargitori. La fatica delle nostre
La comunità è il modello di vita che il CEIS in tutto il
comunità ha perciò bisogno di scoprire quale è il nemico
mondo ha adottato per interpretare il proprio intervento
più insidioso: il protagonismo. Malati, come siamo tutti, di
sociale e terapeutico. La comunità ha intrinsecamente
efficientismo, dobbiamo fare un passo indietro e lasciare
una forza moltiplicatrice, autorigenerante fenomenale.
che l’uomo si apra alla gioia di mostrarsi per quello che è,
Ma deve essere pilotata, governata; è la differenza tra il
nella speranza di imparare ad amarsi in modo più vero.”
L’ABBRACCIO
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La ricchezza di “essere comunità” di Monsignore Nicolò Anselmi – Vescovo Ausiliare di Genova
O
gni volta che partecipo ad un incontro, un
di vita comunitaria, semplice, una voglia di famiglia
convegno, una giornata di studio su temi
e di rapporti familiari affettuosi, attenti, capaci di
legati all’uomo o alla società sento emergere
prendersi cura gli uni degli altri. Non vi è dubbio
alcune parole, sempre le stesse: individualismo,
che la persona umana sia fatta per la dimensione
solitudine,
comunitaria; ogni persona ha bisogno di donare
assenza
di
relazioni.
Questi
concetti
vengono ripetuti sia che si parli di giovani che di anziani, di persone sane o di malati, di italiani o di stranieri. Sono convinto che molta verità sia presente
amore e di essere amata, di essere capita, accolta, di curare e di essere curata.
in queste valutazioni: la nostra società oggi rischia
La regola della comunità è l’amore, il bene dell’altro.
di promuovere un certo individualismo che genera
Nel tempo ho capito che il bene degli altri non è mai
solitudine, malessere, egoismo. Parlando con molte
un male per me; il bene è bene, sempre, per tutti.
persone, tante mi manifestano una sorta di nostalgia
La dimensione comunitaria è una ricchezza, in ogni
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L’ABBRACCIO
circostanza. Le cose fatte insieme sono più belle,
scusa, di tanta umiltà. Solo morendo si può risorgere.
più ricche, più varie, più divertenti, più efficaci e
La comunità è un luogo, forse l’unico dove si può
coinvolgenti di qualunque altra cosa, anche di quella
sperimentare insieme la morte e la resurrezione, la
progettata dal più geniale degli artisti sociali. La
fatica della croce ma anche la gioia, la luminosità,
comunità ha bisogno di tutti, tutti sono importanti e
la freschezza, il profumo della rinascita, di una vita
in questa importanza riscopriamo la nostra bellezza.
nuova. Una comunità vera è una ricchezza anche per
La religione cristiana dice che l’uomo è stato creato a immagine di Dio; il Dio dei cristiani è una comunità, una famiglia composta da tre persone, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: la Santissima Trinità. Tutti parlano della bellezza e dell’importanza della comunità, della vita insieme, della comunione, tuttavia nei dibattiti, nelle riflessioni sociologiche,
le altre persone, per chi è esterno alla comunità; è una fonte capace di dissetare anche altri che ad essa si avvicinano, assetati e incuriositi; l’amore e la luce che nascono da una comunità scaldano ed illuminano il freddo di molte tenebre. Tutti possiamo essere costruttori di comunità: sarebbe la più grande opera che possiamo fare.
nelle analisi, nella realtà emergono come vincenti
E, forse, qualcosa del genere doveva aver compreso
e presenti altre parole: individualismo, solitudine,
anche Giovanni, quel Natale di alcuni anni fa. Quando
egoismo. Negli anni ho capito, anche a partire dalla
Babbo Natale tirava fuori i pacchetti, Giovanni si
mia esperienza, dalla mia fatica a costruire comunità,
avvicinò al volontario seduto accanto a lui, quasi
una cosa: la vita comunitaria ha un prezzo, non è
schernendosi: «a me non mi conosce nessuno –
un fatto del tutto spontaneo. Se vogliamo godere
sibilò tra i denti – per me regali non ce ne sono».
dei benefici della vita in comune dobbiamo essere
Ma quando dal sacco emerse l’ultimo regalo e sopra
disposti a far morire una parte di noi, a rinunciare
vi vide scritto “Giovanni”, gli occhi di quell’omone,
ad alcuni nostri desideri, ad una parte dei nostri
indurito dalla vita per strada, si riempirono di lacrime:
progetti; la comunità ha bisogno di pazienza, di
«questo – disse – dev’essere il regalo di Dio, perché
silenzi, di passi indietro, di capacità di chiedere
solo Dio conosce il mio nome».
L’ABBRACCIO
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Ognuno per la sua parte, per fare della “comunità” Genova una grande realta’ di Marco Bucci – Sindaco Comune di Genova
P
remetto che non sono un sociologo e parlo nella
di
mia veste di Sindaco di una grande città come
vincere gli inevitabili conflitti, divisioni, egoismi. Una
Genova, che mi piacerebbe fosse davvero una
partecipazione vera e costruttiva.
comunità. Per comunità intendo un insieme di persone che condividono lo stesso luogo e sono uniti da vincoli, rapporti e legami di vario genere: sociali, linguistici, morali. Una comunità ha una storia comune, valori, tradizioni, usi, abitudini, progetti comuni.
un
comune
percorso
di
sviluppo
che
possa
Tutto questo comporta ovviamente delle difficoltà, ma credo che valga la pena di affrontarle. Mi piacerebbe che la nostra fosse una comunità che rivalutasse il senso di “appartenenza”. Mi piacerebbe che questa nostra comunità fosse solidale e coesa verso la realizzazione del bene comune,
Io penso che lo sviluppo e la prosperità umana siano
verso la realizzazione di un obiettivo condiviso che per
derivati dalla capacità degli individui di unirsi e di la-
me significa lavorare tutti insieme facendo ognuno la
vorare insieme verso uno stesso obiettivo.
propria parte per far crescere e progredire la nostra
Ognuno di noi nel corso della propria esistenza è
Genova, ricca di enormi potenzialità di sviluppo sotto il
influenzato e formato dall’appartenere ad una comunità
profilo economico, sociale e umano.
dove contestualmente porta il proprio contributo, lascia il proprio segno. Purtroppo oggi questo senso di comunità si sta progressivamente indebolendo e logorando dal diffondersi di un individualismo estremo. Quell’individualismo che colpisce anche la base della nostra società che è la famiglia. Inoltre i contatti sociali stanno diventando sempre più difficili anche per causa - diretta o indiretta - delle tecnologie che, se da un lato hanno migliorato le nostre vite, dall’altro, possono minare nel profondo i contatti sociali. Penso che essere comunità, oggi, voglia dire far parte di un sistema vivo e pulsante dove sull’individualismo prevalga la volontà di vivere e agire insieme agli altri. È anche basilare il fatto di sentirsi parte di una comunità, di sentirsi importanti vicendevolmente, nella fiducia condivisa che i bisogni e gli obiettivi saranno soddisfatti e raggiunti con l’impegno di tutti. Credo che essere comunità significhi essere in grado di manifestare la volontà di partecipare alla costruzione
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L’ABBRACCIO
Costruire il senso di comunità di Stefano Livi – Docente di Psicologia Sociale Università di Roma Sapienza
D
iceva Aristotele che l’uomo è per natura destinato
membro possiede di appartenere al proprio gruppo,
a vivere in comunità. Il senso di questo destino
di essere importanti gli uni per gli altri e la fiducia che i
racchiude il tema della convivenza nelle comunità,
bisogni di ognuno possano essere soddisfatti grazie al
l’anello di congiunzione tra sfera privata e collettiva, dove
comune impegno. Non è quindi solo la consapevolezza
la forza dello stare insieme, del condividere, si scontra
di essere parte di un’astratta categoria sociale ma la
coi confini dell’individuo, della propria storia, di relazioni
certezza di far parte di una struttura sociale affidabile
presenti e degli obiettivi futuri. Seguendo la visione di
e stabile nel tempo. Per questo il senso di comunità
Aristotele, fare comunità vuol dire infatti coltivare una
presuppone legami di interconnessione tra i membri, la
visione lungimirante nella quale capacità, motivazioni
possibilità di poter influenzare la comunità ma anche la
e personalità di ciascuno possano integrarsi, nella quale
disponibilità di essere influenzati facendo per gli altri ciò
ciascun membro sappia anteporre il bene comune ai
che ci si aspetta da loro.
propri bisogni ma allo stesso tempo dove il gruppo sappia promuovere e valorizzare i bisogni di ciascuno. Perché questo sia possibile vanno comprese le strutture psicologico-sociali che sono la base della convivenza, quelle che sorreggono e guidano la percezione condivisa della convivenza e che gli psicologi chiamano “senso di comunità”. Il senso di comunità esprime il sentimento che ciascun
La consapevolezza di essere parte di una comunità soddisfa i fondamentali bisogni sociali di appartenenza, di identità e di sicurezza e consente di allontanare i disorientanti sentimenti di solitudine e di anomia che caratterizzano molte delle strutture sociali moderne. Infatti, come sostiene il sociologo Zygmunt Bauman, molte organizzazioni si configurano solo apparentemente come
strutture
interconnesse,
mentre
al
contrario
Foto archivio CEIS Genova
L’ABBRACCIO
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rinforzano un profondo senso di insicurezza che non porta ad altro che a ricercare soluzioni personali e la salvezza individuale a problemi e contraddizioni sistemiche. Al contrario, come dimostrano diverse ricerche e riflessioni di psicologi sociali, le comunità possono costituire il luogo privilegiato per l’esercizio della cittadinanza attiva sulla quale può basarsi la fiducia di condividere un prezioso bene comune. Il senso di comunità non è quindi solo di un traguardo ideale, ma un vero e proprio obiettivo strategico per tutte le organizzazioni che abbiano l’aspirazione a costituirsi riferimenti sociali salienti per gli individui. Per questo motivo il senso di comunità è considerato un vero e proprio indicatore di capitale sociale per le organizzazioni e di qualità della vita per i suoi membri. Secondo gli psicologi McMillan e Chavis, quattro sono le caratteristiche psicologiche di base che compongono il senso di comunità: appartenenza, connessione emotiva, influenza e soddisfazione dei bisogni. L’appartenenza è il sentimento di base che porta i membri a sentirsi parte integrante della comunità ed a percepirsi connessi con gli altri. Questo aspetto è determinato dalla consapevolezza che esistono dei confini nella comunità in grado
Queste quattro dimensioni sono importanti poiché
di distinguere chi ne fa parte e chi no. Questo aspetto
rappresentano le coordinate attraverso le quali è possibile
contribuisce a sviluppare una sicurezza emotiva che
monitorare, guidare e promuovere il senso di comunità
porta i membri a sentirsi non solo protetti ma anche
rafforzando le risorse interne. Tuttavia è importante tener
pienamente accettati, capaci di poter esprimere senza
conto che il senso di comunità può essere vissuto in modo
timore i propri bisogni e i propri sentimenti. Perché si
conflittuale all’interno degli individui a causa della qualità
possa sviluppare il senso di appartenenza è importante
delle relazioni interne o dei legami con altre strutture
anche che i membri conoscano le aspettative reciproche
sociali rilevanti (come, ad esempio, la famiglia). Questo
nonché il sistema normativo e simbolico che guida i
vale soprattutto per il complesso scenario italiano dove,
comportamenti dei membri della comunità. La seconda
forse non a caso, comunità è un sostantivo che si declina
dimensione è la connessione emotiva, intesa come la
allo stesso modo al singolare e al plurale ed è tutt’altro
condivisione di una storia comune, di eventi a forte
che neutro.
valenza emotiva, di legami spirituali e di risorse materiali
La forza di una comunità come sostegno per i bisogni
e immateriali. La terza condizione necessaria affinché
della comunità e di ciascun individuo si gioca proprio
possa mantenersi un senso di comunità è l’influenza,
sullo spazio di autonomia concesso ai singoli componenti.
cioè la percezione che ciascun membro senta di poter
In questo senso, la comunità può infatti essere percepita
incidere con le proprie idee o con le proprie azioni sulla
come luogo elettivo di controllo sociale, caratterizzato da
direzione e le scelte di tutta la comunità. Questa reciproca
legami soffocanti, mentre l’idea plurale della comunità,
influenza non è intesa solo come un modo attraverso il
opposta alle visioni dei singoli, deve prevedere forme
quale è possibile prendere parte alla vita della comunità,
e luoghi di convivenza costruttiva e dialettica. Questo
ma anche per sentirsi utili e al pari con gli altri membri. Il
consente di poter creare un contesto sociale ideale di
quarto ed ultimo fattore è la soddisfazione dei bisogni, un
comunità nel quale si possano integrare gli elementi di
elemento di fondamentale importanza per la creazione di
accoglienza, protezione della comunità con quelli della
uno spirito di comunità ed è relativo alla possibilità che
valorizzazione e di riconoscimento delle diversità, di spazi
ciascun membro riconosca di vedere soddisfatti i propri
di libera iniziativa individuale, e del fondamentale diritto
bisogni.
di scelta di rimanere o allontanarsi.
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L’ABBRACCIO
Se l’esistenza è un pellegrinaggio, la comunità è sempre tra “il già e il non ancora” di Jonny Dotti – docente di Scienze sociali e organizzative Università Cattolica di Milano
P
arola complessa comunità. Se c’è una parola
a questi dispositivi attraverso delle regole che ci
oggi sottoposta a un bombardamento è
siamo dati. Da una parte avete un eccesso di “caldo”,
proprio la parola “comunità”. Essa richiede di
diciamo così, dall’altra un eccesso di “freddo”. Da una
dargli una forma specifica. Tra immaginari primitivi
parte avete un sistema completamente fuso, fusionale,
e abitudini digitali. È tutto un con-dividere. Non
che guarda caso prende origine da famiglie che si
condividete quando utilizzate facebook? Si formano
degenerano; dall’altra avete un sistema freddo, non
le comunità di amici. Per gli adolescenti questa è
fuso, ma completamente separato, dove gli individui
l’esperienza base. Nel loro vissuto il riferimento è
sono totalmente separati e ognuno immagina di vivere
spesso il digitale. A volte molto di più che la famiglia.
la sua libertà, i suoi diritti, i suoi bisogni, i suoi desideri,
Viceversa l’esperienza comunitaria reale è rubricata
la sua “realizzazione individuale”. In mezzo c’è la
nell’antico e nel sottosviluppato. Così va il mondo
comunità, che è, invece, questo esercizio costante di
(come ci vogliono far intendere). La parola “comunità”
reciprocità, che è esattamente riconoscersi prima un
sta esattamente in mezzo, per questo ha bisogno di noi
tu, che un io. Il Johnny è il tu di Monica, è il tu del suo
e della nostra responsabilità, tra la parola “immunitas,
amico Emanuele. Mi capite? È il tu di Dio. Non sono l’io
immunità” e la “società delle funzioni”. L’ “immunitas”
di Monica, di Emanuele e di Dio, sono il tu di queste
sono i gruppi chiusi, è la mafia, sono le corporazioni,
persone e di Dio.
forma molto frequente di comunità. Anche tra di noi, nei nostri paesi, nei nostri quartieri, nei movimenti, nelle parrocchie. E’ addirittura possibile confondere la Chiesa con un Immunitas. È facilissimo scivolare in
E quindi è questo esercizio costantemente esposto ad avere una capacità di interiorizzazione, ma anche ad avere una capacità di uscita. Se implode troppo
un’idea di “immunitas”, cioè di luogo chiuso. Le forme
all’interno diventa “immunitas”, cioè si costruisce uno
mafiose sono forme degenerate di comunità. Ce ne
spazio delimitato di controllo e di potere. Quand’è che
abbiamo tante anche al nord, non è che bisogna per
il potere degenera? Il potere degenera esattamente
forza andare domani ad Agrigento. Però lì dentro c’è un
nell’immunitas. Oppure, dall’altra parte, se esco sola-
pezzo di comunità. C’è il tema del legame, il tema del
mente, ho soltanto una tensione ad uscire; mi riduco
riconoscimento, il tema del rito, il tema del linguaggio,
in rapporto alla tecnica, alle funzioni, alle cose a cui
del simbolo. Per questo la “comunità” è una parola
rispondo. Rispondo solo tecnicamente, funzional-
fortemente religiosa, perché poi dal punto di vista
mente. La comunità richiede un percorso di consape-
sociale politico, tutte le declinazioni che si prendono,
volezza e di corresponsabilità. Una comunità statica
sono prese comunque dal linguaggio religioso. Da
tende a morire; se una comunità non è in cammino,
una parte abbiamo l’“immunitas”, dall’altra abbiamo
non esce costantemente da sé stessa, non è osmotica
la società fatta solo di funzioni e di tecnica. Individuo
con il contesto, implode nell’ “immunitas”; ma richiede
e funzione. L’individuo che va a votare, l’individuo
anche quest’affezione, sposare qualcosa da una parte
che paga le tasse, l’individuo che prende l’aereo,
e, dall’altra, rispondere alle domande della realtà, ac-
l’individuo che risponde al telefono. Una società che
cogliere le domande che vengono dall’”altro da noi”.
monta tutta una serie di dispositivi e noi rispondiamo
E voi sapete bene che le domande sono fastidiose. Le
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domande della vita non è che sono sempre comode.
sono: gli assetti demografici, i flussi migratori, la
Le domande vere ti prendono sempre abbastanza
tecnocrazia. Questi tre fenomeni hanno tra loro un
in imbarazzo. “Dove sei, Adamo?”; dietro la pianta.
evidente intreccio, nel loro procedere nel tempo
“Dove sei, Caino?”. Vi ricordate della Genesi? Potrem-
e nello spazio, che crea ulteriori situazioni e sotto
mo anche ricordare tante domande del buon Gesù.
fenomeni rilevanti.
E’ necessario in questo oggi frantumato e parcelliz-
Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad una mas-
zato allenarsi al gioco della comunità.
siccia entrata delle “professioni sociali” nei nostri con-
Oggi lavorare per la comunità è lavorare con la comu-
testi di vita. Sulla scia delle diverse specializzazioni
nità. Lavorare per le persone significa lavorare con le
derivate dalla disciplina medica sono entrate sulla sce-
persone.
na moltissime figure professionali sul versante socio-
Questo atteggiamento di fondo introduce ad un immaginario ed a un’azione profondamente diversi da come nel passato secolo abbiamo sviluppato anche i diversi lavori di prossimità. Di fronte ai tre grandi fenomeni che da ormai tre decenni attraversano a passi spediti la nostra società, si tratta di provare ad interpretare questo tempo attraverso circuiti virtuosi rinnovati e non attraverso la continuazione
educativo-assistenziale. Se contiamo “l’esercito “delle badanti (all’ultimo gradino gerarchico della scala di riconoscimento sociale) possiamo tranquillamente affermare che si sono creati più di due milioni di posti di lavoro. Abbiamo assistito inoltre all’emersione di forme organizzative ed economiche nuove che oggi trovano anche la loro complessiva legittimità all’interno della legge quadro sul Terzo settore.
di apparenti consolidate abitudini, ormai decadenti. I
Il paradigma si è retto sino ad ora su un’idea
tre radicali fenomeni che stanno cambiando il quadro
prestazionale e specialistica, erogativa ed indivi-
quotidiano della nostra convivenza, del nostro stare in
dualizzata. Da una parte gli utenti dall’altra gli esperti.
relazione con noi stessi, con gli altri e con il mondo
Insomma anche i servizi alla persona hanno seguito
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L’ABBRACCIO
Foto archivio CEIS Genova
(al di là delle retoriche politiche di ogni colore) il
sarà inevitabilmente cosi? Questo è il nostro inesorabile
potente destino della società dei consumi. A bisogno
destino? Personalmente non credo. I tre fenomeni che
individuale,
esperto
ho nominato investono oggi visceralmente ognuno di
professionista (singolare o plurale) con il suo apparato
noi. Spingono ad interrogarsi, non ci lasciano soddisfatti
specifico di tecniche e strumenti. Pubblico, privato e
le sole risposte immediate che danno generalmente
terzo settore hanno prevalentemente seguito questa
vita a soluzioni posticce e superficiali. A proposito
strada, con poche eccezioni. E’ questa l’interpretazione
di superficialità si pensi a come spesso sono gestiti
della realtà che ha prodotto anche i posti di lavoro
i servizi di “accoglienza” ai migranti. La situazione
in questo ambito, sostenuti dall’allargamento della
presente ci invita pressantemente a riproporci un tema
spesa sul versante pubblico e da un uso sempre più
di senso e ci rimbalza la questione del nostro legame
consistente di spesa diretta e indiretta di persone e
con gli altri.
risposta
specializzata
di
un
famiglie. Si pensi ad esempio a come vengono pagate le badanti (pensione, assegno di accompagnamento, risparmi) o a come si finanzia il welfare aziendale. Se si rimarrà in questo paradigma (consumo individuale di servizi di welfare, utilizzando anche forme e funzioni “di comunità”) è chiaro che l’efficientamento che ogni mercato richiede introdurrà massicce dosi di tecnologia nel sistema. Molte macchine sostituiranno molti uomini
Insomma riemerge il tema della comunità, delle forme di convivenza tra le persone, dell’aiuto reciproco, della giustizia, della solidarietà che nasce dal rispecchiamento della fragilità diffusa. E’ avendo il coraggio di stare sulla frontiera di questa realtà che può prendere forma il nostro essere “con” gli altri come prima risposta elementare di senso.
e donne, essendo in grado di garantire dentro un certo
Qui si entra allora in un altro paradigma, che non nega
standard, maggiore quantità di prestazioni e quindi
ciò che di buono ci è stato consegnato dal passato
maggiore produttività a minor costo. L’innovazione
prossimo, ma che rigenera le forme e non teme la
in questo caso sarà solo tecnologica strumentale. È e
sfida di questo tempo, anzi, la interpreta in modo più
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profondo. Come direbbe Papa Francesco ha il corag-
Non si può accogliere se ci si sente conclusi in sé stessi.
gio di stare nel tempo non solo di occupare gli spazi
Questo vale anche nell’accoglienza piena e feconda
che sono stati conquistati.
di tutto noi stessi, del mistero che siamo a noi stes-
Il tema del “con” ci conduce quindi alla ricerca di nuove forme di capacitazione diffusa per le persone, ci fa immaginare nuove forme di convivenza abitativa, ci fa sperimentare processi partecipativi e alleanze inedite. Mette tutti nella condizione di contribuire al benessere. Perché stare con gli altri significa trasformarsi, cambiare. Il paradosso è che oggi avremmo a disposizione moltissimi strumenti e apparati legislativi moderni, ma anche una grande tradizione di secoli che ha bisogno solo di essere reinterpretata. Scegliere il paradigma del “con” richiede non sfuggire al “perché” delle cose e interrogarsi sul valore del “cosa”, senza cedere immediatamente all’ansia del “come fare”. Ci vuole una certa libertà ed un sogno di pienezza. Sono certo che questa innovazione porterebbe maggior lavoro perché, come direbbe Hanna Arendt, generato dall’ingegno dell’opera e dalla profondità dell’azione. In grado quindi di costituire un patrimonio, non un semplice flusso tra “utenti” e “professionisti”. Se c’è un atteggiamento profondo che ci può ricondurre ad esperienze sane e generative di comunità è certamente quello dell’accoglienza.
si. L’altro non è solo una soggettività esteriore che ci interroga, che possiamo più o meno rifiutare, è l’altro di noi stessi che portiamo nel nostro intimo, che non ci fa essere ciò che pensiamo di essere, che scardina interiormente le nostre certezze, il mistero della nostra anima. Ma l’altro che chiede di essere accolto sono anche gli “imprevisti” della vita, i suoi traumi, i lutti, le gioie inaspettate, il mistero del cosmo. Per raccogliere è necessario raccogliersi, e viceversa. L’accoglienza richiede e sviluppa tolleranza. Tolleranza verso le proprie imperfezioni e quelle degli altri. La tolleranza di tempi e modi che a volte ci sono estranei. E’per questo che l’accoglienza non rifugge il conflitto, rifugge la violenza. Non rifugge il dibattito ed ama il dialogo. L’accoglienza si fonda sulla speranza nell’invisibile, è per questo che nelle grandi religioni l’ospite è considerato sacro, messaggero di Dio, portatore di novità. Si generano così riti e simboli dell’accoglienza, si predispongono spazi e tempi dedicati. Non esistono solo persone singole accoglienti ma anche comunità accoglienti. O per meglio dire una comunità è tale solo se è accogliente, altrimenti è immunità, corporazione, mafia. Una comunità sana sa che senza accoglienza si destina all’estinzione ed alla miseria,
Accoglienza è parola profonda che è andata perden-
economica, culturale e spirituale. L’accoglienza sviluppa
do negli ultimi tempi il suo pieno significato. Ridotta
in seno alle persone ed alle comunità la generosità e
a pura funzione strumentale, non sa indicare più un
la solidarietà necessarie ad essere temprati e forti di
senso ed una direzione. Il verbo che fonda la parola
fronte alle sfide della vita (temperanza e fortezza sono
accoglienza è il verbo “legere” che sta ad indicare
infatti due virtù cardinali).
l’azione di cogliere e raccogliere. Da questo verbo latino deriva il verbo italiano leggere, ma anche eleggere e scegliere. L’accoglienza è dunque un atteggiamento umano profondo ed un’azione che segna il nostro essere, non lo lascia indifferente. Qualifica la relazione con la realtà, con noi stessi, gli altri, il mondo.
L’accoglienza
è
lo
spazio-tempo
che
permette
l’emersione della fiducia, che la risana se è stata tradita, che la rimette al mondo se è stata abbandonata. Purtroppo spesso l’accoglienza sia nelle dimensioni micro (famiglie, aziende, organizzazioni), sia nelle dimensione macro (paesi, stati, grandi organizzazioni)
Non solo dota di senso questa relazione (accolgo
è immaginata solo come una funzione strumentale o
perché quella persona e quella relazione mi riguardano)
come uno stile dipendente dalla deontologia del sin-
ma con questo riconoscimento contribuisce a dar
golo individuo. Perdiamo così uno dei grandi motori
vita alla novità che abita la realtà attraverso l’incontro.
dell’innovazione nella storia umana (ma anche nella
Prendono spazio accanto all’accoglienza altre parole
storia dello sviluppo del cosmo naturale). Diventiamo
sorelle: ricezione, accettazione, approvazione, ospitalità.
più miseri. Ma per fortuna le parole tradite mantengo-
L’accoglienza è il principio di ogni trasformazione
no una loro forza e cercano continuamente una terra
dell’essere. Per accogliere è necessario “esserci”,
fertile (un sogno di comunità) in cui continuare ad es-
fermarsi, sostare, ascoltare, “perdere tempo”.
sere generative.
12
L’ABBRACCIO
Fare comunità: un impegno complesso ma necessario di Ennio Ripamonti – psicosociologo e docente Università Bicocca e Cattolica di Milano
L
a globalizzazione non ha prodotto, come forse
apertura e scambio con l’esterno, nel localismo regres-
ingenuamente s’immaginava qualche anno fa, un
sivo il radicamento nella comunità di luogo assume
villaggio integrato e cosmopolita ed è ritornata
forme identitarie di chiusura e di vera e propria difesa dal
prepotentemente alla ribalta la questione del locale. Se
“nemico esterno”.
nella forma del localismo progressivo la riscoperta del
Nel dibattito europeo sulla riforma del welfare l’idea di
territorio è accompagnata da atteggiamenti di curiosità,
territorio e di coinvolgimento delle comunità locali è
L’ABBRACCIO
13
ricorrente. Nonostante il termine “comunità” sia gravato
contemporaneamente, di mettere la sordina ai rischi di
da un’incerta definizione concettuale, è indubbia la sua
conflitto interno. E la comunità rischia, come ci ricorda
diffusione nel dibattito pubblico e nel lessico di molte
il filosofo Roberto Esposito, di presentarsi satura di
discipline.
patriottismi, comunitarismi, particolarismi che della
Se è vero che il discorso sulla comunità non è mai del
communitas costituiscono non solo qualcosa di diverso,
tutto tramontato è altrettanto vero che si è notevol-
ma la più evidente negazione.
mente trasformato poiché è profondamente cambiata la
Benché si esprima nella nostalgia del calore umano con-
comunità stessa, un sistema umano che ha oramai poco
tro il “grande freddo” delle moderne istituzioni proce-
a che fare con quell’unità di luogo, di spirito e di sangue
durali la riproposizione del tema della comunità non può
descritta dal sociologo tedesco Ferdinand Tonnies nel-
essere liquidato come il semplice riaffiorare di un tema
la celebre opera Comunità e società nel lontano 1887.
passato ma come la spia di bisogni insoddisfatti. Ed è
Con la modernità il quadro è mutato radicalmente, le
proprio da questo prepotente bisogno umano che af-
relazioni comunitarie si sono allentate, le persone hanno
fiorano (e fioriscono) nuove esperienze di comunità di
guadagnato molta più libertà (meno legami obbligati e obbliganti) ma anche perso sicurezza (pochi legami rassicuranti e protettivi).
modi di vita, sistemi di relazione che garantiscono agli individui di partecipare in modo attivo alla costruzione di una specifica community di significati con un grado
Se si vuole evitare il tranello del revival romantico è utile
di libertà che prevede e legittima la peregrinazione e il
riconfigurare l’idea di comunità attraverso le pratiche
nomadismo, il lasciarne una per entrare in un’altra.
concrete che permettono di sperimentare il superamento dell’individuo, un cambiamento che può avvenire a partire dall’esperienza. Il sociologo Aldo Bagnasco in un bel libro di qualche anno fa ha suggerito che nel contesto contemporaneo una comunità locale, anche la più piccola, deve essere considerata come una società locale, all’interno della quale si osservano rapporti di tipo comunitario, senza l’ingombro del concetto di comunità. Dal suo punto di vita non si deve infatti cadere nella trappola di pretendere di trovare necessariamente relazioni di tipo comunitario nelle comunità locali, anche piccole. La questione della comunità si confronta infatti con un
Se le comunità tradizionali implicavano un universo stabile, rassicurante ma anche costrittivo, le moderne comunità digitali rese possibili dalla diffusione di internet si fondano sulla instabilità e la massima libertà del soggetto. Nell’epoca del trionfo della moltitudine l’individuo riformula la sua identità reinventandosi appartenenze, luoghi e significati locali non più dati. In questo quadro va collocato l’interesse per i “beni comuni” (commons), un concetto che designa sia una risorsa specifica (terra, acqua, foreste) che la modalità sociale con cui viene gestita.
politeismo dei valori che rende le società contempora-
L’interesse per i commons è testimoniato dal conferi-
nee eticamente frastagliate e costantemente in tensione,
mento del premio Nobel per l’economia a Elinor Ostrom
condizione che rende difficile la costruzione di legami di
nel 2009 per i suoi studi sulle modalità di autogoverno
tipo comunitario. Ma difficile non vuol dire impossibile.
dei beni comuni da parte delle comunità locali. Queste
Su questo terreno si registra l’ampia divaricazione
ricerche dimostrano che il governo cooperativo delle
fra cittadinanza e appartenenza. L’idea democrati-
risorse comuni rappresenta, in determinate condizioni,
ca di un’appartenenza interamente risolta nella cit-
una strada interessante e altamente efficace, come dice
tadinanza si rivela inadeguata ad intercettare bisogni
il sociologo Franco Cassano una vera e propria “ragio-
d’identificazione simbolica oggi in decisa ascesa. Nas-
nevole follia”. La terza via fra pubblico e privato chiede
cono e si diffondono svariate forme di comunitarismo
alle istituzioni di sostenere azioni collettive che non as-
identitario che intercettano un desiderio di similitudine
sumono un carattere reattivo o rivendicativo ma prin-
ed esprimono un senso del “noi” che da conforto e ras-
cipalmente regolativo, in cui le persone si coordinano
sicurazione, evitando il gravoso compito di conoscere e
e agiscono in maniera congiunta grazie ad una risorsa
riconoscere le diversità.
comune.
Il desiderio di far parte di una comunità di simili
Così ridisegnata l’idea di comunità, o meglio le diverse
sospinge l’alterità al di fuori dei confini del proprio
idee di differenti comunità possibili, qui e ora, ci ricon-
gruppo
segna prospettiva e speranza.
14
d’appartenenza,
L’ABBRACCIO
operazione
che
consente,
La Comunità di Villapizzone: fiducia, responsabilità, benevolenza di Elisabetta Sormani – Presidente Associazione MCF
Foto Archivio Comunità Villa Pizzone
C
i siamo trasferiti a vivere in questo cortile nel
una buona aria la si respirava fin dall’entrata. Abbiamo
febbraio 1995 con i nostri tre figli (il quarto è
continuato a frequentarla ma ci siamo avvicinati mag-
arrivato poi), cercavamo qualcosa ma non sa-
giormente come coppia e famiglia dopo aver passato
pevamo certo quello che avremmo trovato! Conoscevamo da tempo la Comunità di famiglie di Villapizzone a Milano, praticamente dal suo nascere nel 1978, quando partecipavamo a giornate di lavoro volontario come scouts di due gruppi differenti, ancora non ci conoscevamo ma frequentavamo questa cascina, allora
un paio d’anni in Bolivia e aver sperimentato una vita dove servizio, volontariato, relazioni, famiglia e lavoro erano armonici fra loro. Ci spingeva anche il bisogno di vivere in un contesto che ci tenesse svegli, non ci permettesse di sederci e dimenticare chi avevamo lasciato là, in condizioni molto difficili.
cadente e da poco affidata in comodato dai proprietari
Come tutti quando si inziano esperienze nuove pensa-
a un gruppo composto da due famiglie e una comunità
vamo di aver capito, ad esempio pensavamo che in una
di padri Gesuiti. Non era bella forse ma ci si stava bene,
comunità si decidesse sempre tutti insieme, si parlasse
L’ABBRACCIO
15
sempre in modo diretto, che le relazioni fra le persone
che hanno condiviso pezzi di cammino con noi. Siamo
fossero fluide e semplici...
caparbiamente convinti che sia possibile vivere una
C’è voluto tempo perchè ci liberassimo da tante idee, e iniziassimo a far tacere la mente per iniziare ad ascoltare con il cuore. C’era qualcosa di speciale nell’aria che ci impediva di andare via e ci interrogava. Perchè
vita centrata sulla condivisione e volta alla ricerca del buono. Ci vuole impegno, ma chi non ha da impegnarsi ogni giorno? Ci sembra di vedere che ne vale proprio la pena.
stavamo bene qui? Anche se non era una vita semplice,
Siamo profondamente diversi fra di noi come famiglie.
nè tantomeno facile. Eppure felice.
Ogni tanto ci definiamo una “comunità di comunità”
Ci siamo resi conto di sentirci sereni e liberi perchè con
perchè ogni famiglia è già una comunità.
i piedi su una base solida: qualsiasi cosa fosse avvenuta
Negli anni ciascuno ha camminato: vivere vicini e soli-
alla nostra famiglia non eravamo soli e non avremmo
dali con altri ha permesso ad ognuno, giorno dopo
lasciato soli gli altri. E questo da tutti i punti di vista:
giorno, di mettere ordine fra bisogni e desideri: tempo,
dal relazionale all’economico. Nel contempo ci sentiva-
soldi, affetti prendono il loro posto.
mo liberi di fare le scelte che reputavamo migliori per la nostra vita famigliare, sapendo di avere il supporto degli altri. Sentivamo il desiderio di sperimentarci come famiglia aperta,
accogliente
verso
qualcuno
che
avesse
bisogno di famiglia e così quasi subito ci abbiamo provato e da lì non abbiamo più smesso. Dall’idea di “famiglia accogliente” al vissuto di famiglia che riscopre nel suo Dna l’accoglienza non più come un modo di essere aggiuntivo, ma costitutivo. Questo è stato possibile grazie a un appartamento affidatoci in
Nel tempo si è costruita famigliarità, il sentirsi a casa, sostenuti ma liberi. Nei primi tempi e per un certo numero di anni le famiglie hanno condiviso il lavoro: gli uomini a sgomberare cantine e solai, portandosi sul lavoro chi poteva lavorare e poteva imparare a lavorare insieme agli altri e le donne a curarsi di chi restava, ad accogliere chi arrivava, a fare casa. Nel frattempo la cascina ricevuta in comodato dai proprietari veniva ristrutturata un passo dopo l’altro col lavoro dei componenti e di amici e volontari.
uso sufficientemente grande e il sostegno delicato e
Dal lavoro insieme alla cassa comune il passo è stato
benevolo delle altre famiglie. Volevamo anche “fare i
breve, brevissimo: raccogliendo il denaro pattuito
conti con i soldi”, quel fare i conti profondo che rimanda
per i lavori di sgombero in un cassetto, è subito stato
a quanto di simbolico ha il denaro nelle relazioni umane;
necessario pensare a un modo per suddividere il
la cassa comune ci ha educati a una relazione più libera
denaro raccolto. Una grande intuizione: nessuno può
verso il denaro perché ci ha portati a lavorare di più sui
decidere quanto occorre a ciascuna famiglia, se non la
nostri bisogni e a trovare la nostra strada verso una vita
famiglia stessa. Nella fiducia che così viene alimentata
più sobria. Anche in questo caso nella libertà data dalla
e cresce e che aiuta ciascuno a camminare nel percorso
fiducia benevola delle altre famiglie.
di sobrietà che la condivisione necessita, anche oggi
Oggi la Comunità è costituita da sei famiglie e una
ogni famiglia (coppia) versa nella cassa comune quanto
famiglia speciale, una comunità di padri gesuiti. Ogni
guadagna e prende quanto reputa necessario. In
famiglia ha in uso un appartamento in cui vive, ognuno
segretezza.
ha un lavoro retribuito monetariamente o che apporta
I componenti della comunità oggi non lavorano più
risorse alla comunità in altro modo. In ogni casa vivono
insieme ma solo due sono occupati nella Cooperativa
per un periodo persone che per vari motivi hanno bi-
Di Mano in Mano (nata dall’esperienza degli sgomberi)
sogno di una casa e di famigliarità e anche questa è una scelta della singola famiglia. Il cancello è aperto e si cerca di essere aperti ai bisogni del quartiere in cui siamo inseriti.
ma in settori diversi. Ci sono poi un medico, un ricercatore universitario, due pensionati, una insegnante, un’infermiera e quattro donne che si occupano con semplicità dei diversi aspetti che riguardano questa
Cerchiamo di volerci bene per quelli che siamo e di
esperienza fortemente radicata nel territorio in cui è
voler bene a chi arriva. Non è facile, lo sappiamo bene,
inserita: dal sostegno a famiglie monoparentali e a
spesso non ci riusciamo, ma questo non ci ferma per-
famiglie in difficoltà, alla partecipazione a gruppi e attività
chè abbiamo visto miracoli su di noi e anche in altri
del territorio, raccolta e ridistribuzione di alimenti, oltre
16
L’ABBRACCIO
che tutto il lavoro per curare gli spazi messi a disposizione
dei
del territorio per incontri, feste, attività.
accompagnamento reciproco in gruppo tra famiglie e
La Comunità in questi 40 anni di vita non ha accumu-
persone con il metodo della condivisione con incontri
gruppi
di
condivisione,
cioè
di
percorsi
di
lato denaro, lo ha sempre messo a disposizione di al-
mensili autorganizzati; i partecipanti di questi gruppi
tre esperienze che partivano e di chi ne aveva bisogno;
sono persone e famiglie che per lo più non fanno
anche altri tipi di aiuti e sostegni vengono condivisi con
l’esperienza comunitaria ma che vogliono vivere la
altri se non necessari. E, come si dice, la Provvidenza
condivisione continuando a vivere nelle proprie case.
riempie i grani vuoti, per cui è stato possibile vivere
Attualmente siamo 36 esperienze comunitarie e una
l’esperienza fino ad oggi. Lavorando e osando ospitare,
trentina di gruppi di condivisione in 7 regioni italiane.
accogliere, sostenere e vivere ciò che per ciascuno da solo non sarebbe stato possibile.
Nel 2003 è nata, dall’impegno di tanti coinvolti in questa storia, l‘Associazione Nazionale di Promozione Sociale
Altre famiglie erano attirate come noi da uno stile di
Mondo di Comunità e Famiglia (MCF), per promuovere
vita diverso ma non fuori dal mondo, anzi così incardi-
e sostenere lo sviluppo di esperienze di condivisione fra
nato nella realtà. La comunità di allora si rese disponi-
famiglie e persone. E’ l’associazione che si impegna a
bile ad aiutarci a trovare la nostra strada che per la nos-
portare avanti lo sviluppo di esperienze di condivisione
tra famiglia ci ha voluto dire trasferirci proprio qui, per
ma soprattutto a dare voce e sostegno a tutti coloro
altre ha portato a individuare altri luoghi dove avviare
che ci provano; ci si aiuta anche in questo. MCF ha
esperienze simili.
una sede operativa presso la Comunità di Villapizzone in
a Milano ed è organizzata in nodi territoriali. Ma
Lombardia e poi mano a mano anche in altre regioni.
molte altre informazioni si possono trovare sul sito
In contemporanea è nata e cresciuta l’esperienza
www.comunitaefamilgia.org
Gradualmente
sono
nate
le
prime
comunità
Foto Archivio Comunità Villa Pizzone
L’ABBRACCIO
17
Il senso della mia comunità di M. - ospite Comunità di Trasta – CEIS Genova
R
itengo sia opportuno risalire all’etimologia
l’uno succedaneo più che surrogato dell’altro e
della parola. Dal latino communitas, insieme di
viceversa. Declinato in tal modo potrebbe apparire
persone che condividono lo stesso ambiente
affare semplice, cosa di poco conto; tutt’altro.
che, quasi sempre, è molto diverso e formano un
Possono (e lo fanno) subentrare molteplici fattori
gruppo riconoscibile unito da vincoli organizzati,
distraenti e destabilizzanti, volontari ed involontari,
linguistici,
da
imputabili ai singoli, ma, anche più semplicemente alle
interessi comuni insomma, volti al raggiungimento
difficoltà ambientali. La promiscuità evidentemente
di obiettivi comuni, seppur personalizzati, adattati al
costituisce il fattore più complesso spesso generativo
singolo individuo. Dal punto di vista più strettamente
esso stesso di problemi apparentemente collaterali
sociologico tuttavia, necessitano di caratteristiche
che, ingigantiscono quelli già prodotti dai singoli
ancora più forti e decise, tali da poter creare un’identità
individui. Questi ultimi evidentemente costituiscono
comune (per l’appunto!) degli appartenenti. Di tal
le fondamenta della comunità, con tutti i loro pregi
che, si può giungere persino, quantomeno sulla carta,
ed i loro difetti. Per singoli individui si vogliano
alla replica estesa di una famiglia. La dimensione della
intendere, sia gli utenti che, operatori, educatori,
vita comunitaria implica pertanto e tipicamente la
psicologi,
psichiatri
condivisione di un sistema di significati, quali norme,
possono
essere
valori, spesso religione e talvolta parte della storia dei
eterogenee,
singoli appartenenti. Tutti i membri della comunità
educazione, storia e scolarizzazione. Evidentemente
devono, o meglio dovrebbero, perseguire anche
spesso, specialmente nelle fasi terapeutiche iniziali
altri obiettivi comuni, morali ed etici. Ciascun essere
e mediane, l’astinenza, la fa da padrona. Ciò che io
umano fa già parte di una comunità, o più d’una, sin
ho potuto rilevare ictu oculi, seppur in categorie di
dalla nascita, ad astrarre dalla propria volontà. Subito
problematiche non primarie, non iniziali, consiste in
la famiglia, ma, contestualmente l’abitazione in cui è
due anomalie comportamentali che indubbiamente
venuto alla luce, se abitata anche da estranei, nonché il
contribuiscono a creare “disturbo”. Una sorta di
quartiere, la città, ma, per estensione, l’umanità intera,
“sindrome di Stoccolma”, forse per procura, che si
anche se, i parametri che accomunano gli individui di
impossessa di taluni. Nonché la fuorviante abitudine
questi insiemi, evidentemente non possono essere
di immergersi talmente nello spirito della comunità,
mai troppo omogenei. Quanto sopra, non per fuggire
al punto di non parlare e, quindi si può desumere,
dal contesto che ha generato l’idea di questo saggio,
non pensare d’altro. Una specie di autolavaggio
pur senza andare fuori tema, bensì per giungervi con
del cervello, affatto indotto dagli operatori o dalle
religiosi,
economici,
terapeutici,
un poco di preparazione e ponderatezza in più. La
comunità
terapeutica
volta
alla
cura
dal
e,
quant’altri.
numerose carattere
dei
ed
Le
difficoltà
estremamente
singoli,
alla
loro
regole. D’altronde tali atteggiamenti ben s’attagliano delle
all’indubitabilmente
“debole”
figura
dell’utente
dipendenze, persegue molti obiettivi, ma, il core
che, trova veramente rifugio, protezione, contro il
business, molto complesso seppur poco articolato,
“male” residente fuori dal cancello. Ci sarebbe molto
consiste
atto
di più di cui parlare sull’argomento, ma, il tempo è
percorsi, volti ad allontanare gli utenti, possibilmente
tiranno e, comunque, vero è che “la carta si lascia
a titolo definitivo, dall’uso di sostanze, nonché
scrivere”, tuttavia la soglia dell’attenzione di chi
conducendoli nel frattempo ad un ritorno, come si
legge è spietata, non bisogna mai abusarne. Chi
suol dire, “all’onore del mondo”. Il primo percorso
scrive rispetta quella di coloro che leggono, omaggia
ed il secondo, non sono affatto indipendenti e
la sinossi, per quanto possibile e si aggiorna ad altra
disarticolati, l’uno è prodromo dell’altro e viceversa;
sessione.
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prevalentemente
L’ABBRACCIO
nel
mettere
in
Foto archivio CEIS Genova
L’ABBRACCIO
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L’ABBRACCIO