l’abbraccio n80 Rivista trimestrale di informazione del CEIS Genova
Storia di E. Comunità La Finestra sul Porto ...........................................................4
Storia di S. Comunità La Tartaruga ........................................................... 6
Storia di A. Comunità Castore e Polluce ........................................................... 8
Storia di M. Comunità Profughi adulti ......................................................... 10
Storia di S. Comunità di Trasta ..........................................................12
Storia di J. Comunità Samarcanda ..........................................................13
Storia di J. Comunità Odissea ..........................................................14
16126 Genova • Via Asilo Garbarino, 6/B • Telefono 010.25.46.01 - Fax 010.25.46.002 r.a. N. 80 • 2° Trimestre 2015 • N. 2 del 2015 • Prezzo 1,00 euro Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 • Iscrizione al R.O.C. n° 16776 del 17/04/2008 Poste Italiane S.p.A. sped abb.postale • D.L 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 N° 46) art 1 comma 1, DCB Genova
Storia di N. Comunità Tangram ..........................................................15
L’ABBRACCIO Dove possiamo incontrarci a Genova Rivista trimestrale di informazione del Ceis Genova
Direttore responsabile Silvano Balestreri Caporedattore Michele Serrano In redazione Aldo Castello
Fassolo
Trasta
Foto Mauro Marchetti
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Salita Cà dei Trenta, 28
16126 Genova
16161 Genova
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Hanno collaborato Le comunità: Trasta, Castore e Polluce, La Tartaruga, La finestra sul Porto, Tangram, Samarcanda, Odissea, Profughi Adulti Direzione e redazione Via Asilo Garbarino, 6 B 16126 Genova Telefono 010.25.46.01 Fax 010.25.46.002 Impaginazione Xedum srl Stampa Tipografica Derthona srl
Fax 010.25.46.002 In
servizi:
Comunità
Accoglienza notturna per tossicodipendenti
questa
sede
sono
Comunità
“Odissea”, accoglienza per minori stranieri
Comunità semiresidenziale e residenziale di
“Samarcanda”,
i
Riabilitativa,
Reinserimento
Sociale,
per
Accoglienza, Auto Aiuto Tel. 010.7404474. - Case alloggio “La Tartaruga” e “Tartaruga
comunità
Levante”
psichiatrica
Finestra
sul
residenziale
Terapeutica di
minori stranieri richiedenti asilo “Tangram”, “La
presidio
offerti
per
Porto”,
adolescenti Prevenzione,
per
persone
malate
di
Aids
Tel. 010.7411128
collocamento disabili, Accoglienza Profughi
- “Castore e Polluce” comunità per persone
Adulti, Direzione e uffici.
con doppia diagnosi Tel. 010.7403071.
Siamo anche in tutta Italia LA NOSTRA FILOSOFIA
Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 Sped. abb. postale 50% - Genova Periodico associato USPI
Siamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi. Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa. Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi. Timoroso di essere conosciuto né può conoscere se stesso né gli altri, sarà solo. Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui insieme una persona
Chi siamo Dove siamo
può alla fine manifestarsi chiaramente a se
Via Asilo Garbarino, 6 B - 9 B 16126 Genova Telefono 010.25.46.01 Fax 010.25.46.002
offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti
Presidente Enrico Costa Direttore Generale Paolo Merello ceisge@ceisge.org fondazione@pec.ceisge.org www.ceisge.org
2
L’ABBRACCIO
stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da mettere radici e crescere non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri. Aosta Ivrea Torino Varese Vercelli Sanremo Genova Milano Piacenza Parma
Cremona Verona Vicenza Trento Bolzano Belluno Treviso Padova Venezia Mantova
Reggio Emilia Modena Bologna Ravenna La Spezia Pistoia Prato Firenze Arezzo Jesi
Spoleto Muccia Viterbo Anguillara Civitavecchia Roma Alba Adriatica Pescara Anzio Formia
Caserta Avellino Bari Gravina Cosenza Catanzaro Messina Reggio Calabria Catania Cagliari
Editoriale di Franca Fassio
C
aro Enrico,
Con tutta l’energia che mi contraddistingue rivolgo
desidero ringraziarti per le belle parole spese
dunque al CEIS Genova un auspicio e un monito:
in favore del volontariato. Avendo io fin
che comunque non si perda nel tempo lo spirito con
dall’ inizio sposato il progetto del CEIS Genova assieme
cui iniziammo, perché lo slancio solidale e il rispetto
alla tua meravigliosa mamma Bianca, e soprattutto
sono per tutti una fonte di arricchimento personale,
essendo stata per molti anni Responsabile dei Volontari,
costituendo allo stesso tempo una continua aspirazione
mi sono sentita colpita e coinvolta una volta di più dal
ideale e la scelta di un modo di vivere generoso e
tuo editoriale.
coerente.
Proprio in virtù della mia lunga presenza in Associazione, mi concedo la possibilità di un commento. Quando iniziammo, gli sforzi per offrire efficaci
Un caro saluto a tutti La vostra Franca
percorsi riabilitativi ai nostri “ragazzi” si basavano in grande misura sul prezioso contributo dei volontari e dei genitori (ho il piacere di ricordare alcune colonne portanti del Centro: Nuccia, Emilia, Giorgio, Roberto, Gigliola e Walter). Oggi invece, si fa via via più forte la presenza di professionisti, che garantiscono la qualità dei nostri servizi. Alla buona volontà si va sostituendo la competenza. Tuttavia, rimane sempre immutato il nome della nostra associazione: Centro di Solidarietà. Un forte richiamo identitario, una trasparente fotografia della natura ideale delle nostre strutture. Solidarietà, dunque comunione, gratuità, fratellanza. Nel nome della solidarietà i volontari di allora hanno investito il loro tempo seguendo un’idea precisa e costruendo insieme coi ragazzi un percorso di crescita ed evoluzione personali. Senza “scegliere” il proprio compito, ma rispondendo con vigore ed entusiasmo alle necessità dei nostri ospiti; perché quando si costruisce, quando si sposa un progetto, non vi è mansione troppo umile né troppo faticosa, bensì solo condivisione di responsabilità e di gioie. Per
il
volontario,
si
tratta
di
offrire
la
propria
collaborazione, aderendo ad un progetto di comunità; un patrimonio umano che non può essere disperso. Ci tengo pertanto a ricordare l’importanza del volontariato (come, del resto, nelle altre strutture sul territorio nazionale) anche nel “nuovo” CEIS Genova, al passo coi tempi.
Courtesy Mauro Marchetti
L’ABBRACCIO
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Storia di E. Comunità La Finestra sul Porto
Courtesy Mauro Marchetti
M
i chiamo E. ho 18 anni e mezzo, sono entrata
uno stare in comunità; con la mia famiglia erano quasi
alla Finestra sul Porto 3 anni fa, quando ne
due anni che non ci vivevo, se non piccoli periodi, tra
avevo 15, e ho finito da circa 5 mesi. Prima
un ricovero e l’altro. Avevo paura, prima di venirci,
di venire qui, stavo in un’altra comunità, nel centro di
non sapevo dove sarei capitata e cosa mi sarebbe
Genova. Lì un giorno stavo tanto male che ho sentito
successo. Il ricordo di tutti i ricoveri e della precedente
il bisogno incontenibile di farmi dei tagli sulle braccia.
comunità mi faceva sentire insicura, “cattiva” e mi
Era come una voce che mi diceva “tagliati, dopo ti
dicevo che anche questa volta sarebbe finita presto,
sentirai meglio”. Mi sono presentata all’operatrice tutta
io mi sarei sicuramente tagliata, avrei sicuramente
insanguinata, lei si è spaventata tantissimo. Erano tutti
vomitato e alla fine qualcuno mi avrebbe detto: “Forse
spaventati, anche le altre ragazze piangevano.
la nostra comunità non è adatta per te, quindi adesso
Sono stata ricoverata in ospedale, in un reparto
vai in ospedale, vedrai che ti troveranno una comunità
psichiatrico. Oltre ai tagli, che mi facevo da tanti anni,
migliore”. Anche a Empoli, in centro specializzato per
ho sempre avuto problemi con il mangiare e spesso
i disturbi alimentari, dove sono andata perché stavo
ho vomitato. In ospedale non ci si resta a lungo, così
dimagrendo a vista d’occhio, pensavo che sarei stata
ho fatto domanda alla Finestra sul Porto, sperando
meglio, invece, dopo un mese sono uscita ancora
che qualcuno mi accettasse. Ormai la mia vita era solo
più magra. Ero quasi contenta, per me non era un
4
L’ABBRACCIO
problema, neanche i tagli erano un problema, dopo che
Ho contato i miei tagli, come un trofeo. Ma tutte le volte
mi tagliavo o vomitavo mi sentivo subito bene, ma poi
che mi tagliavo qualcuno mi parlava e non mi puniva, mi
arrivavano i sensi di colpa e la paura che qualcuno mi
medicavano e vedevo che nessuno mi cacciava. Sono
dicesse che non mi voleva più bene. In famiglia è sempre
stati tre anni di alti e bassi, spesso un casino, ragazzi
stato così. Mia madre, quasi un’amica, mi chiedeva di
che scappavano, che rientravano, che si tagliavano
aiutarla quando era in difficoltà, sembrava addirittura
anche loro, che urlavano e sbattevano per ogni piccolo
che le facessi da madre io. Non ho mai capito chi fossi
divieto degli operatori. A volte pensavo, che se lo
e cosa volessi, vivevo nella confusione e la mia testa è
meritavano, in fin dei conti li pagavano; però col tempo
andata in tilt. Alla fine sono entrata in questa comunità
ho capito che di loro mi potevo fidare, che nessuno di
e quando ho visto le sbarre alle finestre, ho pensato,
loro mi aveva sgridata per i miei problemi e ho anche
che non mi potevo buttare di sotto, ma poco male
imparato a ricevere gli abbracci, non quelli che davo
avevo altri modi. Ho fatto finta per tanti mesi, volevo
io per fare la piccola vittima. Oggi, ho ancora paura di
apparire la ragazzina che faceva la brava e vedevo che
tagliarmi, ci penso sempre e non è che sia un fulmine
gli operatori mi facevano delle domande e mi seguivano
con il cibo, faccio sempre fatica, però tutti i giorni è
come se per loro non fosse un problema che io fossi “la
un piccolo passo. La comunità è un pezzo della mia
bravina”, mi dicevano che a loro non interessavano i miei
storia e sentire qualche operatore ogni tanto mi serve
tagli, a loro interessavo io, tutta insieme come persona.
per ricordarmi che io sono una ragazza che si merita di
Mi sembrava un modo strano di parlarmi, tant’è che non
stare bene; no, non è vero, non riesco a pensare questo,
ci credevo e continuavo a sentirmi una persona cattiva.
mi fermo a pensare che posso stare meglio, questo si,
Mi sono tagliata per tanti mesi e ho vomitato spesso.
ma che fatica ragazzi.
Courtesy Mauro Marchetti
L’ABBRACCIO
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Storia di S. Comunità La Tartaruga
Courtesy Mauro Marchetti
S
ono un uomo di circa 50 anni, mi sono trasferito
ferroviarie, nel cimitero o sulle panchine dei parchi; ho
in Italia a metà del 2010. Dopo qualche tempo
iniziato ad abusare di alcol, non avevo nessun amico,
ho subito un bruttissimo incidente in macchina,
tranne qualche conoscente “barbone” come me, non
a causa del quale sono stato ricoverato per 38 giorni
conoscevo la lingua italiana e non avevo denaro. È stato
all’ospedale Galliera. In quell’occasione ho scoperto di
un momento veramente difficile.
essere sieropositivo, da lì mi è crollato il mondo addosso
Un parroco di nome Don Vicenzo mi ha accolto nella
e la mia vita è diventata un inferno.
sua parocchia a Nervi, dove c’erano molte altre persone
Vivevo per strada, dormivo dove capitava: nelle stazioni
senza fissa dimora, ma l’ambiente in cui mi sono trovato
6
L’ABBRACCIO
era pieno di violenza e insieme a queste persone
stato un percorso impegnativo ma oggi posso dire che
continuavo a fare uso di alcol e droga.
ce l’ho fatta.
Il 20 gennaio 2011 con qualche difficoltà sono riuscito
In primo luogo ho accettato la malattia e ho iniziato a
ad entrare nella struttura CEIS “La Tartaruga”, nella
curarmi in maniera costante, ho smesso di bere, quando
quale alloggio da quattro anni.
chiedo un permesso lo faccio in maniera decisa ma
È difficile spiegare cosa sia cambiato in me, come sia
non agressiva, propongo delle idee e delle soluzioni,
stato possibile uscire da un periodo tanto buio, dove
mi sono reso conto che la permanenza nella struttura
abbia trovato la forza e la pazienza di ricominciare da
mi serve perchè mi garantisce una residenza e mi
capo. Negli anni passati non avevo stretto rapporti con nessuno, mi ero chiuso dentro me stesso perché pensavo che l’unica persona che poteva volermi bene ero io, ma neanche di quello ero sicuro in realtà. All’inizio non è stato facile, prima di entrare nella struttura avevo un ruolo di leader, non prendevo ordini da nessuno, sceglievo sempre cosa fare da solo, mentre alla Tartaruga mi sono ritrovato in una condizione diversa, con regole e ritmi da rispettare, cosa alla quale non ero assolutamente abituato. Mi sembrava che tutti, utenti ed operatori, fossero contro di me e che nessuno volesse aiutarmi, non potevo uscire dalla struttura
permette di fare costantemente visite e controlli medici, ho ottenuto la pensione di invalidità, mi sono iscritto ai centri per l’impiego per trovare lavoro, ho frequentato un corso di italiano e uno di informatica, mi sono iscritto al bando per ottenere la casa popolare, sto svolgendo un tirocinio da 14 mesi, ho la tessera sanitaria e la carta d’identità, possiedo una piccola automobile che mi rende ancora più autonomo, ho mandato dei soldi a mia figlia che vive in costa d’avorio, a mio figlio, che ho perso di vista, e alla mia nipotina, figlia di mio figlio. Quello che posso dirvi è che tutto si trova all’interno di voi, io sono riuscito a esprimere la mia opinione con gli operatori che mi hanno aiutato a riprendere in mano la
perchè ero dipendente dall’alcol, inoltre ero senza
mia vita e mi sono fatto rispettare da alcuni utenti che
tessera sanitaria e senza documenti perciò i farmaci
tendevano a mettermi i piedi in testa.
retrovirali erano a pagamento, cosa che comportava
Fuori dalla comunità la vita è dura perché ci sono molte
ulteriori difficoltà.
spese e diverse difficoltà, ma il mio desiderio è vivere
Con una grande forza di volontà mi sono rimboccato le
da uomo libero, in autonomia e senza dipendenze.
maniche e sono riuscito a superare questo momento, è
E voi cosa decidete di fare?
Courtesy Mauro Marchetti
L’ABBRACCIO
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Storia di A. Comunità Castore e Polluce
È
strano come i risvolti del destino possano
Dicono che ogni persona ha un posto nel mondo, o
ribaltare gli eventi di una esistenza. Non si
forse deve trovarlo, ma in tutta sincerità devo ancora
nasce per una nostra scelta, ma per amore
capire quale è il mio. Ho cominciato presto con le
dei nostri genitori, per un loro desiderio o solo per lo
droghe, a quattordici anni i primi spinelli, a 16 il primo
stereotipo di costruirsi una famiglia. Ci si trova dunque
trip e le prime sniffate, a venti le prime pastiglie e a
a doversi scontrare con i pro e i contro che la vita ci
ventitré ho finito per essere dipendente dalla cocaina,
offre senza che sia stato chiesto il nostro consenso.
ma a dire la verità, per quanto possa sembrare strano, il
Io per lo meno l’ho sempre pensata così. Tante volte
mio vero problema non sono state le droghe, sulle quali
ho trasformato in odio per i miei genitori questo mio
avevo un forte controllo – smettevo quando volevo –
pensiero, rinfacciandoglielo.
ma l’alcol.
Courtesy Mauro Marchetti
8
L’ABBRACCIO
Courtesy Mauro Marchetti
Ho ricevuto una buona educazione dai miei genitori, ma
non avrei mai pensato mi potessero capitare, eppure è
non ho mai voluto metterla in pratica. La mia curiosità
così. In comunità mi trovo bene, mi sento in famiglia,
di sperimentare mi ha sempre portato a passare i limiti,
mi sento protetto, soprattutto da me stesso. È un
e ora ne pago tutte le conseguenze. Mi sono sempre
duro lavoro quello che sto facendo ma è d’uopo che
voluto celare dietro una maschera, nascondendomi a
io lo faccia e non perché qualcuno mi ha costretto,
me stesso, non volevo accettare i dogmi della società,
ma perché ritengo di essere importante, perché ho
volevo vivere come un fuori legge, per essere diverso,
imparato dai miei errori e sono cresciuto. L’eterno
per fare il diverso. Non mi rendevo conto che era solo
Peter Pan non è morto dentro di me, è solo diventato
un modo ridicolo e poco costruttivo di condurre una
consapevole che la vita non va buttata dalla finestra,
esistenza non richiesta. Sono riuscito nonostante tutto
va vissuta e goduta con i suoi momenti brutti e i suoi
a costruirmi una famiglia, sposandomi e avendo un
momenti belli. Non voglio più nascondermi, voglio
magnifico figlio, ma ho perso tutto, davo la colpa alla
essere, voglio esprimermi e finalmente vivere la mia
vita, senza ammettere che tutte le colpe sono state mie
vita. Voglio riconquistare l’amore di mio figlio e sentire
e solo mie.
la sua vocina chiamarmi “papà”. Voglio incontrare un
Ora ho perso anche la mia libertà. Sono stato in galera
sorriso, uno sguardo che mi faccia innamorare di nuovo.
e ai domiciliari poi sono arrivato al CEIS. Mi trovo qui
Questa è la mia vita, nessuno può togliermela e
da un mese e mezzo per volere del Giudice, mi hanno
ringrazio il CEIS Genova e tutti gli operatori per il loro
considerato totalmente incapace di intendere e di
aiuto.
volere quando sono sotto l’effetto dell’alcol. Cose che
L’ABBRACCIO
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Storia di M. Comunità Profughi adulti
Courtesy Mauro Marchetti
M
è un uomo di 50 anni, ha una moglie e quattro
alloggio, quota per sostenere gli studi, assicurazione
figli. La sua famiglia vive a Faislabad, la terza
per le cure ospedaliere, ma allo scadere del periodo
città più grande del Pakistan, dove anche lui
di studi M. si è innamorato e ha abbandonato l’idea
ha sempre vissuto prima di arrivare in Italia. È laureato
iniziale.
in “materie generali”, e nel suo paese lavorava per una
In Pakistan solo il 2% della popolazione professa
ditta che si occupa di costruzioni stradali. Una famiglia
la religione cristiana, il 95% della popolazione è
come tante, sua moglie faceva lavori di sartoria e nel
musulmana, un altro 2% induista, e l’1% culti diversi.
tempo libero faceva l’infermiera, per sole donne, a
La situazione dei cristiani è molto precaria, sono
Usber un villaggio limitrofo a Faislabad. Tutti i suoi
considerati diversi a tutti gli effetti: a parità di lavoro
figli stavano studiando e la famiglia riusciva a pagare
svolto guadagnano meno, non si possono sposare con
gli studi grazie ai risparmi messi da parte da M. oltre al
i musulmani, non possono votare e soprattutto a fronte
piccolo guadagno della moglie.
di controversie giudiziarie tra un musulmano e un
M. e la sua famiglia sono cristiani, lui si è laureato in
cristiano vince il musulmano. I cristiani vengono uccisi
un Istituto religioso chiamato Seminary, poiché voleva
con facilità in qualsiasi circostanza perché accusati di
diventare prete. In Pakistan chi intraprende la carriera
insultare Maometto.
da religioso viene sostenuto in tutto e per tutto: vitto,
In Pakistan M. faceva parte di un partito politico che
10
L’ABBRACCIO
lottava per il raggiungimento di pari diritti e affinché
rischioso che restare a Faislabad ed inoltre con la sua
terminassero le persecuzioni contro le minoranze,
partecipazione politica metteva in serio pericolo anche
stavano organizzando una manifestazione e lui era
la sua famiglia, che attualmente continua a vivere nel
coinvolto. Alcuni giorni prima M. e altri membri del
paese natio in un clima di discriminazione elevato.
partito si sono incontrati per discutere ed organizzare al
M.
meglio la manifestazione, ma mentre erano in riunione
la richiesta di asilo politico, è in attesa di essere
qualcuno ha bussato alla porta. I permessi erano in
ascoltato innanzi la Commissione Territoriale per il
regola, il sindaco era stato avvisato, non avevano
riconoscimento della protezione internazionale, è molto
nulla di cui preoccuparsi così Leila ha aperto la porta.
preoccupato per i suoi cari, dopo una vita vissuta in
Sono entrati degli uomini armati che hanno picchiato
Pakistan ha giocato l’unica carta possibile per cambiare
ferocemente M. e i suoi compagni, lui è stato colpito
la loro vita, con tutte le difficoltà che ciò comporta:
duramente con un fucile ed inoltre gli hanno cosparso
imparare una nuova lingua, integrarsi, immettersi nel
un braccio, il sinistro, di acido che gli ha bruciato la pelle.
mercato del lavoro, tutto per ricongiungersi un giorno
Immediatamente è stato accompagnato all’ospedale,
con sua moglie e permettere ai suoi figli di crescere
ma purtroppo ha perso in parte l’utilizzo di tale braccio
sereni e senza sentirsi inferiori o perseguitati per il culto
che non riuscirà mai più a stendere.
professato. Il 15 marzo 2015 in Pakistan i talebani hanno
Uscito dall’ospedale è scappato ad Islamabad, città in
attaccato due chiese cristiane, è stato molto doloroso
cui si trova la sede del partito politico, e i suoi compagni
per M. assistere al massacro, e ciò ha accresciuto la sua
di lotta lo hanno aiutato a scappare in Italia, dove sono
preoccupazione, e la consapevolezza che purtroppo le
rifugiati diversi Pakistani cristiani. La via più praticabile
stragi non accennano a terminare.
attualmente
ha
avanzato
allo
stato
italiano
era la Libia, con tutto ciò che comporta tale viaggio: la pericolosa traversata del mare Mediterraneo con mezzi rudimentali rischiando la vita, ma niente era più
Courtesy Mauro Marchetti
L’ABBRACCIO
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Storia di S. Comunità Trasta
V
enticinque anni di tossicodipendenza, galera,
Ogni giorno cerco di superare la mia “non voglia” e mi
debiti, male fisico e morale, una figlia in
prendo cura di me, sia fisicamente, sia moralmente,
affidamenti: la Comunità Trasta come ultima
cercando di essere gentile nello spronarmi davanti
spiaggia. “Stare lontana dalle sostanze, usare questo
alle difficoltà e agli ostacoli, impegnandomi in attività
tempo per me” questo è quello che mi sentivo ripetere
che migliorano il mio umore. Essere attenta e presente
ogni giorno. Non so bene quando mi sono resa conto
ora, mi permette di essere meno istintiva, così riesco a
del significato di queste parole. Reagivo istintivamente
scegliere da una posizione più chiara e solida.
a tutto, ogni giorno facevo tutto per istinto, senza dare
Mi piaccio, questa è la cosa importante, ho riacquistato
un senso a tutte quelle piccole regole che ci sono in
i miei affetti, le mie figlie, la mia casa, un lavoro che mi
comunità. Piano, piano mi affidavo senza quasi saperlo,
piace e dove mi sento realizzata, pago puntualmente
poi è arrivata la crisi, la consapevolezza.
le bollette e sto cercando di estinguere i debiti. Ho un
La mia vita era ferma al momento in cui avevo fumato
compagno che mi rispetta e che amo, ho un gatto e
la prima canna.
vado avanti.
Ero molto giovane, tanti anni di vita anestetizzata,
Sono tre anni che sono fuori dalla comunità, descrivere
vissuta in superficie, dove la realtà era solo una fantasia
ogni momento è impossibile, ci sono state tante
distorta. Paura, dovunque stavo stretta e con i piedi
metamorfosi, tanto impegno e tanta voglia di cambiare
nel cemento. Stavo male, quanto piangere, avevo una
le cose. Sono orgogliosa di me, di dove sono arrivata
sorgente nello stomaco e non riuscivo a trattenerla.
e quel periodo negativo della mia vita diventa giorno
I sentimenti, le emozioni cosa erano? Tutto quello che
dopo giorno più lontano.
sentivo era male: male il passato, male il presente e paura il futuro. Il primo strumento che ho usato in comunità è stata la condivisione: parlare, scavare, cercare di capire come fare ad estirpare quella lunga radice che desse un senso al mio dolore. Sono cominciate le prime domande: “perché faccio così?”, “com’è che ripeto sempre le stesse cose?”. Cominciava la curiosità, insieme alla consapevolezza di aver bisogno di aiuto. Ho scavato nella mia storia, ho cominciato a credere in me stessa; è stato un tempo sofferto ma anche emozionante, è arrivato l’entusiasmo. Ed eccomi qui! Sono grata a tutti in comunità. Sono riusciti a convincermi ad andare avanti, a voltare le pagine, a trovare la fiducia in me stessa. Ora il mio ascensore va in salita. Sono tanti gli strumenti che la comunità mi ha dato, li conservo e li uso ogni giorno della mia vita. La fatica più grande l’ho fatta io, ma avere intorno tante persone - operatori della comunità, operatori del Sert, psicologa, mia figlia Serena - che credevano in me è stato fondamentale. Frequentare
con
costanza
e
volontà
ambienti
favorevoli mi ha aiutato a rendere tutto più vivo, essere consapevole mi ha aiutato a reagire meno automaticamente quando dovevo scegliere.
12
L’ABBRACCIO
Courtesy Mauro Marchetti
Storia di J. Comunità Samarcanda
L
o chiameremo John… ma non è americano,
tanto chiama la mamma al telefono e la sorella, ma del
proviene da un paesino dell’ Albania, di quelli
padre nemmeno una parola. Vorrebbe trovare un lavoro
indietro di un secolo rispetto al nostro, di quelli
qui e poter tornare in vacanza a casa, gli manca la
che si son fermati ad altri riti, altre abitudini, altri principi.
mamma, e gli manca sua sorella, del padre non ne parla
Lì si picchiano i figli e la moglie, anche le figlie, certo,
e iniziamo a capire che non sia il caso di sollecitarlo
non si fanno tante differenze.
in questo senso. Gli piace la musica, vorrebbe fare
John ha visto la madre picchiata dal padre alcolista, in
l’idraulico, o forse il saldatore, ma un lavoro qualsiasi gli
una famiglia povera, dove nessuno lavorava e si viveva
andrebbe bene.
di espedienti. Le ha prese anche lui, certo, insieme alla
Cerchiamo di non dargli solo un letto, un pasto e un libro
sorella più piccola.
da leggere per prendere la licenza media, cerchiamo di
Poi la partenza, il distacco dalle lacrime della mamma
dargli quello che non ha mai conosciuto, la serenità che
e dall’assenza di un padre per il quale non faceva
un adolescente dovrebbe almeno poter sperimentare e
differenza se restasse o partisse.
un po’ di affetto, che non sarà mai l’affetto del padre
Al suo arrivo non parlava, era sempre serio e triste e non
che non ha assaporato, ma quello di chi ha compreso
si capiva il motivo, poi ha iniziato a fidarsi degli adulti
il suo dramma interiore e gli vuol dare un sorriso e
che lo seguono qui da noi e ha iniziato a raccontare,
qualcosa per lui.
a pezzi, piccole tessere di un puzzle fino a formare un
John ci sta insegnando molto col suo impegno
quadro di devastazione, povertà, violenza.
quotidiano e i suoi alti e bassi… ci sta testimoniando,
Ora, ma solo dopo un anno, sorride, lo fa spesso, ogni
come dice la canzone… che tutti abbiamo diritto all’ affetto e all’ amore di un padre e di una madre, almeno fino a quando non siamo in grado di stare in piedi da soli e fare i primi passi, ma noi diremo che ne avrebbe diritto sempre. Per quanto questo nostro paese potrà fare per lui non potrà mai ridargli il sorriso vero, quello degli occhi. È il limite del nostro lavoro, possiamo tamponare tante cose, rimarginare ferite profonde ma cambiare il passato non sta nelle nostre possibilità, eppure quando riusciamo a farlo sorridere, quando lo vediamo scherzare beh, allora pensiamo che il nostro sia proprio un lavoro meraviglioso.
Courtesy Mauro Marchetti
L’ABBRACCIO
13
Storia di J. Comunità Odissea
P
er raccontare questa storia scelgo J., perché
Alla fine della nostra chiacchierata, c’è ancora una
è una di quelle persone che non ti aspetti di
domanda che voglio fare a J.
incontrare in dormitorio. Sarà che ha la mia
età, e qui dentro qualcuno lo chiama affettuosamente
• Molte
persone
si
appoggiano
a
queste
“il pivello”, sarà che ha gli occhi brillanti, un sorriso
strutture per anni, senza riuscire a trasformare la
perenne e contagioso e tanta voglia di scherzare. Mi
situazione in cui si trovano, quale pensi sia il motivo?
rendo conto, mentre ci sediamo per iniziare l’intervista,
E tu, come ti vedi tra un po’ di tempo?
che pur avendolo incontrato in diversi servizi, so poco
• Ognuno sceglie ciò che vuole essere nella vita, c’è
e nulla di lui, e decido di iniziare con una domanda
il libero arbitrio ed ognuno decide per sé. Io decido di
difficile.
sistemarmi. Nel futuro immagino di realizzare quello che desidero da sempre: stabilità. Voglio incontrare
• Chi sei?
mio figlio, ma lo farò solo quando mi sarò sistemato.
• Io sono solo me stesso, è questo che mi ha insegnato
Nel frattempo sto facendo domanda per il servizio civile, e mi piacerebbe fare questa esperienza con i
la vita, meglio soli che male accompagnati.
bambini. Nato in Somalia, è arrivato in Italia con i genitori all’età di un anno e mezzo. Dal duemilasei ha smesso di vivere con la sua famiglia per iniziare un’esistenza travagliata e avventurosa, piena di viaggi ed esperienze. Ha vissuto in Inghilterra, poi in Olanda; in Italia ha attraversato diverse città, senza mai fermarsi nello stesso luogo per più di una settimana. • E Genova? • A
Genova
sono
arrivato
tre
mesi
fa.
Volevo
imbarcarmi, ripartire, non importava dove andare. Nelle altre città mi divertivo per qualche giorno e poi ripartivo con l’idea di cambiare vita. Qui è diverso, adesso sono stanco e non ho più voglia di viaggiare. Voglio fermarmi qui. Nelle sue numerose esperienze compaiono anche i periodi trascorsi in comunità, casa accoglienza, carcere. Gli chiedo che cosa porti a trovarsi in situazioni come quelle. • Se si arriva a quel punto è frutto del capitalismo e di una società che ti porta a fare azioni che non faresti in una situazione normale. Non sono una persona abituata a chiedere aiuto e sono pronto a pagare le conseguenze delle mie azioni. Il carcere è stato pesante soltanto perché non c’ero quando è nato mio figlio, l’ho visto dopo otto mesi.
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L’ABBRACCIO
Courtesy Mauro Marchetti
Storia di N. Comunità Tangram
N
è un ragazzo di 17 anni di etnia Curda, fin dal
la scuola superiore a Konya, città di origine, e un
suo ingresso in Tangram ha mostrato molta
giorno all’uscita dall’istituto scolastico è stato seguito
gratitudine. Non si sentiva più solo e, anche
da alcuni membri del MHP, movimento di estremisti di
se le difficoltà linguistiche erano estreme, ha iniziato
destra che detestano i curdi, che lo hanno sequestrato
ad aprirsi alle confidenze con gli operatori fin dai primi
picchiato e maltrattato. Suo padre è andato alla polizia
giorni, per giungere in breve a raccontare i motivi della
a denunciare il fatto, ma gli agenti non gli hanno
fuga dal suo paese.
creduto. Così il nucleo famigliare per evitare ulteriori
La sua famiglia è composta da sette persone: madre,
problemi ha deciso di trasferirsi a Mercin, pensando
padre, un fratello e tre sorelle. È nato in Turchia, ma
che in quanto città di mare, vi fosse una mentalità più
la famiglia a causa di maltrattamenti subiti doveva
aperta e potessero vivere senza essere perseguitati.
continuamente
Sono
Purtroppo si sbagliavano. N. si era iscritto ad una
soprattutto i maschi curdi a essere oggetto di violenza,
scuola di informatica, ma in breve gli atti discriminatori
infatti suo fratello era già fuggito in Italia e attualmente
sono diventati frequenti e avallati dalla autorità
vive a Roma. Le persecuzioni verso N. sono iniziate
scolastica tanto da obbligarlo a firmare un documento
nella prima giovinezza intorno ai 15 anni, lui frequentava
di abbandono scolastico.
spostarsi
di
città
in
città.
La famiglia di N. si è trovata di nuovo a doversi trasferire e torna a Konya, luogo in cui avevano maggiori relazioni. La loro vita procedeva abbastanza tranquillamente. N. aveva rinunciato a studiare e aiutava suo padre nella coltivazione del terreno e nella gestione della fattoria familiare. Un giorno decise di andare ad una festa, il loro capodanno. Dopo una serata trascorsa tra canti, balli, e puro divertimento con i suoi amici, durante la strada del rientro a casa, fu stato fermato dalla Polizia, portato in commissariato e picchiato ferocemente per tre ore. Porta ancora i segni delle percosse. Dopo i maltrattamenti fu rilasciato, ma con l’intimazione di non farsi vedere in giro per la città, pena la carcerazione. N. era molto spaventato e decise di partire per l’Italia, come aveva fatto mesi prima il fratello. Suo padre insieme ad un amico organizza il viaggio: il ragazzo raggiunge Istanbul sale sul rimorchio di un TIR e viaggia per quattro giorni senza praticamente scendere mai. Il camionista lo lascia a Genova, il ragazzo è salvo. N. in Italia e si è costruito una nuova vita. Ha ottenuto l’asilo politico, imparato l’italiano, è uscito dal presidio di accoglienza, ha trovato un lavoro e una casa. Un brutto giorno purtroppo riceve una telefonata, suo padre sta molto male ha un tumore ai polmoni. Quando la situazione si aggrava e N. decide di tornare in Turchia, per vedere ancora una volta suo padre, ma viene avvistato dalla polizia e come promesso anni Courtesy Mauro Marchetti
prima, incarcerato solo perché Curdo.
L’ABBRACCIO
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FOTO di Mauro Marchetti Mauro Marchetti è educatore presso il CEIS Genova dal 1982. Non vuole essere definito fotografo, ma colui che fa “scatti” e si diletta nel ritrarre la quotidianità nella Comunità di Trasta. Attualmente sta organizzando due mostre, una in Toscana e una in Liguria la cui apertura è prevista a fine anno.
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