L’ABBRACCIO
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Rivista trimestrale di informazione del Centro Solidarietà Genova
16126 Genova - Via Asilo Garbarino, 9/B Telefono 010.25.46.01 - Fax 010.25.46.02.02 r.a. Direttore Responsabile: Silvano Balestreri Realizzazione e stampa: TotalPrint Genova S.r.l. N. 62 • 4° Trimestre 2010 - N. 4 del 2010 Prezzo 1,00 euro Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 Inscrizione al R.O.C. n° 16776 del 17/04/2008 Poste Italiane S.p.A. sped abb. postale - D.L 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 N° 46) art 1 comma 1, DCB Genova
rti un abbonamento a Scegliendo di regalare o regala e potrai contribuire a prezzo ridotto, questo Natal Solidarietà Genova. sostenere le attività del Centro i più deboli, il Centro Da oltre 35 anni a sostegno de persone con problemi offre risposte personalizzate a e ai loro familiari. di dipendenza, AIDS, psichiatrici nori extracomunitari. Propone percorsi mirati per mi bre 2010 al 9 gennaio 2011
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iamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi.
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Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.
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Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi.
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Timoroso di essere conosciuto né può conoscere se stesso né gli altri, sarà solo.
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• MESSINA • REGGIO CALABRIA
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Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.
L’ABBRACCIO EDITORIALE
Il momento è difficile hanno tagliato anche il 5 per mille abbiamo bisogno dell’aiuto del mondo imprenditoriale di Enrico Costa*
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o scorso mese di ottobre, dal 14 al 18, la Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche ha riunito a Genova 200 tra i massimi esperti mondiali dell’intervento comunitario. Il futuro della comunità terapeutica in un mondo che cambia, questo il titolo scelto per il 4° Institute della WFTC, ha ribadito la centralità dell’intervento comunitario per quanto riguarda il recupero e la riabilitazione di persone con problemi di tossicodipendenza. La comunità riesce ad essere molto più incisiva, rispetto ad altri tipi di intervento, perché ha la possibilità di operare quotidianamente a fianco delle persone; lavorando con le diverse componenti dell’uomo: il piano fisico, quello psicologico e quello spirituale. Una eff icacia che è testimoniata da 40 anni di successi in tutte le parti del mondo, sono migliaia-infatti- le persone completamente riabilitate ed inserite con successo nella società; scopo delle comunità che aderiscono alla federazione mondiale è proprio quello del completo reinserimento sociale delle persone che afferiscono alle nostre strutture. Sono stati analizzati anche i cambiamenti apportati all’impianto originario per rendere l’intervento in linea con i tempi, ma si è convenuto sulla sostanziale bontà ed attualità del nostro operare. In altra parte del giornale potrete leggere la “Dichiarazione di Geno-
va”, ovvero il documento finale frutto dei giorni di lavoro che contiene anche le indicazioni per il futuro. Un argomento drammaticamente attuale è quello della mancanza di risorse adeguate per affrontare un problema sempre più complesso e multiforme. Noi apprezziamo moltissimo lo sforzo fatto da Comune e Regione, pur in presenza di enormi tagli sui trasferimenti dal Governo che hanno creato voragini nei bilanci, hanno cercato di preservare il più possibile gli stanziamenti su questa partita; ma servirebbero ben altre cifre. Oggi il fenomeno delle dipendenze ha assunto diverse sfaccettature per le quali bisogna intervenire in modo mirato, questo comporta fatalmente un aumento dei costi: occorrono strutture diverse, equipe diverse, occorre adeguare anche le case dove abbiamo operato fino a ieri perché sono cambiate le regole… insomma un aumento esponenziale a fronte di risorse sempre più limitate. L’ultima tegola che ci è caduta addosso è il taglio di un quarto dei fondi del 5 x 1000 che si potevano destinare alle ONLUS per sostenerle nelle loro attività: infatti nel maxi emendamento alla legge di stabilità, è stato proposto un limite massimo di spesa di 100 milioni a fronte dei 400 del 2009, praticamente una ulteriore riduzione di risorse proprio quando ce ne sarebbe più bisogno!
Il momento è difficile ma il Centro di Solidarietà non intende recedere dai suoi impegni nei confronti delle persone bisognose, non fa parte del nostro DNA ritirarci di fronte alle diff icoltà. Abbiamo bisogno di amici che ci sostengano, oggi più che mai chiediamo al mondo imprenditoriale e ai privati cittadini di aiutarci a portare avanti la nostra opera. Possiamo studiare delle sinergie virtuose con il mondo delle imprese, a tutti ricordiamo che anche offrendo un po’ del proprio tempo come volonari si può contribuire a traguardare la nostra mission. Non mi stancherò mai di ricordare che il nostro operato non è solo volto ai ragazzi che frequentano i nostri servizi e alle loro famiglie, se noi riusciamo a lavorare bene il beneficio sarà per l’intera collettività perché vuol dire che saremo riusciti ad incidere sulla microcriminalità legata alla tossicodipendenza, sui costi dovuti alle spese sanitarie per queste persone, sui costi legali dovuti ai processi per i reati commessi e saremo riusciti a convertire in forze produttive persone che non lo erano. Ecco perché è utile che noi riusciamo ad operare al meglio delle nostre possibilità ed ecco perché è un bene per tutti se deciderete di essere al nostro fianco in questa opera. *Presidente Centro di Solidarietà di Genova 3
L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
Le comunità mondiali riunite a Genova: abbiamo salvato migliaia di persone dobbiamo far conoscere i nostri risultati di Ramon Fresta
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a Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche (WFTC), ha organizzato in collaborazione con Il Centro di Solidarietà di Genova, il suo quarto Institute: “il futuro della comunità terapeutica in un mondo che cambia”. Dopo Roma, New York e Rio De Janeiro, i delegati delle comunità di 52 paesi del mondo, si sono riuniti a Genova dal 14 al 18 di ottobre per confrontarsi sui metodi e condividere obiettivi futuri dopo aver fatto una disamina dei 40 anni di lavoro svolto. Nella prestigiosa cornice offerta da Palazzo Ducale, 200 tra i massimi esperti mondiali delle Comunità Terapeutiche hanno lavorato intensamente per tre giorni, divisi in gruppi di lavoro, una novità che è piaciuta molto ai partecipanti, molti di loro hanno infatti riportato di essersi sentiti maggiormente coinvolti da questa modalità che ha permesso una migliore condivisione rispetto alla classica formula della conferenza con pochi che parlano e molti che ascoltano. Le “tracce” su cui dibattere erano sostanzialmente tre: il cambiamento dell’ambiente esterno e le sue ripercussioni sulla comunità terapeutica; i diversi sistemi di welfare con cui le comunità si confrontano e- anche in questo caso- le eventuali ricadute sull’intervento in comunità; in ultimo i cambiamenti interni alla stessa comunità terapeutica. Il quarto giorno, nella plenaria di chiusura, si sono tirate le conclusioni che sono state condivise con 4
i rappresentanti delle Istituzioni e la cittadinanza in un incontro pubblico, ne è scaturita la “dichiarazione di Genova” un documento nel quale vengono definite anche alcune strategie per il futuro. Tra qualche mese saranno disponibili gli atti dell’institute ( aggiornamenti si possono trovare sul sito www.wftcinstitute2010.org ) per questo motivo, qui mi limiterò a brevi annotazioni di questi quattro giorni genovesi. Innanzi tutto è stata ribadita la bontà dell’intervento comunitario per le persone dipendenti: oltre 40 anni di successi e migliaia di persone reinserite pienamente nella società in ogni parte del mondo sono lì a dimostrarlo! Sono state citate anche ricerche e statistiche per corroborare queste affermazioni (International journal of therapeutic communities n.d.r.). Qualcuno ha addirittura sottolineato il dato che la riuscita è maggiormente significativa se si pensa che alle comunità, spesso, vengono inviate persone con le quali altri metodi hanno fallito in una sorta di ultima spiaggia. Dalla loro nascita le comunità si sono molto modificate per adattarsi alle diverse richieste di un fenomeno in continua evoluzione. Rispetto ad altri interventi, il lavoro della comunità ha il vantaggio di poter essere articolato sulle 24 ore e per un periodo significativo, questo permette di operare con tutte le componenti dell’uomo: quella fisica, quella psichica e quella spirituale intesa
come il mondo dei valori a cui ogni persona fa riferimento per il suo personale progetto di vita. Alcuni dei “senatori” dell’intervento comunitario presenti all’incontro, quali George De Leon, Martien Kooyman e lo stesso Tony Gelormino, hanno però messo in guardia su questo punto: hanno detto che la comunità non può andare bene per tutto, pena la perdita di efficacia e il fatto di snaturarsi, giusto non precludere l’ingresso a nuovi trattamenti senza perdere di vista il “setting” della comunità ed i suoi principi fondamentali (no sostanze, no violenza, no ad atteggiamenti sessuali troppo promiscui), è bene che le nuove leve oltre all’entusiasmo conoscano quanto è stato fatto da chi li ha preceduti e con quali motivazioni. Hanno convenuto sul fatto che è stato bene abbandonare alcuni eccessi ma è necessario mantenere il lavoro in gruppo e quello sulle emozioni perché la vita stessa è fatta di emozioni, di dolori, paure e cose belle; con una sintesi efficacissima, Tony Gelormino, ha def inito tutto questo come “meno pillole e più abbracci”. Un’autocritica abbastanza diffusa ha riguardato il fatto che non siamo stati capaci di far conoscere completamente la bontà del nostro lavoro ed i risultati raggiunti. Riguardo al futuro, quindi, imparare a fare meglio un lavoro di marketing; proseguire sulla via della collaborazione ed integrazione con le Istituzioni, al punto di riuscire a contaminare le leggi che regolano il nostro comparto dalla nostra f ilosof ia di lavoro e sia quindi riconosciuto, anche economicamente, il lavoro prezioso delle comunità. A proposito di integrazione e filosofia di lavoro, è stato ribadito che è ora di dire basta alle sterili dispute tra ex e
L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
professionisti: il nostro è un lavoro a forte rischio di “burn-out”, inutile aggiungere tensioni, ciò che importa per costruire un buon team sono l’impegno, la disponibilità alle critiche ed il coinvolgimento personale di ogni componente. Durante l’incontro di chiusura il sottosegretario Carlo Giovanardi ha ribadito un deciso no ad ogni tipo di droga e alle ipotesi di legalizzazione della cannabis; Enrico Costa e don Andrea Gallo hanno sottolineato l’importanza del reinserimento sociale delle persone che terminano un percorso comunitario, sarebbe come fare una casa e non metterci il tetto, risolto il problema droga le persone non devono essere ghettizzate ma diventare una risorsa per la società. I rappresentanti delle Istituzioni locali hanno detto di condividere quanto emerso dal lavori, di sottoscrivere la necessità di un lavoro di rete ma, hanno ribadito, la diminuzione delle risorse decise dal governo penalizzerà ulteriormente tutto il sistema di welfare. Termino con un aneddoto e una nota personale. L’aneddoto riguarda il fatto che il responsabile di una comunità malese, presente al Ducale, sia stato insignito del titolo di Sir (come in Inghilterra un riconoscimento prestigioso) e sarà la prima persona con trascorsi di dipendenza e di carcere ad essere ricevuto al Palazzo del Re. Ron Williams, un altro dei “grandi vecchi” presenti dice sempre che noi siamo un po’ dei costruttori di sogni: quando incontriamo una persona nei nostri servizi non sappiamo mai chi potrà diventare dopo 5 anni… e questa mi sembra una storia emblematica per illustrare il suo pensiero. La nota personale è che per me, che ho avuto il privilegio di lavorare al suo fianco una
presenza ha accompagnato i giorni dell’incontro di WFTC: Bianca Costa; evocata il primo giorno dalle parole di Enrico Costa, e alla chiusura dei lavori dal toccante ricordo di Gianpaolo Guelf i e Pippo Rossetti. Sono certo che avrebbe sorriso dicendo che abbiamo fatto un buon lavoro ma subito dopo ci avrebbe ricordato che c’è ancora
molto da fare! L’ultima notizia è la nomina di Enrico Costa alla carica di vicepresidente di WFTC, la decisione assunta dal Consiglio della federazione mondiale durante i giorni del convegno genovese, è motivo di orgoglio per il Centro di Solidarietà di Genova ed un riconoscimento del lavoro svolto in tutti questi anni.
Monsignor Luigi Ernesto Palletti Vescovo Ausiliare di Genova, il sottosegretario Carlo Giovanardi, il Presidente della Regione Liguria Claudio Burlando e l’Assessore Comunale Roberta Papi al convegno delle comunità terapeutiche
Tony Gelormino Presidente Mondiale delle Comunità Terapeutiche ed Enrico Costa eletto Vice Presidente Mondiale al termine del convegno di Genova 5
L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
La Dichiarazione di Genova rilancia: il nostro impegno per un mondo migliore
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Institute che si è tenuto a Genova dal 14 al 18 ottobre 2010, ospitato dalla Fondazione Centro di Solidarietà Bianca Costa Bozzo ONLUS di Genova, ha riunito 200 persone provenienti dai 52 Paesi rappresentati nella Federazione Mondiale; responsabili di Comunità Terapeutiche, che concorrono a dare una risposta al fenomeno dell'abuso di sostanze e ai problemi ad esso correlati. Le Comunità Terapeutiche appartenenti alla World Federation of Therapeutic Communities insegnano alle persone, attraverso la vita di comunità, a raggiungere il più elevato livello possibile di benessere fisico, mentale e sociale e a progredire nella ricerca di un significato interiore, di una spiritualità, di un nuovo stile di vita sano e responsabile. Le Comunità Terapeutiche hanno lavorato per oltre 50 anni nell’assistere le persone con problemi di dipendenza e abuso da sostanze. In questo periodo molte cose sono cambiate:
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• Il numero delle organizzazioni coinvolte in queste attività è aumentato, al pari della gamma dei servizi offerti e degli interventi realizzati; • Le Comunità Terapeutiche di alcuni paesi, a causa di un'errata comprensione del loro significato, sono state intese come “l’ultima spiaggia” per quanti non sono riusciti ad utilizzare in modo efficace altri servizi, piuttosto che un intervento appropriato basato sull'evidenza della sua efficacia; • Anche il contesto normativo è nel frattempo cambiato; da un lato esso ha creato nuove opportunità d’intervento, ma dall’altro lato ha imposto requisiti che possono indebolire o compromettere l’efficacia della Comunità Terapeutica; • In questi anni come Comunità terapeutiche abbiamo imparato a lavorare con persone multiproblematiche, tra cui ad esempio persone che da minori hanno subito abusi sessuali, che hanno problemi di salute mentale e seri problemi di
salute fisica in aggiunta a quelli di uso di droga; e abbiamo aumentato la nostra capacità di rispondere a tali fenomeni; • La molteplicità dei problemi ha richiesto una impostazione multimodale negli interventi necessari per rispondere ai problemi di queste persone, ma il sistema di finanziamento delle Comunità Terapeutiche non ha corrisposto a tali sforzi. • Il contesto in cui operiamo è molto cambiato, nuove forme di dipendenza si sono manifestate, è aumentata la gamma di sostanze utilizzate, spesso in combinazione tra loro; l‘uso di sostanze spesso è considerato normale nel tessuto sociale. Si sono indeboliti i concetti e i comportamenti che sostengono la solidarietà sociale e comunitaria, mentre sempre più si afferma l’individualismo; • Il peso delle evidenze scientifiche accumulate in questi anni ha mostrato la validità della Comunità Terapeutica, sia in termini di risultati per l’individuo e la società sia come rapporto costi/benefici. I cambiamenti che sono intervenuti generano sfide a cui le Comunità Terapeutiche devono rispondere insieme agli Enti pubblici finanziatori di tali interventi. Tra queste sf ide noi Comunità intendiamo porre oggi particolare attenzione alle seguenti: a) Noi dobbiamo continuare e rafforzare il lavoro di rete e trovare nuove relazioni, formali e informali, per migliorare la qualità e l’efficacia dei nostri interventi. b) Quanti finanziano, commissionano o utilizzano i nostri servizi debbono comprendere che gli interventi in situazioni di acuzie sono solo una parte di un più complesso percorso che le persone tossicodipendenti debbono fare rivolto al conseguimento di miglio-
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ri livelli di salute fisica, mentale e sociale. I sistemi di finanziamento debbono rispecchiare questa complessità. I servizi debbono essere incoraggiati e sostenuti nel fornire una gamma adeguata di interventi precoci di trattamento, educazione, formazione e sostegno. c) Nello sviluppo dei quadri di riferimento normativi e organizzativi, le comunità debbono essere presenti per fare in modo che la normativa sviluppata in concerto rafforzi e valorizzi, piuttosto che penalizzare, l’efficacia del lavoro basato sulle nostre conoscenze sul campo. d) Le Comunità Terapeutiche debbono aumentare la comprensione della necessità di avere e saper comunicare dati derivanti dalle evidenze scaturite dal proprio lavoro per impostarlo meglio e comunicarlo ai committenti e ai finanziatori dei servizi, in modo che i trattamenti proposti riflettano le indicazioni che da essi emergono e permettano di rispondere in coerenza con gli effetti attesi in termini di riduzione del danno individuale e sociale e di miglioramento dei livelli di salute e benessere individuale e sociale nel più
ampio contesto di riferimento. e) Per sostenere questa impostazione, le Comunità Terapeutiche hanno bisogno di rafforzare sia il loro sistema di formazione professionale, lavorando con le Università e con gli enti di formazione specializzati, sia rafforzare e valorizzare gli apprendimenti informali basati sullo sviluppo e sullo scambio di buone prassi in modo che le competenze professionali e le pratiche siano costantemente aggiornate. Nel loro lavoro a favore delle persone che hanno problemi con l’uso di sostanze le Comunità Terapeutiche hanno mostrato di essere efficaci e di produrre un valore aggiunto, ad esempio favorendo la ricostituzione delle famiglie e proteggendo i minori al loro interno, oltre ad aver prodotto benef ici diretti in termini di riduzione della criminalità, miglioramento della salute delle persone e il recupero delle stesse alla loro responsabilità individuale e sociale. Esse hanno dato un senso comunitario e speranza a molte delle persone in condizioni di maggiore marginalità in molte parti del mondo. Hanno avuto la capacità di esten-
dere i loro servizi per raggiungere altre persone in condizioni di bisogno di sostegno e assistenza e li hanno aiutati a recuperare o scoprire più solidi e salutari stili di vita. Le Comunità Terapeutiche necessitano d’altra parte della guida e del coordinamento della Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche per rafforzare il loro lavoro basato sulle evidenze empiriche e sulla conoscenza dei problemi e per difendere l’efficacia del loro approccio. Necessitano di politiche organizzative e f inanziarie che riconoscano nel modello della Comunità Terapeutica una componente essenziale ed efficace di un più ampio sistema di trattamento integrato, esteso a prevenzione, trattamento e integrazione sociale, da sostenere e finanziare adeguatamente. Noi ribadiamo il nostro impegno a lavorare per recuperare le persone nella loro completezza e, attraverso ciò migliorare anche il benessere sociale e la solidarietà della società nella quale operiamo. Per questo chiamiamo le autorità pubbliche, la società civile e le organizzazioni spirituali a sostenerci e ad unirsi a noi in questo impegno.
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L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
Aiuto reciproco e responsabilità il segreto del nostro successo di Martien Kooyman*
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uongiorno Famiglia! Questo è il modo che i membri dello staff delle prime CT usavano per salutare i loro residenti all’incontro del mattino. Che cosa è cambiato, cosa è rimasto uguale, che cosa è stato abbandonato, che cosa è stato aggiunto e perchè? Con questa domanda oggi focalizziamo l’attenzione sulla Comunità terapeutica. Il primo institute della WFTC, organizzato nell’84 a Roma da Juan Corelli e Donald Ottenberg, riunì i “pionieri” delle Comunità terapeutiche; purtroppo, molti di questi, oggi non sono più con noi. Qui è molto diverso, sono presenti alcuni “vecchi” come me, persone che hanno fondato una Comunità terapeutica, persone che hanno iniziato a lavorare in un programma già esistente e persone relativamente nuove nel campo, fra questi colleghi da Asia e Africa. Vi sono inoltre persone esterne al mondo delle CT interessate alle vecchie e nuove esperienze che possiamo mostrare. Per introdurre l’argomento condividerò con voi alcune delle mie esperienze. Vorrei iniziare descrivendo gli elementi base delle prime comunità per persone con dipendenze. La maggior parte sono caratterizzate da una chiara filosofia di self-help, aiuto reciproco e atteggiamento responsabile. I residenti imparano ad aiutarsi con l'aiuto degli altri: “ tu solo puoi farlo, ma non puoi farlo da solo”. Entrando in comunità il nuovo residente deve dichiarare il suo bisogno di aiuto. La CT ha una 8
struttura chiara, in quelle più grandi esiste una gerarchia sia per il personale sia per i residenti. I conflitti sono affrontati in gruppi emotivi e in gruppi di incontro; in questi ultimi i partecipanti sono tutti allo stesso livello. I presupposti di base del gruppo d’incontro sono: la critica è utile, ognuno può sbagliare, nessuno è perfetto, il leader del gruppo è aperto al confronto, dal gruppo si riceve tanto quanto si da. I confronti possono essere espressi anche con rabbia. La persona che viene confrontata sul suo comportamento può imparare che l’espressione di rabbia non significa necessariamente un rifiuto verso di lui come persona, ma può essere un'espressione di preoccupazione. In Synanon questo è stato denominato amore duro. Chuck Dederich, il fondatore di Synanon, si rese conto che nel gruppo è più importante ciò che le persone dicono alle altre e perché, piuttosto di quello che gli altri dicono a loro. In Ct esistono tre regole fondamentali: No droghe o alcool, nessuna violenza o minaccia e no a pratiche sessuali. L’infrazione di queste regole provoca l’ immediato allontanamento, almeno provvisorio, per garantire la sicurezza della casa. I residenti vengono informati del loro comportamento negativo attraverso “pull-ups” da parte degli altri residenti. Se il comportamento negativo persiste, può esserci un “hair-cut”, un tipico rimprovero verbale, mosso da altri tre residenti che dicono alla persona di ascoltare in silenzio; gli dicono cosa hanno visto, come questo faccia
parte del comportamento distruttivo precedente e quale cambiamento si aspettino. Esiste anche il mezzo dell’esperienza educativa: questa può consistere in un cartello di legno appeso al collo della persona, con una frase che descriva il suo comportamento negativo; chi la porta deve spiegarne il significato agli altri residenti, quando glielo chiedono. Nelle CT vecchio stile, durante la riunione del mattino, tutti i residenti insieme leggevano la f ilosof ia, quella del Daytop scritta da Richard Beauvais e tradotta in molte lingue. È in questo incontro che si discutono i pullups; lo stesso solitamente termina con un momento più gioioso ed un grido di incitamento per iniziare bene la giornata. Durante la giornata possono esserci dei “seminari”, discussioni su argomenti interessanti presentate dai residenti stessi o da persone esterne. La maggior parte dei membri dello staff sono persone che hanno fatto un percorso di recupero e sono un modello insieme ai residenti più anziani. Dopo circa un anno di CT il residente passa alla fase di rientro con obiettivi quali la formazione, l’addestramento lavorativo, il lavoro sui rapporti sociali e il ristabilire legami con la famiglia d’origine. I residenti che completano il programma ottengono la graduazione. Questa è la descrizione del modello originale di CT del passato. La ricerca ha dimostrato che questo modello funziona: la percentuale di persone pienamente reinserite, senza ricadute, varia dal 30 al 50 per cento. Molte Comunità terapeutiche tuttavia sono cambiate rispetto al modello originale che ho descritto; nel corso degli anni si sono registrate modifiche negli strumenti e nelle tecniche; cambiamenti che
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possono essere visti sia in senso positivo sia negativo. Nella maggior parte delle CT, per esempio, il simbolo nelle esperienze educative è diventato sempre più piccolo: dai grandi cartelli ai bottoni o alle buste, o sparito completamente. Anche se efficaci, è facile abusare di questi strumenti: rimproveri verbali e “hair-cut” possono essere dati troppo spesso e le risposte positive essere poche. Così come le esperienze educative possono durare troppo a lungo e diventare un’inutile umiliazione. La formazione e l’addestramento lavorativo si sono trasformati in una parte essenziale di molte CT. Le famiglie sono stato coinvolte anche prima dell'ammissione del residente seguendo l’esempio del CEIS di Roma e molti altri. Nella Comunità Emiliehoeve, che ho aperto nel 1972 in Olanda, ai residenti che scappavano dalla CT e rientravano dopo aver fatto uso di droghe, venivano tagliati i capelli a zero. Ciò ha trattenuto alcuni residenti, ma ne ha bloccati altri dall’entrare oltre a dare al programma l'immagine di un lager. Così dopo pochi anni sono state abolite le teste rasate. Negli ultimi dieci anni, nella stessa CT, sono cambiati i gruppi d’ incontro. Il personale professionale, che non aveva imparato come lavorare con questo tipo di gruppi durante il proprio corso di studi, ha condotto i gruppi sedendosi fuori dai gruppi, facendo commenti e non essendo aperto al confronto con i residenti. Urlare non è stato più considerato come terapeutico e non incoraggiato. Ma ho osservato il cambiamento più grande nella CT Essenlaan a Rotterdam: un programma che avevo contribuito a trasformare, da ospedale dove iniettavano metadone ai dipendenti da eroina, a Comunità terapeutica, dopo che cinque
pazienti erano morti per over-dose. Dopo che questo modello ospedaliero è stato mutato in una CT drug-free, è stato incluso negli studi di follow-up che ho intrapreso per la CT Emiliehoeve: i risultati f inali furono positivi tanto quanto quelli dei residenti di Emiliehoeve. In questa ricerca si è evidenziato che, quanto più a lungo il residente era rimasto in trattamento, migliore era il risultato. Così come si è constatato che il coinvolgimento del genitore ha quasi raddoppiato i successi. Il CdA di questo programma sostituì successivamente il direttore di questa TC, che era un'infermiera, con uno psicologo. Questi cambiò completamente il programma: fece smettere i gruppi di incontro, introdusse la terapia individuale e, dopo
qualche tempo, rimosse dall’equipe i membri che erano ex residenti. Inoltre furono interrotti i gruppi genitori perché, secondo il personale, i residenti non gradivano il coinvolgimento dei genitori nel loro percorso. Per le pressioni esterne e la lunga lista l'attesa, il programma fu ridotto a quattro mesi. Quando il programma si è rivelato non funzionare più, si è data la colpa al fatto che fossero cresciuti i problemi psichiatrici tra gli ospiti, la CT fu chiusa e i posti letto aggiunti ad un grande ospedale per persone con dipendenza da droga e alcool. In questo ospedale i pazienti ora usano i farmaci prescritti ma anche le droghe, portate dall'esterno e, recentemente, si è verif icato un caso di morte per over-dose... siamo di nuovo alla situazione di più di trenta anni fa!
Martien Kooyman relatore al convegno delle Comunità Terapeutiche a Genova 9
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Nelle CT originali, a differenza degli ospedali, tutto ciò che si fa è terapia: cucinare è terapia, pulire è terapia… In alcuni programmi, tuttavia, il lavoro non è visto come terapia. I pasti sono preparati da cuochi, o vengono portati congelati da ditte di catering perché costa meno. Anche per le pulizia si ricorre a personale esterno perché non si ha fiducia dei residenti. Ecco ora alcuni interrogativi per la discussione nei gruppi odierni. Nella società in cui viviamo, il benessere individuale sta diventando molto più importante della solidarietà verso le persone che stanno meno bene; anche nelle comunità vediamo la stessa tendenza: la CT è un'esperienza di gruppo o sta diventando un'esperienza individuale? Nel mio paese, ad esempio, il trattamento in CT è pagato dalle assicurazioni che richiedono per ogni residente un programma individuale di trattamento. Il pagamento è basato sugli stessi parametri usati in campo medico. Prescrivere farmaci psicotropi ai residenti sta diventando pratica cor rente in Comunità? Sta cambiando l’atteggiamento riguardo alla prescrizione di farmaci psichiatrici in CT? La prescrizione di antidepressivi, di Ritalin, di Metadone? La CT sta mutando da programma di autoaiuto a istituzione di modello medico? Nelle CT originali era considerata importante la confessione in gruppo dei propri sensi di colpa; ciò contribuì ad evitare molte fughe. Questo dato è molto meno importante in un modello squisitamente medicalizzato; per gli psichiatri il senso di colpa può essere il sintomo di una depressione… I medici parlano della dipendenza come di una malattia cronica, questo non solo è falso come dimostrato dalle ricerche, ma questa affermazione negativa offre 10
loro una giustificazione per le cure fallite e ai dipendenti una scusa per non mutare stile di vita. Stiamo passando a chiamare pazienti i nostri residenti? Riuscite ad immaginare il direttore di una CT che apre l’incontro del mattino dicendo: buon giorno pazienti? Qualcuno dice che la CT ha una propria cultura, anche differente dalla cultura del paese in cui si trova. Gli strumenti delle prime Comuniàt potrebbero non essere accettati facilmente da altre culture. Forse qualcuno di voi, oggi nei gruppi, può illustrare come sono stati adattati alla cultura del proprio paese. Il tema di oggi sarà: Che cosa è cambiato, che cosa è rimasto uguale, che cosa è stato abbandonato, che cosa è stato aggiunto e perché? Quali elementi del modello originale sono stati cambiati o cancellati nei vostri programmi? Quali le motivazioni: pressione politica, sopravvivenza del programma, f inanziamenti del trattamento, timori, ignoranza, cambiamento fine a stesso o ricerche basate sull’evidenza? Quali elementi del modello di CT considerate essenziali? Cosa sappiamo dalla ricerca scientifica? Per esempio, che più lungo è il periodo di trattamento e migliore è il risultato; sappiamo
che la partecipazione della famiglia aumenta il successo. La pressione esterna ci spinge ad accorciare i nostri programmi: quanto possono essere brevi ed essere ancora positivi e per chi? I professionisti hanno aggiunto metodi di trattamento al modello originale. Alcuni, come i gruppi di bonding o lo psicodramma possono essere integrati bene, ma non sempre le aggiunte migliorano il programma. Dai risultati del questionario (predisposto dal comitato scientif ico dell’institute ed inviato precedentemente a tutti gli iscritti ndr. ), sappiamo che la maggior parte dei programmi non stanno usando un metodo per rilevare i cambiamenti individuali durante il programma: Come possiamo misurare i diversi cambiamenti di atteggiamento e comportamento dei residenti nelle nostre CT? Abbiamo un insieme di standard per misurare qualità e fedeltà nella strutturazione, nel lavoro della CT? Se guardiamo la comunità come un metodo, cosa è essenziale in questo metodo? Magari possiamo impararlo gli uni dagli altri in questo institute trovando una risposta alla domanda: che cosa è terapeutico nella Comunità terapeutica? *Comunità Emiliehoeve in Olanda
Congressisti da tutto il mondo nel Salone del Maggior Consiglio al Ducale
L’ABBRACCIO TESTIMONE DI SOLIDARIETÀ
Da Genova al Centrafrica i radioamatori con amore di Gianni Calafato
T
utto iniziò nel 1992 leggendo sul SecoloXIX, quotidiano della Liguria, la richiesta di aiuto lanciata dall’allora Ministro Provinciale dei Frati Cappuccini di Genova, Padre Vittore Ghilardi. Egli spiegava di come fosse di vitale importanza poter fornire di un gruppo elettrogeno un piccolo dispensario del nord del territorio e precisamente la missione di Ndim al confine con il Chad, delle Suore Della Misericordia e dai Frati stessi. Questo dispensario era ed è, l’unico punto di riferimento di un vastissimo territorio per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, specialmente per bambini ammalati e non solo ed era necessario poter usufruire della LUCE almeno fino alle ore 21.00. La timida domanda d’aiuto mi colpì tantissimo e cercai di coinvolgere anche i vertici dell’azienda per cui lavoravo. In poco tempo raccolsi 15.000.000 di lire cifra piu’ che necessaria per poter acquistare il gruppo elettrogeno da 40 kw e tutti gli accessori necessari alla sua installazione. Unitamente al gruppo inviai apparecchiature radio,antenne,cavi cioè tutto quello che poteva servire alla missione per comunicare con altre missioni sparse nella brousse e nella foresta ed una antenna direttiva orientata verso il convento di San Bernardino di Genova. Su invito di Padre Vittore partii per l’Africa, con il mio grande amico Luca, purtroppo non piu’ tra noi, per installare tutte queste apparecchiature ottenendo, direttamente dal Ministero delle Telecomunicazioni a Bangui, il permesso
di trasmettere da quel paese e iniziare così anche la mia avventura radioantistica dal Centrafrica. Non dimenticherò mai il momento in cui, dopo il lungo viaggio del materiale e il tempo necessario per l’installazione,accendemmo finalmente la “LUCE”. La gioia e la commozione delle Suore, dei Frati e degli ospiti del dispensario fu’ talmente grande che mi ripagò di tutte le fatiche, mi fece dimenticare la paura per la pericolosità del territorio e mi sembrò meno forte anche la nostalgia per la mia famiglia. Montai anche due ponti radio in VHF in modo che diverse missioni furono in grado di tenersi sempre in contatto tra loro. Girando in lungo e largo il paese presi nota dei tanti problemi e delle necessità delle varie missioni tutte prive di elettricità, pannelli solari e soprattutto di approvigionamento di acqua potabile causa principale di gravi malattie e di morte nella popolazione. Dopo il primo viaggio, tanti altri ne seguirono, installando altre antenne e apparecchiature radio nelle varie missioni dei Cappuccini e di altri religiosi/e. Alla vigilia della partenza per il ritorno, ci fu chiesto dal Ministro Provinciale, se avevamo dei timori a portare con noi a Genova una bimba di circa nove anni, molto ammalata, bisognosa di ricovero presso l’ospedale Galliera, ma priva di documenti per l’ingresso in Italia. Questa bambina di nome Justine, aveva un grande pancione dovuto ad uno sventramento e quindi una
aspettativa di vita quasi nulla per il difficile intervento che avrebbe dovuto subire. Il suo aspetto aveva creato non pochi problemi alla sua famiglia, perchè la gente del villaggio, suggestionata dallo stregone, la emarginava credendola posseduta dagli spiriti maligni. Conosciuta la situazione accettammo senza indugio e cominciò così un rientro a dir poco avventuroso. All’alba con un Pickup carico di masserizie varie, partimmo da Ndim verso la capitale Bangui, io e Luca, seduti all’esterno alla mercè di possibili pallottole “vaganti”e della polvere rossa, Justine all’interno insieme a Suor Assunta sua accompagnatrice e a Padre Vittore. Durante le tante ore di viaggio furono molti gli sguardi stupiti dei militari ai numerosi posti di blocco nel vederci sistemati in quel modo; noi (mangiu’) bianchi all’esterno e una “negretta” seduta comodamente dentro. Dopo una breve sosta al Centro di accoglienza di Bangui, finalmente l’imbarco sul volo Air France (volo settimanale) capienza 450 posti sempre completo. Lo sguardo di Justine alla vista dell’aereo era molto spaventato, forse ne aveva visto qualcuno in qualche f igurina sgualcita alla missione di Ndim. Dopo l’accurato controllo di militari in assetto di guerra e qualche intoppo, eccoci finalmente a Parigi a notte fonda dopo 10 ore di volo. Forti timori al controllo immigrazione consci che stavamo commettendo il reato di immigrazione clandestina, ma timori superati nascondendo la bambina tra me e Luca, visto le nostre grosse corporature! Finalmente a Genova, Ospedale Galliera, intervento del Prof.De Martini e della sua equipe su 11
L’ABBRACCIO AIUTARE IL CENTRO
Grazie per averci accompagnato tutto l’anno Continuate a restare sempre con noi
IL CENTRO HA BISOGNO DEL VOSTRO AIUTO BASTANO 1.000 EURO ALL’ANNO PER SOSTENERE LE ATTIVITÀ DI PREVENZIONE E RECUPERO CHE IL CENTRO OFFRE ALLA CITTÀ DA PIÙ DI 35 ANNI IL CONTRIBUTO È TOTALMENTE DEDUCIBILE. POTETE VERSARLO IN QUESTO MODO: BONIFICO BANCARIO A FAVORE “FONDAZIONE CENTRO DI SOLIDARIETÀ BIANCA COSTA BOZZO ONLUS” BANCA PROSSIMA SPA IBAN IT85 B033 5901 6001 0000 0007 632 CAUSALE “100 X CENT(R)O” Deducibilità per le imprese: Ai sensi art 13 Dlgs 4/12/97 n° 460 le offerte alle ONLUS sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi fino ad un importo di € 2.065,83 annui o il 2% del reddito d’impresa, come documentazione è valida la ricevuta del bonifico bancario. 12
L’ABBRACCIO TESTIMONE DI SOLIDARIETÀ
Justine perfettamente riuscito, dopo la convalescenza presso le Suore della Misericordia,la bimba rientra a Casa sua (una capanna di paglia umida) tra la sua famiglia. Dalla missione di Ndim, grazie alla radio e alla direttiva, Suor Assunta, Suor Giovanna e Suor Rosanna mi comunicano che Justine sta bene, mi saluta riconoscente. Adesso è come le altre bimbe. Da allora, sono passati circa 18 anni, 12 viaggi pieni di emozioni e di avventure, sempre a prestare la mia opera: ponti radio, antenne, radio e altre installazioni. In Centrafica, durante questi 12 viaggi, ci sono stati tre colpi di stato, molte radio trafugate dai Zarghina, militari allo sbando armati tutti con dei Kalashnikov da uno di questi è partita una raffi-
ca sulla tre elementi della missione di Bocaranga,una minaccia ai Frati per farsi consegnare i Trx Kenwood sapendo che questi apparati lavorano in sintonia continua per cui utili alle loro operazioni di guer riglia. Adesso parliamo di ciò che vorrei riuscire a fare, con l'aiuto di tante persone, soprattutto i miei amici radioamatori. Il progetto si chiama "diploma Award IR1C". Passando da villaggio in villaggio, durante i miei viaggi, ho visto bambini, donne e anziani, che percorrono a piedi più di 30km per riempire secchi, arruginiti, di acqua (non penso potabile), presso qualche pozzanghera sparsa qui e là nella foresta. Ho pensato di sensibilizzare e coinvolgere il mondo dei Radioamatori, offrendo loro una
pergamena del diploma in cambio di un contributo minimo, ma così necessario, e raccogliere la cifra sufficiente alla costruzione di un pozzo per l’estrazione di acqua potabile in un villaggio della “brousse”. Certo sono consapevole che tutto questo sicuramente non salverà l’Africa, ma sono ugualmente certo che porterà un po’ di salute e serenità a queste Persone. Per chi volesse saperne di più, vi invito a visitare il sito www.ir1c.com.
Dedico questa testimonianza al mio indimenticabile amico Luca, grande tecnico ed instancabile Volontario, sempre disponibile per darsi agli “ALTRI” Grazie Luca
L’impegno dei radioamatori genovesi e dei Padri Cappuccini della provincia di Genova a favore delle popolazioni della Repubblica Centrafricana è raccontato nella testimonianza di Gianni Calafato che 18 anni fa insieme all’amico Luca prematuramente scomparso ha salvato una bambina malata. L’Abbraccio pubblica volentieri l’articolo che ricostruisce una storia di solidarietà. Nelle immagini le operazioni per la spedizione di materiale destinato a realizzare un pozzo per l’estrazione di acqua potabile e il logo dell’iniziativa voluta dai radioamatori. 13
L’ABBRACCIO
IL CARDINALE A TRASTA IL 18 GENNAIO
Martedì 18 gennaio il Cardinale di Genova Angelo Bagnasco visiterà la Comunità di Trasta e alle 18,30 celebrerà la Santa Messa. 14
IL CENTRO DI SOLIDARIETÀ AL MERCATINO DI SAN NICOLA Con il patrocinio di Comune, Regione, Provincia e Camera di Commercio il Mercatino di San Nicola è ritornato anche quest’anno in Piazza Piccapietra nel cuore di Genova. Da sabato 4 a giovedì 23 dicembre regala ai genovesi e ai visitatori un magico tuffo nel passato. La piazza infatti si è trasformata in un borgo medievale popolato da artigiani che in abiti storici hanno riproposto gli antichi mestieri. Il Centro di Solidarietà è presente con uno stand, proseguendo la tradizione inaugurata da Bianca Costa. Al mercatino di San Nicola si possono acquistare regali natalizi e soprattutto fare solidarietà. Infatti il 23 dicembre ci sarà il gran finale con la consegna del ricavato alle associazioni che hanno promosso cinque progetti di solidarietà. Un grande aiuto al mercatino è arrivato da Genoa e Sampdoria che hanno donato le maglie autografate dai calciatori.
L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
LE FOGLIE DI TRASTA
“Le Foglie di Trasta” è il mensile che dà voce alla Comunità di Trasta. L’Abbraccio gli dedica una pagina. La scelta è motivata dal desiderio di far conoscere lo sforzo e l’impegno dei ragazzi della comunità. Gli articoli che L’Abbraccio ospita in questo numero sono stati selezionati dalla redazione de “Le Foglie di Trasta”.
MOMENTI DI RIFLESSIONE
HO IMPARATO A VOLERMI BENE
A volte possono capitare nella vita, anche durante un percorso comunitario, degli incidenti di percorso che portano a momenti di profonda riflessione. Tutto ciò è capitato a noi per un intero mese. L’atteggiamento spesso non corretto dei ragazzi della C.T., ha generato a lungo andare problemi molto gravi tali a destabilizzare l'andamento di casa. Si era perso l'uso dei mezzi di casa ma sopratutto il valore di essi, e tutto questo aveva coinvolto praticamente tutti. A questo punto la nostra Direttrice, d'accordo con gli operatori, ha deciso di farci chiudere in noi stessi, in profonda riflessione per tutto quello che era succcesso, ma in particolar modo per farci riflettere sulle nostre vere motivazioni per restare in comunità a continuare il programma. Alcuni se ne sono andati, altri sono stati allontanati, ma quelli che sono rimasti si sono tutti coesi insieme per ricreare un gruppo compatto e unito, senza più distinzioni tra di noi, delle varie fasi ma tutti uniti, tutti uguali, compatti, determinati e consapevoli che la comunità siamo noi e solo noi possiamo tirarci fuori da certe situazioni. Solo noi con le nostre forze e niente altro. Vi chiederete come, chiaramente con una buona e sana dose di lavoro, togliendoci ogni forma di attività extra lavorativa, informazione esterna e contatti con l'esterno per la maggior parte di noi. Con il lavoro ci siamo piano piano riconquistati la fiducia degli operatori, riprendendoci poco alla volta quello che avevamo perso. Le responsabilità sono di tutti, nessuno escluso e questa esperienza sicuramente ad ognuno di noi ha lasciato un segno interiore non indifferente, e ci ha fatto capire che se le cose si lasciano andare si arriva poi a dei punti dove viene a perdersi il vero significato del “vivere in comunità”. P.
Eccomi qua, dopo 25 anni di tossicodipendenza, ho cercato l'aiuto di una comunità. Essendo la mia prima esperienza in una struttura di questo tipo, non è che posso dare una valutazione particolare, anche perche sono qui appena da due settimane. L’impatto è stato buono, il CEIS di Trasta è situato in una zona di Genova che non conoscevo, l'unica cosa che mi manca davvero tanto è il mare, ossia svegliarsi alla mattina aprire la finestra e vedere il golfetto di Priaruggia a 50 metri, quello è un bellisimo risveglio. Mi presento: sono Piero ho 39 anni, ne compio 40 a fine anno, sono nato sul mare a Genova. Sono soddisfatto della scelta che ho fatto di venire qui per risolvere i problemi che mi sono creato in questi 25 anni di sostanze, di carcere e di perdite importanti.Vorrei poter dire un sacco di cose, ma sono solo all'inizio del percorso comunitario, che è molto lungo, ho tantissima voglia di stare bene, di essere lucido e di godermi la vita in ogni suo piccolo particolare. È strano di come ci si accorge che la vita và avanti e che tante cose sono realmente finite, sia quelle belle che quelle brutte, adesso devo guardare al presente senza corrrere e trovare la soluzione dei miei perchè, un passo alla volta. Quello che posso dire è sempilce, essere qui è già un passo avanti, ora devo lavorare su di mè e ho questa grossa possibilità di farlo e lo voglio per tutto ciò che ho perso e che non potro mai piu avere ma in particolar modo per me che non ho fatto altro che farmi del male, adesso BASTA, perche ho imparato a volermi bene e poi sono stanco di sbattermi, desidero svegliarmi e sentire il profumo del mare, assaporare la sua maestosa bellezza e la sua poderosa forza, aprire gli occhi e non chiedermi più perché? P. 15