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Ceis Genova L'abbraccio n°60

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L’ABBRACCIO 60

Rivista trimestrale di informazione del Centro Solidarietà Genova

16126 Genova - Via Asilo Garbarino, 9/B Telefono 010.25.46.01 - Fax 010.25.46.02.02 r.a. Direttore Responsabile: Silvano Balestreri Realizzazione e stampa: TotalPrint Genova S.r.l. N. 60 • 2° Trimestre 2010 - N. 2 del 2010 Prezzo 1,00 euro Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 Inscrizione al R.O.C. n° 16776 del 17/04/2008 Poste Italiane S.p.A. sped abb. postale - D.L 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 N° 46) art 1 comma 1, DCB Genova

Genova tra le palme Oikonomoy per il Centro


L’ABBRACCIO Dove possiamo incontrarci a Genova Rivista trimestrale di informazione spedita in abbonamento postale

Fassolo

Trasta

Via Asilo Garbarino, 6-9/B 16126 Genova Telefono 010.25.46.01 Fax 010.25.46.002 In questa sede sono offerti i servizi: Accoglienze notturne per tossicodipendenti “Casabella” e “Odissea”, accoglienza per minori stranieri “Samarcanda”, presidio residenziale per minori stranieri richiedenti asilo “Tangram”, comunità psichiatrica per adolescenti “La Finestra sul Porto”, Prevenzione, Inserimento disabili, Direzione e uffici.

Salita Cà dei Trenta, 28 - 16161 Genova Comunità Terapeutica Riabilitativa, Comunità di Reinserimento Sociale, Comunità semiresidenziale e residenziale di Accoglienza, Auto Aiuto Tel. 010.7404474 - Case alloggio “La Tartaruga” e “Tartaruga Levante” per persone malate di Aids Tel. 010.7411128 - “Castore e Polluce” comunità per persone con doppia diagnosi Tel. 010.7403071

Direttore responsabile Silvano Balestreri Caporedattore Ramon Fresta In redazione Aldo Castello Disegni Luzzati, Oikonomoy, Piccardo, Reginaldo, In copertina “Genova tra le palme” opera donata dal maestro Giorgio Oikonomoy al Centro di Solidarietà Foto I Ragazzi di Trasta, Giorgio Raffo, Settore Prevenzione Hanno collaborato Don Mimmo Battaglia, I Ragazzi di Trasta, La Prevenzione, Nicolò Pisanu

Siamo anche in tutta Italia

Direzione e redazione Via Asilo Garbarino, 6 B 16126 Genova Telefono 010. 25.46.01 Fax 010.25.46.02.02

La nostra filosofia

• BOLZANO

Impaginazione e stampa TotalPrint Arti Grafiche Genova S.r.l. Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 Sped. abb. postale 50% - Genova Periodico associato USPI

• BELLUNO

iamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi.

S

• TRENTO • VARESE

VICENZA • TREVISO • • IVREA • VERONA • VENEZIA • MILANO • CREMONA • PADOVA • PIACENZA • TORINO • VERCELLI • PARMA • MANTOVA • REGGIO EMILIA • MODENA • BOLOGNA • RAVENNA

• AOSTA

Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.

• GENOVA

• SANREMO

• LA SPEZIA • PISTOIA • PRATO • FIRENZE

Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi.

• AREZZO • JESI

Chi siamo Dove siamo

• MUCCIA • SPOLETO

Timoroso di essere conosciuto né può conoscere se stesso né gli altri, sarà solo.

• ALBA ADRIATICA • PESCARA • VITERBO • ANGUILLARA • CIVITAVECCHIA

Via Asilo Garbarino, 6 B - 9 B 16126 Genova Telefono 010.25.46.01 Fax 010.25.46.02.02

• ROMA • ANZIO • FORMIA • CASERTA

• BARI • AVELLINO

• GRAVINA

Enrico Costa Presidente • CAGLIARI

Paolo Merello Direttore Generale E-mail: csgenova@csgenova.org E-mail certificata: csgenova@pec.it Pagina Web: http://www.csgenova.org

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• COSENZA

• CATANZARO

Federazione Italiana Comunità Terapeutiche Tel. 06.66.16.66.68 Via Bravetta, 365 00164 Roma Presidente Don Mimmo Battaglia

• MESSINA • REGGIO CALABRIA

• CATANIA

Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.


L’ABBRACCIO EDITORIALE

Droga, le persone più importanti delle statistiche di Enrico Costa*

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ebbraio 1972, una coppia di giovani hippy si presenta a Bianca Costa, la ragazza è visibilmente incinta, raccontano che vogliono un aiuto per far nascere quella creatura che- ne sono certi- potrebbe cambiare la loro vita. Ma c’è un problema, entrambi fanno uso di droga e la legge di quel tempo (la 1041del ’54) prevede l’arresto per i consumatori… La storia di queste due persone è fondamentale per il Centro di Solidarietà perché è stato lo stimolo alla sua fondazione da parte di Bianca ed un gruppo di volontari. Da allora molta strada è stata fatta, molte persone hanno bussato alla porta del Centro per chiedere un aiuto a risolvere i loro problemi con la droga: qualcuno è riuscito ed altri hanno fallito, ma tutti sono stati trattati come “persone uniche ed irripetibili”. Ed è proprio su questo aspetto che vorrei riportare la vostra attenzione: quando si parla di droga, si pone l’attenzione su una serie di numeri, la quantità di sostanze circolanti, il loro tipo, il numero di consumatori, il numero di quelli in carico ai servizi, le percentuali rispetto alla popolazione... Insomma una serie infinita di tabelle con le loro spiegazioni ma con un’unica, grande mancanza: la persona che soffre e usa sostanze! Pochi giorni fa si è celebrata la 23a giornata mondiale contro le droghe indetta dall’ONU e, come da rituale, siamo venuti a conoscenza di una infinità di dati numerici: le Nazioni Unite dicono che circa 200 milioni di persone assumono droga almeno una volta all’anno. Di que-

sti, 25 milioni sono considerati tossicodipendenti. Ogni anno circa 200.000 persone muoiono per malattie correlate all’uso di sostanze: una vera strage! In particolare risulta che i giovani sono il gruppo più esposto al rischio droga, infatti tra loro la prevalenza del consumo è più del doppio rispetto alla popolazione in generale, addirittura tre volte maggiore nel caso dei cannabinoidi. Presentando l’annuale relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze in Italia, il Sottosegretario Giovanardi ha rimarcato un notevole calo dei consumatori, il 25% in un anno, in controtendenza ecstasy e amfetamine cresciute del 10%, crescono anche il consumo di alcool ed i ricoveri ospedalieri per uso di cocaina e cannabinoidi: per rimanere in tema direi una overdose di cifre! Ma dietro a questo balletto di numeri e percentuali, qualcuno si ricorda che ci sono delle persone? Dall’episodio riportato all’inizio si sono succedute tre leggi sulle droghe, 1975, 1990 e 2006 ed un referendum nel 2003, i legislatori hanno, di volta in volta, allentato o stretto la pressione ma mi chiedo se mentre erano intenti al loro lavoro avevano presente almeno un viso di persona tossicodipendente. Sicuramente tutti hanno lavorato per migliorare la situazione, ognuno con la propria sensibilità ed i propri valori, ma sono convinto che se l’approccio forse maggiormente rivolto al bene delle persone e non a combattere una sostanza o le varie organizzazioni criminali, si riuscirebbero a trovare soluzioni migliori e, soprattutto, più durature nel tempo. A che mi serve sapere che i giovani sono più a rischio di usare sostanze se poi non mi interessa perché lo fanno, non ascolto i loro

bisogni o costruisco un mondo dove per loro non c’è posto? Al Centro abbiamo sempre cercato di aiutare le persone a dare il meglio di loro stessi , supportandoli nella ricerca di obiettivi personali su cui costruire il loro futuro; ed ecco che i “brutti anatroccoli” sono diventati bellissimi cigni: chi fa l’imprenditore, chi il dirigente, chi è artigiano od operaio, tutti però con un lavoro onesto sono diventati una risorsa per la società, si sono costruiti delle famiglie e, come amava dire Bianca, hanno spesso una marcia in più rispetto ai loro coetanei. Non pretendiamo di insegnare nulla a nessuno, ma ci teniamo a dire che, a noi del Centro, le storie dei Mario, dei Pino, delle Anna, dei Giorgio, dei Franco, delle Daniela… hanno insegnato molto. Ci hanno aiutato a capire che dietro ai numeri si celano delle persone, delle sensibilità e dei sogni e che la strada per uscire dalla droga (e non rientrarci più) è quella di prendere coscienza degli errori fatti, dei propri limiti ma anche delle risorse che si possono impiegare per raggiungere degli obiettivi che possano dare un senso alla vita… E questo si può fare solo se si ragiona in termini di persone e non di numeri. Ed allora il mio augurio è che, quando i rappresentati delle Comunità Terapeutiche di tutto il mondo si riuniranno qui a Genova ad ottobre, il dibattito o le piste di lavoro che emergeranno siano ispirate dal pensiero comune che si parla di uomini e che i numeri sono una variabile dipendente. E spero che questo modo di pensare diventi patrimonio comune per costruire un approccio diverso al fenomeno delle dipendenze. *Presidente Centro di Solidarietà di Genova 3


L’ABBRACCIO IL RICORDO

Addio a Don Mario Picchi padre del Progetto Uomo di Don Mimmo Battaglia*

La commozione degli amici venuti da tutta Italia per salutare Don Picchi nella cerimonia celebrata nella Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma

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abato 29 maggio è mancato don Mario Picchi, alla vigilia dei suoi 80 anni, dopo una vita completamente spesa al servizio delle persone più emarginate e fragili. Don Mario è stato l’artefice della nascita della FICT, l’ideatore di “Progetto Uomo” che è la filosofia di intervento adottata da tutti i 44 Centri confederati, Grande amico ed ispiratore della nostra fondatrice Bianca Costa, riportiamo un suo breve profilo e l’ultimo saluto di Don Mimmo Battaglia, il Presidente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche.

È

andato via un fratello, un compagno di strada, ma soprattutto un padre. La Federazione delle Comunità Terapeutiche (FICT) piange la scomparsa del suo principale ispiratore Don Mario Picchi. Fu proprio lui che nell’ormai lontano 1981, insieme ad alcuni gruppi di volontariato che si riconoscevano nella filosofia di 4

“Progetto Uomo”, volle fortemente avviare un’esperienza di condivisione, creare un “luogo” nel quale riconoscersi per tutte quelle persone che credevano senza mezzi termini nella centralità dell’uomo e nella promozione della dignità di ogni persona. Si deve in gran parte a lui se oggi la Federazione, a quasi 30 anni

dalla sua nascita, riunisce in sé 50 Centri che in tutta Italia si impegnano quotidianamente nella lotta contro l’esclusione e le povertà, in oltre 600 servizi,tentando di mantenere fermi quei principi su cui Don Mario ha costruito l’intera sua vita. Da oggi siamo tutti un po’ più poveri, siamo tutti più soli. Sono più soli i suoi operatori, gli operatori del Ceis di Roma, ai quali va il nostro primo pensiero, ed ai quali tocca raccogliere un’eredità di straordinario valore e di grandissima responsabilità. Sono più soli i tanti volontari che in tutta Italia e non solo, ha contribuito a formare, ed ha inspirato con la sua instancabile opera e la sua straordinaria coerenza. Sono più soli i giovani, del cui mondo Don Mario era grande conoscitore, e sui quali ha sempre scommesso, anche quando non c’era nessuno pronto a farlo. Un giovane tra i giovani, un uomo tra gli uomini, un apostolo tra i poveri. Sono certamente più soli i suoi concittadini, in quella Roma che per lui ha sempre significato un punto di partenza verso luoghi ed impegni lontani, senza confini, come il suo cuore. Siamo più soli noi, che in lui, in tanti anni, abbiamo apprezzato non solo il maestro, ma soprattutto il compagno di strada. Un uomo che sapeva amarci, ed in ragione di quest’amore sapeva rimproverarci quando le nostre miserie umane ci portavano lontano dai valori che lui ci aveva insegnato a rispettare. Ma soprattutto sono più soli i suoi ragazzi, i tanti poveri che ha incontrato, tutte le pietre di scarto tramutate in testate d’angolo, i mille disperati ai quali ha ridato la speranza. Le tante vite a perdere, che hanno imparato, grazie a lui, a vincere la propria battaglia. Addio caro amico, addio indimenticabile fratello, addio testimone e


L’ABBRACCIO IL RICORDO

maestro. Vorremmo salutarti ricordando le parole che ci donasti solo qualche anno fa in occasione dei 25 anni della Federazione: “La Federazione non riparte da qui, perché non è una ripartenza. Non c’è stato nessuno stop... È piuttosto la normale evoluzione di un cammino sempre faticoso, pesante, pieno di responsabilità, ma anche di tante soddisfazioni e di tante gioie. Si è sempre in cammino, anzi in corsa. Lasciatemi ripetere le ultime parole del nostro documento-base: “... E quando scenderemo dal nostro treno, dovremo farlo senza il rimorso di essere fuggiti davanti al dolore, e con la sicurezza che altri abbiano appreso, anche dal nostro esempio e dalla nostra testimonianza, a sedere al nostro posto” Anche questa volta hai voluto precederci, per indicarci la via. Sei sceso dal treno, senza rimorsi, ma con la consapevolezza di aver lasciato, dietro di te, tanti uomini e tante donne pronte a raccogliere il testimone, a riprendere la corsa,

Don Picchi (con la cravatta) insieme a Bianca Costa fondatrice del Centro

perché la sofferenza non aspetta, e la battaglia per l’Uomo non conosce tregua. Un ultimo pensiero: in questo anno sacerdotale il bisogno di dire grazie al Dio della vita, per la bellezza del tuo essere prete. Non prete della strada, non prete delle comunità, non prete di frontiera, ma semplicemente, prete… il tuo ministero è stato il luogo sacro,benedetto, del tuo amore al

Signore, la terra santa nella quale da Lui ti sei lasciato raggiungere ed amare, facendo dell’incontro con i poveri, dell’attenzione, dell’accoglienza,della solidarietà, nel nome della speranza, la profezia autentica del vangelo , perché, come spesso dicevi, “i poveri non si contano,ma si abbracciano”, e ci salvano. *Presidente FICT

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L’ABBRACCIO IL RICORDO

Un sacerdote coraggioso al servizio degli ultimi Don Mario Picchi, fondatore e presidente del Centro Italiano di Solidarietà (CeIS), era nato a Pavia nel 1930. Ordinato sacerdote nel 1957 a Tortona, dove aveva vissuto la sua infanzia e adolescenza con i genitori e quattro fratelli, esercitò la sua missione per 10 anni ancora in Piemonte, in particolare come viceparroco di Pontecurone, il paese di don Orione, per essere poi chiamato a Roma, nel 1967, con l’incarico di cappellano del lavoro presso la Pontificia Opera di Assistenza. Nel 1968, occupandosi di ferrovieri e dei loro figli, con grande attenzione ai problemi dei giovani, cominciò a riunire e ad animare i primi gruppi di volontariato, creando una prima associazione denominata Centro Internazionale di Solidarietà. Attraverso azioni di sensibilizzazione, recite teatrali e altre iniziative, si cercava di attirare l’attenzione della pubblica opinione su problemi nazionali e internazionali. Un primo risultato fu una raccolta di denaro inviato in Nigeria a sostegno delle popolazioni in grave difficoltà negli anni della sanguinosa guerra del Biafra. Da quelle iniziative prese corpo il Centro Italiano di Solidarietà (CeIS di Roma), al quale, da allora, ha dedicato tutto il suo tempo e tutte le proprie energie. Il CeIS si costituì legalmente come libera associazione nel 1971 e don Mario Picchi trovò aiuto nel pontefice Paolo VI, che gli offrì un appartamento in un palazzo di proprietà del Vaticano, in piazza Benedetto Cairoli, presso Largo di Torre Argentina, nel cuore di Roma. Si chiuse così il periodo della vita in strada, della ricerca affannosa di un 6

Don Mario Picchi

alloggio giorno dopo giorno e notte dopo notte: ma di quel primo periodo restava la porta del CeIS aperta sulla strada e disponibile ad accogliere chiunque fosse in difficoltà e avesse bisogna di un aiuto, morale e spirituale, ma anche economico e concreto, un piatto caldo o un letto dove riposare. Negli anni 70 l’attenzione del sacerdote e dei suoi collaboratori volontari - giovani studenti, insegnanti, professionisti, alcuni religiosi e religiose - si diresse principalmente verso il problema della tossicodipendenza, perché questa era la necessità più impellente. Dall’uso di amfetamine e allucinogeni, nonché dei derivati della cannabis si stava passando con una situazione epidemiologica drammatica all’uso di eroina. Sul piano pratico, il CeIS guardò con interesse a quanto si era realizzato in quei Paesi stranieri in cui l’emergenza droga, e l’eroina in particolare, si erano diffuse prima che in Italia. Partecipando a convegni internazionali e guidando viaggi di studio, don Picchi si rese conto che una risposta importante e foriera di successi era la

comunità terapeutica residenziale, indicata fin dall’inizio non come una panacea o una soluzione buona per chiunque, ma certo come una struttura di contenimento in cui la vita in comune, la possibilità del confronto quotidiano con gli altri e con le proprie responsabilità, le dinamiche dell’auto-aiuto e i vari strumenti pedagogici e terapeutici messi in campo erano in grado di allontanare i giovani dalla tossicodipendenza. Le strutture e le metodologie di lavoro proposte erano flessibili e adattate alla situazione di ciascuna persona. Ma si richiamavano a una precisa filosofia d’intervento, che don Mario Picchi chiamò semplicemente, dal 1980, “Progetto Uomo”. “Progetto Uomo” non è una metodologia specif ica o un credo filosofico né tanto meno una terapia, ma più semplicemente l’insieme di princìpi e di valori che guidano l’azione di chi pone la persona umana al centro della storia, come protagonista affrancata da ogni schiavitù, resa al rinnovamento, alla ricerca del bene, delle libertà, della giustizia. È la valorizzazione della propria identità rispettando nello stesso tempo quella degli altri, valorizzando il dialogo e la cooperazione. - “Progetto Uomo” - ha ripetuto sempre don Mario Picchi - vuol dire “amare”. Amare tutte le creature e il loro valore, senza giudicarle, ma rispettandole e aiutandole. Il suo significato nel XXI secolo - ha aggiunto recentemente - rimane intatto e si pone anzi con rinnovato vigore dinnanzi alle tante sfide riguardanti le nuove generazioni e la sofferenza di uomini e donne di ogni età.


L’ABBRACCIO APPUNTAMENTO IL 14 OTTOBRE

Genova per 4 giorni capitale della lotta alla droga Le Comunità terapeutiche di tutto il mondo alla ricerca di un nuovo modello di intervento

L

a Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche insieme al Centro di Solidarietà di Genova ed in stretta collaborazione con il Dipartimento Nazionale Politiche Antidroga organizzano dal 14 al 18 ottobre il Convegno “The future of TC in the Changing World”. Per 4 giorni a Palazzo Ducale esperti di tutti i continenti si confronteranno sul futuro delle comunità terapeutiche in un mondo in continua trasformazione. In tutto il mondo sono 42 le nazioni che hanno soci aderenti alla World Federation of Therapeutic Communities e lavorano con una stessa filosofia basata sulla lotta alla tossicodipendenza, l’attenzione alla persona, lo strumento del gruppo, il coinvolgimento della famiglia, con l’obiettivo finale di ritornare alla f ine del percorso uomini e donne liberi dalle sostanze stupefacenti. L’Institute sarà diviso in due parti: un iniziale momento di studio nei primi tre giorni in cui attraverso lo strumento del lavoro di gruppo verranno analizzate e discusse le attuali criticità e i possibili sviluppi del concetto di comunità terapeutica: il cambiamento dell’utenza, la validità del modello e l’interazione con il territorio. Il quarto giorno poi ci sarà un momento congressuale aperto a tutta la popolazione interessata, in cui vi sarà una restituzione dei lavori dei primi tre giorni, alla presenza delle massime Istituzioni italiane ed internazionali.

Gli obiettivi del convegno sono: - riflettere sul futuro delle Comunità Terapeutiche nel nuovo millennio per costruirne le linee di sviluppo. “Gli interrogativi a cui desideriamo rispondere -spiegano i responsabili della Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche- con questo incontro sono sostanzialmente tre: - Il primo riguarda il cambiamento dell’ambiente esterno e la conseguente ripercussione sulla comunità terapeutica. - Il secondo interrogativo riguarda i sistemi di welfare con cui si confrontano le comunità e che, anche in questo caso, possono aver avuto ripercussioni sull’intervento in comunità. - Infine i cambiamenti interni alla comunità terapeutica. In questi anni cosa è cambiato, cosa è rimasto uguale, cosa è stato abbandonato e cosa è stato aggiunto”. Il Convegno ha la collaborazione di Dipartimento di Stato USA, ONU, Provincia di Genova, Comune di Genova, Regione Liguria, Arcidiocesi di Genova, FICT, EFTC, Genova Palazzo

Ducale Fondazione per la Cultura, ERG, Banca Carige, Costa Edutaiment S.p.A., Banca Prossima per Imprese Sociali e Comunità, Coop Liguria, MSC Crociere, Istituto Farmaceutico Angelini. Al convegno è possibile iscriversi direttamente su internet collegandosi al sito www.wftcinstitute2010.org/ 7


L’ABBRACCIO IL CONVEGNO

La sfida educativa per comprendere il disagio

I

n occasione della Giornata Internazionale contro il consumo ed il traffico illecito di droga, la Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche ha organizzato a Roma, il 24 giugno 2010, un Convegno dal titolo “La sfida educativa” L’idea di un convegno centrato sulla sfida educativa nasce dall’intenzione di raccogliere la proposta lanciata dai vescovi italiani per il prossimo decennio pastorale e dall’esigenza di una lettura, che sia assieme critica e profetica, del tempo che la nostra società italiana sta vivendo. Sfida educativa, più che emergenza, è cogliere le istanze sociali senza cadere nella trappola dell’allarmismo. Non potremmo affrontare in modo efficace il problema delle dipendenze e, più in larga scala del disagio, non solo giovanile, senza chiarire con fermezza e consapevolezza il ruolo fondante che l’educazione ha rispetto alle sorti della società. L’agire educativo è il presupposto necessario ed indispensabile di ogni ipotesi di prevenzione. Le neuroscienze e le scienze sociali ci dimostrano chiaramente che un approccio preventivo funzionale si basa sull’educazione integrale della persona e non solo su aspetti informativi che, seppur necessari, influiscono solo sull’area cognitiva, tralasciando aspetti fondamentali dello sviluppo umano quali le motivazioni, l’ambito valoriale, i ruoli sociali, la sfera emotiva. “Educare cos’è? È suscitare la passione dell’io per ciò che lo cir8

Per insegnare ed educare a volte è opportuno scendere dalla cattedra

conda: per l’altro dunque, per il tu; per gli uomini, per Dio. Educare è coltivare un desiderio che ci spinge verso il reale. È, in fondo, un contagio di passione per l’uomo” (Benedetto XVI) La FICT ha scelto di parlare di “sfida” piuttosto che di “emergenza”, per invitare a ritrovare questa passione per l’uomo, la passione dell’educare. Per questo motivo si è voluto riflettere insieme e dare spazio alle esperienze nate da questa passione: i diversi percorsi di chi cura la formazione degli educatori, facilitatori di speranza e futuri possibili e di chi vive, concreta-

mente nelle comunità e sui diversi territori, la sfida di una nuova e continua pratica educativa oltre le sconfitte. Un Convegno come occasione per incontrare donne e uomini delle istituzioni, per ascoltare e lasciarci ascoltare, per realizzare insieme percorsi e strumenti, politici ed amministrativi, che sappiano raccogliere la sf ida scegliendo la priorità dell’uomo. Sul sito della Federazione (www.fict.it) è possibile trovare i materiali inerenti l’interessante appuntamento; a pag. 9 riportiamo ampi stralci della relazione di Nicolò Pisanu.


L’ABBRACCIO IL CONVEGNO

UN ATENEO PER GLI EDUCATORI Le rapide trasformazioni sociali stanno portando a cambiamenti radicali: da una parte un benessere diffuso, dall’altra situazioni di povertà estreme. Entrambi le condizioni, però, sono trasversalmente accomunate sia da forme di disagio personale antiche, quali l’handicap, sia attuali, come le dipendenze, che richiedono un’attenzione particolare sul fronte educativo e riabilitativo dai servizi pubblici e del privatosociale. Da qui la necessità di figure professionali preparate e aggiornate, attraverso appositi percorsi formativi qualificati e specifici in grado di affrontare le diverse marginalità, come quella dell’educatore professionalesociale che va a qualif icare e sostituire quella dell'Operatore e si affianca alle altre professionalità che operano in Comunità. Storicamente l’Operatore nasce con caratteristiche particolari rispetto al profilo dell’Educatore Professionale/Sociale anche se oggi questa assimila l’altra. Il prof ilo dell’Operatore di Comunità si è andato costruendo sullafalsa riga dell’emergenza a cui rispondere, con forti sfumature a livello motivazionale e oblativo, nel campo del “prendersi cura”. I primi Operatori provenivano dalle fila di coloro che erano in procinto di concludere il programma terapeutico o che lo avevano appena concluso e si affiancavano ai pochi laureati che entravano nel campo del recupero dei tossicodipendenti. Infatti, la Comunità Terapeutica (CT) come concetto e metodo, nel suo apparire si propose come prima risposta del nascente “privato-sociale” all’emergere della tossicodipendenza in Italia, anticipando quegli interventi pubblici e privati che oggi operano

nell’ambito dipendenze, grazie all’opera pionieristica dei primi Operatori e volontari, molti dei quali vennero formati da Operatori, anche ex tossicodipendenti, provenienti dalla Comunità statunitensi. L'etica professionale dell'operatore/educatore comprende una serie dì dirittidoveri che appartengono di fatto a questo tipo di professione come, ad esempio, il segreto professionale; il rispetto degli utenti; l’essere aperti al confronto, alla revisione e alla formazione iniziale e permanente. L'etica che professa nella relazione con l'utente, proviene direttamente dalle radici della CT: la solidarietà senza giudizio, la condivisone, la gratuità, il rispetto della centralità dell'individuo, il riconoscere di essere parte di un tutto, il condividere le informazioni con i colleghi e restituire agli utenti le loro in funzione di specchio, l’operare con gli altri e non su gli altri. Oggi, nelle Comunità troviamo diverse professionalità ma coloro che compongono lo Staff educativo e vivono quotidianamente con gli ospiti, si ispirano ed esplicitano il ruolo dell'Educatore svolgendone le funzioni. L’Educatore Professionale/Sociale osserva e registra comportamenti, svolge colloqui, valuta bisogni e formula piani di lavoro; istruisce e programma i vari momenti della vita degli utenti, sia individuale sia di gruppo, con la loro collaborazione; svolge funzione educativa nella vita quotidiana, decide sulla scelta dei materiali per le attività, favorisce lo scambio e le relazioni tra i gruppi e tiene i contatti con le famiglie; partecipa alle riunioni interdisciplinari di équipe; predispone strumenti di rilevazione; redige rapporti sulle attività; fornisce dati per la valutazione delle attività; elabora proposte.

Il compito principale dell'Educatore, in definitiva, consta nell'instancabile volontà di promuovere la persona, fuori da meccanismi assistenzialistici, in un'ottica di benessere psicofisico e sociale che, superando il limite o la difficoltà o il bisogno intrinseci al soggetto, rendano la persona partecipe della sua crescita, con reciproco benef icio proprio e della società in cui vive. A monte dei bisogni degli utenti e degli educatori, si colloca la formazione quale elemento principale dell’azione educativa e terapeutica, dove si pongono le premesse umane, si fondano i presupposti teorici e si forgiano gli strumenti in grado di d’intervenire correttamente sulle varie forme di disagio personale. Insieme alla solidarietà e all’auto-aiuto, la formazione concretizza il modo di essere dell’educatore. La formazione dell’educatore va considerata anche elemento fondante di un’etica del servizio educativo dove valori come la solidarietà, condivisione, professionalità, auto-aiuto… non compaiono più solo come modalità della relazione terapeutica educativa, ma come soggetti della professionalità stessa dell’educatore. In tale ottica, la formazione permette all’educatore di immaginare e poi realizzare una “relazione del prendersi cura”, in cui il gesto, la parola e le dinamiche interpersonali … si fanno pharmacon, cioè rimedio, per la crescita della persona. dalla Relazione di Nicolò Pisanu Pedagogista, Psicologo, Psicoterapeuta, Preside Istituto Superiore Universitario di Scienze Psicopedagogiche e Sociali “Progetto Uomo” (Vitorchiano VT) 9


L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ

Perché non rischiare? Forme di protagonismo tra gli adolescenti a cura dell’Equipe Prevenzione del Centro di Solidarietà di Genova

L’

equipe di prevenzione, composta da psicologi, psicopedagogisti ed educatori è impegnata quotidianamente nel confronto con i giovani e gli adolescenti, specie nei luoghi della scuola, media e superiore, sui temi delle condotte a rischio e del consumo di sostanze legali ed illegali. Gli obiettivi di prevenzione, in questi ultimi anni ridefiniti nei termini della promozione della salute, hanno richiesto un’intensa analisi e revisione degli approcci, sempre più orientati a proporre ai diretti interessati, studenti, insegnanti e genitori, metodi compatibili ai contesti, incentrati sul laboratorio ora di espressività corporea ora di peer education. In queste due dimensioni, descritte brevemente in questo articolo, si condensano interventi di tipo informativo supportati dal percorso formativo. Privilegiare la dimensione formativa ha significato per il gruppo di lavoro avvicinarsi alle problematiche e agli attori sociali in gioco nella prospettiva dello sviluppo delle capacità individuali e sociali quali fattori di protezione e promozione della loro salute. Per chi volesse approfondire tali argomenti, l’intenso lavoro con i ragazzi effettuato durante l’ultimo anno di attività del settore prevenzione è stato raccolto all’interno di un libro (Perché non rischiare? Forme di relazione e di espressione corporea nella promozione della salute e nella promozione 10

del disagio, Erga edizioni) nelle cui pagine gli autori hanno studiato e narrato a diversi livelli i temi del corpo, dell’età adolescente e del rischio. Laboratorio di espressività Raccontare un’esperienza significa in questo caso esporre la narrazione, le impressioni, i desideri, le aspettative di adolescenti che hanno sperimentato una modalità di lavoro fuori dagli schemi prettamente didattici. Abbiamo lavorato con diverse scuole ed alcune classi, ma anche altre, senza esserne consapevoli, hanno sostenuto il lavoro. Operare su più fronti ci ha permesso di attingere costantemente nutrimento, riversarlo in un altro ambito ed osservare la trasformazione delle nostre proposte. Ogni scuola ed ogni classe erano inserite in un mosaico, il cui elemento comune erano i corpi dei ragazzi nelle loro manifestazioni creative adeguate come nel loro disequilibrio strutturale e nella loro coordinazione incerta. Abbiamo ascoltato voci di gruppo e voci singole, dai silenzi alle urla disordinate. Abbiamo riordinato questi suoni per contenuti, toni e modi espressivi ed abbiamo osservato, compreso e rivalutato la bellezza e il fascino delle differenze, capendo la necessità di lavorare per evidenziarle, sostenendo le peculiarità specif iche in una modalità di conduzione motivante e curiosa. Evidenziare i colori e le

sfumature diverse di una gamma unica ci ha fatto rimanere coerenti con il nostro mandato. Abbiamo continuato a progettare e riaggiustare gli obiettivi, coinvolgendo anche quegli adolescenti che ci venivano presentati come “problematici” e “a rischio”. Ci siamo domandati che cosa possa significare per ogni singolo ragazzo definito tale, essere “a rischio”, arrivando ad affermare tuttavia che, rispetto allo strumento del teatro e della danza, questi stessi ragazzi, indicati appunto come “problematici”, si presentavano interessanti nella loro creatività inconsapevole, nella loro energia motoria diversificata e ben distribuita sul corpo, nelle loro espressività chiare e dirette nei confronti dell’adulto.

Tutti insieme

La scultura umana

Attuare i laboratori ha significato incontrare i ragazzi e conoscerli in breve tempo, in poche ore di progetto, attraverso un dialogo non soltanto verbale. Considerato che, per necessità organizzative, la pro-


L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ

gettazione non prevedeva un ampio numero di ore, l’intento è stato quello di cogliere, nelle persone che abbiamo incontrato, qualcosa che potesse essere significativo, un quid che le riguardasse in maniera caratteristica. Il progetto ha previsto l’attuazione di un laboratorio e non di un corso, per diversi motivi: ci piaceva l’idea poetica e artistica di un luogo dove si sperimentano idee, anche assurde, dove ci si può permettere di “pasticciare” con le parole, i movimenti, i gesti. Ci piaceva l’idea di un luogo dove si potesse vivere un caos efficace, dove il disordine delle parole all’unisono di venti ragazzi può diventare musica di fondo. Abbiamo scelto il laboratorio perché permette di sperimentare e far sperimentare, perché è un luogo in cui si possono mescolare gli ingredienti in un’alchimia di voci, sguardi, e movimenti, che partono da corpi adolescenti, depurati dai modelli mediatici adultizzanti e seduttivi. In base a questi aspetti abbiamo anche recuperato la definizione consueta di “laboratorio” quale edificio spazio-temporale dedicato allo studio di un determinato argomento. Da qui l’utilizzo dell’esperienza, della ricerca e della misura, portate dentro il nostro metodo, e precisamente in questa accezione: - Esperienza come fornire al corpo una memoria di qualcosa. La parola “esperienza” racchiude vari contenuti che per noi assumono un significato importante: la si può intendere innanzitutto come prova, il che ci riporta all’idea, e quasi all’esigenza, del laboratorio come spazio protetto; inoltre l’esperienza implica in sé un fattore di rischio, è intraprendere un cammino di cui non si conosce ancora la meta, ma di cui si sa che il

nostro corpo conserverà la memoria. - Ricerca come non accontentarsi e come modalità costante di crescita. Avvertire l’assurdità di un movimento fatto da altri, percepire la comicità e la vergogna di un gesto provato su di sé, fermarsi, ridere, ascoltare l’esortazione del conduttore che incita e rassicura, ha consentito ai partecipanti di continuare con fiducia l’esperienza. - Misura come fissare delle coordinate per l’esperienza e darle un ordine riconoscibile. Misurare ha voluto dire discernere le espressioni individuali da quelle collettive, cercando di contenere il caos, che rende difficile lavorare su degli obiettivi in un tempo limitato. Educazione alla pari Per rendere conto di come si sia svolto il progetto di educazione tra pari “Creare Benessere”, realizzato in due istituti superiori genovesi dal settore Prevenzione del Centro di Solidarietà di Genova nell’anno scolastico 2008-2009, si può iniziare tentando di definire la Peer Education come un’importante occasione di sperimentazione per i ragazzi, particolarmente utile a promuovere la loro partecipazione e il protagonismo attivo, fortemente motivante rispetto ai percorsi di formazione personale e apprendimento sociale. Centrata su un rapporto fondato sulla reciprocità, l’educazione fra pari privilegia il mutuo sostegno e valorizza le competenze attraverso una comunicazione mirata tra coetaneo e coetaneo, la quale si sviluppa facendo leva sul legame tra le dinamiche relazionali che nascono spontaneamente all’interno del gruppo e l’azione educativa messa in opera da coetanei opportunamente formati. Come sostiene

infatti Lev Vygotskij, ognuno può imparare meglio attraverso l’interazione con gli altri. In tal senso, il ragazzo cresce e sviluppa le proprie competenze nella relazione continua con chi gli è più vicino. Dall’interazione sociale, opportunamente stimolata, possono svilupparsi varie forme di apprendimento collaborativo, dove la qualità della relazione educativa è centrale. All’interno di un percorso di formazione, tecniche specifiche quali il brainstorming, il circle time, i focus groups, ma anche le attività ludiche di cui si parlerà, consentono ad ognuno di guardare in profondità e di esprimere liberamente il proprio parere, riconoscendo desideri e bisogni propri ed altrui. I formatori offrono dunque spunti di riflessione e strumenti per attivare le capacità di dialogo dei ragazzi, stimolano un continuo dialogo comunicativo, promuovono e favoriscono lo sviluppo partecipato di modalità di lavoro in cui i ragazzi si sentano legittimati a far ricorso ai propri linguaggi, valorizzando così la capacità di ciascuno di individuare e risolvere i problemi autonomamente. Durante il percorso di formazione con i ragazzi molto frequentemente capita di imbattersi in frasi del tipo: “...i professori non ci ascoltano, ci travasano addosso le loro conoscenze, difficilmente chiedono se abbiamo capito [...] Non sanno di cosa avremmo bisogno [...], pretendono ma non si accor1 gono di noi [...]” . D’altro canto i professori lamentano spesso uno stato di solitudine di fronte ai problemi che devono affrontare, un grave malessere motivazionale e denunciano la loro diff icoltà a vivere con desiderio il ruolo di insegnante e a gestire la frustrazione generata da un lavoro diffi11


L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ

cile quanto affascinante. Sono le due facce di una stessa medaglia: la scuola che diventa sempre più luogo di disagio, di solitudine, di contrasto generazionale, di superf icialità culturale, espressiva, emotiva, sentimentale. Una superficialità che, con un circolo vizioso, nasce dalla diff icoltà di comprendere l’altro da sé e si auto-alimenta nell’assuefazione a non cercare nemmeno le ragioni di ciò che ognuno vuole trasmettere o vuole conoscere. Dove il dialogo è agonizzante, qualsiasi tipo di conflitto può trovare il terreno più fertile e produttivo. Ecco perché si rende necessario tornare ad una progettualità forte che possa tenere saldamente legati la formazione intellettuale, quindi la cultura, con la relazione educativa. Scindere questi due aspetti può essere non solo deleterio, ma perfino distruttivo per il giovane e per la figura del docente.

La peer education in tal senso vuole proporre un cambiamento di prospettive nella relazione tra adulti e ragazzi, con il significativo passaggio da “adulti esperti” ad 12

“adulti facilitatori” di processi, e quello da adolescenti destinatari dell’intervento ad adolescenti ideatori, realizzatori e conduttori autonomi delle proprie iniziative e dell’intervento stesso. Questo modello trova i propri fondamenti teorici nell’idea di ricerca-azione sviluppata da Kurt Lewin, secondo la quale il gruppo è una risorsa privilegiata di lavoro, in cui avviene un coinvolgimento attivo di tutti i soggetti impegnati. Per la precisione quindi il modello della peer education si focalizza su due prospettive parallele, che connotano l’esperienza della scuola superiore: da una parte l’universo dei pari, degli amici e dei compagni di classe, e dall’altra gli adulti che nella scuola detengono ruoli diversi, cioè insegnanti, personale non docente, dirigenti, consulenti e collaboratori. È opportuno poi cercare di capire come questi due universi siano in relazione tra loro e quali siano i linguaggi e i modi per innescare percorsi di reciproca integrazione e valorizzazione. La crescita conferisce agli adolescenti nuove competenze sul fronte della etero-socialità, lo sviluppo psicosociale porta con sé maggiori capacità di esplorazione e sperimentazione. Per molti aspetti tuttavia l’adolescente deve calarsi in un ruolo a lui inedito: forse troppo frequentemente la sua condizione viene vista come inferiore, meno adeguata e consapevole di quella dell’adulto. Da questi presupposti è nata la voglia, da parte di noi operatori, di entrare nelle scuole proponendo ai ragazzi nuove modalità di interazione e di problem solving. Preliminare a questo è stata la fase di lavoro con gli adulti significativi, quali insegnanti, genitori e personale scolastico, affinché venissero a conoscenza delle metodologie dell’educazione

fra pari e del percorso di sensibilizzazione e formazione da attuarsi con i ragazzi.

Formazione e video-training La prima parte degli interventi in aula è stata dedicata alla presentazione del progetto di peer education, alla compilazione dei questionari d’ingresso (anonimi, con domande di carattere generale sull’iniziativa e sui messaggi pubblicitari di dissuasione da dipendenze di sostanze) e ad una sessione di video training. È stata proposta ai ragazzi la proiezione di una serie precisa di brevi filmati in vari format (sia spot commerciali, sia “pubblicità- progresso”) montati in rapida successione. Il primo atto è stato perciò la semplice visione. In questa fase i tempi erano estremamente contratti, limitati alla durata di uno spot pubblicitario, ma la quantità di messaggi e degli input mediatici è stata considerevole. La crescita formativa educatori-ragazzi, poi, è avvenuta in un processo bidirezionale, caratterizzato dallo scambio e dal confronto reciproco. Il punto di partenza per la fase successiva


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sono state infatti le impressioni dei ragazzi dopo la visione del materiale video proposto. Tramite la compilazione, anche in gruppo, di questionari si è cercato di stimolare l’analisi e la riflessione su quanto visionato e sulle tecniche di comunicazione mediatica in generale (frequenza dei messaggi, stile comunicativo, supporti utilizzati, autori e destinatari dei messaggi, punti di forza ed efficacia delle pubblicità, linguaggi impiegati). Usando i media si è quindi lavorato sulle percezioni, su cosa si dà per scontato e cosa no. Dopo questa prima fase è stato necessario “staccarsi” dall’immagine attraverso le parole e le riflessioni più profonde. Sovente nei processi di comunicazione questo aspetto manca, perché con le nuove tecnologie si tende a limitare la relazione allo stadio del puro flusso di immagini e messaggi rapidi. A testimoniare ciò, si può ricordare un ragazzo che, durante un incontro di formazione, ha ammesso chiaramente la propria incapacità a dialogare direttamente, “in presenza”, con i suoi pari, sottolineando di non trovare invece alcuna difficoltà a comunicare tra-

mite sms. Da questo esempio si evince che spesso si tende a dare all’altro un’immagine puramente superficiale di sé, senza passare attraverso una relazione esperienziale e concreta. La relazione è perciò falsata, si svolge in una dimensione comunicativa in cui viene a mancare la componente fisica; si evitano le criticità intrinseche di una relazione costruttiva con l’altro. Per questo abbiamo riscontrato la necessità di favorire modalità diverse dell’utilizzo dei moderni mezzi di relazione, sperimentando percorsi comunicativi più complessi, ben oltre l’uso che si fa generalmente di questi media. Non ci si ferma al livello dell’immagine ma si utilizza quest’ultima come una sorta di “porta”, uno strumento che conduca l’adolescente a porsi domande e stimoli, riflessioni orientate a interrompere l’abituale logica del puro consumo. Dietro un simile intervento ci deve essere, da parte degli operatori, un profondo lavoro di analisi delle immagini da utilizzare in classe, ed una chiarezza sugli obiettivi da perseguire. Non si tratta di mere lezioni in cui indagare analiticamente la struttu-

ra del linguaggio pubblicitario: si lavora più sui “processi” che sul prodotto in quanto tale. Ci si basa molto, cioè, sugli interventi dei ragazzi, su quanto essi portano e condividono, in termini di competenze e conoscenze personali già acquisite tramite il quotidiano utilizzo del mezzo mediatico. Lo spot pubblicitario, in particolare, si rivela come una sorta di lente di ingrandimento o una fotografia in 3D della società contemporanea, una vetrina in cui i moderni modelli sociali vengono esposti sotto gli occhi di tutti. Per dirla con Len Masterman, i media costituiscono una vera e propria “industria delle coscienze”. Essi non sono neutrali, dal momento che impongono modi e stili di vita. La sfida è allora quella di stimolare un processo che permetta di superare l’atto del guardare passivo per arrivare a un vedere attivo che promuova scelte consapevoli nell’individuo di fronte a ciò che gli viene quotidianamente presentato. 1 Frasi tratte dai momenti di formazione del progetto di peer education “Creare Benessere”, anno scolastico 2008-2009

OPUSCOLI - RIVISTE LOCANDINE- MANIFESTI IMMAGINE COORDINATA VOLANTINI - PIEGHEVOLI BROCHURE - CARTELLINE MODULISTICA - CALENDARI CATALOGHI - LIBRI Via Romairone, 42 E r. - 16163 Genova San Biagio tel. 010.726.95.41 - info@totalprint.it - www.totalprint.it 13


L’ABBRACCIO AIUTARE IL CENTRO

Grazie per averci accompagnato tutto l’anno Continuate a restare sempre con noi IL CENTRO HA BISOGNO DEL VOSTRO AIUTO. BASTANO 1.000 EURO ALL’ANNO PER SOSTENERE LE ATTIVITÀ DI PREVENZIONE E RECUPERO CHE IL CENTRO OFFRE ALLA CITTÀ DA PIÙ DI TRENT’ANNI. I nostri preziosi compagni di viaggio: AGENZIE CAUVIN S.R.L. - ANSALDO ENERGIA S.P.A. AON S.P.A. - FONDAZIONE FRANCESCO ANGELINI BOERO BARTOLOMEO S.P.A. - CAMISASCA ENRICO CATTANEI COLONNELLI S.A.S. COSTA EDUTAINMENT - COSTA ENRICO FILIPPO ERG POWER E GAS S.P.A. - ERG S.P.A. - ERG PETROLI S.P.A. ERG RENEW - ERG RAFFINERIE MEDITERRANEE S.P.A. FINAL FINANZIARIA LIGURE S.P.A. - GASTALDI & C. S. P. A. MADI VENTURA S.P.A. - M.BEATRICE MOSCA 5P S.R.L. EMANUELE REMONDINI RIMORCHIATORI RIUNITI PORTO DI GENOVA S.R.L. SAAR DEPOSITI PORTUALI S.P.A. STUDIO BUFFONI - STUDIO OTTONELLO TOTALPRINT S.R.L. Un particolare ringraziamento va a SAMPDORIA e GENOA e all’iniziativa “Un cuore grande così…” per averci donato gli abbonamenti allo stadio per i nostri ragazzi.

IL CONTRIBUTO È TOTALMENTE DEDUCIBILE. POTETE VERSARLO IN QUESTO MODO: BONIFICO BANCARIO A FAVORE “FONDAZIONE CENTRO DI SOLIDARIETÀ BIANCA COSTA BOZZO ONLUS” BANCA PROSSIMA SPA IBAN IT85 B033 5901 6001 0000 0007 632 CAUSALE “100 X CENT(R)O” Deducibilità per le imprese: Ai sensi art 13 Dlgs 4/12/97 n° 460 le offerte alle ONLUS sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi fino ad un importo di € 2.065,83 annui o il 2% del reddito d’impresa, come documentazione è valida la ricevuta del bonifico bancario. 14


L’ABBRACCIO CALENDARIO SOLIDALE

Scegliendo di regalare un calendario o di inviare biglietti natalizi con le opere dell’artista Giorgio Oikonomoy si aiuta in maniera concreta il Centro di Solidarietà di Genova. Per acquistare i calendari e i biglietti augurali è possibile rivolgersi in Via Asilo Garbarino, 6 B 16126 Genova - Telefono 010.25.46.01 - Fax 010.25.46.02.02 - csgenova@csgenova.org Tutti gli acquisti possono essere personalizzati e gli ordini fatti on line direttamente sul sito www.csgenova.org. Le immagini dei quadri sono state donate al Centro dall’artista solidale Oikonomoy le cui opere hanno ricevuto riconoscimenti internazionali. 15


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Tutti promossi i ragazzi del Centro

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nche nell’anno scolastico appena concluso alcuni ospiti della Comunità di Trasta, con il prezioso aiuto dei nostri volontari, che li hanno seguiti durante la preparazione agli esami e alle interrogazioni, hanno portato brillantemente a termine il proprio corso di studi. In particolare Nico ha ottenuto il diploma di terza media, Paolo ha terminato l’Istituto professionale per odontotecnico, Matteo ha superato il terzo anno dell’istituto di agraria e

Roberto il quarto anno dell’istituto per perito elettrotecnico. La piacevole novità di quest’anno è che anche le ragazze della Finestra sul Porto hanno conseguito degli ottimi risultati: Asja, Evelin e Sonia hanno superato l’esame di terza media e sono state ammesse alle scuole superiori. Federica è stata ammessa al terzo anno dell’istituto tecnico commerciale. Congratulazioni a tutti i bravi studenti e ai loro insegnanti!! Insieme ce l’hanno fatta.

Seminario sull’emarginazione giovanile in Centro America Il Progetto per la promozione e la sperimentazione di “incubatori di impresa sociale”, che contribuiscano allo sviluppo di bacini occupazionali congrui e praticabili dalle fasce deboli (tossicodipendenti, adolescenti a rischio, portatori di handicap fisico e psichico, senza fissa dimora, donne svantaggiate...), ponendosi la f inalità di sostenere lo sviluppo dell’economia sociale quale risposta al problema dell’esclusione dal mercato del lavoro di persone svantaggiate, è stata illustrata al Centro di Solidarietà. Il 15 giugno dopo il saluto di benvenuto del Presidente Enrico Costa, Don Egidio Smacchia e Vincenzo Castelli hanno presentato l’iniziativa. Al dibattito, moderato da Silvano Balestreri, ha partecipato Roberta Papi Assessore alle Politiche dell’Immigrazione e Cooperazione Internazionale del Comune di Genova. Il progetto, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri, coinvolge due organismi: IILA Istituto Italo Latino Americano e la INA-FICT: 16

Ci ha lasciato Giancarlo Contri volontario da anni e Consigliere dell’Associazione

Istituto Nuova Africa e Federazione Italiana Comunità Terapeutiche. L’intervento, come hanno spiegato i relatori, consiste in una presenza sul territorio di operatori sanitari e sociali per aiutare e sostenere, in una funzione di accompagnamento, i paesi del Centro America a risolvere i problemi con le loro forze.

Il Centro di Solidarietà di Genova ha perso un amico prezioso. Stroncato da un male incurabile, ci ha lasciato Giancarlo Contri da tanti anni volontario e attivo Consigliere dell’Associazione Centro di Solidarietà, editrice dell’Abbraccio. A tutti mancheranno i suoi consigli sempre attenti e saggi. Ci mancheranno il suo entusiasmo e la sua energia. Enrico Costa con tutto il Centro di Solidarietà e la redazione dell’Abbraccio sono vicini alla moglie Erina e al figlio Roberto che come volontari proseguono l’opera di Giancarlo.


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LE FOGLIE DI TRASTA

“Le Foglie di Trasta” è il mensile che dà voce alla Comunità di Trasta. L’Abbraccio gli dedica tre pagine. La scelta è motivata dal desiderio di far conoscere lo sforzo e l’impegno dei ragazzi della comunità. Gli articoli che L’Abbraccio ospita in questo numero sono stati selezionati dalla redazione de “Le Foglie di Trasta”.

UN TEATRO CHE NON È LA STRADA Teatro Duse, ore 10 del mattino, sono sul palco del Teatro insieme a tutta la compagnia. Sipario chiuso e luce soffusa, siamo tutti molto tesi, fra poco incomincia lo spettacolo. Sento le voci del pubblico che piano piano sta riempiendo il teatro, ma non ho il coraggio di andare e sbirciare per vedere quanta gente sta arrivando. Cerco di concentrarmi fra l’agitazione generale, tutti vanno avanti e indietro, io sono come paralizzata sul punto da cui devo incominciare. La sala è piena, si spengono anche le ultime luci e incomincia la musica....ora si può solo andare avanti fino alla fine. Tutto precede come da copione, un minuto e tocca a me; “dai Sonia ce la fai!” è quello che mi sto ripetendo da quando mi sono svegliata! Ed eccolo il sipario che si apre....e io un attimo rimango senza fiato, quasi mi si ferma il cuore alla vista di tutte le persone che ho davanti. Non dimenticherò mai l’emozione provata in quel momento. A volte chiudo gli occhi e rivedo quel sipario che si apre sulla platea e io che incomincio con la mia parte, alzandomi da terra quasi come se dovessi spiccare il volo, sto parlando quasi urlo, ma sento solo i battiti del mio cuore. È fatta ragazzi, ci stanno applaudendo. Le scene si susseguono. Stiamo rappresentando le nostre vite in un teatro che non è la strada. S. 17


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DA TRASTA... A HOLLYWOOD “Comunque vada sarà un successo!” Con questo motto siamo partiti per l’avventura fantastica del Teatro, insieme ad Ornella e abbiamo coronato il nostro sogno il 16 Marzo al Teatro Duse. Quello che ora mi appresto a raccontarvi è tutta la parte, la lunghissima parte piena zeppa di: contrattempi, prove, ritardi, cambiamenti di scene, ruoli e spostamenti di date e sostituzioni di “attori”, che si è ripetuta vorticosamente fino ad una settimana prima del giorno della “prima”. Seguire il programma della comunità e nel contempo il Teatro non è stato facile, è stato molto faticoso, soprattutto per i ragazzi come me, che si sono sobbarcati ore intere di prove con giornate interminabili di lavoro e studio. La stanchezza, lo stress e l’ansia, sono diventati i padroni del palco, ma alla fine, la determinazione e la passione hanno permesso di ottenere un risultato straordinario, ben oltre le nostre aspettative. Noi, semplici ragazzi, con un sogno nel cuore in comune, siamo riusciti a trasmettere un messaggio chiaro e forte a cinquecento ragazzi delle scuole superiori, tenendoli inchiodati alle poltrone, rendendoli partecipi di ciò che provavamo e coinvolgendoli emotivamente. Le critiche che ci sono state rivolte, i vari discorsi che sono stati fatti, la scarsa fiducia che all’inizio ci era stata data, per me e penso anche per gli altri ragazzi, sono state semplicemente un imput per fare meglio. Ritengo che sia stato semplicemente stupendo. Ho scoperto una reale passione che mi rende vivo e orgoglioso di quello che ho fatto. Non vedo l’ora di ricominciare i laboratori e recitare in nuovi spettacoli... e per il resto che dire... sarà bello lasciare di nuovo le persone senza parole. P.

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LE FOGLIE DI TRASTA

VOGLIO GRIDARE AL MONDO CI SONO ANCHE IO! Non chiedo altro di amare me stesso e stare bene con le altre persone. Troppo spesso mi sento un oggetto inutile per la società. Non sentirmi amato, perchè non so amare con tutto il cuore, questo fa si che le mie emozioni restino chiuse dentro di me, non dando sfogo ad esse, non dargli un nome, qualunque esso sia: rabbia, amore, paura, felicità e tristezza. Tutti gli uomini di questa terra possono capire ed abbracciare le proprie emozioni. Voglio dare un senso alla vita, seppur una vita difficile fin dalla tenera età. Voglio credere di poterlo fare unendomi agli altri ragazzi, con i miei stessi problemi, anche se ognuno di noi ha una storia a sé. Siamo stati guidati nel nostro cammino dalla “polvere di stelle” credendo che il “viaggio” fosse una soluzione alla nostra incapacità di vivere, incrementando di più il male. Voglio gridare al mondo “ci sono anche io!”, “anche io non voglio più nascondermi nell’abisso dell’inferno ma volare nell’immenso cielo azzurro”. Sarà dura, dovrò affrontare momenti difficili e salite ripide, non scappando da me stesso: chi meglio di questi ragazzi potrà aiutarmi? Anch’essi affrontano lo stesso viaggio verso la libertà dell’anima. Le maschere a cui sono attaccato dovranno cadere. Dovrò accettare i miei limiti. Quindi chiedo il vostro aiuto, sono qui, scrivo questa lettera, chi legge è qui con me. Dio ci ama ancora. Uniamoci, diamoci forza, aiutiamoci, sono sicuro riusciremo. G.


L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO

LE FOGLIE DI TRASTA

PERCHÈ ALLA FINE... CI CREDI TU! È come se fosse un lento, ma inesorabile suicidio, quasi una dolce forma di autolesionismo, un’eutanasia. Liberamente scelta da noi stessi. Ora guardo indietro e vedo una persona che non si riconosce, stenta a capire come potesse essere così. Quasi risvegliata da un tremendo incubo che ha come trama quella di uno dei peggiori film dell’orrore. Apatica, trascinata dagli eventi, mi sono lasciata andare senza troppi problemi, volutamente incosciente di ciò che mi aspettava. Giocare con la mia vita e con i sentimenti degli altri, senza fermarmi, non preoccuparsi di nulla se non della dose da comprare per stare bene, e negli ultimi tempi per stare e basta. Stare male, andarsi a cercare il dolore solo per sentirsi un po’ vivi. È come un brivido che ti percorre la schiena, lo segui con i sensi e quando arrivi alla fine, al termine ci sei arrivata anche tu. Cerchi di fermarli quegli attimi, di dargli un senso, di serrarli in compartimenti stagni per poi continuare, continuare, come se niente fosse, la tua vita. Ma è un battito di ciglia, veloce, apri gli occhi, li richiudi, tutto scivola via, ti scorre dalle mani non te ne rendi nemmeno conto e tutte le tue aspettative, i tuoi sogni, le tue passioni ma anche le tue emozioni e i sentimenti si cancellano, si sgretolano in un attimo. È lancinante. Una ferita che cerca di rimarginarsi, ma ogni giorno si riapre e lentamente ti consuma. Arriva allora il momento di girare pagina. Di tirare fuori i denti e mostrare le unghie, per venirne fuori. Sono passati ormai sei mesi da quando sono arrivata qui in comunità a Trasta. Sono cambiate tante cose. Sono stata messa a nudo, alla prova, sono stata male, bene. Ma non mi sono mai nascosta, come facevo fuori, mi sono affrontata e ho affrontato le difficoltà. Sono passati parecchi mesi, solo ora sto imparando a conoscermi, a capire che sono una ragazza di vent’anni, sto cercando di riappropriarmi del divertimento che si deve a quest’età. Comincio a piacermi, ad accettarmi per quella che sono realmente, nei tanti difetti e nei pregi.

E ogni giorno ci provo, provo a tirarmi fuori dal nero che prima mi circondava. Ogni giorno. Perchè nella vita gli sbagli si fanno, ma l’importante è fare un passo indietro e riconoscerlo. Trasformarli, questi errori. Tramutarli in punti da cui ripartire e piccole risorse per crescere, guardare avanti, perchè cose belle nella vita ci sono. Prima di entrare qui non ci credevo, o forse non mi interessava saperlo. Ora invece ce l’ho ben chiaro... E tanto per dirne una: chi la dura, la vince! M.

i m r e c a i p a Comincio i m r a t t e c c a d a e o n o s e h c a l l per que

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