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L’ABBRACCIO
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Rivista trimestrale di informazione del Centro Solidarietà Genova
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16126 Genova - Via Asilo Garbarino, 9/B Telefono 010.25.46.01 - Fax 010.25.46.02.02 r.a. Direttore Responsabile: Silvano Balestreri Realizzazione e stampa: TotalPrint Genova S.r.l. N. 55 • 1° Trimestre 2009 - N. 1 del 2009 Prezzo 1,00 euro Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 Inscrizione al R.O.C. n° 16776 del 17/04/2008 Poste Italiane S.p.A. sped abb. postale - D.L 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 N° 46) art 1 comma 1, DCB Genova
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Buona Pasqua
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L’ABBRACCIO Dove possiamo incontrarci a Genova Rivista trimestrale di informazione spedita in abbonamento postale
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Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi.
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Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.
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L’ABBRACCIO EDITORIALE
Droga, serve più prevenzione anche nel mondo del lavoro di Enrico Costa*
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seguito della recente operazione di polizia che ha portato all’arresto di 11 persone (tra cui 2 poliziotti) per un giro di spaccio di cocaina, c’è stato il “solito” grido di allarme sulla circolazione di sostanze tra i giovani e abbiamo assistito al rituale valzer di statistiche riguardo all’uso di droghe. A mio parere questo tipo di visione è riduttiva; penso sia importante affrontare il tema droghe come fenomeno e non solo guardare a episodi e statistiche, analizzare l’origine e ipotizzare delle soluzioni. Le più recenti ricerche sulle motivazioni per cui le persone iniziano ad usare sostanze dicono che, per quanto riguarda le persone giovani, i motivi si possono sostanzialmente ricondurre a tre: la curiosità di sapere cosa si prova, l’adesione alle regole del branco e la sfida al mondo degli adulti con le sue regole. Grande diversità rispetto ad una volta quando erano soprattutto di tipo sociale. Sul versante dei consumatori adulti di sostanze le origini vanno ricercate in una certa familiarità figlia di consumi giovanili e in un approccio alla vita di tipo competitivo e non valoriale, un approccio che finisce per generare stress che poi tentano di controllare ricorrendo alle droghe. La parte statistica del fenomeno è certamente importante e significativa riguardo ai numeri, ma è incompleta se non corredata anche da risposte che tentino di risolvere
la situazione drammatica dell’abuso di sostanze. Per noi del Centro gli interventi devono essere improntati ad una certa elasticità, personalizzati riguardo alle problematiche che le persone presentano e modulati anche rispetto alla durata degli stessi: si può passare da interventi di prevenzione ad altri solo diurni, dalle accoglienze notturne a brevi permanenze in comunità per finire con il percorso classico di comunità residenziale; sicuramente il più oneroso sia per l’investimento personale di chi lo affronta sia per le casse della sanità, ma anche quello che offre maggiori garanzie di riuscita se tutti gli attori coinvolti- la persona dipendente, i servizi pubblici e la comunità- lavorano in modo sinergico per un obiettivo comune. Ci tengo a precisare che il percorso comunitario è monco se non include anche una fase di reinserimento socio-lavorativo che preveda sia l’attivazione di risorse personali sia un supporto da parte degli Enti preposti per coloro che queste risorse non le posseggono. Sono convinto che occorra intervenire anche in campi, f ino ad oggi, solo sfiorati dagli interventi in materia di tossicodipendenza. Mi riferisco in particolare al monde del lavoro, credo che si possa e si debba fare di più con un impegno concreto da parte di imprenditori e sindacati perché vi sia una maggiore apertura e il fenomeno venga affrontato in modo strutturato utilizzando anche gli strumenti offerti dalle normati-
ve vigenti, esiste infatti un decreto che parla chiaramente di controlli su chi svolge mansioni “pericolose” (autisti, piloti, chi maneggia armi…) ma non so quanto sia utilizzato. Sono anche convinto che non ci si debba limitare a questi lavori “pericolosi” ma, per esempio, penso sia venuta l’ora di “alzare il coperchio” sul mondo portuale; il Presidente dell’Autorità Portuale- Luigi Merlo- partecipando al nostro convegno sulla prevenzione ha dichiarato il suo impegno in questo senso. Insomma un impegno globale perché, ricordo, si affronta un fenomeno e non degli episodi, un impegno dove non si possono lasciare da soli a combattere le Comunità e i SerT. Sono tornato da poco dal Perù dove ho partecipato ad un incontro della Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche nel quale è stato ribadito che, a livello mondiale, si fa ancora troppo poca prevenzione e dove veniva chiesto ai membri della Federazione un maggiore impegno per sensibilizzare le istituzioni: due nodi da sciogliere! Vorrei terminare però con una nota positiva che mi auguro possa segnare una inversione di tendenza, dopo il convegno organizzato dal CSG ad ottobre abbiamo registrato una maggiore partecipazione della scuola, sia studenti sia docenti, alle nostre attività di prevenzione. Auguro a tutti noi che questa adesione sia il segno concreto che qualcosa sta cambiando e che si riesca creare dei presupposti favorevoli per un futuro migliore della nostra società. *Presidente Centro di Solidarietà di Genova 3
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L’ABBRACCIO SPECIALE CONFERENZA
Trieste, il mercato della droga alla conquista del web di Ramon Fresta
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al 12 al 14 marzo scorsi si è svolta a Trieste la V conferenza nazionale sulle droghe, le giornate hanno visto la partecipazione di oltre 1200 persone in rappresentanza delle Istituzioni e dei servizi specifici sia pubblici sia appartenenti al privato sociale. Tra le dichiarazioni fatte nella giornata di apertura voglio ricordare alcuni dei passaggi, a mio avviso, più significativi. L’On. Livia Turco ha esordito dicendo che occorre andare oltre le ideologie per occuparsi della “quotidianità delle droghe” che sono sempre di più e facilmente reperibili anche da parte dei giovanissimi. Dopo aver fatto autocritica per non essere riuscita a fare quanto avrebbe voluto quando era Ministro della Sanità, ha ricordato i risultati raggiunti dalle strategie di riduzione del danno chiedendo, quindi, di non cassarle. Ha concluso rilanciando la necessità che la rete di servizi deve essere integrata e che occorra una legge condivisa sui livelli essenziali per il comparto sociale. L’On. Gasparri ha detto di non essere ottimista perché vede una sorta di rassegnazione e di “assuefazione” alle droghe da parte della società. Secondo lui bisogna lavorare sugli stili di vita dei giovani. Ha risposto, a chi lo accusa di essere pro- Comunità, che le difende solo perché le vede più deboli e aggiunto che occorra snellire l’eccesso di burocrazia che le soffoca. Ha terminato il suo intervento prendendosi l’impegno di presentare al Parlamento una 4
mozione su quanto emergerà al termine della Conferenza. Il rappresentante dell’ANCI e quello del Ministero dell’Istruzione concordavano nell’affermare la necessità di un maggior lavoro sul versante della prevenzione primaria, addirittura nella fascia 6-12 anni, e di impegnare maggiori risorse per la formazione specifica degli insegnanti. Il Ministro della gioventù, On. Giorgia Meloni, ha detto che una vera riforma dei servizi non è più rinviabile, oggi la droga non è più un problema di qualche minoranza ma coinvolge tutta la gioventù. Secondo lei occorre una legge che riveda funzioni, diritti e doveri dei servizi e preveda una maggiore equiparazione tra quelli pubblici e quelli del privato sociale, servizi che devono avere risorse adeguate per rinnovarsi e rispondere alle esigenze attuali. Concludendo gli interventi d’apertura, l’On. Carlo Giovanardi ha ribadito di essere pronto a discutere senza pregiudizi tutto quanto può essere utile per migliorare la situazione. Ha aggiunto, riguardo alla riduzione del danno, che lui è contrario se lo si attua solo come intervento per cronicizzare, ma se è parte di una strategia complessiva che tende alla soluzione del problema non è contro aprioristicamente. Tra le circa 200 relazioni che si sono susseguite nei tre giorni, ricordo di seguito alcuni temi che toccano il mio lavoro più da vicino di altri (sul sito www.dronet.org sono disponibili le relazioni dei tre giorni).
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IL MINISTRO MELONI
Giorgia Meloni, Ministro della Gioventù, è nata a Roma 32 anni fa, giornalista, diplomata in lingue. Nella XV legislatura, è stata nominata vicepresidente della Camera dei deputati, la più giovane della storia repubblicana.
L’ONOREVOLE TURCO
Livia Turco, piemontese, 54 anni, insegnante, è parlamentare del PD. È stata ministro della salute, nel governo guidato da Romano Prodi.
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Uno dei più “attuali” riguarda il fatto che il web stia diventando una delle maggiori fonti di approvvigionamento per ogni tipo di sostanza: se si imposta “compra cocaina” con i motori di ricerca più usati, si trovano oltre 1 milione di siti; la stessa manovra con ectasy fornisce oltre 4 milioni di siti…, esistono una moltitudine di “farmacie virtuali” dove è possibile acquistare ogni tipo di farmaci senza bisogno di ricetta. Una indagine della polizia postale ha accertato che l’accesso a questi siti è cresciuto del 60% negli ultimi sei mesi e vi si possono reperire anche prodotti per aggirare il drugs-test. Altro punto rimarcato è la stretta alleanza, creatasi a livello internazionale, tra le diverse organizzazioni di narcotrafficanti e quelle terroristiche. Sul tema della Comorbilità psichiatrica si è ribadito come sia aumentata la sua incidenza negli ultimi anni; il prof. Cancrini sottolineava che il focus dell’intervento deve essere la remissione del disturbo di personalità, il discorso dell’abuso è un effetto collaterale: l’abuso di farmaci è sintomo del disturbo di personalità e non viceversa. Delineava una comunità divisa in due spazi uno educativo e uno psicoterapeutico con due equipes dedicate che collaborano strettamente al raggiungimento dell’obiettivo finale, in questo modo la Comunità diventa il luogo dove fare quella psicoterapia che all’esterno non viene portata avanti con costanza. Moltissimi relatori hanno puntato il dito sul deficit di interventi preventivi e altrettanti hanno ricordato il budget assolutamente inadeguato destinato al comparto delle dipendenze. Fabrizio Oleari, del ministero della Salute, ha affermato che la
percezione di malessere tra gli operatori del settore "nasce da un dato di fatto: un errore nella catena tra Legge Finanziaria, fondi, quote regioni e quote Asl". Nella sua relazione ha illustrato uno studio sperimentale dove sono stati analizzati i rapporti tra Stato, Regioni e Pubblica Amministrazione con attenzione al tema di erogazione dei f inanziamenti, della collaborazione effettiva tra
Enti e della concertazione. Lo studio ha mostrato un'offerta di servizi disomogenei con situazione di variabilità. L’Onorevole Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega ai problemi legati alle tossicodipendenze, nel suo intervento di chiusura alla conferenza di Trieste, ha raccolto alcuni degli spunti emersi nei tre giorni: ha rilanciato il fatto che occorra rivedere le tabelle
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degli stupefacenti per inserirvi alcune nuove sostanze molto dannose (Spice, Popper e Gbl) mentre per altre andrebbe rivisto al ribasso il limite tra la quantità consentita per uso personale e quella che invece configura lo spaccio. Ha aggiunto di voler ripristinare il fondo nazionale di lotta alla droga o trovare il modo con la Corte Costituzionale di finalizzare alle dipendenze una parte del budget sanitario. Alla conclusione dei lavori è intervenuto anche il Presidente della Camera, nel suo intervento ha ricordato come il narcotraff ico disponga di risorse immense, aggiungendo che se si vuole avere qualche speranza di combattere la cultura di morte che essi diffondono, le Istituzioni devono offrire ai servizi pubblici, del privato sociale e alle comunità una dotazione di risorse adeguate. Anche l’Onorevole Gianfranco Fini, terza carica istituzionale dello Stato, ha
ribadito l’importanza della prevenzione dicendo che deve iniziare dalla famiglia, la quale va supportata perché rischia di essere l’anello debole della catena perchè abbandonata a se stessa. I prossimi mesi ci diranno se, alla
conferenza nazionale di Trieste, erano soltanto parole quelle pronunciate dai relatori e dagli uomini politici o erano piuttosto impegni reali per trovare soluzioni concrete all’emergenza delle tossicodipendenze.
Il tavolo dei relatori alla V conferenza nazionale sulla droga al Teatro Verdi di Trieste, nella giornata inaugurale giovedì 12 marzo.
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Più educazione alla legalità per prevenire il carcere di Marco Cafiero*
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orniamo a parlare di “Carcere” a distanza di quasi quattro anni dall’emanazione della Legge 21 febbraio 2006, n. 49 che ha apportato importanti modif iche alla disciplina degli stupefacenti. Parliamo di “scenari” trovandoci di fronte ad una situazione che, rispetto al 2005, non appare sensibilmente variata, nonostante le predizioni infauste che vedevano un abbondante incremento di tossicodipendenti all’interno degli istituti penitenziari. L’indulto non ha modif icato, se non per pochi mesi, lo scenario ma la Federazione si astiene da giudizi sul provvedimento di clemenza: è abituata a trattare l’esistente e rispondere alle richieste che la situazione pone. La legge del 2006, però, non ha neppure incrementato, come auspicato, il numero delle persone che, per evitare la sanzione penale o amministrativa, sono ricorse alle strutture del privato sociale. La legge, quindi, non ha avuto gli effetti devastanti paventati, neppure i risultati sperati, per cui dobbiamo fare i conti con uno scenario piuttosto simile per rinforzare gli obiettivi di cura senza sottolineare troppo il rigore in un intervento che riteniamo dover essere prettamente educativo. Il nostro compito è, e rimane, quello di “educare”. LA LEGGE “EX CIRIELLI” Piuttosto dobbiamo fare i conti con la Legge “ex Cirielli” che è stata davvero l’unica foriera di un forte
Pubblichiamo una sintesi della relazione svolta alla Conferenza Nazionale di Trieste, dall’avvocato Marco Cafiero, consigliere di amministrazione del Centro di Solidarietà. smarrimento, non solo negli avvocati difensori, ma anche negli operatori sociali e, perché no, nei magistrati fortemente limitati nell’irrogare sanzioni penali adeguate al fatto concreto. Mi riferisco all’art. 73 comma quinto interpretato dalla Giurisprudenza prevalente come attenuante del comportamento disciplinato dall’art. 73 DPR 309/90 e non come fattispecie autonoma che, se ritenuta tale, avrebbe consentito di differenziare, sotto il profilo sanzionatorio, condotte con diverso allarme sociale. Mi limito ad evidenziare come al momento esista molta confusione intorno all’applicazione dell’art. 73 c. 5 DPR 309/90 ai tossicodipendenti cui è contestata la recidiva reiterata (direi quasi tutti). Un’interpretazione letterale, riprendendo le considerazioni sul bilanciamento delle circostanze, preclude sicuramente l’irrogazione di una sanzione corrispondente alla previsione attenuata della norma in esame. Una lettura attenta, invece, deve riferirsi a parametri oggetti ed escludere le preclu-
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sioni della Legge Cirielli, in quanto l’ipotesi attenuata di cui all’art. 73 DPR 309/90 è circostanza inerente non tanto la personalità dell’autore del reato o l’intensità del dolo, ma elementi di oggettiva rilevazione ed estranei al reo. Alcuni Magistrati coraggiosi si pronunciano in tal senso, ma le loro sentenze vengono regolarmente impugnate dalla Procura Generale. Altri, per aggirare l’ostacolo, decidono di non applicare la recidiva: ma anche questa volta, con meno frequenza, le loro sentenze vengono impugnate. Ed allora sollecitiamo, sulla questione, quella stessa attenzione che aveva consentito al legislatore del 2005 di correggere in extremis l’articolo della legge “ex cirielli” che impediva al tossicodipendente recidivo ex art. 99 comma 4 c.p. di accedere ad un secondo affidamento ex art. 94 T.U. DPR 309/90. Con queste premesse la Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche è, come sempre, intenzionata a fornire risposte ai bisogni di quei consumatori di sostanze che, inevitabilmente, finiscono per essere protagonisti di vicende giudiziarie e penitenziarie che l’attuale normativa non risparmia loro. I PROGETTI DAP PRIMA In particolare la Federazione auspica la diffusione, ed il finanziamento, su tutto il territorio nazionale di progetti DAP Prima, che prevedano una integrata partecipazione del privato sociale, perché ritiene che sia uno degli strumenti fondamentali per contrastare due fenomeni: 7
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• l’inserimento smodato di soggetti dipendenti in contesti carcerari • il conseguente meccanismo della “porta girevole”. Si tratta di interventi efficaci che, laddove sperimentati, sono in grado di “risparmiare” il passaggio inframurario a quelle persone che, nel momento della massima prostrazione dovuta all’arresto in flagranza di reato, sanno cogliere le opportunità che il territorio è in grado di offrire loro. Sulla scorta dell’esperienza maturata fin dai primi anni novanta nell’area milanese, pioniera ed esclusiva realizzatrice dell’idea per circa un decennio, anche le altre realtà locali devono tendere alla creazione di un presidio sanitario istituzionale distaccato all’interno del Tribunale, ove si celebrano i procedimenti per direttissima, conseguenti all’arresto in flagranza di persone tossicodipendenti. Posto che l’esperienza carceraria è sicuramente negativa è necessario far si che l’Autorità Giudiziaria sia posta nelle condizioni di ottemperare al dettato normativo secondo il quale non può essere disposta la custodia cautelare in carcere salvo che esistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputata è una persona tossicodipendente o alcooldipendente che abbia in corso un programma di recupero nell’ambito di una struttura autorizzata e l’interruzione possa pregiudicare la disintossicazione dell’imputato, questo progetto trova spazio anche a livello nazionale. Rappresenta un sostanziale momento di contatto tra il tossicodipendente ed il territorio, che consente di promuovere la sperimentazione di forme di connessione tra sistema 8
penale e sistema delle risorse esterne che, uscendo dalla rigida dicotomia aiuto/controllo, restituisca all’intervento sulle tossicodipendenze la complessità che lo caratterizza. Il servizio, avvalendosi del Ser.t di appartenenza, fornisce al giudice quella attestazione, richiesta dalla norma, dello stato di tossicodipendenza, e/o alcool dipendenza, e dell’esistenza della possibilità di inserire l’arrestato in una struttura di tipo terapeutico, quanto meno per un periodo mini-
mo di osservazione, che consentirà di valutare la strategia più opportuna senza necessariamente passare attraverso un percorso carcerario. Al giudice viene fornita l’opportunità di garantire le esigenze cautelari senza ricorrere allo strumento della carcerazione preventiva. I PROGETTI INFRAMURARI Laddove tale passaggio risulti inevitabile si ritiene che, anche a seguito del trasferimento della medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale, sia fondamentale finanziare progetti in grado di trasformare, per quanto possibile, il momento di esclusione sociale in
una sosta di riflessione di durata estremamente limitata e finalizzata ad un intervento preparatorio a quello riabilitativo, da realizzare necessariamente all’esterno di contesti custodiali. Negli ultimi anni si è verificato un significativo mutamento della tipologia di tossicodipendenti che sceglie il percorso di tipo comunitario residenziale. Si sono diversificate sia le sostanze assunte che la modalità di assunzione delle stesse. Molti soggetti che accedono alle comunità di recupero provengono dal circuito carcerario. La scelta di espiare la pena detentiva in un contesto di recupero è determinata da una spinta motivazionale, spesso strumentale, avvalorata dal quadro normativo vigente che induce a percorsi alternativi. Il passaggio della medicina penitenziaria alle Regioni rappresenterà un costo maggiore per le stesse, costo che potrà essere contenuto da attività inframurarie adeguate le quali, attraverso una lavoro che inizia nella fase detentiva, a fronte di una riduzione dei tempi di permanenza all’interno delle strutture residenziale. Nello stesso tempo assisteremo ad una ottimizzazione dei brevi tempi di permanenza in carcere, a favore di percorsi residenziali più adeguati.I sistemi che fanno maggiormente prevenzione sono quelli che riescono a tenere elevati i livelli di consenso, prestati per convinzione al rispetto delle norme. La persona recuperata è un potentissimo fattore di rafforzamento dell’autorevolezza della norma. Nulla rafforza di più tale autorevolezza di una persona che
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ha scelto di prendere le distanze da una precedente esperienza criminosa. Attese le premesse si ritiene che il finanziamento di progetti integrati persegua l’obiettivo di favorire un lavoro di rete che coinvolga la struttura penitenziaria, non solo come luogo all’interno del quale si realizza l’incontro, ma anche come realtà istituzionale che entra a fare parte del sistema trattamentale, in omaggio al dettato costituzionale. L’intervento che ne deriverà sarà caratterizzato dall’incontro costante tra gli attori del recupero per la fase di valutazione e diagnosi, da colloqui individuali con i detenuti richiedenti ed individuati congiuntamente dal servizio pubblico e privato anche in omaggio al principio dell’alta integrazione. Nonché da gruppi di utenti che iniziano ad interagire in vista di un lavoro più puntuale in Comunità Terapeutica. Per realizzare tali percorsi sarà, quanto mai, necessaria una adeguata e specif ica formazione degli operatori che agiscono all’interno del carcere e di quelli che accoglieranno i detenuti ammessi ai percorsi educativi. L’EDUCAZIONE ALLA LEGALITÀ In omaggio alla nostra funzione educativa, negli ultimi anni abbiamo lavorato molto sul concetto di “educazione alla legalità” che prende le mosse dalla necessità di mettere alcuni punti fermi in un crescere senza regole. Educare alla legalità non è uno slogan divenuto di moda, bensì rappresenta una forte necessità della nostra società. Il disagio sociale, infatti, parte anche dalla incapacità di rispettare le minime regole di convivenza, intesa come insofferenza che porta alla emarginazione. Tra i problemi che sono alla base
del disagio sociale si inserisce, in modo significativo, l’incapacità di rispettare le regole di convivenza civile, nonché il rifiuto nei confronti di quei soggetti che sono istituzionalmente deputati a farle osservare. Gli obiettivi sono di prevenzione generale, volta a far si che i cittadini non commettano reati, e di prevenzione speciale volta a far si che chi ha commesso un reato non torni a delinquere. I sistemi che fanno maggiormente prevenzione sono quelli che riescono a tenere elevati i livelli di consenso, prestati per convinzione al rispetto delle norme. La persona recuperata è un potentissimo fattore di rafforzamento dell’autorevolezza della norma. I ragazzi non ancora adolescenti parlano di diritti di libertà, ma sono incapaci di rispettare la pur minima regola, essendo abituati a sventolare la parola “libertà” come un lasciapassare per fare il proprio comodo, incoraggiati spesso da genitori disinteressati, occupati in altro se non addirittura orgogliosi della “perspicacia” dei propri figli. Da qui nasce il disordine, il bullismo o l’apatia, terreni in cui la dipendenza prende il sopravvento. Da questa pretesa libertà nasce la schiavitù, le dipendenze. L’incapacità che ne deriva, intesa come insofferenza, si traduce in un disagio che porta all’emarginazione, al rifiuto di fare parte di un mondo che si ritiene illiberale. È l’impossibilità di comprendere come l’osservanza delle norme non sia solo un dovere, la cui violazione comporta una sanzione, ma un’esigenza dell’essere umano di fare parte di un “gruppo”. Si ritiene sia necessario il finanziamento di progetti caratterizzati da percorsi realizzati da educatori ed esperti del diritto tendano a far
conoscere ai giovani il mondo del diritto, non sotto forma di una lezione scolastica, ma sotto forma di laboratori realizzati in gruppo con condivisione e scambio di esperienze. Le nostre realtà hanno già sperimentato programmi di prevenzione nelle scuole, volti esclusivamente a prevenire le dipendenze ed il disagio: ora è il momento di cominciare a parlare di regole, di rispetto dell’altro, di rispetto dell’Autorità che non deve essere più vista come un nemico da combattere ma una guida da rispettare e da sconfessare solo in caso di abusi in violazione delle norme costituzionali e giuridiche. L’art. 127 del T.U. DPR 309/90 elenca una serie di interventi suscettibili di finanziamento al comma 5. La lett. A parla genericamente di promozione di programmi sperimentali di prevenzione sul territorio nazionale. Questa norma consente la sperimentazione di interventi mirati all’interno delle scuole che contengano elementi educativo/dissuasivi non soltanto nei confronti dell’assunzione di sostanze, ma anche nei confronti di quei comportamenti che violando le norme di legge portano alla devianza ed inoltre si possono sperimentare momenti di cittadinanza attiva e di dialogo interculturale come ulteriore linea strategica, che veda i giovani protagonisti del cambiamento e del rafforzamento della coesione sociale, attraverso la loro partecipazione attiva alla vita democratica. Da ultimo sono previsti momenti rivolti al coinvolgimento attivo delle famiglie al fine di rafforzare e valorizzare l’azione educativa attuata nei confronti dei figli. In questo modo il carcere si può prevenire. *Specializzato in criminologia clinica Referente della rete tematica FICT 9
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Nuovi scenari e rapporti costruttivi per avviare le riorganizzazioni necessarie di Riccardo C. Gatti*
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i è trattato, come ci si poteva aspettare, di una sessione complessa. Ciò che, invece, non era scontato è che abbia rappresentato più domande che risposte. Si tratta di domande che, in modo diverso, hanno attraversato tutte le relazio-
ni. Sorprendentemente (visto che i relatori non lo avevano concordato anticipatamente e che non conoscevano le diverse relazioni) sembravano collegate da un “f ilo comune” che ha incontrato l’accordo del pubblico. Più che presentare, quindi, il riassunto delle singole relazioni, cosa impossibile in una sintesi conclusiva che deve svolgersi in un tempo molto limitato, mi sembra utile rappresentare proprio quel “filo comune” che le ha legate, assieme agli interrogativi che sottende. Partirei da alcune domande nate come premessa ad una relazione e riguardanti ciò che poteva essere il “nuovo scenario” rappresentato dalla Conferenza Nazionale e dalle aspettative conseguenti. La domanda e l’aspettativa sottesa era: “Governo e Regioni si parle-
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ranno?” avranno cioè, reciprocamente, un rapporto costruttivo? La risposta è stata negativa: “non si è fatto un passo in avanti ma un passo indietro”. Per quanto riguarda l’analisi dei fenomeni, invece, tutti i relatori hanno precisamente sottolineato come, ormai, ci si muova in un contesto completamente cambiato rispetto al passato, non solo per quanto riguarda le droghe illecite ma anche per quanto riguarda l’abuso di sostanze lecite, come ad esempio l’alcool. Sebbene su modelli istituzionali e sperimentali diversi è risultato chiaro che se nel nostro Paese esiste un sistema di cura manca, invece, un sistema di prevenzione, dove la frammentazione è totale. È cioè come se si tentasse di giocare una partita in difesa mentre, per essere vincenti,
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bisognerebbe non solo avere una buona difesa ma, anche e assolutamente, un buon attacco. Dal punto di vista della difesa la tenuta generale è ancora accettabile anche se ci si muove su proposte non univoche (ma questa potrebbe essere una ricchezza). Si passa, cioè, dalla sperimentazione di servizi generalisti per la “fragilità”, dove gli stessi terapeuti attraversano in gruppo, con pazienti eterogenei e le loro famiglie, la frammentazione della patologia e del mondo che la contiene (quasi come se gli stessi terapeuti fossero in trattamento) alla proposta di modelli di rete composti da segmenti ad alta specializzazione. Chiara è l’idea che un lavoro da costruire sia la coniugazione operativa tra “Servizi tradizionali”, inevitabilmente poco flessibili, e “Servizi di prossimità”, naturalmente ed originariamente molto flessibili, cercando, contemporaneamente, modelli di programmazione in grado di valorizzare soprattutto i percorsi nei diversi segmenti. Il tutto perché il mondo su cui si interviene è cambiato e pone domande e necessità variegate e nuove. Basti pensare, ad esempio, all’uso di droga che si colloca trasversalmente alla società creando nuovi problemi che non sono semplicemente connessi a situazione di devianza o di emarginazione. L’emergenza educativa, citata in questi giorni, cioè, non riguarda il mondo dei “ragazzi” ma quello degli adulti. Chi, ad esempio, si sta occupando dal punto di vista preventivo ed educativo della questione “droga e mondo del lavoro?”. Perché gli adulti sono lasciati completamente soli da questo punto di vista? Perché il tema delle donne è così
poco affrontato? Basta a risolvere il tutto l’affermazione che i pazienti dei SERT sono soprattutto uomini? Uomini e donne, quindi, e non solo ragazzi. Vita quotidiana che si interseca con luoghi atipici di consumo perché sono i luoghi in cui tutti viviamo, che frequentiamo ogni giorno: i luoghi di lavoro, le nostre case. Il tutto con tanti mondi paralleli che si intersecano compreso quello dell’alcol, di cui ci sembra di conoscere tutto ma che, in realtà, rimane inesplorato
alle coscienze ed alla conoscenza visto che la maggior parte delle persone, tanto per esporre solo un esempio, “nemmeno sa come si arrivi a superare i limiti di legge” per mettersi alla guida. Mondi paralleli che sono quelli dei ragazzi, ma anche quelli degli adulti, degli uomini e delle donne ma anche quelli degli stranieri e dei migranti che appartengono a tutte le categorie e vivono in modo diverso, per esperienza, culture ed etnie, le questioni connesse all’uso di droghe e di alcol.
NEL 2010 A GENOVA TUTTE LE COMUNITÀ DEL MONDO
L’anno prossimo il Centro di Solidarietà organizzerà a Genova l’incontro della Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche. Il testimone è stato passato da Anthony Gelormino ad Enrico Costa (nella foto sopra) nel corso della Conferenza internazionale che si è svolta nel febbraio scorso a Lima in Perù. Per il Centro erano presenti oltre a Enrico Costa Paolo Merello e Aldo Castello.
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Mondi paralleli di differenti generazioni in cui i più vecchi, parlando di droghe, parlano, sempre e comunque, di tossicodipendenza mentre gli altri… di consumo. Mondi paralleli di chi usa droghe e di chi non le userà mai, se non sono legali. Mondi paralleli che rischiano di diventare “inconoscibili” proprio per la superficialità con cui li si ritiene conosciuti e compresi, quando non è così. E, intanto, “si allarga la zona grigia tra dipendenza e non dipendenza”. E, mentre il mondo adulto manifesta la sua estrema fragilità al manifestarsi di forme di dipendenza, le reti educative extrascuola sembrano scomparire. Mentre i rischi in ambito scolastico, lavorativo e ricreativo aumentano (per i consumatori di droghe e per chi interagisce con loro, “ragazzi” o “adulti che siano”) mentre aumentano i “pazienti” sempre più giovani ma anche quelli “sempre più anziani”… gli interventi appaiono difficilmente coordinati e mirati a target sempre più differenziati. Il sistema di intervento è strozzato e sofferente tanto non solo nei SERT ma anche a livello di piccole Comunità si sente la necessità di strutturare programmi differenziati in alternativa ai soliti programmi standard: lavori per piccoli gruppi resi impossibili dalla necessità di far quadrare il bilancio. Insomma si avverte forte la necessità di riorganizzare e ristrutturare e di uscire da stereotipate logiche in cui “centro destra signif ica rafforzamento delle Comunità e centro sinistra rafforzamento della riduzione del danno” ma si avverte, altrettanto forte, l’esigenza (oltre che di risorse) di luoghi e di interlocutori che mancano o che 12
sembrano molto lontani e che, con particolare riferimento allo Stato ed alle Regioni, paiono anche distanti fra loro e bloccati nell’interazione, nella comunicazione, nella capacità di operare scelte complesse e di mettere a disposizione luoghi di pensiero e di programmazione partecipata. Ci si rifugia così, ingessati dagli accreditamenti, dalle norme e dagli alti pronunciamenti etici di parte, nel microcosmo degli ambiti locali. Legati con una fune doppia alla idea estemporanea ed alla buona o cattiva volontà del singolo sindaco o del singolo assessore; si auspica l’interazione di distretto, di quartiere, si costruiscono social-network della sofferenza di chi cerca cura ma anche di chi la offre, ma si sente la mancanza di una strategia condivisa e di una programmazione partecipata più ampia e più alta che è fatta di risorse ma anche di obiettivi comuni per permettere di volare alto. Come concludere? La sezione da me coordinata, come premesso, ha portato più domande che risposte ma ha anche convenuto che l’attraversamento di questa Conferenza ha dato una sensazione strana. Oltre le singole relazioni ed i singoli momenti, anche di grande interesse, è quasi come se, la scena generale fosse più legata al passato che proiettata nel futuro. Per noi tutti, per le Organizzazioni di settore e soprattutto per chi ha la funzione di sintesi politica, di programmazione e di governo (nazionale o locale che sia) questo è un grave problema ed una grande responsabilità. In estrema sintesi ecco il tema su cui ci si interroga e che rimando all’assemblea: “In un mondo così veloce restare fermi è come andare indie-
tro. È questo il nuovo scenario che stiamo costruendo? Si stanno predisponendo le condizioni per un reale progresso anche attraverso adeguate politiche di settore?” Personalmente sono convinto che queste domande debbano trovare risposte al più presto. *Medico, Psicoterapeuta e Specialista in Psichiatria, Direttore del Dipartimento delle Dipendenze della A.S.L. Città di Milano
IL PRESIDENTE FINI
Ai lavori della V Conferenza di Trieste è intervenuto anche il Presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini. Nel suo intervento l’Onorevole Fini ha ricordato come il narcotraffico disponga di immense risorse economiche e ha chiesto strumenti adeguati per combattere l’emergenza droga. Fini ha ribadito l’importanza della prevenzione ricordando che deve iniziare dalla famiglia che troppe volte è abbandonata a se stessa.
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Una Onlus di viaggiatori responsabili in aiuto alla scuola fondata da Gandhi
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e piccole cose O.n.l.u.s. è un’organizzazione di volontariato attiva nel campo della cooperazione internazionale ed è nata nel 2007 dall’iniziativa di un gruppo di amici viaggiatori per amore di conoscenza del mondo e con la propensione ad avvicinarsi, durante i loro viaggi, alle realtà povere incontrate nei vari paesi visitati. I punti di forza di Le piccole cose sono: la massima trasparenza nel far conoscere le attività ed i progetti, il coinvolgimento attivo ed in stretta collaborazione con gli operatori locali, gli interventi diretti senza intermediari. I soci di Le piccole cose, in uno spirito di collaborazione “non invasivo”, vogliono osservare, ascoltare e lasciare che le cose diventino proprie intervenendo su ciò che già esiste e non proponen-
do un percorso del tutto diverso da quello “locale”. “Quando nell’ottobre del 2007 siamo arrivati a Goa provenienti da Mumbai, avevamo una sola idea e poche informazioni. L’idea era quella di fare qualcosa per aiutare I bambini meno fortunati di qui; le informazioni erano quelle raccolte nei viaggi fatti precedentemente in India, ognuno per proprio conto. In particolare, sapevamo che in India oltre 70 milioni di bambini non frequentano alcun tipo di scuola e che, tra questi, il 66%, circa 46 milioni, è costituito da femmine, mentre quasi il 40% della popolazione è analfabeta. Sapevamo pure che i bambini che non vanno a scuola lavorano: nelle strade, nei mercati, tra i rifiuti in cerca di qualsiasi cosa sia vendibi-
le e/o “riciclabile”, nelle miniere… Anche a Goa benché le condizioni di vita siano per molti aspetti migliori che in altre zone dell’India, i problemi non mancano: circa la meta’ della popolazione vive in zone rurali non raggiunte dai “benef ici” del centro, mentre intorno alle zone urbane si sono sviluppate vere e proprie baraccopoli occupate in prevalenza dagli immigrati da Stati confinanti. In queste zone l’India più povera rivive: condizioni di vita precarie, pessime situazioni igienico-sanitarie, mancanza di cure ed assistenza, estrema indigenza. Con queste “piccole cose” abbiamo iniziato la ricerca di una realtà con cui collaborare. Così, chiedendo, guardandoci intorno e parlando con la gente del posto,
Le volontarie di Le Piccole Cose insieme agli scolari di Goa 13
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abbiamo f inalmente conosciuto Hamara School e la sua fondatrice, la Signora Mangala Wagle. Hamara School, aperta nel 2000, fa parte del Kasturba Gandhi National Memorial Trust, fondato dal Mahatma Gandhi nel 1945 in memoria della moglie Kasturba, e si trova a Panjim (Capitale dello Stato di Goa), nel quartiere di St. Inez. Si prende cura di bambini di strada e di orfani, che vengono ospitati anche di notte, e tutte le attività vengono svolte dai volontari in due stanze prive di banchi e di sedie e con una sola lavagna. Oggi, rientrando dopo piu’ di un anno nelle due stanzette che costituiscono la scuola, ci torna in mente la nostra prima visita. I bambini -tanti, tantissimi nel poco spazio -ci guardavano intimoriti, quasi quanto noi guardavamo intimoriti loro e le volontarie presenti. Poi, un po’ alla volta, complice in primo luogo la macchina fotografica e lo sconfinato amore degli indiani per le foto, il ghiaccio si è sciolto e l’atmosfera si è rilassata per trasformarsi in un turbinio di bambini e bambine che parlavano, ridevano, ballavano, ci chiamavano e ci saltavano addosso. Quest’anno, al nostro arrivo, emozioni e sensazioni sono piu’ o meno le stesse, gli ospiti sono aumentati di una decina e oggi sono 80. Dopo i saluti, con Sangeteta - la maestra “supervisor” della scuola - parliamo delle cose da fare, le mostriamo il materiale che abbiamo portato dall’Italia, definiamo gli esercizi che I bambini faranno nei prossimi giorni …. Finalmente si ricomincia!!!!” lepiccolecose.org@mail.org www.lepiccolecose.org 14
IL PROGETTO “HAMARA SCHOOL” con il Patrocinio del Comune e della Provincia di Genova La finalità del Progetto “Hamara School” è duplice: sostenere le attività della scuola indiana - da cui il progetto prende il nome - per un periodo iniziale di tre anni e, con la collaborazione delle scuole italiane che partecipano ai nostri progetti, promuovere uno scambio di conoscenze tra realtà diverse suscitando nei ragazzi la curiosità nei confronti dei coetanei “dell’altra parte del mondo”, sensibilizzandoli sui problemi esistenti nei c.d. Paesi in via di sviluppo e sulle condizione di vita degli adolescenti in quei Paesi. Il progetto destinato ad Hamara School comprende tre micro-progetti: 1) Progetto “Tutti a Scuola” - Su segnalazione specifica e documentata dei bisogni prioritari di Hamara School, è stata avviata una raccolta fondi destinata all’acquisto di uno scuolabus da 32 posti (Marca Eicher) dal costo di circa 17 mila € (al cambio di giugno 08: 1 Euro = 55 Rupie). 2) Progetto “Wor(l)ds in Progress” (in collaborazione con la Scuola Media “A. Lomellini - A. Cantore” di Genova) - Realizzazione e distribuzione di un dizionario figurato trilingue (italiano - Konkani - Inglese lingua “ponte”). 3) Progetto “Coloriamo il Mondo” (in collaborazione con la Scuola Media “Falcone - Borsellino” di Torino) - Raccolta di materiale scolastico “scartato” o “dimenticato” nelle classi e costruzione di kit contenenti matite, colori, gomme... Destinazione Hamara School. Obiettivo del Progetto è quello di contribuire ad una educazione e cultura del “non spreco” e rispettosa dell’ambiente
I giovani allievi del progetto “Hamara School”
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L’ABBRACCIO COME AIUTARCI
Grazie per averci accompagnato tutto l’anno. Restate con noi anche nel 2009 IL CENTRO HA BISOGNO DI VOI. BASTANO 1.000 EURO ALL’ANNO PER SOSTENERE LE ATTIVITÀ DI PREVENZIONE E RECUPERO CHE IL CENTRO OFFRE ALLA CITTÀ DA PIÙ DI TRENT’ANNI. IL CONTRIBUTO È TOTALMENTE DEDUCIBILE. POTETE VERSARLO IN QUESTO MODO: BONIFICO BANCARIO A FAVORE “FONDAZIONE CENTRO DI SOLIDARIETÀ ONLUS” BANCA INTESA S. PAOLO - SEDE DI GENOVA IBAN FONDAZIONE IT47 K030 6901 4001 0000 0060 830 CAUSALE “100 X CENT(R)O” Deducibilità per le imprese: Ai sensi art 13 Dlgs 4/12/97 n° 460 le offerte alle ONLUS sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi fino ad un importo di € 2.065,83 annui o il 2% del reddito d’impresa, come documentazione è valida la ricevuta del bonifico bancario. 15
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Un giorno di cinque anni fa feci purtroppo la conoscenza, grazie a un insieme di cose, la mia azienda che andava male e grossi problemi in famiglia, della cocaina che pian piano diventò parte della mia vita portandomi a una ricaduta repentina nella tossicodipendenza.
LE FOGLIE DI TRASTA Lettera aperta LA COMUNITÀ DOPO 20 ANNI Sono G. ho 44 anni, vengo dal Lago Maggiore e mi trovo ad affrontare di nuovo il programma del CEIS per una ricaduta dovuta a varie situazioni successemi negli ultimi tre anni. Dopo questa breve presentazione volevo fare delle riflessioni sulle differenze e cambiamenti che ho riscontrato nel programma di riabilitazione di oggi. Innanzitutto feci il programma a 24 anni per consumo di eroina dove la prima parte, cioè l’accoglienza, veniva fatta con la partecipazione attiva della famiglia, poi, la comunità che aveva due possibilità, una breve al boschetto (GENOVA) e una più lunga a MULINETTI (RECCO), finendo con la fase di reinserimento al FASSICOMO (GENOVA) dove si faceva un periodo come operatore ai gruppi dei nuovi arrivi, dopo di che si cercava un lavoro. Il percorso era molto difficile fatto di regole durissime ed intransigenti dove le tue motivazioni venivano messe a dura prova per poter poi lavorare sui sentimenti base per la conoscenza di te stesso oltre alla loro gestione base per poter controllare una volta fuori i problemi della vita di tutti i giorni, tutto questo veniva conquistato con il lavoro su te stesso e sulle motivazioni che si acquisivano con il tempo che passava. Finito il programma, dopo la graduazione, ritornai nella mia città per continuare la mia vita. Ho passato 15 anni sereni, grazie a questo lavoro interiore e alla forza di volontà acquisita col tempo che mi ha permesso di realizzarmi nel lavoro e formare una famiglia con due splendidi figli. 16
Mi resi conto che nei momenti di lucidità che avevo bisogno di fermarmi e staccare da questa realtà chiedendo aiuto al CEIS. Certo di un’esperienza avuta a vent’anni prima entrai in comunità dove trovai sostanziali cambiamenti nel programma con regole meno dure e ferree e, soprattutto nelle persone che lo portavano avanti, persone di tutte le età dai 20 ai 40 anni. Il lavoro primario non era cambiato nel riconoscere i sentimenti e nella loro gestione che rimangono la base per la conoscenza di una persona. Per quanto mi riguarda il percorso rispetto a vent’anni prima era più facile da affrontare ma nello stesso tempo difficile capendo le difficoltà degli altri ragazzi che non avevano avuto un esperienza simile alla mia. Ho notato che si usa poco il confronto base per poter riconoscere i sentimenti e dare una mano agli altri pensando forse troppo a se stessi e a come far passare il tempo perché la noia è nemica mortale di tutti. Chiudo dando un messaggio personale a chi legge questa lettera, credo nel programma di recupero del CEIS perché mi potrà ridare un’altra opportunità di vita più serena. G.
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Lettera aperta TANTO PELO SULLO STOMACO Sono stato arrestato nel aprile del 2006, il 2 gennaio del anno successivo dopo 9 mesi estenuanti e dopo innumerevoli colloqui con operatori psicologi e quant’altro avvenuti all’interno della Casa circondariale di Marassi sono approdato per la prima volta in una comunità terapeutica. Purtroppo durante il mio programma terapeutico ho avuto due interruzioni “brevi ma intense” in seguito a due arresti avvenuti per varie motivazioni per lo più legate al mio turbolento passato, fortunatamente grazie anche all’aiuto della struttura sono riuscito a riprendere il mio percorso terapeutico in affidamento provvisorio. Inutile fermarsi sulle motivazioni burocratiche e strettamente personali che mi riguardano. Utile invece potrebbe essere soffermarsi sul quanto sia differente la situazione in carcere da quella in comunità e sul quanto sia difficile e doloroso il passaggio da una all’altra situazione. Per quanto mi riguarda è stato estenuante soprattutto la seconda volta, anche perché non è stata una questione di giorni, ma la mia carcerazione è durata per più di due mesi ed è stato davvero brutto doversi riabituare alle sbarre, alla mancanza d’aria e alla libertà, anche se pur sempre monitorata di cui in comunità godevo. In carcere qualsiasi cosa diventa un problema insormontabile, anche una semplice visita medica, qualsiasi tipo di comunicazione con l’esterno è problematico e le giornate vengono passate per intero veramente a stretto contatto (10/15 metri quadrati da dividere nella migliore delle ipotesi in 6 persone) con persone estranee e spesso con idee molto differenti, anche su quello che riguarda l’uso o meno di sostanze. Ammetto che per me è stato davvero difficile rimanere sulle mie posizioni per non rischiare di essere coinvolto in qualcosa di spiacevole come ad esempio una possibile ricaduta. Mille sarebbero le parole da spendere su quanto spesso sia per lo meno inadeguata per un essere umano la situazione carceraria italiana e di quanto sia disastroso “là dentro”, Per ora mi sento soltanto di dire di essere contento di essere di nuovo qui in comunità, nel posto dove una persona riacquista dignità e dove se un individuo ha un problema viene aiutato a risolverlo e non chiuso a doppia mandata e abbandonato a se stesso.
LE FOGLIE DI TRASTA
“Le Foglie di Trasta” è il mensile che da voce alla Comunità di Trasta. È giunto già al suo quarto numero. Tutta la rivista, articoli, titoli, foto, impaginazione, grafica è ideata e realizzata dai ragazzi della Comunità. “Le Foglie di Trasta” non ha una distribuzione e diffusione all’esterno degli amici e dei familiari dei ragazzi. L’Abbraccio dedica a questo mensile quattro pagine. La scelta è motivata dal desiderio di far conoscere il loro sforzo e il loro impegno. Gli articoli che L’Abbraccio ospita in questo numero sono stati selezionati dalla redazione de “Le Foglie di Trasta”.
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LE FOGLIE DI TRASTA
I MIEI PRIMI GIORNI Sono arrivato qui in comunità, un’ora prima del dovuto; già di per sé questa è un’assurdità! Poiché suppongo che il resto della gente, faccia l’esatto contrario. La comunità, non è quel che si può definire un’ambita località di villeggiatura e del resto io non sono così diverso da chiunque altro; solo la costrizione poteva farmi arrivare anticipatamente. Di fatto, quando quel cancello s’è d’improvviso chiuso alle mie spalle, un gelido brivido m’è intercorso lungo la spina dorsale; non ho mai avuto un’esperienza così! Col senno di poi, penso che questo improvviso disagio lo devo alla paura della “perdita di controllo”, che da sempre mi affligge e per la quale mi trovo sempre impreparato. Cercando di ovviare a questo mio problema, non sono mai riuscito a trovare un sistema pratico che coprisse almeno in parte “l’imprevisto”, che nella vita ti si pone di fronte. Indi per cui, mille sono le domande che hanno cominciato ad affollare la mia mente, fino a creare una tale confusione che sfocia in un timore quasi reverenziale; uso questo termine soprattutto quando perdo o non possiedo il controllo di me stesso e di ciò che mi circonda, come in questo caso.
Il mio essere razionale mi impone di metter ordine ovunque esso non si trovi; diventa quindi palese che io abbia cercato per prima cosa di impegnare la mia mente in tale senso, col solo risultato di fallire. Il tempo può essere una variante terapeutica, anche se devo dire per esperienza personale, che non è affatto sufficiente. Si rendono necessari più fattori in aggiunta, quali: il confronto con se stessi e con gli altri, se il primo di per sé è difficile, il secondo lo è ancor di più. Penso che più d’una di queste risposte siano contenute nella filosofia del mattino; altresì credo, che non sia affatto facile mettere in pratica i significati che quelle parole contengono. In questo momento, sono così confuso che mi sembra ridicolo pensare di rispettare regole che a me paiono di nessun conto, quando ben altri sono i problemi che mi hanno portato qui dentro. Ordine uguale controllo! Questa è un’equazione -a parer mio- fondata e logica; tutto e subito è l’esatto suo contrario. Questo mio dire non vuol essere un insegnamento per nessuno, è solo una deduzione che deriva da svariate mie esperienze dirette. Una sola cosa comunque ha importanza: so quel che ho lasciato fuori e anche se non so bene quel che troverò qua dentro, il piatto della bilancia pende sempre da questa parte.
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“MI FIDO DI TE” RAPPRESENTAZIONE TEATRALE VISTA DALLO SPETTATORE LE FOGLIE DI TRASTA
Oggi, venerdì 6 marzo tutti i nostri sforzi delle settimane passate sono stati premiati da un’esibizione teatrale senza alcuna sbavatura. Fin dall’inizio con le prime note di: “MI FIDO DI TE” e poi volgendo al termine con “VOLTA LA CARTA”, siamo riusciti a ricreare la giusta atmosfera, variando da emozioni forti ed angoscianti, a situazioni che possono evocare ricordi -in chi ha avuto questo tipo di esperienzemolto toccanti e destabilizzanti, anche per tutti coloro che le hanno vissute indirettamente. Il tutto coronato da una colonna sonora perfettamente inserita a tema. Tutti questi elementi hanno portato ad un successo inaspettato per dimensioni e critica da parte del pubblico presente in sala. L’organizzazione di questo show è stata molto particolare -oserei dire speciale- poiché con pochissimo materiale, qualche costume, delle tele da noi dipinte, tutta la nostra fantasia e voglia di fare, è venuto fuori uno spettacolo che -a me personalmente- ha emozionato tantissimo. Tutti i ragazzi sono stati letteralmente grandiosi nel suscitare quelle sensazioni che una persona prova, quando viene a diretto contatto con la droga e ne fa una sua esperienza. Di fatto, mi sono trovato a rivivere momenti della mia vita passata, che mi hanno scosso l’animo. Sono stati molti i preparativi e le prove di teatro per inscenare questo spettacolo. Con Ornella -che s’è prodigata come pochi sanno fare- moltissime sono state le giornate impegnate a questo scopo, domeniche comprese; soprattutto nel mese di Febbraio, quando nell’aria si sentiva l’avvicinarsi del grande momento, in cui i ragazzi sarebbero andati in scena. Fin dall’inizio con la scena dei sacchi neri, che evoca la discesa nel baratro della droga e con Barbara che ha interpretato la tentazione rappresentata dagli stupefacenti, è stato reso a pieno il significato di come la droga ammalia ed affascina i ragazzi che per la prima volta ne fanno esperienza. La scena della rete, è -a mio avviso- la più chiara e la più toccante. I ragazzi si avvicinano e si addentrano fra le sue maglie, poi senza quasi rendersene conto, rimangono intrappolati senza riuscire più ad uscirne.
Si chiamano a gran voce per nome, ma nessuno può sentirli od aiutarli, finché si chiude il sipario con i ragazzi a terra, immobili ed inermi. Le voci di Enrico e Luigia, che -come due narratoriraccontano a cuore aperto, quello che prova un ragazzo alle prese con la propria tossicodipendenza. Il terzo atto di questo spettacolo tratta il bieco tema della lotta che una persona deve necessariamente affrontare tutti i giorni, per procurarsi ciò di cui ha bisogno quotidianamente; egli non può permettersi di fermarsi mai, non ha tempo né per se stesso, né per gli altri. Poi la rinascita, il ritorno alla normalità rappresentato dalla scena dell’albero della vita che determina il passaggio dal tunnel della droga e dalle tenebre, alla vita e la luce ritrovata. Fanno da intermezzo alcuni racconti e poesie scritte ed interpretate dagli attori stessi, che colpiscono per la loro particolarità, suscitando quella speranza di cui tutti -non solo noi- hanno bisogno. Inf ine la scena dei quadri. Tutti hanno magliette variopinte e con i pennelli dipingono simbolicamente su tele in precedenza preparate. Essa è un’allegoria delle mille possibilità che la vita offre ad ognuno di noi, a seconda delle nostre stesse capacità. Mi sono sentito toccare molto da vicino, durante questa rappresentazione in quanto essa mi ha fatto pensare a molti atteggiamenti che ho mantenuto vivi dentro di me per lungo tempo, pur sapendo che avrebbero -alla lunga- danneggiato sia me, che i miei familiari e tutti coloro che mi vogliono bene. Momenti cupi della mia vita vissuta, visti -questa volta- sotto una luce nuova, qualcosa che mai -prima d’ora- avevo provato. Riflettere su questi argomenti, devo ammettere che mi costa una fatica che mai ho voluto spendere ed affrontare; questa comunità può darmi la possibilità di lavorare su questi miei sentimenti che cozzano fragorosamente contro lo stile di vita ed il modo di affrontare il mondo esorcizzandolo con ciò che conoscevo, evitando di usare quella grinta che è necessaria, per far fronte ai problemi di tutti i giorni, soprattutto nelle relazioni con gli altri. R. 19
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