L’ABBRACCIO
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Rivista trimestrale di informazione del Centro Solidarietà Genova
16126 Genova - Via Asilo Garbarino, 9/B Telefono 010.25.46.01 - Fax 010.25.46.02.02 r.a. Direttore Responsabile: Silvano Balestreri Realizzazione e stampa: TotalPrint Genova S.r.l. N. 45 • 3° Trimestre 2006 - N. 3 del 2006 Prezzo 1,00 Euro Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 tariffa R.O.C. Poste Italiane S.p.A. sped abb. postale - D.L 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 N° 46) art 1 comma 1, DCB Genova
A nonna Bianca il premio mondiale delle Comunità
L’ABBRACCIO Dove possiamo incontrarci a Genova Rivista trimestrale di informazione spedita in abbonamento postale
Fassolo
Trasta
Direttore responsabile Silvano Balestreri Caporedattore Ramon Fresta In redazione Aldo Castello In copertina Enrico e Federico, figlio e nipote di Bianca Costa, ritirano a New York il premio del WFTC. Disegni Luzzati, Piccardo e Reginaldo Foto Ercolani Hanno collaborato Marco Cafiero, Enrico Costa, i Ragazzi di Trasta
Salita Cà dei Trenta, 28 - 16159 Genova Rivarolo Comunità Terapeutica Riabilitativa, Comunità di Reinserimento Sociale, Comunità semiresidenziale e residenziale di Accoglienza, Casa alloggio “La Tartaruga” per persone malate di Aids. Tel. 010.7404474
Via Asilo Garbarino, 6-9/B 16126 Genova Telefono 010.25.46.01 Fax 010.25.46.02.02 In questa sede sono offerti i seguenti servizi: Accoglienze notturne per tossicodipendenti “Casabella” e “Odissea”, “Castore e Polluce”, i Centro adolescenti “In-Chiostro”, salita S. Maria servizi di Prevenzione, Auto Aiuto, Inserimento di Castello 15; Lunedi mercoledì e venerdì dalle disabili, Direzione e uffici. 14.30 alle 18.30 Tel. 010.2468573 - 340.4821045
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Siamo anche in tutta Italia
Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 Sped. abb. postale 50% - Genova
La nostra filosofia iamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi.
S
Periodico associato USPI
Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.
Chi siamo Dove siamo
Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi. Timoroso di essere conosciuto né può conoscere se stesso né gli altri, sarà solo.
Via Asilo Garbarino, 6 B - 9 B 16126 Genova Telefono 010.25.46.01 Fax 010.25.46.02.02
Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio?
Bianca Costa Bozzo Presidente
Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire.
Paolo Merello Direttore Generale E-mail: csgenova@csgenova.org Pagina Web: http://www.csgenova.org
Federazione Italiana Comunità Terapeutiche Tel. 06.66.16.66.68 Via Bravetta, 365 00164 Roma Presidente Egidio Smacchia
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Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.
L’ABBRACCIO L’EDITORIALE
Droga, l’allarme resta alto ma il Centro è in prima linea di Bianca Costa Bozzo*
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n questi giorni di fine estate alcune notizie apparse sulla stampa nazionale, legate in qualche maniera ai servizi resi dal Centro, hanno attirato la mia attenzione e indotto alcune riflessioni. La prima delle quali è relativa alla produzione di oppio dell’Afghanistan. Antonio Costa, ossia il direttore dell’UNODCP (il Dipartimento dell’ONU che si occupa delle droghe), ha dichiarato che il prossimo raccolto sarà di oltre 6.000 tonnellate, con un aumento del 49% rispetto a quello precedente: questo significa una circolazione di droga fortemente incrementata a fronte di una situazione già oggi allarmante che, lo scorso anno, ha visto morire oltre 600 ragazzi per over-dose in Italia, dove i consumatori sono stimati in circa 5milioni di persone. La seconda notizia riguarda la dichiarazione dell’attore Claudio Amendola il quale afferma di essere un genitore molto vicino ai suoi f igli adolescenti, tanto da aver fumato hashish assieme con loro. Ritengo questo un modo assurdo e assolutamente ingiusto di essere “vicini” ai propri figli. Gli adolescenti sono in perenne ricerca di “limiti da superare” (carattere comune appartenente al loro percorso di crescita) e la situazione sopra indicata è tipica delle azioni collettive tra amici. Un genitore, viceversa, ha un ruolo differente, assolutamente asimmetrico rispetto a quello del figlio: non potrà mai essere un suo “pari”, potrà (e dovrà fare del suo meglio) per avere un buon rapporto con lui, un
dialogo senza preconcetti, ma rimarrà sempre il “genitore”, ovvero la figura che gli da le regole aiutandolo a capire che crescere significa assunzione di responsabilità e conoscenza dei limiti. Anche le dichiarazioni dei Ministri Turco e Ferrero sulla necessità di potenziare i SerT mi hanno portato a meditare. Sicuramente i Servizi pubblici per le dipendenze vanno rivisti, potenziati adeguatamente come organico e risorse economiche: non vanno però dimenticati gli altri servizi che fanno parte dei Dipartimenti delle dipendenze e cioè tutta la galassia del privato accreditato. Già molte piccole Comunità hanno chiuso i battenti e altre sono in forte sofferenza. Per garantire la qualità dei servizi erogati, renderli efficaci rispetto a una realtà in continua evoluzione e che si manifesta in modo maggiormente parcellizzato rispetto al passato, credo sia indilazionabile aumentare il budget destinato dalle ASL al fenomeno delle dipendenze, passando dall’attuale 1% scarso a una cifra pari al 2% del totale e, soprattutto, reputo indispensabile garantire la continuità del finanziamento. In questo modo si potrebbe veramente lavorare in maniera adeguata, programmando e sperimentando anche interventi nuovi che siano svincolati dal “capestro” del finanziamento annuale e utili a intercettare le “nuove” dipendenze. Se si collegano tra loro le tre notizie prese in considerazione e il Centro di Solidarietà, mi rendo conto quanto lavoro ancora ci aspetti: il fiume di eroina che si
riverserà sui paesi occidentali produrrà un aumento dei consumi con tutto quello che ne consegue. Per questo è importante che ai Dipartimenti delle dipendenze siano assegnate risorse adeguate e, sempre per lo stesso motivo, occorre potenziare il lavoro sotto l’aspetto della prevenzione. Ho sempre ritenuto fondamentale operare sul versante appunto della prevenzione e ho sempre detto che non sono mai stati erogati finanziamenti adeguati per tale settore, per il quale non occorrono cifre astronomiche, bensì sono necessarie offerte “sicure”. Non mi stancherò mai di ripetere come per noi fare prevenzione sia un’opera educativa e culturale e che per dare risultati questa debba assolutamente coinvolgere gli adulti (famiglia, scuola…). Sono talmente certa di questa opinione da aver organizzato presso il Centro un corso di formazione per volontari dal titolo “l’operatore volontario, un agente di prevenzione”. Intendo infatti ribadire il concetto che se le persone che condividono i nostri valori e i nostri metodi si fanno carico di diffondere questa cultura sul territorio, si innalzerà la consapevolezza del rischio inerente a taluni atteggiamenti irresponsabili o superficiali nei confronti dei giovani e tale da dare adito anche a fenomeni di tossicodipendenza. Tutto questo potrà essere evitato se si innescherà un sistema virtuoso che consideri presenti e attivi il complesso dei servizi, la famiglia, la scuola, il mondo dell’associazionismo giovanile e la politica. Come vedete molto è ancora da fare, ma vi assicuro che il Centro continuerà a essere in prima linea. *Presidente Centro di Solidarietà di Genova 3
L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
Dalla cella alla riabilitazione le strategie del Centro per i detenuti tossicodipendenti di Marco Cafiero*
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siste il detenuto tossicodipendente? Si tratta di una categoria criminale? In realtà è un gruppo di soggetti eterogeneo con carriere criminali del tutto diversificate e, soprattutto, con differente rapporto con la sostanza. Il nostro Centro, f in dagli anni ottanta, avvertiva l’esigenza di predisporre un primo intervento all’interno degli istituti penitenziari del territorio, in modo tale da fornire a questi soggetti l’opportunità di trasformare il disagio, dovuto allo stato di restrizione, in un momento di riflessione sulla propria problematica. Il Centro aderiva, fin dall’inizio, a tutte le iniziative territoriali aventi ad oggetto il contatto con la popo-
lazione penitenziaria in modo da radicare sul territorio stesso una cultura del carcere legata all’inclusione di quei soggetti che si erano autoemarginati. In particolare di quella categoria criminale prodotta dal rapporto con la sostanza. La nostra realtà non era l’unica a comprendere la necessità di fare breccia nell’universo carcerario per traghettare i tossicomani dalla cella all’ambiente socioriabilitativo. Anche le altre realtà che aderivano al progetto Uomo condividevano tale bisogno, dando vita così ad una serie di interventi diversificati nelle modalità, ma legati alla stessa metodologia di approccio. Parallelamente queste strutture davano vita ad un Federazione,
che nel tempo si organizzava in modo giuridico e capillare, per condividere la filosofia, la metodologia e dare origine ad uno scambio culturale e scientif ico che, oggi, rappresenta una realtà fondamentale nel panorama sociale nazionale. Il tossicodipendente e l’assuntore, occasionale o saltuario di droga, può subire la carcerazione, ossia la privazione della libertà, o perché arrestato o fermato, o perché sottoposto a custodia cautelare come indagato (quindi come imputato), o perché in esecuzione di pena detentiva come condannato, o infine perché internato in applicazione provvisoria o in esecuzione di una misura di sicurezza detentiva. La concentrazione di tossicodipendenti in carcere è da sempre molto elevata e continua a costituire un serio problema per gli operatori sociali chiamati ad intervenire ed a gestire le situazioni più disperate: autolesionismo, AIDS e sindromi da astinenza.
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La tossicodipendenza ha rappresentato, nel tempo, un fattore di cambiamento del carcere, in quanto ha comportato una preparazione specifica degli operatori addetti, con particolare riguardo alla riqualificazione del personale di polizia penitenziaria. Inoltre ha favorito la collaborazione tra gli operatori del territorio e quelli dei presidi interni. Ha consentito, altresì, la partecipazione operatori del privato sociale ammessi a frequentare gli Istituti ai sensi dell’art. 78 dell’Ordinamento penitenziario. L’intervento in carcere
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uesta norma consente alla Direzione del carcere di autorizzare persone idonee all’assistenza ed all’educazione a frequentare gli istituti penitenziari allo scopo di partecipare all’opera rivolta al sostegno morale dei detenuti e degli internati, e al futuro reinserimento nella vita sociale. La previsione normativa consentiva, quindi, nel corso degli anni novanta l’affiancamento di educatori ministeriali e di quelli del privato sociale nell’opera di recupero, attraverso uno scambio di informazioni e strategie volte al recupero dei tossicodipendenti. Il Centro di Solidarietà di Genova, dunque, nel corso di questo decennio poteva consolidare il proprio approccio metodologico, anche attraverso la strutturazione di rapporti con le istituzioni che non si limitavano soltanto all’ambiente penitenziario interno ma anche a quello dell’esecuzione penale esterna nonché della Magistrature di Sorveglianza. L’intervento, perciò, si strutturava
attraverso la predisposizione di colloqui individuali con i detenuti tossicodipendenti richiedenti e segnalati dal Gruppo Osservazione e trattamento interno all’istituto. Il colloquio, avente lo scopo di ravvisare le prime motivazioni al cambiamento ed il reale stato tossicomanico, prevedeva (e prevede) la conoscenza della posizione giuridica rivestita dal carcerato, quale momento necessario per compiere la prima analisi della persona con la quale instaurare il rapporto di recupero e il reinserimento sociale. Ciò al fine di approntare, attraverso le opportune istanze all’Autorità Giudiziaria competente, i percorsi giuridici idonei a promuovere il trattamento terapeutico. È evidente come sia differente la prospettazione di un percorso di recupero allorché il detenuto stia espiando un condanna divenuta definitiva o si trovi in attesa di
giudizio. Nel primo caso il ricorso alle misure alternative alla detenzione, proprio in considerazione degli ottimi rapporti intercorrenti con gli Uff ici per l’esecuzione penale esterna e la magistratura di Sorveglianza, consente di progettare in modo adeguato in considerazione dell’effettiva pena da espiare. Nel secondo caso, l’indeterminatezza della sanzione cui va incontro l’imputato e la necessità, da parte dell’Autorità Giudiziaria, di salvaguardare le esigenze cautelari condizionano grandemente la scelta terapeutica, in particolar modo se effettuata in un contesto carcerario e non all’interno di una struttura per l’osservazione. Con l’ingresso dei Ser.t e la regolarizzazione di un’attività degli stessi in Carcere la selezione avviene, ora, in modo sicuramente più qualitativo. Dal 2000 ad oggi
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L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
abbiamo assistito ad un graduale, e riluttante, aumento dell’indice di somministrazione di trattamento metadonico. Il fenomeno delle nuove droghe ha rappresentato anche per il pianeta carcere un problema: ha determinato l’incremento del numero, spesso oscuro, delle presenze di tossicomani. Anche l’incremento dell’uso di cocaina, registrato sin dalla metà degli anni 80, condizionava la scelta terapeutica con evidente riflesso sulla popolazione penitenziaria. Fino dalla sua emanazione, il DPR 309/90 ha previsto la necessità che la pena detentiva nei confronti di persona condannata per reati commessi in relazione al proprio stato di tossicodipendenza debba essere scontata in istituti idonei per lo svolgimento di programmi terapeutici e socio-riabilitativi (art. 95 T.U.DPR 309/90). Ci sono voluti anni, ad eccezion fatta per la realtà di Sollicciano e poche altre, per assistere alla creazione di apposite sezioni all’interno delle strutture penitenziarie La normativa per la prima volta affondava la figura ritenendo il carcere, non più come istituto di pena, ma anche quale istituzione in grado di favorire la rieducazione ed offrire al soggetto la certezza
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della solidarietà sociale attraverso i programmi di recupero. La creazione di sezioni cd. a “custodia attenuata” consente, ora, al tossicodipendente di prendere le distanze dagli altri detenuti e coscienza del fatto che la commissione del reato è avvenuta in stato di necessità psico-fisica e non per istinto criminale. L’obiettivo del legislatore, che l’attuale riforma lascia inalterato, è quello di utilizzare la situazione come realtà di cambiamento e come momento di valutazione motivazionale, per trasformare, per quanto possibile, l’ambiente carcerario in una struttura a carattere trattamentale, vagamente similare alle comunità terapeutiche. La spinta motivazionale di accedere a tali sezioni è molto strumentale. Rappresenta, certamente, la ricerca di un “posto al sole”, molto impegnativa, tale da consentire anche al detenuto meno motivato di trovare una collocazione di riguardo all’interno di una istituzione totale poco attenta alla relazione. Non va dimenticato, inoltre, che il tossicodipendente ritiene questo accesso come un passaggio obbligato e propedeutico ad un’anticipata rimessione in libertà. Questo rappresenta il primo e grosso condizionamento di un intervento di recupero all’interno del carcere. La commistione tra la realtà custodiale e quella trattamentale rappresenta un motivo per cui molte Comunità Terapeutiche rifiutano la concezione, frutto dell’approvata riforma del DPR 309/90, che incoraggia l’in-
vio, quasi obbligatorio o comunque fortemente condizionato, di imputati tossicodipendenti in strutture di recupero. Temono lo snaturamento della loro funzione: diventare sezioni a custodia attenuata extramurarie. Pur in assenza di elementi custodiali esclusivi della realtà carceraria, rischiamo di assistere alla coartazione del grado di motivazione al cambiamento che potrebbe interferire con l’intervento in maniera sensibile. Ed è per questo che l’esperienza presenta alcuni rischi tra cui quello secondo il quale il tossicodipendente sperimenta, in una situazione particolare, e non completamente volontaria, l’illusione di una relazione diversa con aspetti affettivi, assenti nell’ambiente esterno. Inoltre se l’operatore addetto non ha sufficienti esperienze di psicoterapia il soggetto potrebbe sviluppare una personalità “come se”, che certo non conduce ad una reale presa di coscienza dei suoi problemi (Spella, 1994) Per cui sorge necessariamente l’interrogativo per il quale ci si chiede se sia possibile parlare di trattamento all’interno delle carceri. La risposta riposa nell’analisi di elementi quali: Per rispondere a questo quesito occorre schematizzare le problematiche che pesano sull’intervento: la difficile integrazione dei servizi coinvolti, la discrepanza tra approccio custodiale ed approccio terapeutico, il sovraffollamento e la promiscuità carceraria che condizionano la realizzazione di un intervento nelle sezioni ordinarie e lo riducono ad un mero trattamento di tipo sanitario. Da non sottovalutare, anche, che la difficoltà di comunicazione tra tutti gli operatori che intervengo-
L’ABBRACCIO COSTRUIRE IL FUTURO
no (servizi,volontariato, comunità terapeutiche) porta ad una frammentazione degli interventi stessi. Sotto il profilo giudiziario, poi, la strumentalità della richiesta di aiuto all’ottenimento dei benefici di legge, e la diversificazione delle posizioni giuridiche (custodia cautelare, pena definitiva, pena breve, pena lunga) rendono difficoltoso progettare i tempi di permanenza per la strutturazione di progetti di recupero inframurari. È ovvio che non esiste una soluzione che vada bene per tutte le realtà. Ogni situazione penitenziaria deve predisporre un modello sulla base dei parametri di cui sopra, ma soprattutto delle risorse di cui dispone e della valorizzazione dei contati sul territorio. La riuscita del progetto si fonda, in via principale, sull’integrazione dei servizi e sull’ottimizzazione della comunicazione tra gli stessi. Ritengo, inoltre, che non sia possibile predisporre un progetto di recupero che si effettui esclusivamente tra le mura penitenziarie e non preveda un accompagnamento fuori dal carcere, sia che si tratti di un reinserimento sociale, sia che si tratti della prosecuzione del trattamento all’esterno o con i servizi territoriali di competenza o con le realtà del privato sociale. Queste ultime, di cui il Centro fa parte, rappresentano la risorsa fondamentale sul territorio perché offrono l’aspetto residenziale, non solo come elemento di trattamento, ma anche come momento intermedio tra la dimissione del carcere e l’approccio con “l’esterno”. Un progetto limitato alla permanenza carceraria renderà verosimile il rischio paventato da Spella (1994 cit.) che il soggetto, non ritrovando all’esterno quell’am-
biente affettivo e protettivo creato dagli operatori, ricada in una situazione di emarginazione che, attraverso il meccanismo della “porta girevole”, lo riporterà in carcere. Si è evidenziata una sostanziale eterogeneità tra le esperienze che si sono realizzate sul territorio, inizialmente in relazione ai criteri ammissione, quali il limite di pena, quindi in relazione alle strutture ove si concretizzava l’esperienza: dall’istituto apposito alla sezione interna al carcere tradizionale. In seguito si è avvertita la necessità di omogeneizzare il livello attraverso la predisposizione di un contratto riabilitativo-trattamentale e, soprattutto, di un regolamento per istituti a custodia attenuata Vinta la diffidenza concreta, spesso fondata, verso tutto ciò che è farmacologico il processo di riduzione del danno, ha incrementato la necessità di somministrare il metadone, situazione che ha consentito di includere nel concetto di “libero da droga” gli utilizzatori di questo farmaco. Con il tempo anche le Comunità hanno dovuto adeguarsi. Il tossicodipendente detenuto è colpevole o accusato di reati. Il collegamento della droga al piacere o all’obnubilamento delle facoltà mentali richiede che la terapia da somministrare non sia riferibile a tali stati, per cui l’uomo della strada rifiuta l’intervento come mero lenimento della sofferenza derivante dall’astinenza. Probabilmente tale rifiuto deriva da una sorta di legge del contrappasso che vuole il detenuto sottoposto ad una maggiore sofferenza? La visione del carcere come mera afflizione, sicuramente corretta, però, non consente di ravvisare in quel sentire comune l’esigenza di combattere la
droga come elemento di obnubilazione, sia pure non più inteso come raggiungimento di piacere. L’ingresso in carcere è costellato di momenti frustranti: l’astinenza reale, lo stress psicofisico legato a tutte le procedure burocratiche, la perquisizione, come momento di totale invasione della persona ed umiliazione necessaria della stessa. L’interrogatorio, i trasferimenti, le attese, creano stati d’animo molto tormentati e caratterizzati da ansia e paura. Frequentemente, in tale situazione, il tossicodipendente nega il proprio stato per la paura di aggravare la situazione, ignari, invece, che ciò potrebbe rappresentare una maggior attenzione nei loro confronti. La sottoposizione ad un controllo urinario, onde accertare il problema e la somministrazione di un quantitativo di metadone, spesso aiuta in questi primi momenti. Il rischio è che questo rimanga l’unico intervento nel prosieguo e non sia seguito da nessun progetto diverso e personalizzato. Purtroppo questo non è solo un rischio, ma anche una delle tante possibilità che caratterizza l’azione terapeutica in carcere. Il tentativo di dare una soluzione al problema della tossicodipendenza in carcere richiede, quindi, sforzi di notevole entità e coordinamento di energie, che non sempre ha funzionato. La recente riforma della normativa sugli stupefacenti da un lato ha cercato di offrire risposte alternative, dall’altro si è arenata nel sistema sanzionatorio. Quest’ultimo, sia pure modificato in modo tale da suggerire più agevolmente percorsi di recupero, dall’altro criminalizza situazioni non sempre penalmente rilevanti. Per cui fa entrare dalla 7
L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
f inestra ciò che vorrebbe fare uscire dalla porta delle misure alternative. Temo che il risultato non cambi. Fortunatamente la legge ex Cirielli è stata, nell’immediatezza, neutralizzata nella parte che non consentiva al tossicodipendente recidivo di usufruire dell’affidamento terapeutico più di una volta. Questa norma, se trascurata, avrebbe avuto un effetto devastante sulla popolazione detenuta. I meccanismi di accesso alle misure, invocati dallo stralcio Giovanardi, sarebbero stati vanif icati ed il risultato sarebbe stato quello di pregiudicare anche quel poco di buono che rimaneva della normativa in vigore. Il processo per direttissima e l’approccio terapeutico
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l servizio pubblico genovese ha la possibilità di realizzare sul territorio un progetto che coinvolge il privato sociale. Sulla scorta dell’esperienza maturata fin dai primi anni novanta nell’area milanese, pioniera ed esclusiva realizzatrice dell’idea per un decennio, si vuole creare un presidio del servizio pubblico distaccato all’interno del Tribunale, ove si celebrano i procedimenti
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per direttissima, conseguente all’arresto in flagranza di persone tossicodipendenti. La funzione del servizio è quella di essere presente a fianco del giudice, nel momento dell’arresto di un tossicodipendente, quando deve decidere se applicare la misura cautelare più adeguata per favorire la continuità di interventi già in corso, o da approntare. Il servizio si avvale del Ser.t di appartenenza, attesta lo stato di tossicodipendenza e/o alcooldipendenza e prospetta al giudice la possibilità di inserire l’arrestato in una struttura di tipo terapeutico, quanto meno per un periodo minimo di osservazione, che consentirà di valutare la strategia più opportuna senza necessariamente passare attraverso un percorso carcerario. Al giudice viene fornita l’opportunità di garantire le esigenze cautelari senza ricorrere allo strumento della carcerazione preventiva. Tutto ciò in omaggio all’ideologia incontrastata secondo la quale l’esperienza carceraria è sicuramente negativa ma, soprattutto, al dettato normativo secondo il quale non può essere disposta la custodia cautelare in carcere salvo che esistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputata è una persona tossicodipendente o alcooldipendente che abbia in corso un programma di recupero nell’ambito di una struttura autorizzata e l’interruzione possa pregiudicare la disintossicazione dell’imputato. L’analisi dell’esperienza milanese, sottesa, al progetto e
ancora poco conosciuta a livello nazionale, richiede la valutazione di alcuni elementi e la verif ica delle condizioni di realizzazione in realtà culturali differenti. È una situazione che richiede un grosso coinvolgimento del servizio pubblico e di quello privato, ma, soprattutto, una grossa sensibilizzazione della Magistratura di merito. La realizzazione di sperimentazioni di tal fatta, richiede un’adeguata formazione degli operatori e la necessità di una idonea impostazione del lavoro terapeutico nell’area delinquenziale con opportuno recupero della frattura sociale e della consapevolizzazione del reato. Anche per il privato sociale, quindi, rappresenta l’opportunità di incidere in modo significativo nel momento del giudizio, dal punto di vista “terapeutico”, dando al tossicodipendente la possibilità di diventare protagonista attivo del cambiamento in un momento delicato, quale l’arresto. Rappresenta un sostanziale momento di contatto tra il tossicodipendente ed il territorio, che consente di promuovere la sperimentazione di forme di connessione tra sistema penale e sistema delle risorse esterne che, uscendo dalla rigida dicotomia aiuto/controllo, restituisca all’intervento sulle tossicodipendenze la complessità che lo caratterizza. Il momento dell’incontro/scontro tra la persona ed il sistema di controllo formale, se opportunamente gestito può, infatti, assumere significati “altri” dalla semplice logica punitiva. *Avvocato specializzato in criminologia clinica. Consulente legale del Centro di Solidarietà Genova
L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
Carcere e comunità esperti a confronto
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opo oltre trent’anni di attività nel campo della prevenzione e riabilitazione nell’ambito della tossicodipendenza e problemi correlati (AIDS, Psichiatria, altre dipendenze), il Centro di Solidarietà di Genova, ha pensato di utilizzare il suo know- how e la sua rete di relazioni per offrire alla città anche un servizio di tipo culturale, attraverso l’organizzazione di eventi formativi aperti al pubblico su temi inerenti il nostro lavoro. Il Centro, già da qualche anno, è supportato nella sua opera da un “Comitato Tecnico/Scientifico” di cui fanno parte i Professori Tullio Bandini, Franco Della Casa e Mauro Palumbo, il Dr. Sergio Di Paolo, il Prof. Giampaolo Guelfi, il Dr. Francesco Mazza Galanti, il Dr. Giorgio Pescetto e il Dr. Sergio “Pippo” Rossetti. Lo scorso anno abbiamo organizzato un convegno su “Doppia diagnosi e Comunità Terapeutica”; incontro che si è svolto a Palazzo San Giorgio e ha visto una buona affluenza di pubblico. Per il 2006 il tema che vogliamo trattare è il rapporto tra il carcere e la comunità, intesa non solamente come la “Comunità Terapeutica”, ma in modo più ampio come cittadinanza e territorio. Si è pensato di approfondire questo tema legato alla sensazione di insicurezza che vive gran parte della comunità cittadina, problematica che fa passare in secondo piano tutto il resto: parliamo di persone che, in quanto tali, possono sbagliare ma possono anche riabilitarsi; è necessario che sia attiva una vasta rete sociale per 14
garantire percorsi personalizzati, non si può pensare di delegare al binomio carcere e comunità terapeutica la soluzione della problematica del tossicodipendente che compie reati. Un tema che ci stimola a trovare nuove chiavi di lettura per offrire risposte alle diverse istanze: di sicurezza per la comunità e di reinserimento per la nostra utenza. Per parlare di questi temi, il progetto è quello di una giornata di formazione/informazione, con accreditamento E.C.M. per le
figure professionali coinvolte nel percorso. L’organizzazione della giornata vedrà al mattino alcune relazioni tecniche volte ad illustrare il quadro legislativo di riferimento, il punto di vista del SerT ed il nostro. Al pomeriggio spazio per una tavola rotonda che approfondisca maggiormente gli aspetti più sociali, infine il dibattito. La data sarà il 12 dicembre e la sede quella prestigiosa di Palazzo Ambrogio Di Negro in Banchi gentilmente concesso dalla Fondazione Edoardo Garrone.
CARCERE E COMUNITÀ: L'INTERVENTO DI INCLUSIONE SOCIO - SANITARIO DEL DETENUTO TOSSICODIPENDENTE Martedì 12 dicembre 2006 Fondazione Edoardo Garrone • Palazzo Ambrogio Di Negro in Banchi • Via San Luca, 2 - Genova
PROGRAMMA: • 9.00/9.30 Registrazione partecipanti • 9.30/10.00 Apertura lavori • 10.00/13.00 Interventi coordinati dal Dott. Francesco Mazza Galanti Prof. Francesco Della Casa La vigente normativa e il detenuto tossicodipendente: potenzialità e contraddizioni Dott.ssa Elena Ducci L’intervento dei servizi per le tossicodipendenze nel contesto giudiziario Avv. Marco Cafiero L’intervento del Centro di Solidarietà nell’area penale interna/esterna • 13.00/14.00 Pausa • 14.00/16.00 Tavola rotonda con esponenti del settore; a seguire dibattito con interventi del pubblico partecipante • 16.30/17.00 Conclusioni: Dott.ssa Bianca Costa Bozzo. • 17.00 Verifica apprendimento ECM Per l’evento è stato richiesto l’accreditamento ECM Segreteria organizzativa: Top Congress • Tel. 010.589753-4-5 • topcong@tin.it Ulteriori informazioni vi saranno inviate o potranno essere scaricate nei prossimi giorni dal sito www.csgenova.org
Il Palazzo Ambrogio Di Negro in Banchi sede della Fondazione Edoardo Garrone
L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
La Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche incorona Bianca Costa leader del benessere dei giovani
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el corso della 23 Conferenza della Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche, svoltasi a New York dal 1° al 5 settembre scorsi, è stato conferito a Bianca il premio “Harry Shool” con la seguente motivazione: in riconoscimento della Tua eminente leadership nel fare approvare il modello di Comunità Terapeutica per il benessere di giovani vite e l’insieme delle Comunità. Bianca non ha potuto essere presente alla Conferenza per motivi di salute, per lei è andato a ritirare l’ambito riconoscimento il figlio Enrico nella veste di Vice Presidente della Fondazione Centro di Solidarietà. Enrico Costa è salito sul palco di New York insieme al figlio Federico al suo ritorno ci ha scritto queste poche righe, che testimoniano la sua emozione.
Mamma sarà sicuramente molto contenta dell’importante onorificenza ricevuta dalla WFTC e soprattutto dalle tante espressioni di stima e affetto che Mons. O’Brien, tutti gli altri membri del Consiglio WFTC e delle altre Comunità italiane e del mondo le hanno tributato. Alla stima verso Bianca come persona, per le sue qualità umane e spirituali, si è aggiunta la stima verso il Centro di Solidarietà di Genova stesso, per la capacità di oggi e per l’impegno pionieristico degli anni ‘70. Quante volte hanno ripetuto che il Centro di Genova è stato tra i primi in Europa a utilizzare il “Progetto Uomo”, a dare un contributo allo sviluppo del sistema stesso ed ora anche ad affrontare i nuovi disagi! Per noi genovesi una profonda commozione e - perché no anche una bella soddisfazione; per Bianca, mia mamma, un dolce ed importante riconoscimento. Enrico Costa
Enrico Costa con il figlio Federico sul palco della Conferenza Mondiale delle Comunità Terapeutiche riceve il premio per Bianca dal Presidente Monsignor O’ Brien
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L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
La motivazione del riconoscimento
Altri momenti della premiazione
Bertone: prendete esempio da Bianca
Il Cardinale Tarcisio Bertone, che ha lasciato la Diocesi di Genova per assumere l’incarico di Segretario di Stato Vaticano al fianco di Papa Benedetto XVI ha invitato la città a prendere esempio da Bianca Costa. “Quella grande donna -così l’ha definita-
che da decenni lotta contro la droga e gli altri disagi della società moderna”. Sono le parole che Bertone ha pronunciato nel corso dell’intervista a Franco Manzitti caporedattore de “La Repubblica” pubblicata domenica 10 settembre. 11
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Canzone, filastrocca e manifesto il dono ai premiati dei bambini della scuola elementare Natale Gallino
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L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
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I magnifici 5 I cinque nonni premiati sono: Jole Baldaro Verde, Marco Bollesan, Bianca Costa, Eros Pagni (foto) e Eraldo Pizzo (foto)
occasione per dire Grazie Nonni! è stata lunedì 2 ottobre. Nella giornata nazionale dei nonni hanno calcato la scena da protagonisti sul palco del Teatro Carlo Felice, cinque nonni “valorosi”. Sono campioni dello sport, artisti e persone impegnate nel sociale. I loro nomi in ordine alfabetico: Jole Baldaro Verde, psicologa dell’età evolutiva punto di riferimento per psico-terapisti e scienziati di tutto il mondo; Marco Bollesan, campione di rugby già commissario tecnico della nazionale italiana; Bianca Costa, presidente del Centro di Solidarietà di Genova; Eros Pagni, attore teatrale di prestigio e fama internazionale; Eraldo Pizzo, il mitico “caimano” campione di pallanuoto atleta ed uomo esemplare. La giornata è stata promossa dalla Provincia di Genova, rappresentata dal Presidente Alessandro Repetto e dall’Assessore alle Politiche per la solidarietà Angelo Torti. Hanno partecipato il Sindaco di Genova Giuseppe Pericu, il Presidente della Regione Claudio Burlando e il neo-arcivescovo di Genova Monsignor Angelo Bagnasco. In occasione della festa ha cantato Orietta Berti. Accanto ai riconoscimenti ufficiali anche i bambini della seconda C della Scuola elementare Natale Gallino di Pontedecimo hanno voluto dedicare ai nonni una canzone e una filastrocca (che pubblichiamo nella pagina accanto). Bianca Costa ha ritirato il premio accompagnata dai nipoti mentre in platea applaudivano emozionati i pronipoti, il marito Federico e i figli con le rispettive famiglie. 13
L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
Un giorno a Trasta diventa un film La prima è andata in scena a Casa Aperta 2006 i Ragazzi della comunità
C
ome tutti gli anni, anche questo settembre, la Comunità di Trasta ha aperto i suoi cancelli per ospitare parenti e amici. Sabato 23 gli spazi di salita Cà dei Trenta hanno visto la pacifica invasione di circa 200 invitati. I ragazzi e gli operatori di Trasta hanno accolto tutti con sorrisi, abbracci e una novità: quest’anno lo spettacolo è stato sostituito da un video che ha visto i ragazzi in veste di autori e attori. Il filmato descrive una giornata tipo della vita in Comunità; probabilmente non riceverà nessuna “nomination” per l’Oscar ma sicuramente è riuscito a tenere tutti incollati alla sedia per l’intera durata che è stata sottolineata da applausi in alcuni passaggi ed alla fine. Bianca si è complimentata con tutti loro, ha sottolineato come i prossimi cambiamenti siano il
segno tangibile che il Centro è sempre attento alle richieste che arrivano dal territorio, pronto a rimboccarsi le maniche per offrire risposte di qualità che contribuiscano a migliorare la vita della nostra città. Di seguito riportiamo la presentazione del video, letta prima della proiezione. In Salita Ca’ dei Trenta c’è una casa grande con un cuore ancora più grande. Trent’anni fa Bianca ha pensato di mettersi proprio al servizio della parte più debole della città e quando ha cominciato, gli amici, i volontari, gli operatori, le famiglie ed i ragazzi erano inizialmente appunto trenta. In passato questa casa ha ospitato centinaia di ragazzi che ora stan-
no bene, lavorano, si sono reinseriti nella società ed hanno famiglie e bambini. Questa strada sembrava fatta apposta per il nostro programma che è un po’ in salita all’inizio, ma una volta raggiunto il giardino diventa piano e ricco di fiori, ed ogni fiore rappresenta un ragazzo che dice grazie Bianca. Quest’anno abbiamo voluto fare anche i registi e gli attori. Abbiamo pensato di riprodurre una giornata tipo della Comunità, sperando di essere riusciti a trasmettervi ciò che significa una sola giornata vissuta insieme, e nell’augurio che le immagini riescano a comunicare l’indicibile. Guardate con attenzione, perché non siamo attori, ma protagonisti del nostro recupero e della nostra vita. In ogni gesto spontaneo c’è l’amore e l’impegno per il nostro lavoro e per la solidarietà, che operatori, volontari, famiglie e molti altri sostengono quotidianamente. Un grazie all’Acquario di Genova, ed in particolare a Carlo Palmieri, che ha reso possibile la realizzazione di questo video. Non tutti i ragazzi compaiono nelle riprese ma purtroppo o per fortuna molti di loro hanno già ripreso il lavoro. Sono comunque insieme a noi e hanno contribuito al risultato finale: un grazie anche a loro. Buona visione a tutti.
La magnifica e buonissima torta preparata dai Ragazzi di Trasta e offerta agli ospiti di Casa Aperta
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L’ABBRACCIO
Cento per Centro IL CENTRO HA BISOGNO DEL VOSTRO AIUTO. BASTANO 1.000 EURO ALL’ANNO PER SOSTENERE LE ATTIVITÀ DI PREVENZIONE E RECUPERO CHE IL CENTRO OFFRE ALLA CITTÀ DA PIÙ DI TRENT’ANNI. IL CONTRIBUTO È TOTALMENTE DEDUCIBILE. POTETE VERSARLO IN QUESTO MODO: BONIFICO BANCARIO A FAVORE FONDAZIONE “CENTRO DI SOLIDARIETÀ ONLUS” ISTITUTO S. PAOLO IMI - SEDE DI GENOVA C/C N° 60830 ABI 1025 CAB 1400 CAUSALE “100 X CENT(R)O” Deducibilità per le imprese: Ai sensi art 13 Dlgs 4/12/97 n° 460 le offerte alle ONLUS sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi fino ad un importo di € 2.065,83 annui o il 2% del reddito d’impresa, come documentazione è valida la ricevuta del bonifico bancario.
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