L’ABBRACCIO
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Rivista trimestrale di informazione del Centro Solidarietà Genova
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Chi siamo Dove siamo
La nostra filosofia
• BOLZANO • BELLUNO
iamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi.
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• TRENTO • VARESE
VICENZA • TREVISO • • IVREA • VERONA • VENEZIA • MILANO • CREMONA • PADOVA • PIACENZA • TORINO • VERCELLI • PARMA • MANTOVA • REGGIO EMILIA • MODENA • BOLOGNA • RAVENNA
• AOSTA
Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.
• GENOVA
• SANREMO
• LA SPEZIA • PISTOIA • PRATO • FIRENZE
Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi.
• AREZZO • JESI
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Bianca Costa Bozzo Presidente
• ROMA • ANZIO • FORMIA • CASERTA
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• BARI • AVELLINO
• COSENZA
• CATANZARO
Presidente Egidio Smacchia
• MESSINA • REGGIO CALABRIA
• CATANIA
Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio?
• GRAVINA
• CAGLIARI
Federazione Italiana Comunità Terapeutiche Tel. 06.66.16.66.68 Via Bravetta, 365 00164 Roma
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Timoroso di essere conosciuto né può conoscere se stesso né gli altri, sarà solo.
• ALBA ADRIATICA • VITERBO
Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.
L’ABBRACCIO LA LEZIONE
“Scienza ed Esperienza nelle professioni sociali” di Bianca Costa Bozzo*
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agnifico Rettore, signore e
signori, ringrazio voi tutti, la mia famiglia, gli amici e i sostenitori perché la vostra presenza è segno di condivisione, rispetto, stima per il nostro servizio svolto in città nel corso di questi trent’anni. Vorrei ringraziare inoltre la Chiesa genovese che ha sempre creduto in noi: ci ha aff iancato un sacerdote come guida spirituale e ci ha destinato le strutture che permettono di svolgere il nostro servizio. Un particolare grazie, infine, al corpo accademico che ha voluto apprezzare lo spessore umano e scientifico dell’attività svolta dal Centro che presiedo, conferendomi l’onore di questo alto riconoscimento. Desidero ora ripercorrere i punti salienti di questi trent’anni di servizio e segnalare alcuni spunti su ciò che si prefigura all’orizzonte nell’immediato futuro. Perché mi sono interessata – nel 1972 del problema droga? Tutto è iniziato con un episodio accaduto allora: facendo volontariato all’Auxilium, un giorno una coppia un po’ strana bussa alla porta: vado loro incontro e chiedo che posso fare per loro. “Abbiamo un problema: siamo tossicodipendenti da anni, aspettiamo un bimbo e vorremmo tenerlo, ma la legge prevede la carcerazione per chi denuncia la propria tossicodipendenza”. Rimasi colpita dalla situazione così dolorosa e decisi di darmi da fare: attraverso conoscenze personali riuscii ad aiutarli, ma questo misterioso mondo della droga mi aveva ormai incuriosito al punto da indurmi a occuparmene.
Io ho sempre creduto nelle potenzialità spesso nascoste dell’uomo, e perciò anche del tossicodipendente; ritengo che egli, aiutato nel modo giusto, abbia la possibilità di trovare non solo la soluzione al problema droga, ma anche la propria dignità di uomo e reinserirsi nella società, diventando protagonista della propria vita. Come
credente la mia scelta di volontariato è stata, e continua a essere, una scelta di impegno cristiano, fondamentale per promuovere la cultura della solidarietà: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
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ono convinta che sia necessario oggi lavorare intensamente per umanizzare la nostra società, in questo momento tollerante, ma forse anche indifferente nei confronti della droga. Il cammino a fianco di tante famiglie mi ha permesso di scoprire quanta delicatezza, quanto amore e quanto
Bianca Costa Bozzo insignita della Laurea Honoris Causa in Scienze dell’Educazione dall’Università di Genova L’Università di Genova, attraverso la Facoltà di Scienze della Formazione, ha conferito l’11 Ottobre 2004 a Bianca Costa la Laurea Honoris Causa in Scienze dell’Educazione. Con questo riconoscimento viene data rilevanza scientifica a una vita spesa nel volontariato al servizio delle fasce più deboli ed emarginate della nostra società; inizialmente con il servizio alla Caritas ed all’Unitalsi, in seguito fondando - trent’anni fa - il Centro di Solidarietà di Genova per dare una risposta al disagio di tanti giovani e delle loro famiglie alle prese col flagello della droga, operando sempre in connessione tra la dimensione professionale e quella valoriale, tra il pensiero e la pratica quotidiana. Le motivazioni del riconoscimento sono da ricercare nella continua tensione allo sviluppo di risposte dotate di scientificità ed offerte con professionalità da parte degli operatori. Bianca ha, da subito, voluto fortemente che tutti gli operatori partecipassero costantemente a percorsi di formazione ed aggiornamento per migliorare la loro professionalità, così come ha sempre insistito perché fosse presente nel loro lavoro una attenzione particolare ad una proposta di condivisione di valori, il tutto rivolto allo sviluppo delle capacità dell’Uomo per renderlo autonomo e protagonista della propria esistenza. Emblematico al proposito un passo della sua lectio ” nel corso della mia esperienza ho capito che dietro al tossico esiste una persona che si rifugia dietro alla sostanza perché - in quel momento- non ha la capacità od il coraggio di affrontare la vita”. La Cerimonia si è svolta lunedì 11 ottobre alle ore 16 nell’Aula della Meridiana presso la sede dell’Ateneo genovese. Dopo il saluto del Magnifico Rettore Prof. Pontremoli, ci sono stati gli interventi del Preside della Facoltà, Prof. Boero, che ha esposto le motivazioni della Laurea; è stata poi la volta della “Laudatio” del Prof. Palumbo ed infine la “lectio magistralis” della neo Dottoressa Bianca Costa dal titolo “Scienza ed esperienza nelle professioni sociali”. Alla cerimonia erano presenti, oltre alla famiglia di Bianca, una folta rappresentanza di volontari ed operatori del Centro di Genova, il Presidente della FICT don Egidio Smacchia, i rappresentanti delle Istituzioni locali, del mondo economico, di quello del volontariato e del sociale: una mirabile sintesi dell’universo di questa donna in prima linea da 50 anni per sostenere le persone più deboli e bisognose della società, coniugando armoniosamente questo suo servizio con l’impegno familiare derivante dall’essere moglie, madre, nonna e, da pochi anni, bisnonna. In questo numero dell’Abbraccio al posto del consueto editoriale di Bianca, troverete il testo della sua “lectio”. Pensiamo che nulla possa esprimere meglio il senso dell’esistenza della nostra Associazione, e speriamo di fare cosa gradita a tutti coloro che non hanno potuto essere presenti alla cerimonia. Ramon Fresta 3
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impegno siano richiesti affinché per ciascuna di loro il passaggio dalla disperazione alla speranza sia un itinerario maturo, autentico, consapevole, percorso con l’obiettivo di riscoprire la vita. Continuo a combattere affinché le famiglie possano ricostruirsi, essere di nuovo un punto di riferimento e ritrovare la loro funzione educativa all’interno della società. L’ educatore è il fulcro di questa società, che si affanna per cercare ruoli e funzioni e per offrire modelli di vita agibili e comprensivi di gioie e dolori. È così che egli, formato dal mondo universitario e inserito in quello del lavoro e protagonista del terzo settore, diventa elemento fondamentale di questo processo di crescita. Il valore principale che mi ha animato in questi trent’anni è stato quello di vivere nella sua essenza il volontariato, nella sua capacità anticipatrice di cogliere il disagio direttamente dalla voce degli ultimi e individuare possibili risposte operative. Il volontariato è stato e continua, anzi deve essere, per la sua valenza, uno stimolo alla pubblica amministrazione, in modo da promuovere risposte adeguate al problema. Sin dall’inizio ho voluto e ancora voglio, insieme ai miei collaboratori, instaurare con le istituzioni un rapporto leale e franco, dialettico di confronto e a volte anche di scontro se necessario. Ritornando a ripercorrere un po’ di storia, nel 1978, dopo varie valutazioni sui metodi riabilitativi esistenti in Italia e all’estero, ho scoperto il programma “Progetto Uomo”, che Don Picchi aveva avviato a Roma. Perché ho scelto questa strada? Nel corso della mia esperienza ho capito che dietro al “tossico” esiste una persona che non ha la capacità o il coraggio di affrontare la vita da solo e così si rifugia nella sostanza, nel tentativo di superare le proprie difficoltà. Tenendo conto di questa situazione ho scelto il “Progetto Uomo” perché que4
sto pone alla base del percorso la centralità dell’uomo come persona e ritiene fondamentale far affrontare i problemi nel territorio dove è sorto il disagio; perciò, non uno sradicamento dalla propria realtà, ma un mantenimento dei rapporti con il proprio vissuto sociale nel quale reinserirsi al termine del percorso riabilitativo.
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pesso il “Progetto Uomo” viene identificato con l’operato dei Centri italiani che fanno capo alla FICT (Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche) e offrono servizi nell’ambito del disagio e, specialmente, delle dipendenze. Ma “Progetto Uomo” non è questo: i servizi resi con tale sigla sono piuttosto la realizzazione di una filosofia che trova le sue radici nel profondo dell’Uomo. Né si può limitare il “Progetto Uomo” a un metodo educativo e terapeutico perché esso viene realizzato tramite l’applicazione di una sintesi originale di concetti e metodiche riabilitative, psicologiche e terapeutiche. È con tale modalità che il “Progetto Uomo” rappresenta un approccio filosofico al disagio, trovando terreno fertile in quanto risposta centrata sulla persona e non sul sintomo o sul farmaco; una risposta congrua ai bisogni scaturiti dal progressivo e massiccio insediarsi delle dipendenze nella cultura occidentale. Questa metodica, inoltre, è una filosofia che ricolloca, in un’ottica diversa e diametralmente opposta a quella assistenziale o clinica, la persona in situazione di disagio e l’operatore, sia esso volontario sia professionista. Sempre nel contesto del “Progetto Uomo”, mi preme ora evidenziare due dati: il primo riguarda il coinvolgimento della famiglia, resa coprotagonista della soluzione del problema del figlio e messa in condizione di ricostruire il proprio nucleo familiare che diventa segno di vita e di forza della società,
avendo riacquistato il proprio ruolo; il secondo è inerente al nostro percorso riabilitativo: questo ha un termine stabilito e concordato, dopo il quale la persona lascia il Centro per continuare la propria vita in maniera autonoma e indipendente e camminare con le proprie gambe. I principi che sono alla base del nostro servizio sono la disponibilità, la perseveranza, la pazienza, il coraggio, l’amore responsabile. Ognuno di questi è vissuto da chi insieme a me ha condiviso e condivide questa scelta; parlo di servizio perché questo, se svolto con professionalità e amore, aiuta una persona a ritrovare se stesso, a vivere i propri valori: è così che il servizio diventa promozione umana.
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orrei a questo punto ringraziare i miei operatori che giornalmente mi aiutano a realizzare un simile progetto, riconoscendo la loro professionalità, raggiunta attraverso una formazione permanente che li dota di una specifica preparazione, necessaria per offrire alla persona la risposta più idonea ai problemi individuati. È attraverso la disponibilità alla condivisione delle sofferenze e delle gioie dei nostri ragazzi che gli operatori contribuiscono all’uscita dal tunnel della dipendenza. Questa sensibilità è la nostra forza, in un momento così difficile per l’estrema complessità del fenomeno tossicodipendenza che ci obbliga a rivedere continuamente i nostri percorsi per adattarli all’utente, sempre senza alcun giudizio sulla sua condizione e nella prospettiva di un aggiornamento costante che aderisca al mutare incessante della realtà. In tutti questi anni mi sono sempre battuta affinché il mondo dei valori, da cui provengo, e il mondo della scientificità fossero coniugati nel nostro Centro e consentissero di offrire un servizio di accoglienza dallo standard professionale adeguato.
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a collaborazione con il mondo scientifico si è concretizzata a più livelli: sul piano internazionale avvalendosi del rapporto con la Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche e con la sua articolazione europea; su quello nazionale tramite la nascita all’interno della FICT dell’Istituto di Formazione Progetto Uomo che, attraverso l’apporto di docenti universitari, si prefigge di offrire una formazione e un aggiornamento qualificato e qualificante a quanti operano a diverso titolo nel campo dell'educazione, dei servizi sociali e della devianza; su quello locale con la costituzione nel 1995 del Comitato Scientif ico del Centro di Solidarietà di Genova: quest’ultimo ha lo scopo di sostenere le attività del Centro per indirizzarle verso i nuovi bisogni emergenti sul territorio. Le persone che lo compongono, oltre a essere splendidi compagni di viaggio, testimoniano la possibilità che scienza ed esperienza possano porsi in dialogo costante per realizzare servizi adeguati e che entrambe debbano essere permeate da valori forti per non scadere in tecnicismi che rischiano di svuotarne i significati. Ritengo prioritario che il mondo del terzo settore si integri maggiormente con quello accademico: i due rispettivi settori, dell’insegnamento e della pratica, devono forzatamente trovare collegamenti sempre più frequenti. Da parte nostra l’attenzione alla persona ci ha spinto a individuare altre risposte più idonee al bisogno reale. Sono nati così i vari servizi a sostegno dei malati di AIDS, delle persone affette da problematiche psichiatriche correlate, di quelle senza fissa dimora e di quelle in carcere. Infine si è potenziata tutta l’attività di Prevenzione al disagio giovanile che rappresenta la carta vincente per il futuro dei nostri giovani. Da una attenta riflessione sulla evoluzione del problema droga con l’esperienza di trent’anni di servizio vorrei proporre
ora alcune linee direttrici da perseguire nel futuro, elaborate e discusse con i collaboratori del Centro. Anzitutto ritengo importante l’imparare a lavorare in rete, non più autoreferenti e con la presunzione di autosufficienza; anche in questo l’educatore ha dovuto affinare la sua professionalità, imparare linguaggi di altri professionisti per comunicare con loro nell’intento comune di trovare la migliore soluzione possibile per le persone che abbiamo in carico. Penso sia fondamentale sviluppare maggiormente la prevenzione, intesa come sostegno agli adolescenti nel loro cammino di crescita, attraverso strumenti condivisi e attenti al linguaggio comunicativo giovanile. Sottolineo il ruolo centrale della famiglia, cardine della società ed elemento fondamentale della crescita dei figli: una famiglia attenta ai bisogni, ferma nei principi base come la responsabilità, il sacrificio, l’amore responsabile, l’onestà; una famiglia che diventi promotrice del proprio benessere.
vivi i valori che ci hanno animato in questi 30 anni, saremo insieme ancora uno strumento utile alla crescita dei nostri giovani, realizzando un grosso investimento sociale che diventi speranza per un mondo migliore. Accettiamo questa sfida con coraggio, certi che la forza dell’amore per l’uomo ci aiuterà ad aiutarli nel modo migliore. Crediamo nella vita che continua a farci credere nell’uomo, nelle sue possibilità di successo mantenendo sempre presente che possiamo essere strumenti di vita per lui e, a mia volta in quanto credente, con la certezza che il Signore mi conduce per la Sua strada.
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*Presidente Centro di Solidarietà di Genova
la sfida che aspetta noi tutti per il futuro; se riusciremo a mantenere
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orrei terminare con una frase di Dom Helder Camara che mi accompagna durante il mio servizio: “Quando una persona sogna, è soltanto un sogno. Ma quando 1000 persone fanno lo stesso sogno, allora è l’inizio della realtà Grazie a tutti.
L’abbraccio accademico del Rettore Sandro Pontremoli alla neo-laureata ad honorem Bianca Costa
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L’ABBRACCIO L’ELOGIO
Una Laurea conquistata con cinquant’anni di volontariato Mauro Palumbo*
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agnifico Rettore, signore e signori, Bianca Costa si occupa da oltre cinquant’anni di volontariato in diversi settori socio-assistenziali. Nel 1964 ha contribuito, nell’ambito dell’Auxilium Caritas di Genova, alla creazione di un servizio di supporto alle famiglie con problemi di disagio ed emarginazione conseguenti al fenomeno dell’immigrazione. Nel 1973 ha fondato il Centro di Solidarietà Genova, che si è ispirato alla filosofia del "Progetto Uomo", adattandone le caratteristiche alla realtà sociale e culturale del territorio genovese. Esso è finalizzato al pieno reintegro dell’ex tossicodipendente nel contesto famigliare, lavorativo e culturale da cui proviene. Per questo motivo, il "Progetto Uomo" viene adeguato alla persone, al tempo e al luogo in cui si svolge ed è un percorso a termine; ha un inizio e una fine, dopo la
quale la persona lascia il Centro per continuare la propria vita in maniera autonoma e indipendente. I valori che sono alla base del "Progetto Uomo" sono: • la responsabilità • il rispetto di sé e dell'altro • la non violenza • l’amore responsabile • l’onestà • il valore delle piccole cose concrete di tutti i giorni, la capacità di relazionarsi con chiarezza con gli altri Dal 1984 il Centro di Solidarietà di Genova è riconosciuto dalla Regione Liguria come Ente Ausiliario per le tossicodipendenze, secondo la Legge Regionale n. 14 del 1984. Nel 1988 il CSG è tra i 16 Enti promotori del Progetto Sonda, per la prevenzione del disagio giovanile e dei comportamenti distruttivi, realizzato in collaborazione col Centro Ricerche Semeion di Roma. Nel 1992 organizza il Congresso
Il professore Mauro Palumbo pronuncia la “Laudatio” di Bianca Costa
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Internazionale "La Rotta della Droga", a cui hanno partecipato esperti provenienti da tutto il mondo. Nello stesso anno entra a far parte dell'ONU come Organismo Non Governativo per il Dipartimento dell'Informazione Pubblica. Nel 1993 il Centro sviluppa e realizza il "Progetto Vega", per giovani fumatori di droghe leggere. Nello stesso anno è stata attuata la trasformazione in Associazione di Volontariato. Nel 1994 Bianca Costa viene eletta all'unanimità Presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (FICT) e riconfermata dal ’97 al 2000. La Federazione è nata nel 1982 per riunire tutti i Centri che in Italia che si occupavano di recupero di tossicodipendenti attraverso percorsi riabilitativi ispirati al "Progetto Uomo”. Oggi la Federazione è presente in 17 regioni di tutta Italia, con una rete di 48 centri. Ogni giorno sono attivi oltre 485 servizi, con una partecipazione di 5960 giovani e 2866 familiari. Nel 1996 si attivano risorse nella riduzione del danno con l’accoglienza notturna Casabella, nel 2000 con l’asilo Notturno “Odissea”. Nel 1998 apre la Casa alloggio per malati di AIDS “La Tartaruga”. Nel 2001 il Centro si impegna anche nell’assistenza a tossicodipendenti con patologia psichiatrica attraverso il progetto “Castore & Polluce”. Nel 2002, nell’ambito del progetto “Adolescenti a rischio” si inaugura il centro diurno “In-Chiostro” nel complesso di Santa Maria di Castello, nel cen-
L’ABBRACCIO L’ELOGIO
tro storico di Genova. Nel 2004, il 19 gennaio si festeggiano i 30 anni di attività del Centro. Bianca Costa ha anche quattro figli, otto nipoti e due pronipoti. Ha dunque saputo conciliare le responsabilità famigliari con l’impegno rivolto alle persone in stato di bisogno. E continua a farlo da almeno cinquant’anni. Bianca Costa ha dedicato una parte consistente della sua vita e delle sue energie al tema dell’emarginazione giovanile, con particolare attenzione al recupero e reinserimento di tossicodipendenti e, da qualche anno, di prevenzione dei comportamenti auto ed etero distruttivi. Il suo impegno è stato costantemente ispirato dai valori che professa e pratica in modo coerente e consapevole, ma sì è caratterizzato altresì per la costante attenzione alla professionalità degli operatori e alla qualità dei servizi prestati. Bianca Costa non ha mai pensato che l’adesione ai valori potesse sostituire la competenza professionale e non ha mai considerato la componente professionale separabile dai valori di riferimento e dalla riflessione scientif ica sulle cause della dipendenza, sulle sue forme, sui percorsi di recupero, sull’evoluzione della domanda e dell’offerta di droghe.
di riflessioni scientifiche e culturali sul tema della dipendenza. In occasione del trentennale della fondazione del Centro, celebrato lo scorso anno con una straordinaria e qualificata partecipazione di esperti e di autorità, tutti hanno potuto constatare la rilevanza del nesso che lega la dimensione operativa e quella scientifico culturale della sua azione, che dal 1997 si avvale di un Comitato Scientifico cui partecipano diversi docenti dell’Università di Genova.
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e ragioni profonde della laurea che viene oggi concessa a Bianca, animatrice del Centro e ispiratrice dei suoi principi fondativi e dei suoi progetti qualificanti, risiedono proprio in questa duplice connessione: tra dimensione valoriale e professionale, tra teoria e pratica.
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egli oltre trent’anni di attività del Centro sul disagio giovanile e sulle dipendenze Bianca ha seguito i valori ispiratori del Progetto Uomo sopra richiamati. Essi presuppongono innanzi tutto la solidarietà verso gli altri come base della convivenza civile; partono dall’assunto che nessuno
possa chiamarsi fuori da problemi che investono l’intera società, nelle loro cause come nelle loro conseguenze. Presuppongono altresì che il lavoro di cura debba fondarsi su di un profondo rispetto della persona umana che soffre all’interno del “caso” da trattare. Che si debba aiutare le persone in difficoltà e i loro famigliari a trovare innanzi tutto al loro interno le risorse e le volontà necessarie per avviare un percorso di crescita, per costruire in modo autonomo e responsabile il proprio futuro. Che il principio di solidarietà si debba coniugare con quello della responsabilità. Responsabilità individuale, innanzi tutto, perché sarebbe davvero singolare ritenere che si possa uscire da una condizione di dipendenza senza assumersi in prima persona le proprie responsabilità: così si può passare solo da una dipendenza ad un’altra. Responsabilità sociale, in secondo luogo, perché la matrice sociale della dipendenza comporta anche il riconoscimento di una responsabilità collettiva, che non esclude né attenua quella individuale, ma non permette di rigettare solo sul singolo l’onere della sostenibilità
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nche per questo il Centro costituisce un importante punto di riferimento nel panorama regionale e nazionale della lotta al disagio e all’emarginazione giovanile, una palestra per molti tirocinanti della Facoltà di Scienze della Formazione, ma anche un promotore L’aula della Meridiana al piano del Rettorato dell’Università di Genova
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L’ABBRACCIO L’ELOGIO
La vestizione con la toga accademica
La lezione di Bianca Costa
Il rettore Sandro Pontremoli e il Senato accademico
delle contraddizioni di cui è ricca la società contemporanea. Anche se, come ci ricorda Bauman, questa è una società che chiede soluzioni individuali a problemi sociali e già questo spiega perché generi dipendenza piuttosto che protesta o proposta, individualizzazione piuttosto che solidarietà. In secondo luogo, perché il navigare tutti sulla stessa barca rende tutti marinai; chi si proclama passeggero imbroglia e mente. E’ dunque oggettivo l’impegno nei confronti di chi è vittima della dipendenza, allo stesso modo in cui sono oggettive e universali le conseguenze negative di questa condizione, i danni sociali che essa produce. Ma per Bianca cultura della responsabilità signif ica cultura dell’impegno, cultura del prendersi cura; non per bontà o per mestiere, ma per umana condizione. Si tratta di principi su cui oggi registriamo un consenso diffuso, almeno a parole, ma che fino a pochi anni fa avevano una portata fortemente innovativa. Si tratta
inoltre di principi che hanno anche una valenza professionale determinante, perché occorre mettere in atto nella vita quotidiana delle Comunità la convinzione che la cultura della responsabilità costituisce la terapia più radicale per contrastare la dipendenza. Questa laurea intende proprio sottolineare il contributo che Bianca e i suoi collaboratori hanno dato nel tradurre in dimensione operativa questi principi, con tutti i problemi e le difficoltà che nascono quando si attuano interventi innovativi in contesti non sempre favorevoli.
sua attività. Questa scelta ha rappresentato una logica conseguenza della continuità che Bianca ha sempre avvertito tra teoria e pratica: la prima come ispiratrice di una corretta prassi d’intervento e di un’adeguata preparazione degli operatori, la seconda come costante stimolo ad una riflessione teorica capace di rendere ragione delle nuove forme di dipendenza e delle nuove strategie di recupero e reinserimento sociale.
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a seconda connessione che intendo sottolineare riguarda la teoria e la pratica. Credo non sia un caso che Bianca abbia avvertito la necessità di istituire un Comitato Scientifico, di inserirvi esperti di diversa estrazione professionale e culturale, di utilizzarlo per analizzare, approfondire, confrontare, i progetti maturati nel Centro e per avere suggerimenti sulle linee di sviluppo della
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ueste due connessioni conducono anzi a delinearne una più ampia, che le comprende entrambe. Come ci ricordano i versi di John Donne, che hanno ispirato il titolo del noto romanzo di Hemingway, “Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata via dall’onda del mare, l’Europa ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica, o la
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Gli applausi di Repetto e Veardo
Il pro rettore Giovannelli e il professore Palumbo
I fiori del Centro alla neo-laureata
tua stessa casa. Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te”. Versi scritti quasi quattrocento anni fa ci paiono straordinariamente attuali, se solo pensiamo alle mille forme della globalizzazione che toccano la nostra vita quotidiana senza che noi possiamo controllarne le cause e spesso neanche capirle. In qualsiasi società, nella presente più che in ogni altra passata, tutti sono collegati a tutti e dipendono da tutti. Questa rete che ci lega al mondo intero viene presentata sovente come rete di opportunità di cui gli individui debbono avvalersi per arricchire la loro vita e le loro esperienze. Come ampliamento delle modalità della nostra auto affermazione, di cui ogni individuo è soggetto e tutti gli altri sono oggetti e strumenti. Bianca ci aiuta invece a capire che si allarga a dismisura la nostra responsabilità sociale, che nessu-
no può chiamarsi fuori dalle sofferenze e dai problemi degli altri, che nessuno può tollerare la perdita della dignità, dell’autonomia, della salute, della vita, di un suo simile. E che questa perdita tutti ci diminuisce e ci umilia, mentre il recupero della dignità, dell’autonomia, della salute, della vita di una persona tutti ci arricchisce e ci conforta. Il riconoscimento della responsabilità sociale come fenomeno oggettivo, come frutto della società globale e non dell’etica individuale, rinvia dunque alla solidarietà come elemento fondativo della società: alla solidarietà come obbligo e non come scelta. Al tempo stesso, il dovere sociale della solidarietà non ci esime dalla comprensione delle ragioni profonde del disagio diffuso che oggi avvertiamo, dal riconoscimento delle determinanti sociali di quella che abbiamo def inito con Bianca “società delle dipendenze”, che accentua il bisogno di rifugiarsi in sostanze, situazioni, pratiche deresponsabilizzanti.
Di qui la necessità di un impegno comune, del mondo della scienza e di quello della pratica, per la costruzione di percorsi di recupero che abbiano un senso dal punto di vista del singolo soggetto di cui prendersi cura, da quello di una società in cui coltivare i valori della solidarietà e della responsabilità collettiva, da quello delle professionalità sociali da impiegare in questo percorso.
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n percorso non facile né lineare, sul quale si è avviata con giovanile entusiasmo e matura determinazione Bianca Costa, spesso senza accorgersi di insegnare mentre imparava, di teorizzare mentre s’inter rogava, d’incoraggiare mentre dubitava. E di costituire quindi un modello di educatore professionale cui ispirare l’apprendimento dei nostri studenti e l’insegnamento dei nostri colleghi.
* Sociologo, docente universitario e volontario del Centro
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L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
Le prospettive del contratto a tempo indeterminato dopo la riforma del mercato del lavoro Massimo Delucchi*
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on l’entrata in vigore della riforma del mercato del lavoro derivante dal “Libro Bianco” che ha ispirato le Legge Delega n° 30/2003, la nostra Legislazione del lavoro s’innova significativamente in un quadro di discontinuità con il passato, antico e recente.
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articolato della riforma comporta, nel suo complesso, l’affievolimento, o, in alcuni casi il superamento e l’accantonamento di alcuni pilastri su cui ha poggiato la nostra legislazione, e che erano stati mantenuti anche in occasione delle innovazioni apportate negli ultimi anni, in particolare la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato, il contrappeso tra la forza istituzionale dei datori di lavoro e quella dei lavoratori, la portata della contrattazione collettiva con le organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale . Cerchiamo di approfondire il tema del contratto di lavoro a tempo
indeterminato. Il contratto di lavoro a tempo indeterminato ha costituito la normale forma d’assunzione di lavoratori dipendenti, addirittura l’unica fino alla Legge istitutiva del contratto a termine (1962); essa, basata rigidamente su poche ipotesi tassative, costituiva uno strumento eccezionale, al quale le imprese potevano ricorrere in poche e ben individuate circostanze, conferendo, di fatto, al contratto a tempo indeterminato una totale centralità di ruolo. Tale “eccezionalità” era rimarcata inoltre dal rigoroso e limitato regime del rinnovo o della proroga al quale occorreva porre estrema attenzione, pena la trasformazione del rapporto in contratto a tempo indeterminato. Con la riscrittura del contratto a termine operata dalla Legge 368/2001 viene ampliata la casistica del ricorso a questa forma di contratto di lavoro verso le esigenze tecniche, organizzative, produttive o sostitutive delle imprese, nell’ottica di cogliere le istanze imprenditoria-
La locandina del work-shop sulla riforma Biagi del mercato del lavoro
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li di flessibilità in accordo con un contesto esterno di mercato sempre più caratterizzato da variabilità e competitività. Pur in questo quadro, permane la centralità del contratto a tempo indeterminato quale normale rapporto di lavoro riferito ad esigenze a carattere permanente, mentre quelle temporanee potevano essere assolte con l’ampliato contratto a tempo determinato. Il campo delle esigenze occasionali od episodiche, comunque sempre temporanee, ha potuto essere soddisfatto anche facendo ricorso al contratto di lavoro interinale (1997). Nella logica su accennata di preminenza del rapporto a tempo indeterminato, il ricorso a questo nuovo istituto trovava comunque dei limiti sia nella contrattazione collettiva, che individua l’ambito di applicazione, sia nella stessa Legge, che esclude dal campo di applicazione le attività previste dai normali assetti aziendali.
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impostazione della riforma del mercato del lavoro, riguardo in particolare le modifiche apportate al recente contratto a termine e la sostituzione del contratto di lavoro interinale con quello di somministrazione a tempo determinato, costituisce una discontinuità con il passato, consentendo un regime libero di rinnovo e di proroga del contratto a termine in assenza della sanzione di una possibile trasformazione a tempo indeterminato, e ampliando a dismisura il campo di applicazione della somministrazione a tempo determinato, che può, tra l’altro, riguardare anche l’ordinaria attività dell’impresa utilizzatrice. A fronte di un tale significativo ampliamento della casistica di
L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
Legge per fronteggiare esigenze temporanee,la riforma del mercato del lavoro mette a disposizione la somministrazione anche a tempo indeterminato, prevista per un elenco specifico ma abbastanza ampio di attività, e ulteriormente ampliabile in accordo con la contrattazione collettiva, individuabile anche come intesa con una organizzazione sindacale a livello territoriale.
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ualora poi il costo della somministrazione a tempo indeterminato ne sconsigliasse il ricorso, e/o la casistica non ne consentisse l’utilizzo, un soccorso estremamente efficace al tentativo di vera e propria messa in disparte del contratto a tempo indeterminato viene offerto dalla nuova definizione di appalto. Infatti la riforma del mercato del lavoro da un lato dematerializza l’appalto, consentendone il ricorso anche in presenza della sola capacità organizzativa e imprenditoriale su un gruppo di lavoratori, dall’altro, cancellando la L.1369/60, svincola l’appaltatore dal dovere di applicare pari condizioni economiche rispetto a quelle dei dipendenti dell’appaltante. Con la legislazione complessivamente oggi vigente l’impresa può fronteggiare le necessità temporanee alternativamente con il contratto a tempo determinato o con quello di somministrazione, sempre a termine, mentre le esigenze a carattere permanente possono essere assolte, oltre che con il tradizionale contratto a tempo indeterminato, anche con quello di somministrazione, almeno in un buon numero di casi, oppure, più economicamente, ricorrendo all’appalto di gruppi organizzati di lavoratori.
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l filo conduttore ed il vero obiettivo del legislatore sembra essere quello di consentire alle imprese di avvalersi del personale necessario allo svolgimento delle proprie attività senza dover assumere nei loro confronti le correlate specifiche responsabilità imprenditoriali, e per di più in assenza di collegamenti logici tra strumenti legislativi di assunzione e tipologie di necessità organiche. Il contratto a tempo indeterminato viene sacrificato probabilmente in nome di un supposto e malcelato preconcetto di impossibile effettiva risoluzione dello stesso allorquando la situazione delle imprese richiede la riduzione collettiva della forza lavoro, nonché di una ancora più impossibile risoluzione a livello individuale. Le esperienze ormai consolidate evidenziano, al contrario, che i licenziamenti collettivi non incontrano ostacoli se non nel puntuale rispetto delle procedure di Legge, e che quelli individuali trovano ormai una buona agibilità, in presenza, beninteso, di giusta causa o di giustificato motivo. Entrambe le fattispecie richiedono,
per avere successo, un impegno del datore di lavoro nei confronti sia delle organizzazioni sindacali che dei singoli lavoratori dipendenti , fattore che fino ad oggi ha qualificato e valorizzato l’attività manageriale svolta dagli imprenditori, attività capace di gestire direttamente situazioni complesse, ed in particolare di gestire e valorizzare le risorse umane, oltre a quelle materiali. La riforma del mercato del lavoro, in ordine al prevedibile sostanziale ridimensionamento del contratto a tempo indeterminato, sembra identificare un modello di società in cui l’imprenditore non è più tendenzialmente il datore di lavoro, ma l’acquirente di servizi resi da persone con le quali instaura un rapporto di mera resa della prestazione, mentre il prestatore di lavoro non ha più fondate attese di crescita professionale (che non costituiscono valore per l’impresa “committente”) e si deve adattare ad una vita lavorativa caratterizzata da precarietà. * Vice Presidente gruppo ligure A.I.D.P.
Apprendisti falegnami in una stampa dell’Ottocento
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L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
Inserimento nel lavoro e integrazione sociale di Gisella De Simone*
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l decreto legislativo n. 276/2003 costituisce la prima e principale attuazione della legge delega n. 30/2003 (impropriamente ma comunemente nota come “legge Biagi”), e rappresenta una tappa importante della c.d. riforma del diritto del lavoro avviata dal Governo e dalla maggioranza parlamentare di cui è espressione. Come si legge nell’art. 1, comma 1, le disposizioni del decreto «sono finalizzate ad aumentare (…) i tassi di occupazione e a promuovere la qualità e la stabilità del lavoro» e «si collocano nell’ambito degli orientamenti comunitari in materia di occupazione e di apprendimento permanente». Gli orientamenti europei per l’occupazione (2003/2004), a loro volta, indicano tra le priorità la «promozione dell’integrazione lavorativa dei soggetti svantaggiati» nel mercato del lavoro, individuando un primo obiettivo concreto: realizzare entro il 2010 «una significativa riduzione del divario occupazionale tra questi soggetti, secondo gli obiettivi e le definizioni nazionali».
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correndo l’intero decreto si rinvengono numerose previsioni che hanno come destinatari i “lavoratori svantaggiati”. Del lavoratore svantaggiato viene data «una nozione molto ampia (forse troppo ampia)», tanto che «si contano almeno venti criteri d’identificazione e di specificazione della medesima nozione giuridica» che designa, tra i molti soggetti portatori di “differenze”, i 12
disabili, i giovani e le donne (a talune condizioni). Come è stato giustamente osservato :, «quando la platea dei potenziali destinatari è così estesa, può accadere che si accrescano le opportunità di lavoro per tutti, ma può anche accadere che – al contrario – non si creino convenienze imprenditoriali in grado d’incidere sulla distribuzione delle occasioni d’impiego. Le fasce di lavoratori deboli, più o meno “svantaggiati” secondo i variabili criteri definitori in concreto applicati, potrebbero trovarsi a dover competere tra loro per rimanere nel mercato del lavoro».
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a via maestra indicata dal decreto per aumentare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, che passa attraverso la riorganizzazione flessibile del mercato del lavoro e delle forme contrattuali esistenti. A queste, si aggiungono ora nuove forme caratterizzate da una marcata flessibilità che non è più accidentale bensì essenziale, se si considerano, in particolare, quei tipi di attività per i quali viene meno addirittura la presenza di un “posto di lavoro” (basti pensare al lavoro accessorio). Rispetto al recente passato della “via italiana” alla flessibilità, si registra un preoccupante cambiamento, che “tocca” da vicino proprio i lavoratori svantaggiati. Da una parte infatti il decreto disegna discipline applicabili (soltanto) ad alcuni gruppi di lavoratori (basti
pensare al lavoro accessorio per casalinghe, disabili, extracomunitari sulla via del rimpatrio, etc.), differenziando i modelli contrattuali sulla base di requisiti squisitamente personali che coincidono in larga parte con fattori di identità personale che, in forza del diritto antidiscriminatorio e dunque del principio di eguaglianza, non potrebbero essere considerati come legittime basi di differenziazione. Dall’altra, il decreto differenzia i trattamenti riconosciuti ai lavoratori che già sono parte di un rapporto di lavoro “non standard”, consentendo trattamenti differenziati (e peggiorativi) per coloro che presentano determinate caratteristiche personali e sociali: basti qui ricordare il regime derogatorio concesso alle agenzie autorizzate alla somministrazione di lavoro per «garantire l’inserimento o il reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori svantaggiati» (art. 13), in forza del quale i lavoratori svantaggiati somministrati non godono della parità di trattamento economico normativo (rispetto ai lavoratori “diretti” dell’azienda utilizzatrice), garantita invece agli altri lavoratori somministrati. Nell’insieme , si potrebbe dire che l’obiettivo primario della riforma sia quello dell’inserimento lavorativo “a qualsiasi costo”: anche a costo di far pagare il “costo” di quell’inserimento proprio ai lavoratori svantaggiati. Proprio la differenziazione dei trattamenti, (mal)intesa come superamento del principio cardine della parità di trattamento sul quale si era finora conformato il disegno di integrazione sociale tramite l’inserimento lavorativo, costituisce una delle caratteristiche fondamentali del recente intervento legislativo.
L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
Anche nella migliore delle ipotesi (ove che si realizzasse l’incremento occupazionale dei soggetti latu sensu svantaggiati), si affermerebbero differenziali retributivi e di trattamento non sempre direttamente correlati alla minore “produttività” (presunta) di questi soggetti e non si garantirebbe loro un inserimento lavorativo “adeguato”.
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e poi guardiamo alle politiche del lavoro come una parte (importante) delle politiche sociali volte alla lotta all’esclusione sociale, e dunque parte di un progetto di integrazione sociale delle persone “svantaggiate”, dobbiamo ricordare che l’inserimento nel mercato del lavoro è elemento necessario ma non sufficiente per realizzare quel progetto, e che «l’inclusione sociale non si realizza soltanto attraverso lo svolgimento di un’attività lavorativa purchessia e dovunque sia» . L’inserimento lavorativo deve comunque essere affiancato da adeguate politiche di inclusione sociale di welfare: ma «dall’esame di due Libri bianchi del Ministro Maroni – mercato del lavoro (ottobre 2001) e Welfare (febbraio 2003) – viene fuori abba-
stanza chiaramente che le politiche dell’inclusione sociale praticate dall’attuale governo fanno leva, per quanto riguarda il welfare, sulla centralità della famiglia» .
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roprio il Ministro Maroni ha recentemente (maggio 2004) affermato: «Investire nella famiglia conviene, non solo dal punto di vista dei valori, ma anche perché le famiglie rappresentano un grande ammortizzatore sociale». L’idea dell’investimento sulle famiglie, di per sé, è condivisibile (vista l’attuale ripartizione delle spese del nostro sistema di sicurezza sociale, nella quale prevale nettamente la spesa pensionistica sulla spesa “sociale”), ma non pare invece condivisibile l’idea della famiglia quale “grande ammortizzatore sociale”. Occorre infatti distinguere tra l’ “essere” (le famiglie di fatto svolgono questo ruolo, in parte naturale, in larga parte indotto dalle gravi carenze del sistema di sicurezza sociale nazionale), e il “dover essere”: non si può programmaticamente affidare loro questo ruolo, se non ignorando i principi fondamentali della nostra carta costituzionale. Guardando al
recente rapporto tra lavoro e welfare, sembra invece trapelare sempre più una logica di stampo neo-assistenzialista, sempre meno organizzata, gestita e f inanziata dalla collettività e sempre più accollata alle famiglie (penso in particolare al caso dell’handicap). Una delle nuove vie che sembra indicare il governo è quella della responsabilità sociale delle imprese. Suggerisco conclusivamente questo spunto per invitare tutti a riflettere seriamente su questo tema. Si tratta infatti di una opportunità da considerare appunto seriamente, consci del rischio che una “etichetta” di sensibilità sociale possa essere attribuita non a chi operi meglio di quanto il sistema normativo richieda, ma a chi semplicemente rispetti le regole… Il mio timore (un po’ irrazionale, lo ammetto) è che l’integrazione sociale, e più in generale l’attenzione per tutte le “differenze”, transiti dalle regole cogenti (delle quali è peraltro difficile la verifica del rispetto) alle “buone prassi” premiate. I miei colleghi più alla moda, direbbero che il rischio (ma anche l’opportunità, da un diverso punto di vista) è quello del passaggio da un sistema di hard law (magari accompagnato, ma non sostituito dalle “buone prassi”) ad un sistema di soft law. Insomma, non vorrei che dal welfare che si vorrebbe “spacciare” per workfare si tornasse ad un assistenzialismo di vecchio stampo, affidato un tempo alla benevolenza privata, oggi o domani all’interesse per l’immagine manifestato dalla singola istituzione (impresa e amministrazione pubblica). A me, questa prospettiva non piace affatto: non so a chi legge. * Docente di diritto del lavoro all’Università di Genova
L’officina di un fabbro in una stampa d’epoca
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L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
Vecchi e Nuovi Equal, l’esperienza olandese di Aldo Castello
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l viaggio in oggetto era l’ultimo con il nostro partner transnazionale con cui abbiamo condiviso tre anni di progettualità comune per il nostro progetto Equal “Genoa Employment 2001”. La partnership olandese “Een Leven Lang Leren” (in italiano signif ica “For mazione lungo tutto l’arco della vita” n.d.r.) raggruppa una serie di enti che operano sul territorio nazionale e lavorano nel settore dell’integrazione socio-scolastica prevalentemente rivolta a soggetti affetti da handicap motorio. La nostra comitiva era formata da Paolo Merello e Bernadette Mastrosimone, della direzione del Centro, Luisa De Fer rari, consigliere della Fondazione del Centro, Ornella Senis, coordinatore attività terapeutiche, Aldo Castello, referente del progetto Equal e Miriam Cervetto, opera-
La delegazione del Centro in Olanda
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trice del Centro nonché preziosissima inter prete, in quanto madrelingua olandese.
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ltre alla conferenza transnazionale di f ine progetto del nostro partner olandese, il viaggio ha permesso di definire gli ultimi accorgimenti in merito al documento finale che tratteggerà i punti emersi da questi scambi di conoscenze, normative e di esperienze tra questi due paesi.
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l programma della conferenza ha visto un intervento della nostra Partnership di sviluppo che ha presentato la situazione italiana nel settore dell’inclusione sociale nei confronti dei soggetti svantaggiati. È stata fatta una panoramica delle diverse filiere del progetto, che spaziano lungo tutto l’arco delle tipologie di disagio sociale esistenti nel nostro territorio. Nel pomeriggio uno dei workshop previsti r i g u a r d ava l’attività transnazionale del prog e t t o olandese; la nostra Partnership ha presentato una sintesi dei contenuti del nostro progetto
nazionale attraverso una presentazione in Power Point che ha riscosso un notevole interesse specialmente in riferimento alle normative sulla gestione dei cittadini extracomunitari senza pe messo di soggiorno.
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l di là dei nostri interventi l’incontro è stato proficuo sia per approfondire maggiormente i punti comuni e le differenze di indirizzo in materia di politiche attive del lavoro in Olanda, In Germania e in Irlanda (i partner transnazionali del progetto Equal).
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icuramente si sono riscontrate maggiori aff inità con la situazione irlandese, anche per il ruolo della famiglia come membro “molto attivo” nelle scelte lavorative dei soggetti normodotati, ma anche e soprattutto per quelli maggiormente a rischio di esclusione.
Regione Liguria: via libera al progetto La Regione Liguria, con una comunicazione dell’assessore alle Politiche Attive del Lavoro dr. Nicola Abbundo datata 22 settembre u.s., ha approvato le graduatorie relative all’iniziativa comunitaria EQUAL - II fase e ci ha informato che il nostro progetto “E - LE CHANGE” è stato valutato positivamente e inserito tra quelli ammessi al finanziamento.
L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIU’
Solide radici per crescere insieme con il progetto Uomo di Elisabetta Piccioni*
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ltre duecento esperti provenienti dai Centri della FICT hanno partecipato nei giorni scorsi al Convegno a Roma “Oltre le trame del tempo: Progetto Uomo fra storia e futuro” “Su questo terreno noi possiamo mettere radici e crescere…”, è un passo della filosofia di Progetto Uomo, citato da don Egidio Smacchia, presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (FICT), a conclusione del convegno ‘Oltre le trame del tempo: Progetto Uomo fra storia e futuro’.
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’iniziativa, promossa e organizzata dalla FICT, si è svolta a Roma presso il Collegio De Merode il 24 e 25 settembre scorso. I partecipanti, oltre duecento esperti provenienti dai Centri federati, si sono confrontati sul cambiamento degli interventi e delle strategie in relazione all’evoluzione del fenomeno droga e del disagio nell’attuale società.Il presidente della FICT ha spiegato che il programma Terapeutico ‘Progetto Uomo’ adottato più di 20 anni fa, si è adeguato di volta in volta alle diversif icate domande provenienti dal territorio ampliando servizi specifici (case per malati di Aids, strutture per mamme con bambini, servizi per cocainomani e doppia diagnosi…). “Trovare nuove risposte ai nuovi bisogni non rinunciando ai suoi principi valoriali - ha spiegato il Presidente della FICT possono cambiare i mezzi, gli atteggiamenti, gli approcci ma ciò
che non potrà mai tramontare è la valorizzazione della persona umana con le sue fragilità e potenzialità”. Ha inoltre ha sostenuto la necessità di coordinare e di confrontare le varie esperienze fatte dai Centri: “E’ importante che nel mondo delle comunità sia sempre vivo il dialogo e il confronto”. Mons. Betori, Segretario Generale CEI, nel suo intervento ha rivolto un invito alle comunità terapeutiche: “La Chiesa si aspetta che le comunità continuino a mettere al centro della propria azione la persona e non la sostanza. Ed in questo cammino è necessario coniugare sempre operatività e spiritualità”. A riprendere il concetto è don Giuseppe Dossetti, ricordando nel suo intervento ‘Etica e spiritualità in Progetto Uomo’, lo spirito originario dei Centri FICT, e affermando che “non si può vivere senza valori, senza un’etica.
Senza di essi non c’è comunità”.
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ella stessa giornata è intervenuto Nicola Carlesi, Capo del Dipartimento nazionale delle politiche antidroga, che ha descritto la situazione allarmante del fenomeno droga: “Il quadro della tossicodipendenza in Italia sta mutando. Il problema dell’eroina si è cronicizzato per il 75% dei soggetti che ne fanno uso e nel contempo cresce notevolmente l’uso di cocaina fra i minori”. Ha spiegato inoltre la funzione del nuovo Dipartimento, in cui si prevede la costituzione di due uffici: uno per il coordinamento e la cooperazione con le realtà del volontariato e delle Comunità e l’altro per vigilare sulla destinazione dei fondi stanziati.
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n invito a “mettere al centro di ogni intervento la persona senza però dimenticare le famiglie dei tossicodipendenti” è venuto da Francesco Storace, presidente della Regione Lazio, che ha sottolineato la necessità di modificare il sistema degli interventi per i tossicodipendenti favorendo una forte integrazione tra comunità terapeutiche e servizi pubblici: “Si deve dare la possibilità al privato-sociale di diagnosticare e certificare lo stato di tossicodipendenza”. * dal giornale on-line “progettouomo.net” la voce ufficiale della Fict www.progettouomo.net
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L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIU’
L’alternativa al carcere per i detenuti tossicodipendenti di Marco Cafiero*
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Centri della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche si occupano dei detenuti tossicodipendenti dagli anni ottanta. L’emanazione della legge Gozzini e l’introduzione delle misure alternative favoriscono la nascita di una collaborazione stabile tra le Comunità Terapeutiche e gli Istituti penitenziari. Con l’avvento del T.U. DPR 309/90, la collaborazione è maggiormente percepita come esigenza di strutturazione di interventi efficaci che preludono a ciò che il Testo Unico già prevede: la realizzazione di sezioni a custodia attenuata.
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ulla base di queste considerazioni prende vita il Gruppo di lavoro denominato Carcere all’interno del Convegno Oltre le trame del tempo: Progetto Uomo fra storia e futuro. Al Gruppo partecipano le realtà territoriali di : Parma, Piacenza, Modena, Civitavecchia, Messina/Marsala, Spoleto, Varese. Si lavora sulle problematiche lega16
te all’intervento in carcere e si suddivide l’analisi in due momenti: intervento extramurario, intervento inframurario. Per quanto riguarda il primo momento emergono problematiche legate alla gestione dei ragazzi provenienti dal carcere. Il gruppo, attraverso una osservazione di taglio criminologico, evidenzia come questo tipo di utenza si porti dietro una mentalità di tipo carcerario, corredata di codici comportamentali diff icili da modif icare. Spesso questo stile influenza anche quello degli altri utenti. In questa ottica è ipotizzabile la realizzazione di strutture ad hoc, che rischiano, però, di diventare succursali di istituti penitenziari: strutture di questo tipo dovrebbe essere pensate con estrema attenzione ai diversi risvolti e, soprattutto, facendo riferimento a risorse ben definite. Emergono ancora problematiche relative alla gestione dei ragazzi sottoposti alla misura degli arresti domiciliari: è evidente la necessità di instaurare un rapporto di estrema fiducia con l’Autorità Giudiziaria al fine di contrattualizzare con attenzione l’inserimento di tali soggetti. Per poter ottenere agevolazioni nella gestione delle misure, occorre creare un rapporto fondato sulla qualità dell’intervento in modo che i Giudici che concedano ampi margini di autonomia nell’intervento.
Per quanto riguarda le misure alternative sorgono ulteriori riflessioni. E’ necessaria la strutturazione di interventi integrati che superino la diffidenza dell’Autorità Giudiziaria nei confronti di progetti meramente ambulatoriali o caratterizzati dalla mera somministrazione di farmaci sostitutivi. Da sempre la Magistratura di Sorveglianza privilegia l’inserimento in strutture residenziali perché ritiene che garantisca un maggiore controllo sociale. Certi interventi integrati, tuttavia, nel tempo hanno dato buoni risultati. La Magistratura di Sorveglianza, in questi casi, negli ultimi tempi, fa frequente ricorso alla concessione della detenzione domiciliare quale misura da applicare a condannati che scelgono progetti integrati e non comunitari. Per poter effettuare un efficace intervento comunitario occorre creare un progetto di lavoro adeguato all’interno delle strutture penitenziarie. Un buon lavoro inframurario agevolerà quello extramurario in Comunità. Tutti gli interventi hanno quale obiettivo la creazione di un filtro per una prima analisi delle motivazioni. Si va da interventi di minima (colloqui con i richiedenti e con i servizi) a quelli più strutturati (colloqui, gruppi di auto aiuto per detenuti in esecuzione penale) f ino alla gestione integrata di sezioni a custodia attenuata (Progetto Arcobaleno CTS Torino). E’ in corso la realizzazione di una sezione a custodia attenuata a compartecipazione pubblica e privata che il Centro di Modena curerà ed espone. Si tratta di un progetto di custodia
L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
attenuata per detenuti tossicodipendenti che dovrà realizzarsi all’interno della Casa di lavoro di Castelfranco Emilia (MO), autorizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Nascerà grazie ad un protocollo di intesa e di un progetto individuale che vedrà coinvolti a vario titolo: • La Direzione dell’Istituto di Castelfranco Emilia • Il Magistrato di Sorveglianza • Ceis Centro di Solidarietà di Modena, con il ruolo di referente FICT • Centro federato che ha segnalato il detenuto • Ser.t territoriale per la presa in carico e la corresponsione della retta secondo convenzione. Si tratta di una grossa opportunità che sancisce una nuova modalità di collaborazione tra l’Amministrazione Penitenziaria e le Comunità Terapeutiche. In particolare, proprio, in omaggio alla teoria evidenziata da Spella, il progetto prevede che dopo un periodo di permanenza all’interno dell’Istituto, il percorso prosegua nella Comunità che ha segnalato il detenuto.
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l Gruppo, quindi, preso atto della necessaria propedeuticità dell’intervento in carcere rispetto a quello da realizzare in Comunità, nei confronti dei tossicodipendenti ex detenuti, analizza l’esperienza che da tre anni il Ser.t dell’Area Penale Milanese porta avanti con il Tribunale di Milano. Si tratta di un intervento che si colloca in un momento che può definirsi antecedente all’ingresso in Carcere. Il progetto denominato “La cura vale la pena” prevede la costante presenza di operatori del
servizio pubblico durante i processi per direttissima, che frequentemente si svolgono nei confronti di soggetti tossicodipendenti. Nel primo momento di tale rito, il Servizio verifica contestualmente la disponibilità del soggetto di sottoporsi ad una cura e quella delle strutture del territorio a prendere in carico immediatamente lo stesso. In questo modo la prima fase del processo per direttissima (detta convalida) si conclude con l’inserimento in un progetto riabilitativo anziché attraverso l’applicazione della custodia cautelare in carcere. In questo modo si vengono a salvaguardare le esigenze di tutela della collettività e quelle di cura del soggetto. Il gruppo prende atto di questa iniziativa ed esprime perplessità circa un inserimento talmente veloce da non consentire, a chi si rende disponibile ad accogliere il soggetto, di valutare le motivazioni. Facendo leva sul “terrore” del carcere (specie se si tratta di prima esperienza) l’operatore del Ser.t riesce ad agganciare soggetti che sarebbero, altrimenti, inavvicinabili.
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roprio sotto questo profilo il gruppo evidenzia come la motivazione sia essenziale, ai fini di un intervento, per cui questo tipo di progetto rischia di inserire in comunità soggetti non motivati su cui diventa impossibile lavorare. Viene meno, quindi, quel filtro che le strutture di recupero adottano per individuare l’idoneità del percorso. E’ proprio il terrore del carcere a spingere il ragazzo a curarsi, senza però mettere in atto
l’impegno necessario a modificare il proprio stile di vita. Nella migliore delle ipotesi, anziché provare semplicemente terrore per il carcere, il ragazzo ha una visualizzazione concreta di una possibile conseguenza del proprio operato e della necessità di cambiare. Per ovviare a questo meccanismo precipitoso ed efficiente, il gruppo ipotizza la creazione di un “centro crisi” in grado di gestire temporaneamente le situazioni da verificare: rappresenterebbe quel filtro necessario agli operatori del servizio pubblico e privato, di cogestire ed interagire per la definizione di un progetto adeguato. L’intervento di cui sopra rappresenta una forte mediazione tra quello extramurario e quello inframurario.
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n ultimo, si evidenzia la necessità che i Centri della Federazione usufruiscano di una formazione comune sugli apetti penitenziari e penali che preluda ad una messa in rete delle risorse per affrontare progetti di ampio respiro. Per il momento è difficile pensare una messa in rete senza una prospettiva formativa di qualità.
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l gruppo si avvale della partecipazione del Dr. Andrea Fantoma del Dipartimento Nazionale antidroga che, dall’osservazione delle esperienze riportate, trarrà elementi di valutazione per le future modifiche alla normativa sugli stupefacenti attualmente in vigore. * avvocato e consulente del Centro
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L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
Che successo le “Olimpiadi” se si gareggia liberi dal doping I Ragazzi di Trasta A distanza di più di un mese dell' esperienza vissuta da noi tutti compagni di recupero a Lignano Sabbiadoro dove abbiamo partecipato con tante altre strutture italiane alle olimpiadi delle comunità i ricordi e le emozioni sono ancora vive e forti. Ricordiamo ancora la fatica e l'entusiasmo che noi tutti mettevamo negli allenamenti prima della partenza ed ognuno di noi in cuor suo sperava in qualche risultato perchè comunque l'impegno e la serieta' era tanta e costante. La partenza era stata fissata per le 06.00 del mattino del 23/08/04 ma quella notte nessuno di noi dormi' molto perchè l'entusiasmo era forte pur essendo in Comunità l'idea di conoscere nuove persone e quindi potersi confrontare con altre realtà con il medesimo scopo, ossia quello di smettere di usare sostanze. Tutto questo ci stimolava molto perchè avveniva in un posto di villeggiatura. Il gruppo incomincio' a manifestare il propria amalgama già al mattino quando ci trovammo in cucina con addosso le magliette blu con su' scritto ZENA. Quella maglietta era il segno più evidente del gruppo che stava nascendo. In quei momenti era chiara la voglia di partire la gioia di essere fra i protagonisti, la speranza di divertirsi con la consapevolezza comunque di essere sempre in Comunità e non in una vacanza premio .Arrivati a destinazione ci sistemammo nelle stanze assegnateci. Mentre visitavamo il villaggio bene attrezzato con molteplici strutture sportive, era forte l'immagine da piazza che ognu-
no di noi si portava dietro. Dopo questo primo impatto lo spirito della competizione e del confronto smantello' quell'immagine lasciando in noi lo stesso entusiasmo di bambini in un parco giochi. Era il primo impatto che tutti noi avevamo con la realtà esterna ed eravamo felici di poter provare tutta questa eccitazione e fibrillazione senza la presenza di alcuna sostanza! Si possono provare forti emozioni anche “da puliti”, con la grande differenza che queste ultime sono sane e vere e non hanno down. Che bella riscoperta! Noi del Centro di Genova entriamo nelle competizioni con il torneo di calcetto, inizialmente i risultati sono buoni e ciò contribuisce ad alzare il morale del gruppo ma subito dopo siamo ridimensionati da altre Comunità più forti. La cosa più importante per noi è stata che, la sconfitta,invece di sgretolarci e dividerci, ci ha ulteriormente avvicinato e ha rafforzato il gruppo nel suo insieme.
Il tempo delle vittorie si stavacomunque- avvicinando perché sapevamo che in discipline quali mountain-bike, nuoto ed atletica avevamo atleti ben preparati. E così è stato, infatti nelle gare sopraelencate ottenemmo i risultati previsti e precisamente: oro nella mountain-bike, nei 1500 e nella maratona ed argento nel nuoto. Oltre a queste medaglie, quella più significativa per il gruppo è arrivata dal tiro alla fune; pur avendo avversari fisicamente più forti, riuscimmo ad annullare lo svantaggio grazie alla forza che ci veniva trasmessa dai nostri compagni fuori dalla competizione: questa è la forza del gruppo! Arrivò così la serata delle premiazioni dove, oltre alla gioia di ricevere le medaglie, si verificarono due episodi che noi riteniamo molto importanti; il primo è che donammo con sincerità il trofeo ricevuto per il tiro alla fune ad un disabile che partecipò con noi. Il secondo ci fu dopo la premiazione, fu il momento di divertirsi e ballare, e tutti partecipammo con entusiasmo, divertendoci molto e riscoprendo con grande piacere che si poteva stare insieme e divertirsi senza alcuna sostanza… questa è la vita.
Lo starter alla partenza della gara di mountain-bike alle “olimpiadi” di Lignano in Veneto
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L’ABBRACCIO L’AGENDA
Calendario 26 Luglio: Assemblea Straordinaria del Forum genovese del 3° settore in previsione del piano regolatore sociale di Genova; per il Centro è presente Ramon 28 Agosto: Ramon partecipa ad un dibattito alla Festa Nazionale dell’Unità, in sostituzione di Bianca; tema del dibattito: la proposta di legge Fini sulla droga. 7-12 Settembre: Ad Amsterdam si tiene il convegno finale del Progetto Equal dei nostri partners olandesi; la delegazione del Centro è composta da Paolo, Bernadette, Ornella, Luisa, Aldo e Miriam. 7-8 Settembre: Il Centro ospita due professori della facoltà di scienze sociali di Tokio che stanno documentandosi per aprire anche in Giappone delle Comunità Terapeutiche. 13 Settembre: Bianca, Bernadette e Paolo partecipano ad una riunione del Comitato Consultivo della Fondazione Centro di Solidarietà ONLUS. 18 Settembre: C’è l’annuale apertura all’esterno della Comunità di trasta con l’edizione 2004 di Casa Aperta, 23 Settembre: Bianca, Paolo e Bernadette partecipano all’assemblea dei Presidenti della FICT, a Roma.
24- 25 Settembre: Si svolge a Roma il convegno” Oltre le trame del tempo, la FICT tra presente e futuro”, per Genova sono presenti Bianca, Paolo, Bernadette, Ramon, Ornella, Aldo e Marco C. 11 Ottobre: E’ la giornata della Laurea Honoris Causa a Bianca (vedi articoli) 12 Ottobre: Si svolge, presso il nostro Centro, un incontro del Coordinamento FICT- Nord Ovest, a rappresentare il Centro ci sono Bianca e Ramon. 19 Ottobre: La Corale Lirica Sestrese tiene un concerto per la Comunità di Trasta con musiche che vanno da Verdi a Gershwin, passando per Fratelli d’Italia. 26 Novembre: A La Spezia si terrà il Convegno “Droga, Carcere e Cure”. A rappresentare il Centro saranno Marco C., Fabio F. ,Nicoletta V. e Angela M. 5 -23 Dicembre: Come tutti gli anni , i nostri volontari saranno presenti al Mercatino di San Nicola, che torna in Piazza Piccapietra. Sempre a Dicembre (in date ancora da definire al momento di andare in stampa) ci saranno la Santa Messa di Natale nella Parrocchia di Dinegro, e il Convegno conclusivo del progetto “Equalgep 2001”.
Prosegue la raccolta fondi. Un aiuto costante è di vitale importanza per il proseguimento delle attività del Centro.
Grazie a MOTONAUTICA CALZA C.E.I. ICAT FOOD SGARBI SERVICE COMTRADE COM.INT GIANNI STAGNO BOERO MADI VENTURA CALVINI AGENZIE ENERCARBO GREEN FUEL ISCOTRANS NAVALSEA SEFIMAR AZIENDE CHIMICHEANGELINI WORDS SOFIA MOSCI SAIF COMBUSTIBILI GRUPPO VIZIANO CHANCE NAVIGAZIONE FINEMME SAAR SPIGA NORD ECOLOGITAL STUDIO BUFFONI COSTA EDUTAIMENT COSTA CROCIERE
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