L’ABBRACCIO
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Rivista trimestrale di informazione del Centro Solidarietà Genova
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La nostra filosofia
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iamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi.
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• TRENTO
Chi siamo Dove siamo
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VICENZA • TREVISO • • IVREA • VERONA • VENEZIA • MILANO • CREMONA • PADOVA • PIACENZA • TORINO • • MANTOVA VERCELLI • PARMA • REGGIO EMILIA • MODENA • BOLOGNA • RAVENNA
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Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.
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Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi.
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Timoroso di essere conosciuto né può conoscere se stesso né gli altri, sarà solo.
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Bianca Costa Bozzo Presidente
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Presidente Egidio Smacchia
• MESSINA • REGGIO CALABRIA
• CATANIA
Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.
L’ABBRACCIO L’EDITORIALE
L’emozione e la gioia di trent’anni vissuti con amore difficoltà, a chi si è sentito solo. La presenza di tanti giovani , ormai perfettamente inseriti nella società, le loro famiglie , così protagoniste in questa loro crescita.
obbiettivi sempre nuovi e diversi, tenendo come punto fermo, la centralità della persona nella sua globalità. Vorrei concludere questo momento con voi, con un brano che ho letto tempo fa, scritto da un uomo di grande fede. In questo pensiero è racchiusa la speranza che il Centro possa vivere questi valori ancora per i prossimi anni.
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di Bianca Costa Bozzo
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orrei oggi fermarmi a fare qualche riflessione con voi, sulla giornata trascorsa insieme il 19 Gennaio, in occasione della celebrazione dei 30 anni del Centro di Solidarietà. Questa giornata ha rappresentato un momento importante di confronto e di scambio sul fenomeno della tossicodipendenza, a partire dal concetto di Prevenzione, intesa come sostegno, rivolta soprattutto agli adolescenti nel loro cammino di crescita. E’ anche emerso che bisogna sollecitare il mondo politico, affinché possa essere sempre attento ai giovani, alle loro famiglie, alla dimensione professionale e lavorativa e quindi al loro futuro. Mantenendo vivi i valori possiamo essere, per questi nostri ragazzi, il riferimento e lo strumento per la loro crescita. Investendo nel sociale, possiamo essere la speranza per un mondo migliore. Vivo ancora l’emozione del 19 Gennaio, quando il Centro ha voluto incontrare la città per condividere la propria fatica, ma anche la gioia di questi 30 anni insieme. Ho ancora davanti agli occhi i volti di tutti coloro che in questi anni mi hanno accompagnato e delle tante persone presenti in questa giornata al Palazzo Ducale: Le Autorità , che con la loro testimonianza e con la loro presenza hanno riconosciuto l’impegno e l’amore che il Centro ha avuto verso coloro che hanno chiesto aiuto, un amore che si è “fermato accanto” a chi ha avuto
ancora i volti dei Volontari che hanno condiviso con noi i momenti tristi, i momenti difficili, ma anche la speranza e quindi la gioia. E infine, ma non certamente perché ultimi, tutti i miei operatori, che chiamo “i miei ragazzi” ,veri artefici di queste realizzazioni e delle tante vittorie nelle difficili scommesse. La vicinanza di voi tutti mi ha dato la forza di affrontare i momenti di sconforto, riuscendo a mettermi davanti
oi crediamo nell’amore: all’amore che costa sacrificio e qualche volta dolore; all’amore che nulla domanda e tutto dona, che non vuole prove e non chiede dimostrazioni; esso non guarda nulla, non analizza, non critica, non fa calcoli, ma interamente si affida…. Noi crediamo nell’amore che unifica e si inabissa nel cuore di Dio”.
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n grazie a tutti voi.
Bianca Costa Bozzo e Don Franco martini al compleanno del Centro
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L’ABBRACCIO SPECIALE TRENTENNALE
Tutta la città al nostro compleanno per costruire la cultura della responsabilità di Ramon Fresta
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unedì 19 Gennaio 2004 il Centro di Solidarietà di Genova, in occasione del trentennale della sua fondazione e dell’ impegno nella lotta al disagio, ha organizzato, nella prestigiosa cornice di Palazzo Ducale, l’incontro“La società delle dipendenze e la cultura della responsabilità”. Bisogna prendere coscienza che la società in cui viviamo è popolata da persone che hanno sviluppato forme gravi di dipendenza che non è giusto ignorare; al di là delle responsabilità e debolezze individuali , è la società di cui facciamo parte che produce e si nutre di dipendenze e di alcune di esse (alcool, tabacco, cibo, affetti, videogiochi…) siamo spesso complici. Solo richiamando le persone all’assunzione di responsabilità individuali verso se stesse e la società, è possibile uscire dalla dipendenza; non è possibile far uscire le persone dal loro stato, senza che siano con-
sapevoli di essere dipendenti e senza la loro volontà… Sono queste le premesse che stanno a monte della giornata di approfondimento articolata in due momenti: al mattino riservata agli operatori del settore per favorire una riflessione sulle nuove forme della dipendenza e sulle nuove strategie della responsabilità, evidenziando prospettive future di intervento mentre il pomeriggio prevedeva un ideale “abbraccio” con la città e le Istituzioni. I preparativi sono stati impegnativi, sono state coinvolte Autorità, Istituzioni, Professori Universitari, Operatori del mondo delle tossicodipendenze e dei media. Ma l’obiettivo a cui il Centro mirava in modo particolare era l’incontro con la città, con le sue persone, i cittadini che fin dall’inizio sono stati i veri protagonisti della storia del Centro. 30 anni caratterizzati da alcuni eventi negativi: lo sfratto dalla prima sede perché pericolante, l’incendio di Via Asilo Garbarono, le nuove, gravissime, patologie legate alla tossicodipendenza; ebbene tutti questi eventi si sono tramutati in nuove sfide, da affrontare con rinnovato impegno, per continuare ad offrire un servizio alla città che fosse sempre di altissima qualità ed adeguato alle
Il ministro Scajola, l’assessore Morgillo, il presidente di Genova 2004 Viziano e Bianca
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necessità del territorio. E la città ha risposto a questo invito come un amico che partecipa alla festa di una famiglia che si chiama Centro di Solidarietà. La giornata è stata densa di momenti importanti sia dal punto di vista più squisitamente tecnico, sia dal punto di vista delle emozioni. La prima annotazione riguarda il tempo: una tipica mattinata invernale in Liguria, di quelle spazzate dal vento, con un cielo limpidissimo di un azzurro unico, un buon auspicio per tutto quello che sarebbe seguito. Subito dopo: il Centro a Palazzo Ducale, nessun altro luogo poteva essere più adatto ad incontrare simbolicamente Genova.
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n mattinata gli operatori, che si occupano di dipendenza e disagio sotto diversi aspetti, si sono confrontati sugli aspetti dell’inclusione sociale, medico-farmacologici e su quelli normativi, divisi in tre gruppi di lavoro coordinati rispettivamente da Don Franco Martini, dal Dr. GianPaolo Guelfi e dalla dott.ssa Paola Cervelli. Il salone del Minor Consiglio non era sufficiente a farli sedere tutti quando si è ritornati in plenaria per condividere le interessanti sintesi dei gruppi. Al pomeriggio siamo stati ospitati nel salone del Maggior Consiglio: si inizia subito con la visione di un filmato, realizzato dal caro amico Andrea Liberovici, che ripercorre i luoghi in cui il Centro ha operato in questi anni di servizio alla città: dalla 1^ sede di via S.Bartolomeo degli Armeni, a Mulinetti, al Boschetto per terminare con l’attuale sede di via Garbarino e la Comunità di Trasta. E’ stato molto bello vedere in sala molti dei protagonisti delle storie che hanno caratterizzato quei luo-
L’ABBRACCIO SPECIALE TRENTENNALE
ghi e questo periodo.
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e parole delle Autorità presenti, dall’unico Ministro Ligure dell’attuale Governo Onorevole Scajola, a quelle del Sindaco Pericu, dal Presidente della Provincia Repetto all’Assessore regionale Levaggi e quelle del Presidente della FICT don Egidio Smacchia sono suonate come un riconoscimento della attività svolta in 30 anni per migliorare la qualità della vita del nostro territorio. Il coordinatore del Dipartimento delle dipendenze della ASL genovese, Semboloni, nel riportare alla platea un sunto del lavoro del mattino, ricorda la situazione particolare della Liguria dove sono in aumento le persone che si rivolgono ai servizi; dato che conferma la nostra ragione di esserci e di aggiornare le nostre risposte ei nuovi bisogni. L’interessante relazione di Mauro Palumbo, membro del Comitato Scientifico del Centro, ci conduce nella realtà delle tante dipendenze che esistono oggi: da sostanze, dagli affetti, da oggetti fino al lavoro. Subito dopo, nel corso della tavola rotonda, queste dipendenze vengono dibattute, viste da diversi angoli visivi: una imprenditrice della culturaSavina Scerni; una giornalista- Ilaria Cavo; un magistrato- Adriano Sansa ed un sacerdote- Don Piero Tubino. E’ stato importante ascoltare come, anche nella loro realtà lavorativa quotidiana, incontrino forme di dipendenze. Prima delle conclusioni della Presidente Bianca Costa, ha ripreso il microfono Mauro Palumbo per annunciare la decisione dell’Ateneo genovese di conferirle la Laurea in Scienza dell’Educazione per il lavoro svolto in questi anni. Nel ringraziare, Bianca ha inteso condividere ideal-
mente tale riconoscimento con tutti gli operatori del Centro e subito dopo rinnovare l’impegno nella lotta contro l’emarginazione ed il disagio di tanti giovani e delle loro famiglie. Concludendo Bianca Costa, ed Il Centro, propongono alcune possibili direttrici di lavoro per il futuro nell’ottica di una costante attenzione all’evoluzione dei fenomeni di disagio, e con l’intento di dare risposte congruenti con la realtà mutevole in cui viviamo. In primo luogo si ritiene fondamentale sviluppare maggiormente l’attività di prevenzione, intesa come cammino di crescita per gli adolescenti e di supporto alle loro famiglie ( negli ultimi 2 anni abbiamo avvicinato più di 5000 adolescenti).
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iteniamo utile che le politiche sulla droga siano portate avanti tenendo conto, non solamente delle sostanze, ma soprattutto delle persone con stretti legami alle politiche sulla famiglia e a quelle del lavoro: senza tali sinergie esistono seri rischi di successi solo parziali. Per ultima, ma sicuramente non ultima, segnaliamo la necessità di rivalutare i servizi residenziali,
Il sindaco Giuseppe Pericu
aggiornati e diversificati, sono infatti ancora una cornice ideale per la soluzione di molti problemi legati alle dipendenze. Tutto ciò va perseguito dando piena attuazione alle leggi vigenti che prevedono un dipartimento delle dipendenze per ogni ASL, composto dal pubblico e dal privato accreditato insieme, dove sono rispettate le diverse professionalità e c’è una chiara divisione di compiti e funzioni. Ecco quali sono per noi le sfide per il futuro da affrontare con lo stesso spirito e gli stessi valori che ci hanno permesso di portare a compimento questi primi trent’anni di attività!
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evento ha avuto il Patrocinio dell’O.N.U., della Regione Liguria, della Provincia e del Comune di Genova e di Genova 2004. Ringraziamo per averlo reso possibile: Banca CARIGE, CELIVO, Raniero DeNicolo, Fondazione Regionale C. Colombo, Gruppo Storico Culturale Sextum, M.K. di Knezevich,Andrea Liberovici, Lele Luzzati, Palazzo Ducale, Consorzio Recco gastronomica, TotalPrint, Hugo Trumpy, Words
Il presidente della Provincia Alessandro Repetto
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L’ABBRACCIO SPECIALE TRENTENNALE
L’incontro con gli operatori nella sala del Minor Consiglio
La sala del Maggior Consiglio al compleanno del Centro
Perchè abbiamo scelto il “Progetto Uomo” Bianca Costa scelse di adottare, nel 1978, come filosofia di intervento“Progetto Uomo”, un percorso riabilitativo/educativo ideato da Don Mario Picchi del Ce.I.S di Roma. Questo intervento ha come base la centralità dell’uomo intesa come persona, coinvolge la famiglia nel percorso di ogni partecipante, ritiene fondamentale non sradicare le persone dal contesto in cui vivono e, per questo motivo, si svolge nel territorio di appartenenza. Ma, soprattutto, è un percorso a termine per non creare ulteriori dipendenze. Negli anni ci si è dovuti adeguare continuamente ai cambiamenti del fenomeno: operatori e volontari hanno frequentato, e continuano a frequentare, corsi di formazione ed aggiornamento, che uniti a valori personali quali la perseveranza, la pazienza, il coraggio e l’amore respon-
sabile , hanno permesso ad oltre 600 ragazzi di reinserirsi a pieno titolo nella società. La nostra Presidente Bianca Costa Bozzo vive in prima persona i valori del volontariato e ci è sempre stata di esempio e stimolo a perseguire quella capacità di anticipare le risposte ai bisogni; l’andare a ricercare la vera essenza della persona , la sua anima celata da qualche sostanza per promuovere la rinascita della persona in questione. Bianca ha sempre detto che il nostro non è un intervento di assistenzialismo ma di promozione umana. Nella costante ricerca di essere una presenza utile al territorio, il Centro ha sempre perseguito una strategia di lavoro di rete con il servizio pubblico e con altre realtà del privato sociale; impostando rapporti franchi di confronto e, se necessario, di scontro nell’intento di offrire la miglior risposta possibile al grido di aiuto di tanti ragazzi e delle loro famiglie.
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L’ABBRACCIO SPECIALE TRENTENNALE
Il rischio della caduta di attenzione sull’emergenza delle tossicodipendenze di Paola Cermelli*
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l gruppo di lavoro molto più numeroso delle iniziali previsioni (35 partecipanti) ha visto la partecipazione significativa di soggetti istituzionali (Provincia, Dipartimento Tossicodipendenze, CSSA, Tribunale Sorveglianza, ecc.) e sociale (cooperative, associazioni, avvocati) ha lavorato imponendosi un rigoroso rispetto dei tempi complessivi e per gli interventi individuali. E’ stato così possibile costruire un ampia panoramica delle problematiche di ordine giuridico normativo in un clima di confronto sulle difficoltà concrete che la materia, il settore di intervento stanno attraversando. Escludendo ogni atteggiamento demagogico ed intento polemico sono innanzitutto emerse alcune forti preoccupazioni che fanno “da sfondo”, ritenute strategiche rispetto al tema da affrontare. Si è riscontrato che il problema delle “dipendenze” e delle tossicodipendenze in particolare, è come fosse un tema “desueto”, “non più all’attenzione” collettiva, sociale se non per episodi clamorosi. Questa situazione produce e/o causa una caduta di sensibilità da parte un po’ di tutti con ulteriori gravi conseguenze di non lavorare/intervenire sulla prevenzione e di continuare a distogliere risorse economiche ed umane da questo campo. In primo luogo ed entrando nel
merito sono evidenziate le diverse proposte di cambiamenti di norme sia a livello nazionale che regionale che tuttavia se da un lato sembrano rafforzare gli aspetti repressivi nei confronti dei soggetti tossicodipendenti dall’altro mancano di raccordo e coordinamento non solo tra i diversi livelli legislativi ma anche tra l’attuale sistema e quello previsto con un rischio vero e proprio di vuoto normativo. Un’altro grande tema sollevato è l’esigibilità delle prestazioni a fronte del riconoscimento dei diritti ad essere assistiti, curati, seguiti nei percorsi di reinserimento sociale e lavorativo: ciò significa garantire la sostenibilità economica dei servizi da parte degli enti. In questo momento invece si registra una riduzione delle risorse generalizzata. Ancora si deve registrare una difficoltà sempre maggiore ad intraprendere percorsi complessivi sia sul piano della prevenzione che degli interventi individuali, con una reale frammentazione delle attività che ne riduce l’efficacia; in particolare produce ricadute negative per la persona il mancato coordinamento tra Magistratura e Servizi.
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ul versante del miglioramento dell’esistente i problemi sollecitati sono stati molteplici a partire dalla urgente necessità di regolamentare il funzionamento del Dipartimento delle dipendenze
definendo i canali e le funzioni delle varie parti. Altro tema centrale per una seria costruzione di programmi per la tossicodipendenza è la non esistenza di un sistema coordinato, confrontabile ed utilizzabile dai diversi enti di rilevazione dati tale da costituire la base per il monitoraggio e la verifica dei risultati. Sono poi stati ripetutamente e con forza richiamate una serie di carenze, contraddizioni legate al sistema penale per le sue connessioni e ricadute sulla persona del tossicodipendente: la necessità di dare significato sostanziale alla funzione di recupero della pena, il potenziamento degli strumenti alternativi al carcere tra cui in particolare la custodia attenuata, la modif ica dell’art. 90 del T.U. D.P.R. 309 sia sotto il profilo della sospensione della pena che per le pene accessorie. Rispetto alla necessità di tutelare i percorsi di reinserimento, sembra opportuno rivalorizzare la funzione dell’Ente Provincia per le competenze legate al collocamento al lavoro ed alla sua applicazione in relazione alle fasce deboli tenuto conto delle carenze normative dopo la cancellazione della Legge 41 e la mancanza di incentivi specifici a sostegno dell’occupazione di questa fascia d’utenza. Trasversalmente a tutte le tematiche citate è stata segnalata l’esigenza di una regolare formazione ed aggiornamento degli operatori e del volontariato affinché siano in grado di cogliere le trasformazioni complesse che investono continuamente il fenomeno delle tossicodipendenze. * Direttore servizi alla persona0del Comune di Genova 7
L’ABBRACCIO SPECIALE TRENTENNALE
Prevenzione e lavoro per sconfiggere l’emarginazione di Don Franco Martini*
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n occasione del trentennale del Centro di Solidarietà, nella splendida cornice di Palazzo Ducale si sono tenuti alcuni gruppi di lavoro, tra i quali quello sugli “Aspetti dell’inclusione sociale” di cui riporteremo le linee emerse. Il gruppo è stato coordinato da Don Franco Martini, hanno aderito e partecipato attivamente al gruppo: Volontari, operatori del privato sociale, operatori dei servizi pubblici territoriali, funzionari degli enti locali. Le tematiche d’interesse comune emerse sono state sostanzialmente, quelle relative all’inserimento lavorativo, la famiglia, la pressione sociale per incentivare le politiche sociali, il carcere e le problematiche di riabilitazione. Dopo un primo giro di interventi di presentazione e di prime istanze la discussione si è subito indirizzata sull’argomento del Lavoro, che rappresenta il tema predominante e più impellente per coloro che devono recuperare un posto ed un ruolo da protagonisti nella società. I componenti del gruppo si sono trovati unanimemente concordi nel dichiarare la assoluta necessità di recuperare una dimensione del lavoro che non sia solo politica del reddito ma mezzo di affermazione e soddisfazione. 8
Indubbiamente quello delle borse lavoro e del loro utilizzo si è dimostrato un tema di largo interesse all’interno del gruppo, la necessità di comprendere e far comprendere le borse lavoro come mezzo di addestramento e conoscenza, di contatto e socializzazione, di cercare la più completa e strategica collaborazione con il datore di lavoro. Un auspicio emerso dal dibattito quello di poter fare in modo di stimolare una più stretta collaborazione tra i servizi delle politiche del lavoro e quelli per le politiche sociali, collaborazione che dovrebbe portare a definire linee, piani e progetti più solidi ed efficaci.
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ltro tema caldo la prevenzione come mezzo per anticipare il disagio e l’eventuale emarginazione ed esclusione che ne deriva, prevenzione che soprattutto in ambito adolescenziale trova il suo maggior senso quindi programmi la dove gli interventi specifici o complessivi sono carenti o inefficaci, prevenzione come lotta comune alle povertà, stimolare gli enti preposti ad una seria politica dell’abitazione come sostegno ed accompagnamento all’inclusione, un progetto complessivo di rete, per il sostegno alla famiglia in difficoltà per fare in modo che gli interessi del genitore tossicodipendente non entrino in conflitto con quelli del minore, quindi un’inclusione sociale intesa come
assunzione di responsabilità, crescita complessiva e capacità di relazione. La presenza di molti Volontari nel gruppo ha indotto tutti ad una riflessione sul ruolo del Volontario come guida e accompagnatore della persona in difficoltà nel Passaggio da una struttura che lo aiuta in un completo reintegro nella società, si è discusso anche delle attività dei ragazzi e delle ragazze del Servizio Civile, che non devono essere Usati per tappare buchi organizzativi, ma che possano addestrarsi al lavoro d’utilità sociale, crescendo come persone che si pongono al fianco dei più deboli per accompagnarli nell’inclusione sociale.
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n pericolo da rifuggire da parte degli operatori del sociale, siano essi del privato o del pubblico è quello di diventare autoreferenziali rispetto a se stessi quindi da qui la necessità di coinvolgere la società civile in tutte le sue forme; dalla politica all’industria, dallo sport alla cultura, tutto ciò per allargare il campo dell’inclusione e per moltiplicare le forze da applicare per concepire interventi eff icaci a tutto campo, perché altrimenti potremmo correre il rischio si di includere le persone con disagio ma allo stesso tempo di rinchiuderli in un circolo vizioso di servizi, escludendoli dalla società all’esterno.
*Presidente del Centro di Crescita Comunitaria di la Spezia
L’ABBRACCIO SPECIALE TRENTENNALE
Gli aspetti medici e farmacologici nel recupero e reinserimento di Gianpaolo Guelfi*
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ietro l’intervento comunitario sta un’idea del disturbo da uso di eroina come un evento temporaneo nell’arco temporale di una vita, condizionato prevalentemente da elementi causali sociali, relazionali, psicologici, educativi, reversibile con la combinazione di • uno sforzo volontaristico • con la autoesclusione del paziente dalla vita sul territorio • con un accudimento/holding intenso da parte del sistema terapeutico, quale quello che può realizzarsi in interventi pluriennali in un contesto specializzato full-time come la Comunità Terapeutica. (Da P.Jarre, 2004, modificato, in corso di stampa) Tutto l’intervento è “abstinenceoriented”, la presenza o l’assenza del sintomo “uso di sostanze” (sintomo nel quale viene inclusa spesso anche la sostituzione farmacologica) è considerata indicatore della misura della volontà del soggetto di redimersi da una condizione nella quale si è posto, se non per sua colpa, certamente per sua responsabilità. E’ necessario un profondo processo di revisione di vita, pilotato, in un contesto di regole. “Perché uso droghe?” “Perché mi aiuta a sopportare la sofferenza che nasce dai miei problemi” “Perché è l’unica via per sentire che appartengo ad un gruppo” (Yablonsky, 1989, 90-91) Usare sostanze chimiche –legali o illegali non fa differenza- è perce-
pito come una falsa soluzione, che in realtà ostacola l’affrontare i problemi personali, e suggerisce una visione alienata della socialità. Si assume che la sofferenza che genera o che deriva dalla tossicodipendenza sia un ineludibile motore del cambiamento verso il recupero. Da qui la percezione che ogni intervento che limiti, o sopprima la sofferenza finisca per diventare un elemento contradditorio rispetto alla cura. Questa percezione generale del trattamento farmacologico come ostacolo al processo di recupero si traduceva in una diffidenza verso tutti i farmaci, visti come l’opposto di un modo naturale di vivere e di guarire Ma si estendeva in modo ancora più radicale verso il metadone. Questa impostazione di base contraddiceva esplicitamente la possi-
bilità di integrare nel trattamento in Comunità terapie farmacologiche capaci anche solo di mimare gli effetti psicotropi delle droghe. Radicata ostilità quindi verso gli psicofarmaci, sia quelli caratterizzati da forte potenziale d’abuso (come le BZD), sia quelli con potenziale d’abuso assente o trascurabile (come i neurolettici o gli antidepressivi) Segnali di cambiamento La comparsa e lo sviluppo dirompente dell’HIV/AIDS nei primi anni Ottanta ha imposto una visione medica ad un campo tendenzialmente alieno da un approccio sanitario.
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l rapido sviluppo della terapia dell’AIDS ha imposto revisioni critiche e aggiustamenti di visioni troppo radicali di ostilità verso i farmaci. L’intreccio con la terapia medica della tossicodipendenza (sostitutivi) diventava ineludibile quando il controllo comportamentale necessario per la compliance terapeutica verso i farmaci antiretrovirali non
L’intervento di Gianpaolo Guelfi (alla sua destra) Sergio Di Paolo, Bianca Costa, Paola Cermelli e Don Franco
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L’ABBRACCIO SPECIALE TRENTENNALE
era raggiungibile con strumenti psicosociali, ossia in molti dei casi più gravi.
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ingresso delle CT nella gestione del problema AIDS ha facilitato una profonda evoluzione nella visione delle tossicodipendenze dominante nelle linee di indirizzo e tra il personale delle medesime. Nel Centro di Solidarietà di Genova questo ha coinciso con l’avvio della struttura “Tartaruga” nella quale la dimensione medico – farmacologica ha iniziato ad essere presente attraverso le terapie infettivologiche ma anche attraverso le terapie psichiatriche e quelle sostitutive volte a trattare tutti quei problemi di instabilità capaci di compromettere la aderenza al trattamento dell’AIDS. La diffusione della riduzione del danno ha portato ad accostarsi, anche da parte delle comunità, con soggetti la cui gravità stava, oltre che nell’obiettiva condizione clinica e sociale, anche nella carente motivazione a sottostare a sistemi di trattamento orientati esclusivamente al cambiamento del comportamento di assunzione di sostanze. A tali pazienti, nella visione tradizionale, si diceva ‘torna quando sei pronto’.
Nel CSG questo ha coinciso con l’attivazione del progetto Casabella (in collaborazione con l’Associazione San Benedetto) e poi al progetto Odissea (c.s.), dove l’attenzione sulla dimensione medica e anche farmacologica ha subito una forte accelerazione, visto il tipo di persone assistite. La diffusione (e la maggiore consapevolezza) dei fenomeni psichiatrici associati alla tossicodipendenza e al poliabuso, la diff icoltà di gestione dei problemi correlati alla comorbilità, ha ulteriormente coinvolto le CT in progetti di accoglienza e cura che non possono prescindere da interventi medicofarmacologici, con psicofarmaci e con sostitutivi. Il nodo del metadone Il cambiamento più consistente è certamente stato quello dell’introduzione della possibilità di trattare con metadone persone inserite nel sistema comunitario. L’evoluzione è partita da posizioni come quella riassunta in questa frase di Leopoldo Grosso: “…sono sempre stati considerati, metadone da una parte, comunità dall’altra, due strumenti a somma algebrica, cioè ad effetto zero se usati insieme, come reciprocamente elidentesi..” “La somministrazione di farmaci
sostitutivi in un contesto comunitario f inalizzato ad accrescere la responsabilità e le competenze dei singoli rispetto alla tutela della vita oppure a riprogettarsi, può insegnarci forme diverse rispetto all’utilizzo dei farmaci e potenzialità nuove, … . Il problema infatti non è la contrapposizione di percorsi drug free a quelli caratterizzati dall’uso di farmaci sostitutivi, … ma di valutare come intervenire al meglio in relazione allo stati psichico e motivazionale del soggetto (Padre Giuliano Stenico, Ceis, 2000) In questa direzione, poco a poco, il problema ha cominciato ad essere visto come quello di soggetti la cui condizione di tossicodipendenza, associata o no ad altri disturbi psichiatrici o a dimensioni sociali di emarginazione intollerabile, è diventata talmente severa da richiedere l’azione congiunta di due trattamenti riconosciuti validi sul piano della Evidence Based Medicine, quello farmacologico e quello comunitario, in associazione piuttosto che in sequenza o in alternativa. Soggetti che •sul territorio non riescono a scalare la dose di metadone •sul territorio non riescono ad assumere la dose prescritta con la dovu-
Via P. Pastorino 186 R. - 16162 Genova Tel. 010.74.15.054 Fax 010.74.16.281 E-mail: totalprint@panet.it - www.totalprint.it 10
L’ABBRACCIO SPECIALE TRENTENNALE
ta continuità •sul territorio non riescono ad associare al farmaco la necessaria componente di counseling •presentano disturbi comportamentali che consigliano l’inserimento in una situazione residenziale protetta (soggetti tossicodipendenti con associati disturbi psichiatrici, donne tossicodipendenti in gravidanza, o con bambini piccoli) sono indicati per l’inserimento in comunità terapeutiche dove sia possibile la somministrazione di metadone. Oggi si fa strada il concetto che, in alcuni casi di persone tossicodipendenti inserite in comunità terapeutica, si tratterà di un trattamento con metadone a mantenimento a tempo indeterminato. Per la verità tale concetto ha radici antiche, un esempio è quello della comunità Satori, nel VA Hospital di Palo Alto, associato alla Stanford University (Zarcone 1975) ma in Italia è concetto relativamente nuovo. La mia personale visione è che si tratti di un fenomeno positivo, che deve essere però attentamente delimitato. • Bisogna che nella CT rimanga uníarea di stampo tradizionale, che sia punto di riferimento alle altre aree. • La CT che accoglie pazienti in trattamento con metadone diventa la sede di una intensa attività di counseling personalizzato, centrato-sul-paziente, volto a favorire il processo di recupero nella misura in cui è possibile. Nel rendere possibile questa distinzione di compiti tra sezioni del lavoro in CT, senza che diventi da una parte una confusione, dall’altra una scissione, occorre intensificare le azioni di formazione, principal-
mente ispirate alla concezione degli stadi del cambiamento. La concezione della tossicodipendenza come malattia cronica recidivante è un concetto non sempre facile da digerire, spesso percepito come contraddittorio da chi è formato ad una visione della tossicodipendenza fondata su concetti sociali quando non valoriali. La difficoltà di affermazione della concezione medica della tossicodipendenza è la stessa difficoltà che ha incontrato la concezione medica dell’alcolismo. Beninteso, non facilitano l’accettazione di tale concetto posizioni semplicistiche di stampo organicista riduttivista, per cui la tossicodipendenza è una condizione di natura organica, la cui unica soluzione è clinica, punto e basta. La tossicodipendenza, pur avendo una base organica precisa che non può essere trascurata se non a prezzo di gravi conseguenze per il paziente, non può essere ridotta a questa sola dimensione, perché le componenti psicologiche, relazionali, micro e macro sociali sono molte, tutte importanti nell’origine del disturbo e per la definizione del suo esito.
E’ necessario dare al problema la giusta complessità di fenomeno bio-psico-sociale, nelle sue cause e nelle sue conseguenze, al pari e forse più, di altre grandi malattie sociali, definibili come tali per le cause ed i contesti che le generano, per i fenomeni di disgregazione che ne seguono, per le analogie con altre malattie, come la pellagra, altre malattie da denutrizione, o malattie infettive come la TBC o per l’appunto l’AIDS. Il lavoro in corso al Centro di Solidarietà di Genova è oggi caratterizzato dallo sforzo di sintetizzare l’anima tradizionale, solidaristica, centrata sul percorso di recupero pieno, compendiata nel Progetto Uomo, con le nuove esigenze derivanti dalla concezione medica della tossicodipendenza, dalle malattie emergenti nel campo, dalla doppia diagnosi, dal poliabuso, dai bisogni assistenziali crescenti. La sfida di questo anniversario sta nel prendere il nuovo senza perdere quanto di buono, ed è moltissimo, è contenuto nella tradizione.
* Presidente della Società italiana delle tossicodipendenze
Il confronto tra gli operatori durante la riunione dei gruppi di lavoro
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La matrice sociale della dipendenza come mancanza di autonomia e libertà di Mauro Palumbo*
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oi siamo abituati a vedere la dipendenza come un fatto individuale, da contrastare e superare con percorsi personalizzati, che al più chiamino in causa la famiglia e i pochi “altri significativi” che una persona ha accanto. Siamo inoltre abituati a concentrare la nostra attenzione sulle “sostanze” da cui una persona dipende, anche perché una notevole componente della diagnosi e della terapia è di tipo medico-farmacologico. Tutto questo non è sbagliato, è solo una parte, certo rilevante e maggiormente visibile, del problema. Per affrontarlo correttamente, sia in sede di prevenzione che di terapia, dobbiamo tuttavia estendere lo sguardo al contesto sociale più ampio di cui una persona dipendente fa parte e alle relazioni che si instaurano tra forme diverse di dipendenza. Riconoscere la matrice sociale della dipendenza, intesa come mancanza di autonomia e di libertà, ma anche di solidarietà, di relazioni sociali, di identità, di attenzione per l’altro, anche riconoscere che la dipendenza si esprime in modi assai diversi e spesso più subdoli di quella da sostanze. Ovvero, che la dipendenza da sostanze rappresenta forse la punta di un iceberg che deve essere analizzato e contrastato nella sua interezza; se è la parte emersa che 12
appare dannosa, questa non potrebbe esistere senza la più ampia parte sommersa, con cui la prima è solidale. Significa inoltre, diciamolo subito con chiarezza, ripartire in modo equo le responsabilità, senza lasciare spazio ad alibi per nessuno: per chi entra nei percorsi di dipendenza come per chi lo giudica senza riconoscere i legami, di solidarietà, complementarietà o complicità con la “società normale”. E’ chiaro anche, dal titolo del Convegno, che riteniamo la cultura della responsabilità la terapia radicale per contrastare la dipendenza. Responsabilità individuale, innanzi tutto, perché sarebbe davvero singolare ritenere che si possa uscire da una condizione di dipendenza senza assumersi in prima persona le proprie responsabilità: così si può passare solo da una dipendenza ad un’altra. Responsabilità sociale, in secondo luogo, perché la matrice sociale della dipendenza implica anche responsabilità collettiva, che non esclude o attenua quella individuale, ma non permette di rigettare solo sul singolo l’onere della sostenibilità delle contraddizioni di cui è ricca la società contemporanea. Intanto perché, come ci ricorda Bauman, questa è una società che chiede soluzioni individuali a problemi sociali e già questo spiega perché generi dipendenza piuttosto che protesta o proposta, individualizzazione piuttosto che solidarietà. In aggiunta, perché il navigare tutti sulla stessa barca rende tutti marinai; chi si
proclama passeggero imbroglia e mente. E’ dunque oggettivo l’impegno nei confronti di chi è vittima della dipendenza, allo stesso modo in cui sono oggettive e universali le conseguenze negative di questa condizione, i danni sociali che essa produce. Inf ine, cultura della responsabilità significa cultura dell’impegno, cultura del prendersi cura; non per bontà o per mestiere, ma per umana condizione. Significa parole che orientano le azioni, non che giustificano l’inerzia.
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li intervistati in occasione del Convegno hanno sottolineato, nel definire la dipendenza, la subordinazione della propria volontà e autodeterminazione a qualcosa di esterno a sé, la degenerazione patologica di un bisogno, ma anche “qualunque sostanza, idea o filosofia che non lascia l’uomo/donna libero delle sue scelte”. Dunque, il forte legame tra dipendenza a libertà e responsabilità. Molto banalmente, dipendenza comporta incapacità, più o meno marcata, di esercitare il proprio potere di autodeterminazione. Correlato a questo potere stanno due elementi, anch’essi legati tra loro, rilevanti sia per la diagnosi che per la terapia della dipendenza (un intervistato ha correttamente osservato: la dipendenza è una condizione reversibile). Il primo è la capacità di assumersi le responsabilità per gli effetti delle proprie scelte; il secondo è un senso d’identità personale sufficientemente forte da non richiedere, come ha detto un intervistato, l’ancoraggio della propria stabilità ad un bisogno inappagabile.
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a questo punto di vista la matrice sociale delle dipendenze è
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molto chiara: i messaggi deresponsabilizzanti sono l’altra faccia della medaglia di quelli edonistici, perché non si può ubbidire agli imperativi “goditi la vita”, “cogli le occasioni”, “sii felice” senza rifiutare l’imputabilità delle conseguenze delle scelte. Che godimento spensierato è se so che alla fine mi aspetta un conto salato da pagare? Pensare che altri lo pagheranno è quasi obbligatorio, se si vuole godere la vita senza se e senza ma. Analogamente, il messaggio “cerca la felicità fuori di te”, in oggetti (e persone) da “consumare” in ragione della loro capacità di darti soddisfazione è antitetico ad ogni spinta verso la ricerca di sé attraverso le relazioni con gli altri; considerando le persone come soggetti nella loro interessa e non come oggetti, e gli oggetti come mezzi e non come fini in sè. Anche per questo tra le nuove forme di dipendenza stanno non solo alcol, tabacco, gioco d’azzardo, farmaci, ma anche tv, videogiochi, sesso, internet, cibo, salutismo esasperato, cellulari … in pratica tutto ciò che ci circonda può essere fonte di dipendenza. Soprattutto se affidiamo la costruzione della nostra identità alle cose che consumiamo: qualcuno ha detto che le nuove forme della dipendenza sono quelle dell’apparire, dell’omologazione ad ogni costo, dei corpi intrappolati negli abiti firmati (veri e finti), nella telefonia esasperata, nell’abuso del cibo”. Come ha osservato un intervistato, “costituisce dipendenza un consumismo esagerato nell’illusione che nell’avere e nel consumare sia raggiungibile, se non la felicità, l’appagamento della propria esigenza di star bene o di successo”. Altri hanno notato che “esiste un confine molto
labile con la comodità”. Ancora una volta, stimoli e comportamenti della vita quotidiana come anticamera di una condizione di mancanza di libertà, di parziale rinuncia alla propria autodeterminazione.
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ualcuno ha detto che nuove sono, piuttosto, le motivazioni che inducono le dipendenze, anche in situazioni socialmente avvertite come “aproblematiche”. Talvolta, proprio l’individuo economicamente benestante, istruito, occupato e colmo di opportunità, avverte l’esigenza di ricercare un “legame” con le persone che frequenta e, non disponendo di idee, obiettivi, valori da condividere (poiché la nostra civiltà ne è sempre più priva), si ritrova a chiudere il cerchio delle sue conoscenze in base all’abitudine all’uso o all’abuso di sostanza che induce l’assuefazione ( dall’acool, alla cocaina ecc.) Nella stessa prospettiva, nuove forme di dipendenza sono quotidianamente indotte ed esaltate dai mass-media, in particolare negli spot pubblicitari, tesi a convincere l’ascoltatore che i beni socialmente visibili, che seguono la persona nel suo quotidiano (cellulare, computer, autovettura) possono sopperire all’incapacità di relazionarsi e contribuire a qualif icare positivamente chi li possiede (“Io sono, in realtà, quello che ho, tanto più ho quanto più valgo nella mia sfera di conoscenze”).
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stato altresì rilevato che “è sorprendente appurare come la diffusione di questi messaggi possa ingenerare, soprattutto nelle giovani generazioni, anche la convinzione che l’ “invidia” sia una forma accettabile di relazione con gli altri: è, in fondo, più facile essere invidiati per
quel che si ha, che essere amati per quel che si è. E nel soddisfare le pulsioni egoistiche (l’avidità di possedere, ad esempio) l’individuo con poca fatica si rende più visibile agli occhi degli altri, conquista una rispettabile posizione sociale. Questa impostazione dei rapporti con il prossimo - che prescinde totalmente dalla qualità dei contatti umani e da concetti antichi e solidi come l’amicizia, la solidarietà, l’accoglienza - inaridisce l’individuo, rende confusi i suoi reali obiettivi ed ingenera in lui la convinzione che il benessere materiale sia la sua reale unica esigenza. Può formarsi così la dipendenza dal benessere, e dalla ricerca spasmodica delle sue forme più avanzate, senza le quali l’individuo si sente emarginato, inutile, inaccettabile dagli altri.” L’autrice della precedente citazione ricorda poi “quanta gente è incline al diverbio violento e maleducato in famiglia, nei negozi, per la strada, alla guida delle auto” e quanto è diffusa “l’abitudine delle persone di eleggere una “guida”, da cui dipendere totalmente, deresponsabilizzandosi rispetto alle scelte della propria vita”, il che porta l’Autrice alla conclusione di cui alla domanda precedente: “la “dipendenza” si esprime, in sostanza, nell’incapacità dell’individuo di assumere la responsabilità delle proprie scelte, delle proprie idee, nell’incapacità di difendere con coraggio e fermezza le proprie opinioni e di gestire le corrispondenti reazioni dell’altro nel contesto di un dialogo completo e civile”.
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ono considerazioni alle quali non posso che associarmi e che trovano riscontro anche nelle cause delle dipendenze. Secondo la felice 13
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sintesi di un’intervistata, mancanza di autonomia, spinta all’omologazione, poca autostima, povertà di significati profondi a cui ancorare la propria vita, crisi di identità, sono gli elementi che bene illustrano il mix di cause sociali e individuali che le producono e che si traducono, come ha osservato un altro, nell’altra faccia delle dipendenze, “nell’assenza di responsabilità riguardo alle varie situazioni che ci chiamano a essere attivi, presenti: in una parola, noi stessi , anziché ‘altro’.Non siamo più educati ad assumere responsabilità. (La risposta più frequente a un qualsiasi rimprovero: “Non l’ho fatto mica apposta!”. Vero: ma è questo il tragico, il “non averlo fatto apposta”)”. Diseducazione e demotivazione all’impegno, al rispetto, alla condivisione, scarsa abitudine e/o incapacità a gestire le proprie e le altrui emozioni, associato alla carenza di valori, di modelli costruttivi di riferimento solidi, di stimoli adeguati, sono tra le cause più evidenti, al pari della mancanza di fiducia nelle
proprie capacità individuali, della verificata irrealizzabilità di progetti di vita, dell’incapacità di fronteggiare le sconfitte e le delusioni, o semplicemente l’ansia e la fatica. L’aspetto perverso della produzione sociale della dipendenza consiste infatti nel duplice riflesso sull’identità individuale del messaggio edonistico ricorrente “pensa solo a te, al tuo benessere, alla tua realizzazione e felicità”. Questo genera infatti non solo persone inclini alla prevaricazione e all’egoismo, piuttosto che alla cooperazione e alla solidarietà, ma anche persone particolarmente fragili, visto che la faccia nascosta del “diritto alla felicità” costruita sul possesso (di cose, persone, emozioni) è l’impossibilità di trarne soddisfazione piena (c’è sempre qualcosa di più cui aspirare) e la frequenza delle delusioni per tutto ciò che non si riesce a possedere. Inoltre, genera anche l’incapacità di passare dall’asse dell’avere a quello dell’essere, ossia fa vivere insuccessi prestazionali (un brutto voto, una delusione relazionale) in termini di perdite esistenziali (non posseggo, non sono voluto, dunque non sono).
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e riflessioni sulle cause trovano riscontro negli strumenti con cui combattere la dipendenza. Oltre alle terapie farmacologiche e psicologiche, la terapia “sociale” riguarda l’accreGli assessori Levaggi e Veardo con Davide Viziano
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scimento dell’autostima delle persone e la loro capacità di assumersi delle responsabilità, di essere responsabili delle proprie scelte. Curiosamente, questa terapia individuale andrebbe applicata anche alla società, che presenta un così basso senso di autostima da viversi come consumatrice di beni piuttosto che come produttrice di senso e come disinteressata alle conseguenze sui suoi membri dei messaggi che propone.
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questo proposito, un interlocutore ha detto “Personalmente non penso che la nostra società sia schizofrenica: la considero piuttosto ipocrita, con una patina di perbenismo e di formali dichiarazioni di buona volontà che è sempre più sottile. La cultura della responsabilità è l’altra faccia della ricerca di senso.” Questa “terapia” ha senso anche a livello sociale; una società adulta è una società capace di assumersi le proprie responsabilità verso tutti i suoi componenti, a cominciare da quelli che versano in maggiori difficoltà, è una società che sa diffondere solidarietà, reciprocità, impegno. Ritengo opportuno concludere citando ancora due nostre intervistate. La prima ci ha ricordato una bella definizione di Walter Benjamin, secondo cui esistere vuol dire assumersi responsabilità. La seconda ha declinato il concetto di responsabilità con “l’idea che ciò che ci accade intorno, dal malessere del vicino di casa alle sorti del mondo, ci riguardano, ci interpellano e ci chiamano ad agire. I care diceva Don Milani… e vale ancora oggi”. * Sociologo e docente universitario
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Le sfide per i prossimi trent’anni perchè il sogno diventi realtà di Bianca Costa
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ingrazio tutte le autorità presenti, gli amici e i sostenitori perché con la loro presenza sono segno di condivisione, rispetto, stima per il servizio svolto nella nostra città in questi trent’anni. Vorrei ringraziare la Chiesa genovese che ha sempre creduto in noi affiancandoci un sacerdote come guida spirituale e che fornisce le strutture che ci permettono di svolgere il nostro servizio. Desidero ora con voi condividere i punti salienti di questi trent’anni di servizio e tracciare alcuni stimoli su ciò che si prefigura all’orizzonte nell’immediato futuro. Perché mi sono interessata – nel 1972 - del problema droga? Perché, facendo volontariato all’Auxilium, un giorno una coppia un po’ strana bussa alla porta: vado loro incontro e chiedo cosa posso fare per loro. “Abbiamo un problema: siamo tossicodipendenti da anni, aspettiamo un bimbo e vorremmo tenerlo, ma la legge prevede la carcerazione per chi denuncia la propria tossicodipendenza”. Attraverso conoscenze personali riuscii ad aiutarli, ma questo strano mondo della droga mi incuriosì tanto che cominciai ad occuparmene. Io ho sempre creduto nelle potenzialità spesso nascoste dell’uomo, e perciò anche del tossicodipendente; perché, aiutato nel modo giusto, ha la possibilità di trovare non solo la soluzione al problema droga, ma di ritrovare la propria dignità di uomo e reinserirsi nella società, diventando protagonista della propria vita.
Come credente la mia scelta di volontariato è stata, e continua ad essere, una scelta di impegno cristiano, fondamentale per promuovere la cultura della solidarietà: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
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ono convinta che sia necessario oggi lavorare intensamente per umanizzare la nostra società, in questo momento tollerante, ma forse anche indifferente nei confronti della droga. Il cammino a fianco di tante famiglie mi ha permesso di scoprire quanta delicatezza, quanto amore e quanto impegno ci viene richiesto affinché per ciascuna di loro il passaggio dalla disperazione alla speranza sia un cammino maturo, autentico, consapevole, percorso con l’obiettivo di riscoprire la vita. Continuo a combattere affinché le famiglie possano ricostruirsi, essere di nuovo un punto di riferimento e ritrovare la loro funzione all’interno della nostra società. Ho capito che dietro il “tossico” esiste una persona che non ha la capacità o il coraggio di affrontare la vita da solo e così si rifugia nella sostanza nel tentativo di superare le proprie diffi-
coltà. Il valore principale che mi ha animato in questi trent’anni è stato quello di vivere nella sua essenza il volontariato, nella sua capacità anticipatrice di cogliere il disagio direttamente dalla voce degli ultimi e individuare possibili risposte operative.
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l volontariato è stato e continua, anzi deve, per la sua valenza, essere uno stimolo alla pubblica amministrazione, in modo da promuovere risposte adeguate al problema. Sin dall’inizio ho voluto e continuo a volere, insieme ai miei collaboratori, instaurare con le istituzioni un rapporto leale e franco, dialettico di confronto e a volte anche di scontro se necessario. In tutti gli anni trascorsi non è stato facile creare reti di collaborazione dove ognuno di noi veda un riconoscimento della propria identità e dignità, ma quando si cerca il bene della persona deve essere prioritario trovare percorsi comuni. Ne deriva perciò una collaborazione anche su progetti innovativi che riescano a sostenere le persone e aiutarle a tro-
Bianca Costa con monsignor Piero Tubino
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vare la loro identità e la loro strada nella nostra società. E’ su questo punto, che dobbiamo tutti, istituzioni e privato sociale, ritrovarci assieme, ognuno con le proprie peculiarità ma disposti a riconoscere nell’altro la validità delle sue risposte. Ritornando a ripercorrere un po’ di storia, nel 1978, dopo varie valutazioni sui metodi riabilitativi esistenti in Italia e all’estero, ho individuato il programma “Progetto Uomo”, che Don Picchi aveva avviato a Roma. Perché ho scelto questa strada? Prima di tutto perché mette alla base del percorso la centralità dell’uomo come persona e ritiene fondamentale far affrontare i problemi nel territorio dove è sorto il disagio; perciò, non uno sradicamento dalla propria realtà, ma un mantenimento dei rapporti con il proprio vissuto sociale nel quale reinserirsi al termine del percorso riabilitativo. Un altro fattore riguarda il coinvolgimento della famiglia rendendola coprotagonista
della soluzione del problema del figlio e permettendo di ricostruire il nucleo familiare che diventa perciò segno di vita e forza della società. L’ultimo elemento importante riguarda il nostro percorso riabilitativo: ha un termine stabilito e concordato, dopo il quale la persona lascia il Centro per continuare la propria vita in maniera autonoma e indipendente e camminare con le proprie gambe.
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principi che sono alla base del nostro servizio sono la perseveranza, la pazienza, il coraggio, l’amore responsabile ed ognuno di essi viene vissuto dalle persone che insieme a me hanno condiviso e condividono questa scelta di servizio; parlo di servizio perché il servizio, se svolto con professionalità ed amore, aiuta una persona a ritrovare se stesso e a vivere i propri valori e perciò diventa promozione umana. Permettetemi a questo punto di dedicare una parola ai miei operato-
ri che giornalmente mi aiutano a realizzare tutto questo. Vorrei ringraziarli per la loro professionalità, raggiunta attraverso una formazione permanente che li aiuta ad avere quella preparazione necessaria per offrire alla persona la risposta più idonea ai problemi individuati. Ma è soprattutto attraverso la disponibilità alla condivisione delle sofferenze e delle gioie dei nostri ragazzi che gli operatori testimoniano la volontà di contribuire alla loro uscita dal tunnel della dipendenza. Questa sensibilità è la nostra forza, in un momento così difficile per l’estrema complessità del fenomeno tossicodipendenza che ci obbliga a rivedere continuamente i nostri percorsi, adattandoli alla persona che abbiamo davanti sempre senza dare alcun giudizio sulla loro condizione. Questi valori vissuti hanno permesso a tante persone di ritrovarsi e ritornare nella vita con una gioia interiore ed una forza ad affrontare e superare le difficoltà che la vita continuamente presenta.
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questa attenzione alla persona che ci ha spinto ad individuare altre risposte più rispondenti al bisogno reale. Sono nati così i vari servizi a sostegno dei malati di AIDS (La Tartaruga), alle persone affette da Doppia Diagnosi, alle persone senza fissa dimora e infine a tutta l’attività di Prevenzione al disagio giovanile che rappresenta la carta vincente per il futuro dei nostri giovani. Da una attenta riflessione sulla evoluzione del problema droga con l’esperienza di trent’anni di servizio vorrei proporre ora alcune linee direttrici da perseguire nel futuro, elaborate e discusse con i collaboratori del Centro. Mauro Palumbo e Giorgio Pescetto annunciano il conferimento della laurea honoris causa a Bianca Costa
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L’ABBRACCIO SPECIALE TRENTENNALE
Pensiamo sia fondamentale sviluppare maggiormente la prevenzione, intesa come sostegno agli adolescenti nel loro cammino di crescita, attraverso strumenti condivisi e attenti al linguaggio comunicativo giovanile.
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ottolineiamo il ruolo centrale della famiglia, cardine della società ed elemento fondamentale della crescita dei figli: una famiglia attenta ai bisogni, ferma nei principi base come la responsabilità, il sacrificio, l’amore responsabile, l’onestà; una famiglia che diventa promotrice del proprio benessere. Sollecitiamo politiche attente alla dimensione professionale e lavorativa dei giovani, elemento altrettanto fondamentale nella prevenzione del disagio giovanile. Crediamo importante rivalutare i servizi residenziali delle nostre comunità, troppo rapidamente accantonati perché considerati superati. Pensiamo opportuno diversificarli sempre più, ma permettendo alle persone di affrontare in modo globale i propri problemi. Chiediamo ancora una applicazione reale delle normative già in uso per renderne operativi i contenuti. Quindi il reale riconoscimento della pari dignità dei servizi e un vero sostegno finanziario alle diverse realtà, permettendo di individuare risposte anticipatrici sempre nuove e professionali al mutamento continuo del fenomeno. Ritengo inderogabile la realizzazione operativa dei dipartimenti delle dipendenze, dove siano sanciti e realizzati ruoli e funzioni di tutte le componenti, pubbliche e private, dei dipartimenti stessi. E’ la sfida che ci aspetta noi tutti per il futuro; se riusciremo a mantenere vivi i valori che ci hanno animato in tutti questi 30 anni, saremo insieme
ancora uno strumento utile alla crescita dei nostri giovani, facendo perciò un grosso investimento sociale che diventi speranza per un mondo migliore.
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ccettiamo questa sfida con coraggio, certi che la forza dell’amore per l’uomo ci aiuterà ad aiutarli nel modo migliore. Crediamo nella vita che continua a farci credere nell’uomo, nelle sue possibilità di successo mantenendo sempre presente che possiamo essere suoi stru-
menti di vita perché è il Signore che ci conduce per la Sua strada. Vorrei terminare con una frase di Dom Helder Camara che mi accompagna durante il mio servizio: “Quando una persona sogna, è soltanto un sogno. Ma quando 10.000 persone fanno lo stesso sogno, allora è l’inizio della realtà ”. Questo è il saluto e l’augurio che faccio a me e a tutti gli amici che hanno condiviso con me questo cammino. Grazie a tutti.
Anche il gruppo Sextum con i suoi costumi ha voluto festeggiare il compleanno del Centro
Il prefetto Romano tra il ministro Scajola e monsignor Tanasini al convegno a Palazzo Ducale
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L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
L’impegno sociale delle imprese per realizzare insieme la prevenzione di Ramon Fresta
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a qualche mese abbiamo attivato un progetto di raccolta fondi mirato al mondo imprenditoriale; le sofferenze economiche che incombono sul sociale hanno lasciato i segni anche sul nostro bilancio. C’è il rischio concreto di dover “tagliare” alcuni servizi che ricevevano finanziamenti essendo progetti sperimentali: ora che la sperimentazione è finita, se non si trovano fondi per sostenerli, rischiano di chiudere lasciando senza risposte bisogni che si sono manifestati in questo periodo. Il progetto cento x cent(r)o prende l’avvio anche da altre due considerazioni fondamentali. Una “comunità intelligente” è una comunità solidale, anche quando è vasta come una città. In una comunità solidale si affrontano concretamente i problemi, senza ideologie, senza prevenzioni, senza pregiudizi: i problemi sono problemi e basta. Il Centro di Solidarietà fa così. Questo è un modo di pensare pragmatico molto vicino ad un altro modo di essere: quello dell’imprenditore. Una impresa “intelligente” è una impresa che sa di avere bisogno intorno a sé di una comunità positiva, stabile, solidale. L’impresa intelligente guarda in avanti cercando di essere costruttiva nei confronti della comunità che la sostiene. Sa che l’investimento sociale paga. Questo è un modo di pensare produttivo molto vicino al modo di operare del Centro di Solidarietà. 18
Con il progetto “100 x cent(r)o” cerchiamo di creare una sinergia tra i due poli: il mondo delle imprese ed il Centro di Solidarietà. Cerchiamo “Aziende Intelligenti” (ma possono partecipare anche singoli individui) che condividano e supportino la nostra attività rivolta al miglioramento della società in cui viviamo. Aziende che capiscano il valore dell’investimento sociale e ne percepiscano l’importante ritorno in termini di immagine anche per loro. In particolare pensiamo di impiegare i contributi raccolti soprattutto nella attività di prevenzione al disagio rivolta ai giovani e alle loro famiglie.
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l Centro pubblicizzerà il loro aiuto attraverso la rivista “L’Abbraccio”, le manifestazioni a cui partecipa, attraverso il nostro sito web con l’inserimento di link ai loro siti, od invitandoli ad incontri organizzati dal Centro con la presenza delle autorità. Le aziende possono- a loro voltapubblicizzare nei modi che ritengono più adeguati la loro adesione al progetto.
Ad oggi hanno aderito al Progetto MOTONAUTICA CALZA s.r.l. C.E.I. s.p.a. ICAT FOOD s.p.a. SGARBI SERVICE s.r.l. COMTRADE s.p.a. COM.INT s.p.a. GIANNI STAGNO BOERO BARTOLOMEO s.p.a. MADI VENTURA s.p.a.
Il contributo richiesto è di 1000 euro all’anno interamente deducibili. Noi pensiamo a questa azione come ad un vero e proprio “investimento sociale” che, come tutti i buoni investimenti, produce utili: la nostra opera- infatti- non ha ricadute solo sui soggetti con cui operiamo direttamente o le loro famiglie ma ha un effetto molto più vasto e di utilità per tutto il nostro territorio, riduce possibili fonti di microcriminalità, diffusione di malattie, ed inverte una tendenza rendendo risorse attive e produttive della società persone che prima erano solo un costo per essa. La Fondazione “Centro di Solidarietà ONLUS” è deputata a raccogliere fondi, a ricevere donazioni e lasciti per sostenere le attività della cooperativa Centro di Solidarietà di Genova, Ente Ausiliario della Regione Liguria per problematiche legate alla tossicodipendenza.
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er continuare ad offrire benefici abbiamo bisogno di allargare la base dei nostri sostenitori: vuoi entrare anche Tu in questa squadra?
CALVINI AGENZIE s.a.s ENERCARBO s.r.l. GREEN FUEL ISCOTRANS s.p.a. NAVALSEA s.r.l. SEFIMAR s.p.a AZIENDE CHIMICHE ANGELINI s.p.a. WORDS s.r.l. SOFIA MOSCI SAIF COMBUSTIBILI s.r.l. GRUPPO VIZIANO CHANCE s.r.l.
L’ABBRACCIO L’AGENDA
Calendario 19 Gennaio, si è svolta la giornata di celebrazione dei trent’anni di attività del Centro a Palazzo Ducale (vedere i servizi) 4 Febbraio, si è tenuta una riunione del Comitato Tecnico/Scientifico per fare il feed-back sul trentennale 23 Febbraio, a Roma si è svolta una assemblea dei Presidenti dei Centri aderenti alla FICT, per Genova erano presenti Bianca e Bernadette. 3 Marzo, Franca Fassio e Nuccia Zannini hanno rappresentato il Centro alla riunione della Consulta Diocesana della Carità. 8 Marzo, Bianca e Aldo hanno incontrato l’Assessore della Provincia,Dott.ssa Sannazzari, in merito a futuri progetti su sport e sociale. 9 Marzo, Bianca e Aldo hanno partecipato, a Milano, al Convegno Nazionale di FEDERSERD dal titolo:” Le forme dell’integrazione” 25 Marzo, a Roma si sono svolti, in contemporanea, un’assemblea della FICT e la presentazione del numero verde nazionale, per il Centro erano presenti Paolo, Bernadette ed Enrico Costa. 31 Marzo, riunione del Comitato Tecnico/Scientifico del Centro per discutere dell’organizzazione di futuri incontri di tipo scientifico/culturale per connotare il Centro anche sotto questo aspetto. 6 Aprile, Bianca e Paolo incontrano a Roma Don Mario Picchi in previsione della fine del progetto Adolescenti a Rischio. Dal 13 al 18 Aprile, Bianca,
Paolo e Bernadette hanno partecipato al XXII congresso della WFTC, la Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche, che si è svolto a Palma di Mallorca. 17 Aprile, Franca Fassio ha rappresentato il Centro alla III^ Conferenza Regionale sul Volontariato, l’incontro è stato al Palacongressi della Fiera del Mare. 24 Aprile, Franca Fassio partecipa, per conto del Centro, al Convegno sul Volontariato organizzato da CELIVO alla sala Quadrivium. Il 26 e 27 Aprile, Ornella e l’Equipe della Prevenzione sono stati a Roma per presentare i risultati del progetto “adolescenti a rischio”, nell’ambito del convegno “L’educazione del cucciolo dell’uomo” organizzato dal CeIS di Roma 28 Aprile, Paolo e Ramon partecipano ad un dibattito al Jolly Hotel Marina dal titolo “Droghe: educare o punire?” 4 Maggio, si sono svolte presso la sede di Via Asilo Garbarono le Assemblee dell’Associazione e della Cooperativa Centro di Soli-
darietà per l’approvazione dei rispettivi bilanci e del Piano Sociale. 5 Maggio, Bianca e Ramon sono stati presenti al Circolo Dipendenti CARIGE per ritirare il premio del Sampdoria Club CARIGE. Il premio è stato assegnato ad Arnaldo Bagnasco che, generosamente, ha deciso di devolvere al Centro. 6 maggio, il cardinale di Genova Tarcisio Bertone ha visitato il Centro di Solidarietà. 13 Maggio, Bianca ha tenuto una lezione al corso di aggiornamento per medici infettivologi c/o l’Ospedale Galliera. Titolo dell’intervento: La Comunità di Recupero e la malattia da HIV: esperienze e progetti.
Il cardinale Bertone al Centro di Solidarietà
10° edizione “L’uovo della solidarietà” Anche quest’anno la ELAH ci ha regalato 1000 uova di ottimo cioccolato, nei due fine settimana che hanno preceduto la Pasqua le uova sono state esaurite, con un ricavo di circa 5000 euro. Tutto ciò è stato reso possibile grazie alla collaborazione di: Associazione ALAT e Lion’s di Novi Ligure Trattoria “Bruxiaboschi” di San Desiderio Trattoria “Da U Baciccia” di Genova Ristorante “La Manuelina” di Recco Il Clan del Gruppo Scout “Genova 30” Il Clan del Gruppo Scout “Genova Levante” Il “Movimento Ragazzi” Don Dino e Ilaria dell’Oratorio “casa Don Bosco” di Campo Ligure Don Carlo della Parrocchia di N.S. degli Angeli Don Piero della Parrocchia di N.S. Assunta con Ylenia e Liliana Don Franco della parrocchia di S.Zita E i nostri volontari Gabriella G., Gemma M., Liliana L., Enrico e Luigi C. 19
"Via S. Lorenzo: La strada più bella d'Italia" Secolo XIX, giugno 2001 (Realizzata con Sistemi Applicativi Silossanici "Ariete").
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