L’ABBRACCIO n102 Rivista trimestrale di informazione del CEIS Genova
2021
La Paura
La paura Editoriale di S.E. Mons. Vincenzo Paglia ........................................................... 3
Oltre le rimozioni, capire la paura del secolo XXI per sconfiggerla di Enrico Letta ........................................................... 5
L’emozione della paura e il calcolo della politica Quant’è forte la paura!? Quanto è preziosa; quanto è utile ma anche quanto ci condiziona!? Domande significative per un sentimento che fa parte dell’essere umano tanto quanto del mondo animale, un sentimento genuino che può essere una forza o una debolezza ma non certo un tabù. Ricordo che mio figlio a 3 anni disse: papà “la paura si affronta!”. Nelle comunità CEIS in tutta Italia i ragazzi imparano presto che la paura è una risorsa preziosa che va condivisa con gli altri, superata e orientata nella giusta direzione. Ecco le preziose considerazioni di S.E. Monsignore Vincenzo Paglia e degli autorevoli autori che ringrazio di cuore. Buona lettura!
Enrico Costa
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di Alessio Lo Giudice ........................................................... 8
La paura ai tempi del Covid di Agostino Petrillo ...........................................................11
La pagliuzza e la trave di Paolo Legrenzi ..........................................................14
Non aver paura della paura di Luciano Peirone ..........................................................16
Psichiatra e madre ansiosa di Paola Ottenga ..........................................................18
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Direttore responsabile Silvano Balestreri Caporedattore Alessandro Censi Buffarini In redazione Elisabetta Aicardi, Agnese Schiaffino Hanno collaborato Mons. Vincenzo Paglia, Enrico Letta, Alessio Lo Giudice, Agostino Petrillo, Paolo Legrenzi, Luciano Peirone, Paola Ottenga Direzione e redazione ASS. CENTRO DI SOLIDARIETÀ di GENOVA Via Asilo Garbarino, 6 B 16126 Genova Telefono 010.25.46.01 Fax 010.25.46.002 Impaginazione Xedum srl Stampa RESTART di Marina Cosco & C. sas Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 Sped. abb. postale 50% - Genova Associato all’Unione Stampa Periodica Italiana
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LA NOSTRA FILOSOFIA Siamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi. Fino a quando
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occhi e nei cuori degli altri, scappa. Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi. Timoroso di essere conosciuto né può conoscere se stesso né gli altri, sarà solo. Dove altro
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se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere
Presidente CEIS Genova Enrico Giuseppe Costa Direttore Generale CEIS Genova Paolo Merello
una persona non confronta se stessa negli
non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.
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La paura Editoriale di S.E. Mons. Vincenzo Paglia – Presidente della Pontificia Accademia per la Vita
S
econdo i Vangeli, quando Gesù Risorto appare
Abbiamo avuto paura di un virus che abbiamo scoperto
di nuovo agli apostoli dopo la Passione, loro
capace non di solo di spezzare vite ma anche legami. Di
sono rinchiusi con le porte ben sbarrate per
impedire di stare vicini a chi va in ospedale, persino a
paura. Hanno avuto paura di morire con Gesù. L’hanno
chi è vicino alla morte o, addirittura, di recarsi in Chiesa
scampata ma la paura non li lascia. Sono vivi ma bloccati,
per accompagnare chi è morto. Sappiamo bene che la
impietriti dalla paura.
paura, in chiave evolutiva, è stato un guadagno.
Tocca a Gesù scuoterli, incoraggiarli e mandarli di nuovo
Temere che il fruscio delle foglie dell’albero fosse
per le strade, tra le case, a incontrare, a lavorare, a vivere.
dovuto più al passaggio di una famelica belva che non
Questa scena rimanda al nostro tempo. Il Vangelo
solo alla brezza del vento ha aiutato i nostri progenitori,
ricorda che avevano tutti paura “dei giudei”. Cioè di
nell’antica savana: si sono immaginati un pericolo vicino
coloro che avevano tramato con l’impero romano per
e hanno preso provvedimenti e precauzioni.
uccidere Gesù.
La capacità di impaurirsi è una dotazione che è prevalsa.
In una parola: avevano paura di morire. Chi non l’ha
Può rendere più intelligenti e creativi, come abbiamo
avuta, in quest’anno? Chi non ha temuto per i propri
visto per la ricerca scientifica che ha condotto alla
cari, soprattutto per i più anziani e i più fragili?
scoperta di nuovi vaccini. Ma noi siamo umani, siamo
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capaci di immaginazione, di riflessione e di far di tutto
addirittura dei bambini e dell’appello alla responsabilità
uno strumento che va al di là del suo primitivo scopo.
che una vita che nasce rappresenta. Adesso, però, mi
Tante paure sono ingiustificate e diventano crudeli.
pare che debba venire l’ora del coraggio, che non è
La paura dell’ignoto ci rende timorosi e pavidi in un mondo vasto e incerto, quello attuale, che sentiamo di non dominare e poter controllare. Lo straniero diventa
imprudenza e incoscienza. Bisogna mantenere quelle attenzioni che abbiamo imparato. È necessario però scuotersi e ripartire.
un possibile avversario solo perché è nato un po’ in là,
La
dopo un confine che noi stessi abbiamo collocato sul
l’economia, le relazioni sociali e i rapporti personali.
pianeta. La paura di non piacere può portare a non
Adesso bisogna imparare a pensarla come un tempo
nutrirsi o una delusione a farlo troppo. Noi abbiamo
opportuno, un’occasione. Per non tornare solamente
paura di tutto. Degli altri, che ci sembrano più un rischio
indietro alla normalità di sempre. A quella normalità che
che un’opportunità.
si chiama troppo spesso indifferenza. Tutto uguale, tutti
Temiamo l’imprevisto, da adulti, che non immaginiamo
uguali. La mascherina è un oggetto scomodo e non
mai una piacevole sorpresa ma una brutta disgrazia. In
bello da vedere e da indossare. Ma insieme all’efficacia
fondo, temiamo non tanto la morte quanto la coscienza
clinica, ha raggiunto un altro fine: ha evidenziato gli
del morire e del dover morire, forse soffrendo e nel
occhi e lo sguardo. Bisogna imparare a guardarsi e a
dolore. Temiamo tradimenti e povertà.
rendere attento e acuto lo sguardo sull’altro. Gli occhi,
Abbiamo paura della vita, spesso. C’è anche una paura che facciamo fatica ad ammettere: abbiamo
pandemia
ha
squassato
dalle
fondamenta
dice la mascherina, non son fatti solo per vedere ma per accorgersi.
paura di noi stessi. Di non saper amare fino in fondo.
Per rendersi conto, per mettere a fuoco e cogliere in
Di come potremmo reagire davanti ad una cattiva
profondità il dolore dell’altro e la sua aspirazione alla
notizia, delle nostre reazioni istintive. Di una risposta
felicità di sentirsi guardato, osservato, in una parola:
irosa e incontrollata. Del nostro istinto. Abbiamo
amato. Sono gli occhi, non i piedi, che sono fatti per
paura di sbagliare perché, a volte, abbiamo sbagliato
fermarsi. Per terminare la cinica corsa dell’indifferenza
già. Il tempo della pandemia ha amplificato paure già
e tornare insieme ad accorgersi che l’altro domanda
esistenti. Pura delle relazioni, paura dell’impegno e
tempo e cura: il tempo dell’altro e per l’altro ci curerà
della responsabilità. Sembra quasi che abbiamo paura
dal panico che blocca e che rende tutti meno umani.
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L’ABBRACCIO
Oltre le rimozioni, capire la paura del secolo XXI per sconfiggerla di Enrico Letta, Segretario nazionale Partito Democratico
D
a sempre la paura plasma la vita di relazione
o disgregazione del tessuto sociale occorre tener
di ogni comunità: ne può cementare l’unità di
conto quando si fa politica, si prendono decisioni o si è
fronte a un pericolo comune oppure lacerare
chiamati a governare.
i legami di fiducia. In realtà complesse la paura può contaminare, fino a rischiare di scardinarla, la tenuta
Nella primavera 2020 abbiamo tutti toccato con mano quanto le comunità si possano unire di fronte a una
sociale, influenzare i meccanismi di costruzione del
paura comune. Un fenomeno ignoto, il nemico invisibile,
consenso, condizionare le tornate elettorali, incidere
la tragedia di un lutto collettivo improvviso e violento
sugli scenari politici anche di medio termine. Di certo,
nella sua propagazione: nel primo lockdown, quando
dell’incidenza della paura come fattore di aggregazione
più forti erano la preoccupazione e l’incertezza per un
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virus ancora sconosciuto, abbiamo assistito ad esempi
nella società, mettendo in discussione capisaldi del
straordinari di altruismo e condivisione. La paura è
viver comune, come il primato della scienza o la
stata motore di unità. Non solo le canzoni o i disegni
legittimazione dei regimi democratici nell’assumere
dei bambini appesi ai balconi, che pure dapprincipio
decisioni impattanti sulla libertà individuale, e anche
hanno avuto una potente carica simbolica, ma anche e
rischiato di contrapporre le ragioni della salute pubblica
soprattutto gesti concreti di mutualismo e solidarietà,
con quelle dell’economia e del mercato.
che per molte persone hanno fatto la differenza in quel periodo complesso. “Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva” diceva il poeta tedesco Friedrich Hölderlin. Così per molti versi è andata. E non era scontato.
Così, due paure – quella di morire o di perdere persone care e quella di non farcela, di non arrivare alla fine del mese, di non avere materialmente le risorse per vivere dignitosamente – si sono sovrapposte l’una all’altra. Con il risultato che, ad esempio in Italia, nel
Tutto questo è durato poco. In parallelo alla ricerca di
dibattito pubblico abbiamo dovuto assistere a una
un senso collettivo per un fenomeno che segnerà una
degenerazione del confronto, quasi ci fossero ultrà
cesura epocale nella storia, in molti Paesi occidentali
dell’una o dell’altra fazione e non, come io credo, una
la
pandemia
sola grande questione, quella relativa all’interesse della
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ha
generato
fratture
profondissime
comunità tutta intera. Di qui la rabbia, di qui un aggravio
del secolo XXI”: la paura di rimanere indietro rispetto
di incertezza, di qui, da parte di alcuni, lo sfruttamento
a cambiamenti velocissimi della nostra società, senza
strumentale della paura per lucrare porzioni di visibilità
essere dotati degli strumenti per orientarsi in un mondo
o consenso.
rivoluzionato dal digitale, dalla transizione ambientale,
Questo genere di sovrapposizione, sia pure con intensità e drammaticità minori rispetto all’impatto della pandemia, negli ultimi anni ha determinato reazioni simili in merito al grande tema della sostenibilità
dalla globalizzazione. In altre parole, la paura di trovarsi senza un posto all’interno di una società basata su paradigmi completamente diversi rispetto anche a solo pochi anni fa.
ambientale. Troppo a lungo chi ha avuto la sensazione
Se parlo di “paura del secolo XXI” è perché vedo una
di essere penalizzato o tagliato fuori dagli investimenti
strettissima affinità con la riflessione sviluppata subito
verso una transizione verde, si è scagliato con forza
dopo la seconda guerra mondiale dal filosofo francese
contro le voci che chiedevano interventi a difesa del
Emmanuel Mounier, in un’opera chiamata appunto “la
pianeta. Le manifestazioni dei gilet gialli in Francia
paura del secolo XX”. Il libro mi fu regalato da Don
sono state, in questa chiave, la rappresentazione più
Adriano, un giovane sacerdote col quale ero cresciuto
drammatica di questo scontro tra chi si preoccupava
a Pisa, e da allora non mi ha più lasciato. La riflessione
per “la fine del mese” e chi per la “fine del mondo”.
di Mounier richiamava a un atteggiamento attento nei
Sia nel caso della pandemia sia nel caso della lotta ai cambiamenti climatici, in tutti i Paesi occidentali ci sono state forze politiche che hanno cavalcato o alimentato le paure di chi riteneva che le misure volte a proteggere la comunità nel suo complesso andassero
confronti della modernità, contro il desiderio all’epoca diffuso di guardare invece al passato: non bisogna avere paura del futuro, perché tecnologia e progresso non sono il male, se orientati con saggezza generano benessere.
a danno delle condizioni economiche della propria
Allo stesso modo, oggi, non dobbiamo chiuderci in
famiglia, del proprio ristretto ambito di interesse.
maniera pregiudiziali davanti ai cambiamenti che
Una strategia abrasiva e divisiva che ha trovato in
stiamo vivendo, ma saperli orientare e governare,
Donald Trump il suo alfiere più spregiudicato, fino
rispondendo alle legittime preoccupazioni e richieste di
alla drammatica conclusione dell’assalto a Capitol Hill
protezione di chi si sente svantaggiato o in difficoltà.
del 6 gennaio 2021, con le forze armate costrette a
Capire le paure, quindi, per affrontarle e costruire così
difendere le sedi istituzionali per permettere il regolare
una società più giusta.
passaggio dei poteri a Joe Biden. Un atto drammatico, uno spartiacque nella storia americana che dovrebbe suggerire ai tanti emuli dell’ex presidente statunitense, in Europa e in Italia, quanto pericolosi e scivolosi siano i progetti politici imperniati su un utilizzo senza freni del fattore paura.
Ma trovare soluzioni alle sfide della contemporaneità richiede che le classi dirigenti - italiane ed europee superino innanzitutto le proprie di paure, legate al timore di fare scelte divisive e pericolose in termini di
consenso.
Da
decenni
preoccupazioni
auto-
conservative frenano la possibilità di riforme profonde,
Questo significa che le paure debbano essere rimosse
della cui urgenza siamo tutti consapevoli: dal fisco, al
dal dibattito pubblico, perché impossibili da gestire e
welfare, passando agli stimoli alla produttività e alla
quindi intrinsecamente rischiose? No, anzi. Perché le
competitività del sistema delle imprese.
paure ci sono, indipendentemente da chi le sfrutta. E, se ignorate, crescono. Sono convinto che la crisi di sfiducia delle élite occidentali dipenda in gran parte proprio dalla loro incapacità di prendere sul serio le preoccupazioni delle persone. In questi anni, abbiamo troppo volte visto rispondere con superficialità o addirittura disprezzo a timori legittimi e alle crescenti richieste di protezione sociale.
Ma il compito di una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe essere prendere proprio questo tipo di decisioni. Le scelte in grado di cambiare la traiettoria di un Paese non possono infatti evitare di incontrare resistenze e opposizioni, perché cambiare davvero in profondità le cose significa scardinare rapporti di potere consolidati e rendite di posizione. Esattamente quello di cui avrebbe bisogno un Paese ingessato come
Questo atteggiamento ha impedito di vedere lo
l’Italia. Esattamente quello che sto provando a fare alla
sviluppo di quella che potremmo chiamare la “paura
guida del Partito Democratico.
L’ABBRACCIO
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L’emozione della paura e il calcolo della politica di Alessio Lo Giudice, professore ordinario di Filosofia del Diritto Università degli Studi di Messina.
L
a paura ha molti volti. Le sue sembianze mutano
parte, la condizione mortale rappresenta l’orizzonte
in base all’oggetto dell’emozione suscitata. Si
comprensivo della paura umana. Il nesso tra la
manifesta prevalentemente attraverso tre forme
protezione della vita contro la paura della morte, da
generali. La forma istintiva, prodotta da un timore
una parte, e l’esercizio del potere politico, dall’altra, ha
contingente, la forma riflessiva, prodotta da un timore
infatti un carattere fondativo rispetto all’istituzione del
futuro, e la forma ricorsiva, prodotta dalla paura di aver
legame sociale.
paura.
Ciò è vero soprattutto, anche se non esclusivamente, in
Dal punto di vista politico e giuridico, la forma
relazione all’esperienza moderna. Infatti, è il processo
della paura che più conta è quella riflessiva. D’altra
di secolarizzazione, a partire dal XVII secolo, a fare
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L’ABBRACCIO
da sfondo a una riconfigurazione dei fondamenti di
che possiamo cogliere nel concetto di sicurezza. In nome
giustificazione del potere. La secolarizzazione implica
della sicurezza si limita la libertà ma senza sicurezza
il passaggio, nella sfera delle condizioni che legittimano
non vi può essere libertà. È proprio questa ambivalenza
l’ordine, dal tempo di Dio al tempo secolare dell’uomo.
a causare la possibilità di una manipolazione politica
Determina quindi il passaggio ad un orizzonte di
della paura. Infatti, come la storia ha spesso mostrato,
senso in cui la legittimità dell’ordine a cui appartenere
l’esigenza di sicurezza, abilmente narrata, può divenire
si misura sui limiti della presenza umana nel mondo.
lo strumento per giungere al diverso fine, cui spesso
Di conseguenza, l’esigenza della sicurezza, declinata
mirano i detentori del potere per accrescere il loro
innanzitutto come protezione della vita a fronte della
dominio, della limitazione della libertà degli individui.
paura di morire, come richiesta di sopravvivenza,
Del resto, una tale manipolazione è possibile anche
acquista una decisiva funzione legittimante. Proprio
quando, come è accaduto soprattutto nella seconda
perché il bisogno di sicurezza appartiene integralmente
modernità, il concetto di sicurezza acquisisce una
alla dimensione mondana, al tempo dell’uomo.
diversa
La paura della morte ha dunque un valore normativo, è
un’emozione
politicamente
costruttiva
poiché
determina un calcolo politico che si fonda su una previsione futura (la morte stessa) e sugli strumenti disponibili per poterla rinviare nel tempo. Ma la
valenza
semantica
corrispondente
ad
un
ampliamento delle paure politicamente rilevanti. Alla paura della morte, nelle società tardo moderne, si affianca infatti la paura dell’esclusione sociale, della povertà, della disoccupazione. La sicurezza è qui intesa come sinonimo di protezione sociale.
razionalità strumentale, che è compresa nella riflessione
Del resto, è proprio la crisi dei sistemi di protezione
prodotta dalla paura della morte, ha a che vedere
sociale,
con lo stesso processo di civilizzazione. L’inibizione
dopoguerra attraverso il modello del Welfare State,
“freudiana”, e prima ancora “hobbesiana”, delle pulsioni aggressive, al fine di garantire la convivenza civile, è causata dalla necessità di evitare ciò che, proprio per Hobbes, era il pericolo massimo: quello di una morte violenta. La strada della civiltà, se letta dall’angolo visuale della
ad
avere
consolidatisi determinato
in
Europa
negli
ultimi
nel
secondo
decenni
una
tendenza securitaria. L’insostenibilità economica dei modelli di protezione sociale a livello statale, causata dall’espansione dei processi di globalizzazione, ha, infatti, indebolito la legittimazione sostanziale del potere politico contemporaneo. Di conseguenza, il potere politico si è presentato sempre più come uno
paura della morte come paura riflessiva, conduce ad
strumento di protezione nei confronti di paure che
esplorare un duplice significato di fondo, che lega
derivano da minacce esterne, diverse dall’indigenza e
l’emozione della paura al calcolo della politica. Infatti, la
dalla precarietà esistenziale. Si spiega così la tendenza
sicurezza comune, come bene che tende a neutralizzare
a rappresentare tali minacce in modo da ingenerare
la minaccia della morte, è tanto interesse supremo di
paure che attendono di essere neutralizzate dal potere
una collettività che può limitare l’esercizio delle libertà
politico. Ciò vale sia per minacce in una certa misura
degli individui proprio nel nome di tale interesse,
autentiche come nel caso del terrorismo di matrice
quanto condizione indispensabile per l’esercizio delle
islamica, sia allorché le minacce autentiche non sono,
libertà stesse. In altre parole, da una parte, per reagire
come nel caso dei fenomeni migratori. Con un’intensità
alla paura della morte, il calcolo politico conduce alla
variabile, siamo di fronte ad una manipolazione politica
limitazione della libertà, e quindi all’istituzione di un
della paura in chiave dispotico-propagandistica.
potere che frena le pulsioni e intimorisce gli individui con la minaccia della sanzione e il monopolio dell’uso della forza. Dall’altra, senza la capacità di reagire politicamente alla paura della morte istituendo un potere che è in grado neutralizzare il conflitto tra individui, verrebbe a mancare la condizione minima per potere esercitare la libertà stessa.
Ma risponde alla medesima logica la dinamica politica innescata dalla paura di morire a causa del Covid-19? Che si tratti di una paura fondata non vi è dubbio. Come non vi possono essere dubbi circa la capacità della pandemia di riportare alla luce, attraverso la forma originaria della paura della morte, il nesso fondativo della legittimazione moderna. Più dubbia è invece la
Ebbene, un tale duplice calcolo politico, che la paura
riconducibilità del governo politico della crisi, scaturita
della morte determina, spiega l’ambivalenza strutturale
dalla pandemia, a una logica di manipolazione della
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paura. I governi hanno prevalentemente subito l’inedita
che può anche condurre alla traduzione politica
minaccia portata dal virus. Non è stata un’occasione
della protezione come atto di cura. Oggi la forza e la
per accrescere indebitamente il potere poiché la crisi
repressione non appaiono in grado di rafforzare la
prodotta da un virus, con gli effetti imprevedibili che
legittimazione del potere politico. Tale invece appare
la connotano, si è rivelata impossibile da manipolare.
la capacità, attraverso un efficiente piano vaccinale,
Le limitazioni della libertà, con alcune eccezioni (v.
di prendersi cura dei cittadini, a partire dai più fragili.
l’Ungheria), non equivalgono alla prova di forza di un
Se è vero che soltanto i vaccini possono interrompere
potere che ha approfittato della situazione per imporsi
la
con maggiore pervasività. Corrispondono invece, al di
somministrazione dei vaccini è oggi l’atto politico per
là delle diverse modalità di applicazione più o meno
antonomasia. È l’atto che legittima il potere politico
discutibili, all’unica opzione a disposizione, prima
dinanzi ai cittadini impauriti dalla prospettiva di morire
dell’arrivo dei vaccini, per far fronte ad una minaccia
a causa del Covid-19. Ma non è un atto di repressione
strutturalmente ingovernabile. Non a caso, chi esercita
o paternalistico. Si tratta di un atto collettivo che
il potere è oggi prevalentemente animato dal bisogno
presuppone cooperazione e solidarietà civiche, e quindi
politico di ripristinare il pieno esercizio delle libertà individuali.
pandemia,
è
conseguentemente
vero
che
la
la percezione del dovere individuale di vaccinarsi come scelta di natura etica. Ritorna dunque, ancora una volta,
Con la pandemia si assiste, in realtà, all’esibizione del
il carattere normativo della paura quale emozione che
nudo rapporto tra paura e protezione. Un rapporto
istituisce e orienta la politica.
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L’ABBRACCIO
La paura ai tempi del Covid di Agostino Petrillo, sociologo, professore di Sociologia Urbana al Politecnico di Milano
L
a paura ha molti volti, che mutano con il cambiare
crea le premesse del contratto sociale e, indirettamente,
dei contesti storici e sociali. Per i filosofi antichi
getta le basi della costruzione dello stato-Leviatano,
la paura è prima di tutto “anticipazione di
obbligando tutti coloro che sottoscrivono il patto a
un male”, sentimento che nasce dalla capacità di
rinunciare a una parte della loro libertà per scegliere
prefigurare un danno, di intravedere le conseguenze
di vivere in una società autoritaria, ma ordinata, che
negative di una catena di eventi. Più sottilmente Thomas
garantisce la sicurezza. Lo Stato diviene il momento
Hobbes, il grande teorico politico della paura (affermò
culminante di un processo costruttivo che ha come
che era stata l’unica grande passione della sua vita), ne
obiettivo la ricerca di protezione e di rifugio.
sottolinea anche l’ambivalenza. Infatti la paura è per un lato una anticipazione difensiva, forza che attiva un blocco di tutte le attività umane che non siano rivolte all’autoconservazione: quando predomina è tutto lo
Nella crisi sociale e culturale, oltre che politica, innescata
dalla
pandemia
ritroviamo,
variamente
combinati, tutti questi elementi.
svolgimento normale dell’esistenza a venire impedito,
Il panico che si è diffuso tra la popolazione ha generato
ne vengono destrutturate le fondamenta; dall’altro
allo stesso tempo comportamenti di ripiegamento e di
essa è anche elemento produttivo: la “passione” della
autoprotezione: la paralisi della vita attiva e il rifugio
paura è infatti il punto di partenza per un “ragionevole”
nello hortus clausus della propria abitazione, che hanno
accordo tra gli uomini, innesca quel calcolo dei vantaggi
trovato nei provvedimenti di lock-down una sorta di
e degli svantaggi che conduce al superamento della
coronamento istituzionale. L’intero mondo della vita si è
ferocia belligerante del caotico e semi-ferino “stato di
contratto intorno alla dimensione domestica. Le attività
natura”. La paura produce rapporti nuovi tra gli uomini,
di “prima necessità’’ sono diventate la sola priorità, e i
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luoghi in cui queste venivano espletate hanno per molti
di panico incontrollato non ha risparmiato neppure
mesi rappresentato gli unici spazi reali dell’incontro.
l’informazione, i media, tanto i vecchi che i nuovi, in cui
Trionfo della passeggiata al supermercato, del giretto in
i timori individuali hanno trovato espressione collettiva.
farmacia. Tutto ha gravitato a lungo intorno al privato,
E’ stato giustamente detto che la pandemia si è
mentre dileguava la dimensione collettiva della città,
trasformata in infodemia...
La casa è assurta a una inedita centralità, è divenuta lo spazio in cui per gli eremiti di massa, come li chiamava il filosofo Guenter Anders, si coniugano telelavoro e malata socialità elettronica: smartworking e networked disease. Con improvvisa accelerazione la produzione, sempre meno materiale e sempre più immateriale, si è dipanata attraverso una infinità di luoghi privati, in cui si sovrappongono le funzioni storiche della residenza e dell’ufficio. La ritirata dalle relazioni a largo raggio si è così trasformata nell’incubo di una quotidianità semicarceraria, mentre si profilava un cambio epocale dei rapporti di lavoro, dei flussi di trasporto e della vivibilità delle città. Non si è trattato solo di un problema dei singoli, l’ondata
12
L’ABBRACCIO
I social media messi alla prova dal virus si sono rivelati ben poca cosa. Invece di fungere da strumenti di informazione “alternativa” dal basso, hanno diffuso confusione e notizie false, alimentando i timori, le ipotesi e le speranze più strampalati. Nei giorni in cui infuriava il Covid-19 abbiamo visto circolare le fantasie più malate, ricomparire complotti e congiure, esaltare panacee e farmaci miracolosi, apparire un intero repertorio di guaritori, sciamani e dubbie figure salvifiche. Abbiamo tristemente dovuto constatare che la dimestichezza con le tecnologie avanzate non immunizza da timori medievali e dal risorgere dei millenarismi. Ma non ne è uscito bene nemmeno il giornalismo mainstream, che ha mostrato tutta la sua soggezione ai poteri politici
e scientifici. Terminologia tecnica usata a casaccio,
strada, di chi non aveva nulla da mettere in tavola, ha
balbettio retorico, culto superstizioso degli “esperti”,
richiamato l’attenzione sul crescere della popolazione
atteggiamento
in difficoltà. E’ emersa una consapevolezza nuova della
apotropaico
che
mascherava
una
sostanziale incomprensione degli eventi. Fin qui tutta la debacle descritta rientra nello schema della confusa difesa e della protezione anticipativa, cui non possono certo sfuggire componenti irrazionali. Eppure, come aveva genialmente compreso Thomas Hobbes, c’è stato anche altro: il mondo del Coronavirus è stato, sorprendentemente, anche capace di produrre forme inedite di socialità. Sopravvissute e riscoperte
necessità di una soluzione collettiva del problema della sicurezza e della salute, di una soluzione che guardi alla cooperazione e al bene comune. Improvvisamente sono tornate attuali e vive le parole di un intellettuale del secondo dopoguerra come Danilo Dolci: “nessuno si salva da solo”. Per sopravvivere bisogna agire insieme, uscire dalla sfera della propria autarchica dimensione domestica.
sono ricomparse e hanno ripreso forza le deboli reti
Le pratiche di timorosa autodifesa individuale hanno
sociali del vicinato e della parentela. Rovesciando la
così subito una sorta di allargamento, di estensione,
prospettiva dell’egoismo e dell’autoisolamento, si sono
finendo per proporre idee diverse di convivenza, e
fatte strada anche forme inedite di solidarietà. Una
abbozzando a grandi linee una sorta di progetto sociale
solidarietà che più che essere diretta a contrastare
nuovo.
il virus si è orientata a colmare vuoti lasciati dalla
Il sociologo tedesco Ulrich Beck, scomparso qualche
mancanza di organizzazione istituzionale, e a cercare
anno fa, aveva messo in luce in un suo lavoro classico
di compensare le nuove drammatiche disuguaglianze
dedicato alla Società del rischio come l’ultima forma
che nel corso della crisi si andavano scavando tra chi
di comunità che la modernità riflessiva propone sia
possiede risorse e chi ne è privo, tra chi ha il posto
quella della “comunanza indotta dalla paura”, ma
fisso e chi è precario, tra chi ha possibilità di muoversi e chi è bloccato in casa, tra ceto medio e proletariato dei servizi, tra chi lavora in officina e chi fa lavoro impiegatizio, tra migranti e autoctoni, tra uomini e donne.
hobbesianamente forse proprio da questa comunanza si può ripartire per pensare un futuro migliore. E non necessariamente nella direzione del Leviatano... Dalle rovine della società neo-liberale,di cui la pandemia ha mostrato tutti i limiti, può forse faticosamente
Un associazionismo vecchio e nuovo è sceso in campo
e “ragionevolmente” nascere una modalità di vita
e si è occupato di chi era stato messo in mezzo alla
associata nuova e meno ingiusta.
L’ABBRACCIO
13
La pagliuzza e la trave di Paolo Legrenzi, psicologo, professore emerito di Psicologia Università Ca’ Foscari–Venezia e Presidente del comitato scientifico di X-ITE, centro di ricerca LUISS
N
el Vangelo secondo Luca: “Perché guardi la
Sassonia incaricò i funzionari e il teologo Selnekker di
pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello
preparare speciali preghiere liturgiche da recitare in
e non ti accorgi della trave che è nel tuo
ogni parrocchia. I flagelli persistenti e sempre presenti,
occhio?”. Recenti esperimenti condotti da scienziati
come le morti di neonati e bambini, erano dati per
cognitivi delle Università di Harvard e del MIT hanno
scontati e non facevano paura.
dimostrato la saggezza di questa domanda retorica che allude all’imperativo del “Discorso della pianura”: “Non giudicate e non sarete giudicati”. La storia parte da lontano. Jean Delumeau, nel suo erudito “La paura in Occidente” (Saggiatore, 2018), mostra come, secoli fa, gli eventi temuti erano quelli improvvisi e impressionanti. Si aveva paura dell’insolito e delle sue conseguenze reali o, più spesso, immaginarie. Un tipico esempio è la comparsa delle
Le cose cambiano per sempre nel 1622. Londra, ferita dalla peste, decide nel 1603 di pubblicare i registri con nati, morti, cause delle morti.
John Graunt,
commerciante inventivo e geniale, studia i dati e inventa la “speranza di vita”. Consideriamo 100 neonati: quanti arrivano a vivere sino a 6 anni? 64. Quanti a 16? 40. E la sequenza continua: a 26, 25; a 36, 16; a 46, 10; a 56, 6; a 66, 3; a 76 solo uno. Un londinese aveva 10 probabilità
comete: “… gli uomini di Chiesa non si lasciarono
su 100 di arrivare a 46 anni e una sola di arrivare a
sfuggire l’occasione di questi segni celesti per indurre
76. Graunt intuisce un criterio generale per mettere in
i cristiani alla penitenza con l’annuncio di prossimi
relazione la speranza di vita di una popolazione con il
castighi”. Non c’era malafede. Tutti condividevano le
timore di morire di un singolo. Da questa idea a quella
stesse paure, potenti uomini di Chiesa e regnanti. In
di registrare frequenze e costi di eventuali guai il passo
occasione della cometa del 1577, l’elettore Augusto di
è breve e nascono le assicurazioni.
14
L’ABBRACCIO
Le assicurazioni divennero molto importanti per il commercio mondiale allora esercitato prevalentemente dai britannici. La raccolta delle informazioni all’inizio era informale. Chi tornava a Londra andava al caffè di Edward Lloyd in Tower Street e raccontava come erano andati i suoi viaggi. Lloyd ebbe l’idea di pubblicare regolarmente un bollettino con i guai successi su tutte le rotte, la loro frequenza e entità. L’intuizione di John Graunt sfociò in una sorta di misura statistica dei danni degli eventi paurosi. Per la prima volta nella storia dell’umanità i timori per l’incertezza del futuro si trasformarono in rischi calcolabili. Avremmo allora potuto supporre che i timori dei singoli individui si sarebbero adeguati alla misura dei rischi oggettivi perché molti pericoli erano stati valutati, calcolati, ridimensionati e resi inoffensivi tramite le assicurazioni. Questo adeguamento non avvenne. Molte delle antiche paure furono rimpiazzate da nuovi timori e gli uomini di Chiesa sostituiti da nuove confraternite. Le paure non scomparvero perché l’architettura del cervello si era adattata ai modi di vita atavici. Questi avevano selezionato meccanismi mentali adatti a decisioni immediate con orizzonti temporali brevissimi. Alle prese con la modernità dei media e della rete il nostro cervello produce un aumento e non una diminuzione della distanza tra paure soggettive e frequenze oggettive dei pericoli. I rischi di fenomeni impressionanti e improvvisi, come secoli fa le comete e le epidemie, sono molto sopravvalutati (terrorismo e criminalità). I rischi che lavorano sotto traccia sono sottovalutati perché non ne vediamo né sentiamo gli
stesso modo. L’etica impone di comportarci in modi uguali nei confronti delle persone che si comportano in modo uguale. Si tratta di un principio giustificato dai filosofi e presente nelle costituzioni di più di 150 paesi. Quando vi domandano il sesso di un chirurgo, se non lo conoscete, è morale dire: non so. Immorale
effetti (riscaldamento globale e malattie cardiache).
dire: maschio. Con questo tipo di risposte “morali” è
Le emozioni vanno a ruota, sempre sbagliate per
d’accordo più del 90% delle persone interrogate.
eccesso o per difetto. Chi è preda di paure sbagliate
Gli esperimenti mostrano però che le stesse persone,
finisce spesso per esserlo anche di pseudo-teorie che le
quando sono loro a essere in gioco, si rifanno alle
razionalizzano.
frequenze statistiche. In questo caso ci si comporta
Gli esperimenti degli scienziati di Harvard e del
trascurando le minoranze e i giudizi personali cozzano
MIT spostano la questione sul piano dell’etica. E’
contro il principio ugualitario. Di qui una scissione
moralmente corretto giudicare ricorrendo sempre al
profonda tra i nostri comportamenti e i valori che
criterio probabilistico di Graunt?
vorremmo fossero universali.
Dopo un’operazione provate a chiedere se il chirurgo
Non è facile correggere queste distorsioni perché non
era donna o uomo. E’ vero che tra i chirurghi ci sono
affiorano mai alla coscienza. Le scopriamo solo con
più uomini che donne. Sulla base delle statistiche
l’aiuto di procedure sperimentali ingegnose. Ecco come
potreste rispondere: “Probabilmente era un uomo”. I
mai le persone tendono a vedere il fuscello negli occhi
più giudicano questa risposta scorretta, discriminatoria
altrui e a trascurare la trave che li acceca. Purtroppo
e immorale. Pensano che il sesso del chirurgo sia
non abbiamo strumenti per guarire questa presbiopia,
irrilevante perché una donna o un uomo operano nello
se non la pietà cristiana e i moniti evangelici.
L’ABBRACCIO
15
Non aver paura della paura. di Luciano Peirone, Psicoterapeuta, già docente di Psicologia Clinica e della Salute-Benessere all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e Università di Brescia.
V
iviamo in tempi caratterizzati dalla paura. L’inizio
Basta citare inoltre il fenomeno della pandemia
del Terzo Millennio forse non è il peggiore
CoViD-19, che da un anno e mezzo imperversa
periodo nella storia materiale dell’umanità,
sconvolgendo il mondo intero, stravolgendo e rendendo
ma sicuramente è quello più soggetto a tensioni che
fortemente negativa la mitica parola “globalizzazione”,
sottilmente e subdolamente “corrodono” la mente,
con la presenza di un virus invisibile, intangibile, un
l’anima, lo spirito, ovvero la parte immateriale della
alieno giunto da chissà dove (si veda l’ebook gratuito
nostra esistenza.
“Nuovo coronavirus e resilienza”, editato da Anthropos).
Gli esseri umani si muovono spesso insicuri e smarriti: una civiltà sempre più “liquida” (o addirittura “gassosa”, nella sua volatile precarietà) da un lato ci blandisce e ci
“Una persona qualsiasi e in qualsiasi momento mi potrebbe contagiare”. Come si fa a non avere una legittima paura preventiva?
illude facendoci credere, almeno nel ricco Occidente, di
Basta infine citare la perenne turbolenza di stati e
essere “i padroni del mondo e della nostra vita”, mentre
comunità sempre in bilico fra stabilità e crisi politiche,
dall’altro lato, talvolta, all’improvviso, ci precipita in un
dove la violenza cieca e gratuita trova facile terreno
magmatico baratro che smonta le nostre fragili certezze.
su cui germogliare, svelando il lato peggiore della
Negli ultimi vent’anni abbiamo visto (e continuiamo a vedere) la precarietà alla quale siamo sottoposti. Basta citare il fenomeno del terrorismo, che dal 2001 ha smantellato il mito di un mondo pacificato, scopertosi invece esposto alla forte imprevedibilità di microeventi tipicamente umani (si veda l’ebook gratuito “La vita ai tempi del terrorismo”, editato dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte). “Un perfetto sconosciuto, in
cosiddetta “umanità”. “Lavoro o viaggio in questo paese che non è il mio e disordini o guerriglie che non mi riguardano mi potrebbero colpire”. Come si fa a non avere una legittima paura preventiva? Come può, in tali circostanze, non esistere la paura, forse la più grezza e primordiale delle emozioni? Come si può, in particolare, frenare la sempre possibile escalation “paura, ansia, panico, angoscia, terrore”?
base a credenze religiose o presunte tali, mi potrebbe
Bisogna conoscere il senso della paura, conoscerne le
accoltellare per strada”. Come si fa a non avere una
radici, conoscerne il confine fra “buon utilizzo e cattivo
legittima paura preventiva?
utilizzo di fronte ad un pericolo”.
16
L’ABBRACCIO
la inquietante consapevolezza della paura può illuminare il cammino verso la soluzione dei problemi. Il coraggio, quello autentico, costituisce la “giusta e saggia via di mezzo” fra paura e temerarietà. La paura la si supera con il coraggio ma ne costituisce il punto di partenza. La psiche dell’individuo, resa consapevole di sé e rafforzata mediante opportune tecniche specialistiche, può contribuire ad imparare a gestire correttamente e proficuamente la paura. La psicologia, quale scienza e quale forma mentis quotidiana, aiuta a sviluppare e a far crescere l’individuo, la coppia, la famiglia, la comunità, la società. Occorre costruire una sana e salutare “cultura della paura”, incentrata sul chiarimento del fenomeno: la paura può essere sia un problema sia una risorsa. Occorre quindi andare ben al di là di irrazionali e primitive reazioni emotive e comportamentali che ne limitano il significato. Bisogna tamponare le facili derive della paura lungo ulteriori “vissuti negativi” quali la frustrazione, la delusione,
il
pessimismo,
la
sindrome
ansioso-
depressiva, il rancore, la rabbia, l’ira, la vergogna, il senso di colpa, il pregiudizio, la diffidenza, l’intolleranza, Bisogna capire che la paura innesca, quasi in un attimo in situazioni di shock, importanti reazioni per la sopravvivenza individuale: come l’allontanamento/ fuga (“flight”), la paralisi/mimetizzazione (“freeze”), il combattimento (“fight”). E che può generare pure, per lungo e cronico tempo, condizioni psicofisiche di usura (ad esempio il PTSD, disturbo da stress posttraumatico). Bisogna imparare a discriminare fra paura razionale e paura irrazionale, fra paura fisiologica e paura patologica. Non c’è solo la negatività, c’è anche la positività. Risuonano ancora le incoraggianti parole di Papa Wojtyla: “Non abbiate paura!”, intendendo la paura che frena e paralizza, mentre invece essa funziona giustamente quale meccanismo di difesa, rendendo visibile e affrontabile il pericolo, il rischio, il nemico (non importa di quale natura esso sia). A proposito di coraggio, è assai importante ribadire quanto afferma Aristotele nel porre la paura nel giusto contesto: egli distingue fra temerarietà e coraggio, ritenendo quest’ultimo un’equilibrata posizione fra l’atteggiamento temerario e la paura. La persona temeraria sembra coraggiosa, ma in realtà non lo è, in
l’odio, etc. La paura va comunque affrontata, meglio ancora se con l’aiuto di positive emozioni (e relativi comportamenti/ azioni):
sensibilità,
autostima,
fiducia,
conforto,
compassione, rassicurazione, benevolenza, solidarietà, empatia,
etc.
Soprattutto
ricorrendo
alla
“calma
interiore profonda”, quella serenità d’animo capace di porre le basi per l’equilibrio armonico all’interno di una identità matura e sicura. Vincere la paura. Sfruttare la paura. Non farsi travolgere dalla paura ma avvertirla, percepirla, valutarne le caratteristiche e l’intensità, accettarla (e non subirla!), per poterla infine superare. È una questione di adattamento. Di adattamento e
superamento
nei
confronti
di
una
situazione
sicuramente ansiogena, ma altrettanto sicuramente da gestire con creatività, inventando soluzioni forse sino a quel momento impensate/impensabili. Come si suol dire: gettare il cuore oltre l’ostacolo. Modificare se stessi, rinnovandosi e innovando gli stili di vita e le strategie esistenziali. Metabolizzare la paura. Come si dice in psicoanalisi: “elaborare” la paura, lavorandoci “sopra e dentro”.
quanto nega la paura e, così facendo, non vede e non
In conclusione, è indispensabile “non avere paura della
comprende il pericolo: rischia alla cieca, mentre invece
paura”.
L’ABBRACCIO
17
Psichiatra e madre ansiosa di Paola Ottenga, psichiatra, responsabile CEIS Genova della Comunità Terapeutica Residenziale “Castore e Polluce” di Trasta (Genova)
L
avoro nella struttura per Doppia Diagnosi
spazi, ma soprattutto sono spaventati dal dover iniziare
del Centro di Solidarietà di Genova da quasi
ad affrontare un percorso durante il quale dovranno
quattordici anni e ho due figli. Tutte le mattine
affrontare quei problemi che li hanno portati ad avere
quando li vedo uscire per andare a scuola sospiro
bisogno di una sosta in un luogo protetto, dovranno
pensando a cosa potranno incontrare oggi sulla loro
aprirsi,
strada. O magari domani o il mese prossimo. Ho paura
cura di sé, riallacciare rapporti sfilacciati con famiglie
per loro, che dovranno ritagliarsi un posto in un mondo
stanche. Il mio lavoro consiste solo parzialmente nella
sempre più incerto.
Tengo a bada l’ansia pensando
prescrizione di farmaci. Il vero lavoro è costruire una
che sono intelligenti, hanno buone risorse e possono
relazione di fiducia, tranquillizzando e rassicurando chi
Poi vado al lavoro e incontro altre paure. Fra i miei
ricominciare
a
prendersi
ragazzi
anche
se
svaniscono, le consapevolezze si acuiscono, le emozioni tornano vive e spesso sono dolorose. Perché passata
cinquant’anni) qualcuno incomincerà oggi il percorso
la fase di iniziale adattamento le paure diventano altre,
in comunità e entra spaventato. Tutti all’ingresso sono
la paura di non farcela, di ricadere nell’uso, la paura di
spaventati: dall’ambiente nuovo, dal doversi relazionare
non riuscire ad affrontare quelle emozioni che prima
con un gruppo già esistente condividendo tempi e
era così facile annebbiare e che adesso tornano feroci
L’ABBRACCIO
sempre
emergono mano a mano che gli effetti della sostanza
hanno
18
(sono
affidarsi,
entra oggi per la prima volta e affrontando le paure che
contare su di me.
ragazzi
fidarsi,
a mordere l’animo, la paura di non riuscire a ricostruirsi un’esistenza integrata mettendo a posto tutta la burocrazia lasciata indietro o la paura di aver trascurato troppo la propria salute e di essere malati. Anche il rapporto con i familiari non è semplice. Gli agiti e i litigi che era stato così facile dimenticare o sminuire tornano crudelmente alla memoria e ci vuole coraggio per riaffrontare parenti feriti, a volte vessati e maltrattati e ricostruire con loro un rapporto nuovo man mano che il percorso prosegue. Ma la paura più grande è forse quella dei ragazzi che stanno ultimando il programma. Escono in autonomia dalla struttura e sono pienamente responsabili di quanto faranno e di quello che incontreranno a tutti gli angoli delle strade. Devono occuparsi delle pratiche burocratiche, delle prenotazioni per i controlli sanitari, inventarsi un futuro, un luogo dove andare a vivere alla fine del percorso, una routine che funzioni e li tuteli con una nuova rete sociale. Abbandonare un luogo sicuro come la comunità, anche se spesso è vissuta come oppressiva, vuol dire cavarsela da soli, senza l’appoggio dei compagni e il conforto di un operatore a cui rivolgersi in un momento di insicurezza. Cerco di accogliere queste paure, di affrontarle con loro, di non lasciare che diventino mostri scompaginanti e paralizzanti specie in questa fase di reinserimento nella società. Cerco di sdrammatizzare nei momenti bui, li sostengo, li invito alla calma e alla pazienza ma anche alla razionalizzazione dei problemi in modo che imparino di nuovo a muoversi sempre con maggiore sicurezza in autonomia. Li guardo un po’ come guardo i miei figli la mattina, quando escono per andare a scuola. Forse incontreranno difficoltà, tentazioni, cose belle e cose dolorose, ma ho fiducia nelle loro risorse
vivere e affrontare le paure dei miei ragazzi mi abbia
e in quello che hanno costruito e so che riconoscono
aiutato a vivere e affrontare le mie paure, a quanto
la comunità come un posto buono, in cui, in caso di rovesci della fortuna, si può sempre ritornare, dove c’è un’equipe che li accoglie e li supporta. Questo vale per la struttura per Doppia Diagnosi dove al problema con la sostanza si sovrappone la criticità psichiatrica, ma certamente si può estendere a tutte le strutture del Centro di Solidarietà che trattano il
questo lavoro mi insegni, ogni giorno cose nuove, strategie nuove per tenere a bada le ansie inutili e per affrontare con calma, lucidità e quando riesco con senso dell’umorismo le vere situazioni critiche. La paura fa parte della vita, ci aiuta a tutelarci da ciò che può nuocere ma non deve paralizzarci e cristallizzarci in
problema della dipendenza, seppure con risorse e
circoli viziosi, deve spingerci in avanti vincendo poco a
strumenti diversi.
poco le nostre debolezze.
Torno a casa alla sera e guardo i miei figli che sembrano
Forse stanotte dormirò tranquilla e domani sarò pronta
sereni. Penso alla mia giornata di lavoro e anch’io mi
ad affrontare una nuova giornata, come psichiatra e
sento quasi sempre abbastanza serena. Penso a quanto
come madre ansiosa….
L’ABBRACCIO
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SOSTIENI IL CEIS GENOVA Con il tuo contributo potremo portare avanti i progetti di agricoltura sociale, finanziare le attività sportive per le comunità di minori, potremo finanziare progetti di reinserimento lavorativo e sviluppare campagne di prevenzione. COME PUOI SOSTENERCI Tramite Bonifico Bancario presso Banca Prossima S.p.A. Iban IT85 B033 5901 6001 0000 0007 632 Tramite Donazione on line collegandoti all’ indirizzo www.ceisge.org/ceis-genova-sostienici oppure Devolvi il tuo 5x1000 a Fondazione Centro di Solidarietà Bianca Costa Bozzo Onlus C.F. 95080550106
L’ECCELLENZA ITALIANA DEL COLORE www.gruppoboero.it 20
L’ABBRACCIO