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L' abbraccio numero 102

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L’ABBRACCIO n102 Rivista trimestrale di informazione del CEIS Genova

2021

La Paura

La paura Editoriale di S.E. Mons. Vincenzo Paglia ........................................................... 3

Oltre le rimozioni, capire la paura del secolo XXI per sconfiggerla di Enrico Letta ........................................................... 5

L’emozione della paura e il calcolo della politica Quant’è forte la paura!? Quanto è preziosa; quanto è utile ma anche quanto ci condiziona!? Domande significative per un sentimento che fa parte dell’essere umano tanto quanto del mondo animale, un sentimento genuino che può essere una forza o una debolezza ma non certo un tabù. Ricordo che mio figlio a 3 anni disse: papà “la paura si affronta!”. Nelle comunità CEIS in tutta Italia i ragazzi imparano presto che la paura è una risorsa preziosa che va condivisa con gli altri, superata e orientata nella giusta direzione. Ecco le preziose considerazioni di S.E. Monsignore Vincenzo Paglia e degli autorevoli autori che ringrazio di cuore. Buona lettura!

Enrico Costa

16126 Genova • Via Asilo Garbarino, 6/B • Telefono 010.25.46.01 - Fax 010.25.46.002 r.a. N. 102 • 2° Trimestre 2021 • N. 2 del 2021 • Prezzo 1,00 euro Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 • Iscrizione al R.O.C. n° 16776 del 17/04/2008 Poste Italiane S.p.A. sped. abb. postale • D.L 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 N° 46) art 1 comma 1, DCB Genova

di Alessio Lo Giudice ........................................................... 8

La paura ai tempi del Covid di Agostino Petrillo ...........................................................11

La pagliuzza e la trave di Paolo Legrenzi ..........................................................14

Non aver paura della paura di Luciano Peirone ..........................................................16

Psichiatra e madre ansiosa di Paola Ottenga ..........................................................18


L’ABBRACCIO Dove possiamo Rivista trimestrale di informazione del CEIS Genova

incontrarci

Siamo anche in tutta Italia

Direttore responsabile Silvano Balestreri Caporedattore Alessandro Censi Buffarini In redazione Elisabetta Aicardi, Agnese Schiaffino Hanno collaborato Mons. Vincenzo Paglia, Enrico Letta, Alessio Lo Giudice, Agostino Petrillo, Paolo Legrenzi, Luciano Peirone, Paola Ottenga Direzione e redazione ASS. CENTRO DI SOLIDARIETÀ di GENOVA Via Asilo Garbarino, 6 B 16126 Genova Telefono 010.25.46.01 Fax 010.25.46.002 Impaginazione Xedum srl Stampa RESTART di Marina Cosco & C. sas Autorizzazione Tribunale di Genova 26/94 Sped. abb. postale 50% - Genova Associato all’Unione Stampa Periodica Italiana

Fassolo

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Salita Cà dei Trenta, 28 16161 Genova

LA NOSTRA FILOSOFIA Siamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi. Fino a quando

Casa Bozzo Via Edera 22 16144 Genova

occhi e nei cuori degli altri, scappa. Fino a che non permette loro di condividere i suoi segreti, non ha scampo da questi. Timoroso di essere conosciuto né può conoscere se stesso né gli altri, sarà solo. Dove altro

Casa Apollaro Via Cavassolo 23 16022 Davagna (GE)

se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere

Presidente CEIS Genova Enrico Giuseppe Costa Direttore Generale CEIS Genova Paolo Merello

una persona non confronta se stessa negli

non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.

Galata

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Chi siamo Fondazione Centro Di Solidarietà Bianca Costa Bozzo Onlus Centro Di Solidarietà Di Genova Coop. Sociale Onlus

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L’ABBRACCIO

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La paura Editoriale di S.E. Mons. Vincenzo Paglia – Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

S

econdo i Vangeli, quando Gesù Risorto appare

Abbiamo avuto paura di un virus che abbiamo scoperto

di nuovo agli apostoli dopo la Passione, loro

capace non di solo di spezzare vite ma anche legami. Di

sono rinchiusi con le porte ben sbarrate per

impedire di stare vicini a chi va in ospedale, persino a

paura. Hanno avuto paura di morire con Gesù. L’hanno

chi è vicino alla morte o, addirittura, di recarsi in Chiesa

scampata ma la paura non li lascia. Sono vivi ma bloccati,

per accompagnare chi è morto. Sappiamo bene che la

impietriti dalla paura.

paura, in chiave evolutiva, è stato un guadagno.

Tocca a Gesù scuoterli, incoraggiarli e mandarli di nuovo

Temere che il fruscio delle foglie dell’albero fosse

per le strade, tra le case, a incontrare, a lavorare, a vivere.

dovuto più al passaggio di una famelica belva che non

Questa scena rimanda al nostro tempo. Il Vangelo

solo alla brezza del vento ha aiutato i nostri progenitori,

ricorda che avevano tutti paura “dei giudei”. Cioè di

nell’antica savana: si sono immaginati un pericolo vicino

coloro che avevano tramato con l’impero romano per

e hanno preso provvedimenti e precauzioni.

uccidere Gesù.

La capacità di impaurirsi è una dotazione che è prevalsa.

In una parola: avevano paura di morire. Chi non l’ha

Può rendere più intelligenti e creativi, come abbiamo

avuta, in quest’anno? Chi non ha temuto per i propri

visto per la ricerca scientifica che ha condotto alla

cari, soprattutto per i più anziani e i più fragili?

scoperta di nuovi vaccini. Ma noi siamo umani, siamo

L’ABBRACCIO

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capaci di immaginazione, di riflessione e di far di tutto

addirittura dei bambini e dell’appello alla responsabilità

uno strumento che va al di là del suo primitivo scopo.

che una vita che nasce rappresenta. Adesso, però, mi

Tante paure sono ingiustificate e diventano crudeli.

pare che debba venire l’ora del coraggio, che non è

La paura dell’ignoto ci rende timorosi e pavidi in un mondo vasto e incerto, quello attuale, che sentiamo di non dominare e poter controllare. Lo straniero diventa

imprudenza e incoscienza. Bisogna mantenere quelle attenzioni che abbiamo imparato. È necessario però scuotersi e ripartire.

un possibile avversario solo perché è nato un po’ in là,

La

dopo un confine che noi stessi abbiamo collocato sul

l’economia, le relazioni sociali e i rapporti personali.

pianeta. La paura di non piacere può portare a non

Adesso bisogna imparare a pensarla come un tempo

nutrirsi o una delusione a farlo troppo. Noi abbiamo

opportuno, un’occasione. Per non tornare solamente

paura di tutto. Degli altri, che ci sembrano più un rischio

indietro alla normalità di sempre. A quella normalità che

che un’opportunità.

si chiama troppo spesso indifferenza. Tutto uguale, tutti

Temiamo l’imprevisto, da adulti, che non immaginiamo

uguali. La mascherina è un oggetto scomodo e non

mai una piacevole sorpresa ma una brutta disgrazia. In

bello da vedere e da indossare. Ma insieme all’efficacia

fondo, temiamo non tanto la morte quanto la coscienza

clinica, ha raggiunto un altro fine: ha evidenziato gli

del morire e del dover morire, forse soffrendo e nel

occhi e lo sguardo. Bisogna imparare a guardarsi e a

dolore. Temiamo tradimenti e povertà.

rendere attento e acuto lo sguardo sull’altro. Gli occhi,

Abbiamo paura della vita, spesso. C’è anche una paura che facciamo fatica ad ammettere: abbiamo

pandemia

ha

squassato

dalle

fondamenta

dice la mascherina, non son fatti solo per vedere ma per accorgersi.

paura di noi stessi. Di non saper amare fino in fondo.

Per rendersi conto, per mettere a fuoco e cogliere in

Di come potremmo reagire davanti ad una cattiva

profondità il dolore dell’altro e la sua aspirazione alla

notizia, delle nostre reazioni istintive. Di una risposta

felicità di sentirsi guardato, osservato, in una parola:

irosa e incontrollata. Del nostro istinto. Abbiamo

amato. Sono gli occhi, non i piedi, che sono fatti per

paura di sbagliare perché, a volte, abbiamo sbagliato

fermarsi. Per terminare la cinica corsa dell’indifferenza

già. Il tempo della pandemia ha amplificato paure già

e tornare insieme ad accorgersi che l’altro domanda

esistenti. Pura delle relazioni, paura dell’impegno e

tempo e cura: il tempo dell’altro e per l’altro ci curerà

della responsabilità. Sembra quasi che abbiamo paura

dal panico che blocca e che rende tutti meno umani.

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L’ABBRACCIO


Oltre le rimozioni, capire la paura del secolo XXI per sconfiggerla di Enrico Letta, Segretario nazionale Partito Democratico

D

a sempre la paura plasma la vita di relazione

o disgregazione del tessuto sociale occorre tener

di ogni comunità: ne può cementare l’unità di

conto quando si fa politica, si prendono decisioni o si è

fronte a un pericolo comune oppure lacerare

chiamati a governare.

i legami di fiducia. In realtà complesse la paura può contaminare, fino a rischiare di scardinarla, la tenuta

Nella primavera 2020 abbiamo tutti toccato con mano quanto le comunità si possano unire di fronte a una

sociale, influenzare i meccanismi di costruzione del

paura comune. Un fenomeno ignoto, il nemico invisibile,

consenso, condizionare le tornate elettorali, incidere

la tragedia di un lutto collettivo improvviso e violento

sugli scenari politici anche di medio termine. Di certo,

nella sua propagazione: nel primo lockdown, quando

dell’incidenza della paura come fattore di aggregazione

più forti erano la preoccupazione e l’incertezza per un

L’ABBRACCIO

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virus ancora sconosciuto, abbiamo assistito ad esempi

nella società, mettendo in discussione capisaldi del

straordinari di altruismo e condivisione. La paura è

viver comune, come il primato della scienza o la

stata motore di unità. Non solo le canzoni o i disegni

legittimazione dei regimi democratici nell’assumere

dei bambini appesi ai balconi, che pure dapprincipio

decisioni impattanti sulla libertà individuale, e anche

hanno avuto una potente carica simbolica, ma anche e

rischiato di contrapporre le ragioni della salute pubblica

soprattutto gesti concreti di mutualismo e solidarietà,

con quelle dell’economia e del mercato.

che per molte persone hanno fatto la differenza in quel periodo complesso. “Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva” diceva il poeta tedesco Friedrich Hölderlin. Così per molti versi è andata. E non era scontato.

Così, due paure – quella di morire o di perdere persone care e quella di non farcela, di non arrivare alla fine del mese, di non avere materialmente le risorse per vivere dignitosamente – si sono sovrapposte l’una all’altra. Con il risultato che, ad esempio in Italia, nel

Tutto questo è durato poco. In parallelo alla ricerca di

dibattito pubblico abbiamo dovuto assistere a una

un senso collettivo per un fenomeno che segnerà una

degenerazione del confronto, quasi ci fossero ultrà

cesura epocale nella storia, in molti Paesi occidentali

dell’una o dell’altra fazione e non, come io credo, una

la

pandemia

sola grande questione, quella relativa all’interesse della

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L’ABBRACCIO

ha

generato

fratture

profondissime


comunità tutta intera. Di qui la rabbia, di qui un aggravio

del secolo XXI”: la paura di rimanere indietro rispetto

di incertezza, di qui, da parte di alcuni, lo sfruttamento

a cambiamenti velocissimi della nostra società, senza

strumentale della paura per lucrare porzioni di visibilità

essere dotati degli strumenti per orientarsi in un mondo

o consenso.

rivoluzionato dal digitale, dalla transizione ambientale,

Questo genere di sovrapposizione, sia pure con intensità e drammaticità minori rispetto all’impatto della pandemia, negli ultimi anni ha determinato reazioni simili in merito al grande tema della sostenibilità

dalla globalizzazione. In altre parole, la paura di trovarsi senza un posto all’interno di una società basata su paradigmi completamente diversi rispetto anche a solo pochi anni fa.

ambientale. Troppo a lungo chi ha avuto la sensazione

Se parlo di “paura del secolo XXI” è perché vedo una

di essere penalizzato o tagliato fuori dagli investimenti

strettissima affinità con la riflessione sviluppata subito

verso una transizione verde, si è scagliato con forza

dopo la seconda guerra mondiale dal filosofo francese

contro le voci che chiedevano interventi a difesa del

Emmanuel Mounier, in un’opera chiamata appunto “la

pianeta. Le manifestazioni dei gilet gialli in Francia

paura del secolo XX”. Il libro mi fu regalato da Don

sono state, in questa chiave, la rappresentazione più

Adriano, un giovane sacerdote col quale ero cresciuto

drammatica di questo scontro tra chi si preoccupava

a Pisa, e da allora non mi ha più lasciato. La riflessione

per “la fine del mese” e chi per la “fine del mondo”.

di Mounier richiamava a un atteggiamento attento nei

Sia nel caso della pandemia sia nel caso della lotta ai cambiamenti climatici, in tutti i Paesi occidentali ci sono state forze politiche che hanno cavalcato o alimentato le paure di chi riteneva che le misure volte a proteggere la comunità nel suo complesso andassero

confronti della modernità, contro il desiderio all’epoca diffuso di guardare invece al passato: non bisogna avere paura del futuro, perché tecnologia e progresso non sono il male, se orientati con saggezza generano benessere.

a danno delle condizioni economiche della propria

Allo stesso modo, oggi, non dobbiamo chiuderci in

famiglia, del proprio ristretto ambito di interesse.

maniera pregiudiziali davanti ai cambiamenti che

Una strategia abrasiva e divisiva che ha trovato in

stiamo vivendo, ma saperli orientare e governare,

Donald Trump il suo alfiere più spregiudicato, fino

rispondendo alle legittime preoccupazioni e richieste di

alla drammatica conclusione dell’assalto a Capitol Hill

protezione di chi si sente svantaggiato o in difficoltà.

del 6 gennaio 2021, con le forze armate costrette a

Capire le paure, quindi, per affrontarle e costruire così

difendere le sedi istituzionali per permettere il regolare

una società più giusta.

passaggio dei poteri a Joe Biden. Un atto drammatico, uno spartiacque nella storia americana che dovrebbe suggerire ai tanti emuli dell’ex presidente statunitense, in Europa e in Italia, quanto pericolosi e scivolosi siano i progetti politici imperniati su un utilizzo senza freni del fattore paura.

Ma trovare soluzioni alle sfide della contemporaneità richiede che le classi dirigenti - italiane ed europee superino innanzitutto le proprie di paure, legate al timore di fare scelte divisive e pericolose in termini di

consenso.

Da

decenni

preoccupazioni

auto-

conservative frenano la possibilità di riforme profonde,

Questo significa che le paure debbano essere rimosse

della cui urgenza siamo tutti consapevoli: dal fisco, al

dal dibattito pubblico, perché impossibili da gestire e

welfare, passando agli stimoli alla produttività e alla

quindi intrinsecamente rischiose? No, anzi. Perché le

competitività del sistema delle imprese.

paure ci sono, indipendentemente da chi le sfrutta. E, se ignorate, crescono. Sono convinto che la crisi di sfiducia delle élite occidentali dipenda in gran parte proprio dalla loro incapacità di prendere sul serio le preoccupazioni delle persone. In questi anni, abbiamo troppo volte visto rispondere con superficialità o addirittura disprezzo a timori legittimi e alle crescenti richieste di protezione sociale.

Ma il compito di una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe essere prendere proprio questo tipo di decisioni. Le scelte in grado di cambiare la traiettoria di un Paese non possono infatti evitare di incontrare resistenze e opposizioni, perché cambiare davvero in profondità le cose significa scardinare rapporti di potere consolidati e rendite di posizione. Esattamente quello di cui avrebbe bisogno un Paese ingessato come

Questo atteggiamento ha impedito di vedere lo

l’Italia. Esattamente quello che sto provando a fare alla

sviluppo di quella che potremmo chiamare la “paura

guida del Partito Democratico.

L’ABBRACCIO

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L’emozione della paura e il calcolo della politica di Alessio Lo Giudice, professore ordinario di Filosofia del Diritto Università degli Studi di Messina.

L

a paura ha molti volti. Le sue sembianze mutano

parte, la condizione mortale rappresenta l’orizzonte

in base all’oggetto dell’emozione suscitata. Si

comprensivo della paura umana. Il nesso tra la

manifesta prevalentemente attraverso tre forme

protezione della vita contro la paura della morte, da

generali. La forma istintiva, prodotta da un timore

una parte, e l’esercizio del potere politico, dall’altra, ha

contingente, la forma riflessiva, prodotta da un timore

infatti un carattere fondativo rispetto all’istituzione del

futuro, e la forma ricorsiva, prodotta dalla paura di aver

legame sociale.

paura.

Ciò è vero soprattutto, anche se non esclusivamente, in

Dal punto di vista politico e giuridico, la forma

relazione all’esperienza moderna. Infatti, è il processo

della paura che più conta è quella riflessiva. D’altra

di secolarizzazione, a partire dal XVII secolo, a fare

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L’ABBRACCIO


da sfondo a una riconfigurazione dei fondamenti di

che possiamo cogliere nel concetto di sicurezza. In nome

giustificazione del potere. La secolarizzazione implica

della sicurezza si limita la libertà ma senza sicurezza

il passaggio, nella sfera delle condizioni che legittimano

non vi può essere libertà. È proprio questa ambivalenza

l’ordine, dal tempo di Dio al tempo secolare dell’uomo.

a causare la possibilità di una manipolazione politica

Determina quindi il passaggio ad un orizzonte di

della paura. Infatti, come la storia ha spesso mostrato,

senso in cui la legittimità dell’ordine a cui appartenere

l’esigenza di sicurezza, abilmente narrata, può divenire

si misura sui limiti della presenza umana nel mondo.

lo strumento per giungere al diverso fine, cui spesso

Di conseguenza, l’esigenza della sicurezza, declinata

mirano i detentori del potere per accrescere il loro

innanzitutto come protezione della vita a fronte della

dominio, della limitazione della libertà degli individui.

paura di morire, come richiesta di sopravvivenza,

Del resto, una tale manipolazione è possibile anche

acquista una decisiva funzione legittimante. Proprio

quando, come è accaduto soprattutto nella seconda

perché il bisogno di sicurezza appartiene integralmente

modernità, il concetto di sicurezza acquisisce una

alla dimensione mondana, al tempo dell’uomo.

diversa

La paura della morte ha dunque un valore normativo, è

un’emozione

politicamente

costruttiva

poiché

determina un calcolo politico che si fonda su una previsione futura (la morte stessa) e sugli strumenti disponibili per poterla rinviare nel tempo. Ma la

valenza

semantica

corrispondente

ad

un

ampliamento delle paure politicamente rilevanti. Alla paura della morte, nelle società tardo moderne, si affianca infatti la paura dell’esclusione sociale, della povertà, della disoccupazione. La sicurezza è qui intesa come sinonimo di protezione sociale.

razionalità strumentale, che è compresa nella riflessione

Del resto, è proprio la crisi dei sistemi di protezione

prodotta dalla paura della morte, ha a che vedere

sociale,

con lo stesso processo di civilizzazione. L’inibizione

dopoguerra attraverso il modello del Welfare State,

“freudiana”, e prima ancora “hobbesiana”, delle pulsioni aggressive, al fine di garantire la convivenza civile, è causata dalla necessità di evitare ciò che, proprio per Hobbes, era il pericolo massimo: quello di una morte violenta. La strada della civiltà, se letta dall’angolo visuale della

ad

avere

consolidatisi determinato

in

Europa

negli

ultimi

nel

secondo

decenni

una

tendenza securitaria. L’insostenibilità economica dei modelli di protezione sociale a livello statale, causata dall’espansione dei processi di globalizzazione, ha, infatti, indebolito la legittimazione sostanziale del potere politico contemporaneo. Di conseguenza, il potere politico si è presentato sempre più come uno

paura della morte come paura riflessiva, conduce ad

strumento di protezione nei confronti di paure che

esplorare un duplice significato di fondo, che lega

derivano da minacce esterne, diverse dall’indigenza e

l’emozione della paura al calcolo della politica. Infatti, la

dalla precarietà esistenziale. Si spiega così la tendenza

sicurezza comune, come bene che tende a neutralizzare

a rappresentare tali minacce in modo da ingenerare

la minaccia della morte, è tanto interesse supremo di

paure che attendono di essere neutralizzate dal potere

una collettività che può limitare l’esercizio delle libertà

politico. Ciò vale sia per minacce in una certa misura

degli individui proprio nel nome di tale interesse,

autentiche come nel caso del terrorismo di matrice

quanto condizione indispensabile per l’esercizio delle

islamica, sia allorché le minacce autentiche non sono,

libertà stesse. In altre parole, da una parte, per reagire

come nel caso dei fenomeni migratori. Con un’intensità

alla paura della morte, il calcolo politico conduce alla

variabile, siamo di fronte ad una manipolazione politica

limitazione della libertà, e quindi all’istituzione di un

della paura in chiave dispotico-propagandistica.

potere che frena le pulsioni e intimorisce gli individui con la minaccia della sanzione e il monopolio dell’uso della forza. Dall’altra, senza la capacità di reagire politicamente alla paura della morte istituendo un potere che è in grado neutralizzare il conflitto tra individui, verrebbe a mancare la condizione minima per potere esercitare la libertà stessa.

Ma risponde alla medesima logica la dinamica politica innescata dalla paura di morire a causa del Covid-19? Che si tratti di una paura fondata non vi è dubbio. Come non vi possono essere dubbi circa la capacità della pandemia di riportare alla luce, attraverso la forma originaria della paura della morte, il nesso fondativo della legittimazione moderna. Più dubbia è invece la

Ebbene, un tale duplice calcolo politico, che la paura

riconducibilità del governo politico della crisi, scaturita

della morte determina, spiega l’ambivalenza strutturale

dalla pandemia, a una logica di manipolazione della

L’ABBRACCIO

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paura. I governi hanno prevalentemente subito l’inedita

che può anche condurre alla traduzione politica

minaccia portata dal virus. Non è stata un’occasione

della protezione come atto di cura. Oggi la forza e la

per accrescere indebitamente il potere poiché la crisi

repressione non appaiono in grado di rafforzare la

prodotta da un virus, con gli effetti imprevedibili che

legittimazione del potere politico. Tale invece appare

la connotano, si è rivelata impossibile da manipolare.

la capacità, attraverso un efficiente piano vaccinale,

Le limitazioni della libertà, con alcune eccezioni (v.

di prendersi cura dei cittadini, a partire dai più fragili.

l’Ungheria), non equivalgono alla prova di forza di un

Se è vero che soltanto i vaccini possono interrompere

potere che ha approfittato della situazione per imporsi

la

con maggiore pervasività. Corrispondono invece, al di

somministrazione dei vaccini è oggi l’atto politico per

là delle diverse modalità di applicazione più o meno

antonomasia. È l’atto che legittima il potere politico

discutibili, all’unica opzione a disposizione, prima

dinanzi ai cittadini impauriti dalla prospettiva di morire

dell’arrivo dei vaccini, per far fronte ad una minaccia

a causa del Covid-19. Ma non è un atto di repressione

strutturalmente ingovernabile. Non a caso, chi esercita

o paternalistico. Si tratta di un atto collettivo che

il potere è oggi prevalentemente animato dal bisogno

presuppone cooperazione e solidarietà civiche, e quindi

politico di ripristinare il pieno esercizio delle libertà individuali.

pandemia,

è

conseguentemente

vero

che

la

la percezione del dovere individuale di vaccinarsi come scelta di natura etica. Ritorna dunque, ancora una volta,

Con la pandemia si assiste, in realtà, all’esibizione del

il carattere normativo della paura quale emozione che

nudo rapporto tra paura e protezione. Un rapporto

istituisce e orienta la politica.

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L’ABBRACCIO


La paura ai tempi del Covid di Agostino Petrillo, sociologo, professore di Sociologia Urbana al Politecnico di Milano

L

a paura ha molti volti, che mutano con il cambiare

crea le premesse del contratto sociale e, indirettamente,

dei contesti storici e sociali. Per i filosofi antichi

getta le basi della costruzione dello stato-Leviatano,

la paura è prima di tutto “anticipazione di

obbligando tutti coloro che sottoscrivono il patto a

un male”, sentimento che nasce dalla capacità di

rinunciare a una parte della loro libertà per scegliere

prefigurare un danno, di intravedere le conseguenze

di vivere in una società autoritaria, ma ordinata, che

negative di una catena di eventi. Più sottilmente Thomas

garantisce la sicurezza. Lo Stato diviene il momento

Hobbes, il grande teorico politico della paura (affermò

culminante di un processo costruttivo che ha come

che era stata l’unica grande passione della sua vita), ne

obiettivo la ricerca di protezione e di rifugio.

sottolinea anche l’ambivalenza. Infatti la paura è per un lato una anticipazione difensiva, forza che attiva un blocco di tutte le attività umane che non siano rivolte all’autoconservazione: quando predomina è tutto lo

Nella crisi sociale e culturale, oltre che politica, innescata

dalla

pandemia

ritroviamo,

variamente

combinati, tutti questi elementi.

svolgimento normale dell’esistenza a venire impedito,

Il panico che si è diffuso tra la popolazione ha generato

ne vengono destrutturate le fondamenta; dall’altro

allo stesso tempo comportamenti di ripiegamento e di

essa è anche elemento produttivo: la “passione” della

autoprotezione: la paralisi della vita attiva e il rifugio

paura è infatti il punto di partenza per un “ragionevole”

nello hortus clausus della propria abitazione, che hanno

accordo tra gli uomini, innesca quel calcolo dei vantaggi

trovato nei provvedimenti di lock-down una sorta di

e degli svantaggi che conduce al superamento della

coronamento istituzionale. L’intero mondo della vita si è

ferocia belligerante del caotico e semi-ferino “stato di

contratto intorno alla dimensione domestica. Le attività

natura”. La paura produce rapporti nuovi tra gli uomini,

di “prima necessità’’ sono diventate la sola priorità, e i

L’ABBRACCIO

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luoghi in cui queste venivano espletate hanno per molti

di panico incontrollato non ha risparmiato neppure

mesi rappresentato gli unici spazi reali dell’incontro.

l’informazione, i media, tanto i vecchi che i nuovi, in cui

Trionfo della passeggiata al supermercato, del giretto in

i timori individuali hanno trovato espressione collettiva.

farmacia. Tutto ha gravitato a lungo intorno al privato,

E’ stato giustamente detto che la pandemia si è

mentre dileguava la dimensione collettiva della città,

trasformata in infodemia...

La casa è assurta a una inedita centralità, è divenuta lo spazio in cui per gli eremiti di massa, come li chiamava il filosofo Guenter Anders, si coniugano telelavoro e malata socialità elettronica: smartworking e networked disease. Con improvvisa accelerazione la produzione, sempre meno materiale e sempre più immateriale, si è dipanata attraverso una infinità di luoghi privati, in cui si sovrappongono le funzioni storiche della residenza e dell’ufficio. La ritirata dalle relazioni a largo raggio si è così trasformata nell’incubo di una quotidianità semicarceraria, mentre si profilava un cambio epocale dei rapporti di lavoro, dei flussi di trasporto e della vivibilità delle città. Non si è trattato solo di un problema dei singoli, l’ondata

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L’ABBRACCIO

I social media messi alla prova dal virus si sono rivelati ben poca cosa. Invece di fungere da strumenti di informazione “alternativa” dal basso, hanno diffuso confusione e notizie false, alimentando i timori, le ipotesi e le speranze più strampalati. Nei giorni in cui infuriava il Covid-19 abbiamo visto circolare le fantasie più malate, ricomparire complotti e congiure, esaltare panacee e farmaci miracolosi, apparire un intero repertorio di guaritori, sciamani e dubbie figure salvifiche. Abbiamo tristemente dovuto constatare che la dimestichezza con le tecnologie avanzate non immunizza da timori medievali e dal risorgere dei millenarismi. Ma non ne è uscito bene nemmeno il giornalismo mainstream, che ha mostrato tutta la sua soggezione ai poteri politici


e scientifici. Terminologia tecnica usata a casaccio,

strada, di chi non aveva nulla da mettere in tavola, ha

balbettio retorico, culto superstizioso degli “esperti”,

richiamato l’attenzione sul crescere della popolazione

atteggiamento

in difficoltà. E’ emersa una consapevolezza nuova della

apotropaico

che

mascherava

una

sostanziale incomprensione degli eventi. Fin qui tutta la debacle descritta rientra nello schema della confusa difesa e della protezione anticipativa, cui non possono certo sfuggire componenti irrazionali. Eppure, come aveva genialmente compreso Thomas Hobbes, c’è stato anche altro: il mondo del Coronavirus è stato, sorprendentemente, anche capace di produrre forme inedite di socialità. Sopravvissute e riscoperte

necessità di una soluzione collettiva del problema della sicurezza e della salute, di una soluzione che guardi alla cooperazione e al bene comune. Improvvisamente sono tornate attuali e vive le parole di un intellettuale del secondo dopoguerra come Danilo Dolci: “nessuno si salva da solo”. Per sopravvivere bisogna agire insieme, uscire dalla sfera della propria autarchica dimensione domestica.

sono ricomparse e hanno ripreso forza le deboli reti

Le pratiche di timorosa autodifesa individuale hanno

sociali del vicinato e della parentela. Rovesciando la

così subito una sorta di allargamento, di estensione,

prospettiva dell’egoismo e dell’autoisolamento, si sono

finendo per proporre idee diverse di convivenza, e

fatte strada anche forme inedite di solidarietà. Una

abbozzando a grandi linee una sorta di progetto sociale

solidarietà che più che essere diretta a contrastare

nuovo.

il virus si è orientata a colmare vuoti lasciati dalla

Il sociologo tedesco Ulrich Beck, scomparso qualche

mancanza di organizzazione istituzionale, e a cercare

anno fa, aveva messo in luce in un suo lavoro classico

di compensare le nuove drammatiche disuguaglianze

dedicato alla Società del rischio come l’ultima forma

che nel corso della crisi si andavano scavando tra chi

di comunità che la modernità riflessiva propone sia

possiede risorse e chi ne è privo, tra chi ha il posto

quella della “comunanza indotta dalla paura”, ma

fisso e chi è precario, tra chi ha possibilità di muoversi e chi è bloccato in casa, tra ceto medio e proletariato dei servizi, tra chi lavora in officina e chi fa lavoro impiegatizio, tra migranti e autoctoni, tra uomini e donne.

hobbesianamente forse proprio da questa comunanza si può ripartire per pensare un futuro migliore. E non necessariamente nella direzione del Leviatano... Dalle rovine della società neo-liberale,di cui la pandemia ha mostrato tutti i limiti, può forse faticosamente

Un associazionismo vecchio e nuovo è sceso in campo

e “ragionevolmente” nascere una modalità di vita

e si è occupato di chi era stato messo in mezzo alla

associata nuova e meno ingiusta.

L’ABBRACCIO

13


La pagliuzza e la trave di Paolo Legrenzi, psicologo, professore emerito di Psicologia Università Ca’ Foscari–Venezia e Presidente del comitato scientifico di X-ITE, centro di ricerca LUISS

N

el Vangelo secondo Luca: “Perché guardi la

Sassonia incaricò i funzionari e il teologo Selnekker di

pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello

preparare speciali preghiere liturgiche da recitare in

e non ti accorgi della trave che è nel tuo

ogni parrocchia. I flagelli persistenti e sempre presenti,

occhio?”. Recenti esperimenti condotti da scienziati

come le morti di neonati e bambini, erano dati per

cognitivi delle Università di Harvard e del MIT hanno

scontati e non facevano paura.

dimostrato la saggezza di questa domanda retorica che allude all’imperativo del “Discorso della pianura”: “Non giudicate e non sarete giudicati”. La storia parte da lontano. Jean Delumeau, nel suo erudito “La paura in Occidente” (Saggiatore, 2018), mostra come, secoli fa, gli eventi temuti erano quelli improvvisi e impressionanti. Si aveva paura dell’insolito e delle sue conseguenze reali o, più spesso, immaginarie. Un tipico esempio è la comparsa delle

Le cose cambiano per sempre nel 1622. Londra, ferita dalla peste, decide nel 1603 di pubblicare i registri con nati, morti, cause delle morti.

John Graunt,

commerciante inventivo e geniale, studia i dati e inventa la “speranza di vita”. Consideriamo 100 neonati: quanti arrivano a vivere sino a 6 anni? 64. Quanti a 16? 40. E la sequenza continua: a 26, 25; a 36, 16; a 46, 10; a 56, 6; a 66, 3; a 76 solo uno. Un londinese aveva 10 probabilità

comete: “… gli uomini di Chiesa non si lasciarono

su 100 di arrivare a 46 anni e una sola di arrivare a

sfuggire l’occasione di questi segni celesti per indurre

76. Graunt intuisce un criterio generale per mettere in

i cristiani alla penitenza con l’annuncio di prossimi

relazione la speranza di vita di una popolazione con il

castighi”. Non c’era malafede. Tutti condividevano le

timore di morire di un singolo. Da questa idea a quella

stesse paure, potenti uomini di Chiesa e regnanti. In

di registrare frequenze e costi di eventuali guai il passo

occasione della cometa del 1577, l’elettore Augusto di

è breve e nascono le assicurazioni.

14

L’ABBRACCIO


Le assicurazioni divennero molto importanti per il commercio mondiale allora esercitato prevalentemente dai britannici. La raccolta delle informazioni all’inizio era informale. Chi tornava a Londra andava al caffè di Edward Lloyd in Tower Street e raccontava come erano andati i suoi viaggi. Lloyd ebbe l’idea di pubblicare regolarmente un bollettino con i guai successi su tutte le rotte, la loro frequenza e entità. L’intuizione di John Graunt sfociò in una sorta di misura statistica dei danni degli eventi paurosi. Per la prima volta nella storia dell’umanità i timori per l’incertezza del futuro si trasformarono in rischi calcolabili. Avremmo allora potuto supporre che i timori dei singoli individui si sarebbero adeguati alla misura dei rischi oggettivi perché molti pericoli erano stati valutati, calcolati, ridimensionati e resi inoffensivi tramite le assicurazioni. Questo adeguamento non avvenne. Molte delle antiche paure furono rimpiazzate da nuovi timori e gli uomini di Chiesa sostituiti da nuove confraternite. Le paure non scomparvero perché l’architettura del cervello si era adattata ai modi di vita atavici. Questi avevano selezionato meccanismi mentali adatti a decisioni immediate con orizzonti temporali brevissimi. Alle prese con la modernità dei media e della rete il nostro cervello produce un aumento e non una diminuzione della distanza tra paure soggettive e frequenze oggettive dei pericoli. I rischi di fenomeni impressionanti e improvvisi, come secoli fa le comete e le epidemie, sono molto sopravvalutati (terrorismo e criminalità). I rischi che lavorano sotto traccia sono sottovalutati perché non ne vediamo né sentiamo gli

stesso modo. L’etica impone di comportarci in modi uguali nei confronti delle persone che si comportano in modo uguale. Si tratta di un principio giustificato dai filosofi e presente nelle costituzioni di più di 150 paesi. Quando vi domandano il sesso di un chirurgo, se non lo conoscete, è morale dire: non so. Immorale

effetti (riscaldamento globale e malattie cardiache).

dire: maschio. Con questo tipo di risposte “morali” è

Le emozioni vanno a ruota, sempre sbagliate per

d’accordo più del 90% delle persone interrogate.

eccesso o per difetto. Chi è preda di paure sbagliate

Gli esperimenti mostrano però che le stesse persone,

finisce spesso per esserlo anche di pseudo-teorie che le

quando sono loro a essere in gioco, si rifanno alle

razionalizzano.

frequenze statistiche. In questo caso ci si comporta

Gli esperimenti degli scienziati di Harvard e del

trascurando le minoranze e i giudizi personali cozzano

MIT spostano la questione sul piano dell’etica. E’

contro il principio ugualitario. Di qui una scissione

moralmente corretto giudicare ricorrendo sempre al

profonda tra i nostri comportamenti e i valori che

criterio probabilistico di Graunt?

vorremmo fossero universali.

Dopo un’operazione provate a chiedere se il chirurgo

Non è facile correggere queste distorsioni perché non

era donna o uomo. E’ vero che tra i chirurghi ci sono

affiorano mai alla coscienza. Le scopriamo solo con

più uomini che donne. Sulla base delle statistiche

l’aiuto di procedure sperimentali ingegnose. Ecco come

potreste rispondere: “Probabilmente era un uomo”. I

mai le persone tendono a vedere il fuscello negli occhi

più giudicano questa risposta scorretta, discriminatoria

altrui e a trascurare la trave che li acceca. Purtroppo

e immorale. Pensano che il sesso del chirurgo sia

non abbiamo strumenti per guarire questa presbiopia,

irrilevante perché una donna o un uomo operano nello

se non la pietà cristiana e i moniti evangelici.

L’ABBRACCIO

15


Non aver paura della paura. di Luciano Peirone, Psicoterapeuta, già docente di Psicologia Clinica e della Salute-Benessere all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e Università di Brescia.

V

iviamo in tempi caratterizzati dalla paura. L’inizio

Basta citare inoltre il fenomeno della pandemia

del Terzo Millennio forse non è il peggiore

CoViD-19, che da un anno e mezzo imperversa

periodo nella storia materiale dell’umanità,

sconvolgendo il mondo intero, stravolgendo e rendendo

ma sicuramente è quello più soggetto a tensioni che

fortemente negativa la mitica parola “globalizzazione”,

sottilmente e subdolamente “corrodono” la mente,

con la presenza di un virus invisibile, intangibile, un

l’anima, lo spirito, ovvero la parte immateriale della

alieno giunto da chissà dove (si veda l’ebook gratuito

nostra esistenza.

“Nuovo coronavirus e resilienza”, editato da Anthropos).

Gli esseri umani si muovono spesso insicuri e smarriti: una civiltà sempre più “liquida” (o addirittura “gassosa”, nella sua volatile precarietà) da un lato ci blandisce e ci

“Una persona qualsiasi e in qualsiasi momento mi potrebbe contagiare”. Come si fa a non avere una legittima paura preventiva?

illude facendoci credere, almeno nel ricco Occidente, di

Basta infine citare la perenne turbolenza di stati e

essere “i padroni del mondo e della nostra vita”, mentre

comunità sempre in bilico fra stabilità e crisi politiche,

dall’altro lato, talvolta, all’improvviso, ci precipita in un

dove la violenza cieca e gratuita trova facile terreno

magmatico baratro che smonta le nostre fragili certezze.

su cui germogliare, svelando il lato peggiore della

Negli ultimi vent’anni abbiamo visto (e continuiamo a vedere) la precarietà alla quale siamo sottoposti. Basta citare il fenomeno del terrorismo, che dal 2001 ha smantellato il mito di un mondo pacificato, scopertosi invece esposto alla forte imprevedibilità di microeventi tipicamente umani (si veda l’ebook gratuito “La vita ai tempi del terrorismo”, editato dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte). “Un perfetto sconosciuto, in

cosiddetta “umanità”. “Lavoro o viaggio in questo paese che non è il mio e disordini o guerriglie che non mi riguardano mi potrebbero colpire”. Come si fa a non avere una legittima paura preventiva? Come può, in tali circostanze, non esistere la paura, forse la più grezza e primordiale delle emozioni? Come si può, in particolare, frenare la sempre possibile escalation “paura, ansia, panico, angoscia, terrore”?

base a credenze religiose o presunte tali, mi potrebbe

Bisogna conoscere il senso della paura, conoscerne le

accoltellare per strada”. Come si fa a non avere una

radici, conoscerne il confine fra “buon utilizzo e cattivo

legittima paura preventiva?

utilizzo di fronte ad un pericolo”.

16

L’ABBRACCIO


la inquietante consapevolezza della paura può illuminare il cammino verso la soluzione dei problemi. Il coraggio, quello autentico, costituisce la “giusta e saggia via di mezzo” fra paura e temerarietà. La paura la si supera con il coraggio ma ne costituisce il punto di partenza. La psiche dell’individuo, resa consapevole di sé e rafforzata mediante opportune tecniche specialistiche, può contribuire ad imparare a gestire correttamente e proficuamente la paura. La psicologia, quale scienza e quale forma mentis quotidiana, aiuta a sviluppare e a far crescere l’individuo, la coppia, la famiglia, la comunità, la società. Occorre costruire una sana e salutare “cultura della paura”, incentrata sul chiarimento del fenomeno: la paura può essere sia un problema sia una risorsa. Occorre quindi andare ben al di là di irrazionali e primitive reazioni emotive e comportamentali che ne limitano il significato. Bisogna tamponare le facili derive della paura lungo ulteriori “vissuti negativi” quali la frustrazione, la delusione,

il

pessimismo,

la

sindrome

ansioso-

depressiva, il rancore, la rabbia, l’ira, la vergogna, il senso di colpa, il pregiudizio, la diffidenza, l’intolleranza, Bisogna capire che la paura innesca, quasi in un attimo in situazioni di shock, importanti reazioni per la sopravvivenza individuale: come l’allontanamento/ fuga (“flight”), la paralisi/mimetizzazione (“freeze”), il combattimento (“fight”). E che può generare pure, per lungo e cronico tempo, condizioni psicofisiche di usura (ad esempio il PTSD, disturbo da stress posttraumatico). Bisogna imparare a discriminare fra paura razionale e paura irrazionale, fra paura fisiologica e paura patologica. Non c’è solo la negatività, c’è anche la positività. Risuonano ancora le incoraggianti parole di Papa Wojtyla: “Non abbiate paura!”, intendendo la paura che frena e paralizza, mentre invece essa funziona giustamente quale meccanismo di difesa, rendendo visibile e affrontabile il pericolo, il rischio, il nemico (non importa di quale natura esso sia). A proposito di coraggio, è assai importante ribadire quanto afferma Aristotele nel porre la paura nel giusto contesto: egli distingue fra temerarietà e coraggio, ritenendo quest’ultimo un’equilibrata posizione fra l’atteggiamento temerario e la paura. La persona temeraria sembra coraggiosa, ma in realtà non lo è, in

l’odio, etc. La paura va comunque affrontata, meglio ancora se con l’aiuto di positive emozioni (e relativi comportamenti/ azioni):

sensibilità,

autostima,

fiducia,

conforto,

compassione, rassicurazione, benevolenza, solidarietà, empatia,

etc.

Soprattutto

ricorrendo

alla

“calma

interiore profonda”, quella serenità d’animo capace di porre le basi per l’equilibrio armonico all’interno di una identità matura e sicura. Vincere la paura. Sfruttare la paura. Non farsi travolgere dalla paura ma avvertirla, percepirla, valutarne le caratteristiche e l’intensità, accettarla (e non subirla!), per poterla infine superare. È una questione di adattamento. Di adattamento e

superamento

nei

confronti

di

una

situazione

sicuramente ansiogena, ma altrettanto sicuramente da gestire con creatività, inventando soluzioni forse sino a quel momento impensate/impensabili. Come si suol dire: gettare il cuore oltre l’ostacolo. Modificare se stessi, rinnovandosi e innovando gli stili di vita e le strategie esistenziali. Metabolizzare la paura. Come si dice in psicoanalisi: “elaborare” la paura, lavorandoci “sopra e dentro”.

quanto nega la paura e, così facendo, non vede e non

In conclusione, è indispensabile “non avere paura della

comprende il pericolo: rischia alla cieca, mentre invece

paura”.

L’ABBRACCIO

17


Psichiatra e madre ansiosa di Paola Ottenga, psichiatra, responsabile CEIS Genova della Comunità Terapeutica Residenziale “Castore e Polluce” di Trasta (Genova)

L

avoro nella struttura per Doppia Diagnosi

spazi, ma soprattutto sono spaventati dal dover iniziare

del Centro di Solidarietà di Genova da quasi

ad affrontare un percorso durante il quale dovranno

quattordici anni e ho due figli. Tutte le mattine

affrontare quei problemi che li hanno portati ad avere

quando li vedo uscire per andare a scuola sospiro

bisogno di una sosta in un luogo protetto, dovranno

pensando a cosa potranno incontrare oggi sulla loro

aprirsi,

strada. O magari domani o il mese prossimo. Ho paura

cura di sé, riallacciare rapporti sfilacciati con famiglie

per loro, che dovranno ritagliarsi un posto in un mondo

stanche. Il mio lavoro consiste solo parzialmente nella

sempre più incerto.

Tengo a bada l’ansia pensando

prescrizione di farmaci. Il vero lavoro è costruire una

che sono intelligenti, hanno buone risorse e possono

relazione di fiducia, tranquillizzando e rassicurando chi

Poi vado al lavoro e incontro altre paure. Fra i miei

ricominciare

a

prendersi

ragazzi

anche

se

svaniscono, le consapevolezze si acuiscono, le emozioni tornano vive e spesso sono dolorose. Perché passata

cinquant’anni) qualcuno incomincerà oggi il percorso

la fase di iniziale adattamento le paure diventano altre,

in comunità e entra spaventato. Tutti all’ingresso sono

la paura di non farcela, di ricadere nell’uso, la paura di

spaventati: dall’ambiente nuovo, dal doversi relazionare

non riuscire ad affrontare quelle emozioni che prima

con un gruppo già esistente condividendo tempi e

era così facile annebbiare e che adesso tornano feroci

L’ABBRACCIO

sempre

emergono mano a mano che gli effetti della sostanza

hanno

18

(sono

affidarsi,

entra oggi per la prima volta e affrontando le paure che

contare su di me.

ragazzi

fidarsi,


a mordere l’animo, la paura di non riuscire a ricostruirsi un’esistenza integrata mettendo a posto tutta la burocrazia lasciata indietro o la paura di aver trascurato troppo la propria salute e di essere malati. Anche il rapporto con i familiari non è semplice. Gli agiti e i litigi che era stato così facile dimenticare o sminuire tornano crudelmente alla memoria e ci vuole coraggio per riaffrontare parenti feriti, a volte vessati e maltrattati e ricostruire con loro un rapporto nuovo man mano che il percorso prosegue. Ma la paura più grande è forse quella dei ragazzi che stanno ultimando il programma. Escono in autonomia dalla struttura e sono pienamente responsabili di quanto faranno e di quello che incontreranno a tutti gli angoli delle strade. Devono occuparsi delle pratiche burocratiche, delle prenotazioni per i controlli sanitari, inventarsi un futuro, un luogo dove andare a vivere alla fine del percorso, una routine che funzioni e li tuteli con una nuova rete sociale. Abbandonare un luogo sicuro come la comunità, anche se spesso è vissuta come oppressiva, vuol dire cavarsela da soli, senza l’appoggio dei compagni e il conforto di un operatore a cui rivolgersi in un momento di insicurezza. Cerco di accogliere queste paure, di affrontarle con loro, di non lasciare che diventino mostri scompaginanti e paralizzanti specie in questa fase di reinserimento nella società. Cerco di sdrammatizzare nei momenti bui, li sostengo, li invito alla calma e alla pazienza ma anche alla razionalizzazione dei problemi in modo che imparino di nuovo a muoversi sempre con maggiore sicurezza in autonomia. Li guardo un po’ come guardo i miei figli la mattina, quando escono per andare a scuola. Forse incontreranno difficoltà, tentazioni, cose belle e cose dolorose, ma ho fiducia nelle loro risorse

vivere e affrontare le paure dei miei ragazzi mi abbia

e in quello che hanno costruito e so che riconoscono

aiutato a vivere e affrontare le mie paure, a quanto

la comunità come un posto buono, in cui, in caso di rovesci della fortuna, si può sempre ritornare, dove c’è un’equipe che li accoglie e li supporta. Questo vale per la struttura per Doppia Diagnosi dove al problema con la sostanza si sovrappone la criticità psichiatrica, ma certamente si può estendere a tutte le strutture del Centro di Solidarietà che trattano il

questo lavoro mi insegni, ogni giorno cose nuove, strategie nuove per tenere a bada le ansie inutili e per affrontare con calma, lucidità e quando riesco con senso dell’umorismo le vere situazioni critiche. La paura fa parte della vita, ci aiuta a tutelarci da ciò che può nuocere ma non deve paralizzarci e cristallizzarci in

problema della dipendenza, seppure con risorse e

circoli viziosi, deve spingerci in avanti vincendo poco a

strumenti diversi.

poco le nostre debolezze.

Torno a casa alla sera e guardo i miei figli che sembrano

Forse stanotte dormirò tranquilla e domani sarò pronta

sereni. Penso alla mia giornata di lavoro e anch’io mi

ad affrontare una nuova giornata, come psichiatra e

sento quasi sempre abbastanza serena. Penso a quanto

come madre ansiosa….

L’ABBRACCIO

19


SOSTIENI IL CEIS GENOVA Con il tuo contributo potremo portare avanti i progetti di agricoltura sociale, finanziare le attività sportive per le comunità di minori, potremo finanziare progetti di reinserimento lavorativo e sviluppare campagne di prevenzione. COME PUOI SOSTENERCI Tramite Bonifico Bancario presso Banca Prossima S.p.A. Iban IT85 B033 5901 6001 0000 0007 632 Tramite Donazione on line collegandoti all’ indirizzo www.ceisge.org/ceis-genova-sostienici oppure Devolvi il tuo 5x1000 a Fondazione Centro di Solidarietà Bianca Costa Bozzo Onlus C.F. 95080550106

L’ECCELLENZA ITALIANA DEL COLORE www.gruppoboero.it 20

L’ABBRACCIO


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