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Giornalino Trasta MARZO 2021

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N.ro 41 - MARZO 2021

LE FOGLIE DI TRASTA

TRIMESTRALE VOCE DELLA COMUNITÀ DI TRASTA - CEIS GENOVA


EDITORIALE Cari Lettori, trattiamo in questo numero de Le foglie di Trasta il tema della povertà e le sue molteplici sfaccet-tature. Eravamo certi che il consueto brainstorming che precede la redazione degli articoli ci avrebbe condotto, per lo più, verso i bambini coi ventri gonfi dei villaggi africani, i meniños de rua delle favelas brasiliane, le navi colme di migranti in viaggio o i senzatetto che dormono sulle pan-chine mentre attorno il mondo scorre. Invece, benché sia stata discussa la povertà nella sua con-notazione di privazione delle risorse necessarie alla normale sussistenza, emerge da numerosi scritti dei nostri ospiti il paradosso del mondo contemporaneo: proprio nei giorni in cui la NASA lancia il rover Perseverance nello spazio interplanetario facendolo viaggiare per sette mesi e 470 milioni di km, e facendolo arrivare nel punto esatto in cui voleva che arrivasse, qui, sulla terra, vi-viamo la povertà dei rapporti umani, affetti da ansia, inclini alla depressione, ossessionati dall’immagine che di noi hanno gli altri, spinti al consumo e privi di una vita di comunità degna di questo nome. In assenza della gratificazione emotiva attingibile dal puro contatto sociale, cer-chiamo conforto negli eccessi alimentari, nello shopping compulsivo, nel gioco d’azzardo e nell’a-buso di alcol e sostanze stupefacenti che possano colmarci. In questo tempo che da un lato occulta i suoi orrori nello sfavillante e illusorio mondo degli iper-mercati, e dall’altro sfalda il legame sociale nel trionfo del capitalismo, si sente più forte il biso-gno di un’etica che ci aiuti a dare senso al vivere sociale, a vivere la responsabilità, a orientarci nelle scelte tra le tante possibilità che abbiamo di fronte. La sfida educativa nella odierna società consiste nell’affrontare una crisi strutturale dei valori e dei modelli di riferimento; siamo dunque chiamati a costruire valori etici attraverso l’educazione alla responsabilità, alla solidarietà e al senso di comunità. Con la pandemia globale abbiamo scoperto la povertà di prospettive, l’imprevedibilità del futuro. Dobbiamo fare i conti con l’incertezza che caratterizza il nostro mondo e la nostra conoscenza. L’attuale crisi – sanitaria ed economica – porta le persone a guardare al futuro con timore, con l’inevitabile conseguenza di non riuscire a traguardare sogni lontani dal qui ed ora. E come sostiene Zygmunt Bauman “quando non c’è pensiero a lungo termine, quando non ci si può aspettare di rivedersi, è difficile provare un senso di destino condiviso, un sentimento di fratellanza, un’esigenza di far fronte comune, marciare fianco a fianco o procedere tutti allo stesso passo. La solidarietà ha poche probabilità di germogliare e di mettere radici”. Ci troviamo ancora a ribadirlo: è tempo di ricominciare, di arricchirci attraverso il contatto del no-stro prossimo, di ritrovarci in comunità. Marco Ciccone (operatore della Comunità Terapeutica)

Idealizzazione e realizzazione: i ragazzi della Comunità di Trasta Direttori: Luca Pellegrini, Marco Ciccone e Federico Vulcanile Caporedattore: Alessandro Censi Buffarini Coordinatore: Giulia Mattola e Biancalice Sanna Critico e correttore di bozze: Giulia Mattola, Biancalice Sanna e Federico Vulcanile Fotografie: Giulia Mattola e Biancalice Sanna

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CONSAPEVOLEZZA Riconoscermi povera? Sì, sono stata povera! Anzi, “strapovera”, per assurdo quando i soldi mi passavano per le mani. La discordanza di questa affermazione è il ricordo di una modalità che mi ha vista usare quel denaro per acquistare sostanze, che queste fossero alcool, crack, etc… Lì, ero povera di ragione e di sentimento, di attenzione verso di me, principalmente. Riconoscermi meno povera? Sì, oggi mi accorgo di quanto la mia voglia di vita mi faccia una persona più ricca di chi ostenta il suo avere e con questo crea la vera povertà! Quale? Quella d’animo… L.C.

DENTRO DI NOI

Il tema della povertà è un qualcosa che ha determinato la mia vita, fino a soccombere a difficoltà economiche e di conseguenza sociali, le quali rischiavano di destabilizzare il mio mondo, che a suo tempo, devo riconoscerlo, era già molto ricco di piccole attenzioni e particolari preziosi, colori ed emozioni pure anche nella sofferenza. Ho preso decisioni discutibili che fra tutte le ricchezze mi hanno privato della libertà e, di conseguenza, di tutto il resto. Questa è una vera povertà, nudo ma carico di emozioni che fatico ad esprimere, che custodisco gelosamente dentro, trattengo il respiro finché non potrò nuovamente vivere. In questo periodo di pandemia, forse, a parte il grandissimo disagio di non poter vedere le persone a me care in base a colori di allerta che dipingono il nostro tempo, non vivendo una quotidianità esterna non riesco bene a rendermi conto con i miei occhi di questo disagio. Lo percepisco nei rimandi fatti dall’esterno, e in questi vedo la privazione di gesti quotidiani essenziali per strutturare la vita anche con le semplici cose. La ricchezza la trovavo negli occhi di mia figlia mentre danzava con il suo sorriso raggiante, ora non balla più perché va in esaurimento a seguire le lezioni, nonostante fossa dotata, avendo lei conseguito addirittura una borsa di studio a Roma: mai sfruttata. Senza parlare poi delle problematiche nel coltivare rapporti sani ed educativi con i suoi compagni coetanei. Il virus ci ha colpiti da molto vicino: sia mia moglie che mia figlia sono dovute stare in quarantena andando incontro ad un disastro economico nel quale, anche lì, poco potevo farci. Se non è povertà questa! Un pensiero fisso va al lavoro: non dimentichiamo le milioni attività che hanno chiuso i battenti. Siamo in Italia, per me un ulteriore fonte di sfiducia. Quello lo si vede rimarcato alla televisione. Insomma, con la speranza che tutto torni alla normalità conserviamo dentro di noi la ricchezza più grande: la vita. E non è una cosa scontata rendersene conto. La ricchezza più grande, non dimentichiamolo, è dentro di noi: amore, gioia, condivisione, partecipazione. S.P.

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LA POVERTÀ NEL PROFONDO Ci sono molti modi di interpretare la parola “povertà”, tra questi ed altri io penso al fatto che puoi essere ricco economicamente ma povero di sentimenti. Ricco di sentimenti ma povero economicamente. Penso a: la povertà di non conoscere e la ricchezza dell’intelletto. La povertà come arma di distruzione. La povertà ambientale per la quale se sei ricco non puoi farci niente se non fare beneficienza. Per due motivi: A) Per non avere rimorsi di coscienza, B) Perché dimostreresti attenzione per il prossimo. Come citavo prima la povertà c’è. Ce la portano con le guerre o con la giustizia. La povertà è aver cura che le persone non siano egoiste ma far modo che collaborino senza sporcarsi le mani. Non perché si è economicamente ricchi ma personalmente essere ricchi è dentro e nel profondo in modo che possa aiutare il prossimo. A.M

IO PERSONALMENTE SPERO La povertà in questo periodo di Covid ha sicuramente toccato molte fasce di popolazione che vanno dai commercianti, agli artigiani, ai lavoratori autonomi… Fortunatamente nella mia famiglia non si è avvertita molto questa fase in quanto io e mia madre siamo pensionati e mia sorella lavora da casa con il computer. Ma c’è anche un altro tipo di povertà che è quella “ideo-affettiva”: per colpa di questo Covid io non riesco a vedere la mia famiglia (mia madre e mia sorella) perché vivono in un’altra regione e quindi non possono venire a trovarmi altrimenti rischiano una multa salata. Io soffro molto per questo stato di cose perché non vedo l’ora di riabbracciarle e vederle. Penso che molta altra gente sia stata vittima di questo problema e in più si aggiunge la chiusura forzata di molte attività commerciali che ha mandato molta gente sotto la soglia di povertà. Io personalmente spero che questo stato di cose prima o poi finisca. Adesso con i vaccini speriamo che le cose migliorino perché peggio di così proprio non può andare. D.O.

LA MIA RICCHEZZA

Nel mondo esistono diversi tipi di povertà, la più comune è la povertà materiale che sarebbe quella che l’essere umano ha dato vita creando il dio denaro; l’altra invece è quella che ognuno di noi prova interiormente. Le mie emozioni e i sentimenti a me rendono ricco. A.Z.

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RABBIA A prescindere dal fatto che io non ho mai creduto a questa “improvvisa” pandemia, nel senso che io penso che sia stata tutta un’esasperazione mediatica, al fine di cosa? Di terrorizzare le persone al punto di portarle all’esasperazione impedendo ai bambini di andare a scuola, ai commercianti di poter esercitare nel loro settore facendoli uscire di testa con continui provvedimenti allucinanti: apri, chiudi, orari normali, orari ridotti, distanze di sicurezza, bibite e cibi consumati fuori dai locali come fossimo dei barboni con la lebbra, gente che gira con mascherina guanti come fantasmi impauriti della loro stessa ombra... A Natale le famiglie non hanno nemmeno potuto festeggiare con amici o i propri cari solo perché abitavano fuori dal Comune, a volte solo per un paio di km al massimo: assurdo! Davanti ai negozi gente in coda per ore appiccicate uno all’altro litigando come se non ci fosse un domani per chi e’ arrivato primo. Tutto un controsenso! Già le persone vivevano cercando con il massimo della dignità di condurre una vita “normale”, ora sono tutti all’esaurimento nervoso perché non sanno più come fare per non colare a picco per sempre. È uno schifo! P.B.

HO PAURA

La povertà è una cosa brutta, in questo periodo di Covid-19 ho conosciuto persone che perdendo il posto di lavoro si sono tolti la vita e tra questi anche un mio caro amico che ha lasciato moglie e due figli. Anche io ho paura della povertà e penso ogni giorno cosa sarà della mia vita. Attualmente mi trovo in comunità, so che prima o poi dovrò affrontare il mondo là fuori e tutto questo mi fa paura. F.P.

NON IN ITALIA

La povertà è diffusa in quei paesi sotto-sviluppati, grazie al cielo non qui in Italia altrimenti non avremmo da mangiare G.R.

MALATTIA

La povertà intellettuale e spirituale è una malattia irreversibile che si accomuna al disagio assai peggiore della povertà economica accompagnata dall’ignoranza, avversa e inadattabile alla società civile. La psicosi e la nevrosi oggi maggior problema strutturale in osservanza alle nuove regole della tossicodipendenza da droghe o dalle dipendenze affettive che non si coniugano. S.I.

ITALIA IN CRISI Io non posso esprimere il significato di povertà perché purtroppo ho passato il mio tempo in galera, però penso, guardando il telegiornale, che parlando a livello patriottico l’Italia sia in crisi di brutto. Questo è un senso di povertà rispetto alla pandemia. Per me la povertà è esclusivamente economica. P.D.

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SEMPRE PIÙ POVERI, SEMPRE PIÙ CHIUSI In questo periodo di pandemia, c’è tanta gente che sta perdendo il lavoro, di conseguenza non girano più soldi, la gente non riesce a pagare l’affitto e a comprare da mangiare. La gente ha anche tanta paura a farsi avvicinare, anche solo per dare un’informazione: scappa, diventa sempre più chiusa e triste, non riesce più ad essere positiva e si fonde il cervello affidandosi in solitudine a TV, smartphone e Playstation.

N.D.R.

Già, i poveri, quei poverini, ci credono ancora quei poveretti. Mai mischiarsi con loro, meglio porre subito limiti e barriere, proponendo azioni e reazioni, e piuttosto entrarci in frizione, ma poveri, no, mai! Magari poveretti, o forse poverini, ma che dico poveracci!! ma solo per poco, giusto il tempo di guadagnarsi nuovi destini e pochi stracci. Privi, privati, poveri, provati, si, li riconoscevo, erano privi di qualcosa, tante, troppe cose, privati di poter essere…. essere liberi, a proprio agio , sollevati, direi, dalla consapevolezza di essere di passaggio. Privi della possibilità di sognare di arrivare lì, o comunque un po’ più in là, privi di forze (anche dell’ordine) privati persino dell’angelo custode. E ora, cascati giù per terra, con il mondo che gira e ti rigira, occhi e cuori gretti, poveri in tutto incrociano poveri cuori e poveri occhi ricchi di lacrime, carichi d’ansia, zeppi di niente. Ricco, ricchissimo il contagio, opulenza massima per le malattie e per le pandemie. Poveri noi, poveri voi, poveri tutti…….giù per terra.

S.F.

DA POVERO A POVERO

POVERO MA RICCO In questo tempo la pandemia penso che stia rovinando molte famiglie, ma “loro”, in senso di società sono già arrivati dove volevano, facendo sparire il denaro: i soldi spariranno e ci sarà solo l’utilizzo di carte di credito per sopravvivere. La povertà bisognerebbe identificarla nelle relazioni, emozioni, perdita di valori e sani principi, questo perché non permette di vivere una vita tollerabile, quindi incapaci di dare affetto, emozioni ed altre cose belle. Io sono molto fortunato, molto ricco in questo, anche se poveretto, ma nella povertà vivo da Re e meglio di tanti altri, e lo riconosco. A codesta pandemia sinceramente non voglio darla vinta perché ho tanto da dare: amore, emozioni ed affetti, dando lo stesso le giuste emozioni a chi amo e a chi ho di fronte a me, cercando di dare tutto ciò che c’è di cui l’altro ha bisogno, anche solamente con una semplice lettera. M.C.

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I MANGIATORI DI PATATE Parlando di povertà mi viene in mente un quadro di Van Gogh, “I mangiatori di patate”, un dipinto che rappresenta un gruppo di contadini riuniti intorno a un tavolo intenti a sbucciare delle patate, appunto. Le patate, il cibo povero per eccellenza, per molto tempo unico alimento disponibile a sfamare le bocche della povera gente di un passato non troppo lontano. Poveri, sì, ma dipende da come contestualizziamo questo termine, se lo affianchiamo allo stato d’animo di queste persone forse possiamo ragionare in maniera diversa e scoprire che non erano così povere rispetto a tutti noi che viviamo in questo periodo storico. Siamo così sicuri di essere più felici di persone che umilmente e con fatica combattono quotidianamente per sfamare le bocche dei propri cari? Forse, anzi sicuramente, non è una vita facile oggi siamo abituati ad avere tutto e subito, a risolvere tutto con un click, ma siamo davvero felici? Trovarsi intorno ad un tavolo e non avere niente da condividere perché si è anestetizzati dalla tecnologia, ci rende felici? La tecnologia spesso la utilizziamo per pigrizia, per non faticare, per avere una felicità immediata, talmente rapida da svanire subito ed avere bisogno di avere una nuova gratificazione, veloce come un like. Scappiamo dalle fatiche, ci rifugiamo nelle scorciatoie, dimentichiamo la felicità, le gioie da conquistare, ci riempiamo di stereotipi che ci vengono imposti e non ci bastiamo mai. E i mangiatori di patate? Soffrono, faticano, non hanno una vita agiata ma, a fine giornata, sono lì tutti insieme riuniti a sbucciare patate, parlando e sorridendo delle difficoltà della vita: tutti hanno qualcosa da dire. I mangiatori di patate non si sa che si dicessero tra loro, ma io me li immagino così: sorridenti, stanchi ed orgogliosi. Non gli serve un like, gli basta essere se stessi per essere felici. G.T.

MI SPAVENTAVA LA POVERTA’

Ricordo che da bambino mi spaventava molto la povertà, quando giravo per la città con i miei genitori e vedevo le persone chiedere l’elemosina e provavo tanta compassione per loro. Poi mio papà tirava fuori il portafoglio e gli donava una monetina. Mi ricordo molto bene questa mia fobia: avevo paura che io e i miei genitori diventassimo poveri e finissimo in mezzo alla strada. Quando mio papà diceva che una cosa non potevamo permettercela perché i soldi a disposizione non erano molti io ci rimanevo tanto male ma nonostante tutto e soprattutto nella mia infanzia non mi fecero mai mancare niente e hanno sempre cercato di insegnarmi il valore dei soldi. Poi io sono cresciuto e ho intrapreso la strada sbagliata e per l’età che avevo mi passavano tanti soldi per le mani che mi sputtanavo in poco tempo per cazzate, però mi ricordo bene quando vedevo un senzatetto chiedere l’elemosina: mi veniva quella sensazione che provavo da bambino e allora prendevo 50 euro o 100 e glieli donavo le volte che potevo permettermelo, che avevo un po’ di soldi in tasca. Poi ho conosciuto la droga e con il passare del tempo non avevo più la testa per fare i soldi come li facevo. Comunque saltavano fuori denunce e casini, così i miei genitori avendo paura che continuassi a fare cazzate hanno iniziato a darmi parecchi soldi per non farmi andare a rubare, però con la droga e la vita che ti piace i soldi non sono mai abbastanza e io continuavo a rubare. Purtroppo non ero lucido e la cocaina non ti fa rendere conto di nulla, nemmeno dei soldi che spendi. Poi un giorno mi hanno arrestato e dopo del tempo che non usavo sostanze mi sono reso conto del danno economico fatto alla mia famiglia. Gli ho fatto un grande danno economico, giorno dopo giorno, senza nemmeno rendermene conto e questo mi fa stare malissimo. Li ho resi poveri: li ho quasi messi nella situazione di cui avevo tanta paura da bambino. Ma quando sei tossico non ti importa di niente, solo della sostanza e non dei danni che stai facendo. Comunque ritengo che ci siano persone povere, senza soldi né beni materiali ma che sono ricche dentro, persone con tanti valori. Mentre ci sono persone ricche ma che dentro sono povere, non hanno valori. Ecco, io provo più compassione per questo secondo tipo di persone. N.O. 7


SIAMO GIA’ POVERI E PIU’ POVERI TORNEREMO Buongiorno, mi chiamo M., in questi tempi il Covid mi ha distrutto in tutto!! Il lavoro: prima di entrare in comunità, ultimamente, lavoravo per 35 euro al giorno, aiutando mio fratello a fare i traslochi, lui ha patente e io lo aiutavo a trasportare i mobili. Ma non si guadagnava molto. Con i miei precedenti penali è difficile trovare lavoro ma vi assicuro che chi mi conosce dice che ho un grande cuore, un cuore d’oro !!! (E che sono il N.1). Riguardo alle relazioni: lasciamo perdere…già da quando esistono i cellulari si sono perse le relazioni faccia a faccia. In più grazie al Covid la mia compagnia si è separata. Poi quando uno esce di galera (il sottoscritto) per aver difeso una ragazza incinta e aver preso 10 anni per tentato omicidio ritrovare di nuovo gli amici è difficile, anche perché ero io quello con la macchina ed anche un po’ il pilastro della compagnia. Poi: ci si vedeva sempre da qualche parte e adesso non si può più. P.Q.M. (per questo motivo) Io sono ancora qui a raccontarlo, ma sempre sotto pressione continua, questa pressione che ci rende nervosi, fra la gente che conosciamo e alla quale vogliamo bene. Il Covid sta straziando la mia vita e quella dei miei amici che hanno perso i genitori e tutto il resto. Maledizione a questo Covid: Vattene! Siamo già poveri e più poveri torneremo!!! M.G.

LA POVERTA’

Che cosa è la povertà? E’una situazione in cui manca benessere materiale ma anche fisico: molte persone non possono permettersi beni di prima necessità. La povertà può anche essere vista come una povertà vitale, avendo povertà di valori morali e relazionali. Non è corretto definire i poveri coloro che vivono un tempo in stato di povertà perché magari uno dei due coniugi o entrambi in tempi di pandemia hanno perso il lavoro e si trovano momentaneamente in stato di difficoltà e si rischia di circoscrivere queste persone in una categoria sbagliata. La pandemia ha provocato povertà, restrizioni, perdite di lavoro e consumi ridotti al minimo. Per aiutare i nostri giovani la speranza è che con questi vaccini la situazione migliori e si creino di nuovo posti di lavoro. G.F.

CONSAPEVOLEZZA Riconoscermi povera? Sì, sono stata povera! Anzi, “strapovera”, per assurdo quando i soldi mi passavano per le mani. La discordanza di questa affermazione è il ricordo di una modalità che mi ha vista usare quel denaro per acquistare sostanze, che queste fossero alcool, crack, etc… Lì, ero povera di ragione e di sentimento, di attenzione verso di me, principalmente. Riconoscermi meno povera? Sì, oggi mi accorgo di quanto la mia voglia di vita mi faccia una persona più ricca di chi ostenta il suo avere e con questo crea la vera povertà! Quale? Quella d’animo… L.C.

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POVERTÀ DI RISORSE Ad oggi la povertà è molto diffusa e critica. Io credo che la povertà sia più mentale che economica. Il povero è colui che non ha risorse e idee, ovvero una persona ignorante. È vero che ad oggi con questa pandemia lavoro ce n’è ben poco e, di conseguenza, economicamente la gente fa più fatica a vivere la quotidianità. C.L.B.

NON SOLO IL MALE La povertà non ha nessuna meta, è una cosa esistente dalla nascita dell’uomo. Una donna può prenderci e non lasciarci mai più, come invece, in un attimo, può cambiare tutto. Penso alla povertà d’amore, di altruismo, che è come agiamo noi nella vita nei confronti degli altri. Anche se ci cade il mondo addosso bisogna cambiare e comportarci al meglio, anche quando gli altri se non sono meritevoli della nostra gentilezza. Bisogna dare retta al cuore e qualcosa cambierà, perché non esiste solo il male: c’è per forza anche il bene, basta saperlo riconoscere M.Z.

RICORDO Ricordo quel maledetto giovedì 17 giugno 2007: mia sorella Valeria mi telefonò dicendomi che mia Mamma era mancata. Ai tempi vivevo sobrio e prestavo lavoro presso una cooperativa che lavora nel verde. Ero appena andato a vivere in una casetta sul passo dei Giovi e la abitavo insieme a colei che diventò mia moglie. Mi ero appena staccato dalla comunità e, benché povero, ero ricco di amici e spazi dove poter parlare, sfogarmi e farmi capire. Ero in borsa lavoro e la mia compagna faceva il tirocinio per divenire operatrice. Vivevamo liberi: i soldi non erano un problema, riuscivamo a vivere umilmente la nostra vita dignitosamente. Lei dalla comunità portava olio, carne, caffè e sigarette e io alle 17.00, dopo aver svolto le mie mansioni di giardinaggio andavo in un grosso magazzino di stoccaggio a fare il magazziniere. Sabato e domenica eravamo ospiti della comunità e mi piaceva portare la mia esperienza di vita ai ragazzi attenti e curiosi di come riuscivo a cavarmela fuori. Venduto l’appartamento di Mamma ho ereditato una grossa somma divisa con mia sorella. Sono ricaduto e ho perso tutto. Nonostante la mia posizione socio-lavorativa fosse migliorata avendo ottenuto un contratto a tempo indeterminato e, quindi, aver raggiunto un buono stipendio e mia moglie iniziava ad essere pagata dalla comunità, io mi chiudevo sempre più in me stesso. Non andavo più in comunità e ho smesso di lavorare, tanto i soldi non mancavano. Dico questo in quanto penso che la povertà non si calcoli solo in denaro. Io mi sentivo più ricco quando ero povero e viceversa. La povertà di ridursi da solo con la droga come unica compagna, aver tagliato tutti i rapporti sani e avere a che fare solo con spacciatori aguzzini. Ero ricco ma povero. Sapevo anche che la mia ricchezza andava pian piano perdendosi. Alla fine ero povero su tutti i fronti, anche con la merce decappottabile. Ora sono di nuovo in comunità con lo scopo di arricchirmi di buoni propositi, buon senso e motivazioni. Ora so che non sono i soldi a fare la felicità ma che anche pochi e risparmiati possono dare il via ad una vita dignitosa, ricca di progetti e responsabilità. Diciamo che questa pandemia mi ha trovato pronto a viverla bene conoscendo già le parti da curare maggiormente. Non sarò mai più ricco come a quei tempi ma neanche così povero. V.V.

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C’ERA UNA VOLTA Oggi non si ride più. Oggi non abbracciamo più. Soffocati dalle mascherine Che ci imprigionano l’espressione. La povertà bussa alla nostra porta. Che fare per reagire e stare più uniti Che fare per vincere questo covid maledetto Restare uniti e aver fede nel vaccino Questo dico tra me e me Sono la speranza e la fede che non si piegano al virus. Perciò non mollo mai, neanche alla perdita della mamma mia ho smesso di lottare con la fede e la speranza, io non mollo e non mollerò davanti alla povertà d’azione ma risponderò con un sorriso vivo e sincero. Perciò urlo Viva la vita che a me è cara e mi aggrappo al mio Dio. H.M.

NON È TEMPO DI PIANGERE La povertà è rappresentata da una carenza di risorse materiali o immateriali che siano. Essa può descrivere un suolo, un sottosuolo, un’acqua, un’aria e deve sempre essere riferita ad una qualità. Altrettanto è necessario fare quando questo attributo viene usato per valorizzare gli uomini, purtroppo essa è spesso usata per misurarne le risorse economiche. Ma quanto spesso si incontrano uomini che pur possedendo ricchezze materiali sono ammalati da una profonda povertà di spirito? Nel XXI secolo nel blocco occidentale, all’interno di uno dei paesi del G7, ha davvero senso di parlare di povertà e ghettizzazione da povertà? La soglia della povertà è sancita per legge all’interno di una soglia di reddito annuo minimo. Basta davvero questo a definirla? Esistono associazioni che offrono cibo e vestiario e altre che offrono riparo dalle intemperie e servizi di igiene personale. Dunque ci sono mezzi per far fronte con dignità all’indigenza. Dipende dalle proprie necessità, oltre che dalla propria percezione di cosa siano ricchezza e povertà. Siamo pervasi da marketing e comunicazione, da gente che passa la vita a costruirci bisogni che in realtà non abbiamo. Rimpinzarci di messaggi ridondanti che ci rimbambiscono e ci impediscono di sentire con chiarezza le nostre stesse esigenze ed emozioni. Crediamo di essere poveri se non possiamo riempirci di oggetti, se non possiamo reggere la competizione all’acquisto con altri. Tuttavia cibo, vestiti ed un tetto sulla testa ci sono per tutti, anche se non dovessimo voler lavorare. E la tessera della biblioteca è gratuita. Quindi, in realtà, per arricchirsi è sufficiente abbassare le proprie esigenze o magari proprio cambiarle? Il concetto di povertà abbiamo detto essere completamente relativo ad un valore di riferimento ed è, inoltre, totalmente soggettivo. Qualcuno è liberissimo di sentirsi ricchissimo nel vivere praticamente senza reddito monetario solo del proprio lavoro, caccia, pesca e quant’altro in un rifugio fuori dalla civiltà. E questo tipo di vita, oltre che fornirgli in quel dato momento una ricchezza per lui maggiore rispetto ad ogni altra, in quanto gli consente di vivere in comunione con sé stesso, potrebbe teoricamente

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essere puramente temporanea. A livello squisitamente teorico un domani potrebbe cambiare idea e ricollocarsi all’interno della società. (Dico “teorico” perché è tutto molto bello a parole). Teoricamente la produttività del tessuto economico raggiunta tramite la tecnologizzazione ha aumentato la produttività a sufficienza da far sì che ci siano beni e tempo per tutti. È solo questione di volontà politica. Ovviamente sempre per la medesima ragione non ci può essere lavoro per tutti, specialmente se accettiamo una competizione sfrenata sui mercati internazionali. Di nuovo: volontà politica. Quindi la creazione di un “substrato ghettizzato” di forza lavoro sottopagata è frutto di volontà politica. Il mancato sviluppo di centri per l’impiego e l’assegnazione de facto del loro mercato multimiliardario, di basilare importanza per la realizzazione dell’Art. 1 della nostra Carta Costituzionale, al settore privato, ancora una volta: una precisa scelta politica. La mancanza di un sistema scolastico di miglior qualità che aiuti i giovani ad operare con maggiore cognizione di causa le loro preziose scelte di orientamento, una migliore offerta di attività extrascolastiche, maggiori investimenti sulla formazione, sia continua che di ritorno è un’altra, ennesima, scelta politica. È dunque mia opinione che molte persone attraversino fasi della vita di povertà di diverso tipo e genere. Transitoriamente. Chi ci permane per tempi molto lunghi lo fa più o meno per scelta. Viviamo in un mondo fluido che ha subito molti cambiamenti negli ultimi trent’anni: scientifici, climatici, tecnologici. Stiamo osservando la conquista dello spazio, la desertificazione di porzioni di mondo sempre più enormi e la connessione iper-veloce di ogni individuo con ogni altro, presto anche degli oggetti. Stiamo guardando lo spazio, perché forse sappiamo che non abbiamo più di altri cento anni su questa terra per come la conosciamo. I poveri dai quali ci dobbiamo difendere sono quelli che ci bussano alle porte da tutte le parti del mondo che abbiamo affamato, spremuto come arance, cementificato. Ai quali abbiamo venduto le armi per spararsi tra fratelli, cugini, amici, vicini di casa. La tecnologia dell’iperconnettività ci consente di fare tutto senza nemmeno conoscerci. Possiamo mantenere relazioni senza nemmeno uscire di casa, nel bene e nel male. La geografia del tessuto economico-sociale è cambiata molto negli ultimi vent’anni, moltissimo negli ultimi dieci, nell’ultimo è stata messa sottosopra. Piangono i piccoli negozianti e i piccoli imprenditori: quanta gente che ha dovuto chiudere, quanti disperati per il fallimento di tanti sforzi e sacrifici si sono tolti la vita. Ora stanno un po’ meglio quelli che prima erano dei “poverini”: i porta pizze e i deliveries a domicilio, ma piangono quei grassi ed arroganti proprietari dei locali che si facevano delle belle mazzette di nero! Però piangono anche cuochi e camerieri e dipendenti in genere! È sempre il popolo a piangere di più! Il popolo non ha le cassette di sicurezza o le casseforti con le riserve a cui attingere. In compenso, il popolo è abituato a piangere e a rimboccarsi le mani. Cosa vuoi che siano questo pugnetto di morti di Covid-19? Chi ha perso un affetto si asciuga le lacrime, fa un bel respiro, ma non cambia proprio un bel niente. C’è troppo da fare! Poche balle! Nemmeno il tempo di leccarsi le ferite, subito tirare su la testa, guardare avanti verso la prossima opportunità, che andrà colta! Perché la povertà non è un’opzione se non si vuol fare il filosofo eremita. E anche se lo Stato regala qualche monetina per arrivare a fine mese e sfangarla nel momento di difficoltà, non sarà quest’obolo a risolverla. Qui bisogna mettersi testa a cuocere! Qui si vive o si muore, fino in fondo, con intensità, sempre! D.M.

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LE FOGLIE DI TRASTA


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