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Giornalino Trasta LUGLIO 2020

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N.ro 39 - LUGLIO 2020

LE FOGLIE DI TRASTA

TRIMESTRALE VOCE DELLA COMUNITÀ DI TRASTA - CEIS GENOVA


EDITORIALE Cari lettori, tra le riflessioni emerse durante la stesura di questo numero de Le Foglie di Trasta, vorrei anzitutto recuperare l’importanza che la narrazione riveste nella nostra Comunità Terapeutica. L’emergenza sanitaria che si sta consumando sotto i nostri occhi ci porta necessariamente a riflettere, e la maniera più empatica per esercitare tale nobile facoltà del pensiero, è quella di praticare quel caleidoscopico teatro di emozioni che è il racconto. Partiamo da qui, da noi raccolti in cerchio attorno al grosso tavolo del nostro salone mentre condividiamo con il nostro compagno le paure, lo sgomento, il senso di solitudine, le certezze crollate dinnanzi alle immagini del telegiornale. Raccontando di noi, narrando, invitiamo l’interlocutore ad entrare nel nostro mondo dichiarandoci disponibili a prendere contatto con il mondo di chi ascolta: accogliamo, e allo stesso tempo ci facciamo accogliere. È una lezione, questa, che traiamo agilmente dai Classici. Nel capitolo 31 de I promessi sposi c’è l’inizio di tutto: la ricerca del paziente zero, la caccia agli untori, la razzia dei beni, lo scontro tra le autorità e la sfiducia verso gli esperti in luogo dei rimedi bizzarri. Un testo, questo appena citato, del quale possiamo cogliere oggi la straordinaria modernità, e che ci fornisce suggerimenti ante litteram per non farci cadere nell’impoverimento della vita sociale e nella barbarie; ci mette in guardia dall’atavico istinto del proiettare l’invisibilità del nostro nemico sul nostro simile, rendendo nemico anch’esso. Qui siamo al sicuro, la Comunità, il rifugio che abbiamo reso casa, ci protegge dall’aggressione al nostro tessuto sociale. Mi guardo intorno, in questo cerchio, e vedo nei miei ragazzi l’«onesta brigata» di cui ci narra Boccaccio nel Decameron, quei giovani fuggiti da una città ormai inospitale per rifugiarsi in una villa di campagna, dove trascorrere il tempo fino al “cessata emergenza” allietandosi l’un l’altro, trovando la forza per andare avanti nei vicendevoli racconti. Ecco, come i dieci fiorentini, ripartiamo da qui: usiamo la prossemica del cerchio per riscoprirci “Comunità”, lasciamoci alle spalle questo affresco di Basso Medioevo per accogliere la narrazione del nostro prossimo e dirigerci verso un nuovo Rinascimento. Buona lettura. Marco Ciccone (operatore della Comunità Terapeutica)

Idealizzazione e realizzazione: i ragazzi della Comunità di Trasta Direttori: Luca Pellegrini, Marco Ciccone e Federico Vulcanile Caporedattore: Alessandro Censi Buffarini Coordinatore: Giulia Mattola e Biancalice Sanna Critico e correttore di bozze: Giulia Mattola, Biancalice Sanna e Federico Vulcanile Fotografie: Giulia Mattola e Biancalice Sanna

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COVID-19 PER TUTTI Esperienza nuova, vivere nella paura. Lottare contro qualcosa che non vedi e non conosci. Non sapere come lottare e contro chi. Paura di sbagliare e non sapere quando, se è giusto o sbagliato. Paura di perdere contro qualcosa che non vedi e non conosci. Per te, per i tuoi cari, che dico: per tutti gli esseri umani. P. G. MARZO 2020 Marzo 2020. Sono trascorsi tre mesi da quella nefasta notizia diramata dai media “Il Coronavirus - La pandemia più dannosa per l’umanità dai tempi della Spagnola” per chi ne ricorda gli effetti devastanti nei primi anni del secolo XX. E i danni li abbiamo sorprendentemente vissuti a livelli madornali; risorse preziose come le speranze di un vaccino hanno fatto e fanno vacillare ancora i nostri cuori. La dimensione collettiva con le sue sofferenze; morte delle persone a noi più care hanno dimostrato come un minuscolo virus possa cambiare anzi stravolgere le nostre vite. Siamo stati costretti ad allontanarci anche dai nostri affetti più cari ed un tratto tutto ciò ci sembrava normalità; come un abbraccio o una stretta di mano liberava in noi paure e angosce inimmaginabili. Le speranze della scienza, le case farmaceutiche, la solidarietà tra noi esseri umani si faceva e si è dimostrata più intensa. La domanda che sorge dal profondo delle nostre anime è: sapremo cogliere delle opportunità da questa devastazione? Sapremo guardare agli altri con occhi e cuori diversi? Pensando non più all’Altro ma al Noi, superando barriere dettate dalle paure della collettività? Ridimensionando la capacità di pensare in termini di rinascita di una coscienza collettiva invitandoci ad allargare le nostre vedute individuali ma proiettati verso un futuro che possa vederci tutti come uguali. Immersi in un gruppo chiamato Umanità o meglio, Amore per la stessa. A.D.C. LA VITA SI STA APRENDO Io penso che questo evento (cioè il Coronavirus) abbia portato tanta sofferenza. Tanti morti tra la povera gente, che si è ammalata a causa di questo virus, soprattutto persone sole e anziane. Io mi sono sentita impotente quando invece avrei voluto contribuire, ma siamo stati tutti in quarantena e menomale che nessuno di noi è stato toccato da questa malattia: abbiamo preso le cautele alla lettera ed ora ci sono molti meno contagi e piano piano la vita si sta aprendo ad ognuno di noi. Abbiamo vissuto questo periodo sempre prendendo precauzioni, con mascherina e guanti. Io penso che questo virus abbia avvicinato un po’ le persone, perché quello che è successo sembrava come il dopoguerra ed io spero che la gente si dia una mano a vicenda. Abbiamo proprio visto e toccato la morte con gli occhi e le mani, questo secondo me dovrebbe portare più umanità verso le persone che sono più deboli, vulnerabili e disagiate. Penso che se io ne avessi la possibilità proverei ad aiutare tanta, tanta povera gente. Spero che questo evento ci unisca e ci faccia stare meglio con le altre persone. L.C. IO, ZINGARO Zingaro, zingaro di professione. Rubo rame nelle stazioni e non ho paura della corrente. Sono zingaro, zingaro di professione e non ho paura della polizia. Ci bruciano le roulotte ma non abbiamo paura del fuoco. Siamo zingari di professione e ne compriamo altre. Amo ubriacarmi quando si fa sera e non abbiamo paura della polizia. Siamo zingari di professione rubiamo rame e sotterriamo oro. Siamo ricchi e non abbiamo paura. Siamo zingari e nemmeno il Covid ci fa paura. Siamo zingari e non ci contaminiamo. Siamo puri e anche se il Covid fa paura a tanta gente a noi non ne fa. Mascherine nessuno ha portato. Siamo zingari, siamo forti. H.M. L’ISOLA Per quanto già soli questo Covid non ha esaltato che un’altra solitudine. Abbiamo ragionato una diversa solitudine. G.M.

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COVID-19 IL RINNOVAMENTO Sono felice di essere in vita perché il Covid-19 è criminale, ha preso tante vite umane e non guarda nessuno in faccia. E’ freddo come la morte, perché il grande rischio è di perdere la vita se non ci proteggiamo da questo nemico invisibile ma possiamo vincerlo. Si tratta solo di tempo. Quanto tempo durerà prima di sentirci in pace senza paura per ricominciare a vivere come prima? Ci vuole coraggio per affrontare quello che sta succedendo. Sono desolata per quello che ci accade, perché stavo ricominciando a vivere e questo mi impedisce di farlo in modo sereno. Penso alle persone in difficoltà, a quelle più povere e mi sento privilegiata perché sono al riparo per il momento. Lui continua ad ammazzare la gente. Penso ai miei familiari e sono inquieta perché sono lontana. Penso a mio padre che è una persona anziana e sola, isolata dal mondo e spero che tutto andrà bene. Dobbiamo arrivare a vincere il Coronavirus altrimenti sarà l’inizio della fine. Ho un desiderio: di riprendere a vivere senza paura di essere contaminata. Buona fortuna a tutto il mondo intero! Viva la vita! Tutti insieme possiamo riuscire a combattere questo nemico invisibile e pericoloso. Dunque: precauzione h24. H.T. STORIE (DI PASTA GRATINATA) E’ mattino presto, ore sette e trenta circa e i ragazzi della Doppia stanno per iniziare un’altra giornata all’insegna di gruppi, lavori e molto altro. Una normalissima giornata di comunità. L’atmosfera è quieta. Un silenzio assordante. Che vale più di mille parole. Tutti, nessuno escluso, sono consapevoli della situazione al di fuori di quelle mura. Chi non può vedere i suoi genitori. Chi il suo fidanzato. Chi più semplicemente vuole avere più libertà. Ma tutto questo ahimè non è possibile. A stemperare gli animi per fortuna, però, ci pensa S., con il suo particolare modo di fare le battute. Abbiamo tutti la convinzione che lui abbia un potere magico: quello di far sorridere le persone anche nei momenti più brutti. Aldilà di questo, noi ragazzi della Doppia Diagnosi siamo davvero un bel gruppo. Ci si dà una mano a vicenda, si è creata una nostra “coscienza collettiva” che ci sta permettendo di stringere i denti, adesso che ci troviamo in questa situazione delicata. Noi, accomunati da un passato tormentato. Chi faceva uso di sostanze, chi beveva, chi giocava d’azzardo, ci siamo trovati in questa circostanza a fare i conti con noi stessi. E solo ed esclusivamente con le nostre forze possiamo pensare di superare anche questo ostacolo. Cercando di vederla da un altro punto di vista, abbiamo avuto una fortuna immensa nel vivere in una struttura protetta. E poi, la cosa più importante, siamo in compagnia. Storie di quarantena nella quarantena. Segregato in camera senza poter uscire, storie di pasta gratinata, storie di maturazione personale, storie di scelte, ma soprattutto storie di risate, battute, scherzi, nonostante tutte le difficoltà incontrate. Questa quarantena mi sta cambiando. Nulla sarà come prima, ma in mezzo a questo gruppo non mi spaventa più niente. G.B.

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LA VITA AL TEMPO DEL COVID Spesso i momenti di crisi portano con sé cambiamenti radicali, che aiutano l’umanità a compiere salti evolutivi di coscienza che altrimenti sarebbero avvenuti nel corso di molto più tempo. L’emergenza Covid-19 che sta caratterizzando le nostre vite in questo periodo storico potrebbe essere sicuramente una grossa occasione di crescita personale e collettiva per gli abitanti della Terra, ma siamo certi che nonostante il problema riguardi ogni popolo, tutti lo stiano vivendo e affrontando con lo spirito di chi è pronto a cambiare? A crescere? A migliorarsi per un bene comune? È difficile poter affermare che la coscienza di un infermiere subirà la stessa influenza di quella di un ragazzo del liceo, o che sarà lo stesso per un figlio che ha perso un genitore e per un bambino che vive in una casa magari piccola, magari buia, magari con un padre violento. Ogni storia è una storia a sé, ogni coscienza ha i propri tempi di fioritura, anche se l’acqua che riceve, le esperienze, gli stimoli, arrivano a tutti con la stessa modalità. L’isolamento, l’impossibilità a muoversi, a scegliere per sé, ad essere padroni responsabili delle proprie scelte è stato ciò che ci è stato negato in questi mesi di quarantena, in cui lo stile di vita del singolo interessava l’intera nazione. I ragazzi di Trasta sono testimoni silenziosi di questi stati d’animo, mai come adesso possiamo capire ciò che vivono loro, all’interno della struttura, quando con le più disparate storie alle spalle, scelgono o vengono indirizzati ad affrontare i mesi di lavoro su loro stessi con la speranza che allontanandosi dalla società, possano riavvicinarsi ad essa con nuova coscienza. È un parallelismo perfetto, una metafora calzante, un gioco del destino che forse davvero ci renderà tutti più consapevoli e attenti al destino del prossimo, perché il percorso che si chiede di fare ad ognuno di noi in questa situazione straordinaria di emergenza è lo stesso che compiono i ragazzi nel percorso terapeutico e che non riguarda solo i pochi mesi di restrizioni, ma è un lavoro che ci e li dovrà accompagnare per l’intera vita. È stato interessante per i ragazzi confrontarsi con questo tema; leggere le riflessioni pragmatiche che ne sono scaturite ci mostra una consapevolezza disillusa ma non scarica di speranza. Loro meglio di chiunque altro sanno cosa vuol dire sopravvivere nell’attesa che qualcosa cambi, loro meglio di chiunque altro sanno che una vera rivoluzione può avvenire solo se siamo disposti a combattere davvero interiormente con le nostre abitudini più radicate e il nostro essere più profondo e che senza di essa nulla potrà cambiare. Il mondo così come lo conosciamo non esisterà più, servono nuovi occhi, nuovi metodi di apprendimento e per citare uno dei ragazzi: “Forse ora per la prima volta andiamo tutti allo stesso passo, non mi sento né indietro, né davanti a qualcuno, quando uscirò da qui sarò in equilibrio, pronto a camminare con gli altri”. Volontaria del Servizio Civile Giulia Mattola

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NATURA MADRE Oggi esco e mi guardo attorno Non vedo orizzonti innanzi a me, solo mascherine Che volto si nasconde dietro queste Volti cupi, sorridenti Volti di persone disobbedienti e di persone oneste. Gli occhi e i gesti la fanno da padroni Ognuno per sé a svolgere le proprie mansioni Chi prende una direzione chi ne prende un’altra Io devo ritirare solo la mia pensione Non ci sono sorrisi è chiaro che siamo in crisi Dobbiamo attenderci delle regole fisse Per niente elastiche, la situazione è triste. La madre col suo bambino anch’esso con la mascherina Benché nel passeggino Solo un cane a muso scoperto allo sbaraglio Tenuto solo dal suo padrone al guinzaglio. Chissà se Madre natura ci vuole dare una lezione Ed è per questo motivo che fa una distinzione Umani donne uomini e bambini Si salvano solo gatti cani cavalli e canarini Non hanno colpa dell’accaduto sono in armonia Con la natura per definizione di compagnia. E noi umani cosa facciamo? E’ naturale che ci preoccupiamo. Facciamo attenzione a non trasgredire A tutto quello che facciamo a cosa abbiamo da dire. Uno sforzo collettivo ci viene chiesto. Senza risparmio come la spesa senza resto, e speriamo che tutto ciò finisca. Finisca presto.

V.V.

ECCO COSA E’ SUCCESSO ! Ecco, è successo! C’è una pandemia a livello mondiale e penso che fosse inimmaginabile poco tempo fa, pensare che potesse succedere tutto ciò. Io la sto vivendo in un contesto abbastanza tutelato e in un certo senso mi sento fortunato. La mia informazione su tutto quello che è successo e sta succedendo deriva solo dai media e dalle persone che vengono in struttura ma non vivono qui, quindi non ho sperimentato in prima persona la vita in città, so che ci sono stati molti cambiamenti, i cittadini costretti in casa dalla situazione di pericolo, potevano uscire solo per comprare beni di prima necessità. Immagino le città vuote, i negozi chiusi, gli ospedali al collasso e la paura tra la popolazione. Quali cambiamenti sono avvenuti? La natura si è ripresa una parte di ciò che le era stato tolto e anche le relazioni tra le persone forse sono cambiate, c’è diffidenza, pregiudizio ma penso che ci sia anche solidarietà. Molta gente è morta, molti altri hanno perso il lavoro e si ritrovano in situazioni di estrema difficoltà, intere nazioni sono al collasso. Tra le persone anziane è stata una strage, in molti hanno perso i loro nonni, genitori e zii; spero che soprattutto i giovani, che erano meno a rischio, abbiano sviluppato una nuova coscienza altruistica. I rapporti tra le persone chiuse insieme per mesi sono stati messi a dura prova con litigi e preoccupazioni ma è stato anche un momento dove le stesse persone forse hanno potuto conoscersi sotto altri aspetti. Ci sarà un incremento delle nascite? Ci saranno più divorzi? Saranno nate nuove relazioni, nuovi affetti? Non so se realmente le persone stiano vivendo un periodo storico unico, che non si ripeterà, ma so che è la prima volta in cui tutto si è fermato, pronto a ripartire in modo diverso. M. M.

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SE SENTO IL VUOTO Non ho comprato mascherine né gel dagli effetti prodigiosi E continuo a salutare tutti, troppo forte il bisogno di calore, anche solo di una stretta di mano. Non ho postato slogan di fiducia sul prossimo futuro, e non mi nascondo dietro qualche necessità incombente per girare la mia città buia e lasciata sola. Non voglio sentire sirene né richiami a simil coprifuoco. Cibo ne abbiamo, siamo fortunati. Ma sento il vuoto, quel maledettissimo vuoto che senza di me va continuamente avanti, e che pure, senza di me, è inconcepibile. Non credo sia un problema ammalarsi, ammalati, in fondo lo siamo già un po’ tutti. Sta bene!!!! Chiamiamo allora questo virus che porta scettro e corona, re e principe dei nostri specchi E delle nostre coscienze. Ma se il vuoto aumenta ancora, permettetemelo, lo chiamo io questo magnate dei microbi E me lo porto via. Non vi tolgo un problema, e neanche ve lo creo, ma un pensiero riesco ancora a lanciarlo. Dove siamo noi senza di lui? Dove eravamo prima? E dove ci troverete dopo? S. F.

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Le mie riflessioni Il mio punto di vista sulla questione è molto personale. È da tutta la vita che vivo già in una specie di isolamento, sono sempre stato succube delle sostanze stupefacenti, era il mio modo di stare in questa società. Tutto questo mi rende diffidente al possibile cambiamento della nostra società, ma questo non è il solo motivo, i dati di fatto sono che il crollo che ha subito l’economia in questo ultimo periodo, peggiora una crisi già esistente, gli Stati già in conflitto prima della pandemia restano lì, con in più i deceduti a causa del virus, le prospettive che vedo sono di peggioramento. Le notizie le ho apprese dai vari mass media e dalle discussioni fatte con le persone che vengono qui in comunità ma ciò che percepisco è confuso. Io sono alla ricerca di una vita, virus o no. Le mie sensazioni variano da momenti di paura a momenti di speranza, speranza di poter cambiare perché ora so che da soli non si può far fronte a questo tipo di crisi. Non so quale soluzione potrebbe esserci, certamente l’arrivo del vaccino sarà risolutivo per i dati dei contagi e dei decessi e anche se i drammi causati da tutto non credo che porteranno ad un vero e proprio cambiamento da parte dell’umanità, avranno comunque delle conseguenze. I segnali che arrivano dai vari governi sono discordanti e non vedo una vera prospettiva di solidarietà, di fiducia tra gli esseri umani, dai più poveri ai più ricchi, c’è tanta ipocrisia e ciò mette tutto fuori posto. M. M.

Reazioni, conseguenze e… prese di coscienza collettive o personali? Innanzitutto sono sano e salvo e di questo ne sono grato quotidianamente; non tanto per me, ma per la mia numerosa famiglia. Sono in una comunità dopo aver passato due anni in carcere, durante il passaggio in questa dimensione comunitaria già apprendevo con un certa preoccupazione l’informazione della pandemia. Soggettivamente il mio percorso comprendeva una costante visita dei familiari, anche loro vittime di difficoltà dovute alla lontananza; la lontananza: voglio ribadire il concetto di quanto a seconda della posizione sociale, età, o ruolo una tragedia di tale proporzione può isolarti dalle tue abitudini e dai tuoi affetti, che sono tutto quello per cui io vivo, è ciò che mi dà forza. Per questo sono più di 4 mesi che vivo senza poterli toccare, sentire o vedere dal vivo; sono in una quarantena anche se fuori il mondo ha già passato il lockdown e questo mi fa percepire un senso di rabbia in un sistema, che in passato ho già contestato in maniera attiva, ad esempio aggirando le leggi, prendendo la decisione di delinquere, pagando a questo punto in reclusione nella reclusione, paradossalmente vedendo imposta la stessa anche ai miei cari che colpe non hanno. La loro vita è cambiata senza che io potessi aiutarli a superare il cambiamento. Ora sono in balia degli eventi e non so ancora per quanto non potrò vederli. Mia figlia ha studiato per la maturità a distanza, in “Smart working”, come la figlia più piccola e così come il figlio medio hanno seguito le lezioni da casa. Si può dire che la vita si è adattata e sta comunque procedendo, ma se penso al mio vicino, al mio “fratello” compaesano e qualsiasi altra forma di vita umana su questa terra, penso che questa pandemia abbia portato dei vantaggi a chi come me, o come la mia famiglia, non hanno niente da perdere e solo da guadagnare con il kit di una mascherina o un paio di guanti. Le classi sociali si sono avvicinate e tutto si è un po’ ribaltato, ma chi è stato colpito da un lutto costretto a chiudere un locale oppure in cassa integrazione, è finito nelle grinfie di una società che ha spinto sull’acceleratore per cambiare fase e ributtarci in pericolo solo per fare ripartire l’economia e arricchirsi, mettendoci tutti, compresi loro, in serie pericolo di crollo. L’esempio da prendere è sempre dal genere animale, che ci sta dimostrando come la fine può essere intesa come l’inizio con il riappropriarsi del loro spazio, dandoci l’esempio che nel mondo siamo sempre ospiti.

S.P.

La mancanza dalla famiglia Io sono molto legato a mia sorella minore, da tutta la vita, più di quanto lo sia ai miei genitori. Ora sono quasi quattro mesi che non la vedo perché bevevo troppo e ho deciso di entrare in comunità. Dopo una settimana che ero qui dentro è scoppiata l’epidemia e così hanno dovuto bloccare tutte le visite. Avevamo l’opportunità di chiamare però in quattro mesi l’ho sentita solo una volta perché mi sono accorto che sentirla così mi rende triste, perché non è come vederla di persona. Vorrei non essere mai dovuto entrare in comunità a causa del mio problema con l’alcol, mi dispiace per non essere stato il fratello maggiore che avrei voluto, per non poterle stare accanto e proteggerla, non poter veder crescere la sua pancia e non poter stare anche con mio nipote, senza il quale vivere significa far morire una parte di me.

N.D.

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Ai tempi del Coronavirus Ai tempi della chiusura dovuta dal Coronavirus mi trovavo in comunità e ho fatto questo ragionamento: il mondo si è fermato come in un film, ma questo a noi non ci ha toccato più di tanto; siamo protetti dentro una struttura, noi qui non siamo rimasti fermi come il resto del mondo, abbiamo avuto la possibilità di andare avanti con il lavoro su noi stessi e ho pensato che prima era il mondo di fuori ad andare ai cento all’ora mentre io ero fermo, tutto scorreva senza preoccupazioni ma solo perché ero io a vivere in tutt’altro mondo, vivevo nella sostanza che non mi permetteva di stare al passo con gli altri. Ora mi sono dato la possibilità di riuscire a camminare allo stesso ritmo degli altri e mi piace pensare che una volta finito il mio percorso qui, io possa riuscire a stare allo stesso passo del mondo e trovare una sana posizione all’interno della società, questo pensiero mi dà gioia e forza e provoca in me una sensazione fantastica. I. B.

Come siamo arrivati a questo punto? Mi chiedo come siamo potuti arrivare a questo punto. Il viaggiare secondo me non è più solo l’idea di andare a fare una vacanza, o la curiosità di conoscere luoghi, culture e persone diverse, ma si sfrutta lo spostarsi in continuazione per molti altri motivi; questa libertà, questa necessità di spostarci da un posto all’altro con estrema facilità ha contribuito enormemente al diffondersi del virus. Questa pandemia penso ci cambierà sicuramente in meglio, secondo me ci ha resi più altruisti, più responsabili nei confronti dell’ambiente e ha aumentato quel sentimento di unità di cui si sta tanto parlando. Il Covid19 ha portato il rischio di una depressione collettiva e ora urge la necessità di una ripresa economica. La crisi del coronavirus può avere un effetto collaterale positivo, può essere il pretesto per convincere i governi di tutto il mondo a combattere l’elusione fiscale dei ricchi e delle multinazionali. Sono contenta che la vita sociale abbia ripreso a scorrere, gli scambi, e la riapertura delle frontiere, ma allo stesso tempo si presenteranno come sfide terribili. Viviamo su un sottile strato di ghiaccio sul quale proviamo a scongiurare nuove ondate di contagio. I mesi che abbiamo passato di blocco forzato, hanno messo a dura prova anche la psiche e il periodo che stiamo vivendo è stato una bella sfida per la salute psico fisica di ciascuno di noi. Il blocco, che non dovremmo dimenticare, ha avuto una portata planetaria e ci ha di fatto obbligato a un periodo di non azione. La fatica iniziale nella limitazione di libertà imposta, che ha caratterizzato la popolazione, è simile a quella che viviamo noi utenti. Per noi che siamo qui, all’interno della comunità non è cambiato molto rispetto a prima, in effetti il mondo si è fermato ma noi abbiamo continuato a lavorare e siamo andati avanti nel nostro percorso. Mi ha disturbato il non aver ricevuto visite da parte dei famigliari ma resto positiva e spero che “andrà tutto bene”. C.L.B.

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La realtà di un senza fissa dimora Chi mai avrebbe pensato che sarebbe accaduta una terribile situazione come è stata la pandemia? Tutte le popolazioni del mondo sono bombardate da notizie catastrofiche, che a volte si smentiscono l’una con l’altra e noi ne siamo in balia, con il risultato che non si sa più a cosa credere. Io questa situazione l’ho affrontata in un momento molto triste della mia vita, non stavo ancora in comunità, mi trovavo all’ospedale, essendo senza fissa dimora alle mie dimissioni, mi hanno invitato a stare all’ostello della gioventù, in occasione del lockdown. Di quel periodo ricordo che per la strada la situazione era incredibile, inimmaginabile, irreale, in giro c’erano solo le forze dell’ordine, le ambulanze e purtroppo i mezzi delle pompe funebri. Giravano anche altoparlanti che ordinavano di stare a casa, di non uscire, o si sarebbe andati incontro a sanzioni molto severe. Io purtroppo sia nell’ostello che per strada ho visto la parte più brutta delle persone. All’interno dell’ostello eravamo tutti nella stessa situazione, c’era tanta rabbia e cattiveria, discriminazione e pregiudizio. Gli operatori ci mettevano tanta buona volontà e solidarietà, ma essendo anche loro esseri umani a volte le situazioni gli sfuggivano di mano; in un ambiente così difficile hanno dovuto espellere delle persone, compreso me e come me queste persone sono tornate allo sbaraglio, di nuovo senza un posto dove stare, per strada, senza i soldi neanche per una mascherina o per dei guanti, la gente ti guardava male da dietro le loro mascherine, ho visto tanti occhi cattivi. Le forze dell’ordine contestavano il fatto che queste persone stessero in giro, quindi come se non bastasse gli mettevano anche la multa. Alle volte io ho sentito da parte delle forze dell’ordine e delle istituzioni, che essere in difficoltà, vivere ai margini della società fosse una colpa e che meritassimo in qualche modo di essere puniti. G.M

Lettera alla mia piccola M. Ciao piccolina mia, mi manchi tanto. Sono ormai più di due anni che per noi il tempo si è fermato, come il mondo durante questa pandemia. Non ti stringo tra le mie braccia già da cinque mesi e nonostante sia io che tu viviamo all’interno di una comunità, trascorrendo le giornate in spazi condivisi e protetti, la paura è tanta e il desiderio di stringerti tra le mie braccia e di spiegarti io stessa ciò che sta accadendo è motivo di forte sofferenza. Tutto il mondo in questo momento prova ciò che proviamo noi da tempo, privati dei loro gesti quotidiani, dei loro cari e della libertà, con la paura e il dubbio che forse non sarà mai più come prima. È orribile questa malattia, spietata e inesorabile come il tempo che ho vissuto lontana da te. Un giorno rileggendo queste mie parole, sarai più grande e comprenderemo insieme che a volte è necessario un distacco per portare guarigione in questo mondo e nelle nostre vite. Il mondo a volte è così ingiusto ma questa è la vita e quando tornerà, voglio che tu sappia che per me la vita vera sei stata tu. Andrà bene Amore, te lo prometto, a presto. Ti amo, Mamma. F.C.

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Lettera ai miei figli… Ciao amori della mamma, Vi scrivo questa lettera perché da quando vi ho messo al mondo vi ho scritto solo tre lettere e forse avrei dovuto scriverne di più. Comincio nel dirvi che mi dispiace molto di essermi allontanata da voi per colpa della droga e dei vari casini che ho continuato a fare. La prima lettera ve l’ho scritta quando sono entrata in carcere e ora, dopo un anno la mamma è qui in comunità a finire di scontare la sua condanna. Anche se non sono stata con voi fisicamente la mamma vi pensa ogni secondo, specialmente ora, con l’arrivo del Coronavirus: sono tre anni che non vi vedo... la galera, un anno in cui ho potuto solo immaginarvi crescere, in quei lunedì in cui ascoltavo le vostre voci ad occhi chiusi. Poi il passaggio in comunità, non volevo che mi vedeste così, volevo aspettare di stare meglio, di potervi abbracciare pulita come voi siete puliti. E quando finalmente ci sarebbe stata la possibilità di riabbracciarvi, questo maledetto Coronavirus vi ha allontanati di nuovo da me, la vita sembra prendermi in giro! Il mio stato d’animo è veramente brutto, non so cosa fare, mi sento impotente. La mamma è stanca e vuole venire da voi e dimenticare tutto il tempo che abbiamo perso, dimostrandovi che oltre ad Irene e a papà ci sono anche io. Non voglio perdermi più nemmeno un giorno senza di voi e in questo periodo di allontanamento, anche a causa del virus, mi sono resa conto che siete veramente la mia unica forza per andare avanti. In questo periodo vorrei dirvi tante cose, arriverà il momento, quando la mamma potrà essere lì con voi vi mostrerò le cose che ho scritto perché a volte non riesco ad esprimermi come vorrei ma l’unica cosa che voglio che vi arrivi davvero è che vi amo. Siete gli uomini della mia vita e io vivo per voi. Mamma S.

A mia moglie… Non ci volevo credere, tutt’ora sono in balia dei nostri fotogrammi che bombardano la mia anima senza spiegarmi niente, senza trovare una ragione. Recluso da diversi anni in carcere e da diversi mesi in una struttura che mi dava la possibilità di vedere come stavi solo tramite una videochiamata, poco dopo il nostro ultimo incontro; una giornata stupenda, ad ora una delle più belle della mia vita. A differenza del carcere, dove congiungendo le nostre mani al centro del tavolo chiedevo al Signore di benedirci solo per un’ora a settimana con rituali nostri, io che a tratti perdevo la speranza e tu con tutto l’amore del mondo mi prendevi la fede che tutt’ora porto al dito, per tenerla con te e riconsegnarmela al nostro congedo, con lo stesso gesto che facesti il giorno che ti sposai, sorprendendomi. Mi guardasti negli occhi, baciasti l’anello poggiandolo poi sul cuore, riponendola all’anulare da lì all’eternità. La paura che ci potesse succedere qualcosa, il non poter combattere più l’uno di fianco all’altro se non tramite video condivisi di una vita ormai digitale, vuota, come una morsa in un cuore freddo. Ora ho freddo, è ghiacciato anche il mouse dove faccio scorrere le nostre immagini, non trovo il senso neanche più nello scriverti perché come ci dicevamo sempre senza di te mi manca l’aria. Il virus si attacca al più sensibile, come me, ma anche al più cinico, l’andamento è preoccupante e il continuo scongiurare, pregare, sperare. Noi non ci siamo più sfiorati, neanche in un addio, che per giuste ragioni ci è stato negato. Io sono stato continuamente sotto controllo, poi le varie disposizioni, autorizzazioni negate in un paradossale ballo di interpretazioni, poi smentite. La vita non sarà mai un video condiviso, dei cuoricini su whatsapp, un imbarazzo davanti a una videochiamata, dove la connessione instabile rovina la poesia della vita, interrompendo splendide emozioni ormai chiuse, nascoste gelosamente dentro di me. Questo filtro da parte di una società a cui non appartengo già da tempo e forse mai ne sono stato parte integrante, a mio discapito tutto ciò mi ha tolto la mia dignità di uomo, padre e marito. Ho pensato di scappare per raggiungerti ma sono certo che tu non avresti voluto, perché non potrei più rischiare di stare lontano dai nostri tre figli che vorrei solo vedere da poter incoraggiare, ma di fatto ad ora è il contrario; forse in loro c’è la preoccupazione di perdere, perdendo me l’unico appoggio rimasto, davanti al destino che ci ha inflitto la pena più grande cioè l’impotenza davanti a ogni cosa. A causa di questo virus nessuno ha potuto baciare il tuo splendido viso, accarezzare le tue mani che possiedono la nostra storia. Ad ora mi rimane il ricordo del tuo volto, nei lineamenti dei nostri figli, che continuano la nostra vita, e rappresentano la nostra speranza.

SP

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LE FOGLIE DI TRASTA


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