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Giornalino Trasta 37 DICEMBRE 2019

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N.ro 37 - DICEMBRE 2019

LE FOGLIE DI TRASTA

TRIMESTRALE VOCE DELLA COMUNITÀ DI TRASTA - CEIS GENOVA


EDITORIALE Cari lettori, per questo numero de “Le foglie di Trasta” i nostri ospiti hanno esplorato il concetto di genitorialità, talvolta riconducendolo alla propria esperienza personale, talvolta provando a definirlo ex novo, secondo la percezione di chi né può contare su un padre ed una madre, né ha dato alla luce un figlio, riferendosi pertanto all’idea che si è fatto di genitorialità mediante le esperienze di vita altrui. Nell’uno e nell’altro caso, comunque, ne sono conseguiti scritti di particolare intensità emotiva. Per meglio fornire una restituzione circa la lettura del tema della genitorialità, così come entrato nella nostra Comunità, processato ed elaborato dai nostri ospiti, vorrei recuperare qualche concetto che gli stessi utenti della struttura hanno evidenziato. Anzitutto, si rileva come l’amore sia il filo conduttore di tutti gli scritti; nessuno fa riferimento alla procreazione, anteponendo alla dimensione biologica di un genitore, la funzione simbolica che può assumere un maestro, un superiore, un amico, un compagno di percorso e, più in generale, un qualunque punto di riferimento capace di connettersi emotivamente con noi. E, in effetti, quanto anzidetto viene esplicitato nell’articolo “Essere genitore secondo me”, dove l’autore afferma che la genitorialità prescinde dal sangue. Il sangue è stato storicamente legato a valori abnormi, come la purezza, la razza, la classe sociale, e dal sangue sono derivate idee discriminatorie. Oggi sappiamo che sono i rapporti affettivi a costituire la base dei valori, e non la consanguineità. E lo sanno anche gli utenti della Comunità, benché non molti di loro possano o abbiano potuto contare su una rete familiare fondata sull’affetto o, comunque, su riferimenti parentali in grado di rispondere con un «Eccomi!» alla chiamata, all’appello dei figli. Il pianto del nascituro esprime proprio questa chiamata alla responsabilità: i polmoni ancora atrofizzati vengono inondati dall’aria che penetra in essi per la prima volta come una spada che insegna il dolore e, quindi, anche il suo opposto: la volontà di uscirne. Il pianto del neonato contiene in sé il progressivo affermarsi del non voler più piangere, che conduce alla socializzazione primaria proprio perché l’esperienza traumatica del bambino, che non è più protetto e contenuto dalla placenta, implica un’assunzione di responsabilità del genitore che deve farsi presenza. Per questo, dicevamo, il sangue non conta: perché la genitorialità è sempre adottiva, implica l’adottare un “sì”, che dà un senso all’esistenza del bambino. Occorre, perciò, sottrarre la vita all’abbandono assoluto, ma se ciò non accade, se nessuno risponde al grido del piccolo che richiama chi si prende cura di lui, la vita diventa esperienza di insensatezza e insignificanza, perdendo l’altro il soggetto perde l’immagine di sé, non si riconosce. La trascuratezza genitoriale dei tossicodipendenti non è semplicemente un effetto diretto dell’assunzione di droga, ma rappresenta invece il drammatico segnale di un

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EDITORIALE blocco evolutivo. La capacità genitoriale è inficiata dal mondo interno del genitore, che è così condizionato delle relazioni affettive insoddisfacenti sperimentate in qualità di figlio, che non riesce ad assumere un ruolo adulto, né a dirigere le proprie energie emotive verso la sua prole. La qualità del mondo relazionale interno del genitore tossicodipendente deve quindi essere considerata come una parte integrante della costruzione e dell’interiorizzazione dell’attaccamento del figlio, all’interno del sistema diadico genitore-bambino. Diversi studi condotti su famiglie con problemi di dipendenza hanno evidenziato come questi genitori possano avere un rischio più alto, rispetto a genitori non tossicodipendenti, di sviluppare uno stile genitoriale povero, e i loro figli di avere conseguenze psicosociali negative derivate da questo tipo di relazione con loro. Pertanto, per comprendere quelle che sono le dinamiche affettive espresse dai genitori tossicodipendenti all’interno dell’ambito familiare, è essenziale capire quelle che sono state le caratteristiche delle loro relazioni precoci con i rispettivi genitori, inquadrare quindi lo stile di attaccamento che hanno sviluppato nei primi mesi della loro vita e capire in che modo questi patterns influenzano il loro rapporto quotidiano con i figli. Sviluppare uno stile di attaccamento sicuro con i propri genitori costituisce quindi un importante predittore per l’instaurarsi di future relazioni genitoriali positive con i propri figli, e questo a sua volta può diventare un fattore protettivo per il minore, utile ad allontanarlo dal rischio di sviluppare comportamenti devianti come la tossicodipendenza stessa. Quanto sopra, ci fornisce una parziale spiegazione sul perché, pur avendo una buona capacità di lettura circa le mancanze affettive subite, alcuni dei nostri autori cadono nella trappola di riproporle. Spogliamoci dal giudizio e ricordiamoci che la tossicodipendenza non è una scelta, ma una malattia cronica recidivante che si basa sull’annullamento della volontà del soggetto, mediante precisi meccanismi neuropsicologici legati direttamente all’effetto delle sostanze e alle caratteristiche di vulnerabilità individuali ed ambientali della persona malata. L’auspicio è quello di riuscire a far tesoro delle esperienze rese dagli ospiti della Comunità, rincasando e palesandoci ai nostri affetti: «Eccomi, sono qui per te».

Marco Ciccone (operatore della Comunità Terapeutica)

Idealizzazione e realizzazione: i ragazzi della Comunità di Trasta Direttori: Luca Pellegrini, Marco Ciccone e Federico Vulcanile Caporedattore: Alessandro Censi Buffarini Coordinatore: M. Critico e correttore di bozze: M. e Federico Vulcanile Fotografie: M. e Marco Ciccone

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DA FIGLIO A PADRE Io vivo una doppia esperienza: vivo la parte di figlio con problemi di tossicodipendenza, e la parte di padre con lo stesso problema. Mi sono ritrovato da essere un ragazzo senza regole, o che non le vuole seguire, da uscire con gli amici, aperitivi, discoteche, droga e quant’altro, a diventare padre, tenere tra le braccia un essere che se sbagli puoi distruggere o segnare per tutta la vita. Da figlio non ti rendi conto delle preoccupazioni che i tuoi genitori possono avere, e vedi in loro solo delle figure che ti limitano, pensi che sbaglino perché magari qualche amico ha qualcosa più di te e ti sembra che a te non venga dato abbastanza, e per la vita che scegli di fare continui a scontrartici; ma poi da padre ti rendi conto di quanta fatica costi crescere un figlio, quante preoccupazioni, quanta paura di non essere all’altezza di educarlo. La cosa più importante, per me, è dare e saper ricevere amore in tutte e due le esperienze. Da figlio capire e comprendere l’amore dei tuoi genitori, diventando grande, mentre da genitore devi insegnare a tuo figlio questo, quanto le piccole cose ti facciano contento e quanto la vita sia difficile e dura ma piena di emozioni e, per farlo, se da figlio devi crescere e diventare grande, da padre devi insegnare e saper tornare anche un po’ bambino per continuare a crescere insieme a tuo figlio. A.I.

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ESSERE GENITORE SECONDO ME Essere genitore. Cosa potrebbe realmente essere? Secondo me, va al di là di avere figli, va al di là del sangue stesso. Credo che non ci sia un metodo perfetto per essere genitore; è più quello che senti sia la cosa giusta da fare e quello che pensi sia il metodo appropriato di trasmettere ai tuoi figli, i valori che ritieni essere degni di venire trasmessi. Essere un genitore: Educare, prendersi cura, presenza, ascoltare, capire, punire…e il più importante: Amare. Qualsiasi cosa tu faccia per loro, ci deve sempre essere l’amore, anche quando vengono puniti per qualcosa, va fatto con amore: tough love, come dicono gli inglesi. L’amore deve sempre essere presente e provato. Ma alla fine è solo una mia inutile opinione perché, come detto prima, non c’è proprio un modo giusto o sbagliato. Avere fiducia in se stessi e nell’educazione che trasmetti ai tuoi figli, e sperare che tutto finisca bene. Perché anche se li metti al mondo, non si può controllare i loro cuori e domarli. Anonimo

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IO GENITORE Pensare a me genitore mi è un po’ difficile. Dovrei prima aggiustare i rapporti con la mia famiglia per cercare di capire cos’è un genitore. A mio figlio sicuramente cercherò di dare quello che ho ricevuto in positivo e quello che non ho mai ricevuto: tenerezza, comprensione, complicità. Credo che per poter dare ciò devo prima comprendere queste tre parole ed assimilarle. E. M.

DA FIGLIA A MADRE Fin da quando ero piccola sono stata messa a confronto con mio fratello maggiore, soprattutto da mia mamma, e nel tempo si è venuta a creare tra noi tre quasi una sorta di sfida. Quando avevo dodici anni è nato anche mio fratello minore, per il quale mia mamma, ancora oggi, nutre un amore spropositato. Nonostante mi sia sempre stato detto il contrario, come figlia mi sono spesso sentita un po’ messa da parte, tranne da mio papà, che mi ha sempre ascoltato e ricoperto di attenzioni, e nel quale mi rispecchio molto caratterialmente. Messa a confronto anche con lui, cercavo sempre di prendere le sue parti vivendo le liti familiari, che avvenivano solo per motivi di tipo economico, e vedevo mio papà preso di mira proprio come me. Mia mamma è convinta ancora oggi che i due elementi “sbagliati” siamo mio papà ed io, ma penso che siamo semplicemente solo un po’ più fragili, schiacciati alle volte dai caratteri dominanti di mamma e dei miei fratelli. Con questo non ho mai messo in dubbio che i miei genitori abbiano sempre fatto del loro meglio per noi. Siamo stati più che altro io e mio fratello minore a mettere a dura prova le dinamiche di famiglia. Ho vissuto in questo contesto fino al giorno in cui è iniziata la mia maternità, che ho vissuto inizialmente con un grande senso di responsabilità e rispetto, ma che poi, anche in seguito alla depressione post-parto e ai miei precedenti di tossicodipendenza, mi ha portato piano piano a ricadere in questo meccanismo vizioso creato dal rapporto con le sostanze. Ho preso consapevolezza della gravità della mia situazione già da tempo, ma non sono stata in grado di gestirla. Oggi finalmente mi rendo conto di quanto bisogno di aiuto avessi allora come oggi, di quanta importanza abbia il lavoro da fare qui, seppur con tutte le difficoltà del caso. Io comunque sono determinata e voglio, giorno dopo giorno, vincere questa battaglia. F.C.

IO GENITORE Se fossi il tuo genitore, non ti educherei, ma ti accompagnerei nella tua crescita. Non ammetterei alcuna violenza. Imposterei il nostro rapporto sul dialogo. Ti insegnerei a non reprimere le tue emozioni, ma ad esprimerle. Ti darei poche limitazioni, così che tu possa scoprire i tuoi limiti da solo. Se fossi genitore, farei tutto il contrario dei miei. M. V.

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GLI ERRORI DEI MIEI, GLI ERRORI MIEI Io sono mamma di un bimbo di sei anni ed è la cosa più importante della mia vita, anche se ho fatto tanti sbagli e me ne pento. Critico tanto i miei genitori, ma sono la prima che ha cannato in pieno. Da un anno a sta parte ho preferito le droghe, anziché lui, mi sento una madre di merda per questo, mi chiedo come si faccia a preferire le droghe. Ho perso il mio bimbo un anno fa e non c’è momento in cui non penso a lui, mi manca da morire, mi sto mangiando le mani per quello che ho fatto, tornassi indietro non farei niente di tutti gli sbagli che ho commesso. Penso a quanto ha sofferto mio figlio, a cos’avrà pensato quando sono sparita, quando non lo chiamavo, ecc. Poi penso a come sono cresciuta. Non mi sto giustificando, ma penso proprio che il mio problema di tossicodipendenza sia legato a come mi hanno tirata su. Ce l’ho a morte con i miei per quello che mi hanno fatto passare, le botte che ho preso da mia mamma, tutti gli uomini che ha cambiato, le volte che mi ha lasciato con le amiche per andare a farsi gli affari suoi. Penso a quando vedevo sparire mio padre, perché era in carcere, e invece di dirmelo mi diceva cazzate su cazzate, come ha sempre fatto mia mamma; del fatto del carcere l’ho saputo a nove anni, dallo psicologo. Avrei preferito me lo dicesse lui. Ho sempre detto che non volevo commettere questi errori, che non volevo fare gli sbagli che hanno commesso loro, ma invece forse ho fatto peggio. Non so come reagire a tutto questo, anche se so che questo percorso mi porterà a riavere mio figlio ho paura, mi spaventa risentire la sua voce, magari mi odierà o non vorrà nemmeno parlarmi. Ho paura. Ma col tempo mi riaccetterà e, spero, mi perdonerà, perché per lui darei la vita. G.S.

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I BEI TEMPI ANDATI Io sono L. M., sono entrato a Trasta il 6 Novembre 2019, i miei genitori, dopo l’ennesimo casino, mi hanno sbattuto fuori di casa, con tutte le ragioni del mondo. Eravamo una famiglia molto unita ma da quando ho iniziato il mio mondo vizioso (e continuando per quarant’anni) si sono interrotti i rapporti. Sono stato sposato per ventuno anni con R., deceduta il 10 Ottobre di tre anni fa. Ho una figlia meravigliosa che si chiama S. e abita a Lugano, in Svizzera, dove lavora al casinò. Anche lei si è un pochino allontanata da me vedendo che, pur avendo l’appoggio della famiglia, non ci volevo sentire… Ho già frequentato un’altra comunità, la Maugeri, a Nervi; uscito da lì ho trovato lavoro a Rapallo, lì ho conosciuto P., una persona stupenda, seria, pulita, intelligente. Lei era molto innamorata di me, come io di lei. Aveva soltanto un difetto: aveva le sue regole (fiscalità, no fumo, no carne), regole che io non sono stato in grado di rispettare. Addirittura mi aveva chiesto, dopo un anno di convivenza, di sposarla e andare ad abitare all’estero. Al mantenimento ci avrebbe pensato lei, anche perché era una benestante alla grande; è stata un’occasione che non avrei dovuto perdere, ma purtroppo con il mio carattere non avrei potuto adeguarmi alle sue regole (giuste regole normali di una vita sana e regolare). Ora ne sono pentito seriamente, tanto che tutti i giorni penso a lei e a tutti i bei momenti passati assieme. L. M.

ESSERE GENITORI OGGI Quando ero piccolo vedevo i miei genitori come degli alleati o come dei nemici; questo perché i loro interventi erano più che altro mirati a difendermi o a pormi dei divieti. Sono questi i metodi con cui, in pratica, si trasmette ai figli l’affetto e l’educazione. Sembra facile crescere un bambino quando ancora non si è padre o madre e si è sempre pronti a dispensare buoni consigli. Personalmente, ritengo che sia molto più complesso trasmettere una buona educazione ai propri figli oggigiorno di quanto lo fosse un tempo, ossia prima che il progresso tecnologico fosse così significativo. Il mondo adesso è un posto diverso. Viviamo in una società in cui i mezzi di informazione sono così evoluti da fare in modo che quest’ultima sia fruibile da chiunque, anche dai bambini, che crescono con molti più stimoli di quanti ne avessero cinquant’anni prima. In un panorama del genere, mamma e papà devono fare continuamente da filtro, in modo da indirizzare la prole nel verso giusto. Ecco perché, nonostante la moltitudine di stimoli, i bambini, pur sapendo più cose, ci mettono molto più tempo a maturare e a separarsi dal proprio nido, essendo questi ultimi abituati a farsi curare dai genitori quasi ogni aspetto della loro vita. Io desidero tantissimo avere dei figli, ma temo di non essere un buon padre. D’altro canto mi tormenta l’idea di perdermi un’esperienza del genere e di trovarmi un giorno a rimpiangere ciò che avrei voluto fare. In fondo, che cosa c’è di meglio della riproduzione per testimoniare il proprio passaggio sulla terra? S. Z.

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POESIA È fine giornata, ora basta giocare; la mamma impegnata è di là a cucinare. Scende il sole ed il buio è rinato, ma non c’è alcun male, papà è rincasato e contento mi stringe, alla mamma da un bacio, di gioia si tinge e il sorriso è un contagio. Preparo la tavola colmo di amore, son dentro a una favola, e quanto calore! Non c’è alcun dolore, l’amore è con noi ne avverto il sapore, il contatto, l’odore. Papà ora sorride, è contento, lo vedo; felice, mi godo il momento concreto, reale, tangibile, incorruttibile, che mamma comprende e le sembra incredibile. Mi appare impossibile parlare uniti oggidì che di tutto siamo muniti. Cerchiamo conferme, amicizie, valori lontano da casa, non dentro, ma fuori… e purtroppo ogni tanto ci sembra normale apparire spavaldi e incapaci d’amare. S. Z.

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FIGLI = AMORE Essere genitore è il compito più difficile ed impegnativo. Per crescere dei figli bisogna rispettare e far rispettare diverse regole e sentimenti: educazione, amore, onestà, eccetera.I figli sono la nostra vita, ti riempiono d’amore. Amore = Figli M. C.

IL BAMBINO CON LA VITA A SCALE Volevo ogni giorno arrivare a quella fantastica scala, che nel pensiero dei miei sogni mi faceva raggiungere qualsiasi obiettivo che nella realtà veniva impedito da un ostacolo di quelli che per me erano le persone adulte, i miei riferimenti, i miei genitori. A volte ai primi gradini della scala, a volte a metà e a volte quando mi sembrava di raggiungere il mio obiettivo, tutto veniva interrotto e mi chiedevo Perché? Perché? Ma perché? Non riuscivo a trovare spiegazioni logiche che riuscissero a dare un senso a quello che mi veniva fatto. Ho sempre vissuto come se quella scala non volessero farmela raggiungere, anche se non ho mai trovato la forza di chiedere il perché di tutto questo. Volevano tenermi legato a loro come àncora dei loro errori? Tutto è possibile considerando che anche i genitori sono degli esseri umani. M.M.

FIGLIO

F ortuna, felicità I nnocente, intrascurabile G ioia L uce I nsostituibile O rgoglio M. V. - G. S. - L.M.

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PADRE OLTRE LE SBARRE Parlando da padre, penso che ho fatto soffrire mia figlia quando aveva sette anni e mi arrestarono. Ricordo molto bene quel periodo: mia figlia dall’oggi al domani non mi ha più visto. Sua mamma partiva al mattino e tornava alla sera alle 20 circa; io avevo mia figlia praticamente tutto il giorno tutti i giorni. Io non lavoravo. Così dopo l’arresto in poche parole comincia a piangere e a mangiare molto poco. Io la portavo a scuola e andavo a riprenderla, le facevo da mangiare, la coccolavo e durante la giornata giocavamo insieme. Poi comunque c’era mia mamma, e quando dovevo andare a fare delle commissioni la teneva lei. I primi giorni di carcerazione mia mamma ai colloqui mi disse che mia figlia mangiava poco. Ricordo che fu la prima volta che mi sentii veramente preoccupato per mia figlia; poi impotente, per dove ero. Non potevo fare assolutamente niente, solo decidere di farmela portare ai colloqui, anche se non avrei mai voluto farla entrare lì, ma era l’unica cosa che potevo fare. Ricordo che dopo che la mamma di mia figlia la portò da uno psicologo per bambini e riuscirono a farla parlare, lei fece capire che le mancava suo papà, al che venne a colloquio tutte le settimane. Ricordo quando me la prendevo in braccio al di là del muretto che ci divideva. Quanto mi resi conto dell’amore che c’era in me verso la mia piccola… E poi sempre di più mi resi conto che bisogna essere pronti ad avere una responsabilità del genere, ed io, ancora non lo ero. S.S.

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