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Giornalino Trasta 33 DICEMBRE 2018

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N.ro 33 - DICEMBRE 2018

LE FOGLIE DI TRASTA

TRIMESTRALE VOCE DELLA COMUNITÀ DI TRASTA - CEIS GENOVA


EDITORIALE Cari lettori, in questo numero vi racconteremo dell’altro, chi è l’altro per noi, nel bene e nel male, dandovi la nostra interpretazione di questo tema così vasto e importante, soprattutto per persone come noi, con problemi di dipendenza spesso legati a difficoltà di relazione, appunto, con l’“altro”. Le nostre famiglie, i nostri amici, i datori di lavoro, i compagni di percorso e talvolta noi stessi, ecco chi è l’altro, la società con la quale ogni giorno dovremo confrontarci nel corso della nostra vita e in special modo una volta che, terminato il percorso in comunità, ci ritroveremo ad affrontare tutte quelle situazioni e quei rapporti che spesso prima riuscivamo a sostenere solo con l’aiuto dell’uso di sostanze. Ci metteremo di nuovo alla prova in questa sfida dove, con l’altro, instaureremo relazioni che porranno le basi per far sì che riusciremo a costruirci un.a stabilità, che ci aiuterà a condurre una vita normale, libera dalle sostanze e, si spera, finalmente felice! Buona lettura! M.

Idealizzazione e realizzazione: i ragazzi della Comunità di Trasta e i ragazzi della Doppia Diagnosi. Direttori: Luca Pellegrini, Federico Vulcanile e Laura Calafato Caporedattore: Alessandro Censi Buffarini Coordinatore: M. Critico e correttore di bozze: M. Fotografie: M. e Marco Ciccone

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L’ ALTRO L’ altro per me sono sempre stato io, so che può sembrare stranissimo però voglio spiegare nelle prossime righe quello che penso. L’altro per me è quello che non prende posizione, quello che può essere meno importante, quindi non vale la pena ricordarsi il suo nome. La persona che non è mai presente del tutto nell’attività svolta, facilmente influenzabile, che non ha le sue idee, ma adotta le decisioni della maggioranza. L’altro è una persona priva di personalità, che sembra innocua, ma invece è troppo pericolosa... Più che altro per se stessa. È vero, io sono stato per lungo tempo l’altro e mi sono reso conto di quanto sia pericoloso esserlo. Con l’aiuto dell’intera comunità, dove sono da quasi cinque mesi, ho deciso di prendere una posizione per crearmi un nuovo comportamento e formarmi un carattere, superando questo stato e diventando qualcuno. Un uomo. Io sono A. e non voglio più essere l’altro. A.A.

L’ ALTRO L’altro è quella persona che ha bisogno del mio aiuto, l’altro è quello che mi tende la mano quando sto scivolando in fondo al burrone. Fino ad oggi l’altro l’ho sempre usato per i miei bisogni senza pormi la domanda se mi volesse bene o no. L’altro mi serviva e basta! L’altro è importante nella vita, io ho bisogno di un altro che mi voglia bene; ho bisogno di essere amato sinceramente, ho bisogno di un altro che mi capisca, che mi comprenda, cercherò di non deludere più chi crede in me come ho fatto fino ad oggi! Ma l’altro tante volte è anche quello che vuole vederti soffrire o metterti i bastoni tra le ruote e provocarti perchè secondo me nella vita capitano anche persone così. L’altro l’ho “bruciato” mille volte, ma ora voglio che si fidino di me… sono consapevole che è difficilissimo riconquistare la fiducia di chi ti ha dato il sangue ed è sempre stato “bruciato”. N.R.

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L’ ALTRO C’eravamo conosciuti trent’anni fa, avevamo un amico in comune che abitava in via Napoli, e per il fine settimana veniva in riviera dalla nonna dove abitavo io. Erano gli anni ottanta, eravamo una compagnia molto unita e numerosa, passavamo le giornate a girare in moto, a bere birra e a fumare, a suonare la chitarra, ragazzi e ragazze con i capelli lunghi e la giacca della Dainese. Adoravamo stare insieme... Poi è entrata l’eroina a far parte delle nostre vite, prepotentemente, il nostro amico comune è riuscito a smettere e a farsi una famiglia, una mosca bianca. La maggior parte sono morti, mentre io e lui ci siamo persi di vista, ogni tanto lo incontravo quando venivo a Genova a “caccia”... L’anno scorso, dopo la morte di mia madre, ho perso tutto: casa, lavoro, affetti, e mi sono trovato in mezzo alla strada, da solo. Ho rischiato l’amputazione di tutte e due le gambe, ed è stato lì che ci siamo rincontrati, proprio sulla strada. Lui con un figlio e una compagna, con la quale non andava più d’accordo. Lui lavorava per pagare l’affitto a lei e al figlio, mentre lui girava per i dormitori di Genova con me. Mi portava a mangiare nelle mense per i poveri, mi stava vicino quando non riuscivo più a camminare dal dolore, mi portava panini e birre quando stavo seduto dodici ore su una panchina al Porto Antico. Mi reggevo a lui quando, dopo una giornata seduto, le gambe mi bruciavano come fuoco, piangevo dal dolore, lui mi dava coraggio quando non ne avevo proprio più. Quando prendeva lo stipendio mi portava a mangiare al ristorante, ma una volta pagato l’affitto per suo figlio, dopo neanche una settimana era punto e a capo... maledetti vizi e maledetti noi!!! Un giorno mi ha fatto conoscere una ragazza che stava con lui, lavorava in un dormitorio e stava bene da un sacco di tempo. Lui e questa ragazza mi hanno convinto ad entrare in comunità dov’era stata lei. Due ricoveri in una settimana, sempre dimesso e non camminavo praticamente più. Poi mi presentarono un ragazzo che era in comunità: «Vedrai, starai bene, per qualsiasi cosa ci sarà lui, i soldi per il tabacco te li mando io». Ed è stato di parola, anche se avrebbero fatto comodo a lui. Sono passati sei mesi, le mie gambe sono salve, ora cammino senza stampelle e ho deciso di fermarmi qui e finire il programma, ma la notizia più bella è che ora lui è qui con me, ha deciso di entrare in comunità ed è qui da una settimana, fra mille difficoltà, per la prima volta in vita sua in un posto come questo. Fuori gli “amici” della strada avevano scommesso che non sarebbe durato più di tre giorni! Tutta gente che invece di prendersi la responsabilità dei propri fallimenti gli attribuisce alla comunità, al metodo o agli operatori. Sono

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sicuro che finirà la Pronta Accoglienza, tre mesi, e spero con tutto il cuore che si renda conto anche lui che ha bisogno di un posto come questo, per lui ma soprattutto per suo figlio, perché nella vita tutti si meritano un’altra possibilità. Ora ti starò vicino, come hai fatto tu con me, e spero, anzi, son sicuro, che insieme supereremo qualsiasi difficoltà. Ti voglio bene. A.O.

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L’ ALTRO Quando si sta bene con se stessi prendersi cura del prossimo, secondo me, viene più spontaneo. Se riusciamo a raggiungere un discreto equilibrio, una sorta di serenità interiore, una certa autostima, nonché soddisfazione in quello che siamo riusciti a realizzare, credo che tendere una mano agli altri non solo ci riuscirebbe più facile, ma ci farebbe sentire ulteriormente appagati, senza bisogno di avere un ritorno. A parer mio, quando stiamo bene con noi stessi, riusciamo anche a gioire della felicità dell’altro, siamo più propensi ad aiutare a livello umano chi vediamo in difficoltà, siamo più obiettivi nel giudicare atteggiamenti e comportamenti di chi ci circonda. Perciò riusciamo a costruire dei rapporti più solidi e soprattutto più sinceri. Contrariamente, quando siamo in un momento di difficoltà sotto diversi aspetti, conviviamo con un grande conflitto interiore, di conseguenza è veramente difficile convivere con il nostro prossimo, persino con chi amiamo di più perché se stiamo attraversando un momento di insoddisfazione personale sentiamo un grande vuoto interiore e di base non ci sentiamo apposto con noi stessi sotto troppi aspetti, per natura siamo portati a concentrarci solo sui nostri bisogni, necessità, problemi e, quindi, la convivenza con gli altri diventa assai complessa. Anche i rapporti con le persone a noi più care si complicano e si incrinano in modo pesante quando tendiamo a diventare egoisti, magari anche inconsapevolmente ci sembra di dare affetto, attenzioni e amore, ma in realtà siamo solo alla ricerca disperata di colmare il nostro senso di vuoto, di alleviare la nostra sofferenza, di ottenere dagli altri quello che da noi stessi non riusciamo più a ricevere. B.P.

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L’ ALTRO L’altro! Questa parola, d’impatto mi fa venire in mente la convivenza con altre persone. Riflettendo, l’altro inteso come individuo mi può scatenare diverse emozioni: quelle piacevoli, quindi l’altro che mi fa sorridere divertire, sognare, da aiutare...Al contrario l’altro sentito in maniera negativa: l’altro che mi irrita mi spaventa e mi delude, tutto questo è scatenato da un rapporto di condivisione dei propri modi di fare, pensare, vivere, messi a confronto con l’altra persona. C.D.

L’ ALTRO Ogni giorno, volenti o nolenti, ci ritroviamo ad avere a che fare con un sacco di persone, al lavoro, nella quotidianità, in famiglia, con gli amici e cerchiamo di instaurare relazioni con l’altro; ma non sempre si riesce a mantenere questi rapporti che si possono complicare per i più svariati motivi. Creare delle relazioni sane per me è sempre stato difficile sin da bambina; crescendo ho iniziato ad utilizzare delle maschere che indossavo per non mostrarmi per come sono realmente e per non mostrare i miei limiti e le mie fragilità avendo un’immensa paura del giudizio degli altri. Ho imparato ad adeguarmi a qualsiasi situazione ed, essendo attratta da uno stile di vita che credevo mi appartenesse, cioè quello della tossicodipendenza, a 16 anni mi sono ritrovata dipendente dall’eroina e da altre sostanze, rovinando anche la più superficiale delle relazioni che avevo costruito ma soprattutto distruggendo quella con la mia famiglia. Qui in comunità sto lavorando su questa mia difficoltà a relazionarmi in modo sano e costruttivo e a recuperare il rapporto logorato con miei genitori e mio fratello. Dopo 12 anni di tossicodipendenza passati a mentire, ad approfittare e a manipolare tutto e tutti solo per riuscire nell’intento di avere la roba per farmi, sto facendo un’immensa fatica a demolire quelle dinamiche così radicate in me che mi servivano per sopravvivere in strada e per procurarmi la droga. Le relazioni con l’altro sono troppo importanti, sono fondamentali per chiunque perché con gli altri ridiamo, piangiamo, condividiamo, ci confrontiamo e cresciamo, in poche parole con l’altro viviamo! Ed è anche per questo che ho iniziato, in comunità, a intraprendere un percorso di studio che mi porterà ad essere qualificata per fare ciò che più mi da veramente soddisfazione, e cioè dare una mano a persone che, come me, hanno sofferto o che semplicemente hanno fatto delle scelte sbagliate. Ricominciare con l’altro è possibile! M.P.

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NIENT ’ “ALTRO” CHE ME ! Ero bambino e mi coprivo le orecchie con le mani e il cuscino quando i caccia militari sfrecciavano sopra casa mia a Messina, il loro frastuono mi impauriva. Mi dissero di non temere, andavano in Libia. Quando iniziai ad uscire di casa vedevo persone con in mano taniche e bottiglie far la fila all’unica fontana del quartiere per rifornirsi d’acqua potabile. Crescendo continuavo a vederli in strada con striscioni e bandiere, sempre con lo stesso problema; mi risultavano molesti e pensai che non era il caso di scaldarsi tanto per un po’ d’acqua che si poteva tranquillamente comprare ad ogni supermercato. Continuai a vedere cose strane, ricordo un’anziana borseggiata su un autobus, ma non dissi nulla, era la mia fermata ed ero di fretta, poi una persona così in là con gli anni non avrebbe dovuto trovarsi su un bus, forse così l’avrebbe capito. Ho visto tante altre cose, uomini e donne, animali e luoghi, ho visto gioie e dolori di questi, alla fine mi convinsi di aver visto fin troppo e che comunque ero già molto occupato per interessarmi anche degli altri. Stamattina mi è capitata una cosa strana, guardandomi allo specchio ho visto gli occhi di un uomo che nella vita non aveva visto nient’altro che sé! D.F.

L’ ALTRO Ero un bambino quando l’altro me stesso ha bussato alla mia mente. Nonostante fossi un giovane tranquillo, un giovane buono, l’altro io ha iniziato a chiedere di evadere dalle regole. Iniziarono le prime sigarette, i primi furtarelli e più passava il tempo più io mi convincevo che quella vita fosse la strada giusta. Questo altro me stesso continuava ad invadere la mia vita senza freni, senza nessuno che mi facesse notare la sua presenza e stimolato dai piccoli e grandi piaceri che mi faceva provare. Arriva la maggiore età e ormai l’altro io era insediato talmente tanto dentro di me che feci l’errore di iniziare a usare eroina. Ogni giorno era una guerra fra i miei due lati ma vinceva sempre il lato cattivo. Zero interesse, zero obbiettivi, zero piaceri se non la droga. Iniziai a fare il corriere della droga per 10 anni fino a che una notte, mentre riposavo, suonano al citofono; era la polizia, mi entrarono in casa e mi rinchiusero in carcere, una gabbia fredda dove non metterei nemmeno il mio cane. Ho compiuto 30 anni e iniziava la lotta fra l’io buono e l’altro io; stetti male, ma non mi importava, continuai a lottare per altri 2 anni per arrivare fino ad oggi e svegliarmi felice. A questo punto il mio lato buono ha vinto la battaglia, non la guerra, ha cominciato ad essere importante per gli altri, le persone che hanno valore nella mia vita: la famiglia, gli amici e i compagni di comunità.

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Ogni persona con cui mi rapporto lascia qualcosa di positivo in me, sia un senso o un motivo per arrabbiarmi, però sono tutti la causa di una vita piena di emozioni e sentimenti che mi fanno capire che cresco come persona e arricchisco il mio lato buono. Dai zero piaceri sono passato ad usare le altre persone per riempire il vuoto del mio lato cattivo, saranno gli altri ad aiutarmi a vincere la guerra, vincerò io. M.R.

L’ ALTRO Nella mia vita l’altro è stato molto presente fin dal’ infanzia e non mi riferisco ai miei genitori, ma l’altro come assistenti sociali. Sono stato sbattuto in due collegi dato che i miei fratelli, buon’ anime, spacciavano e rubavano, così hanno ritenuto gli altri ( Ass. Sociali ) di decidere per me. L’altro non mi ha aiutato, anzi ero io che non volevo il loro aiuto. E così l’altro ha tentato ancora con una comunità alloggio e varie comunità terapeutiche, ma dopo poco tempo abbandonavo il loro aiuto ed ho scelto di tornare a casa. A quel punto l’altro si è arreso ed ho cominciato a spacciare e rubare, poi è cominciata la galera e l’altro è diventato il SERT e sono stato aiutato molto. Oggi il mio SERT di appartenenza è molto presente e per l’ennesima volta l’altro, il SERT, mi ha dato delle possibilità; adesso sono in Comunità dal 12-10-2018 dopo quasi tre anni di carcere. Ho deciso di farmi aiutare dall’altro e sono molto determinato a riprendere la mia vita con l’aiuto degli altri utenti, operatori, psicologo... In questo momento l’altro è la comunità dove trovo molti strumenti e dove io, insieme all’altro, voglio coglierli anche attraverso le condivisioni. L’altro, tante volte nella mia vita mi ha aiutato, molte volte però l’ho presa anche nel sedere, ci sono stati anche anni meravigliosi perchè essere innamorato, essere felice e provare emozioni ti rende soddisfatto sotto ogni punto di vista. Voglio chiudere dicendo che contare sull’altro e fidarsi può rendere la tua vita e quella dell’altro piena, piena di gioia, anche dolore però la cosa importante è credere sempre che la vita è meravigliosa, soprattutto con l’altro. E.S.

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L’ALTRO Che cos’è l’altro, chi è l’altro per me, riflettendo su questa domanda scopro che non è così facile dare delle definizioni. Prima di tutto l’altro è una persona come me, da rispettare, trattare alla pari cercando di dare e avere risorse, dare e ricevere fiducia, scambiare le proprie ricchezze migliorando così me e le mie lacune più disparate. Se io mi amassi, l’altro, dovrebbe essere una persona che amo come me stesso e forse anche di più. Invece spesso per me l’altro è una persona di cui non mi fido se non dopo averlo più che conosciuto; purtroppo a volte passa troppo tempo e rimane uno sconosciuto... Tanto è un diverso, ha un colore della pelle diversa, una religione diversa, una fede politica diversa, una squadra diversa... E dimentico che anche io sono l’altro. G.M.

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L’ ALTRO Per parlare dell’altro dobbiamo necessariamente partire dal concetto di “persona”, contrapposto a quello di “individuo”, che é riconducibile ad un insieme, un campione sul quale effettuare considerazioni statistiche.”Persona” indica invece un soggetto preciso: l’altro, unico e irripetibile come me, come noi, sede di valori e di storia. L’altro è innanzitutto persona, ancor prima che utente, operatore, responsabile, lavorante. Tale assunto riportato nella vita comunitaria, porta con sé il concetto di convivenza e di indispensabile convivialità, da cui discende la condivisione e la cooperazione con l’altro e per l’altro. L’incontro è votato ad un etica dell’essenziale, un principio che coincide con una dimensione di benessere che, appunto, appartiene all’essere e non all’avere. A conferirci benessere è la condivisione dello spazio e del tempo con gli altri, il che significa anche limitarci per non invadere la sfera altrui, danneggiando, così, l’altro che tanto ci è prezioso. In questo senso vivere la comunità vuol dire vivere lo spazio della condivisione con l’obbiettivo di trasformare l’altro, attraverso lo stare insieme, in risorsa educativa ricevente e restituente, portandolo a conoscere se stesso e a conoscersi tra gli altri, mettendosi in relazione, in condivisione con loro. Siamo dunque chiamati a vivere il tempo con l’altro, ascoltandolo e percependolo in posizione empatica, il che significa restituire a noi e al nostro interlocutore un senso di esistenza: incontrarci in un tempo e in uno spazio dato. Vivere il tempo come luogo d’incontro significa partecipare al tempo, scoprire che l’avvenire è l’altro. Il futuro si chiude quando ci chiudiamo all’incontro con l’altro, negando ad entrambi il tempo dell’incontro. Un tempo negato ma anche rubato all’altro, al mondo, a sé. Se il tempo non prende forma nell’ incontro, non prende forma neanche la vita comune e la bellezza; bellezza che è luce riscoperta oltre il buio, praticando la responsabilità e la solidarietà nel contesto della comunità. Marco (operatore Trasta)

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