N.ro 31 - GIUGNO 2018
LE FOGLIE DI TRASTA
TRIMESTRALE VOCE DELLA COMUNITÀ DI TRASTA - CEIS GENOVA
EDITORIALE Cari lettori, saluti cordialissimi. Ci rende felici portarvi di nuovo i nostri pensieri, questa volta sul senso della comunità. Si dice che la comunità sia una scuola di vita dove si impara a conoscere noi stessi e a gestire la nostra identità nel migliori dei modi, per riuscire a vivere il resto della nostra vita senza sostanze. C’è una frase che mi han detto gli operatori e anziani di casa più di una volta da quando sono entrata “Non si viene in comunità per stare bene” e penso che questo pensiero riassuma tutto il senso del nostro percorso. Abbiniamo alla comunità il confronto con le nostre difficoltà e questo si vede negli articoli di questo numero: malinconia, solitudine, resistere alle tentazioni, ricordi di una vita sbagliata, colpe, persone diverse, però alla fine insieme nella stessa barca. Qui a Trasta diamo questo senso alla comunità: dovremmo uscire come persone nuove. E’ come se fosse una nascita, ci vuole dolore, forza e coraggio per accettare tante cose che avevamo nascoste sotto l’effetto delle droghe, ci vuole pianto e perdono perché siamo solo noi a farci del male; ci vuole scaricare il peso dei nostri sbagli per respirare più leggeri e andare avanti con un’altra testa. Non è per niente facile, però non siamo soli. Affrontare e imparare a risolvere le difficoltà qui dentro ci prepara per la vita fuori e non importa quanto si soffra, sarà sempre un passo verso a una vita di libertà. K.
Idealizzazione e realizzazione: i ragazzi della Comunità di Trasta. Direttori: Ezio Lazzari e Laura Calafato Coordinatore: K. Caporedattore: Alessandro Censi Buffarini Fotografie: Mauro Marchetti
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IL SENSO DI COMUNITA’ Per me il senso di comunità vuol dire gruppo, esserci l’uno per l’altro, aiutarsi nei momenti di difficoltà … Non ci si dovrebbe aggredire e accanire a vicenda, ma tendersi la mano. Alla fine abbiamo tutti le nostre esperienze e i nostri problemi, ma siamo dei tossicodipendenti, la strada è sempre stato il nostro luogo primario e qui le cose cambiano … Siamo o “dovremmo essere” una famiglia (conviviamo ventiquattro ore su ventiquattro) e sembra che a tanti questo non interessi … vedo troppo egoismo, cattiveria, godere degli errori, dalle sfortune altrui, e questo mi addolora. Io non sono una cattiva persona, di sbagli ne ho commessi, certo, sono umana, pazienza, vado avanti. L’importante è sempre camminare a testa alta, rendendosi conto di quello che si è commesso, e in questo modo si matura (affrontando i problemi). Sono solo all’inizio di un lungo percorso qua; come nella vita esterna, di cose da imparare ne abbiamo, e parecchie. Dobbiamo lavorare sul “tuo essere reale e non mascherato”. Qua ci sono delle regole e, se pur difficili, devi starci, perché qualsiasi regola, dalla più piccola alla più grossa, ha la sua motivazione. Questo è un progetto, “Progetto Uomo” e dobbiamo solo ringraziare dell’esistenza di questa struttura, perché è il nostro salvavita; bisogna scegliere o da un parte o dall’altra e una volta deciso, non tornare indietro (o almeno ci torni, ma facendoti il mazzo e non più come prima…). Con i ragazzi devi limitarti: è importante, infatti, mantenere una certa distanza per non cadere in un rapporto esclusivo (due chiacchiere, due risate e poi basta). Esisti solo te e non devi perdere la minima concentrazione, altrimenti sei fregata … La droga: io odio e non ammetto che qualcuno arrivi strafatto o porti delle sostanze all’interno che rovinano il percorso di gente che ci mette il cuore per davvero. Pulire, riordinare, lavarti, curarti, sono tutti fattori che ti fanno capire che ti devi ripulire completamente dalla strada e mantenerti successivamente fuori, contando inoltre al posto, l’ambiente in cui vivi; quello doppiamente deve essere lindo e ordinato (un domani hai una casa e nello sporco non vivrai e tanto meno con la roba sparsa per casa) Questi sono tutti segnali di un cedimento dal momento che non segui più il ritmo e l’andamento della comunità. Dai un senso, infine, anche alla voglia di farti… è comprensibile e devi combatterla duramente! A.
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IL SENSO DI COMUNITA’ Il senso di Comunità: non sapevo realmente cosa significasse. Ne sentivo parlare da conoscenti che in comunità erano stati. E’ la prima volta che entro in comunità. Pensavo che qui, ognuno aiutasse l’altro, purtroppo vedo che non è così. Le discussioni che avvengono sono, secondo me, per futilità, quasi mai per cose serie. Se è possibile e se c’è adito, non si vede l’ora di parlarsi dietro. Mi aspettavo più aiuto reciproco, mi aspettavo di poter lavorare insieme più serenamente, mi aspettavo di convivere come una famiglia. Gli operatori sono fantastici, riescono a farmi aprire e a tirare fuori tutti gli scheletri che sono dentro di me. Ci vuole il suo tempo ma loro lo stanno dedicando a me e questo mi rende felice anche se, purtroppo, la voglia di bere penso che me la porterò dietro per sempre. Almeno qui sto imparando a controllarla e a saper dire di no al mio problema. Oggi un operatore ha detto una frase stupenda: “qui non c’è armonia, bisognerebbe guardarci e abbracciarci con il cuore”, a me, oggi, sembra un’utopia. Alle volte penso che tutti noi dovremmo essere più umili e fermarci a pensare, non solo a noi stessi; fare un bel respiro e cercare di ricordarci che tutti noi siamo uguali, abbiamo gli stessi problemi. Dovremmo cercare di aiutarci a vicenda. Allora, per me, sarà veramente una comunità. F.
IL SENSO DELLA COMUNITÀ Per me la comunità è e dovrebbe essere un rifugio dove cambiare o almeno modificare il proprio carattere e la propria personalità. Aiutarsi l’uno con l’altro e trovare persone, gli operatori, che magari all’inizio pensi che siano dure. Sto imparando tanto da tutti e da tutto quel che vedo e sento. Concludo: per me il senso della comunità è famiglia, fratelli e sorelle. S.
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IL MIO GIUDIZIO SU DI ME Io sono una donna che si appoggia troppo nei suoi pensieri. Sono una persona che si controlla tanto, che permette che il più bello nel più brutto di lei, esca fuori. Sono una donna capace, però limitata dalla natura, ma più da se stessa. Sono capace di manipolare le situazioni con facilità, per far vedere che non sbaglio. Ho bisogno di attenzione per funzionare bene. Vorrei piacere a tutti e non capisco quando questo non succede. Sono viziata, golosa, arrogante, presuntuosa, curiosa. Non voglio bene a me stessa, non mi piaccio. Io soffro perché non ce la faccio a identificare e accettare le mie emozioni. Nascondo tutto, nascondo il marcio, il brutto. Vorrei vivere nel mondo perfetto e soffro quando mi accorgo che non è cosi. Tante volte sono pigra, non per non essere capace, ma per farmi aiutare, per farmi accompagnare, per non stare da sola. Ho bisogno di aiuto per entrare in contatto con le mie vere emozioni, per entrare in contatto con gli altri. Non mi conosco, perché sempre ho voluto essere perfetta e mi sono persa provandoci. Non do valore alla mia opinione. Forse non do valore neanche a me stessa. Per me è più facile lasciarmi andare con l’eroina, che affrontare i miei problemi. Ho paura di cambiare quello che non mi fa funzionare bene nel mondo, perchè non conosco altri modi di vivere. Sembro scema quando non so cosa fare invece di trovare delle soluzioni. Sembro bloccata. Sembrerebbe che non ce la posso fare senza droghe, forse perchè quella K. che vorrebbe essere non esiste e il mondo che vorrebbe non esisterà mai. Ho bisogno di aiuto per accettarmi con il brutto e il bello dentro di me. K.
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IL SENSO DELLA COMUNITA’ Non è la mia prima esperienza in comunità. Ero già stata qui circa 3 anni fa ma non avevo finito il programma e, una volta fuori, sono ricaduta. Credo che in un posto come questo bisognerebbe entrare decisi e convinti di voler abbandonare quel mondo, a noi così caro, della tossicodipendenza. Credo anche che debba assolutamente partire da noi la decisione di seguire il percorso con il massimo dell’impegno, per uscirne una volta per tutte! Io so perfettamente quanto sia distruttivo fare uso; pochi mesi fa, a causa delle iniezioni di droga ho avuto una endocardite batterica gravissima e stavo per rimetterci la vita. Sono stata più che fortunata, miracolata e ho avuto un’altra possibilità. Credo che niente accada per caso e probabilmente io avevo bisogno di vedere davvero la morte in faccia, di toccare il fondo per decidere a rientrare. Solitamente la parola comunità viene utilizzata per descrivere un gruppo di persone che condividono qualcosa. Qui assume un altro significato, qui condividiamo tanto, la casa, i lavori da svolgere, momenti spensierati, allegri. Altri tristi e drammatici. Siamo tutti diversi, con vissuti differenti, storie di abuso di sostanze diverse, ma siamo tutti qui e, giorno dopo giorno, cerchiamo, a volte fallendo, altre no, di raggiungere i nostri obiettivi, Certe volte è dura davvero, capita di sbagliare ma si impara a non abbattersi, a capire che si può fare bene e che possiamo perdonarci per tutto il male che abbiamo fatto, per poter vivere di nuovo liberi. M.
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IL SENSO DI COMUNITA Il senso di comunità: non sapevo cosa volesse dire. Poi ho iniziato a viverci e ho cominciato a capire che, la comunità, oltre ad aiutarti a levare una dipendenza, ti aiuta a conoscere te stesso e a relazionarti con altre persone nella tua stessa situazione, a conoscere i sentimenti propri, che non sapevamo di avere quando eravamo dipendenti, a scoprire emozioni e sensazioni nuove, a confrontare le emozioni, i problemi, gli stati d’animo con altre persone e questa cosa mi piace molto. I miei primi giorni qui sono stati molto duri, avevo molta malinconia, molta tristezza, non capivo come potessi essere caduta nella strada della dipendenza. Andando avanti con i giorni, i miei sentimenti si sono placati, lasciando spazio ad altre emozioni, perché ho cominciato a vedere la comunità come un futuro cambiamento della mia vita in meglio, una vita dignitosa, salutare, senza sostanza. Spero di poter riuscire a portare a termine questo percorso, per dare una spolverata alla mia vita e farla tornare a splendere. M.
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IL SENSO DI COMUNITA’ Nell’ultimo periodo, sempre più utenti, richiedono di fare un percorso individuale. Chi lo chiede pensa che così potrà uscire più velocemente dalla struttura, ma così non è. Dopo quindici mesi di percorso l’hanno proposto anche a me di farlo ed io ho deciso di mettermi in gioco e non è facile, devo dire che tante regole che mi hanno insegnato in comunità, quando sei fuori servono, ma rimettersi in gioco con la vita reale non è facile. E’ dura rivedere i posti che hai frequentato durante la tua vita precedente, quella vita che ti ha portato a bagno. Devi impegnarti tanto per non ricadere. Devi avere grande forza per resistere alle tentazioni. Tutto questo lo superi se ti metti in mano all’equipe degli operatori che ti aiutano a vedere quanto è bella la vita che noi, fino a poco tempo fa, buttavamo via. P.S.: Se fuori sei solo, qui in comunità trovi una grossa famiglia. P.
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REGOLE DI VITA Cara assistente, in questi ultimi giorni mi trovo spesso a pensarla, ma non con rabbia, come succedeva prima; è strano lo so, lei lo sa, io ho fatto tanti anni di galera e ho trovato poche poliziotte rigide come lei, ma ora che mi trovo qui in comunità e avendo rapporti e responsabilità con tante persone diverse e dovendo anche insegnare a loro le cose più semplici, a volte anche a come rifarsi il letto, a non esagerare con il trucco, l’abbigliamento, la disciplina sul lavoro e tante altre cose. Pensi, ieri mi è uscito dalla bocca “CI VOREBBE LA MIA ASSISTENTE DELLA CUCINA QUI “la mia! Pensi un pò assistente cosa ho detto, proprio io che con lei facevo fuoco e fiamme, ma alla fine la ringrazio insieme a tutte le persone che in tanti anni di carcere come lei mi hanno comunque trasmesso e insegnato qualcosa. Si perché anche il carcere è una comunità e un luogo dove si vive e dove si deve rispettare persone, luoghi e valori e soprattutto se stessi come prima cosa. E’ casa tua, fin che ci sei devi rispettare le regole come qui in comunità come fuori nella vita, come in paradiso e come all’inferno. Vabbè assistente, adesso la saluto, tanto lo so che leggendo questa lettera si metterà ad urlare… ma so anche che senza farlo vedere a nessuno sarà soddisfatta. Io la ringrazio e ringrazio anche le altre persone che, come lei, hanno lasciato qualcosa dentro di me per permettermi di essere la persona che sono ora. S.
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INNO ALLA COMUNITÀ
Dico e converso tramite questa opportunità, Arrivando a una casa che si chiama comunità, Facendo un passo grande dal confinamento alla libertà. Mi sono sentito strano però mi hanno detto che è normale, Ma in pochi giorni mi è salita la morale. Parlo per me, che arrivo da dove si annusa il ferro, Da un posto dove si vede soltanto oscurità E si sente l’esilio, Dove ti calpestano la dignità e ti trattano peggio di un cane. Maledetto posto che è fatto solo di ferro. Io penso che ad arrivare qui si sente la differenza, si sente l’aria pura come i pugili hanno bisogno della resistenza, dandoti un traguardo, lo raggiungi con pazienza. Questa è la mia opinione, essendo la mia prima esperienza, Concludendo questo tema come se fosse una canzone, Provando a spiegare quale è stata la mia impressione, Arrivare alle braccia dei miei figli sarà la mia ambizione. Cominciare e finire questo programma nel migliore dei modi è il mio proposito e la mia conclusione Essere una migliore persona lo desidero di cuore.
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IL SENSO DI COMUNITA’ Io a Trasta c’ero già stata 10 anni fa e, sicuramente, mi è servito per capire molte cose riguardo i miei problemi, infatti, per 10 anni, tra alti e bassi, sono riuscita a fare una vita regolare. Poi però, l’anno scorso, ho cominciato a lasciarmi andare, in seguito a troppe difficoltà, come, per esempio, non riuscire a trovare più un lavoro, nonostante abbia fatto di tutto per trovarlo. In più, siccome non stavo più bene con me stessa, ho cominciato a litigare pesantemente con il mio compagno, allontanandolo sempre di più, riversando su di lui tutte le mie frustrazioni e la mia rabbia. Così mi sono isolata sempre di più e ho cominciato a bere, sempre chiusa in casa, perché ormai ero arrabbiata con tutto il mondo. Ero arrivata al punto di odiarmi e farmi talmente schifo che non mi guardavo nemmeno più allo specchio, ormai ero sprofondata nella mia disperazione e nel mio dolore. Poi, un giorno, finalmente ho trovato la forza di chiedere aiuto, perché mi ero resa conto che avevo solo due scelte: la prima era quella di continuare a bere fino alla morte, la seconda era quella di tornare a Trasta e rifarmi una vita. Ho scelto la seconda opzione perché sapevo che era l’unico modo per essere aiutata, perché da sola non ce l’avrei mai fatta. Ora sono circa due mesi che sono qui e sono sempre più convinta di aver fatto la scelta più giusta, perché io voglio vivere! B.
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