N.ro 38 - MARZO 2020
LE FOGLIE DI TRASTA
TRIMESTRALE VOCE DELLA COMUNITÀ DI TRASTA - CEIS GENOVA
EDITORIALE Cari Lettori, anche oggi nel leggere i contributi dei nostri ospiti, siamo chiamati a indossare i loro panni per comprendere che “i popoli in cammino” non è una tema facile da trattare in comunità. Non lo è per via dei loro vissuti, specie per chi, vivendo la strada, ha esperienze di incontro che son state per lo più uno scontro – per un letto, per un piatto caldo. La ricerca di risorse rende tutti camminanti; eppure, leggendo le storie dei nostri ragazzi, sembra che tutti i camminanti siano uguali, ma alcuni più uguali di altri, parafrasando George Orwell. Ci sarebbe piaciuto percepire dalle loro storie un senso di comunità, un eguale status di persone erranti alla ricerca di benessere come le genti che incontriamo sulla nostra strada. Ma la realtà, come la strada, è spesso dura, e non bastano i vissuti personali di emigrazione a far digerire l’intercultura. Nondimeno, i nostri stessi ragazzi sono stati allontanati, privati, o fuggiti dalla loro casa; anche loro hanno cercato risorse coi mezzi di cui disponevano. Anch’essi hanno visto sbarrare il proprio cammino. La tossicodipendenza, la precarietà economica o culturale, i drammi familiari, hanno portato anche loro all’atavico movimento che da sempre caratterizza l’uomo: mettersi in cammino. Come cinquantamila anni fa, quando partendo dai cambiamenti anatomici delle corde vocali e dalle modificazioni della struttura cerebrale, l’essere umano, migrando dall’Africa, ha iniziato ad espandersi colonizzando le aree più fredde dell’Eurasia; qui, ha imparato a cucire abiti e a costruire ripari, riuscendo, circa ventimila anni fa, ad approdare in Siberia. L’uomo, a questo punto, occupava quattro dei cinque continenti esistenti: rimanevano escluse solo le Americhe, per via del fatto che la distanza da percorrere via mare dal Vecchio Mondo era, all’epoca, proibitiva. Fu infatti presumibilmente via terra che, attorno al 12000 a.C., i protosiberiani giunsero nell’America settentrionale oltrepassando lo Stretto di Bering sfruttando un periodo di basso livello delle maree durante la glaciazione, che diede luogo ad un istmo che collegava l’Alaska alla Siberia. Questi antichi migranti furono con molta probabilità i primi abitanti del Nuovo Mondo che diedero origine alla cultura Clovis (dal nome della località del New Mexico dove per la prima volta furono trovate le punte di freccia tipiche di questo popolo). Quando nella calotta canadese si aprì un corridoio libero dai ghiacci, gli antichi coloni poterono raggiungere le grandi pianure e, da lì, predando la selvaggina e cogliendo i frutti della terra, raggiunsero la Patagonia percorrendo circa 13000 km in meno di mille anni. Questi moti esplorativi ed espansionistici che caratterizzano l’umanità fin dalla notte dei tempi, portano con sé l’ambivalenza della natura umana: da una parte è possibile osservare la voglia di innovazione ed emancipazione, lo sviluppo della creatività, quella facoltà del pensiero che ha fatto sì che l’umanità uscisse dai ripari naturali e inventasse i mezzi e gli strumenti del proprio progresso sociale. “L’homo planetarius (da humus = umidità terrena primigenia; plànao = andare, vagabondare) che, errando, si trasforma per trasformare, in costanza di creazione” (da D. Arkel, Il pianeta condiviso, Atì Editore). Dall’altra parte, vi si contrappone l’homo destruens, predone della biodiversità e degli spazi. Quale che sia la meta alla quale giungeremo alla fine del nostro cammino, il tema di questo numero mi da l’opportunità di condividere con voi e con gli ospiti della Comunità, la Oraciòn de Fray Dino, letta nel Convento di S. Francesco lungo il Cammino di Santiago:
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EDITORIALE Anche se ho percorso tutti i cammini, attraversato montagne e valli da Oriente fino a Occidente, se non ho scoperto la libertà di essere me stesso, non sono arrivato da nessuna parte; Anche se ho condiviso tutti i miei beni con popoli di un’altra lingua e cultura, fatto amicizia con pellegrini di mille sentieri e condiviso rifugi con santi e principi, se domani non sono capace di perdonare il mio vicino, non sono arrivato da nessuna parte; Anche se ho portato il mio zaino dall’inizio alla fine e ho aspettato ogni pellegrino bisognoso di incoraggiamento e ceduto il mio letto a chi è arrivato dopo e regalato la mia bottiglietta d’acqua in cambio di nulla, se di ritorno a casa non sono capace di creare fraternità e di determinare allegria, pace e unità non sono arrivato da nessuna parte; Anche se ho avuto acqua e cibo ogni giorno fruendo di un tetto e di una doccia tutte le notti e ho ben curato le mie ferite, se non ho scoperto in tutto questo l’amore di Dio non sono arrivato da nessuna parte Anche se ho visto tutti i monumenti e contemplato il miglior posto al sole Anche se ho imparato un saluto in ciascuna lingua o provato l’acqua limpida di tutte le fonti se non ho scoperto chi è l’autore di tanta bellezza gratuita e di tanta pace non sono arrivato da nessuna parte; Se a partire da oggi non continuo a camminare ricercando e vivendo secondo l’insegnamento; se a partire da oggi non vedo in ogni persona, amico e nemico, un compagno di cammino, non sono arrivato da nessuna parte. Buon cammino.
Marco Ciccone (operatore della Comunità Terapeutica)
Idealizzazione e realizzazione: i ragazzi della Comunità di Trasta Direttori: Luca Pellegrini, Marco Ciccone e Federico Vulcanile Caporedattore: Alessandro Censi Buffarini Coordinatore: M. Critico e correttore di bozze: M. e Federico Vulcanile Fotografie: M. e Marco Ciccone
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TEMPO CHE NON TORNA Ciao, mi chiamo A. e sono nato a Torino nel novembre del 1970. le mie origini sono pugliesi sia da parte di mio padre che di mia madre: famiglia composta da sei figli, cinque nati in Puglia e solo io in Piemonte. Dai racconti di mia madre era molto dispiaciuta di andarsene dal suo paese di origine: il cammino iniziò molto tempo fa, prima che io nascessi. Il paese dei miei genitori si trova in Puglia, sul Gargano. Peschici, un bel paese su una rocca nel mare Adriatico, un posto giusto dove passare una pensione dignitosa. Come nella maggior parte del Sud il lavoro scarseggiava, mio padre veniva da una famiglia di pescatori ma con cinque figli faceva fatica a portare a casa il salario sufficiente. Così decise di trasferirsi in Germania con altri due fratelli, mentre mia madre è rimasta a casa per accudire i miei fratelli. Mia madre mi disse che a volte passavano mesi prima che mio padre facesse ritorno a casa: pochi giorni poi ripartiva. Trovò lavoro in una fonderia addetta a stampare componenti per auto, finché dopo qualche anno trovò lavoro in un’altra fonderia in Piemonte, così decise di trasferirsi con tutti noi a Torino dove sono nato io, ultimo di sei figli. Ora, da padre con due figli, posso solo immaginare la sofferenza di staccarsi dai propri figli: ogni qualvolta li vedevi dopo mesi li trovavi cambiati, quasi irriconoscibili. Ti aspetti di ritrovarli come li avevi lasciati, ma il tuo ritorno ti rattrista, e nel vederli cresciuti provi un po’ di odio verso te stesso, odio per il tempo che si è impadronito della crescita dei tuoi figli, tempo che non avrai più indietro. L’immigrazione è crudele ma si ignora, la si affronta sempre con Malinconia e rassegnazione. Padrona di rubarti il tempo dei tuoi cari. A.P.
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IMMIGRAZIONE Personalmente sono stata sempre molto affascinata e vicina a queste persone, con la quale ho avuto anche l’occasione di lavorare e di vivere nello stesso quartiere. È difficile però esprimere questo concetto, avendo come me l’impressione di essere per un certo aspetto in totale contraddizione tra quelli che definisco bisognosi o approfittatori. Il bene e il male c’è in ogni persona indipendentemente dalla razza e cultura da cui proviene. Nel mio quartiere, ad esempio, hanno portato una sorta di degrado e incrementato le situazioni di spaccio, sono davvero poche le persone che ho avuto modo di conoscere che invece conducevano una vita “pulita” e che cercavano di integrarsi. Quando ho lavorato con Emmaus andavo a fare le pulizie in un centro d’accoglienza nel quale arrivavano persone davvero bisognose: di cure mediche, di cibo… di tutto quello che qui sembra non mancare. Però la povertà, come anche la disperazione di vivere per strada, l’ho vista anche a casa nostra, perché la società attuale non ha mezze misure. Sono dell’idea che sia naturale per ogni singolo individuo essere alla ricerca del benessere, della stabilità, della salute; sono quindi in parte d’accordo con il fatto che in ogni parte del mondo c’è spazio e possibilità per tutti coloro che realmente lo desiderano. Fortunatamente la nostra non è stata una realtà di guerra, nonostante ciò ci siamo fatti la guerra da soli e combattiamo ancora per far sì che le disuguaglianze non incidano nelle nostre vite e in quelle dei nostri figli. F.C.
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IMMIGRAZIONE Mi sembra che il flusso incontrollato di persone di altra nazionalità porti soltanto ulteriore scompiglio. È ormai inutile dire che in una camera dove possono abitare due persone non si può stare in venti, poiché nessuno starebbe più a proprio agio e la convivenza diventerebbe deleteria per tutti. Inoltre il nostro Paese, l’Italia, non è sicuramente attrezzato ad accogliere i profughi in modo dignitoso quindi molti per sbarcare il lunario iniziano a delinquere (spaccio, prostituzione, microcriminalità di vario genere); nella maggior parte dei casi le stesse forze dell’ordine si vengono a trovare senza strumenti per poter contrastare questa escalation perché non ci sono i documenti, le impronte digitali, il DNA, la residenza. Personalmente ho conosciuto un tunisino che ha cambiato almeno 50 città usando altrettanti alias, cioè forniva una generalità diversa ogni volta risultando quindi sempre incensurato. Io personalmente essendo apolitico penso che i no-global avessero ragione, non si può continuare ad accogliere persone che comunque possono e vogliono cambiare Paese e non si vogliono integrare alla cultura, ai costumi, alle tradizioni del Paese che offre loro la disponibilità ad accoglierli, ma vuole mantenere le proprie addirittura contestando, a volte, le nostre. Io ho girato abbastanza il mondo ma, la prima cosa a cui ho prestato particolare attenzione, è stata quella di integrarmi alle usanze locali, per cercare di essere accettato nel più breve tempo possibile rispettandole. Io di conseguenza non rispetto chi non mi rispetta. È normale che parlo in generale, sono convinto che comunque ci sia una piccola percentuale di immigrati che si è adattata, ma non è sufficiente. Forse fra qualche centinaio di anni l’ambientamento fra culture diverse diventerà automatico ma al momento attuale penso che sia ora di dare uno stop: il troppo stroppia. Io non mi sento razzista anche se non ho particolare simpatia per i popoli arabi, ma questa è solo una mia opinione personale, per discutibile che sia io la penso così. F.G.
I POPOLI IN CAMMINO Gli aborigeni australiani sono tutt’oggi il massimo esempio di come noi tutti, popoli del mondo, siamo di natura nomadi. Il territorio australiano è costellato da centinaia di reti invisibili che collegano tutto il Paese che vengono chiamate “le vie dei Canti”. Secondo la tradizione aborigena, infatti, gli antichi avi del “tempo del sogno”, attraverso il loro canto, avevano creato i fiumi, i sentieri, le rocce e tutto ciò che esiste e che forma il paesaggio. Questi canti ancestrali vengono trasmessi e insegnati oralmente ai giovani della tribù, i quali poi, attraverso un viaggio iniziatico, partono alla scoperta di tutti i luoghi narrati, riuscendo ad orientarsi perfettamente in ogni territorio ostile solo grazie alla conoscenza di questi canti. In questo modo i giovani possono conoscere il mondo così come l’hanno conosciuto i loro antenati, e la forza e l’esperienza di questo viaggio in solitaria può dischiudere loro la conoscenza più profonda di loro stessi e, quindi, del mondo. Giulia Mattola (Volontario Servizio Civile)
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IL MIO CAMMINO Oggi voglio parlarvi di quando sono partito dal Marocco per venire qui. Avevo otto anni. Quel giorno me lo ricordo molto bene perché è stato un fiume di felicità misto a un po’ di dolore perché lasciavo i miei amici, le mie sorelle, il mio quartiere. Arrivato in aeroporto iniziò a crescere un po’ di ansia perché non avevo mai preso un aereo, ma con me c’era mio fratello e mia mamma che cercavano di tranquillizzarmi, con poco successo. Una volta partiti il mio pensiero fu che mi lasciavo tanto dietro di me, ma la cosa che mi rendeva felice era che avrei visto mio papà. In Italia c’era freddo e pioveva, e la cosa mi turbava molto perché non ero abituato, ma dovevo abituarmi. E così fu. Ora ho un altro cammino più importante e forse quello che può rendermi la vita in discesa. Spero proprio che sia così. Spero di imparare a camminare… I.B.
UN ARGOMENTO DIFFICILE Io personalmente non ho vissuto l’emigrazione sulla mia pelle ed è quindi un tema che trovo difficile affrontare. Ciò che non voglio è rischiare di cadere in banalità e frasi fatte o sentite e risentite, essendo questo un discorso con parecchi punti di vista possibili e piuttosto particolare. Ho deciso di trovare in me e nella mia storia personale in che modo ho vissuto sulla mia pelle la sensazione di non avere una casa e la costante ricerca di un posto con migliori condizioni di vita o con più opportunità da offrire. M.S.
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INCONTRO TRA ETNIE L’immigrato nella nostra immaginazione è un parassita che viene in Italia per sistemarsi economicamente e sfruttare la situazione. È anche vero – vedi la mafia nigeriana, ecc. – ma esiste anche l’immigrato che viene con modestia e sacrifici a lavorare onestamente e scappa da guerre o persecuzioni, sia razziali che religiose. Il male, comunque, esiste in tutti i Paesi, quindi c’è il buono e il cattivo dappertutto, anche se frequentando Sottoripa ho visto arabi mostrare il peggio di loro – anche se pure le altre etnie sono disposte a tutto per soldi. Esistono comunque scambi interculturali e, alle volte, dalle unioni tra razze diverse può nascere qualcosa di diverso e ricco – vedi cultura, cucina, musica e tratti somatici. L’integrazione è difficile ma non impossibile, basta trovare le persone giuste e consapevoli che non è solo il luogo dove nasci che fa l’individuo. Ad ora comunque camminando per i vicoli si vede di tutto, e il malcontento per certi comportamenti è palese e l’odio verso l’immigrato è comprensibile. Io sono tollerante ma di fronte a certi atteggiamenti mi arrendo. M.M.
UN ARGOMENTO DIFFICILE Si sente nell’aria un profumo speziato, mi viene da pensare a quando in passato siamo stati testimoni di grandi esodi: una popolazione che si muove in maniera uniforme verso terre da cui ricominciare. Con loro portano tutto il possibile per dare un senso alla loro esistenza, attenti a non portare il superfluo e di non caricarsi di pesi eccessivi e permettere loro un insediamento più agevole. Noi siamo quel gruppo di persone alla ricerca di noi stessi, riusciamo a muoverci ma non in maniera uniforme, qualcuno talvolta cambia direzione o ci è d’intralcio nel movimento. La carovana fa capolino nelle capitali più importanti per la loro crescita. L’odore speziato riporta ad un senso gitano di quando vengono allestiti campi di fortuna per riposarsi, saziarsi e darsi coraggio: quello è indispensabile per la lunga traversata. Una cosa che ci è chiara è che una volta che si parte non ci sono ripensamenti, non si può tornare indietro, si può però contare sull’aiuto dei nostri compagni di viaggio. Quello è un dato appurato. Sono anch’io in viaggio verso una casa calda dove poter crescere e far crescere la mia famiglia. C’è chi la fortuna non ce l’ha, ma le motivazioni la troverà lungo la strada, ne sono sicuro, anche perché il vero senso del movimento è la libertà. Siamo tutti quanti motivati verso la libertà, conoscere le nostre paure e non essere schiavi di queste. La determinazione sarà quella cosa che ci farà camminare a testa alta davanti all’ignoranza e quindi al pregiudizio. Il mio popolo è degno di rispetto perché, a differenza di qualsiasi altra identità, nel mondo non smette mai di mettersi in gioco e lo farà fino in fondo. Siamo tutti in una stessa barca, non dimentichiamolo mai, diffidiamo dal “tutto bene” sempre, perché tutti avrebbero bisogno di farsi un esame di coscienza e iniziare a scegliere le cose da portare nel lungo viaggio chiamato vita. S.P.
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IL MIO CAMMINO Il mio cammino è stato fino ad oggi per lo più tortuoso, se per cammino intendiamo percorso di vita. Ma l’argomento richiesto mi sembra voglia parlare di immigrazione, che in questo momento viene messo sotto i riflettori per smuovere popolazioni contro chi cerca di vivere in un altro Stato o terra. Questa questione è sempre di attualità, anno dopo anno, dopo mesi, giorni, ore, minuti, secondi, su questa terra uomini e donne si muovono da un posto ad un altro per i più svariati motivi: fame, sete, odio, amore, ribellione o solo per cambiare la propria esistenza. Io ho momenti in cui mi immedesimo in un pensiero e altri momenti sono l’opposto. E qui torno al mio, di percorso di vita, che si riflette su questo argomento. Non sto a fare racconti, però c’è stato un momento in cui mi è stato chiaro che ero io quello messo ai margini della società, classificato non per com’ero ma per quello che rappresentavo. Comunque la mia situazione di emarginazione è diversa dal cammino di popoli che vengono fermati da leggi, muri, armi e poi ghettizzati da altri o da loro stessi perché si riconoscono in un dato gruppo anziché “esseri umani”. Tutto per me oggi e niente per gli altri domani. Resta una frase che ho letto: restiamo umani! M.V.
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IO, EMIGRATO Mi piacerebbe comparare l’emigrazione con la mia esperienza vissuta all’estero, lavorativa e non lavorativa, e con la realtà passata nel mio periodo vissuto senza fissa dimora a Genova, condividendo quest’ultima esperienza con alcuni immigrati di varie nazionalità del mondo. Innanzitutto vorrei partire dall’accoglienza che io ho ricevuto nella mia esperienza in Inghilterra a fine anni ’80, dove il governo di allora provvedeva con molta generosità a dare una dignità a chiunque entrava nel Regno Unito con regolare permesso di soggiorno, contribuendo con un reddito settimanale di 70 sterline più il pagamento dell’abitazione mensile semplicemente iscrivendosi al Job Center, pari al nostro ufficio di collocamento, arricchendo il tutto con corsi di formazione e di specializzazione per un vero, e sottolineo vero, inserimento al lavoro. Diciamo che intorno ai nove mesi o un anno una persona volenterosa si sistemava. Io oltre a tutto questo ho avuto la fortuna di passare un provino in una squadra di calcio a livello della nostra serie C, e grazie a questa esperienza e ai tre anni di Marina Militare da specialista, sono riuscito ad entrare all’aeroporto di Londra e lavorare per Air France. Quindi posso dire che mi sentivo fortunato, ma posso aggiungere che il tutto me lo sono guadagnato; il loro sistema mi ha aiutato molto e non me ne sono approfittato con vie non legali, avendo usufruito di un sistema avanzato e civile e avendo un’immensa gratitudine per il Paese che mi ha insegnato e accolto per quello che ero e non per la mia nazionalità, colore della pelle e religione. Io questa la chiamo integrazione di uno Stato civile; poi grazie al lavoro tenuto con sacrificio e impegno all’aeroporto di Londra, che oltre a una vita agiata mi ha permesso di girare un po’ il mondo, dove ha avuto il piacere e il privilegio di conoscere persone di diverse culture, usanze, religioni, mi sono arricchito in tutti i sensi e mi ha permesso di avere vedute diverse riguardanti l’emigrazione che sta attualmente avvenendo in questi anni in Italia, con larghe vedute e comprensioni. MX.M.
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GENERAZIONI L’immigrazione è un argomento che mi appartiene. Io penso che immigrare ti dia la possibilità di una nuova vita e nuove opportunità da sfruttare e da non sottovalutare. L’immigrazione fa parte della mia famiglia da generazioni, già dai tempi dei miei bisnonni, quando per bisogno dalla Sicilia se ne andarono in Argentina, dove concepirono mio nonno; hanno vissuto lì per dieci anni, poi fecero ritorno nella loro Patria, in Italia, precisamente in Sicilia, a Riesi, provincia di Caltanissetta. Mio nonno, compiuta la maggiore età, si arruolò e lo mandarono in guerra: fece la Seconda Guerra Mondiale. Finita la guerra, essendoci povertà e miseria, avevano difficoltà nella sopravvivenza a causa dello scarso lavoro. Nonostante ciò si sposò con mia nonna ed ebbero cinque figli, il terzo dei quali era mio padre che, una volta adulto, si è sposato con mia madre. Lui aveva 22 anni e mia mamma 16. Vedendo che non c’era futuro in quel paesino pieno di persone disagiate, presero la decisione di emigrare a Genova dove ebbero la possibilità di un ottimo impiego e dunque poter creare una famiglia con quattro figli. Mio padre iniziò a vendere fiori ai semafori fino ad arrivare in seguito ad aprirsi un’attività tutta sua, cioè vendendo fiori nei mercati con la sua bancarella. Grazie a Dio è sempre stato un mestiere che fino a poco tempo fa dava grossi guadagni, ma come tutti sanno da qualche anno a questa parte l’Italia a livello economico è andata a rotoli, dunque ancora oggi si ritrova a combattere le stesse problematiche di allora, cioè lo scasso lavoro. S.L.
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