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Il ritorno degli dei

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Esecutivo 155x216 mm

(Forlì, 1949) è uno dei più celebri giornalisti italiani. Ha condotto e

spesso ideato trasmissioni storiche come Il processo del lunedì, La Domenica Sportiva, Pressing, Quelli che il calcio. È stato direttore del “Guerin Sportivo” e dell’Enciclopedia Treccani dello Sport, oltre che delle testate sportive della Rai e di Mediaset. È una delle figure televisive più amate dal pubblico e anche un grande esperto di musica. In particolare della storia del Festival di Sanremo, del quale è stato giurato, opinionista e anche selezionatore delle canzoni in gara. Da qualche anno si è arreso volentieri alle sempre più insistenti richieste di diventare uno scrittore. Con Gallucci ha in corso di pubblicazione la serie per ragazzi La squadra dei sogni. Col suo romanzo d’esordio, La cena degli dei, ha riscosso uno straordinario successo di pubblico e di vendite, aggiudicandosi i premi Selezione Bancarella, Invictus e Libri d’Ulisse.

In copertina Foto dell’autore: © Urbano&Sandra Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldof DOT

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MARINO BARTOLETTI IL RITORNO DEGLI DEI

MARINO BARTOLETTI

CYAN MAGENTA GIALLO NERO

MARINO BARTOLETTI

Ormai si era sparsa la voce: nel Luogo, a casa del Grande Vecchio, c’era la possibilità di fare incontri sbalorditivi, rivivere emozioni indimenticate, provare sentimenti autentici. E seppure Francangelo, il suo assistente, faceva buona guardia, il senso dell’amicizia e il desiderio di calore umano alla fine avevano avuto il sopravvento. Ed ecco allora varcare quell’uscio personaggi spesso “distanti” fra loro, a volte persino con fama di “peccatori”. Tutti egualmente grandi, e accomunati, forse, dalla mancanza di un’ultima carezza non ricevuta: il fuoriclasse che se n’era andato in una disperata solitudine, il campione garbato che aveva riunito un Paese nella gioia, la sublime cantante piegata dalle calunnie, il maledetto poeta della musica, la biondissima star dalla micidiale simpatia adorata in due continenti... Per qualcuno di loro c’era anche in serbo un’opportunità non solo assolutamente inattesa, ma quasi miracolosa! A Pablito sarebbe stato concesso di tornare sulla Terra per contribuire a un’indagine delicata; Diego avrebbe avuto la gioia di rivedere Napoli… «Scese dall’auto. Mani in tasca, bavero rialzato. Cercò di evitare

IL RITORNO DEGLI DEI

la luce dei lampioni. Si diresse, con un po’ di incoscienza, verso la tribuna, sperando di trovare un varco per avvicinarsi al campo di gioco. Il suo nome e il suo viso erano dappertutto, persino su un muro di cinta tinto d’azzurro con la sua immagine. Poi vide la scritta “Stadio Diego Armando Maradona”».


Esecutivo 155x216 mm

(Forlì, 1949) è uno dei più celebri giornalisti italiani. Ha condotto e

spesso ideato trasmissioni storiche come Il processo del lunedì, La Domenica Sportiva, Pressing, Quelli che il calcio. È stato direttore del “Guerin Sportivo” e dell’Enciclopedia Treccani dello Sport, oltre che delle testate sportive della Rai e di Mediaset. È una delle figure televisive più amate dal pubblico e anche un grande esperto di musica. In particolare della storia del Festival di Sanremo, del quale è stato giurato, opinionista e anche selezionatore delle canzoni in gara. Da qualche anno si è arreso volentieri alle sempre più insistenti richieste di diventare uno scrittore. Con Gallucci ha in corso di pubblicazione la serie per ragazzi La squadra dei sogni. Col suo romanzo d’esordio, La cena degli dei, ha riscosso uno straordinario successo di pubblico e di vendite, aggiudicandosi i premi Selezione Bancarella, Invictus e Libri d’Ulisse.

In copertina Foto dell’autore: © Urbano&Sandra Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldof DOT

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MARINO BARTOLETTI IL RITORNO DEGLI DEI

MARINO BARTOLETTI

CYAN MAGENTA GIALLO NERO

MARINO BARTOLETTI

Ormai si era sparsa la voce: nel Luogo, a casa del Grande Vecchio, c’era la possibilità di fare incontri sbalorditivi, rivivere emozioni indimenticate, provare sentimenti autentici. E seppure Francangelo, il suo assistente, faceva buona guardia, il senso dell’amicizia e il desiderio di calore umano alla fine avevano avuto il sopravvento. Ed ecco allora varcare quell’uscio personaggi spesso “distanti” fra loro, a volte persino con fama di “peccatori”. Tutti egualmente grandi, e accomunati, forse, dalla mancanza di un’ultima carezza non ricevuta: il fuoriclasse che se n’era andato in una disperata solitudine, il campione garbato che aveva riunito un Paese nella gioia, la sublime cantante piegata dalle calunnie, il maledetto poeta della musica, la biondissima star dalla micidiale simpatia adorata in due continenti... Per qualcuno di loro c’era anche in serbo un’opportunità non solo assolutamente inattesa, ma quasi miracolosa! A Pablito sarebbe stato concesso di tornare sulla Terra per contribuire a un’indagine delicata; Diego avrebbe avuto la gioia di rivedere Napoli… «Scese dall’auto. Mani in tasca, bavero rialzato. Cercò di evitare

IL RITORNO DEGLI DEI

la luce dei lampioni. Si diresse, con un po’ di incoscienza, verso la tribuna, sperando di trovare un varco per avvicinarsi al campo di gioco. Il suo nome e il suo viso erano dappertutto, persino su un muro di cinta tinto d’azzurro con la sua immagine. Poi vide la scritta “Stadio Diego Armando Maradona”».


uG

universale Gallucci


Marino Bartoletti Il ritorno degli dei dello stesso autore: La cena degli dei ISBN 978-88-3624-299-3 Prima edizione novembre 2021 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2025 2024 2023 2022 2021 © 2021 Carlo Gallucci editore srl - Roma e il logo

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Marino Bartoletti

Il ritorno degli dei

solo scritta

scritta bianca


A Diego e Paolo: semplicemente grandi e insostituibili amici!


Commendatore, hanno bussato

Francangelo, l’assistente (anche nel Luogo) del Grande Vecchio, si richiuse la porta dorata alle spalle, appoggiandovi le ali. Alla sua gioia per la riuscita di quella cena così piena di sorprese, di amicizia, di ricordi, di complicità, di sentimenti, di emozioni, ma anche di umanità e di sorrisi, si aggiunse il premio non trascurabile dell’espressione compiaciuta e riconoscente del commendatore. Che, seduto sulla sua poltrona preferita, con le lunghe dita sfiorava a uno a uno i doni ricevuti dagli straordinari ospiti che gli avevano fatto compagnia, esibendo una (non frequente) espressione ai confini della serenità. Sì, ancora una volta aveva davvero avuto una grandissima idea, seguendo semplicemente il suo fiuto per tutto ciò che profuma di passione sincera. E il Grande Vecchio Titolare, quello – come dire – del piano di sopra, ave7


va compreso appieno e alla fine assecondato lo spirito di quel progetto. Con Lui – che nel Luogo qualcuno indicava affettuosamente come GVT – il Grande Vecchio non aveva avuto un rapporto facile. Sulla Terra, non era molto abituato a sentirsi contraddire nelle iniziative che intendeva prendere. Ma è chiaro che lassù le gerarchie fossero fatalmente un po’ diverse. E così i due – che già in precedenza avevano avuto qualche contenzioso – si erano dovuti un po’ adattare l’uno all’altro. Quando il GV aveva espresso il desiderio di poter organizzare una “cena degli dei” per ritrovare qualche amico di cui sentiva la mancanza, aveva incontrato una discreta resistenza. Però poi tutto si era ricomposto e ne era nato un convivio memorabile persino per un Luogo come quello. E vedere Luciano Pavarotti dialogare e cantare con Lucio Dalla, o Ayrton Senna intendersi al volo con Tazio Nuvolari, o Lady D guardare con tenerezza “terrena” l’asso dell’aviazione Francesco Baracca (da cui la Ferrari aveva ereditato il “cavallino rampante”) aveva costituito qualcosa di così inedito e, perché no, laicamente “paradisiaco” da convincere tutti 8


che poteva non restare un evento fine a se stesso. E il commendatore ne stava ripercorrendo e centellinando i momenti, ora commuovendosi, ora lasciandosi persino andare ad allegre risate. Ma inaspettatamente i suoi pensieri e quelli di Francangelo, che della cena era stato l’infaticabile e prezioso assemblatore, vennero interrotti da un paio di rintocchi alla porta. I due si guardarono in faccia con un’espressione interrogativa. Chi poteva essere? Francangelo si affacciò con curiosità e discrezione. Il GV lo vide parlare, per qualche attimo, con un interlocutore misterioso, e addirittura sorridere, quasi inchinarsi, per poi rientrare e riavviarsi verso di lui. «Commendatore, c’è qualcuno – qualcuno di molto importante – che è arrivato qui nel Luogo molto dopo di lei e che ha chiesto di vederla. Lo so che è un po’ irrituale, ma secondo me il vostro sarebbe un incontro senz’altro sorprendente, quanto indimenticabile. E per certi versi anche desiderato. Va bene se lo faccio entrare?» Il GV annuì, incuriosito e quasi trepidante. Non appena riconobbe chi gli stava davanti, gli si illuminarono 9


gli occhi. Lui e quel personaggio non si erano mai visti “prima”, ma quella visita a sorpresa gli dava una gioia immensa. «Era ora» sussurrò tra sé quasi con un piccolo e inedito accenno di turbamento. Prese fra le sue mani le mani giunte dell’ospite con una delicatezza e addirittura una devozione per lui non abituali.

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Il malumore del Titolare

Tanto era tranquillo, quasi raggiante, il Grande Vecchio, tanto in quei giorni era cupo il Grande Vecchio Titolare. Giù, sulla Terra, gli uomini stavano diventando sempre più irrequieti, perfidi, spietati. In perenne dissidio fra loro. Lui aveva cercato di accontentarli in tutto, assecondando la loro fretta, la loro smania di bruciare i tempi e gli anni, quasi che il presente non li appagasse più. E li vedeva cadere sempre negli stessi peccati: l’arroganza, la prevaricazione, l’egoismo, la fame di dominio che si manifestavano con espressioni nuovissime, ma anche antiche, come quell’uso delle armi che purtroppo aveva seguito in maniera esponenziale la velocità del progresso. Il GVT non aveva più voglia di prendere decisioni estreme, gli sarebbe piaciuto assecondare le libertà che aveva concesso e che sperava l’umanità sapesse meritare. 11


Ma a volte doveva constatare che proprio in Suo nome accadevano le nefandezze più intollerabili. Non era più tempo di diluvi universali; anche perché di saggi Noè, a cui affidare una più o meno metaforica arca della speranza e della salvezza, ce n’erano ben pochi. Aveva provato con la Grande Epidemia, ma pure quell’avvertimento, trasversale persino ai continenti, che aveva provocato lutti e conseguenze terribili, aveva incattivito ancor di più gli uomini. Che si guardavano sospettosi e torvi, pronti a puntare il dito contro tutti, ma mai contro se stessi. E anche nel quotidiano si erano moltiplicate le malvagità apparentemente gratuite. Quasi che quella stessa intelligenza che il GVT aveva cercato di coltivare e diffondere fosse diventata la prima nemica del vivere civile. Il Grande Vecchio aveva percepito il malumore, la delusione e forse anche l’ira del Titolare. «Perché accade tutto questo?» domandò all’ospite inatteso seduto di fronte a lui. «La pace non può regnare tra gli uomini se prima non regna nel cuore di ciascuno di loro, amico mio. Come al tempo delle lance e delle spade, così anche oggi, nell’era 12


dei missili, a uccidere prima delle armi è il cuore dell’uomo, che si è indurito a dismisura. Nessuno fa un passo indietro. Nessuno chiede perdono». Il Grande Vecchio, pur avvezzo all’incontro con i personaggi più importanti del mondo, stavolta era ammutolito. Quanto avrebbero avuto da dirsi in vita lui e il suo inaspettato interlocutore! Ma ora, chissà, c’era la possibilità di rimediare. Anche se sulla Terra le cose – piccole e grandi – davvero non andavano bene…

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Il cellulare di Veronica

La bella città sul lago, di solito beata nella sua pace e nella sua mai monotona tranquillità, si era svegliata malissimo. Una bimba di 11 anni, Veronica, figlia di un affermato architetto, era sparita nel nulla la sera prima. Un attimo! Anzi, meno di un attimo. Giusto il tempo in cui dalla macchina era scesa la brava baby-sitter che di solito la riaccompagnava a casa dal corso di danza: «Vieni in edicola con me?» «No, Lucia, ti aspetto qui: ne approfitto per mandare un messaggio a mamma dicendole che stiamo arrivando». Era già scuro, in quel tardo pomeriggio di fine ottobre. Certo la zona che precedeva il quartiere delle residenze più belle non era frequentatissima. Un passante aveva creduto di scorgere un’ombra, forse femminile, avvicinarsi alla portiera. Il commesso di una piccola boutique ave14


va intravisto un’auto che si era fermata ed era poi subito ripartita. Nessuno aveva sentito grida, strepiti o trambusto. Era come se Veronica avesse seguito spontaneamente qualcuno. Lucia si era già rimessa al volante e stava allacciando la cintura di sicurezza quando aveva realizzato che Veronica non era più seduta sul sedile posteriore. Non si era neanche spaventata, era solo tornata sui suoi passi immaginando che la bimba ci avesse ripensato, l’avesse rincorsa in edicola e per distrazione lei non l’avesse vista. Era scesa con calma e si era guardata attorno. Solo dopo una manciata di secondi aveva sentito un brivido dietro alla schiena. Ma si era imposta di rimanere lucida: non c’era nulla di razionale che facesse presagire qualcosa di drammatico. Forse aveva visto una sua compagna di danza dall’altra parte della strada, forse era davanti alla vetrina di uno dei pochi negozi sul marciapiede, forse le stava facendo uno scherzo. L’aveva chiamata più divertita che preoccupata. Ma di minuto in minuto aveva cominciato a sentirsi gelare il sangue. L’aveva tranquillizzata solo il fatto che nel raggio visibile non ci fosse trac15


cia di un possibile incidente. Però più passava il tempo, più cresceva un’angoscia che – pure – non aveva nulla di ragionevole. Perché nulla poteva ragionevolmente essere successo in quei pochi minuti che erano trascorsi. Non aveva neppure chiesto aiuto, perché aveva quasi paura di passare per stupida. Temeva di sentirsi dire: «Non si è accorta che Veronica è di fianco all’edicola per vedere se trova il suo giornalino preferito?» Aveva chiamato il numero del suo cellulare. “Al massimo mi risponderà con una risata: ‘Non vedi, Lucy, che sono alle tue spalle?’” Lo aveva sentito squillare, con sollievo. Ma si era messa le mani nei capelli quando si era accorta che il telefono era sul sedile della macchina. Abbandonato. Vicino al cappellino da cui Veronica non si separava mai. E allora aveva cominciato a chiamarla urlando il suo nome. Si era formato un capannello di gente che non capiva. Fra la sera e la notte la notizia era cominciata a circolare. La mattina dopo tutta Como, incredula, era spaventata e atterrita.

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Le scuse del papa

«Santità, lei ricorda come nacque l’idea del nostro incontro sulla Terra, che peraltro non potemmo nemmeno realizzare?» Il Grande Vecchio era finalmente davanti a quell’Uomo vestito di bianco, seppur – come dire – in una modalità che né l’uno né l’altro avrebbero mai potuto immaginare. «Certo che me lo ricordo, commendatore, anche perché forse lo volli più io di lei. Purtroppo, quando la venni a trovare nell’estate del 1988, la sua salute ce lo impedì». Gli occhi azzurri di Giovanni Paolo II erano così fissi e penetranti in direzione di quelli del Grande Vecchio, che questi capì che tanto valeva togliersi gli occhiali scuri, cosa che non faceva mai. Si guardarono seri, ma anche sereni e complici, coronando un sogno reciproco che non erano mai riusciti ad avverare. 17


«Quando ho saputo che Colui di cui tutti siamo figli l’aveva autorizzata a incontrare qualche amico di cui aveva nostalgia, mi sono permesso di bussare alla sua porta. E, fra i tanti, c’è un motivo particolare per cui sono qui» «Davvero?» «Sì, ed è il motivo per cui avrei desiderato che ci prendessimo la mano tanto tempo fa. Ma lei ormai era troppo vicino a Dio per ricevermi. A proposito, so che vi siete parlati». Il Grande Vecchio annuì. Fra lui e il Titolare c’era stato – diciamo così – un chiarimento. A cui probabilmente l’uomo in bianco che gli stava di fronte non era stato estraneo. «Ma dicevamo del mio desiderio di volerla conoscere di persona. Sa quando maturò? Era il 1982, in primavera venne a trovarla in fabbrica la Nazionale di calcio del mio Paese, in tournée in Italia, guidata da Zbigniew Boniek, futuro giocatore della Juventus. Al “mio” capitano lei confidò che l’anno prima, quando aveva appreso la notizia del mio ferimento in piazza San Pietro, aveva fatto due cose a cui non era abituato: piangere e pregare per me. Questo racconto mi aiutò a capire tanto di lei. Qualcosa 18


di così diverso da come la Chiesa in passato l’aveva voluta rappresentare, accusandola di essere quasi un assassino». Tutto vero: fra il 1957 e il 1958, cavalcando le tragedie accadute durante una Mille Miglia e le successive morti in pista a breve distanza l’una dall’altra di due piloti della Ferrari (Musso e Collins), prima “L’Osservatore Romano”, organo ufficiale della Santa Sede, e poi “La Civiltà Cattolica”, voce dei gesuiti, avevano sferrato attacchi di una violenza inaudita accusando il fondatore della casa automobilistica anche di fatti a cui era completamente estraneo. È vero che il Grande Vecchio aveva poi ottenuto un “alleggerimento” di quei giudizi spietati quando aveva affrontato con fermezza padre Azzolini, l’autore degli articoli più crudeli, ma il gelo nei rapporti con la Chiesa – e con i papi che si erano succeduti – formalmente non si era mai sciolto. «C’è stato un momento in cui tutto ciò che accadeva di funesto nel mondo delle corse automobilistiche sembrava fosse solo colpa mia. Che io ne fossi il mandante, il cinico strumentalizzatore. Dio sa invece quanto dolore provai, quanto piansi per chi perse la vita, fossero le 19


vittime sul ciglio di una strada delle Mille Miglia, fra cui cinque bambini, o fossero i miei stessi piloti. E prima di quelle tragedie avevo già perso un figlio. Ma la mia indole mi spingeva a battermi, a lottare, e a fare il possibile per migliorare perché quanto era accaduto non si ripetesse più. E invece la Chiesa, schierandosi con la parte più malevola dell’opinione pubblica, aveva voluto crocefiggermi». Il Grande Vecchio estrasse un ritaglio ingiallito dell’“Osservatore Romano” che l’aveva seguito fin lassù come un cilicio: Saturno ammodernato, fattosi cioè capitano d’industria, continua a divorare i propri figli. […] Luigi Musso è l’ultima delle sue vittime […]. E i costruttori delle macchine da corsa continuano a sottrarsi a ogni responsabilità, mentre il loro prodotto porta in se stesso la terribile capacità di stragi e disastri.

«Quei “costruttori”, Santo Padre, sottintendevano un solo nome e un solo cognome: il mio, Enzo Ferrari. Mi 20


venne ritirato il passaporto come se fossi un delinquente, come se volessi fuggire dall’unico Paese che ho sempre e solo amato». Il ritaglio gli scivolò dalle mani che un po’ gli tremavano ancora per la rabbia. Il papa santo le afferrò con le sue; e le tenne salde perché ritrovassero la loro fermezza. «Io l’ho sempre ammirata e non ho mai dubitato della buona fede del suo operato. Lei non è responsabile di nulla se non di aver sempre cercato il meglio e costruito il futuro inseguendo i suoi sogni. Nessuno può permettersi di giudicarla. Ed è per questo che venni nella sua fabbrica, nella sua pista: per porgerle le scuse della Chiesa. Lo faccio adesso. Con la stessa sincerità e lo stesso amore di allora». Il Grande Vecchio fu costretto a rimettersi gli occhiali. Perché neanche un papa doveva vederlo piangere. In questo caso di gioia. Sentì sciogliersi in un solo attimo tutte le sofferenze di una vita.

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Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Grafica Veneta spa (Trebaseleghe, PD) nel mese di ottobre 2021


Esecutivo 155x216 mm

(Forlì, 1949) è uno dei più celebri giornalisti italiani. Ha condotto e

spesso ideato trasmissioni storiche come Il processo del lunedì, La Domenica Sportiva, Pressing, Quelli che il calcio. È stato direttore del “Guerin Sportivo” e dell’Enciclopedia Treccani dello Sport, oltre che delle testate sportive della Rai e di Mediaset. È una delle figure televisive più amate dal pubblico e anche un grande esperto di musica. In particolare della storia del Festival di Sanremo, del quale è stato giurato, opinionista e anche selezionatore delle canzoni in gara. Da qualche anno si è arreso volentieri alle sempre più insistenti richieste di diventare uno scrittore. Con Gallucci ha in corso di pubblicazione la serie per ragazzi La squadra dei sogni. Col suo romanzo d’esordio, La cena degli dei, ha riscosso uno straordinario successo di pubblico e di vendite, aggiudicandosi i premi Selezione Bancarella, Invictus e Libri d’Ulisse.

In copertina Foto dell’autore: © Urbano&Sandra Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldof DOT

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MARINO BARTOLETTI IL RITORNO DEGLI DEI

MARINO BARTOLETTI

CYAN MAGENTA GIALLO NERO

MARINO BARTOLETTI

Ormai si era sparsa la voce: nel Luogo, a casa del Grande Vecchio, c’era la possibilità di fare incontri sbalorditivi, rivivere emozioni indimenticate, provare sentimenti autentici. E seppure Francangelo, il suo assistente, faceva buona guardia, il senso dell’amicizia e il desiderio di calore umano alla fine avevano avuto il sopravvento. Ed ecco allora varcare quell’uscio personaggi spesso “distanti” fra loro, a volte persino con fama di “peccatori”. Tutti egualmente grandi, e accomunati, forse, dalla mancanza di un’ultima carezza non ricevuta: il fuoriclasse che se n’era andato in una disperata solitudine, il campione garbato che aveva riunito un Paese nella gioia, la sublime cantante piegata dalle calunnie, il maledetto poeta della musica, la biondissima star dalla micidiale simpatia adorata in due continenti... Per qualcuno di loro c’era anche in serbo un’opportunità non solo assolutamente inattesa, ma quasi miracolosa! A Pablito sarebbe stato concesso di tornare sulla Terra per contribuire a un’indagine delicata; Diego avrebbe avuto la gioia di rivedere Napoli… «Scese dall’auto. Mani in tasca, bavero rialzato. Cercò di evitare

IL RITORNO DEGLI DEI

la luce dei lampioni. Si diresse, con un po’ di incoscienza, verso la tribuna, sperando di trovare un varco per avvicinarsi al campo di gioco. Il suo nome e il suo viso erano dappertutto, persino su un muro di cinta tinto d’azzurro con la sua immagine. Poi vide la scritta “Stadio Diego Armando Maradona”».


Esecutivo 155x216 mm

(Forlì, 1949) è uno dei più celebri giornalisti italiani. Ha condotto e

spesso ideato trasmissioni storiche come Il processo del lunedì, La Domenica Sportiva, Pressing, Quelli che il calcio. È stato direttore del “Guerin Sportivo” e dell’Enciclopedia Treccani dello Sport, oltre che delle testate sportive della Rai e di Mediaset. È una delle figure televisive più amate dal pubblico e anche un grande esperto di musica. In particolare della storia del Festival di Sanremo, del quale è stato giurato, opinionista e anche selezionatore delle canzoni in gara. Da qualche anno si è arreso volentieri alle sempre più insistenti richieste di diventare uno scrittore. Con Gallucci ha in corso di pubblicazione la serie per ragazzi La squadra dei sogni. Col suo romanzo d’esordio, La cena degli dei, ha riscosso uno straordinario successo di pubblico e di vendite, aggiudicandosi i premi Selezione Bancarella, Invictus e Libri d’Ulisse.

In copertina Foto dell’autore: © Urbano&Sandra Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldof DOT

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CYAN MAGENTA GIALLO NERO

MARINO BARTOLETTI

Ormai si era sparsa la voce: nel Luogo, a casa del Grande Vecchio, c’era la possibilità di fare incontri sbalorditivi, rivivere emozioni indimenticate, provare sentimenti autentici. E seppure Francangelo, il suo assistente, faceva buona guardia, il senso dell’amicizia e il desiderio di calore umano alla fine avevano avuto il sopravvento. Ed ecco allora varcare quell’uscio personaggi spesso “distanti” fra loro, a volte persino con fama di “peccatori”. Tutti egualmente grandi, e accomunati, forse, dalla mancanza di un’ultima carezza non ricevuta: il fuoriclasse che se n’era andato in una disperata solitudine, il campione garbato che aveva riunito un Paese nella gioia, la sublime cantante piegata dalle calunnie, il maledetto poeta della musica, la biondissima star dalla micidiale simpatia adorata in due continenti... Per qualcuno di loro c’era anche in serbo un’opportunità non solo assolutamente inattesa, ma quasi miracolosa! A Pablito sarebbe stato concesso di tornare sulla Terra per contribuire a un’indagine delicata; Diego avrebbe avuto la gioia di rivedere Napoli… «Scese dall’auto. Mani in tasca, bavero rialzato. Cercò di evitare

IL RITORNO DEGLI DEI

la luce dei lampioni. Si diresse, con un po’ di incoscienza, verso la tribuna, sperando di trovare un varco per avvicinarsi al campo di gioco. Il suo nome e il suo viso erano dappertutto, persino su un muro di cinta tinto d’azzurro con la sua immagine. Poi vide la scritta “Stadio Diego Armando Maradona”».


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