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Remì. Senza famiglia

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150 × 210 SPINE: 21 FLAPS: 135

Hector Malot

Hector Malot (La Bouille, 1830 - Fontenay-sous-Bois, 1907), scrit-

Remì viene venduto dai genitori adottivi a Vitalis, un artista ambulante.

tore e critico letterario, esordì nel 1859 con il romanzo Les amants.

Comincia così, a otto anni, una nuova vita accanto al musicista girovago

Dei suoi oltre sessanta libri, il più celebre è certamente Senza fami-

e ai suoi fedeli compagni, il cane Capi e la scimmietta Joli-Coeur.

mamma come tutti gli altri bambini perché, quando piangevo, una

glia, apparso in origine a puntate sul quotidiano “Le Siècle” e poi

Insieme vivono emozioni mai provate e avventure rischiose,

donna mi stringeva al suo petto e mi cullava con tanta tenerezza che

pubblicato in due volumi nel 1878. Considerato uno dei classici per

ma anche incontri fortunati, in un lungo viaggio per tutta la Francia

ragazzi più amati di tutti i tempi, il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti per il grande schermo e la popolarissima serie animata

Sono un trovatello. Eppure, fino all’età di otto anni, ho creduto di avere anch’io una

le lacrime cessavano di scorrere. Non andavo mai a letto senza che lei mi desse un bacio e, quando

che porta il ragazzo a conoscere le sue vere origini.

il vento di dicembre incollava la neve ai vetri brinati, mi prendeva

SENZA FAMIGLIA

Remi - Le sue avventure, trasmessa per la prima volta dalla tv italiana nel 1979.

i piedi tra le mani e me li riscaldava cantandomi una canzoncina di cui ricordo ancora la melodia e qualche parola. Se mi sorprendeva un temporale mentre facevo pascolare la vac-

Capi si accucciò sulle felci accanto a me e cominciò a leccarmi delicatamente la mano. Commosso da quella carezza, mi sollevai

ca lungo i sentieri erbosi o nelle brughiere, lei mi correva incontro e

un po’ e lo baciai sul naso freddo. Lui mandò un guaito soffocato,

mi proteggeva testa e spalle con la sua sottana di lana. E, se a volte litigavo con qualche compagno, lei mi chiedeva di

poi di colpo mi mise la zampa nella mano e non si mosse più.

confidarle i miei dispiaceri e quasi sempre trovava le giuste parole

Allora dimenticai stanchezza e dispiaceri, il groppo che mi serrava la gola

per consolarmi o sostenermi.

si allentò e potei respirare. Non ero più solo: avevo un amico.

Per tutte queste cose e per molte altre ancora, per il suo modo di parlarmi e di guardarmi, per le sue carezze, per la dolcezza nel rimproverarmi, io credevo davvero che fosse mia madre. Poi, un giorno, scoprii che era solo la mia balia.

ISBN 978-88-3624-192-7

Immagine di copertina: © Mark Owen / Trevillion Images Progetto grafico: Luca Dentale / studio pym

Consigliato dai ai anni

12 99

traduzione di € 13,90

Marina Karam


150 × 210 SPINE: 21 FLAPS: 135

Hector Malot

Hector Malot (La Bouille, 1830 - Fontenay-sous-Bois, 1907), scrit-

Remì viene venduto dai genitori adottivi a Vitalis, un artista ambulante.

tore e critico letterario, esordì nel 1859 con il romanzo Les amants.

Comincia così, a otto anni, una nuova vita accanto al musicista girovago

Dei suoi oltre sessanta libri, il più celebre è certamente Senza fami-

e ai suoi fedeli compagni, il cane Capi e la scimmietta Joli-Coeur.

mamma come tutti gli altri bambini perché, quando piangevo, una

glia, apparso in origine a puntate sul quotidiano “Le Siècle” e poi

Insieme vivono emozioni mai provate e avventure rischiose,

donna mi stringeva al suo petto e mi cullava con tanta tenerezza che

pubblicato in due volumi nel 1878. Considerato uno dei classici per

ma anche incontri fortunati, in un lungo viaggio per tutta la Francia

ragazzi più amati di tutti i tempi, il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti per il grande schermo e la popolarissima serie animata

Sono un trovatello. Eppure, fino all’età di otto anni, ho creduto di avere anch’io una

le lacrime cessavano di scorrere. Non andavo mai a letto senza che lei mi desse un bacio e, quando

che porta il ragazzo a conoscere le sue vere origini.

il vento di dicembre incollava la neve ai vetri brinati, mi prendeva

SENZA FAMIGLIA

Remi - Le sue avventure, trasmessa per la prima volta dalla tv italiana nel 1979.

i piedi tra le mani e me li riscaldava cantandomi una canzoncina di cui ricordo ancora la melodia e qualche parola. Se mi sorprendeva un temporale mentre facevo pascolare la vac-

Capi si accucciò sulle felci accanto a me e cominciò a leccarmi delicatamente la mano. Commosso da quella carezza, mi sollevai

ca lungo i sentieri erbosi o nelle brughiere, lei mi correva incontro e

un po’ e lo baciai sul naso freddo. Lui mandò un guaito soffocato,

mi proteggeva testa e spalle con la sua sottana di lana. E, se a volte litigavo con qualche compagno, lei mi chiedeva di

poi di colpo mi mise la zampa nella mano e non si mosse più.

confidarle i miei dispiaceri e quasi sempre trovava le giuste parole

Allora dimenticai stanchezza e dispiaceri, il groppo che mi serrava la gola

per consolarmi o sostenermi.

si allentò e potei respirare. Non ero più solo: avevo un amico.

Per tutte queste cose e per molte altre ancora, per il suo modo di parlarmi e di guardarmi, per le sue carezze, per la dolcezza nel rimproverarmi, io credevo davvero che fosse mia madre. Poi, un giorno, scoprii che era solo la mia balia.

ISBN 978-88-3624-192-7

Immagine di copertina: © Mark Owen / Trevillion Images Progetto grafico: Luca Dentale / studio pym

Consigliato dai ai anni

12 99

traduzione di € 13,90

Marina Karam


UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni


Hector Malot Remì. Senza famiglia traduzione dal francese di Marina Karam ISBN 978-88-3624-192-7 Prima edizione luglio 2021 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2024 2023 2022 2021 © 2021 Carlo Gallucci editore srl - Roma Titolo originale: Sans famille

Gallucci e il logo

sono marchi depositati

galluccieditore.com

Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. L’FSC® (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.


Hector Malot

Remì Senza famiglia

traduzione dal francese di Marina Karam


A Lucie Malot Nello scrivere questo libro non ho mai smesso di pensare a te, bambina mia, e il tuo nome mi è venuto sulle labbra a ogni istante. «Lucie capirà?» «A Lucie piacerà?» Lucie, sempre. Il tuo nome, pronunciato così spesso, deve quindi comparire all’inizio di queste pagine. Non so quale sarà la loro sorte ma, qualunque essa sia, mi avranno dato piaceri degni di ogni successo: la soddisfazione di pensare che le puoi leggere, la gioia di offrirtele. Hector Malot


In paese

Sono un trovatello. Eppure, fino all’età di otto anni, ho creduto di avere anch’io una mamma come tutti gli altri bambini perché, quando piangevo, una donna mi stringeva al suo petto e mi cullava con tanta tenerezza che le lacrime cessavano di scorrere. Non andavo mai a letto senza che lei mi desse un bacio e, quando il vento di dicembre incollava la neve ai vetri brinati, mi prendeva i piedi tra le mani e me li riscaldava cantandomi una canzoncina di cui ricordo ancora la melodia e qualche parola. Se mi sorprendeva un temporale mentre facevo pascolare la vacca lungo i sentieri erbosi o nelle brughiere, lei mi correva incontro e mi proteggeva testa e spalle con la sua sottana di lana. E, se a volte litigavo con qualche compagno, lei mi chiedeva di confidarle i miei dispiaceri e quasi sempre trovava le giuste parole per consolarmi o sostenermi. Per tutte queste cose e per molte altre ancora, per il suo modo di parlarmi e di guardarmi, per le sue carezze, per la dolcezza nel rimproverarmi, io credevo davvero che fosse mia madre. Poi, un giorno, scoprii che era solo la mia balia. Ecco come accadde. Il mio paese – o, più precisamente, il luogo dove sono stato allevato, perché un paese davvero mio non l’ho mai avuto, così come 7


Remì. Senza famiglia

non ho mai avuto né un luogo di nascita né un padre né una madre – il paese, insomma, dove ho trascorso la mia infanzia si chiama Chavanon ed è uno dei più poveri del cuore della Francia. Questa povertà non è dovuta all’apatia o all’indolenza della gente, ma al fatto che il paese si trova in una regione poco fertile. Il terreno non è profondo, e per produrre buoni raccolti ci vorrebbero concimi o bonifiche di cui il paese non dispone. Così si incontrano – o perlomeno si incontravano all’epoca di cui parlo – soltanto pochi campi coltivati, mentre si vedono dappertutto vaste distese incolte dove crescono solo eriche e ginestre. Poi, là dove cessano le distese incolte, iniziano i pianori elevati sui quali gli aspri venti fanno rinsecchire i magri boschetti di alberi che tendono qua e là i rami nodosi e contorti. Per trovare alberi rigogliosi bisogna abbandonare le alture e scendere nelle pieghe del terreno, lungo le sponde dei fiumi o verso angusti prati, dove crescono grandi castagni e querce vigorose. Ed è proprio in uno di questi avvallamenti, sulle rive di un ruscello che convoglia le sue rapide acque in un affluente della Loira, che sorge la casa dove ho trascorso la mia infanzia. Sino all’età di otto anni non avevo mai visto un uomo in quella casa. Non che mia madre fosse vedova, ma suo marito, che faceva lo scalpellino come molti altri operai della regione, lavorava a Parigi e non era più rientrato al paese da quando ero in età di vedere o di capire ciò che mi circondava. Ogni tanto dava notizie di sé tramite qualche suo compagno che tornava a casa. «Comare Barberin, suo marito sta bene. Mi ha incaricato di dirle che il lavoro va a gonfie vele, e di consegnarle questo denaro. Vuole contarlo?» Nient’altro. Mamma Barberin si accontentava di quelle notizie: il suo uomo era in buona salute, il lavoro rendeva bene e lui si gua8


In paese

dagnava da vivere. Che Barberin fosse rimasto per tanto tempo a Parigi non doveva far pensare a un suo cattivo rapporto con la moglie. Il disaccordo non aveva niente a che fare con quell’assenza. Barberin viveva a Parigi per motivi di lavoro. Tutto qui. Da vecchio sarebbe tornato a vivere accanto all’anziana moglie e, con il denaro racimolato, sarebbero sfuggiti alla miseria finché l’età non li avesse privati di forza e salute. Un giorno di novembre, sul calar della sera, un uomo che non conoscevo si fermò davanti alla nostra staccionata. Io ero sulla soglia di casa, impegnato a spezzare una fascina. Da fuori, l’uomo alzò la testa per guardarmi e mi chiese se comare Barberin abitasse lì. Gli dissi di entrare. Lo sconosciuto spinse il cancelletto facendolo cigolare e, a passi lenti, avanzò verso la casa. Non avevo mai visto un uomo così inzaccherato: chiazze di fango – alcune ancora umide, altre già asciutte – lo ricoprivano dalla testa ai piedi e, al solo guardarlo, si capiva che era da tanto che camminava su strade accidentate. All’udire le nostre voci, mamma Barberin accorse e si trovò faccia a faccia con l’uomo proprio sulla soglia di casa. «Porto notizie da Parigi» disse lui. Parole molto semplici, già udite tante volte, ma il tono con cui furono pronunciate non era affatto quello che accompagnava la solita frase “Suo marito sta bene, il lavoro va a gonfie vele”. «Oh, mio Dio!» esclamò mamma Barberin congiungendo le mani. «È capitata una disgrazia a Jérôme?» «Beh, sì, ma non si spaventi così tanto. Suo marito ha avuto un incidente, ecco la verità, ma non è morto. Forse rimarrà storpio. Per il momento è all’ospedale. Eravamo vicini di letto e, visto che rientravo al mio paese, mi ha chiesto di passare a informarla dell’ac9


Remì. Senza famiglia

caduto. Non posso fermarmi, ho ancora tre miglia di strada da fare e tra poco sarà notte». Mamma Barberin, che voleva saperne di più, pregò l’uomo di rimanere a cena. Le strade erano in cattive condizioni e si diceva che fossero stati avvistati i lupi nei boschi. L’uomo decise che sarebbe ripartito l’indomani mattina e si sedette in un angolo poco distante dal camino. Mentre mangiava, ci raccontò com’era accaduta la disgrazia: Barberin era rimasto mezzo schiacciato da un’impalcatura e, siccome era stato dimostrato che non avrebbe dovuto trovarsi sul luogo dell’incidente, l’imprenditore si rifiutava di pagargli qualsiasi indennizzo. «Che sfortuna, povero Barberin, che sfortuna» disse l’uomo. «Certi furbastri avrebbero trovato il modo di trarre profitto da una tale situazione. Ma suo marito non otterrà niente». E, mentre faceva asciugare i pantaloni incrostati di fango, continuava a ripetere “Che sfortuna” con sincero dispiacere, ma sembrava che, dal canto suo, si sarebbe fatto storpiare volentieri nella speranza di ricavarne una buona rendita. «Comunque» disse terminando il suo discorso «gli ho consigliato di fare causa all’imprenditore» «Una causa costa molto» «Già, ma se si vince…» Mamma Barberin avrebbe voluto partire per Parigi, ma un viaggio così lungo e costoso non era affatto una faccenda da poco. L’indomani mattina ci recammo in paese per chiedere consiglio al parroco, che non volle lasciar partire mamma Barberin senza prima accertarsi se lei sarebbe stata utile al marito, e scrisse al cappellano dell’ospedale dove Barberin era ricoverato. Qualche giorno dopo, il cappellano rispose che mamma Barberin, anziché mettersi in viaggio, doveva mandare al marito una certa somma di denaro, 10


In paese

necessaria a intentare causa all’imprenditore presso il quale si era infortunato. Trascorsero i giorni e le settimane, e ogni tanto arrivavano lettere con nuove richieste di denaro. L’ultima, più pressante delle altre, diceva che se non c’erano più soldi bisognava vendere la vacca. Solo chi ha vissuto in campagna con i contadini sa quanta angoscia e quanto dolore ci siano in queste tre parole: “vendere la vacca”. Per un naturalista, la vacca è un ruminante; per chi va a passeggio, è un animale che fa una bella impressione quando solleva dall’erba il suo muso nero, umido di rugiada; per il bambino di città, è la fonte del caffelatte e del formaggio cremoso; ma per il contadino è molto di più ed è ancora meglio. Per quanto povera e numerosa possa essere la sua famiglia, lui è sicuro di non dover soffrire la fame fintanto che nella sua stalla ci sarà una vacca. Con una cavezza o un semplice giunco legato attorno alle corna, anche un bambino può portarla a pascolare lungo sentieri erbosi, là dove il terreno è di tutti, e alla sera l’intera famiglia ha il burro per la minestra e il latte per inzupparci le patate: il padre, la madre, i figli, tutti, grandi e piccoli, vivono grazie alla vacca. La nostra ci faceva vivere così bene, a me e a mamma Barberin, che fino ad allora non avevo quasi mai mangiato carne. Ma per noi non era soltanto una nutrice, era anche una compagna, un’amica, poiché non bisogna pensare che la vacca sia una bestia stupida; al contrario, è un animale molto intelligente e ricco di qualità morali tanto più sviluppate quanto più le avremo coltivate con l’educazione. L’accarezzavamo, le parlavamo, lei ci capiva e, con quei grandi occhi tondi pieni di dolcezza, riusciva a farci comprendere quel che voleva o quel che provava. Insomma, le volevamo bene e lei ne voleva a noi, il che è tutto dire. 11


Remì. Senza famiglia

Tuttavia dovevamo separarcene, perché soltanto “con la vendita della vacca” avremmo potuto aiutare Barberin. Venne un mercante a casa nostra e, dopo aver esaminato per bene Roussette, dopo averla palpata a lungo scuotendo il capo con aria insoddisfatta, dopo aver detto e ripetuto cento volte che non gli conveniva affatto, che era una vacca di povera gente, difficile da rivendere, che non aveva latte e faceva un burro cattivo, aveva concluso dicendo che sì, l’avrebbe presa, ma solo per bontà d’animo e per fare cosa gradita a mamma Barberin che era una brava donna. La povera Roussette, come se avesse capito cosa stava succedendo, si era rifiutata di uscire dalla stalla e si era messa a muggire. «Passa dietro e spingila fuori» mi aveva detto il mercante, porgendomi il frustino che portava appeso al collo. «Questo no» aveva detto mamma Barberin. E, prendendo la vacca per la cavezza, le aveva parlato dolcemente. «Andiamo, bella, su, vieni». Allora Roussette non aveva più opposto resistenza; arrivata sulla strada, il mercante l’aveva attaccata al carretto, e lei aveva dovuto seguire il cavallo. Rientrati in casa, avevamo continuato a sentire a lungo i suoi muggiti. Niente più latte, niente più burro. La mattina mangiavamo un pezzo di pane e, la sera, patate al sale. Il martedì grasso arrivò poco dopo la vendita della vacca. L’anno prima, per quell’occasione, mamma Barberin mi aveva preparato un bel piatto di crêpes e di frittelle e ne avevo mangiate così tante che ne era stata molto contenta. Ma allora avevamo Roussette, che ci aveva fornito il latte per stemperare la pasta e il burro per friggerle in padella. 12


In paese

“Senza Roussette niente più latte, niente più burro, niente più martedì grasso” mi ero detto, rattristato. Ma mamma Barberin mi aveva fatto una sorpresa. Pur non essendo di quelle che prendono a prestito, aveva chiesto una tazza di latte a una vicina, un pezzo di burro a un’altra e al mio rientro, verso mezzogiorno, l’avevo trovata intenta a versare la farina in un grande tegame di terracotta. «Ma guarda… è farina!» esclamai, avvicinandomi a lei. «Sì» disse lei sorridendo «è proprio farina, mio piccolo Remì, bella farina di grano. Senti che buon profumo». Se ne avessi avuto il coraggio, avrei chiesto a che cosa serviva quella farina, ma proprio perché avevo una gran voglia di saperlo non osavo chiederlo. E poi non volevo dire che sapevo che era martedì grasso, per non rattristare mamma Barberin. «Che cosa si fa con la farina?» mi chiese lei, guardandomi. «Il pane» «E poi?» «La farinata» «E poi, cos’altro?» «Mah… Non lo so» «Oh sì, lo sai benissimo. Ma siccome sei un bravo ragazzino, non osi dirlo. Sai che oggi è martedì grasso, il giorno delle crêpes e delle frittelle. Ma siccome sai anche che non abbiamo né burro né latte, non osi parlarne. È così, vero?» «Oh, mamma Barberin!» «Avevo previsto tutto e ho fatto in modo che tu non avessi un brutto ricordo di questo martedì grasso. Guarda nella madia». Alzato subito il coperchio, vidi il latte, il burro, le uova e tre mele. «Dammi le uova» mi disse «e mentre io le rompo, tu sbuccia le mele». 13


Remì. Senza famiglia

Mentre tagliavo a fette le mele, lei ruppe le uova nella farina e si mise a sbattere il tutto, versandoci sopra, di tanto in tanto, una cucchiaiata di latte. Dopo aver stemperato la pasta, mamma Barberin posò il tegame sulle braci calde. Non restò che aspettare la sera, visto che avremmo dovuto mangiare le crêpes e le frittelle per cena. A essere sincero, devo confessare che la giornata mi sembrò lunga e che più di una volta andai a sollevare il panno che copriva il tegame. «Farai prendere freddo alla pasta, che poi lieviterà male» diceva mamma Barberin. Ma la pasta lievitava bene e qua e là si scorgevano dei rigonfiamenti, una sorta di bolle che affioravano in superficie per poi scoppiare. La pasta in fermentazione sprigionava un buon profumo di uova e di latte. «Spezza una fascina» mi disse. «Ci serve un bel fuoco vivo, senza fumo». Poi fu accesa la candela. «Metti la legna sul fuoco!» mi disse. Non mi feci ripetere due volte quell’ordine che aspettavo con tanta impazienza. Ben presto una grande fiamma divampò nel camino e il suo bagliore tremolante inondò la cucina. Allora mamma Barberin staccò dal muro la padella per friggere e la posò sopra la fiamma. «Dammi il burro». Con la punta del coltello ne prese un pezzo grosso come una piccola noce e lo mise nella padella, dove si sciolse sfrigolando. Ah, era da tanto che un profumo così buono non ci solleticava il palato! E che musica allegra proveniva dai crepitii e dai sibili del burro! 14


In paese

Tuttavia, per quanto fossi preso da quella musica, mi parve di sentire un rumore di passi nel cortile. Chi poteva venire a disturbarci a quell’ora? Forse una vicina per chiederci del fuoco. Ma non mi soffermai su quel pensiero, poiché mamma Barberin, che aveva immerso il mestolo nel tegame, aveva appena fatto colare nella padella uno strato di pasta bianca, e non era certo il momento di abbandonarsi a distrazioni. Un bastone sbatté contro la porta, che si aprì bruscamente. «Chi è?» chiese mamma Barberin, senza voltarsi. Era entrato un uomo e, grazie alla fiamma che l’aveva rischiarato in pieno, vidi che indossava un camiciotto bianco e teneva in mano un grosso bastone. «Si fa baldoria, qui? Continuate pure» disse con tono rude. «Oh, mio Dio!» gridò mamma Barberin, posando di colpo la padella in terra. «Sei tu, Jérôme?» Poi, prendendomi per un braccio, mi spinse verso l’uomo che si era fermato sulla soglia. «È tuo padre».

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Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Grafica Veneta spa (Trebaseleghe, PD) nel mese di luglio 2021


150 × 210 SPINE: 21 FLAPS: 135

Hector Malot

Hector Malot (La Bouille, 1830 - Fontenay-sous-Bois, 1907), scrit-

Remì viene venduto dai genitori adottivi a Vitalis, un artista ambulante.

tore e critico letterario, esordì nel 1859 con il romanzo Les amants.

Comincia così, a otto anni, una nuova vita accanto al musicista girovago

Dei suoi oltre sessanta libri, il più celebre è certamente Senza fami-

e ai suoi fedeli compagni, il cane Capi e la scimmietta Joli-Coeur.

mamma come tutti gli altri bambini perché, quando piangevo, una

glia, apparso in origine a puntate sul quotidiano “Le Siècle” e poi

Insieme vivono emozioni mai provate e avventure rischiose,

donna mi stringeva al suo petto e mi cullava con tanta tenerezza che

pubblicato in due volumi nel 1878. Considerato uno dei classici per

ma anche incontri fortunati, in un lungo viaggio per tutta la Francia

ragazzi più amati di tutti i tempi, il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti per il grande schermo e la popolarissima serie animata

Sono un trovatello. Eppure, fino all’età di otto anni, ho creduto di avere anch’io una

le lacrime cessavano di scorrere. Non andavo mai a letto senza che lei mi desse un bacio e, quando

che porta il ragazzo a conoscere le sue vere origini.

il vento di dicembre incollava la neve ai vetri brinati, mi prendeva

SENZA FAMIGLIA

Remi - Le sue avventure, trasmessa per la prima volta dalla tv italiana nel 1979.

i piedi tra le mani e me li riscaldava cantandomi una canzoncina di cui ricordo ancora la melodia e qualche parola. Se mi sorprendeva un temporale mentre facevo pascolare la vac-

Capi si accucciò sulle felci accanto a me e cominciò a leccarmi delicatamente la mano. Commosso da quella carezza, mi sollevai

ca lungo i sentieri erbosi o nelle brughiere, lei mi correva incontro e

un po’ e lo baciai sul naso freddo. Lui mandò un guaito soffocato,

mi proteggeva testa e spalle con la sua sottana di lana. E, se a volte litigavo con qualche compagno, lei mi chiedeva di

poi di colpo mi mise la zampa nella mano e non si mosse più.

confidarle i miei dispiaceri e quasi sempre trovava le giuste parole

Allora dimenticai stanchezza e dispiaceri, il groppo che mi serrava la gola

per consolarmi o sostenermi.

si allentò e potei respirare. Non ero più solo: avevo un amico.

Per tutte queste cose e per molte altre ancora, per il suo modo di parlarmi e di guardarmi, per le sue carezze, per la dolcezza nel rimproverarmi, io credevo davvero che fosse mia madre. Poi, un giorno, scoprii che era solo la mia balia.

ISBN 978-88-3624-192-7

Immagine di copertina: © Mark Owen / Trevillion Images Progetto grafico: Luca Dentale / studio pym

Consigliato dai ai anni

12 99

traduzione di € 13,90

Marina Karam


150 × 210 SPINE: 21 FLAPS: 135

Hector Malot

Hector Malot (La Bouille, 1830 - Fontenay-sous-Bois, 1907), scrit-

Remì viene venduto dai genitori adottivi a Vitalis, un artista ambulante.

tore e critico letterario, esordì nel 1859 con il romanzo Les amants.

Comincia così, a otto anni, una nuova vita accanto al musicista girovago

Dei suoi oltre sessanta libri, il più celebre è certamente Senza fami-

e ai suoi fedeli compagni, il cane Capi e la scimmietta Joli-Coeur.

mamma come tutti gli altri bambini perché, quando piangevo, una

glia, apparso in origine a puntate sul quotidiano “Le Siècle” e poi

Insieme vivono emozioni mai provate e avventure rischiose,

donna mi stringeva al suo petto e mi cullava con tanta tenerezza che

pubblicato in due volumi nel 1878. Considerato uno dei classici per

ma anche incontri fortunati, in un lungo viaggio per tutta la Francia

ragazzi più amati di tutti i tempi, il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti per il grande schermo e la popolarissima serie animata

Sono un trovatello. Eppure, fino all’età di otto anni, ho creduto di avere anch’io una

le lacrime cessavano di scorrere. Non andavo mai a letto senza che lei mi desse un bacio e, quando

che porta il ragazzo a conoscere le sue vere origini.

il vento di dicembre incollava la neve ai vetri brinati, mi prendeva

SENZA FAMIGLIA

Remi - Le sue avventure, trasmessa per la prima volta dalla tv italiana nel 1979.

i piedi tra le mani e me li riscaldava cantandomi una canzoncina di cui ricordo ancora la melodia e qualche parola. Se mi sorprendeva un temporale mentre facevo pascolare la vac-

Capi si accucciò sulle felci accanto a me e cominciò a leccarmi delicatamente la mano. Commosso da quella carezza, mi sollevai

ca lungo i sentieri erbosi o nelle brughiere, lei mi correva incontro e

un po’ e lo baciai sul naso freddo. Lui mandò un guaito soffocato,

mi proteggeva testa e spalle con la sua sottana di lana. E, se a volte litigavo con qualche compagno, lei mi chiedeva di

poi di colpo mi mise la zampa nella mano e non si mosse più.

confidarle i miei dispiaceri e quasi sempre trovava le giuste parole

Allora dimenticai stanchezza e dispiaceri, il groppo che mi serrava la gola

per consolarmi o sostenermi.

si allentò e potei respirare. Non ero più solo: avevo un amico.

Per tutte queste cose e per molte altre ancora, per il suo modo di parlarmi e di guardarmi, per le sue carezze, per la dolcezza nel rimproverarmi, io credevo davvero che fosse mia madre. Poi, un giorno, scoprii che era solo la mia balia.

Immagine di copertina: © Mark Owen / Trevillion Images Progetto grafico: Luca Dentale / studio pym

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traduzione di

Marina Karam


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