“Un terremoto!” pensò Giacomone preoccupato. Prima che potesse spaventarsi del tutto, il melo diede un ultimo strappo, e saltò fuori con tutte le radici bene al vento. E sotto le radici comparve un cappellone largo e floscio, che doveva essere stato bianco, ma che ora si era tinto di tutti i colori del bosco. E sotto il cappello bisunto comparve una faccia rotonda, come di un bambino non cresciuto, o di un vecchietto bambino. E sotto la faccia rotonda comparvero due braccine corte e muscolose, che reggevano saldamente un piccone da minatore.
UAO
Universale d’Avventure e d’Osservazioni
Ernesto Ferrero
L’Ottavo Nano e altri racconti disegni di Camilla Rui
dello stesso autore: Il giovane Napoleone
Stelle Polari. Il Piccolo Principe
ISBN 979-12-221-1231-2
Prima edizione febbraio 2026 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0
Pubblicato per la prima volta con il titolo L’Ottavo Nano nel 1973 da Einaudi nella “Collana bianca” diretta da Daniele Ponchiroli. Questa edizione ripristina il finale originale del primo racconto e recupera il quarto (La nuvola nera) che non era mai più stato pubblicato.
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Ernesto Ferrero L’Ottavo Nano e altri racconti
disegni di Camilla Rui
A Daniele Ponchiroli
A Zeno, Tobia, Olimpia
L’Ottavo Nano
Il mio amico l’orso Giacomone sta in una casetta poco fuori la città. È un orso molto gentile.
Lavora come guardia forestale, cioè protegge le piante del bosco e gli animali che ci vivono dentro. Conosce tutti uno per uno, piante e animali.
S’informa della loro salute, sbriga piccole commissioni, mette d’accordo quelli che litigano e ogni tanto organizza gite e feste.
E naturalmente tiene lontani i cacciatori e le automobili. A tempo perso Giacomone va a pescare, e scrive qualche racconto per la “Gazzetta degli orsi”.
Qualche volta, al sabato, vado a trovarlo. Parliamo di giardinaggio e di sport. Giacomone da giovane era campione di canoa, ma adesso l’unico sport che fa è guardare le partite di calcio alla televisione.
L’altro giorno l’orso Giacomone era molto malinconico e pensieroso. Gli ho chiesto cosa avesse. E lui: «Niente, niente».
C’è voluta mezz’ora prima che si decidesse a parlare.
Giacomone è molto riservato, io invece sono piuttosto pettegolo…
Giacomone mi ha raccontato una storia strana, molto strana. Io ve la racconto a mia volta come l’ho sentita da lui. Se non ci credete, o se ne volete sapere di più, andate direttamente da lui a nome mio. Sta in Viale dei Ciclamini duecentotré.
Dunque, un bel sabato pomeriggio Giacomone se ne stava sulla sedia a sdraio del suo giardino, concedendosi qualche minuto di riposo e un’aranciata, dopo aver piantato un filare di giovani meli.
Se li guardava, quei meli, con la tenerezza di un buon padre di famiglia: l’anno seguente avrebbero prodotto degli splendidi frutti. Ma ecco: c’era un melo, proprio al centro della fila, che cresceva troppo in fretta, addirittura a vista d’occhio: saliva, saliva, come da un mo-
mento all’altro dovesse staccarsi dal suolo e prendere il volo.
«Fermati!» gli intimò Giacomone piantandosi fieramente sulle zampe. «Dove vuoi andare?»
Il giovane melo non lo ascoltava, anzi continuava a salire. Tra strappi, schiocchi e scricchiolii stava già mettendo fuori persino le radici.
«Ah, questo è troppo, melo scostumato e ribelle» gridava Giacomone. La terra tremava, sobbalzava misteriosamente, emetteva dei rumori sordi: tup tup, tup tup.
“Un terremoto!” pensò Giacomone preoccupato. Prima che potesse spaventarsi del tutto, il melo diede un ultimo strappo, e saltò fuori con tutte le radici bene al vento. E sotto le radici comparve un cappellone largo e floscio, che doveva essere stato bianco, ma che ora si era tinto di tutti i colori del bosco. E sotto il cappello bisunto comparve una faccia rotonda, come di un bambino non cresciuto, o di un vecchietto bambino. E sotto la faccia rotonda comparvero due braccine corte e muscolose, che reggevano saldamente un piccone da minatore.
Lo strano vecchio-bambino veniva fuori piano piano, come un grosso fungo. Era molto stanco e sudato, come chi sia alla fine di una lunga fatica.
«Dov’è il bagno?» chiese con molta naturalezza a Giacomone, che lo stava guardando esterrefatto.
«Il bagno è per di qua» disse Giacomone con un inchino, facendo un gesto con la mano. «Ma non vorrai fare il bagno con un melo sulla testa!»
«Uh! Che sbadato!» disse l’omino prendendo il melo con due mani, e rimettendolo delicatamente al suo posto. E intanto guardava Giacomone e il giardino strizzando gli occhi come fosse abbagliato dal troppo sole. E si dondolava lentamente e regolarmente, come una pendola, ora a destra ora a sinistra.
“Sta’ a vedere” pensò Giacomone “che al posto dei piedi ha delle biglie…” E pensava: “La sua faccia non mi è nuova. Devo averla già vista da qualche parte. Magari al cinema o alla televisione”.
Lo sconosciuto omino venuto da sotto terra si era chinato nel buco da cui era spuntato, e vi
frugava dentro, portando alla luce strani oggetti: un sacco da montagna, un materassino gonfiabile arrotolato come un salame, una lampada a petrolio, una carta geografica tutta spiegazzata, una bussola, due croste di parmigiano, una borraccia e una grossa fotografia in una bella cornice di legno. E mentre passava in rassegna i suoi tesori, contando e ricontando, continuava a togliersi la terra di dosso, a spolverarsi, a riassettarsi alla meglio, emettendo lunghi sospiri.
«Di’ un po’» chiese Giacomone incuriosito: «ma tu, come ti chiami?»
L’omino misterioso si levò il cappello, scoprendo una testa quasi del tutto pelata: «Mi chiamo Dondolo. Sono anche conosciuto come l’Ottavo Nano»
«E che mestiere fai?»
«Non si vede? Faccio il minatore, come i miei fratelli, i Sette Nani»
«Ah, ecco! Mi pareva proprio!» mormorava Giacomone grattandosi la testa.
E poiché era a corto di argomenti chiese premurosamente: «E Biancaneve, come sta?»
L’Ottavo Nano spiccò un salto, sorpreso: «Conosci Biancaneve? Come fai a sapere che esiste?»
«Oh bella!» rise Giacomone. «Biancaneve la conoscono tutti. È quella del film, no? Biancaneve e i Sette Nani».
L’omino dondolante aggrottò le ciglia, contò sulle dita e poi disse con fermezza: «Prego, gli Otto Nani»
«No, no. Calma. Erano proprio sette, mi ricordo bene. Sette più Biancaneve, naturalmente».
L’Ottavo Nano cascò a sedere per terra, con gli occhi sbarrati. Era bianco come un lenzuolo, e gli era venuto il singhiozzo.
«Ti senti male?» chiese Giacomone.
«Hanno fatto un film…» mormorava. «L’hanno fatto senza di me… mi hanno dimenticato… nessuno sa che esisto… quindi non esisto…»
«Come dici?»
«Adesso i nani sono sette per tutti, e per sempre! Io sono tagliato fuori! Non è giusto, però! Capisci, orso?»
Giacomone allargò le braccia: «Mah! Io in
matematica non sono molto forte… Vuoi qualcosa per tirarti su? Una bella cioccolata calda? Una frittatina con cipolle?»
Dondolo faceva segno di no, sconsolato.
«Almeno raccontami cosa è successo» lo pregò l’orso.
Il nano se ne stava lì impietrito a rigirare il cappello. Poi disse in un soffio: «Sto per piangere!»
«Ma sì, ma sì; piangi che ti fa bene» lo esortava Giacomone dandogli pacche affettuose che lo facevano sobbalzare ogni volta.
«Biancaneve!» ora Dondolo piangeva a dirotto. «Non ci posso credere! Sono tanti anni che non la vedo! Un secolo… forse di più! Io che l’amavo tanto! Che l’amavo più di tutti!
Che alla sera le portavo sempre la borsa dell’acqua calda! E fiori il giovedì! E pasticcini la domenica! Le lucidavo le scarpine! Le mettevo i bigodini! Asciugavo i piatti per lei! E pensare che per il suo compleanno le ho regalato un abito da sera! Oh vita crudele!»
Prese la testa fra le mani e stette a pensare un po’, scuotendo la testa e soffiandosi il naso
e alzando gli occhi al cielo. Poi piano piano si calmò e cominciò a raccontare: «Devi sapere che un giorno di tanti anni fa lavoravo nella miniera, come tutti i giorni, con i miei fratelli. Avevamo già scavato tanto, e fatto tante gallerie, per chilometri e chilometri, e va bene che c’erano i cartelli e le frecce: circolazione vietata, stop, curva pericolosa, caduta massi, attraversamento animali, attenzione, scuola!, che poi era una scuola di talpe, di marmotte e di ghiri, beninteso; va bene, dico, che eravamo abituati a orizzontarci in quel labirinto oscuro, ma quel giorno non so cosa pensavo (cioè, pensavo a Biancaneve, come al solito) e così scava e scava un bel momento non sapevo più dov’ero. Sì, orso…»
«Chiamami Giacomone, Giac per gli amici»
«Sì, Giac, mi ero perduto. Sono tornato indietro, ho cercato di orizzontarmi, di trovare un segno, qualcosa che mi rimettesse sulla strada giusta. Niente. Allora mi sono messo a urlare a squarciagola: “Brontoloooooo! Eoloooooo! Cuccioloooooo!” Silenzio di tomba. Solo un pipistrello, che passava da quelle parti, mi disse:
“Risparmia il fiato, amico, non capisci che è inutile? Qui dentro ci capiamo solo noi pipistrelli, che abbiamo il radar”. Si fa presto a dire… Le gallerie così buie, e poi non c’era proprio nessuno, solo buio e silenzio e qualche goccia d’acqua e anche il pipistrello se n’era andato, e invano gli gridai dietro: “Ehi, pipistrello, vieni qui che facciamo quattro chiacchiere!” Ero solo, capisci? Non mi restava che fare una cosa: scavare e scavare senza fermarmi mai per cercare di tornare a casa e ritrovare la cara Biancaneve…»
«E i fratelli» disse Giacomone.
«Ah! I fratelli! E be’, sì, anche loro, naturalmente… Insomma, è da quel giorno che continuo a scavare. E finalmente oggi sono arrivato nel tuo giardino»
«Tu che hai scavato per tanti anni in tutto il mondo, chissà quante bellissime cose avrai trovato!»
«Oh, per questo sì: qualche patata e qualche carota per sfamarmi, due città sepolte, un laghetto di petrolio, una cassa col tesoro dei pirati, piena di pepite d’oro, topazi, smeraldi, lapi-
slazzuli… Ma cosa me ne facevo di quei pezzi di vetro? A me interessava soltanto tornare a casa: così ho lasciato lì tutto, ho solo preso un anellino per Biancaneve, un piccolo regalino per quando la rivedrò»
«E cos’altro hai trovato, di bello?»
«Ah! Non ho mai avuto fortuna. Pensa che una volta, scava e scava, sono perfino arrivato nelle cantine del castello della Strega Cattiva, e così, capisci bene, sono dovuto scappare a precipizio… Un’altra volta sono uscito fuori in un deserto. Faceva un caldo terribile e acqua non ce n’era, sono tornato in fretta nelle mie gallerie, dove almeno si stava al fresco. Poi sono arrivato nel tombino di una grande città, ho messo la testa fuori, e per poco un autobus mi investiva. C’era troppo rumore, e così sono tornato sotto terra, dove almeno si sta tranquilli. Poi sono sbucato in una giungla, e sono subito inciampato in un coccodrillo, che già si leccava i baffi all’idea di mangiarmi. Un’altra volta sono uscito in pieno oceano: a parte il fatto che mi sono bagnato tutto, c’era già un pescecane che mi ha fatto vedere anche lui tutti i denti… Ho
concluso che il modo migliore per tornare da Biancaneve e i Sette Nani era quello di continuare a scavare sotto terra. E così ho fatto. È questione di abitudine: una volta abituato all’oscurità, non ci stavo neppure male. Ah, se soltanto potessi rivedere Biancaneve…»
«E i fratelli» disse Giacomone.
«Ah! I fratelli! Sì, anche loro, naturalmente…»
«Lo sai che sono diventati famosi attori del cinema» disse Giacomone.
«Hanno perfino fatto un film sulla loro storia, sono andati a stare in America da Walt Disney… Non fanno più i minatori»
«Va bene, ma parlami di Biancaneve, ti prego» supplicò Dondolo mugolando e torcendosi le mani.
«È una storia lunga» disse Giacomone accendendosi la pipa. «Devi sapere che la Strega Cattiva riuscì ad arrivare a casa vostra, e a far mangiare a Biancaneve la mela avvelenata. Così Biancaneve è morta…»
«Morta?» urlò Dondolo, gettando via il cappello e strappandosi i pochi capelli che aveva.
«Me infelice! Ho girato tutto il mondo sotto terra per sapere che è morta!»
«Ma no, aspetta, non è finita così» si affannava Giacomone, facendogli aria col cappello. «È subito arrivato il Principe Azzurro…»
«Chi è questo Principe Azzurro?» si insospettì Dondolo.
«Un miliardario americano che si fa chiamare principe ma non lo è. A parte questo, una persona molto per bene, come si deve»
«Sarà, ma mi è antipatico»
«Questo Principe Azzurro ha dato un bacio a Biancaneve, e lei si è risvegliata. Poi si sono sposati…»
«Sposati? Biancaneve poteva avvertirmi, almeno, mandare i confetti… E adesso?»
«Sono andati a stare nel grattacielo del Principe, e lì vivono felici e contenti»
«Sì! Figurati…» disse Dondolo, che non si era affatto calmato.
Brontolava tra sé e sé: «Ecco come è finita. Biancaneve si è sposata e si è dimenticata di me.
I miei fratelli sono andati in America, hanno fatto il film senza di me, e sono diventati famosi. Tutti mi hanno dimenticato, nessuno sa più che esiste l’Ottavo Nano»
«Forse una soluzione c’è» disse Giacomone.
«Sino a oggi tu hai cercato Biancaneve e i Sette Nani scavando gallerie sotto terra. Adesso proviamo a cercarli sopra la terra. Per esempio: prendiamo un aereo, e andiamo in America a trovarli».
Dondolo smise di frignare, e si soffiò il naso rumorosamente: «Sì, non è una brutta idea… prrrr… si può fare… prrrr»
«Guarda» disse Giacomone arrampicandosi su un armadio, e tirando giù un grosso porcellino in ceramica rossa «qui ci sono i miei rispar-
mi: con quelli ci possiamo comperare due biglietti di aereo»
«Non voglio approfittare della tua generosità» disse Dondolo. «Proverò a vendere i miei attrezzi da minatore».
Giacomone guardò la vecchia lampada arrugginita, il materassino gonfiabile… «Ho paura che non ci ricaveresti molto. Lascia fare a me. E poi, sento proprio il bisogno di un bel viaggio».
L’indomani mattina Dondolo e Giacomone andarono all’aeroporto. Dondolo non aveva mai volato, e aveva un po’ di paura. Maneggiava nervosamente il piccone che si era portato dietro perché – diceva – non si sa mai, e poteva anche capitare di dover tornare a casa scavando sotto terra. Dall’agitazione il cappellone gli tremava continuamente. Giacomone lo calmò dandogli gomme da masticare, finché il nano si addormentò tranquillamente. Quando si risvegliò stavano già sorvolado l’America. Dondolo si attaccò al finestrino, e guardò di sotto.
«Grattacieli» spiegava Giacomone, che era
un orso internazionale. «Mandria di bisonti!… Indiano sul sentiero di guerra!… Una carovana di pionieri!… Il Gran Canyon!»
Finalmente atterrarono, e presero un taxi: «Dalla signora Biancaneve, presto» ordinò Giacomone, e l’auto parti rombando.
Dopo mezz’ora il taxi si fermò davan ti a un palazzo altissimo di acciaio e cristallo, che si perdeva nelle nuvole. Sul pennone sventolava una grande bandiera azzurra.
Quattro o cinque vigili regolavano il traffico, mentre sul grande portone, tutto d’oro massic-
cio, stavano dieci uscieri in divisa rossa, con i galloni dorati e un colbacco blu.
«Dobbiamo esserci sbagliati» disse Dondolo.
«Biancaneve non può abitare in questo palazzo. Me la ricordo ancora col grembiule macchiato di salsa di pomodoro, nella cucina di casa nostra, che lavava i piatti, e allora non c’erano mica le lavastoviglie, né niente… Era una gran brava ragazza, gentile, servizievole, imbattibile nelle pulizie, abilissima nel dar la cera, nel rammendare calzette, nell’attaccare bottoni…»
Si diresse dal portiere: «Scusi» disse «vorrei parlare con la signora».
«E tu chi sei, nanetto» lo squadrò burbero il portiere. «Lo sai che non tolleriamo vagabondi, qui intorno? Ce l’hai un mestiere, eh, tappo?»
«Certo che ce l’ho un mestiere: sono un minatore»
«Ah, ecco» sghignazzava il portiere «bel mestiere! Puzzi di muffa lontano un miglio, sei ancora pieno di terra che sembri un fungo, sì, un porcino, ah ah ah, e vorresti parlare con la signora. Ma di’ un po’, tappo, lo sai chi è la signora?»
«Altro che» sospirava Dondolo «ci conoscia-
mo benissimo, la signora è una mia amica, ci faceva da mangiare, e ci teneva in ordine la casa, a me e i miei fratelli»
«Questa poi sì che è bella! Hai proprio una faccia di bronzo: dunque, così la signora ti preparava la pappa tutti i giorni?»
«Sissignore! Gnocchi al burro, risottino al barolo, trenette col pesto, spaghetti all’amatriciana, filetto di sogliola alla mugnaia, bue alla griglia con pâté di fegato, e rognoncini trifolati.
Era un’ottima cuoca…»
«Rognoncini trifolati» si sbellicava il portiere.
«Ehi, Propp, vieni a sentire cosa ha il coraggio di raccontare questo vagabondo pidocchioso»
«E poi insalatine russe, melanzane alla parmigiana, insalata di carciofi, noci e pere. Piattini così…»
«Adesso mi hai stufato con i tuoi piattini. Via, via, circolare!»
«Ma io le devo parlare!» cercò di spiegare Dondolo.
«Tornatene al circo col tuo orso ammaestrato» gridò il portiere. «Via, via, circolare! Altrimenti chiamo la polizia».
Dondolo e Giacomone stavano a guardarsi desolati, senza sapere cosa fare. In quel momento suonò una tromba, i portieri scattarono sull’attenti facendo il saluto militare, e due omini in livrea corsero ad aprire il pesante cancello d’oro.
«Lunga vita alla Signora!» gridarono i portieri con voce possente. «Urrà! Urrà!»
Comparve una splendida Rolls-Royce nera, lunga trentatré metri, con cristalli scuri e sul cofano una piccola bandierina azzurra, con sopra ricamata una B bianca.
Sulle poltrone posteriori stava mollemente adagiata una bella signora dai folti capelli neri e dalla stupenda carnagione bianca come un fiore di magnolia. Era molto elegante e guardava fuori con un’aria un po’ annoiata. Un omino seduto davanti a lei faceva rispettosamente vento con un grande ventaglio di piume di struzzo.
«Biancaneve!» fece Dondolo con un urlo terribile. Si avventò di corsa verso la macchina e, prima che i portieri potessero trattenerlo, saltò sul predellino picchiando sul vetro del finestrino.
«Biancaneve! Sono io! Il tuo vecchio Dondolo. Non mi riconosci? Sono cento anni che scavo per trovarti!»
L’autista aveva fermato la macchina, in attesa di ordini.
Biancaneve diede un’occhiata distratta fuori dai vetri.
Sembrava non ricordare, fissava un punto lontano: «Sì, sì, buon uomo» disse distrattamente «vi ringrazio. Ma adesso ho fretta, lasciatemi andare. Battista, avanti, prego».
L’auto ripartì di scatto con un ruggito, e Dondolo rotolò all’indietro come una biglia.
«Non è possibile… Biancaneve deve aver perso la memoria. O forse oggi non si sentiva bene»
«Già, già» borbottava Giacomone, imbarazzato; e lo aiutò a sollevarsi.
«Torneremo un’altra volta, e vedrai che tutto andrà meglio».
Andarono a mangiarsi un panino in un bar lì vicino. Erano molto abbattuti tutti e due.
Finalmente Giacomone disse: «Proviamo a cercare i tuoi fratelli».
Dondolo annuì senza parlare.
«Possiamo chiedere di loro agli studi di Walt Disney»
«Ottima idea» ammise Dondolo a denti stretti. Presero un tassì, e andarono da Walt Disney.
Negli studi c’era una grande confusione, centinaia di personaggi che andavano e venivano, e lì si girava una scena, e là se ne provava un’altra.
Per terra c’era un ingombro di fili elettrici, riflettori dappertutto, e macchine da presa che ronzavano. Giacomone vide passare un papero, e lo fermò.
«Mi saprebbe dire per favore dove posso tro-
vare i Sette Nani? Sono qui con un loro parente» e indicò Dondolo. «Ma… ma lei è Paperino!»
«Quack! Sono proprio lui» ammise Paperino con orgoglio. «Voi cercate i Sette Nani? Non lavorano più con noi da molti anni. Sapete, sono diventati ricchi e famosi, così si sono sciolti e ognuno è andato per la sua strada»
«Ognuno per la sua strada!» ripeté Dondolo incredulo.
«Provate a guardare sulla guida del telefono, li troverete tutti di sicuro» suggerì Paperino. «Quack, mi chiamano, devo andare. Buona fortuna, ragazzi».
Dondolo e Giacomone passarono il pomeriggio a cercare i Sette Nani sulla guida del telefono. Giacomone leggeva, e Dondolo scriveva.
«Ecco qui: cavalier commendator grand’ufficiale Dotto, presidente della Banca Internazionale di Lilliput».
Andarono alla Banca, e chiesero di Dotto. C’erano sue fotografie dappertutto. Dotto non era cambiato molto: aveva sempre gli occhialini rotondi, una gran pancia, e nella fotografia faceva lo stesso sorriso da nonnetto astuto che
Dondolo conosceva. Era vestito molto bene, questo sì: aveva un distinto completo grigio che gli donava molto.
«Il presidente è in riunione» disse una efficiente segretaria con gli occhiali, e li fece accomodare in un salottino. Lì aspettarono ore e ore, e si addormentarono tutti e due, russando sonoramente.
Li risvegliò la segretaria che era già notte profonda: «Il presidente commendator Dotto si scusa, ma è dovuto partire all’improvviso, e non sa quando potrà tornare. Li prega di ripassare un’altra settimana»
«Abbiamo capito» dissero i due, e se ne andarono in punta di piedi.
«Proviamo da Brontolo» disse Giacomone «forse ci andrà meglio».
Brontolo era diventato il re del petrolio. Le sagome dei suoi pozzi – centinaia e centinaia –spiccavano nel deserto come torri immense e minacciose.
«Il signor Brontolo?» disse il custode ai due amici che lo interrogavano. «È in giro per i suoi
pozzi. Lavora sempre, giorno e notte, anche se è arcimiliardario. Non è contento finché non ha impiantato un nuovo pozzo, e poi un altro ancora, e un altro. Provate a cercarlo fra i pozzi, se vi riesce».
Dondolo e Giacomone si avventurarono in quella selva di tralicci di acciaio. Si sentivano i tonfi delle pompe che sputavano petrolio nei tubi di Brontolo, senza fermarsi mai.
«Brontoloooooo!» gridavano; ma si sentiva solo il monotono tùnf tùnf tùnf delle pompe del re del petrolio.
Lo trovarono, finalmente. Era vicino a un pozzo nuovo, e si agitava, si sbracciava, gridava agli operai: «Eppure lo sento che qui ci deve essere del petrolio! Giù con la trivella!»
La trivella si avventava nel terreno con un sordo grrrrrr, puntando verso il cuore della terra. Anche Brontolo non era cambiato molto. Adesso indossava una tuta blu che gli nascondeva la barba bianca; e come sempre la bocca gli faceva una piega amara, tirata all’ingiù, come se tutto il mondo ce l’avesse con lui.
«Forza, forza!» urlava Brontolo. «Più giù,
più giù! Dobbiamo arrivarci, corpo di mille pipistrelli!»
Il tanto sospirato getto di petrolio uscì finalmente dal nuovo pozzo: e andò a colpire in pieno Dondolo e Giacomone, che stavano lì a guardare, senza osare interrompere le fatiche di Brontolo. Caddero all’indietro, accecati.
«Cosa ci fanno quei due intrusi lì?» strillò
Brontolo. «Non fatemi perdere tempo! Via, via!
Chi li ha lasciati passare? Buttateli fuori! Andiamo avanti!»
«Abbiamo capito» dissero malinconicamente
Dondolo e Giacomone, e se ne andarono a capo chino. Dietro di loro Brontolo sguazzava nel la-
ghetto che il getto del petrolio andava formando: «Amo il petrolio! Amo i dollari!» lo sentivano gridare in lontananza.
Andarono a lavarsi in un torrente lì vicino.
«Chissà Eolo cosa farà…» si chiese Dondolo soprappensiero.
«Dirige i voli astronautici verso i pianeti più lontani»
«Bene, andiamo a trovarlo».
Arrivarono al Capo Eolo (così si chiamava la base per il lancio dei razzi) proprio nell’imminenza del lancio di un’astronave per Saturno. Sulla pista si levava un razzo immenso, ancora avvolto nelle incastellature metalliche, ed emetteva bianchi sbuffi di fumo.
Arrivarono nella sala comando. Al centro, davanti a un quadro gigantesco con migliaia di lucine bianche e rosse, stava proprio Eolo. Tirava levette, schiacciava pulsanti, in pieno conto alla rovescia: «Duecentotrentanove, duecentotrentatto, duecentotrentasette…»
«Ehi, Eolo, scusa un momento» sussurrò Dondolo.
«Controllo motori!» strillava Eolo nel microfono.
«Sono venuto a trovarti, Eolo!» disse ancora Dondolo.
«Controllo carburante!» ruggiva Eolo.
«Sono tuo fratello, Eolo!» supplicò Dondolo.
«Centonovantatré, centonovantadue, centonovantuno…» contava Eolo eccitatissimo. E spingeva le levette, si affannava sui tasti, si sbracciava, buttava per aria dei fogli.
«Eolo, sono trent’anni che io…»
«Trenta, ventinove, ventotto…» disse Eolo, che come sempre si distraeva facilmente.
«No, dottor Eolo» lo corresse un assistente. «Eravamo rimasti a centottantaquattro»
«Eh?» chiese Eolo interrogando le lucine rosse del quadro, che sembravano impazzite. «Chi ha detto trenta? Mi fate perdere il filo»
«Sono io che ho detto trenta» disse umilmente Dondolo alzando una mano.
«E lei chi è?»
«Come, chi sono?» disse Dondolo stupefatto. «Non lo vedi? Sono io!»
«Vedo un intruso! Un seccatore!» strillò Eolo. «Un sabotatore! Una spia!»
«Dottor Eolo, il conteggio alla rovescia!» supplicò l’assistente.
«Ventinove! No, ferma, centoquarantacinque!»
«No, dottor Eolo, centotrentadue!» disse l’assistente.
«Ma insomma» gridavano i piloti del razzo «cosa succede?»
«Ci sono qui due…» disse Eolo «anzi, uno…»
«Due? Uno?» dissero i piloti. «Allora è arrivato il momento di partire immediatamente!»
«Via!» e accesero i motori. Il razzo sprigionò una gran nube arancione, emise un rombo sordo di tuono, e partì di gran carriera.
«Ferma! Ferma!» si disperava Eolo. «È troppo presto! Tornate indietro! Abbiamo sbagliato il conto! Dove andate!»
Il razzo era già sparito all’orizzonte, salutato dagli urrà degli spettatori.
«Alt! Ferma! Stop!» gridava Eolo.
«Siete partiti troppo presto!»
Ma il razzo stava già sorvolando l’Africa.
«Fermate quei due sabotatori» gridò allora Eolo additando Dondolo e Giacomone, che stavano lì a bocca aperta a guardare quel parapiglia.
«Gambe, Dondolo, qui ci tocca scappare!» sussurrò Giacomone al suo amico. Lo prese sottobraccio come un fagotto, e cominciò a correre in mezzo ai poliziotti che arrivavano soffiando nei fischietti. Si infilò rapidamente nella nuvola arancione che il razzo aveva lasciato partendo.
«Di là, di là» gridava ai poliziotti che lo inseguivano «i sabotatori sono passati di là!» E quelli si misero a correre dalla parte opposta. I due scapparono per un bel po’ e finalmente si fermarono a prender fiato: «Anche Eolo è molto preoccupato» mormorò Dondolo. «I miei fratelli sono tutti preoccupati»
«È soltanto una giornata sfortunata» lo incoraggiò giacomone. «Vedrai che con gli altri andrà meglio»
«Proviamo con Mammolo. Mammolo era sempre così gentile…»
Mammolo stava vicino all’aeroporto.
«Il signor Mammolo non c’è quasi mai» spiegò la portinaia. «Sapete, il signor Mammolo è molto timido, e non vuol veder nessuno».
Proprio per stare da solo si è messo a fare il palombaro, e passa le sue giornate a fare delle lunghe passeggiate in fondo al mare. I pesci non parlano, o per lo meno parlano sottovoce, e lui sta molto bene insieme a loro.
I due amici si fecero portare da un pescatore sul posto in cui Mammolo era solito fare le sue immersioni.
«Ecco, è lì sotto» disse il pescatore.
«Allora buttiamoci» disse Dondolo, e si tuffò seguito da Giacomone, che annaspava come poteva.
Sì, Mammolo stava proprio camminando lentamente in fondo al mare.
Aveva una specie di paniere, e distribuiva del mangime ai pesci.
Difatti dietro di lui c’era una fila ordinatissima di pesci che aspettavano il loro turno per fare colazione. C’erano tutti: un pescecane stava giocando a ruba-conchiglia con una cernia, la murena fa-
ceva la calza per ingannare l’attesa, le sardine scambiavano gli ultimi pettegolezzi, e due vecchi tonni parlavano di reumatismi. Il pesce martello stava aggiustando una vecchia pentola, il pesce sega tagliava un corallo per farsi un braccialetto, e i polipi giocavano a braccio di ferro.
«Mammolo!» cercò di urlare Dondolo col poco fiato che gli restava, ma riuscì soltanto a dire:
«Blurubluruburb!» E il grido si spense in uno scoppio festoso di bollicine.
Tuttavia Mammolo si accorse dei nuovi venuti, perché sorrise da dentro il suo casco da palombaro, e fece un vago cenno di saluto: ma era come se salutasse da un altro pianeta. E fu tutto: riprese la passeggiata, distribuendo lentamente il mangime.
«Non c’è niente da fare» disse Dondolo aggrappandosi alla barca, quando furono risaliti, e Giacomone boccheggiava dalla fatica. «Mammolo non è molto socievole, e preferisce i pesci agli uomini. Speriamo almeno che Gongolo ci dia una mano. Pare che stia in una villa bellissima, sulla collina degli attori».
Salirono sulla collina. Villa Gongolo era proprio stupenda: in mezzo a un giardino straripante di fiori, in cui ammiccava l’occhio azzurro di una piscina.
Dondolo e Giacomone stavano a guardare a bocca aperta quel posto di sogno, quando il cancello si aprì, e dai viali del parco arrivò veloce una macchina sportiva.
La guidava Gongolo in persona: indossava una camicia a fiori aperta sul petto, con un fazzoletto annodato al collo. Si era fatto tingere i capelli, perché metteva in mostra una fulgente capigliatura bionda. Accanto a lui c’era una splendida fanciulla bionda come lui, ancora più bella di Biancaneve.
«Ecco uno che si gode la vita» disse Giacomone, mentre Dondolo cercava senza successo di fare dei gesti con le mani per fermarlo. La vettura sportiva di Gongolo sparì subito dietro la curva, e ai due non restò altro che chiedere informazioni al giardiniere.
«Sì, a quest’ora il signor Gongolo va a giocare a golf» disse l’omino.
I due affittarono una bicicletta: Dondolo sta-
va sulla canna e Giacomone pedalava di buona lena. Andarono al Club del golf. Lì si davano convegno tutti i ricconi della città: c’era Paperon de’ Paperoni, che non giocava, ma stava a guardare gli altri, sorbiva una gazzosa con una cannuccia, e parlava di alta finanza; il ragionier Mulinelli, re dei pelapatate automatici; il commendator Sgrasso, magnate dei detersivi, e tanti altri. Sui campi da gioco, poco distante, s’era formato un gruppetto di persone silenziose: stavano estasiate ad ammirare i colpi di Gongolo, maestro della carambola: la sua pallina volava per qualche chilometro, rimbalzava su un albero, schizzava su una vicina tartaruga, e finalmente si infilava nella buca con matematica precisione.
«Sei mitico, Gongolo» gridava a ogni colpo la ragazza bionda. Gongolo sorrideva appena, abbozzando un inchino alla piccola folla che applaudiva.
«È lui» disse Dondolo. «Andiamo». E si avventurò sul prato verdissimo, soffice come un tappeto. Dal gruppetto degli spettatori si levò un altro lunghissimo oooooh! di meraviglia.
Gongolo aveva scagliato da maestro un’altra palla che volava, vola va, volava, fischiando come un proiettile, e alla fine andò proprio a colpire in pieno l’Ottavo Nano. La testa di Dondolo fece bang! e lui cadde per terra lungo disteso.
«Cosa fa quel nano sul prato!» gridò Gongolo molto seccato. «Mi rovina il gioco!» E se ne andò da un’altra parte, inseguito dal codazzo di ammiratori.
Quando Dondolo si risvegliò, il sole stava tramontando, e sul campo era rimasto solo qualche giardiniere che innaffiava l’erba con una pompa.
Giacomone stava chino sul nano: gli faceva aria col cappello, e gli dava amorevoli schiaffetti sulle guance.
«Coraggio, vecchio mio» disse Giacomone «proviamo con Pisolo. Dicono che sia rimasto un bravo ragazzo, senza grilli per la testa».
Pisolo stava fuori città, in una casetta costruita con delle vecchie latte dipinte, che sembrava dovesse sfasciarsi da un momento all’altro.
«Finalmente un fratello che non è diventato ricco, e non si dà delle arie da gran signore» si
rallegrò Dondolo, stropicciandosi le mani dalla contentezza.
Si avvicinarono. Sul cancelletto era appeso un vistoso cartello: Si prega di fare silenzio. E sul sentiero che portava alla casetta spiccavano altri cartelli: Vietato fare rumori, Non disturbare, Ssst!
I due procedevano in punta di piedi, intimandosi a vicenda di stare zitti. Nel bosco si disegnò un’ombra oblunga.
«Guarda! Un’amaca!» mormorò Dondolo.
«Ho sempre sognato di possedere un’amaca…» mugolò Giacomone.
Nell’amaca, invece, c’era Pisolo, che russava beatamente: accanto a lui un altro cartello ancora più grosso avvertiva:
Rispettate il sonno del padrone di casa!
Dondolo fece finta di non vederlo, e provò a tirare il fratello addormentato per la manica: «Sveglia, Pisolo, sveglia, ci sono visite».
Pisolo s’era già girato dall’altra parte, con un’espressione beata sul volto.
«Mmmm, che c’è?» disse nel sonno.
«C’è che ci sono io» sussurrava Dondolo «tuo fratello…»
«Io non ho fratelli» sbadigliava Pisolo. «Il solo fratello che ho è il cuscino…» e lo abbracciava teneramente. Dopo due secondi russava già.
«Che si fa?» chiese Giacomone sbadigliando: veniva sonno anche a lui.
«E che vuoi fare? Pisolo ha sempre dormito, in vita sua. Dormiva anche in miniera, appoggiato al piccone… A casa era il primo a infilarsi a letto, l’ultimo a svegliarsi. Non è certo lui che mi possa dare un po’ d’affetto»
«Non ci resta che cercare Cucciolo…»
Erano tornati in città, e stavano percorrendo uri viale, quando il loro sguardo cadde sulla vetrina di un negozio di dischi: «Guarda! C’è Cucciolo!»
«Ma dove?»
«Lì, sulla copertina di quel disco!»
Era proprio lui, ma quanto cambiato da allora! Si era lasciato crescere i capelli, che portava lunghissimi, fino alle spalle. Aveva un grosso paio di occhiali neri, e dal collo gli pendevano decine di collane d’oro, d’argento, di corallo, di legno, di plastica…
«Chi l’avrebbe mai detto» meditava Dondolo. «Quel timidone di Cucciolo è diventato un cantante famoso…»
«Questa sera Cucciolo si esibisce alla Gardenia Blu» disse Giacomone sfogliando un giornale. «Potremmo andarlo a sentire».
Fu un’impresa veramente disperata entrare alla Gardenia Blu. Centinaia di ammiratori di Cucciolo, come in1pazziti, si pigiavano per comperare il biglietto, ululando e muggendo. Giacomone si mise Dondolo sulle spalle, e riuscì a passare spingendo senza pietà a destra e a
sinistra, pestando i piedi a tutti, facendosi largo con le grosse zampe.
Nella sala il buio era assoluto e il caldo torrido.
Giacomone sudava nella sua folta pelliccia polare: «La prossima volta che vengo in città» sospirava «mi devo proprio fare un vestito nuovo».
Poi si accese un riflettore, e nel cono della luce apparve lui, il super divo, il grande Cucciolo, detto “La Voce”. Gli ammiratori urlavano, fischiavano, si strappavano i vestiti dalla gioia.
«È la fine del mondo…» mormorava Giacomone atterrito. Dalla paura Dondolo aveva abbrancato la testa dell’orso e se la teneva stretta.
Quando il boato del pubblico diminuiva un po’, si scatenava Cucciolo: batteva i piedi pigiando a tutta forza sulla chitarra, strappando dalle corde una valanga di suoni impazziti, contorcendosi come un pitone. Riflettori gialli, rossi, verdi e blu saettavano l’aria, gli spettatori ammattivano d’entusiasmo: non si capiva più niente.
Quando le luci si riaccesero, Cucciolo era stravolto e sudato, con i lunghi capelli appicciccati alla fronte. Sulle spalle robuste di Giacomone, Dondolo cercava di farsi notare in quella marea.
«Cucciolo! Sono io! Sono qui! Non mi riconosci?»
Ma Cucciolo era troppo impegnato a firmare autografi, a stringere mani, a passarsi un fazzoletto sulla fronte. Dondolo si protese sulla folla, cercò di afferrarlo, di gridare più forte, ma cento altre mani si sovrapposero alle sue, lo tirarono in giù, lo sballottolarono di qui e di là. Non fosse stato per Giacomone, che lo teneva saldamente per il collo, lo avrebbero pestato come la buccia di una patata.
«Inutile insistere» ansimò Dondolo. «I miei fratelli sono troppo famosi o troppo occupati»
«Già, già» sospirava Giacomone risistemandosi la pelliccia tutta stropicciata nella calca.
«Io ne ho abbastanza di questo posto» disse ancora il nano in un soffio.
«Già, già» disse Giacomone, che non sapeva più dove rigirarsi.
Andarono all’aeroporto e presero l’aereo di ritorno. Arrivò la hostess con un vassoio di caramelle. Dondolo si tolse tranquillamente il cappello, lo riempì di caramelle, e se lo rimise in te sta. La hostess lasciò fare, maternamente.
«È suo questo bel bambino?» chiese a Giacomone con un sorriso.
«Veramente» brontolò l’orso «il bambino deve avere centotrent’anni o giù di lì».
La ragazza impallidì e scappò via. Ogni tanto Dondolo tirava giù il cappello, prendeva una caramella e la passava a Giacomone senza dir niente. L’orso succhiò per un bel po’, poi si chinò verso l’amico e disse: «Senti, Dondolo, ti devo fare una proposta. La mia casa è anche la tua. Puoi fermarti da me tutto il tempo che vuoi».
Dondolo sospirò, strinse forte la zampa dell’amico, e non disse né sì né no.
Quando furono a casa, cercava di rendersi utile: faceva le pulizie, andava a comperare il giornale, preparava delle ottime marmellate di mirtilli, e cucinava delle torte di mele secondo una vecchissima ricetta della bisnonna che gli aveva insegnato Biancaneve. Giacomone guardava e sospirava.
«Viene l’autunno» diceva Giacomone scrutando il cielo e succhiando dalla pipa. «Prepariamoci al letargo».
Alla sera, davanti al caminetto acceso, giocavano a dama e a Monopoli.
Dondolo sembrava distratto, e avrebbe perso tutte le volte, non fosse stato che Giacomone sbagliava apposta per farlo vincere.
Di Biancaneve e dei Sette Nani non parlarono più. Dondolo, però, doveva fare dei brutti sogni, perché quando dormiva parlava e si agitava nel sonno.
Una bella mattina, svegliandosi, Giacomone trovò la camera di Dondolo vuota e perfettamente in ordine. Sul tavolo c’era un bigliettino:
Caro Giacomone, non so come ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me. Sei l’orso più strordinario che abbia
mai incontrato, e ti voglio molto bene. Scusa se me ne sono andato senza salutarti, ma mi sarei messo a piangere, e non voglio rattristarti. Sono certo che mi capirai. Io da te stavo molto bene, ma sento il bisogno di partire. Tornerò a scavare sotto terra: non so dove andrò né cosa troverò, ma voglio cercare qualcosa. Quando l’avrò trovata, ti dirò che cos’è. Intanto ti saluto e ti abbraccio.
Il tuo devoto amico Dondolo
Giacomone corse in giardino, ancora in pigiama. Anche il giardino era molto ordinato, e il buco che Dondolo aveva fatto arrivando era stato chiuso da poco. La terra era ancora smossa, e sopra vi stava spuntando una margherita.
Il coccodrillo meccanico
Prima di fare la guardia forestale, l’orso Giacomone fu per qualche tempo primo giardiniere nella villa del più noto multimiliardario della nostra città, il commendator De Marpionibus. Il commendatore aveva una villa immensa sulle pendici della collina, nel bel mezzo di un parco naturale in cui saltavano daini e caprioli, squittivano scoiattoli e pungevano porcospini. Vicino alla villa, poi, c’era una grande piscina a forma di cuore che Giacomone puliva tutte le mattine, con una reticella, dalle foglie cadute durante la notte.
Naturalmente il commendatore dava spesso delle feste: anzi, le dava tanto spesso, e invitando sempre le stesse persone, che alla fine gli invitati non sapevano più cosa raccontarsi. Andavano in vacanza negli stessi posti, volavano sugli
stessi aerei, mangiavano negli stessi ristoranti, leggevano lo stesso giornale, ed erano assolutamente senza argomenti.
Il commendator De Marpionibus, il quale ci teneva che i suoi ricevimenti fossero sempre perfettamente riusciti, si accorse con terrore che i suoi ospiti sbadigliavano sempre più spesso: anzi, la marchesa Mastino aveva aperto la bocca a tal punto che non soltanto tutti avevano potuto ammirare le sue tonsille, ma si era slogata la mascella, e dovette restare in quella innaturale posizione, senza poter parlare, sino a quando un veterinario di passaggio non le rimise a posto gli ossicini.
Il giovane Vladimiro Arancia, promettente scrittore e brillante conversatore, dopo un quarto d’ora di convenevoli piombava in una sedia a sdraio e si addormentava pesantemen te, russando di gusto, lui che di solito poteva cianciare per tutta la notte; e anche Dorotea Lamour, attrice di successo, ammiratissima per la sua eleganza, era talmente stufa di vedere le solite facce, che dopo un po’ cominciava a tirarsi i riccioli, giocando ad attorcigliarli in altri e più complicati riccioletti: tanto che una sera si strappò
dalla testa tutta la parrucca, e dovette fuggire in lacrime, tra le risate generali.
«Che disastro!» ruggiva il commendator De Marpionibus in maniche di camicia, quando anche l’ultimo invitato, completamente addormentato, era stato infilato di peso nella propria macchina da due forzuti maggiordomi.
«O invento qualcosa per dare alle mie feste lo smalto di un tempo, oppure sono certo che i miei invitati mi lasceranno per andare piuttosto ai ricevimenti del conte Cacciavitis».
Il commendatore sapeva che l’orso Giacomone era un orso internazionale, pieno di idee e di risorse. Così un giorno andò a trovarlo mentre Giacomone stava potando le rose.
«Caro Giacomone» disse il commendatore battendogli pacche sulle spalle, come sino ad allora non aveva mai fatto «tu mi devi inventare qualcosa affinché le mie feste tornino a essere divertenti ed eccitanti. Se andiamo avanti così, tra un po’ non viene più nessuno. Vedi bene che adesso vengono solo per dormire»
«Ahi! Che dolore!» gridò Giacomone cominciando a saltare su un piede solo.
«Vedo che prendi a cuore i miei problemi» sorrise De Marpionibus.
«Scusi, commendatore, ma mi sono punto con una rosa» e si succhiava il pollice.
Sempre col pollice in bocca Giacomone cominciò a farfugliare: «Mmmm, vediamo un po’… Bisogna spaventare questi invitati. Fargli provare una grossa paura. Vedrà che così si divertiranno di più»
«Un’idea fantastica, Giacomone! Ti aumenterò lo stipendio»
«Troppo buono, eccellenza»
«Ma spaventarli come?»
«Qualcuno potrebbe travestirsi da fantasma»
«Benissimo. E quel qualcuno, naturalmente, sarai tu»
«Io? Sono troppo grasso per fare il fantasma»
«Vai benissimo, vai benissimo» disse il commendatore tastandogli il trippone.
Fu così che durante la nuova festa di De Marpionibus Giacornone dovette indossare un lungo lenzuolo a due piazze. Per sovrappiù, gli misero in mano una enorme candela sgocciolante.
Così conciato, Giacomone si avventurò nel
giardino, e urtò subito un cameriere che stava arrivando con un vassoio carico di duecentoventitré bicchieri di cristallo. I bicchieri caddero con un allegro suono di campanelli, e il commendatore fu pronto a puntare il dito, cercando di fare la faccia più spaventata che poteva.
«Là… là…» balbettava. «Un fantasmaaaaaa!»
«Un fantasma?» disse la marchesa Mastino spalancando la bocca con tale slancio da slogarsi di nuovo le mascelle.
«Un fantasma?» farfugliò il giovane Vladimiro Arancia svegliandosi di soprassalto dal letargo.
«Un fantasma?» squittì Dorotea Lamour smettendo di mangiare noccioline.
«Sì» muggì Giacomone da sotto il lenzuolo.
«Il fantasma del Faraone Rattrappitis Quarto! Avete disturbato il mio sonno! La maledizione del Faraone ricada su voi!»
Gli ospiti si sentirono raggelare il sangue nelle vene. Nessuno osava muoversi dal proprio posto.
Sennonché, roteando il suo cero come una clava, Giacomone finì per attaccare il fuoco al lenzuolo che lo copriva. In breve le fiamme lo avvolsero tutto.
«Che strano» osservò la marchesa Mastino «il fantasma del Faraone è in fiamme»
“Sento una strana puzza di arrosto” pensava l’ignaro Giacomone. “Questo lenzuolo tiene proprio caldo… Eh?! Ma sono io che brucio!”
E a tentoni si buttò di corsa nella piscina. Cadde in acqua con un gran tonfo, sfrigolando come un pesce fritto e sollevando un’onda alta due metri che bagnò tutte le signore.
«Che prodigio» gridò Arancia. «Il fantasma del Faraone è diventato un orso acquatico. Le studi proprio tutte, tu, caro De Marpionibus».
Ma il commendatore non era soddisfatto: “Non si sono spaventati abbastanza” pensava “devono morire dalla paura…”
Tornò a trovare Giacomone, che continuava a potare le sue rose.
Era tutto bendato per le bruciature.
«Adesso sì che sembri una vera mummia» rise il commendatore.
«C’è poco da ridere» sbuffò Giacomone.
«Mi è venuta un’idea» disse il commendatore. «Ti travestirai da rapinatore, e farai una finta rapina»
«Io sono un orso onesto!» tuonò Giacomone da sotto le bende.
«Ma è uno scherzo. E poi ti aumenterò di nuovo lo stipendio»
«E va be’» disse Giacomone «visto che il costo della vita continua ad aumentare…»
La festa seguente Giacomone piombò tra gli invitati con un cappuccio in testa, la maschera sugli occhi, la tuta da ginnastica e le scarpe da tennis. Brandiva minacciosamente una pistola ad acqua.
«Fermi tutti» gridò. «Questa è una rapina»
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«Oh, che bello! Finalmente un brivido!» strillò la marchesa Mastino battendo le mani.
«Sembra di essere in un film» cinguettava
Dorotea Lamour.
«Giochiamo a guardie e ladri» propose allegramente Arancia.
E prima che il bandito Giacomone, imbarazzatissimo, potesse dire o fare qualcosa, Arancia si lanciò verso di lui e lo trascinò in un tango sfrenato, gridando a ogni piroetta: «Olè! Olè!»
«Olè!» gli fece eco Giacomone, che non sapeva più dove mettere la pistola ad acqua.
«Viva il bandito mascherato!» gridarono tutti, e improvvisarono un gran girotondo.
L’indomani mattina il commendatore stava facendo colazione in giardino quando arrivò Giacomone infuriato.
«Caro cumènda» disse «io non ci sto più a questi giochi sciocchi! Non mi va di essere preso in giro, anzi, in girotondo! Sa cosa le dico? Mi dimetto! Mi licenzio! Me ne vado!»
«Lasceresti le tue rose?»
«Eh, be’, veramente, le rose, non so…» balbettò Giacomone.
«Non ti arrabbiare. Piuttosto, pensiamo a qualcos’altro che spaventi davvero i miei invitati»
«Io non ci sto più. Al massimo, guardi, le posso dare l’indirizzo di un mio amico inventore, l’ingegner Castoro. Vada da lui. Io voglio stare in pace. Sono un orso serio, non un pagliaccio».
Il commendatore si precipitò dall’ingegner Castoro. Era molto peloso, e aveva i due denti davanti forti e sporgenti. Bofonchiava in continuazione, lanciando spruzzi di saliva. Lavorava in un’officina scura, zeppa di lamiere, tubi, viti, martelli, saldatori. In un angolo, le ultime invenzioni: due o tre robot, una bicicletta aerea per andare sulle nuvole, e un sottomarino tascabile a pedali.
«In cosa posso servirla?» chiese Castoro quando si accorse del nuovo arrivato. Continuava a lavorare senza perdere un minuto. De Marpionibus gli spiegò la situazione.
«Be’» disse Castoro «potrei costruirle un coccodrillo meccanico, così perfetto in ogni particolare da sembrare assolutamente vero. Così i suoi ospiti proveranno il brivido della
giungla tropicale. Il mio coccodrillo è fatto in gomma e resine sintetiche, è lavabile, indeformabile, ininfiammabile. Ha tre motori elettrici ma consuma pochissimo, solo cinque pile da 2 volt. E naturalmente è comandato da un computer di mia invenzione»
«Ottimamente!» disse il commendatore estasiato. «Lo prendo. Anzi, me lo mandi a casa».
Il giorno dopo De Marpionibus si vide recapitare un pacco enorme. Lo fece portare in giardino, vicino alla piscina, e cominciò a disfarlo, con l’aiuto di Giacomone. Spacchetta e spacchetta, a un certo punto il commendatore lanciò un urlo di terrore: un occhio del coccodrillo meccanico s’era aperto, e lo fissava minacciosamente. Riprese fiato.
«È proprio ben imitato, questo coccodrillo, è più vero di un coccodrillo vero»
«Non so» disse prudentemente Giacomone, che adesso collaborava il meno possibile.
Il coccodrillo emanava uno strano ronzio. Poi improvvisamente prese a sbuffare, cacciò fuori vapore dalle narici, provò ad aprire e a richiudere la bocca tre o quattro volte, e fece uno
schiocco così naturale che il commendatore si fregò le mani soddisfatto.
Il coccodrillo guardava in giro, sornione, roteando gli occhi di plastica. Poi fece un risolino sardonico, mosse qualche passo con gran sussiego e andò a infilarsi senza fretta nella piscina, in cui si rivoltolò due o tre volte emettendo grugniti e bollicine di soddisfazione: la piscina era di suo gusto.
«Sembra socievole» esclamò il commendatore sorridendo a piena bocca.
«Mah! C’è un proverbio del Congo che dice: “Coccodrillo sorridente, pericolo imminente”» osservò Giacomone che era stato in Africa con un viaggio organizzato.
«Meglio. I miei invitati si prenderanno una paura da ricordarsela tutta la vita».
Quella sera gli ospiti arrivarono silenziosi, strascicando i piedi, e si buttarono stancamente sulle poltrone.
«Cari amici» disse il commendatore «vi ho preparato una sorpresa. Ho fatto venire dall’Africa un coccodrillo autentico, uno splendido esemplare che appartiene a una delle specie più pericolose e feroci: il Caimanus Assassinus»
«Ah sì?» fecero stancamente gli invitati. «E come si chiama?»
«Amedeo»
«Amedeo, marameo» risero gli invitati, e si misero ad annoiarsi come tutte le volte.
Il coccodrillo se ne stava in un angolo della piscina, e sembrava addormentato. Intanto la marchesa Mastino, che indossava un bellissimo abito da sera con uno strascico di tre metri, si era alzata dalla sdraio e passeggiava sui bordi della vasca roteando la borsetta. A un tratto si sentì tirare per il vestito.
«Smettetela, Vladimiro, bambinone» disse senza voltarsi, pensando che il giovane scrittore Arancia le facesse uno dei suoi soliti scherzi.
Ma qualcuno tirava sempre l’orlo dello strascico, e con forza crescente.
La marchesa si voltò indispettita, ma non riuscì neanche a trovare la forza di urlare: proprio sotto di lei si spalancavano in tutta la loro bruttezza le mascelle del coccodrillo, così da mettere in mostra i settecentoventidue denti di cui erano provviste.
Fu un attimo: la marchesa mulinellò le brac-
cia per aria, il coccodrillo diede un altro piccolo strappo, e la nobildonna gli cascò in bocca come una susina matura.
«Gnam» fece il coccodrillo con un gran boato di soddisfazione. Sul bordo della piscina restarono soltanto due piume di struzzo che guarnivano il cappello della marchesa. Il coccodrillo masticava placidamente, con soddisfazione.
Il commendator De Marpionibus aveva seguito la scena da lontano, ed era paralizzato dal terrore: «Là… là…» gridava con voce strozzata e tremante, indicando la piscina.
«Non ci caschiamo più nei tuoi scherzi!» gli rise in faccia il giovane Arancia. «Magari stavolta ci vieni a raccontare che il coccodrillo si è mangiato la marchesa»
«Proprio così» gemette il commendatore accasciandosi svenuto.
«Eh?» disse Arancia, e si precipitò verso la piscina.
Il coccodrillo si stava leccando i baffi con aria soddisfatta.
Arancia si sdraiò sul bordo della piscina, e cominciò a tempestarlo di pugni sul muso.
«Che cosa hai combinato, animalaccio incivile! Restituisci subito la marchesa!»
Per tutta risposta il coccodrillo fece segno di no con la coda.
«Vieni qui, che ti faccio vedere io, coccodrillo da strapazzo!» urlò ancora Arancia protendendosi sull’orlo della piscina.
Il coccodrillo si avvicinò tranquillamente. Quando fu a tiro aprì la bocca e afferrò saldamente il braccio che Arancia ruotava minacciosamente per aria. Poi diede un piccolo strappo, se lo mangiò in un boccone, e fece una faccia
contenta, come per dire: “Questo era anche meglio della marchesa…”
«De Marpionibus» gridò Dorotea Lamour «il tuo coccodrillo è un maleducato! Fa delle cose terribili! Digli di smetterla».
Ma il commendatore era ancora svenuto dalla paura, e mentre Dorotea strillava pestando i piedi come una bambina, il coccodrillo uscì lemme lemme dall’acqua, le si avvicinò e mangiò serenamente anche lei.
Ora gli invitati correvano di qua e di là come impazziti, ma il coccodrillo non aveva fretta: aspettava che arrivassero a tiro e uno per uno se li mangiò tutti.
Quando il commendatore riprese i sensi, il giardino era stranamente silenzioso. Si sentiva solo il ronfare del coccodrillo che stava digerendo. In un angolo c’era l’orso Giacomone, con la testa tra le mani.
«Dove sono finiti i miei invitati?» mormorò il commendatore. «Devo aver fatto un brutto sogno: il coccodrillo se li era mangiati tutti»
«Gli invitati sono tutti là» disse Giacomone calmissimo.
«Là dove?»
«Là» e indicò la piscina.
«Non li vedo…»
«Per forza. Stanno tutti nella pancia del coccodrillo meccanico»
«Sono rovinato!» urlò il commendatore. «Mi condanneranno all’ergastolo, come minimo! Le prossime feste dovrò darle in prigione»
«Senti, Amedeo» supplicava in ginocchio «non puoi farmi una cosa simile. Io sono stato gentile con te, e tu mi hai mangiato tutti gli invitati. Ti rendi conto?»
«Rrrrrrr» fece il coccodrillo, sempre a occhi socchiusi.
«Restituiscimi subito tutti gli invitati! Ti ordino di sputarli!»
Il coccodrillo invece di sputare gli invitati s’era messo a ridere soddisfatto. Sembrava che si divertisse molto.
«Ah, è così che la pensi, maleducato!» urlò il commendatore al colmo della rabbia. «E va bene, lo dirò all’ingegner Castoro, e allora vedremo chi riderà per ultimo!»
Il coccodrillo alzò le spalle, e andò a nuotare da un’altra parte: in casa De Marpionibus cominciava ad annoiarsi anche lui.
De Marpionibus si precipitò da Castoro, e gli raccontò l’incredibile storia.
«Effettivamente» disse l’ingegnere grattandosi un orecchio «devo avere inserito nella memoria del calcolatore del coccodrillo anche l’ordine di mangiare tutto quello che gli potesse capitare a tiro. D’altra parte, capirà, se non fosse un coccodrillo mangereccio non sarebbe un vero coccodrillo, e io invece ci tengo a fabbricare dei prodotti perfetti»
«Va be’» sospirò il commendatore «ma mi sembra che il suo coccodrillo abbia troppo appetito. Finché si trattava di mangiare qualche invitato, posso anche capire: ce n’è qualcuno che sta antipatico pure a me, si figuri! Ma mangiarmeli tutti! E se questa storia finisce sui giornali o alla televisione, ci pensa lei? Non è una bella pubblicità, per le mie industrie»
«Provvederò» disse Castoro. Si mise in tasca un cacciavite, e partì con il commendatore.
Il coccodrillo Amedeo era sempre in piscina: dormiva con un sorriso felice. L’ingegner Castoro si inginocchiò sul bordo della vasca, e toccò un bottoncino rosso dietro la testa di Amedeo, che smise di ronzare, e giacque inerte come un tronco galleggiante.
«Adesso lo tiriamo fuori» disse Castoro.
«Lei è matto» rispose il commendatore. «Io non tiro fuori niente, quello lì ci mangia tutti e due come fossimo delle bignole»
«Adesso è fermo, ho azionato lo stop di sicurezza»
«Era ora» sospirò De Marpionibus. Chiamarono Giacomone, e a forza di “oh issa” tirarono
su Amedeo, che pesava come una corazzata. Poi Castoro si mise ad armeggiare con il suo cacciavite: svitò delle placche, smosse dei fili, rovistò nelle valvole, cambiò vari pezzi, condì il tutto con una spruzzatina di olio. Schiacciò un altro bottone: il coccodrillo si rimise di nuovo a ronzare.
«Amedeo, figlio mio» disse paternamente Castoro «fammi il santo piacere di risputare subito quel popò di roba che ti sei mangiato».
Il coccodrillo alzò una zampa in segno di obbedienza, strizzò un occhio, spalancò la bocca, e plof plof plof, sputò tutti gli invitati, sotto lo sguardo compiaciuto dell’ingegnere.
«Visto?» disse Castoro trionfante.
«È stato semplice»
«Semplice un corno!» fece il commendatore, scuro in volto. «Guardi che cosa ha combinato».
Amedeo aveva sì vomitato gli invitati, ma li aveva ricomposti a modo suo, e adesso erano irriconoscibili: la marchesa aveva i baffi e la barba del generale Bazuka, Vladimiro Arancia aveva la parrucca a riccioli di Dorotea, Dorotea aveva una gran pancia a botte che era già
appartenuta a un banchiere. Dappertutto c’era una gran confusione di mani, piedi, occhi, bocche, gambe, orecchie riattaccati ad altre persone.
Gli invitati presero a scrutarsi esterrefatti:
«Lei ha preso il mio naso!»
«E lei le mie gambe!»
«Si riprenda la sua gobba, non la voglio!»
«E io le restituisco le sue vene varicose!»
«Io non avevo gli occhiali!»
«E io non avevo i baffi!»
E tutti corsero da De Marpionibus ululando di rabbia: «È uno scandalo! Bisogna chiamare i carabinieri! Disgraziato! Criminale, ci hai rovinato!»
Il commendatore stava per svenire una seconda volta.
Fuggì inseguito dal codazzo degli ospiti inferociti: l’ingegner Castoro correva al suo fianco, trafelato, con il cacciavite in mano.
«Visto che pasticcio, caro ingegnere dei miei stivali?»
«La scienza troverà un rimedio» ansimò Castoro, e scappò via.
Mentre la piccola folla assediava il commen-
datore che aveva trovato scampo in una torretta
della villa, e s’era barricato dentro, Castoro tornò dal coccodrillo, spinse il bottoncino dello
stop di sicurezza, girò l’animale sulla schiena, e si mise per la seconda volta a rovistare tra i fili.
Poi rimise tutto a posto, e andò a chiamare gli invitati.
«Vengano da questa parte, signori, prego.
Penso di aver trovato la soluzione del problema.
Un attimo di pazienza, e sarà tutto a posto»
«Cosa vuol fare, adesso?» tuonò la marchesa Mastino con la voce cavernosa del generale Bazuka.
«Non ci fidiamo più di lei!» strillò acutamente Arancia con la voce di Dorotea.
«Come farà a farmi scomparire questo pancione?» piangeva dirottamente Dorotea.
«Un momentino, per favore, e sistemerò ogni cosa» disse Castoro, e si voltò verso il coccodrillo, ordinando con decisione: «Amedeo, mangiati nuovamente i signori».
Un urlo di terrore si levò dagli invitati: c’era chi tremava, chi piangeva, chi si strappava la parrucca.
Chiuso nella sua torretta, il commendatore svenne per la terza volta. Il coccodrillo alzò la zampa in segno di obbedienza, e si precipitò a mangiarsi gli invitati.
In due minuti fece piazza pulita: erano già di nuovo tutti nella sua pancia. Se ne andò senza fretta a digerire in piscina.
«E adesso?» chiese Giacomone.
«È semplice» disse Castoro, e tirò fuori dalla giacca un mazzetto di fotografie.
«Vede? Mi sono procurato le foto degli invitati»
«Tanto piacere! Gran bella idea! E adesso che cosa ne vuole fare?»
Castoro andò dal coccodrillo, gli sparpagliò ben bene le foto sotto il naso, poi gli disse in un orecchio: «Senti, Amedeo, questi sono gli invitati come erano prima. Guardali bene. Adesso tu per favore li smonti e li rimonti per il verso giusto, capito? Altrimenti ti tolgo la tua razione quotidiana di pile, e morirai di fame».
Il coccodrillo non parve molto contento e cercò di emettere un sordo brontolio di protesta, ma Castoro lo guardava molto severamente, con un dito per aria in segno di ammonimento.
Alla fine Amedeo si strinse nelle spalle, rassegnato. Prese un’aria grave, come di uno che stia facendo qualcosa di molto complicato.
«Guarda bene le foto» lo incitava Castoro. «Non ti sbagliare! A ognuno i suoi pezzi!»
Il coccodrillo ce la metteva tutta, corrugando la fronte.
Finalmente alzò una zampa per dire che aveva finito di smontare e rimontare gli invitati. Poi spalancò le mascelle e tutti uscirono ordi-
natamente gatton gattoni: la marchesa Mastino, Arancia, Dorotea, il generale Bazuka e gli altri.
Castoro li guardava preoccupato, e come uscivano li controllava uno per uno.
«Tutto bene? Non vi manca niente? Avete tutti i vostri pezzi?»
Il commendatore corse loro incontro.
«Miei cari» gridava «che piacere! Siete sani e salvi! Lasciate che vi abbracci».
Gli invitati lo fissarono con occhi di gelo.
«Adesso ci divertiremo un po’ anche noi, De Marpionibus» sibilò la marchesa Mastino. «Forza, amici, datemi una mano».
Gli invitati si precipitarono sul commendatore, lo sollevarono di peso, e lo portarono dal coccodrillo.
«Ecco qua, Amedeo, il commendatore è tutto per te!»
Il coccodrillo sorrise, aprì la bocca e inghiottì il commendatore in un sol boccone.
«Ecco fatto» disse la marchesa stropicciandosi le mani. «Adesso possiamo andare».
Da dentro la pancia di Amedeo si sentiva il
commendatore che batteva i pugni e gridava: «Aprite! Tiratemi fuori! Aiuto!»
Invece lo lasciarono lì dentro un bel po’.
Magari c’è ancora. Bisognerà chiedere notizie a Giacomone.
Le vacanze sono belle ma scomode
Lasciato il servizio presso il commendator
De Marpionibus, l’orso Giacomone era molto stanco e depresso, e decise di prendersi una vacanza. Aveva messo da parte un bel gruzzoletto, e poteva anche concedersi qualche esplorazione in Paesi lontani. Andò a trovare la sua amica Cicogna, specialista in voli migratori, che aveva una agenzia di viaggi.
«Avrei una combinazione molto buona per te, Giacomone» disse la Cicogna. «C’è un’astronave che parte domani per il pianeta Biglia. È un viaggio interessante, e costa poco. Te lo consiglio».
Giacomone sul pianeta Biglia non c’era ancora stato, e accettò volentieri. L’astronave era piena. C’erano scolaresche in gita con la maestra, uomini d’affari e vecchietti che andavano a svernare sul pianeta Biglia, che pare abbia un
clima molto temperato. Giacomone scese dall’astronave di ottimo umore.
«Benvenuto sul pianeta Biglia!» sentì gridare. Si guardò in giro per vedere chi lo aveva accolto così gentilmente, ma fece appena in tempo a vedere con la coda dell’occhio un omino fatto a palla che sfrecciava a folle velocità lungo una discesa: e già era sparito all’orizzonte.
«Ha bisogno di un facchino?» fece un’altra voce.
«Ehi, ferma!» provò a dire Giacomone perplesso, ma il proprietario della voce, un altro omino fatto a palla, correva anche lui a perdifiato per la discesa. Non fece in tempo a grattarsi la testa, che un terzo omino era piombato vicino a lui come un falco in picchiata e aveva afferrato le valigie.
«Ehi! Le mie valigie!» si disperò Giacomone. Anche l’uomo con le valigie era sparito in un battibaleno.
Giacomone capiva sempre meno, quando lo stesso omino che gli aveva portato via le valigie ricomparve sulla cima della collina, e gli sfrecciò davanti per la seconda volta, ordinando
perentoriamente: «Mi segua, prego!» e schizzò via.
«Come faccio?» pensava Giacomone. «Ho già una certa età, non posso correre molto veloce, e poi mi ricordo che anche da ragazzo non ero certo un velocista».
Si guardò intorno con più attenzione. Centinaia di ometti rotondi stavano rotolando dalla collina a gran velocità. La collina era liscia e verde come il panno di un biliardo, e questo favoriva la velocità dei misteriosi abitanti del pianeta, che si avventavano come saette giù per la discesa. Tutt’intorno, sino all’orizzonte, s’alzavano piste, scivoli, piani inclinati: e anche lì c’erano degli omini fatti a palla che rotolavano giù, a centinaia e centinaia, come nevicasse. A Giacomone cominciava a venire il mal di testa.
«Scusi» disse Giacomone alla hostess «mi vuol spiegare cosa succede, in questo strano pianeta?»
«Vede» disse la ragazza «il pianeta Biglia è tutto in discesa. Le pianure non esistono. La principale attività degli abitanti consiste nel rotolare. Per questo sono fatti a palla: possono rotolare meglio. È molto divertente, sa? Basta prenderci l’abitudine. E poi la sfera è la forma perfetta per eccellenza. Gli abitanti del pianeta Biglia hanno tutti la mania della perfezione. Per questo hanno scelto di diventare delle sfere»
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«Comincio a capire» brontolò Giacomone.
Difatti, per quel poco che si poteva vedere, perché gli sfrecciavano davanti alla velocità della luce, i cittadini del pianeta avevano tutti un’aria piuttosto soddisfatta.
«Va be’» disse Giacomone «il pianeta è tutto in discesa. Ma un bel momento anche la discesa finirà. E a quel punto lì, cosa fanno gli uomini rotondi?»
«Tutto previsto. Ci sono dappertutto delle grandi molle che sparano gli uomini-palla di nuovo verso l’alto, in modo che possano ricominciare a scendere»
«Questa è già una bella comodità» convenne Giacomone. «Odio arrancare per le salite: capirà, sono così pesante, ho un po’ di pancia. Ma se ci sono queste molle, forse anch’io potrei provare il piacere del rotolamento».
In quel momento sfrecciò per la terza volta la palla facchino con le valigie.
«Mi segua, prego» intimò a Giacomone.
L’orso si buttò arditamente lungo lo scivolo, chiudendo gli occhi. Si accorgeva di scendere verso il basso, ma a salti e strappi, picchiando
i gomiti e le ginocchia, battendo la testa dappertutto.
«Ci vuole più stile, straniero» lo avvertì in un soffio un uomo-palla, superandolo di slancio.
«È una parola» gemeva Giacomone. «Mi sento tutto frullato».
Andò a sbattere in una madre-palla che stava passeggiando a gran velocità con dei bambinipalla.
«Che modi, straniero» strillò la madre-palla.
«Badi bene a dove mette le rotondità»
«Scusi, signora, non l’ho fatto apposta» ansimò il povero orso, che non sapeva più come fare a fermarsi. Quando arrivò al fondo dello scivolo, era tutto blu per i lividi ricevuti.
«Toh» disse il controllore-palla che dava i biglietti per la risalita con i molloni automatici «i terrestri hanno cambiato colore: adesso li fanno azzurrognoli»
«Documenti, giovanotto, prego» disse un vigile-palla avvicinandosi a Giacomone ansimante. «Ha la licenza di rotolamento?»
«Veramente, sono arrivato adesso…»
In quel momento arrivò anche la madre-palla.
«Gli dia una contravvenzione, signor vigile, a quello lì: non sa rotolare, e ha investito i miei poveri bambini, per poco me li schiacciava»
«Andiamo, giovanotto» disse il vigile «la devo accompagnare al Centro di rieducazione per rotolatori ripetenti».
E rotolando elegantemente precedette Giacomone giù per un altro scivolo, sinché arrivarono a un’immensa cupola tondeggiante.
Giacomone fu subito sottoposto a una serie di esami.
«Lei è troppo magro» dichiarò il medico di servizio. «Non potrà mai rotolare bene, se non ingrassa»
«Veramente al mio paese mi considerano già un ciccione» provò a dire Giacomone.
«Ciccione?! Un’acciuga, vorrà dire. E poi non vuol mica insegnare a noi cosa è rotondo… Lei che è tutto spigoli!»
«Nossignore. Io non ho nulla contro la sfera»
«Allora la prima cosa da fare è una bella dieta ingrassante»
«Grazie, è un po’ che non mangio. Sull’astronave mi hanno dato solo un’aranciata. Sa, non è
più come una volta. Una volta ti trattavano meglio, sulle astronavi. Ma oggi…»
«Ecco qui» disse il dottore-palla «un bel cesto di patate. Ha quindici minuti di tempo per mangiarsele. Come le vuole? All’olio? Al burro? Fritte? In umido? Poi ci beva sopra questo bel barile di latte appena munto. Se vuol farsi una cioccolata, abbiamo anche il cacao, naturalmente. Poi ci sarebbe il carrello dei dolci. Cosa preferisce? Il Monte Bianco? Lo zuccotto? La zuppa inglese? Il Pan di Spagna? Fragole con panna?»
«Temo di fare indigestione, per quanto davanti a un menu così bello e vario confesso di essere molto tentato»
«Allora cominciamo subito» disse il dottorepalla.
Batté le mani, e comparve uno stuolo di camerieri sferici, con le patate e tutto il resto.
Giacomone cominciò a ingozzarsi di buona lena, ma dopo cinque minuti non ne poteva più. Si sentiva sempre più gonfio.
«Forza, forza!» strillavano i camerieri. «Mangiare! Hop! Hop!»
«Ma scoppio!» protestò Giacomone.
«Niente scuse» dissero i camerieri. Lo trascinarono su una poltrona, lo legarono come un salame, gli cacciarono in bocca un grosso imbuto e ci versarono dentro un quintale di latte.
«Annego! Soffoco! Aiuto!» cercava di dire Giacomone, ma emetteva dalla bocca soltanto una nuvola di bollicine bianchissime.
Quando la cura finì, si trascinò fino allo specchio. Stentò a riconoscersi: era diventato una vera e propria sfera.
«Adesso sì che son pronto per le discese» sospirò. «Son così grasso e rotondo che batterò in velocità tutti gli abitanti del pianeta».
Si avviò traballando e dondolando verso i molloni automatici che sparavano in alto i cittadini di Biglia, affinché potessero subito ricominciare a rotolare verso il basso.
Si sedette sul mollone, fece segno al controllore-palla che era pronto, e si preparò mentalmente a volare verso la cima dello scivolo.
Il mollone fece un ronzio sordo, cercò di spinger via il viaggiatore, ma non riuscì a spostarlo di un centimetro.
«Ma qui non si parte!»
«Per forza» disse il controllore «lei è troppo pesante e mi sa che se vuole arrivare in cima alla pista, caro straniero, deve andare a piedi»
«A piedi? Dopo avermi fatto diventare così grasso?»
«Via, sono solo tre ore di marcia»
«Ho un’idea» disse Giacomone. «Mi dia una gonfiatina con l’aria compressa. Così diventerò leggero come un palloncino di quelli che vendono alle fiere, e la molla potrà catapultarmi in alto»
«Contento lei» disse il controllore, e gli mise in bocca la cannuccia dell’aria compressa. Giacomone divenne ancora più rotondo, se mai fosse stato possibile. Ondeggiava, stava per staccarsi dal terreno.
«Presto, si metta sulla molla» ordinò il controllore.
Schiacciò il pulsante, e Giacomone-pallone fu sparato per aria. Era diventato leggerissimo, e saliva, saliva.
«Ehi! Ma adesso dovrei tornar giù!» gridava.
Invece continuava a innalzarsi come un’a-
stronave. Sotto di lui il pianeta Biglia si andava rimpicciolendo a vista d’occhio.
«Per carità» si disse Giacomone «chissà dove vado a finire! E pensare che ho lasciato sul pianeta Biglia anche lo spazzolino da denti e il pigiama. Viaggiare sta diventando sempre più scomodo…»
Giacomone volò per giorni e giorni.
Il cielo era nero, e i pianeti vi brillavano come giganteschi diamanti. Era uno spettacolo meraviglioso. Per sua fortuna, Giacomone aveva fatto una tale provvista di cibo, che avrebbe potuto stare in viaggio per qualche mese. “Proprio come i cammelli” pensò divertito.
L’aria compressa con cui il controllore-palla lo aveva gonfiato se ne stava andando a poco a poco, e Giacomone, tornato a essere pesante, cominciò a precipitare a velocità sempre maggiore sul pianeta più vicino. Un pianeta che Giacomone non aveva mai visto nemmeno sui libri di scuola: luminosissimo, lucido, lustro, brillante come un cristallo.
«Ma è uno specchio» si disse Giacomone atterrando sulla pancia a gran velocità e scivolan-
do per qualche chilometro come se fosse su una pista di ghiaccio.
«Benvenuto, straniero!» gridò una voce.
Giacomone si guardò in giro perplesso. Oltre allo specchio su cui era atterrato, altri specchi, a centinaia e migliaia, si levavano dappertutto. Ma negli specchi non c’era riflesso niente: v’erano solo specchi che riflettevano altri specchi.
«Chi ha parlato?» chiese Giacomone.
«Noi»
«Ma noi chi? Non vedo nessuno»
«Noi, gli specchi»
«Ah» disse Giacomone. «Siete anche degli specchi parlanti»
«Proprio così. Siamo contenti che tu sia arrivato. Non capita mai nessuno da queste parti, e noi ci annoiamo molto. Capirai, ci specchiamo sempre tra di noi, e non è molto divertente, anche perché siamo tutti uguali».
Giacomone si alzò, si guardò intorno, e spalancò la bocca per lo stupore. Intorno a lui, fino all’orizzonte, c’erano migliaia e migliaia di Giacomoni che lo fissavano con la bocca spalancata. Fece un inchino, e i Giacomoni si inchinaro-
no. Cominciò a ridere, e i Giacomoni risero a crepapelle insieme a lui.
“Non è poi tanto male questo pianeta degli specchi” pensò Giacomone.
«C’è il vantaggio che qui uno non può litigare con nessuno, se non con se stesso»
«Prego, straniero, fa’ pure come se fossi a casa tua» disse la voce.
Giacomone si avvicinò agli specchi e si guardò meglio. Per fortuna si era sgonfiato, e aveva ripreso la sua faccia di sempre. Si ammirò soddisfatto.
«Ma sì, sono proprio un orso che fa la sua figura. Alto, robusto ma slanciato, portamento distinto, affabile, dinamico»
E si sorrise compiaciuto.
«Simpatici, questi specchi. Così gentili! Era proprio quello che mi ci voleva».
E si pavoneggiava, ammirandosi!
“Toh, mi voglio dare un bacio. Me lo merito!” pensò Giacomone. Si avvicinò allo specchio e baciò la propria immagine con tale slancio che lo specchio andò in mille frantumi e Giacomone cadde dall’altra parte.
Lì per lì non si accorse che continuava a pre-
cipitare: tutt’intorno regnava la più fitta oscurità. Poi vide passare un satellite artificiale, due meteoriti, qualche bottiglia vuota scagliata nello spazio da un maleducato, tre bucce di banana, una pattuglia di aquilotti in volo di addestramento, un paracadutista che aveva perduto il paracadute, un signore che aveva la testa nelle nuvole, una valigia, due ombrelli, un cane randagio.
Nel veder sfrecciare tutta quella roba e tutta quella gente capì che stava volando anche lui, che era caduto fuori dal pianeta degli specchi e si stava allontanando a gran velocità.
“Accidentaccio” pensò. “Non me ne va bene una. E adesso, dove andrò a finire? Mi sto avvicinando a un altro pianeta. Speriamo di cascarci sopra…” Annaspò per aria, come per cercare di acchiapparlo, e guardò meglio davanti a sé.
«Eh? Un pianeta pieno di cubi! Ho paura che l’atterraggio non sarà morbido… » e andò a fracassarsi su quei cubi con un rumore di coperchi sbattuti.
«Una giornata dura!» brontolò Giacomone, e si palpava gli arti ammaccati. Attorno a lui si stavano radunando lentamente dei cubi dipinti con
tutti i colori possibili: chi era verniciato in una elegante tinta unita, chi a strisce, chi a pallini, chi a fiori, chi a quadretti. Solo la forma non cambiava: i cubi avevano tutti la stessa mole.
Giacomone si accorse che i cubi lo stavano guardando incuriositi. Cercò di prendere l’aria più amichevole che gli riusciva, ma li sentì ridere di gusto.
«Ah ah ah! Come sei grasso, straniero! Sembri una palla! Sei proprio buffo»
«Eh già» stava per dire Giacomone «invece siete belli voi, così rigidi e impettiti!» Ma cercò di essere conciliante, e disse: «Poco fa ero sul pianeta Biglia, e lì dicevano che era troppo quadrato. Come vedete, nessuno è mai contento, in questa galassia»
«Non te la prendere, straniero, e scusa se ci siamo messi a ridere, ma non ci capita mai di vedere un coso così rotondo. Comunque, visto che
sei arrivato tra noi, e qui la cosa più importante è stare immobili, non ti agitare tanto»
«Veramente a me dopo pranzo piace fare due passi» disse Giacomone.
«Invece il pianeta Cubo è famoso perché qui non si muove mai niente»
«Ho già capito» sospirò Giacomone. «Sta a vedere che adesso mi tocca diventare un cubo»
«Proprio così» dissero i cubi. «Sei uno straniero intelligente»
«E come devo fare?»
«Be’, anzitutto devi seguire una certa dieta per diventare solido. Ti daremo da mangiare cubetti di granito arrosto, frappè di sabbia, e budini di calce. In poco tempo diventerai un cubo coi fiocchi»
«Sul pianeta Biglia mangiavo molto meglio» sospirò Giacomone.
«Poi ti metteremo sotto una pressa, e con sei colpi ti mettiamo a posto»
«Grazie tante» disse Giacomone. «E cosa si fa sul pianeta Cubo, oltre a star fermi?»
«La domenica ci sono le gare di solidità: un cubo si avventa contro l’altro, e vince chi rovescia l’avversario sull’altro lato»
«Molto interessante. E che premi ci sono in palio? Altri cubetti di granito arrosto? Oppure involtini di sassi?»
«La prossima c’è in palio un viaggio-premio sul pianeta Terra»
“Meno male!” pensò tra sé Giacomone stropicciandosi le mani finché poteva ancora farlo. «Dove sono i budini di calce? Dov’è la pressa?»
Di lì a poco si ritrovò trasformato in un cubo.
La domenica Giacomone apparve sul campo, quadrato di tutto punto.
«Urrà per il cubo straniero!» gridò la folla.
«Proprio un cubo superbo» commentavano gli spettatori. «Su un lato ha stampata la faccia di un orso. Su un altro ci sono delle braccia, su un altro ancora delle zampe. Non avevamo mai visto un cubo decorato così bene»
«Molto originale! Molto elegante!» dissero tutti. Squillarono le trombe cubiste e scese in campo il campione in carica, Lato-per-Lato.
«Campionato internazionale di Cubonia» annunciò il presentatore. «Sfidante, l’ex orso Giacomone del pianeta Terra. Campione locale, Lato-per-Lato!»
I cubi applaudivano sbattendo vigorosamente tra di loro i rispettivi lati.
Lato-per-Lato era un grosso cubo grigio e minaccioso, scuro in lato, che non prometteva nulla di buono.
«Ti manderò in briciole, straniero» brontolò sordamente.
«Ti farò vedere io, solido geometrico!» ringhiò Giacomone facendo comparire tutti i suoi denti sul lato della faccia.
Si scagliarono l’uno contro l’altro col fragore del tuono, sollevando una nuvola di polvere che accecò gli spettatori.
“Adesso o mai più” pensò Giacomone. I due campioni cominciarono a spingersi con tutta la forza che avevano addosso, ma erano talmente pesanti che non riuscivano a spostarsi di un millimetro. Spingevano, sudavano copiosamente, sbuffavano, ma erano sempre lì.
«Che scontro!» Commentarono gli spettatori. «Erano anni che non si vedeva una gara così avvincente. Che campioni!»
«Scusa, Lato-per-Lato» chiese Giacomone al suo avversario «vedo che il sole comincia a
tramontare. Quanto durano di solito queste gare?»
«Dipende: possono durare qualche giorno, o qualche settimana, o qualche mese. Sai, qui sul pianeta Cubo la pazienza non manca»
«Già, ma io ho solo quindici giorni di vacanza, e devo tornare a casa»
«Non so cosa farci» disse Lato-per-Lato, e stava per ricominciare a spingere.
«Ho una proposta» sussurrò Giacomone.
«Tu mi lasci vincere, e io ti invito sul pianeta Terra. Ne avrai sentito parlare, è un posto niente male»
«Già, già» disse Lato-per-Lato perdendo un poco del suo abituale colore grigio scuro e cominciando a tingersi di rosa, come una bella ciliegia.
«Anche per voi cubi c’è tutto quello che vi occorre. C’è molta gente con la testa dura, con la quale potresti fare delle gare. Io poi ho un amico di Carrara che conosce dei cubi di marmo molto gentili, e disposti a farti compagnia»
«Già, già» disse Lato-per-Lato, sempre più eccitato. Ormai aveva preso un bel color rosso mattone.
«E poi anche il cibo da noi è migliore. Niente purè di sabbia e spaghetti di acciaio»
«Mi stai prendendo per la gola» disse Latoper-Lato. «Va bene, accetto il tuo invito». E si lasciò capovolgere su un lato.
«Urrà per il forte straniero! È il nuovo campione» gridarono gli spettatori.
Giacomone e Lato-per-Lato partirono con la prima astronave disponibile. Era, manco a dirlo, un’astronave quadrata, che avanzava con molta lentezza e difficoltà.
Il viaggio durò tre mesi, durante i quali Latoper-Lato dormì per tutto il tempo, e Giacomo-
ne non poté nemmeno mangiarsi le unghie per il nervoso, perché la bocca stava su un lato del cubo e le zampe su un altro.
Finalmente arrivarono a casa. Lato-per-Lato si sistemò sulla scrivania di Giacomone, e per qualche tempo fece il fermacarte con grande zelo. La scrivania scricchiolava sotto il suo peso, e Giacomone dovette rinforzarle le gambe.
Quanto a Giacomone, mise sul fuoco un bel pentolone di acqua calda, e vi si cacciò dentro, per cercare di diventare un po’ più morbido, e riacquistare l’aspetto di prima. Beveva dei barili di olio, si ingozzava di pappine di glicerina e di vaselina, si preparava degli impacchi di burro fuso, e faceva dei bagni di vapore.
Gli ci volle un bel po’ di tempo prima di tornare normale. Ogni tanto i figli dei vicini venivano a invitarlo.
«Giacomone, vuoi fare una partita a biglie?»
«Biglie? Per carità, non voglio più sentirne parlare».
Oppure arrivava una signora: «Scusi, signor Giacomone, non potrebbe mica dare qualche ripetizione di geometria a mio figlio che è rima-
«Ha detto cubo, signora?»
«Sì»
«Allora guardi, ne ho uno qui in carne e ossa. Un cubo che parla, che ragiona, che sa contare, e anche cantare. Non tiene molto posto, consuma poco, è ben educato. Una vera occasione. E poi potrebbe dare ripetizioni di geometria a suo figlio. Nessuno è più indicato di lui. Si chiama
Lato-per-Lato. Glielo posso imprestare»
«Va bene» disse la signora. «È in tinta unita, e oggi la tinta unita si porta molto. Lo prendo. Manderò oggi qualcuno a ritirarlo».
Fu così che Giacomone restò finalmente solo, e corse a buttarsi sull’amaca per riposarsi, e recuperare tutte le energie perdute.
Da allora viaggi non ne ha più fatti. Anzi, da quella volta è diventato un orso molto più orso del solito.
100 sto un po’ indietro con i solidi? Per esempio, non ha capito bene come è fatto il cubo»
La nuvola nera
Giacomone aveva un nipote che si chiamava
Giacomino, e che viveva in una grande città industriale.
Dentro e fuori la città fumavano centinaia di ciminiere, così l’aria era nera, e il sole non si vedeva mai. Lo trasmettevano alla televisione, tutti i giorni per mezz’ora, e la gente si scaldava come poteva davanti al video.
«C’è proprio un bel sole oggi, sul video» si consolavano tutti.
L’oscurità era tale che la gente si perdeva nelle vie, non riconosceva più il proprio quartiere, sbagliava portone, sbatteva contro gli alberi dei viali. I contusi chiamavano la Croce Rossa, ma le autoambulanze si perdevano anch’esse per le vie, oppure si scontravano con gran fracasso, e andavano a ruote all’aria.
«Papà, comprami una lampada a pile, non vedo più niente per la strada» pregava Giacomino.
«Invece ti comprerò il nuovo modello di casco pedonale, con il faro sopra, come hanno i minatori» disse il padre «così potrai vedere dove metti le zampe».
Anche i grandi portavano il casco pedonale con la luce sopra, e poiché i loro caschi erano più grandi, più grandi erano anche i fari, e abbagliavano i bambini.
Allora Giacomino perdeva la pazienza, e cominciava a inveire: «Spenga quegli abbaglianti!
Mi sta accecando! Mi fa andare fuori marciapiede!»
Ma i grandi continuavano a camminare con i loro fari ben accesi sulla testa.
La gente faceva le code nei negozi di elettricità per comprare le pile. Le pile si esaurivano subito, la gente protestava, e nascevano tafferugli. Allora accorrevano i bulldogs-poliziotti e riportavano l’ordine.
«Auff!» disse il padre di Giacomino rientrando un giorno con un gran pacco. «Meno male che un amico mi ha procurato delle pile di
contrabbando, così potremo uscire di casa per almeno quindici giorni.
Le pile finirono presto, e la famiglia di Giacomino dovette vendere il televisore alla signora Lontra in cambio di un pacco di candele. Le candele venivano usate soltanto dalla madre di Giacomino per andare a fare la spesa. Quando Giacomino prendeva un bel voto a scuola, la madre gli permetteva di venire con lei, e lui l’accompagnava molto fiero, reggendo la candela, e facendo strada.
«Uèi, papà» disse Giacomino «adesso il sole non lo vediamo più nemmeno sul televisore. Ho una terribile nostalgia del sole. Ti prego, portami a vedere il sole»
«Va be’» sospirò il genitore. «Proviamo».
Andarono in garage, presero l’automobile, ma l’oscurità era tale che Giacomino dovette scendere, prendere un moccolo di candela, mettersi davanti all’auto, e guidare suo padre, proprio come il contadino tira il bue per la cavezza.
«Mi raccomando» gli gridava il padre «guarda sempre la bussola, se no chissà dove andiamo a finire».
Dopo due ore avevano percorso tre isolati, e si imbatterono in una fila di macchine ferme.
«Che succede?» chiese Giacomino al conducente che lo precedeva.
«C’è un ingorgo. È tutta gente che vuol andare fuori città a vedere il sole, e così hanno intasato le strade».
Aspettarono pazientemente per qualche ora, poi il padre di Giacomino disse: «Be’, lasciamo qui la macchina e torniamo a casa, se no moriremo di fame».
Ora le vie erano lastricate di auto rigurgitanti di cittadini che volevano andare a vedere il sole, e per passare bisognava camminare sui tetti delle macchine.
«Non pestare, mi raccomando, cammina sulle punte dei piedi» disse il padre di Giacomino «se no svegli quelli di sotto».
Saltando di tetto in tetto ogni tanto Giacomino ritrovava un compagno di scuola. Sarebbe stata un’ottima occasione per scambiare biglie e figurine, ma la candela era finita, e non ci si vedeva più niente del tutto.
«Papà» disse Giacomino quando furono rien-
trati «io non ne posso più. Devi inventare qualcosa per farmi vedere il sole»
«È più facile a dirsi che a farsi, figlio mio.
Vedi bene che non volano nemmeno gli elicotteri, perché finirebbero per scontrarsi in volo».
In quel momento echeggiò dalla strada la sirena dei pompieri.
«Ho un’idea!» disse Giacomino. «Senti: quanto è larga la nuvola nera?
«Una trentina di chilometri»
«E quanto è alta?»
«Duecento metri»
«Allora è più facile cercare di bucarla da sotto, che uscire dai lati»
«Non ci avevo pensato. Ma come si fa a bucarla?»
«È semplice» disse Giacomino «ci facciamo imprestare dai pompieri la loro auto con le scale mobili.
«Possiamo provare» disse il padre. «Il comandante dei pompieri, Tricheco, è un mio compaesano, abbiamo fatto il soldato insieme. Andiamo a trovarlo».
Il comandante Tricheco se ne stava nella sua caserma, scuro in volto.
«C’è una tale oscurità» diceva «che non posso nemmeno far uscire dalla caserma i miei pompieri. Oppure ci mettiamo così tanto tempo per arrivare sul luogo dell’incendio, che quando ci siamo non soltanto la casa è già bruciata, ma al suo posto ne hanno già costruita un’altra»
«Poffarbacco baccone!» disse il padre di Giacomino. «Se le cose stanno così, forse mi potrai accontentare. Mio figlio vorrebbe vedere il sole: abbiamo dovuto vendere il televisore, e lui non lo vede da mesi nemmeno in fotografia.
Cioè, sì, una fotografia del sole ce l’aveva, ma a furia di guardarla l’ha consumata. Non potresti mica far montare le scale mobili di un vostro carro? Così Giacomino ci si arrampica sopra, e forse riesce a bucare la nuvola nera»
«Con piacere» sospirò Tricheco, e diede ordine di montare le scale.
«Buona fortuna, figlio mio» disse il padre, e Giacomino si arrampicò lesto sulle scale, tenendosi bene per non scivolare.
Salì per dieci minuti, e già aveva il fiato grosso.
“Finirai un bel momento, dannata nuvola nera” pensava. Ma l’oscurità era sempre fitta, e non accennava a diradarsi.
A un certo punto la scala finì, e Giacomino si alzò in piedi sull’ultimo gradino, per vedere se mai quel sospirato disco rosso apparisse all’oriz-
zonte. Perse l’equilibrio, e cadde giù. Di sotto, intanto, il comandante Tricheco stava facendo fare una esercitazione ai suoi pompieri, e aveva dato ordine di stendere il telone. Giacomino arrivò in quel momento come un proiettile, cadde proprio nel centro del telone, rimbalzò per una decina di volte divertendosi un mondo.
Suo padre lo sgridò per un bel pezzo, e alla fine gli chiese: «Ma almeno il sole l’hai visto?»
«La nuvola è molto più spessa di quanto pensavo. Grazie lo stesso, signor Tricheco. Mi arrangerò diversamente».
A casa, Giacomino prese la scatola del meccano, riempì un quaderno di calcoli e di disegni, e si mise a costruire una specie di cilindro: e dentro il cilindro, un sellino; e fuori dal cilindro, saldò un grosso anello che correva tutto intorno.
Poi andò sul terrazzo, e chiamò un gruppo di colombi che passava da quelle parti.
«Sentite, colombi, vi propongo un affare»
«Parla» disse il capo-colombo.
«Ho costruito questo cilindro qui, perché voglio andare a vedere il sole. Ora, io mi metto dentro il cilindro, voi invece vi aggrappate a
questo anello tutti intorno, sbattete ben bene le ali, mi sollevate, e insomma voleremo molto in alto, più su della nuvola nera»
«Va bene» disse il colombo «ma cosa ci dài in compenso?»
«Vi offro un sacco di granoturco di ottima qualità»
«Fa’ vedere»
«Eccolo qui. Assaggiatene un po’ e vi renderete conto che non vi racconto delle bugie»
«Ottimo davvero» convenne il colombo sbecchettando qualche chicco. «Va bene, ci stiamo.
Mettiti dentro il cilindro, e partiamo. Forza, ragazzi, ciascuno al suo posto».
I colombi si misero intorno, gonfiarono il torace, e sbatterono le ali. Il cilindro, con Giacomino dentro e i colombi fuori, cominciò a sollevarsi dolcemente.
«Forza! Forza!» gridava Giacomino eccitatissimo. «Ce la facciamo».
Erano in volo da due minuti, sfiorando i tetti delle case più basse, e facendo lo slalom tra i grattacieli, e già i colombi cominciarono a litigare:
«Voglio andare di qui!» diceva uno.
«Ma no, andiamo di là!» diceva un altro.
«Giriamo a destra!» diceva un terzo.
«Voltiamo a sinistra!» diceva un quarto.
«Né qui né là, né a destra né a sinistra» rettificò Giacomino. «Dobbiamo andare verso l’alto!»
Ma i colombi non lo sentivano. Ora si lanciavano pesantissime accuse:
«Sei un fannullone!»
«E tu hai una testa dura!»
«Dobbiamo sempre fare come vuoi tu!»
«Sei un prepotente!»
«Vieni qui se hai il coraggio!»
«Certo che vengo! Ti faccio vedere io!»
«No, no» supplicò Giacomino spaventatissimo «ragazzi, per favore, non fate così, altrimenti io precipito!»
«Ripeti quello che hai detto, se hai il coraggio!» continuavano i colombi.
«Tu non sai chi sono io! Ti farò togliere la licenza di volo».
E si lanciarono l’uno contro l’altro, beccandosi, arruffando le penne. Il cilindro volante, abbandonato a se stesso, cadde in picchiata, e andò a infilarsi nella vasca dei pesci rossi di un giardino pubblico.
«Ehi tu» gridò un custode arrivando di corsa, mentre Giacomino cercava di uscire dal cilindro fracassato. «Lo sai che è vietato molestare i pesci rossi? Come multa, dovrai versare una candela in Municipio»
«Ma io sono un nulla-candele-tenente!»
«Allora ti porterò in prigione»
«Prima devo vedere il sole» disse Giacomino
«poi verrò nella sua prigione». E se la diede a gambe, perdendosi nell’oscurità.
Decise che doveva fare da solo, senza ricorrere all’aiuto di nessuno. Si rituffò nelle enciclopedie, consultò libri di aviazione, tirò nuovamente fuori carta, matita e pallottoliere, e disegnò un nuovo modello di veicolo aereo. Questa volta si trattava di una specie di bicicletta volante: i pedali mettevano in moto una grossa elica proprio davanti al manubrio, che avrebbe dovuto sollevare per aria quello strano triciclo spaziale. Giacomino era molto soddisfatto del suo lavoro.
«Sono sicuro che questa volta riuscirò a uscire dalla nuvola nera».
Portò la sua bicicletta sul solito terrazzo, si mise sul sellino, e cominciò a pedalare di buona lena. L’elica davanti al manubrio prese a girare vorticosamente, ed ecco, la bici volante di Giacomino si staccò dal terrazzo frullando come una rondine.
«Evviva!» gridava Giacomino esultante, e si diresse verso l’alto. Era come andare in salita, e dovette rizzarsi in piedi sui pedali. Faceva fatica, sudava tutto, ma era felice. I colombi smise-
ro di litigare per guardarlo con ammirazione e invidia.
«La nuvola si sta diradando!» osservava Giacomino. «Fra poco ci sono!»
La nebbia nera si stava facendo più grigia, poi più chiara, infine assunse un delicato color perla.
«Alè alè» si incitava Giacomino, e scattò ancora pigiando a piena forza. Ma proprio in quel momento gli saltò la catena, e l’elica si fermò improvvisamente.
Prima ancora che potesse rendersene conto, cadde a testa in giù come una pera. Con un tuffo in perfetto stile Giacomino andò a infilarsi nel tendone del circo Maximus, che era arrivato quel giorno in città, e stava dando il suo spettacolo.
Giacomino perforò il tendone come fosse di carta, passò in mezzo a due trapezisti sbalorditi che per guardarlo andarono a sbattere l’uno contro l’altro, e finì la sua corsa nella rete di sicurezza per gli equilibristi.
«Ecco il famoso orso volante in arrivo dal pianeta Marte!» fu pronto ad annunciare il pre-
sentatore dello spettacolo, e il pubblico applaudì calorosamente.
Giunse di corsa anche il direttore del circo:
«Giovanotto, il tuo numero mi piace. Un’assoluta sorpresa! Dove l’hai imparato?»
«Eh be’, così…» tergiversava Giacomino.
«Ti faccio subito il contratto: un milione per settimana»
«Grazie tante» disse Giacomino, scendendo dalla rete di sicurezza «ma ho altro da fare: devo assolutamente vedere il sole»
«Se è così, ti posso aiutare: basta cambiare numero. Una delle grandi attrazioni del nostro circo è il cannone che spara gli uomini. Potresti metterti al loro posto. Noi infiliamo nel cannone un po’ più di polvere da sparo del solito, ed ecco che tu arriverai a vedere il tuo sole»
«Mica male» disse Giacomino. «Ci sto».
Gli misero addosso una tuta d’argento per proteggerlo dalle bruciature, gli diedero un casco rosso con sopra dipinto un fulmine azzurro, e lo infilarono nella bocca del cannone.
«Signori e signore» annunciò il presentatore «abbiamo l’onore e il piacere di presentarvi un
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numero assolutamente sbalorditivo, che tutto il mondo ci invidia: l’orso sparato dal cannone! Ecco a voi il coraggioso, lo spericolato, il fantastico Giacomino!»
Il pubblico si spellava le mani ad applaudire. Il direttore gridò: «Fuoco!» e l’inserviente accese la miccia. Il cannone sputò l’orsoproiettile in un torrente di fuoco.
Giacomino bucò per la seconda volta il tendone del circo, accompagnato dall’ooooooh! di meraviglia dei presenti, e attraversò la nuvola nera come un vero proiettile. Dapprima non vide niente, perché il casco gli andava troppo largo, e gli scendeva fin sul naso. Quando lo rialzò, la nuvola nera stava sotto di lui. Felice Giacomino cercò il sole tutto intorno, ma non lo trovò.
«Non lo sai?» gracchiò una cornacchia che volava da quelle parti. «Oggi c’è l’eclisse di sole. La luna si è messa davanti al sole: è per quello che non lo vedi»
«Proprio oggi la luna doveva farmi questo scherzo» si disperava Giacomino.
«La luna fa quello che vuole, e mica ti aspet-
ta» sogghignò la cornacchia, e se ne andò per la sua strada.
«Non ci si può più fidare neanche dei satelliti» disse Giacomino stizzito, e aprì il paracadute di sicurezza per scendere giù.
Era molto deluso, ma tornando a casa decise che avrebbe tentato un’ultima volta.
Brancicando a tentoni, si imbatté nell’omino che vendeva palloncini colorati: colorati per modo di dire, perché in quella nebbia scura anche i palloncini rossi avevano assunto un malinconico colore grigio.
«Me li vendi tutti?» chiese all’omino. «Mi servono per un viaggio».
Staccò il peso che tratteneva a terra i palloncini e afferrò i loro fili saldamente. I palloncini scattarono in su, portandoselo dietro.
«Aiuto! Rapiscono un bambino!» gridava l’omino.
«Chi? Dove?» chiedevano i passanti.
«I palloncini! Lassu!»
Ma lo smog si era già mangiato Giacomino e i palloncini.
«Non si vede niente, come al solito» com-
mentarono i passanti; e pensarono che l’ornino fosse ammattito.
Giacomino saliva dondolando, e cominciava a sperare che fosse la volta buona.
Dèn dlèn delèn sentì scampanellare qualcuno. Era una cicogna, che aveva appeso al becco un fagotto, e strillava: «Servizio urgente!
Lasciate passare! Fate largo!»
Guardò meglio Giacomino, e si stupì.
«Sei uno che porta i bambini, o sei tu che sei portato?»
«Sono uno che cerca il sole»
«Eh, il sole! Come se fosse facile trovarlo! Lo sai che i bambini non vogliono più nascere in questa città? Piangono, supplicano, protestano, vogliono essere dirottati. L’altro giorno uno mi ha minacciato: voleva che lo portassi in un’isola dell’Oceano Pacifico. Ho cercato di spiegargli che l’avevano prenotato in questa città, e che comunque io non c’entro, sono una che fa le consegne e basta, e non ho il potere
di decidere. Sono un fattorino, no? Avessi sentito quello! Degli strilli da tirar giù le nuvole…»
«Be’, ha ragione lui. La notizia della nuvola nera si deve essere sparsa anche tra i bambini in arrivo»
«Questo qui che porto» disse la cicogna «è stranamente silenzioso. Forse dorme. Sai, prima di partire gli ho dato una camomilla per calmarlo. Adesso guardo cosa fa». E scostò delicatamente i lembi del fagotto. Ci guardò dentro e cacciò un urlo.
«Un sasso! Il neonato non voleva essere portato qui, e al suo posto ha messo un sasso! Birbante, me l’ha fatta! Adesso mi prenderò un rimprovero dalla Direzione Trasporti! Ti saluto, devo tornare subito indietro a fare rapporto»
«Auguri» disse Giacomino. Adesso le braccia cominciavano a fargli un po’ male, ma stringeva le zanne, e resisteva.
“Chissà a che punto sono…” pensò. E in quel preciso istante si sentì avvolto in un soffio caldo, e si ritrovò seduto sulla coda di un jet che
«Speriamo che sia un aereo che sta partendo» si disse Giacomino «così potrò vedere il sole a cavallo di questa coda».
Ma il jet stava atterrando, guidato dal radar, e Giacomino dovette schizzar giù in fretta dalla coda per non buscarsi una multa come passeggero clandestino.
«Il sole stia al suo posto» decise. «Pazienza, vuol dire che ne farò a meno».
Intanto la nuvola nera era sempre più nera: la situazione peggiorava. Ora per non perdersi del tutto i cittadini erano ricorsi a un sistema molto antico: il filo di Arianna. Ognuno usciva di casa col suo bravo gomitolo colorato, e via via lo dipanava. Al ritorno bastava seguire il filo, e si poteva rientrare senza pericoli. Dopo pochi giorni, però, le cose si complicarono. Tutti quei fili distesi per la strada si ingarbugliavano, facevano dei nodi, e bisognava passare delle ore a dipanarli pazientemente. Qualche vecchietto ci inciampava dentro, e finiva lungo disteso. In più c’erano dei teppisti che si divertivano a tagliare i fili, e altri che
121 passava da quelle parti. La afferrò saldamente per non essere scaraventato via.
li rubavano tranquillamente. Dappertutto era un gran litigare.
«Lei ha pestato il mio filo!»
«E lei ha attorcigliato il mio!»
«Ma quello li è il mio filo, non il suo!»
«Macché, è mio!»
«Lei forse non distingue bene i colori. È proprio il mio! Color viola pallido»
«E invece è color pervinca, come il mio».
I cittadini non andavano più in ufficio, perché passavano il tempo a discutere sui loro gomitoli.
A furia di stare all’aria, anzi, allo smog, si riempivano i bronchi di granellini di polvere nera, e alla fine non parlavano più, ma gracchiavano come dei sacchi di carbone sbattuti tra di loro.
«Crrrrrr! Pffffffrrrrrr!» diceva uno.
«Zzzzzzrrrrrr! Ssssssrrrrrr» rispondeva l’altro.
Così il sindaco fu costretto a dichiarare obbligatorio l’uso delle maschere antigas, soprattutto per i giovani e gli anziani.
Anche Giacomino ebbe la sua brava maschera antigas, ma non gli piaceva indossarla, perché dentro la maschera si sentiva soffocare. Ma senza la maschera, soffocava lo stesso.
Riconoscere gli amici era diventato difficile: con la maschera erano diventati tutti uguali, ed era impossibile indovinare chi ci stava sotto.
Una volta Giacomino incontrò per la strada il suo amico Giacinto, e a gesti gli spiegò che voleva andare a pattinare con lui. Ma quello prima
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fece qualche incomprensibile muggito, poi si tolse la maschera piuttosto seccato: era nientepopodimeno che il preside della scuola, il cavalier Opossum.
«Non sono la persona che lei cerca, giovanotto» sibilò Opossum, e si rimise subito la maschera, perché rischiava di asfissiare.
Anche la maestra aveva il suo da fare a identificare gli allievi.
«Tu, zibellino, vieni a recitare la poesia!» Ma invece dello zibellino da sotto la maschera usciva tutto sorridente il tapiro. Così la scolaresca passava la mattina a togliersi e a rimettersi la maschera, e la maestra stava per prendersi un esaurimento nervoso.
«Ho deciso» disse un giorno «vi darò delle maglie con il numero sopra, così vi riconoscerò subito»
«Come i giocatori di una squadra di calcio?»
«Proprio così, ragazzi».
A Giacomino fu assegnato il numero tredici, e lui protestò subito.
«Signora maestra, io il tredici non lo voglio: porta sfortuna!»
«Sciocchezze! Superstizioni!» tuonò la maestra.
«Voglio la maglia numero undici» insistette Giacomino. «La maglia di Gigi Riva!»
«Sei matto!» saltò su un giovane alce. «La maglia numero undici ce l’ho io, e me la tengo stretta»
«Buoni, bambini!» gridò la maestra. «Vuol dire che tireremo a sorte».
La classe di Giacomino era una classe di asini, anche se di asini non ce n’erano, e anzi, nella classe dei veri asini erano tutti ottimi studenti. Da quando però gli allievi avevano cominciato a mettere la maschera antigas e la maglia coi numeri, i voti erano inspiegabilmente migliorati per tutti.
«È incredibile» commentava con la maestra il cavalier Opossum. «Non ci capisco niente! Prendiamo per esempio il tapiro Gioacchino: sino a ieri una pagella disastrosa, e adesso tutti nove e dieci, perfino in storia degli animali, che era il suo punto debole. Non parliamo poi della martora Carmela, che aveva due in economia domestica, e adesso ha dieci. È proprio un mistero»
«Sarà meglio incaricare un detective» pigolò la maestra.
«Ottima idea. Telefono subito a Londra che mi mandino il miglior detective che c’è sulla piazza».
L’investigatore privato arrivò il giorno dopo col primo aereo. Era un segugio dall’aria molto distinta, si era laureato in una famosa università, fumava la pipa, beveva whisky, indossava una mantellina a quadrettoni scozzesi, e naturalmente girava sempre con la lente in mano. Si chiamava Merlock, e si dava molte arie.
«Bene, signor Opossum» disse quando ebbe ascoltata la relazione del direttore «ritengo che sia un caso di facile soluzione. Andrò nell’aula e mi metterò nell’ultimo banco».
L’ingresso a scuola del signor Merlock fu accolto da bisbigli e risatine. Il detective prese posto nell’ultimo banco, come aveva detto, e si mise a guardare in giro, facendo finta di essere distratto.
«Ehm! Ehm!» lo richiamò la maestra. «Signor Merlock, le ricordo che in classe è vietato fumare la pipa»
«Oh! Oh! Che sbadato!» si scusò il signor Merlock con il suo inconfondibile accento inglese.
I giorni passavano, ma il segugio non scopriva niente, e gli allievi continuavano a prendere
nove e dieci in tutte le materie: eppure da casa i genitori assicuravano che studiavano poco o niente. Il cavalier Opossum era molto seccato, e convocò il detective nel suo studio.
«Ebbene?» chiese con aria decisa.
«Sono sulla pista buona. Ho degli indizi…»
«Ma che pista e pasta! Lei non scoprirà mai niente, finché si presenta in classe vestito da detective! Lei deve vestirsi come gli allievi!»
«Domani si presenterà con la maschera antigas e la maglia numerata!»
«Se lei insiste…»
«Insisto»
«Obbedirò agli ordini ricevuti, anche se non
è serio né dignitoso per un detective del mio valore travestirsi da scolaretto».
L’indomani il signor Merlock si presentò conciato come un vero bambino. La maestra non lo riconobbe, e lo fece venire alla cattedra per l’interrogatorio.
«Tu, numero ventitré» disse. «Recitami La battaglia di Legnano…»
Il signor Merlock allargò le braccia costernato.
«E allora dimmi Davanti a San Guido»
«Mah!» gemette il segugio. «Veramente io conosco soltanto i testi delle canzoni dei Beatles»
«Ma tu chi sei? Su la maschera!»
Il signor Merlock eseguì l’ordine, e la scolaresca scoppiò a ridere fragorosamente.
«Ehm! Ci deve essere un errore!» disse la maestra. «Vada pure a posto, signor Merlock, e si rimetta la maschera».
Punto sul vivo, il detective decise che era meglio smetterla con i travestimenti.
Parlò a lungo con la maestra, e alla fine ebbe un’altra geniale idea: avrebbe praticato un piccolo buco nella carta geografica dell’Europa appesa alla parete, avrebbe tolto due o tre mattoni dal muro, e da quell’osservatorio segreto avrebbe potuto seguire quel che capitava in classe senza essere visto.
La maestra approvò, dopo avergli raccomandato di non danneggiare troppo la carta geografica.
«Farò solo un buchetto, signora, glielo assicuro» disse il detective.
Il giorno dopo la maestra fece lezione di geografia.
«Tu, numero sette, prendi la bacchetta di legno e indicami sulla carta geografica dov’è la capitale dell’Inghilterra»
«Qui, signora maestra» rispose pronto il numero sette, e diede una gran bacchettata sulla carta.
Dal muro venne un urlo straziante: «Ahi! Il mio occhio! Non ci vedo più! Mi avete accecato!»
«Signor Merlock» gridò la maestra precipitandosi verso il muro.
«Assassini!» urlava il detective tenendosi l’occhio colpito con una mano. «Vi farò arrestare tutti!»
«La prego, signor Merlock, non usi questo linguaggio sconveniente» disse la maestra.
Mentre il signor Merlock si faceva medicare
l’occhio al vicino pronto soccorso, il direttore Opossum e la maestra constatarono che i voti della classe continuavano a salire.
«Una volta» disse la maestra «i bei voti ce li aveva solo il primo della classe, il furetto Fernando. Adesso ce li hanno tutti».
Il signor Merlock tornò molto bendato e molto furibondo: «Ci vuole qualcosa di tecnico! Di molto scientifico!»
«Tecnico o non tecnico» disse il direttore «bisogna scoprire il mistero»
«Proporrei» disse il signor Merlock «d’installare un periscopio nel soffitto: così potremo seguire quel che accade in aula dal piano di sopra, senza correre il rischio di prendermi una bacchettata nell’unico occhio sano che mi è rimasto».
E così fece. Nella notte prese un trapano, fece un buco nel soffitto, vi calò il periscopio, lo fece girare per assicurarsi di poter guardare dappertutto.
«Vi tengo in pugno, diavoletti» sussurrava il
detective manovrando il periscopio con l’agilità di un vecchio sommergibilista. «A noi, ora!»
E si mise in agguato. Non fu difficile scoprire il trucco. Quando la maestra chiamava un allievo per l’interrogazione, costui si toglieva in fretta e furia la maglia col numero e la passava al primo della classe, il furetto Fernando, che la indossava alla svelta e andava a rispondere. Rispondeva sempre lui per tutti e prendeva sempre dieci: in compenso, aveva accumulato una fortuna in figurine, chewing-gum, biglie e caramelle mou.
Il signor Merlock si fregò le mani soddisfatto per quanto aveva scoperto, ritirò il periscopio, lo mise in una custodia di velluto, chiuse il buco con un po’ di calce, e scese di sotto, avviandosi con passo vittorioso verso l’ufficio del preside Opossum.
Sentì il vento scuotere le finestre e le tegole del tetto. La scuola era stranamente silenziosa: non una voce, non un rumore saliva dalle aule. Bussò dal direttore, e nessuno gli rispose. L’ufficio dei bidelli era vuoto. Spalancò la porta della classe di Giacomino: nessuno!
Si mise a correre per i corridoi deserti, e i suoi passi rimbombarono sinistramente.
«Preside Opossum! Signora maestra!» chiamò.
Ancora silenzio.
Arrivò ansante al portone, e fu come respinto indietro da una luce accecante, mai vista prima. Cercò di riparare gli occhi con una mano, e guardò in su.
Un vento impetuoso stava spazzando la nuvola nera, e i primi raggi di sole cominciavano a piovere dolcemente. Il direttore, la maestra, gli allievi erano tutti schierati sullo spiazzo, immobili: avevano tolto le maschere antigas, che ora pendevano inerti nelle loro mani.
C’era un grande silenzio, e tutti guardavano in su senza dire una parola, con gli occhi socchiusi, e facevano un muto sorriso felice. Il più felice di tutti era Giacomino. Aveva messo le mani a scodella, come per raccogliere quei raggi e portarseli a casa, per quando sarebbe tornata la nuvola nera.
Le vacanze sono belle ma scomode
La nuvola nera
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ISBN 978-88-3624-819-3
euro 12,50
Lello e Giulia sono inseparabili. Lui, però, è un amico immaginario e questo non piace affatto alla mamma della bambina. Un giorno, mentre i due stanno giocando, la mamma la rimprovera e Giulia ci rimane così male da dimenticarsi di salutarlo prima di andare via. All’improvviso tutto si fa buio e Lello si ritrova a Piumarancia, il paese dove vanno gli amici immaginari quando finiscono il loro lavoro. Ma Lello non è ancora pronto a lasciare la sua compagna di giochi ed è disposto a rischiare tutto pur di tornare da lei.
Antonello Rossi
LE DISAVVENTURE DI BEPI IL FILOSOFO disegni di Lucia Carlini
96 pagg.
ISBN 979-12-22-109-350-8
euro 9,90
Un libro sull’amore, sull’inclusione e sulle diversità”
Michelle Hunziker, Striscia la notizia
“Un libro per bambini e per grandi, ma soprattutto un libro bello e delizioso che vi sorprenderà”
Gene Gnocchi
Beth Ferry
CASA PAZZA CASA
320 pagg
ISBN 979-12-221-0976-3
euro 16,50
La casa in via degli Arieti numero 3 non ha nulla di speciale. Così almeno sembra a prima vista. Al suo interno, però, sta per accadere qualcosa di straordinario! I quattro protagonisti di questo libro non potrebbero essere più diversi, eppure insieme sono capaci di GRANDI cose. Persino di affrontare un’avventura che cambierà per sempre la vita della loro famiglia di umani, grazie alla forza dell’amicizia… e a un pizzico di magia!
Una fiaba moderna che diverte, coinvolge e incanta attraverso un mix unico di buffi personaggi, arguti giochi di parole, imprevedibili colpi di scena e delicate illustrazioni a matita.
Palermo. Giovanni ha 7 anni e Qualcosa però non lo conun personaggio inquietante, quel pastore dallo sguardo responsabile di un omicidio Con la sua spada di legno, combattendo contro il suo speciale Scoprirà così il valore del non ho paura”.
maria falcone anche i moschettieri devo vergognare.
con la paura
pure da grande. unavoltasola, giorno”.
Angelo di liberto
di liberto
€ 10,00
“Non si è mai troppo piccoli per stare dalla parte del bene”
MARIA FALCONE
Daniele Daccò
IL CORAGGIO DI GIOVANNI
ISBN 979-12-221-0913-8 euro 12,50
“In questo romanzo Angelo Di Liberto racconta come il coraggio sia sempre stato un tratto del carattere di Giovanni Falcone”
Rossana Sisti, Popotus – Avvenire
“Una storia che avvicina i giovani lettori al tema della lotta contro la mafia” Alex A. D’Orso e Irene Marrapodi, La Freccia
“Un libro necessario in un mondo in cui tra i bambini la prevaricazione ha sostituito la forza d’animo e molti genitori si ostinano a rimuovere tutti gli ostacoli dal cammino dei propri figli perché non abbiano paura, invece di spiegare loro che aver timore del Male non è un segno di debolezza e che bisogna imparare a gestire l’angoscia”
Lucia Esposito, Libero
Don Tano infila la mano in tasca, due cose brillano: il suo anello coltello. Papà non ci fa caso, Dall’interno le luci si muovono di mamma, Anna e Maria. Devo avvicino e sono vestito da moschettiere. spada e quando don Tano mi mostra i denti. Mi metto davanti A noi due, don Tano!
Beppe Tosco
MAFIALDA
disegni di Valerio Chiola
176 pagg.
ISBN 979-12-22-111-186-3
euro 12,50
“Tarli combattenti, lucciole fragili, mantidi vedove, bombi e camole del miele e una ragna malefica. Una fiaba ronzante e magica, un mondo minimo e fortissimo che non si arrende mai”
Luciana Littizzetto
Per liberare la città dai topi non bastano i mici domestici, servono gattoni robusti e agguerriti, e tanti. Il Consiglio comunale decide addirittura di paracadutarli con dei droni. Per un errore di rotta, però, alcuni di loro finiscono in un boschetto accanto alla casa di Giano e Milla, proprio mentre la mamma rientra con cinquanta canarini e il papà arriva in auto inseguito da cinque dobermann inferociti…
Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Rotomail Italia spa (Vignate, MI) nel mese di febbraio 2026
Ernesto Ferrero (Torino, 19382023). Intellettuale raffinato e con molteplici interessi, ha dedicato tutta la sua vita ai libri e alla scrittura. Nel 1963 è entrato nella casa editrice Einaudi, di cui poi è diventato responsabile editoriale. Ha guidato anche la Mondadori e la Garzanti e ha diretto, dal 1998 al 2016, il Salone del Libro di Torino. È stato traduttore e autore di numerosi saggi e romanzi, tra i quali N., la storia ispirata alla vita di Napoleone all’Isola d’Elba, con cui ha vinto nel 2000 il Premio Strega e da cui è stato tratto un film. Per Gallucci ha pubblicato anche Il giovane Napoleone e la Stella Polare Il Piccolo Principe.
Secondo i fratelli Grimm, e le versioni più moderne della fiaba, i nani sono sette. Ma siamo proprio sicuri? E se inaspettatamente spuntasse dal terreno l’Ottavo Nano? Si era perso nelle miniere da così tanto tempo che tutti lo avevavo dimenticato e ora vuole solo ritrovare la sua bella Biancaneve. Con l’aiuto del mite orso Giacomone, si mette sulle tracce dei fratelli che, nel frattempo, si sono separati e hanno preso strade diverse. Ma non sarà l’unica avventurosa peripezia che affronterà Giacomone…
Quattro storie divertenti e argute, tra coccodrilli meccanici, nuvole di smog e viaggi spaziali, per sorridere, ma anche riflettere.
«Di’ un po’» chiese Giacomone incuriosito. «Ma tu, come ti chiami?»
L’omino misterioso si levò il cappello, scoprendo una testa quasi del tutto pelata: «Mi chiamo Dondolo. Sono anche conosciuto come l’Ottavo Nano».