Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso BALTO print, Utenos g. 41B, Vilnius LT-08217, Lituania nel mese di marzo 2026
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La storia del
MOTOMONDIaLE GUIDO MEDA
A
Guri, Ludovica, Vittoria e Filippo, il mondiale più bello della
mia storia. G. M.
PRIMA DI TUTTO LA MOTO!
PRIMA DI TUTTO LA MOTO!
Prima di tutto la moto. Che è la cosa più bella del mondo! Facciamo una premessa fastidiosa sperando che vi sia più facile capire poi che razza di fenomeni siano e siano sempre stati i cinquanta protagonisti di questo libro. Se con quella passione lì non ci nascete, è molto difficile che si affacci e aumenti in modo prorompente quando diventate adulti. Difficile abbiamo detto, ma non impossibile. Però la moto è un oggetto che, avendo la caratteristica di diventare un’estensione del corpo e persino dei pensieri, è meglio imparare a conoscere da giovani, quando la mente è spalancata, si pappa tutto e mette tutto in ordine molto alla svelta. Come in ogni sport, prima si inizia più sarà semplice assimilare i movimenti che ci fanno integrare con il mezzo. Non è obbligatorio diventare campioni, non è indicato diventare dei professionisti troppo presto con il rischio di rovinare la parte bella e spensierata della gioventù. Non è nemmeno obbligatorio mettersi di traverso o protestare se dai genitori – come spesso accade – dovesse arrivare un divieto secco; perché in effetti per qualunque genitore non c’è nulla di più preoccupante di un figlio in giro con la moto. Guardate che vale anche per i genitori motociclisti appassionati veri! Persino i cinquanta esseri umani di cui leggerete in questo libro la pensano così. Molti di loro sono o sono stati padri e nessuno di loro è mai stato convinto che la moto non sia un oggetto pericoloso. Sostenerlo sarebbe stupido e per niente realistico. È meglio iniziare questo libro con un piccolo trauma piuttosto che sentirsi colpevoli per non avervi detto la verità. Del resto, non c’è niente di meglio della paura e del rispetto per costruire
la competenza e limitare i rischi che si presentano anche quando si è al massimo del divertimento.
Tra la pista e la strada ci sono molte differenze: non è per niente una sciocchezza dirvi che andare in pista, dopo aver maturato il giusto di esperienza e competenza, sia meno pericoloso che andare in giro su due ruote per una città dove la minaccia non sta necessariamente dentro chi guida la moto, ma più facilmente dentro chi le circola intorno. Non c’è la carrozzeria sulla moto, non ci sono le cinture di sicurezza e nemmeno l’airbag. Non ci sono quattro gomme che appoggiano stabili per terra, ma solo due, con una superficie a contatto con l’asfalto che è grande più o meno come una carta di credito. È meglio ricordarsi che l’equilibrio è sempre precario e l’aderenza delle gomme non è infinita. Anzi, sta proprio lì il bello della guida. Essere buoni motociclisti significa avere mille occhi sempre tutti ben aperti, un autocontrollo assoluto nella gestione della velocità (e della frenata), una capacità di immaginare sempre e costantemente ogni imprevisto (non esistono incroci da passare senza rallentare “perché tanto c’è il semaforo verde”, si rallenta comunque) e un’ottima tecnica di guida. È desolante vedere certi motociclisti che arrivando a un semaforo rallentano utilizzando solo il freno dietro. Il freno dietro si usa per stabilizzare la moto, ma per rallentarla bisogna usare quello davanti! Ok, è solo un piccolo e stupido esempio per dire che ci sono cose ben precise da fare e se nessuno te le insegna sei sguarnito proprio come un paracadutista senza paracadute di emergenza. Non siamo qui per fare un corso di guida, per suggerirlo però sì. Alla scuola guida ti insegnano a circolare rispettando la segnaletica e ti mostrano le azioni di base necessarie a far spostare la moto da un punto all’altro. Guidarla in sicurezza, con consapevolezza e gusto, è tutta un’altra faccenda. Per cui (vale anche per gli automobilisti) è consigliatissimo frequentare dei corsi di guida sicura, che poi magari diventeranno corsi di guida veloce e vi porteranno pure a diventare dei veri piloti. O magari no. La vita sarà bella comunque! Di corsi ce ne sono moltissimi e sono l’investimento più sensato che si possa fare insieme a un equipaggiamento adatto, che è tutto un altro discorso ancora. Bene equipaggiati e formati, ecco che la moto diventa la forma di guida più sensazionale e piacevole che un essere umano possa sperimentare. Qualunque pilota di aeroplano vi dirà che le due attività si assomigliano moltissimo! Una virata in cielo e una curva in moto contemplano entrambe una bella piega. In entrambi i casi c’è l’aria intorno. In entrambi i casi servono tecnica, sensibilità e un’armonizzazione naturale di tutti i movimenti che fanno insieme, costantemente, le mani e i piedi. In moto
ancora di più perché gli spostamenti del corpo sono una parte sostanziale della dinamica di guida. Senza questi movimenti, la moto non fa quello che deve fare. Ed è meno divertente e molto meno sicuro.
Libertà e bellezza
Nella moto ci sono in gioco soprattutto i sensi. La sintesi sensoriale di un bel giro in moto ci riconduce a una parola importantissima. Ogni motociclista, da corsa o da strada, vi dirà che la prima parola che gli viene in mente quando pensa alla moto è “libertà”. E quella parola per il motociclista ha un suono di cui ci si può innamorare: quello del motore, e ognuno sceglie il tipo che preferisce in base al numero dei cilindri previsti dall’architettura del progetto. È una libertà che ha un odore: quello che i motociclisti chiamano “profumo”, anche se non va respirato e non fa nemmeno bene bene all’ambiente. È una libertà che ha un’immagine fortemente legata al bello: il bello del paesaggio e soprattutto il bello del mezzo. È tipico del motociclista parcheggiare la moto nel garage la sera quando torna a casa e poi fermarsi a guardarla per un po’ da un angolo che non sa nemmeno lui perché sia proprio quello, ma è da quel punto di vista lì che la sua moto gli piace di più. È tipico del motociclista anche chiamarla per nome, ringraziarla e darle la buonanotte, come se in quell’oggetto lì ci fosse l’anima. Sì, forse è eccessivo e un po’ buffo come atteggiamento, ma ha una sua spiegazione chiarissima nel fatto che, magari, quella moto rappresenta il raggiungimento di un desiderio maturato per molto tempo, che hanno condiviso chilometri – solo loro due – senza tradirsi mai, che potrebbero aver preso pure qualche grande spavento insieme. La moto è diventata la prima passione del proprietario, la sua emanazione quasi umana; lui ha imparato a conoscerla e le ha pure dedicato molte cure. Come è giusto che faccia chiunque possieda una moto. Si fa anche nei box delle moto da corsa!
Curare la moto e curare il pilota
La manutenzione è fondamentale, sia per chi viaggia sia per chi corre. Ce lo insegnano proprio i meccanici del Motomondiale, che a ogni rientro della moto nel box si buttano con straccio e detergente e le tolgono di dosso ogni mosceri -
no, ogni pelucco. Gli equilibri della moto sono troppo precari per permettersi di trascurare anche il minimo dettaglio. Partire per una corsa senza aver controllato che le pastiglie dei freni siano ben fissate nella loro sede è troppo pericoloso. È successo più di una volta che una disattenzione ai box, tipo una vite serrata male, sia costata cara al pilota in pista o magari al suo avversario, con degli strascichi enormi sul meccanico che si era solo distratto un attimo. Tutti possono sbagliare, questo non dobbiamo dimenticarcelo, e dovremmo pure imparare a giudicare un po’ meno il prossimo. Ma sbagliare sulla moto è un affare più serio che sbagliare la tinta di una parete o un servizio durante una partita di tennis. Ecco. Sulla manutenzione della motocicletta intesa come arte è stato pure scritto un saggio che è a tutti gli effetti un godibilissimo libro di filosofia ( Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig). È vero che l’avanzare del progresso nei campi della tecnologia e dell’elettronica ha reso tutto molto più sterile. È vero che un guasto della moto ormai lo si individua con una diagnosi al computer e non più con un buon orecchio meccanico. È vero che se non si conosce l’elettronica diventa difficilissimo mettere le mani sulla moto, ma c’è ancora molto margine per offrirle le nostre cure.
Sia un bel viaggio sia una bella pistata richiedono che venga valutata la pressione delle gomme (mezza atmosfera in più o in meno fa una differenza abissale nella guida della moto); il livello dell’olio va controllato per evitare che il motore si inchiodi in cima a una bella strada di montagna o a 300 all’ora sul rettilineo del Mugello. Le migliorie estetiche e le personalizzazioni sono ancora un modo ottimo di passare il tempo e di dare al nostro mezzo la personalità che preferiamo. È passato alla Storia il rito degli adesivi di Valentino Rossi e la sua buonanotte alla moto con cui correva. Quando arrivava una carena nuova era Valentino in persona che andava nel box il giovedì sera, si faceva dare gli adesivi, li ritagliava e li disponeva con una precisione e un’attenzione che sembravano molto i primi passi di un cammino di avvicinamento alla perfezione assoluta che a un pilota serve attivare e poi mantenere per tutto il weekend di gara. E poi tutte le sere nel weekend di Gran Premio, prima di andare a dormire, Valentino faceva un passaggio nel box per dare un ultimo sguardo alla moto già pronta per il turno della mattina successiva e coperta da un telo antipolvere. Un’abitudine che ormai ha ogni pilota da corsa. Le moto da gara di adesso sono delle bombe di colori armonizzati tra loro. Lo sono le tute e lo sono soprattutto i caschi, che per i piloti sono diventati spazi da riempire con i propri messaggi, le proprie preferenze estetiche. All’inizio della storia delle corse i caschi erano poco più che delle cuffie in cuoio.
C’è chi corre per vincere una gara e chi corre per entrare nella Storia. Giacomo Agostini ha fatto entrambe le cose, spesso con una facilità che lasciava tutti a bocca aperta. Primo di quattro fratelli, iniziò a correre molto giovane e di nascosto dal padre, contrario alle moto. Ma quella proibizione lo rese ancora più determinato: quando il padre scoprì tutto, era già troppo tardi. Il giovane Agostini stava già correndo verso il mito. Si racconta che un notaio amico di famiglia, un po’ sordo, consigliò al padre di lasciarlo andare: aveva capito “bicicletta” invece di “motocicletta”. Un equivoco che, col senno di poi, cambiò il destino di Giacomo e il motociclismo.
Con la MV Agusta di Cascina Costa divenne l’icona assoluta degli Anni Sessanta e Settanta. Elegante, quasi aristocratico in sella, sembrava non sudare mai. Tra il 1966 e il 1975 conquistò 15 titoli mondiali, 122 vittorie (anzi 123, precisa sempre Agostini riferendosi all’ultima in 750 nel 1977 al Nürburgring), 159 podi e 117 giri veloci in 207 Gran Premi, numeri che ancora oggi impressionano. Una collezione che faceva sembrare gli avversari comparse di un film scritto solo per lui.
Ma Agostini non era solo record. Rappresentava l’Italia veloce, quella che usciva dal dopoguerra e voleva farsi vedere nel mondo. Nei paddock lo chiamavano semplicemente “Ago”: bello, magnetico, elegante. Le donne lo adoravano, i fotografi lo inseguivano, i tifosi lo veneravano. Un campione che sapeva essere una star senza perdere misura, un gentleman prima che un pilota. I duelli con Mike Hailwood restano leggenda: lo stesso Hailwood riconobbe Agostini come suo principale avversario quando il giovane pilota era da poco entrato nel team Agusta. Quando Hailwood si ritirò, Agostini continuò a vincere e, più tardi, passando alla Yamaha, portò i giapponesi al trionfo nella classe regina. Ancora oggi, i suoi numeri sono record assoluti, mai superati da nessun altro pilota. Sono cifre che non appartengono solo alla statistica, ma che definiscono un’era del motociclismo in cui Agostini è stato punto di riferimento e misura di grandezza.
G iacomo Agostini sulla MV Agusta 500 tre cilindri.
Francesco Bagnaia è arrivato in MotoGP con un peso enorme sulle spalle: l’Italia intera lo guardava come l’erede di Valentino Rossi. Non solo perché è cresciuto nella VR46 Academy, ma perché portava con sé il compito di tenere viva la leggenda dei grandi campioni azzurri.
È “Pecco” fin da bambino, un nome dolce che stride con la durezza del mondo che affronta. La sua carriera è stata una scalata metodica: Campione del mondo Moto2 nel 2018, poi il salto in MotoGP con Ducati, che lo ha scelto come uomo del futuro. La fiducia è stata ripagata con due titoli iridati consecutivi (2022 e 2023), che hanno riportato la Rossa di Borgo Panigale sul tetto del mondo dopo anni di attesa.
In pista Bagnaia è un ingegnere della velocità. Ogni gesto è calcolato, ogni movimento preciso. La sua firma sono le staccate al limite, feroci, capaci di cambiare il corso di una gara in un attimo. Finora ha collezionato 41 vittorie e oltre 82 podi nel Motomondiale, numeri che raccontano un campione capace di coniugare freddezza e istinto.
La sua forza non è solo tecnica: è la calma feroce, la capacità di non farsi schiacciare dalle aspettative, di trasformare la pressione in energia. Con lui, Ducati non vola soltanto sulle piste, ma sulle emozioni di un Paese intero che ha finalmente ritrovato un nuovo leader.
Sposato il 20 luglio 2024, Pecco ha sempre affermato come Domizia riesca a trasmettergli la serenità e la tranquillità di cui ha bisogno prima di ogni gara. Un rapporto che si discosta molto dai rotocalchi, ma che è cresciuto col tempo, essendo entrambi originari di Chivasso. Un fidanzamento giovanile trasformatosi presto in porto sicuro nei momenti di difficoltà. Il legame con Valentino Rossi resta forte: l’allievo porta avanti l’eredità del maestro, ma con uno stile tutto suo. Non esplosivo, ma irresistibilmente efficace. Bagnaia è il pilota che vince con cervello, disciplina e cuore. L’Italia, dopo anni di attesa, ha trovato il suo nuovo campione.
F rancesco “Pecco” Bagnaia in sella alla Ducati Desmosedici MotoGP di Pramac Racing, con cui vince i titoli mondiali MotoGP nel 2022 e nel 2023.
IL MOTOCICLISMO È L’ESPRESSIONE PIÙ PURA DELL’EQUILIBRIO FRA UMANITÀ, INGEGNERIA, CREATIVITÀ, MECCANICA E FANTASIA. È UNO SPETTACOLO INEGUAGLIABILE DI CORAGGIO, FORZA E CONTROLLO.
La moto accelera, corre, frena, piega, derapa e impenna, ma è l’uomo, con la sua volontà e abilità, a fare la differenza sulla pista. L’inconfondibile voce di Guido Meda racconta 50 grandi protagonisti del Motomondiale, dalla sua prima edizione nel 1949 all’evento planetario della MotoGP di oggi. Si parte dal monopolio iniziale di inglesi e italiani, e da lì è un susseguirsi di uomini simbolo, duelli epocali ed episodi memorabili: Giacomo Agostini, che vince tutto e più di tutti, i successi sul micidiale Tourist Trophy di Geoff Duke, la leggenda superstiziosa di Ángel Nieto e la Clinica Mobile di Claudio Costa. E ancora Kevin Schwantz e poi l’era favolosa di Valentino Rossi e i suoi scontri storici con Biaggi, Stoner, Lorenzo, fino a Pecco Bagnaia e Marc Márquez . Istantanee epiche di uomini e marchi straordinari, arricchite dalle originali illustrazioni di Fer Taboada.
Dopo il semaforo scatenate l’inferno! Prima dentro... gas a martello e... andiamo!
GUIDO MEDA
è giornalista, telecronista, scrittore e conduttore televisivo. Nel 1988, dopo un’esperienza a “il Giornale” di Montanelli, è stato tra i giovani pionieri dell’informazione sportiva su Mediaset, cambiandone il linguaggio. Nel 2002 è diventato telecronista della MotoGP, di cui rappresenta da allora la voce più iconica. Dal 2015 è a Sky Sport come vicedirettore e responsabile dei Motori. Nel 2016 ha condotto l’edizione italiana di Top Gear. Continua tuttora a raccontare la MotoGP e a divertirsi con la televisione in mille declinazioni.
FER TABOADA
è un artista specializzato in illustrazioni sportive. Lavora fra Lima e Madrid. Le sue opere sono state protagoniste di campagne pubblicitarie internazionali per grandi marchi. Per Gallucci Centauria ha illustrato anche La storia del basket in 50 ritratti di Dan Peterson e Umberto Zapelloni.