Anna Praderio Memory Girl
ROMANZO
Alla mia famiglia, a tutti i miei compagni di lavoro, ai miei amici
“E mi chiesi se un ricordo è qualcosa che hai, o qualcosa che hai perduto. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentii placata”
Gena Rowlands in Un’altra donna di Woody Allen
Prologo
In una luminosa sera d’estate a Milano una ragazza e un ragazzo stanno per condividere un ricordo.
Clarice esce dalla redazione alla fine di una giornata di lavoro, Marco la aspetta fuori, seduto sulla sua Vespa. È come uno scatto fotografico negli occhi di entrambi, l’istantanea di questo tramonto di giugno.
Marco osserva Clarice che attraversa la strada: una ragazza incantevole e libera, il corpo sottile, i lunghi capelli biondi raccolti a coda di cavallo, gli occhi azzurri incorniciati dalla frangetta scompigliata, l’indipendenza in quegli occhi, l’entusiasmo nonostante le ferite che hanno già segnato la sua vita. Crede di essere goffa ma ha la grazia di una ballerina.
Clarice bacia Marco, e mentre sale sul suo scooter pensa alle tante cose che ama di lui: la sua
sicurezza, il suo talento, la sua energia, gli occhi verdi che cambiano colore dietro gli occhiali rotondi, il sorriso da attore, affascinante e perfetto.
È un giornalista che ha scelto la libertà dalle redazioni per fare lo scrittore, un atleta, un rubacuori, un vincente.
Attraversano in Vespa la città che sembra respirare a pieni polmoni, passano accanto ai Giardini di Porta Venezia, tra le residenze storiche, i grandi alberi dei palazzi di via Palestro, e il loro cinema preferito vicino ai Bastioni, si fermano a prendere un gelato nel chiosco davanti al parco della Triennale.
Clarice vede le persone sfilare davanti ai suoi occhi come in un presepe estivo che si illumina di mille luci: le coppie abbracciate che assaporano l’arrivo dei primi caldi, i bambini che giocano al parco e non vorrebbero mai andare a casa, gli spettatori che escono dal cinema, i venditori di fiori di fronte alla Villa Reale, la vita di Milano in quest’ora di giugno.
Come in un viaggio racchiuso tutto in una sera, arrivano davanti alla casa di lei, che scende ad
aprire il cancello: nel cortile c’è un’altra Vespa, con un portachiavi colorato appoggiato sul sellino.
Lui estrae un sacchetto con delle chiavi: «È un regalo per te, sarà più veloce della tua bicicletta e più confortevole del tuo motorino scassato. Voglio immaginarti su una strada parallela alla mia. Mi dispiace moltissimo, ma in questo momento non riesco a pensare a un vero futuro insieme. Se continuiamo ti faccio più male, e non voglio, è meglio fermarci adesso. Ti prometto che per un po’ di tempo non ci incontreremo, così sarà meno doloroso e difficile…»
Clarice riceve le parole come uno schiaffo inatteso. Uno schianto, un incidente in cui un’altra auto colpisce la tua con violenza, all’improvviso, e tu sbandi, non fai in tempo a proteggerti dall’urto. Non reagisci.
Nei suoi occhi la vita della città si congela, come in un fermo immagine, e le luci del presepe estivo si spengono.
Capitolo 1
Alla fine dell’estate la Mostra del Cinema di Venezia è per molti un luogo del cuore, e per me è anche l’appuntamento più felice del mio lavoro. Mentre salgo sul traghetto che porta al Lido di Venezia so che quest’anno alcune cose saranno diverse, perché devo riuscire a rialzarmi, e a riprendere in mano la mia vita.
Dopo il mio incidente i colleghi in redazione, per sdrammatizzare e prendermi in giro affettuosamente, hanno realizzato una finta prima pagina del giornale con la mia foto: “Clarice Sebastiani, giovane e promettente cronista venticinquenne, fallisce in uno spettacolare tentativo di suicidio in motorino al parco in piena estate”.
L’incidente è avvenuto all’uscita dal lavoro mentre guidavo distrattamente, pensando alla mia storia d’amore finita. A dire il vero, io sono sempre
stata sfortunata nelle relazioni, ma ho imparato a non avere mai dipendenza dai legami sentimentali. Ho costruito la mia vita e il mio lavoro con libertà e autonomia, conto sulle mie forze, e so bastare a me stessa.
Quando ho conosciuto Marco, ho trovato l’amore che può completarti, fatto di reciprocità, condivisione, parità.
Poche settimane fa, mentre insieme a lui attraversavo Milano in Vespa, in una sera di questa strana estate, mi sentivo profondamente felice, addirittura sognavo di possedere una lanterna magica per fermare quel momento perfetto della mia vita, e poi riuscire a rivederlo e conservarlo per sempre.
E invece la mia sfortuna sentimentale è stata riconfermata. Prima avevo la sensazione di essere accompagnata in ogni istante della giornata dallo sguardo di Marco. Poi all’improvviso mi sono trovata sola, senza occhi da guardare o da cui essere guardata.
Non bisogna dipendere da un amore, d’accordo, ma questo non cancella il dolore che provo per la nostra separazione.
Guidavo il motorino persa in questi pensieri,
quando senza rendermene conto ho sbandato e sono finita contro gli alberi all’ingresso dei Giardini di Porta Venezia.
Non ricordo nulla, solo un colpo molto violento. Quando mi sono risvegliata, distesa a terra accanto al mio motorino distrutto, c’erano tante persone intorno a me, un uomo mi ha messo la sua giacca sotto la testa e mi ha detto: «Ragazza, sei fortunata, sei viva e intera per miracolo», e una bambina, forse sua figlia, mi ha accarezzato la mano gridando festosamente: «Ha riaperto gli occhi!»
Così ora parto per Venezia con il collare cervicale, le gambe piene di lividi e le braccia ancora coperte di cerotti. Una buona metafora del mio stato d’animo. Così dentro, così fuori. Ma voglio guarire in fretta e completamente, ricominciare, rimettermi in piedi.
Vado alla Mostra del Cinema con Michele, il mio amico dottore che mi sorveglia attento e protettivo, forse perché teme un altro incidente, e cerca di sostenermi e di trasmettermi fiducia.
Lo osservo mentre saliamo sul ferry boat che va dal porto del Tronchetto al Lido: Michele, il
Dottore Spilungone, come lo chiamano alcuni bambini suoi pazienti, altissimo e molto magro, con la sua testa fiammeggiante di folti capelli biondi, e quella camminata veloce ma anche solida, rassicurante, con i piedi sempre ben piantati per terra.
Michele è un amico vero. Lo sento come un fratello maggiore, gli voglio bene e lo ammiro: è un pediatra impegnato anche nel volontariato, cura i bambini delle famiglie di migranti, collabora sul campo con le organizzazioni umanitarie che proteggono l’infanzia.
È sempre pronto ad ascoltare i pazienti, e infatti il suo cellulare, che non spegne mai, squilla praticamente ogni due minuti, con la suoneria jazz che ha scelto e che ci accompagna durante il viaggio, la canzone di Denzel Washington nel film di Spike Lee Mo’ Better Blues. Quando non lavora coltiva il suo amore per il cinema, una passione che ci unisce.
«Clarice nei prossimi giorni cerca di concentrarti sui film che vedrai e sugli artisti che incontrerai…» mi dice, ma la musica di Mo’ Better Blues irrompe ancora una volta, sovrastando la sua voce e il rumore del battello. «Scusami un
attimo, è la mamma del piccoletto che ho visitato prima di partire…»
Poi, con il pollice sullo schermo, prima di rispondere conclude: «Devi pensare al tuo lavoro, e non è un obiettivo da sottovalutare».
Dopo un lungo periodo di collaborazioni, sono stata assunta nella redazione di un grande quotidiano. Scrivere è sempre stato importante per me, e il lavoro in questo momento mi aiuta anche a difendermi dalla ferita della mia separazione.
Il viaggio è ufficialmente cominciato, siamo quasi arrivati al Lido di Venezia. Io ascolto in cuffia Timothée Chalamet che reinterpreta le canzoni di Bob Dylan nell’album della colonna sonora di A Complete Unknown, un film che rivedrei mille volte: la sua voce ripete dolcemente The Times They Are A-Changin’, “i tempi stanno cambiando”, e poi
It Ain’t Me, Babe, “non sono io, bambina, quello che stai cercando”, e mi trasmette la libertà inafferrabile della giovinezza. Mi perdo e mi riconosco nei versi di Like a Rolling Stone: how does it feel, how does it feel, to be on your own, with no direction home, like a complete unknown, like a rolling stone? Che effetto ti fa cavartela da sola, senza una direzione, come una perfetta sconosciuta?
Stampato e fabbricato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Grafica Veneta spa (Trebaseleghe, PD) nel mese di gennaio 2026
ANNA PRADERIO è una giornalista
Mediaset della redazione del TG5, il telegiornale per cui segue la cronaca cinematografica dalla fondazione nel 1992. Dal 2007 cura la rubrica “Note di Cinema” per il canale tematico Iris. Ha scritto per le pagine milanesi del quotidiano “la Repubblica” ed è membro dell’Accademia del Cinema Italiano - Premi David di Donatello. Questo è il suo primo romanzo.
Copertina: Sebastiano Barcaroli Studio
Illustrazione: © Maddalena Carrai
Foto dell’autrice di Grazia Lissi