BENOÎT MALEWICZ, collezionista di fotografie,
BENOÎT MALEWICZ
libri rari e carte Magic, scrive racconti fantastici e nel tempo libero suona la chitarra folk. È nato nel 1990 a Milanówek, in Polonia, al confine con un mondo che si era appena sgretolato.
Da quando si è trasferito nella nuova casa, Paul non ha nessuna voglia di andare a dormire. Appena chiude gli occhi, sente degli strani rumori: le scale scricchiolano, i muri crepitano, come se ci fosse una presenza inquietante. Ma soprattutto se si addormenta... Paul si risveglia nella cantina. E non è da solo nell’oscurità. “Non mi vede nessuno, ma di notte mi percepiscono. Quando tutti dormono, passo nei tubi, striscio sul parquet, mi arrampico sui letti, tiro le lenzuola e aspetto che si girino verso di me, che si agitino, che respirino profondamente”. DAI
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ANNI
Disegno di copertina © AkuMimpi da © GB_Art/Shutterstock
PER CHI NON HA PAURA DI AVER PAURA
€ 9,90
BENOÎT MALEWICZ
La luce si accende di colpo. Paul ha ritrovato l’interruttore. La lampadina crepita flebilmente all’estremità di un filo. Il cuore gli palpita nel petto. La stanza è vuota. Paul non riconosce quel posto. Al centro c’è una sedia di legno, esattamente sotto la lampadina, e lei è lì, sulla sedia. Sta seduta, non si muove. I capelli le scendono sulla nuca. Sono bagnati. Le gocce cadono a terra una dopo l’altra. Gli dà le spalle. Aspetta. Paul rimane vicino all’ingresso. Anche lui è immobile. Le braccia raccolte vicino al corpo. Nel silenzio opaco la sente respirare. “Guarda” sussurra qualcosa nella sua testa. “È quella bambina. La bambina che è morta”.
BENOÎT MALEWICZ, collezionista di fotografie,
BENOÎT MALEWICZ
libri rari e carte Magic, scrive racconti fantastici e nel tempo libero suona la chitarra folk. È nato nel 1990 a Milanówek, in Polonia, al confine con un mondo che si era appena sgretolato.
Da quando si è trasferito nella nuova casa, Paul non ha nessuna voglia di andare a dormire. Appena chiude gli occhi, sente degli strani rumori: le scale scricchiolano, i muri crepitano, come se ci fosse una presenza inquietante. Ma soprattutto se si addormenta... Paul si risveglia nella cantina. E non è da solo nell’oscurità. “Non mi vede nessuno, ma di notte mi percepiscono. Quando tutti dormono, passo nei tubi, striscio sul parquet, mi arrampico sui letti, tiro le lenzuola e aspetto che si girino verso di me, che si agitino, che respirino profondamente”. DAI
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PER CHI NON HA PAURA DI AVER PAURA
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La luce si accende di colpo. Paul ha ritrovato l’interruttore. La lampadina crepita flebilmente all’estremità di un filo. Il cuore gli palpita nel petto. La stanza è vuota. Paul non riconosce quel posto. Al centro c’è una sedia di legno, esattamente sotto la lampadina, e lei è lì, sulla sedia. Sta seduta, non si muove. I capelli le scendono sulla nuca. Sono bagnati. Le gocce cadono a terra una dopo l’altra. Gli dà le spalle. Aspetta. Paul rimane vicino all’ingresso. Anche lui è immobile. Le braccia raccolte vicino al corpo. Nel silenzio opaco la sente respirare. “Guarda” sussurra qualcosa nella sua testa. “È quella bambina. La bambina che è morta”.
UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni
Benoît Malewicz La casa senza sonno traduzione dal francese di Silvia Mercurio ISBN 978-88-3624-463-8 Prima edizione italiana febbraio 2022 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2026 2025 2024 2023 2022 © 2022 Carlo Gallucci editore srl - Roma Titolo dell’edizione originale francese: La Maison sans sommeil © 2020 Éditions Casterman, Bruxelles - Belgio Gallucci e il logo
sono marchi registrati
Se non riesci a procurarti un nostro titolo in libreria, ordinalo su: g a l l u c c i e d i t o r e. c o m Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. L’FSC® (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.
Benoît Malewicz
traduzione di Silvia Mercurio
Forse, centinaia di candele, forse, tre candele... Non c’è, non c’è per la mia mente la calma. Anche nella mia casa sono entrate cose simili. Prega, amico, prega per la casa senza sonno, per la finestra con la luce. Marina Cvetaeva
Prologo
Mi chiamano Incubo. Non ricordo da dove vengo e sono vivo da mille anni. Ho perso tutta la pelle. Poi, quando non ho più avuto muscoli, vene o tendini, le mie ossa sono cadute. Ora non ho più un corpo, non sono nemmeno più un’ombra, ma il freddo è rimasto. Mi nascondo negli angoli senza sole, nelle cantine dove tutto marcisce e si copre di polvere. Non mi vede nessuno, ma di notte mi percepiscono. Quando tutti dormono, passo nei tubi, striscio sul parquet, mi arrampico sui letti, tiro le lenzuola e aspetto che si girino verso di me, che si agitino, che respirino profondamente. Mi insinuo allora nelle narici, mi attorciglio intorno al cervello, e stringo.
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Non ho conosciuto altro che infelicità, dovrò pur restituirne un po’. Mostro loro luoghi strani, scale senza fine, esseri che aprono mille occhi gialli, che corrono per divorarli con mani simili a uncini. Mille denti aguzzi. Assumo qualsiasi forma. Conosco i loro punti deboli; tiro i fili come un burattinaio; bisbiglio finché non gridano e si tappano le orecchie per non sentire più niente. Un giorno ho detto a una bambina di andare a prendere un coltello e di ucciderli tutti. Gliel’ho sussurrato più e più volte. Si è svegliata di colpo. Prima che mi trovasse, ero già sgusciato via nei tubi, giù in fondo. Poi ho aspettato. Beh, non molto. Dopo qualche minuto, ho sentito un rumore di cassetti in cucina, uno stridio metallico, grida acute e urla provenienti da una camera, poi da un’altra. Dei gorgoglii. Poi è calato il silenzio. Ora aspetto il prossimo.
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1 25 agosto
Superata la coltre di nebbia, in basso apparve la città. Il camion intraprese una serie di curve e cominciò la discesa. «Quelle che vedi qui intorno non sono colline. Sono vecchie falesie. Prima il fiume passava di qua, doveva essere grande come un oceano… ma ha finito col ritirarsi e in questa conca, tra le falesie, hanno costruito la città». Paul annuì, con gli occhi appesantiti dal sonno. “Allora è qui che ti trasferirai e abiterai d’ora in poi”. Alle loro spalle, il rumore dei mobili fissati alla bell’e meglio alle cinghie si faceva sentire a ogni curva. «Dov’è la mamma?» chiese Paul con la bocca impastata.
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«A quest’ora probabilmente avrà già finito di pulire casa, figliolo. Non ci resterà che scaricare i mobili!» Altra curva, altri cigolii sul retro del camion. «Sempre che arrivino interi» sospirò il papà. Durante gli ultimi chilometri, Paul vide scorrere nella sua testa le immagini della vita di prima. Il cortile di una scuola di paese da cui lui, Talid e Antonin trovavano sempre un modo per mandare il pallone nell’erba alta del campo vicino. Le partite di biglie con Lola e Lucie, imbattibili. “La prima media è il momento giusto per cambiare scuola, figliolo… In ogni caso, tu e i tuoi amichetti sareste finiti in classi diverse. Nove volte su dieci va così”. Per Paul era un peccato non aver dato una possibilità a quell’unica volta su dieci. Quando i suoi genitori gli avevano annunciato che sarebbero partiti, qualcosa nel suo cervello aveva urlato: “Ma io voglio rivedere Lucie! Ma io e Talid dovevamo giocare la rivincita ai rigori! Ma io non voglio lasciare la casa in cui sono nato!” Tuttavia, poiché era un ragazzo gentile e educato, Paul non aveva urlato un bel niente. E ormai era troppo tardi.
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Entrarono in città. Paul vide subito che non era come quella da cui veniva, i muri non erano pensati per intercettare il sole e le case alte si stagliavano lungo le vie come statue avvolte in un mantello di nebbia. Sentì un brivido e guardò scorrere quei fantasmi di pietra, con aria imbronciata. «Ci siamo. È qui». Le parole del padre lo fecero sussultare. Per una frazione di secondo, la sua voce gli era sembrata rotta. Lui però lo guardava con un sorriso. «Spero che ti piacerà, Paul. Non è una casa qualunque». “Pensa bene a quello che ti ha appena detto” sogghignò un’altra vocina nella sua testa. “Vuol dire che l’hanno pagata cara. Non è il caso di sputare nel piatto in cui mangi, Paul. Ti conviene apprezzare questa casa nuova!” Il camion fece stridere la ghiaia del vialetto; la mamma aveva aperto il cancello. Il papà spense il motore e rimasero entrambi sovrappensiero, davanti a quell’edificio alto. Una nube di nebbia nascondeva metà del tetto. Era una di quelle case padronali con gli angoli di mattoni e la facciata in pietra; ma Paul riconobbe tra sé e sé che aveva qualcosa di spe-
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ciale, senza sapere esattamente cosa. I muri sembravano avere freddo. Le finestre somigliavano a grandi occhi distratti. «Ecco quel che si definisce charme» commentò suo padre con un sorrisetto. Sulla soglia apparve la mamma. Sbatté in aria degli strofinacci sporchi. Una nube di polvere la avvolse. Poi si girò verso di loro – forse non li aveva sentiti arrivare. Dopodiché alzò un braccio e li salutò con la mano. A Paul sembrò vagamente nervosa ma, una volta sceso dal camion, si rese conto che stava sorridendo. «È andato tutto bene?» chiese il papà. «Sì» confermò la mamma. «Ho arieggiato, lavato i muri e passato lo straccio dappertutto. Questa maledetta polvere! Bisognerà levigare il parquet del secondo piano, il prima possibile!» «Mmm» brontolò il papà. «Intanto dobbiamo scaricare il camion. Stasera devo restituirlo». Paul abbozzò un sorriso. Sapeva che suo padre odiava quando gli suggerivano cosa doveva o non doveva fare. Quando il camion fu vuoto, il cielo finalmente sgombro di nuvole era ormai blu scuro, quasi
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notturno. Il papà montò sul camion. Paul e la mamma andarono in cucina per preparare qualcosa da mangiare. «Ti va di prendere le casse dell’acqua e portarle giù in cantina?» disse la mamma. «Tuo padre ha fatto scorte per un reggimento!» «Ok, mamma» rispose Paul. E si adoperò per trasportare le bottiglie al piano di sotto. La porta della cantina si trovava in un angolo della cucina. Paul la aprì, scese tre gradini e vide una seconda porta. Avevano creato una sorta di anticamera tra la casa e la cantina. Aprì la seconda porta e si ritrovò in cima a una scala che si immergeva nell’oscurità. «L’interruttore è giù in fondo» risuonò lontana la voce della madre. «Non è molto comodo!» Paul scese fino in fondo e andò a sbattere contro un cancelletto – qualche listello di legno tenuto insieme con il fil di ferro – poi trovò l’interruttore. Sul soffitto crepitò una lampadina. Una parte della cantina era occupata da un mucchio di scatoloni. Paul sistemò la prima cassa dell’acqua in un punto in cui nessuno avrebbe rischiato di inciamparvi e si diresse verso l’uscita. Evitò di guardarsi indietro. Le cantine non gli piacevano. Ma piacevano forse a qualcuno?
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Quando il papà tornò, la “cena” era pronta. Mangiarono dei panini seduti sugli scatoloni, mentre su un vassoio di legno erano disseminate alcune ciotoline di sottaceti e paté di tonno. La mamma aprì un cartone con su scritto “svuotatasche”, ci frugò dentro e trovò un accendino; poi accese delle candele per creare una luce soffusa. «Ti ho preparato la camera» disse a Paul sorridendo dolcemente. «Sarai stanco dopo questa giornata» «Lo siamo tutti!» affermò il papà, massaggiandosi il collo con una mano. Poi prese l’accendino e lo fece scattare più volte prima di riuscire a far guizzare la fiamma. «Che sia giunto il momento di rimettersi a fumare?» mormorò rivolgendosi alla mamma. «Muoio dalla voglia di una sigaretta. Tu no?» La mamma rispose con una risatina. Prima di salire al piano di sopra, il papà sistemò l’orologio sulle scale. «L’ora è importante. Ti fa prendere possesso del luogo. Vero, figliolo?» «Sì, papà» bofonchiò Paul, passandogli accanto mentre saliva. «Buonanotte, papà!»
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«Paul?» «Sì, papà?» «Attento quando sali le scale. Non stare in calzini. Ci hanno passato una vernice satinata e si scivola da matti». Per dimostrare che aveva ragione, che la vernice non opponeva alcuna resistenza e si scivolava da matti, passò il pollice lungo il bordo di un gradino. «Ok, pa’» «’Notte, figliolo!» * Paul faticò a prendere sonno; aveva un turbinio di immagini in testa, come in un cinematografo impazzito. Lo scorrere dell’autostrada e gli amici lasciati indietro. “E la mia vecchia casa? Chi se ne prenderà cura?” Già… la casa vuota… Si girò dal lato del muro per non vedere più lo spiraglio di luce proveniente dal corridoio e cercò di immaginare le porte che sbattevano nelle stanze senza mobili, il vento che spazzava via la polvere lungo il battiscopa e qualcuno che emetteva un grido la cui eco rimbalzava da una parete all’altra, ancora e ancora, all’infinito…
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Prima di partire, Paul aveva inciso il suo nome sul muro rivestito di pannelli, nel grande armadio della cameretta. “Quella camera non sarà mai di nessun altro” si disse con un profondo sospiro. “E neanche più mia”. Poi si addormentò. Si svegliò a metà quando sentì i suoi genitori salire le scale, bisbigliando e ridendo a bassa voce. Si sentì allora scaldare il cuore. Ma non appena cercò di aprire le palpebre, gli sembrarono di cartapesta. Una porta sbatté in fondo al corridoio e Paul ripiombò nel sonno. Più tardi, ben più tardi, si svegliò di soprassalto. “C’è qualcosa di sotto” sussurrò una voce nella sua testa. “Ascolta!” Paul si tirò su e tese l’orecchio. Era un cigolio. “Come se qualcuno stesse posando un piede su un gradino con grande cautela. Viene da sotto le scale. Sta salendo”. Ci furono altri due cigolii, tra i quali passarono cinque minuti, forse di più – dal momento che Paul, con la fronte sudata, cercava di contare ma s’ingarbugliava in mezzo a tutti quei numeri. Poi, nonostante fosse in ascolto, più niente. Si lasciò quindi ricadere sul cuscino.
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“Le case vecchie cigolano” si disse. “È normale. Non c’è niente di strano qui ed è ora di dormire. Calmati”. E si diede un pugno sul cuore che batteva troppo in fretta. Si tirò la coperta sulla testa. Il lenzuolo era troppo leggero, nei prossimi giorni sarebbe dovuto passare al piumone. Si raggomitolò per avere meno freddo e si concentrò sul rumore del sangue che affluiva nei timpani, come quando si immergeva sott’acqua. Copriva tutto il resto, ma c’era davvero qualcosa da coprire? Il sonno prendeva piede. Paul riuscì a riaddormentarsi. Ma la notte non era ancora finita.
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BENOÎT MALEWICZ, collezionista di fotografie,
BENOÎT MALEWICZ
libri rari e carte Magic, scrive racconti fantastici e nel tempo libero suona la chitarra folk. È nato nel 1990 a Milanówek, in Polonia, al confine con un mondo che si era appena sgretolato.
Da quando si è trasferito nella nuova casa, Paul non ha nessuna voglia di andare a dormire. Appena chiude gli occhi, sente degli strani rumori: le scale scricchiolano, i muri crepitano, come se ci fosse una presenza inquietante. Ma soprattutto se si addormenta... Paul si risveglia nella cantina. E non è da solo nell’oscurità. “Non mi vede nessuno, ma di notte mi percepiscono. Quando tutti dormono, passo nei tubi, striscio sul parquet, mi arrampico sui letti, tiro le lenzuola e aspetto che si girino verso di me, che si agitino, che respirino profondamente”. DAI
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ANNI
Disegno di copertina © AkuMimpi da © GB_Art/Shutterstock
PER CHI NON HA PAURA DI AVER PAURA
€ 9,90
BENOÎT MALEWICZ
La luce si accende di colpo. Paul ha ritrovato l’interruttore. La lampadina crepita flebilmente all’estremità di un filo. Il cuore gli palpita nel petto. La stanza è vuota. Paul non riconosce quel posto. Al centro c’è una sedia di legno, esattamente sotto la lampadina, e lei è lì, sulla sedia. Sta seduta, non si muove. I capelli le scendono sulla nuca. Sono bagnati. Le gocce cadono a terra una dopo l’altra. Gli dà le spalle. Aspetta. Paul rimane vicino all’ingresso. Anche lui è immobile. Le braccia raccolte vicino al corpo. Nel silenzio opaco la sente respirare. “Guarda” sussurra qualcosa nella sua testa. “È quella bambina. La bambina che è morta”.
BENOÎT MALEWICZ, collezionista di fotografie,
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libri rari e carte Magic, scrive racconti fantastici e nel tempo libero suona la chitarra folk. È nato nel 1990 a Milanówek, in Polonia, al confine con un mondo che si era appena sgretolato.
Da quando si è trasferito nella nuova casa, Paul non ha nessuna voglia di andare a dormire. Appena chiude gli occhi, sente degli strani rumori: le scale scricchiolano, i muri crepitano, come se ci fosse una presenza inquietante. Ma soprattutto se si addormenta... Paul si risveglia nella cantina. E non è da solo nell’oscurità. “Non mi vede nessuno, ma di notte mi percepiscono. Quando tutti dormono, passo nei tubi, striscio sul parquet, mi arrampico sui letti, tiro le lenzuola e aspetto che si girino verso di me, che si agitino, che respirino profondamente”. DAI
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La luce si accende di colpo. Paul ha ritrovato l’interruttore. La lampadina crepita flebilmente all’estremità di un filo. Il cuore gli palpita nel petto. La stanza è vuota. Paul non riconosce quel posto. Al centro c’è una sedia di legno, esattamente sotto la lampadina, e lei è lì, sulla sedia. Sta seduta, non si muove. I capelli le scendono sulla nuca. Sono bagnati. Le gocce cadono a terra una dopo l’altra. Gli dà le spalle. Aspetta. Paul rimane vicino all’ingresso. Anche lui è immobile. Le braccia raccolte vicino al corpo. Nel silenzio opaco la sente respirare. “Guarda” sussurra qualcosa nella sua testa. “È quella bambina. La bambina che è morta”.